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mercoledì 17 ottobre 2012

Stadio dei Marmi, Roma, giugno 1972


Gianni Leone ci regala uno dei suoi ricordi.

Stadio dei Marmi, Roma, giugno 1972

Nella storia del Balletto di Bronzo, Roma ha sempre avuto un ruolo importante, se non addirittura fondamentale. Potrei raccontare decine e decine di aneddoti incredibili, di retroscena mai rivelati prima, di fatti ed eventi “storici”. La prima formazione del Balletto realizzò l’album “Sirio 2222” proprio alla RCA, tanto per cominciare. Io per un breve periodo mi unii al gruppo come tastierista -pardon- organista e cantante e facemmo una serie di concerti in tutta Italia suonando i brani del loro primo album. Quanti incontri tra i corridoi, alla mensa e al mitico (sì, mi si conceda di usare questo odioso e logoro aggettivo) bar della RCA!

Lucio Dalla, grande ammiratore del Balletto… Renato Zero che, dopo aver visto il nostro chitarrista Lino Ajello girare con una gallina al guinzaglio, spudoratamente cominciò a farlo anche lui… Ma vorrei raccontare qualcosa della “mia” formazione, quella dell’album “YS”. Mi vengono in mente tantissimi episodi, concerti fatti in locali che non esistono più (il VUN-VUN all’EUR, il TOTEM…), “Controcanzonissima ‘72” al PIPER, con tutti i gruppi del Prog (allora “Pop”) italiano… Voglio però rievocare le 4 serate del “Secondo festival delle avanguardie e nuove tendenze” che si svolse allo Stadio dei Marmi al Foro Italico i giorni 1, 2, 3, e 4 giugno del ’72. 

C’eravamo davvero tutti. Noi del Balletto ci sentivamo particolarmente eccitati: “YS” era stato appena pubblicato e aveva avuto ottime recensioni. C’era anche la RAI che riprendeva, una sera sì e una no. Il Balletto capitò in una serata “no”, ma noi non battemmo ciglio poiché, da autentici “freaks”, non ci fregava assolutamente nulla di apparire nella disprezzata e odiata Televisione di Stato. Dietro le quinte c’era un fermento indescrivibile… Ancora oggi conservo amicizie nate in quei giorni: Gianfranca Montedoro, Umberto Santucci e le coriste Cinzia e Paola dei Living Music, sempre presenti persino ai recenti concerti del Balletto a Roma; i ragazzi del Banco, coi quali ancora ci s’incontra in tante occasioni (abbiamo anche fatto un concerto memorabile a Rio de Janeiro 4 anni fa); Stefano Urso, bassista del Rovescio della Medaglia, che continuai a frequentare per anni.

Ricordo un Alan Sorrenti piangente dopo la sua prima esibizione in pubblico, sommerso dagli ululati e dai fischi (eh sì, non aveva azzeccato nemmeno una nota, poverino: tutte calanti o crescenti, se non addirittura clamorosamente stonate. Note intonate: rarissime, e così avrebbe continuato a cantare per tutti gli anni successivi), confortato con la manina sulla spalla dal suo produttore Corrado Bacchelli (che era produttore anche del Balletto e, ahimè, continuò ad esserlo anche durante il mio periodo da solista - LeoNero). Tutti ammirarono la mia “mise”: stivali al ginocchio Sado-Maso di cuoio dorato, calzamaglia nera, bolerino di paillettes color turchese, tutto realizzato su misura espressamente per me (allora la Moda non era ancora diventata… di moda: le cose bisognava inventarsele o realizzarsele da soli) e, naturalmente, chili di bigiotteria. Uno dei presentatori era un certo “Teo Teopoli”, leggo su una vecchia recensione recuperata dal mio archivio… Che fosse Teocoli? Mah! Tra il pubblico si videro anche personaggi noti e importanti. La sera che suonammo noi, per esempio, notai tra gli altri Shel Shapiro dei Rokes. Che buffo: solo pochissimi anni prima io ero un bimbetto che andava ai concerti dei Rokes e gridava: “Shel!! Sheeeel!!”, ma quella sera invece ero io ad esibirmi su quell’immenso palco di fronte a lui. La cosa che mi meravigliò molto fu che in fondo non rimasi turbato più di tanto dalla sua presenza: ormai cominciavo a sentirmi un po’ “star” anch’io!

lunedì 25 ottobre 2010

Leone, Cattaneo e...


Gianni Leone racconta un suo recente incontro.


Roma, domenica 15 maggio 2010, ore 18.00

Poiché era non lontano da casa e avevo un paio di orette disponibili, sono andato incuriosito allo showcase di Ivan Cattaneo alla Fnac. Dopo aver attraversato con insofferenza la folla brulicante, inutile e fastidiosissima tipica delle domeniche pomeriggio al centro commerciale, giungo finalmente alla sala conferenze. Mi siedo e seguo prima l'intervista e poi l'esibizione dal vivo di una decina di brani. Alla fine, ci siamo istintivamente avvicinati l'uno all'altro quasi nello stesso momento. Con una spontaneità oramai rarissima - e per questo ancor più amabile - Ivan si è dichiarato un grande ammiratore del Balletto. Mi ha subito detto che ci vide dal vivo nei primi Anni '70, che rimase folgorato dalla mia immagine e che ricordava ancora i miei lunghissimi capelli tinti di biondo e l'abbigliamento glamour. Consultando il giorno successivo le mie leggendarie agendine (che partono dal 1971, arrivano fino ad oggi e continueranno...) e basandoci sui suoi ricordi, abbiamo poi dedotto che fu un concerto a Borno in provincia di Brescia il 22 luglio del '73 (il Balletto si sarebbe sciolto nel settembre successivo). Poi ha aggiunto di aver letto in rete il mio articolo sulla deludentissima esibizione di Patty Pravo al festival di Sanremo 2009 con ospite nientemeno che il genio Todd Rundgren, per niente valorizzato. Abbiamo scambiato opinioni sulla musica e soprattutto sulla squallida e triste realtà di questi ultimi anni, rigurgitanti di immondi neo-moralismi (neo?..) e censure che fin dagli Anni '70 e per il resto della nostra vita abbiamo tanto combattuto stando sempre in prima linea. Mi ha presentato ai suoi amici e musicisti del gruppo come "un pezzo di storia del rock italiano, il primo a fare quello che tutti gli altri hanno fatto anni dopo in materia di musica, provocazioni e immagine, uno dei miei maestri...". L'ho molto apprezzato, considerando che anche lui è stato proprio fra i primissimi a fare certe ardite sperimentazioni artistiche, certe scelte di "rottura" con onestà e coraggio, e per questo l'ho sempre rispettato e stimato senza remore. A differenza di tanti vili e meschini personaggi che vivono una vita intera di menzogne e coperture o -forse ancor peggio!- si adeguano a testa china all'attuale rivoltante e ipocrita corsa alla "moralizzazione", alla "normalizzazione", rinnegando il loro passato e se stessi senza batter ciglio, senza vergogna, solo perché oggi gli... "conviene" così, Renato Zero in testa, specie dopo le ultime deliranti ed esilaranti dichiarazioni ("Io amo le donne, ho sempre amato solo donne..."). Sì, sì, certo, come no! Il raccapricciante quanto innocuo ibrido fra Raffaella Carrà e la Sora Lella oramai ha irrecuperabilmente... "sbroccato", per usare un termine che userebbe lui.

Ma torniamo a Ivan. E' un artista davvero poliedrico. Simpatico all'ennesima potenza, dotato di un brillantissimo senso dell'umorismo, un vulcano di creatività. Certo, musicalmente abbiamo stili e linguaggi diversi, ma non per questo antitetici. Lui, infatti, agli inizi della sua carriera fece dei brani di pura ispirazione rock, new wave, perfino punk. D'altra parte, anch'io prefigurai e anticipai un ritorno agli Anni '60 quando registrai, già nel '79, una mia versione di Piangi con me dei Rokes, pubblicata nell'80 come retro del 45 gg. Strada e inserita nell'album Monitor dell'81.

A fine intervista, ha cantato alcune cover, fra le quali Amore disperato di Nada (per me una delle canzonette più sciocche e insulse dell'intera discografia italiana di tutti i tempi - sorry, Ivan!), Una zebra a pois di Mina (davvero una canzone folle e surreale per l'epoca!), Geghegé di Rita Pavone, Kobra di Rettore, oltre al suo Polisex. Ci siamo scambiati i rispettivi recapiti. Abbiamo fatto foto insieme. Mi ha proposto una "collaborazione" non meglio approfondita. Una curiosità: non molti ricordano che la PFM partecipò alla realizzazione del suo album Superivan del '79. A tal proposito mi ha rivelato che durante le registrazioni dovette faticare non poco per tenere a freno gli slanci prolissi e ampollosi - tipici di un certo progressive - a cui talvolta Di Cioccio, Pagani & Co. istintivamente tendevano. In quell'album appare il sublimemente perverso Male Bello, brano poi ben reinterpretato da una "cattaneeggiante" Patty Pravo e inserito nel suo Munich Album, anch'esso pubblicato nel '79 (quanti ricordi!...). Poi mi ha regalato il suo ultimo Cd di cover di brani Anni '80. Io, a mia volta, il Dvd del Balletto, di cui subito ha apprezzato la maschera riprodotta in copertina, una mia opera. Be', non per niente entrambi siamo diplomati al Liceo Artistico...

Non ci perderemo di vista.

venerdì 8 ottobre 2010

1975: fuga dal progressive - di Gianni Leone (Balletto di Bronzo)


Il 15 settembre ha compiuto gli anni Gianni Leone.
Un pò in ritardo pubblico il regalo che lui ha fatto a me (e ora a tutti il lettori) e non viceversa! Parlo di esperienze musicali e di vita che solo i protagonisti di quei momenti magici possono tenere accesi.

Grazie Gianni.


1975: fuga dal progressive - di Gianni Leone (Balletto di Bronzo)

Prefazione al libro di Donato Zoppo di prossima pubblicazione.
Il rock progressivo (o progressive, prog) fu un genere musicale dalla vita breve ma intensa e rivoluzionaria. Si sviluppò e si esaurì nell’arco temporale di appena cinque-sei anni. Ciononostante lasciò un segno ben netto e indelebile nella storia della musica. Si può certamente datarne la nascita intorno al 1970, anche se i germi di questo genere sono riscontrabili in alcune produzioni discografiche inglesi fin dalla seconda metà degli Anni 60: basti pensare ai Procol Harum, ai Nice, persino -secondo alcuni- ai Beatles in certe atmosfere di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ebbe anche un sottogenere denominato “symphonic rock”, in quanto molto ispirato alla musica classica ma prediligendo l’utilizzo di strumenti moderni come il moog, il mellotron, l’organo Hammond distorto. A mio avviso, però, il rock sinfonico spesso era un elemento della miscela di ingredienti che costituivano l’ossatura e l’identità stessa del progressive. I giornalisti italiani -chissà mai perché- coniarono per questo genere musicale la definizione “pop italiano”, totalmente inappropriata e fuorviante. Stranezze tutte italiche… Erano gli anni in cui gruppi come Yes, Genesis, Emerson Lake and Palmer, King Crimson, Jethro Tull, solo per citarne alcuni, davano davvero il meglio di sé. Io li vidi quasi tutti dal vivo nel periodo del loro massimo splendore nei pochi spazi allora disponibili, come il Teatro Brancaccio o il Palasport di Roma, nonostante la proverbiale acustica pessima di quel luogo, ma non c’era altra scelta. Ogni nuovo album che producevano era assolutamente coinvolgente, appassionante, emozionante, rivoluzionario, una vera miniera di virtuosismi tecnici e di invenzioni sonore da cui attingere, a cui ispirarsi. Ma non c’erano solo i grandi gruppi, i più noti, i più celebrati. Conservo ancora un disco in vinile, dai solchi ormai consunti per l’uso, che all’epoca acquistai in un primo momento solo per l’inquietante copertina (non a caso realizzata dalla Hipgnosis…) raffigurante degli pterodattili volanti fra grattacieli ultramoderni e che, dopo averlo ascoltato, mi entusiasmò in modo folgorante: l’album dei Quatermass –l’unico che realizzarono, datato 1970- di certo uno dei migliori dischi di prog di quel periodo, forse addirittura di tutti i tempi. Poi, quasi senza che me ne rendessi conto razionalmente, già prima del 1975 cominciai ad allontanarmi dal prog. Sempre più spesso, infatti, perfino i nuovi lavori di gruppi un tempo gloriosi mi apparivano ed effettivamente lo erano- pesanti, pretenziosi ogni oltre limite di sopportazione, ripetitivi, seriosi e, soprattutto, dalle sonorità terribilmente datate, finché lasciai il progressive definitivamente alle mie spalle. Poi in Italia accadde un fenomeno sconcertante: i ragazzi cominciarono a pretendere di non voler più pagare per assistere ai concerti. Ci furono grandi contestazioni. Una per tutte: il concerto di Lou Reed al Palasport di Roma il 15 febbraio del 1975. Poco dopo l’inizio dell’esibizione, la polizia irruppe all’interno e cominciò a lanciare fumogeni e gas lacrimogeni indiscriminatamente. Io ero fra i paganti naturalmente, ciononostante fui trascinato dalla calca umana impazzita verso l’esterno e mi ritrovai nel bel mezzo di una vera e propria guerriglia urbana violentissima. Fine del concerto. La conseguenza? Da quel momento tutti gli artisti stranieri diedero precise disposizioni ai loro promoters affinché evitassero in modo categorico di fissare date in Italia durante i loro tour. Fine anche della musica. Si sciolsero un’infinità di gruppi. Nessuno osò più nemmeno pronunciare la parola rock. Cominciò un periodo triste e buio. Partii per Londra e New York. Era, appunto, il 1975. Negli anni immediatamente successivi ci tornai ancora. Mi trovai nel bel mezzo della nascita di due generi musicali che al momento sottovalutai, la disco music e il punk, anzi, nel caso della disco music, addirittura disprezzai, salvo poi rivalutarla per certi versi. Passavo con estrema disinvoltura da serate al Sombrero’s in Kensington High Street -gloriosa Gay Discodove potevi incontrare Brian Ferry o David Bowie- ai concerti punk nei posti più improbabili. Per esempio, a quello di un gruppo che stava nascendo proprio in quel periodo: i Sex Pistols. Questo aneddoto va raccontato. A Londra abitavo in una traversa di King’s Road, al 34 Meek Street off Lots Road, proprio a due passi dalla boutique SEX di Vivienne Westwood e Malcom McLaren situata, appunto, al 430 King's Road. Un pomeriggio umido e freddo passai, come facevo spesso, in negozio. Era il 14 novembre del 1976. Nonostante fosse domenica, era aperto. In un angolo vidi Johnny Rotten buttato su un mucchio di cuscini, solo e taciturno. Un juke-box d’annata urlava a volume altissimo brani di rock’n roll Anni 50. Attorno a noi, stand carichi di abiti fetish in latex e pelle nera borchiata. La direttrice, l’ineffabile Jordan, mi rivelò che quella sera i Sex Pistols si sarebbero esibiti in un posto non meglio identificato in Leicester Square a Soho, ma erano stati avvertiti a voce solo i fans più intimi. Ci andai anch’io. Quello fu il mio primo concerto punk. Fu un’esperienza molto eccitante. Sebbene quel tipo di musica non richiedesse un talento artistico particolare o doti tecniche (anzi!), l’energia rabbiosa che sprigionava era irresistibile. C’era tutta le scena punk londinese. Successe qualunque cosa: risse, sputi, vomito, ma soprattutto riuscii a sopravvivere agli ininterrotti lanci di bottiglie che mi sibilavano ai lati della testa durante tutto il concerto, lanciate dal fondo della sala verso il palco.
Anche a New York passavo indifferentemente da serate allo Studio 54, dove potevo ballare tutta la notte sui ritmi della più scintillante disco music del momento-quella che ti dava energie positive, che ti faceva sentire irresistibilmente desiderabile agli occhi di chi sarebbe stata la tua preda di turno per quella notte (in tempi pre-AIDS la regola era il sesso occasionale e spensierato)- ai concerti di gruppi punk e new wave al CBGB, leggendario e oggi purtroppo non più esistente locale al numero 315 della malfamata Bowery oppure al Max's Kansas City al 216 Park Avenue South, anch'esso poi chiuso nel 1981. Mi trovai proprio al CBGB una delle sere in cui Brian Eno stava selezionando e registrando le bands che poi sarebbero apparse nell’album-manifesto No New York, pubblicato nel 1978: Contortions, Mars, D.N.A., Lydia Lunch and Teenage Jesus & the Jerks, esponenti della nascente no wave. Sere prima avevo assistito all’esibizione dei Dead Boys, il cui climax fu quando il cantante Stiv Bators tentò d’impiccarsi col filo del microfono a fine concerto (Bators è poi morto per un incidente nel 1990). Ricordo che una notte il chitarrista Neon Leon, Syl Sylvain delle New York Dolls e io stavamo parlottando proprio davanti al CBGB durante l'intervallo fra un set e l'altro quando da un'auto che passava di corsa dei teppisti ci lanciarono una bomba che, dopo essere fortunatamente rimbalzata sul ciglio del marciapiede, esplose sotto un'auto parcheggiata lasciandoci illesi. Nessuno di noi si scompose più di tanto. "Just assholes...", commentò Leon. E riprendemmo a parlare.
In quegli anni ero anche un instancabile frequentatore di discoteche, in qualsiasi parte del mondo mi trovassi. Intendiamoci, la disco music che a me piaceva era quella suonata da artisti come gli O’Jays, gli Chic, i Blue Notes, Barry White, A Taste of Honey, Sylvester, Diana Ross, Sister Sledge (non a caso per un periodo prodotte proprio da Nile Rodgers e Bernard Edwards degli Chic e successivamente da Narada Michael Walden), alcune produzioni di Giorgio Moroder, non certo quella fatta da NON-musicisti o da semplici dj incapaci di programmare bene perfino la drum machine o quella delle canzonette leggerine e commerciali più note, beninteso!...
Poi nell’autunno del 1979 mi trasferii per un periodo di quasi un anno e mezzo a Los Angeles, frequentando anche lì gli ambienti artistici più disparati. Uno dei miei più cari amici, anzi, certamente il mio più caro amico -per il quale scrissi anche alcune canzoni (apparse poi nel film di René Daalder ”Population:One”)- era Tomata du Plenty degli Screamers, il gruppo più cult della new wave californiana. Tomata e io spesso amavamo frequentare i posti più antitetici fra loro: dai piano-bar per vecchi signori alle balere latino americane con spettacolo di drag queens, dagli scalcinati mercatini dell’usato ai lussuosi negozi di Beverly Hills, dalle discoteche gay più patinate ai localacci sadomaso più malfamati. E poi parties e ancora parties. Una sera andammo al concerto dei Manhattan Transfer al Figaro Café di Pasadena. Poi Tim Hauser, Tomata e io passammo qualche ora assieme a casa mia parlando di musica. Un’altra sera andammo in un localino a vedere le simpaticissime Go-Go’s, che solo un anno più tardi sarebbero letteralmente esplose raggiungendo il primo posto nelle classifiche americane con l’album“Beauty and the Beat”. Un’altra sera ancora andammo ad assistere a uno degli spettacoli truculenti della performance artist Johanna Went, la quale fra l’altro, molto altro- amava lanciare sul pubblico interiora sanguinolente di animali e gatti morti raccolti per strada e tenuti nel congelatore di casa, oppure tirava lunghi nastri colorati fuori dalle narici di teste mozzate di maiale fresche di macello, il tutto fra urla e lamenti strazianti al microfono o al megafono. Volli conoscere Johanna, per cui la invitammo alla grande festa per il mio compleanno che avrei dato a casa pochi giorni dopo, il 15 settembre. Io abitavo al Trianon, al 1759 North Serrano Avenue all’angolo con Hollywood Boulevard, appartamento 402, già dimora delle stelle del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks. Per raccontare cosa poi successe al mio party - conclusosi con l'arrivo della polizia e di un'ambulanza in piena notte - ci vorrebbe un capitolo a parte, per cui desisto e vado oltre.
Che persona straordinaria era Tomata! Dotato di un senso dell’umorismo e di un talento artistico davvero rari, anzi unici. Io lo vedevo un pò come una specie di ibrido fra Iggy Pop e Topo Gigio e lui si divertiva molto quando glielo dicevo. Purtroppo Tomata è morto il 21 agosto del 2000.
Con l’arrivo degli Anni 80 la disco music evolse in dance music e successivamente in house music con tutte le infinite varianti. L’uso massivo della drum machine e del synth bass cambiò radicalmente il modo di concepire la ritmica, che divenne più incisiva, essenziale, efficace. Naturalmente, per fare le cose come si deve, questi nuovi strumenti andavano programmati e suonati da un signor musicista e non da un cretinetto qualsiasi. I batteristi, prima di tutti, dovettero prendere atto di questa nuova realtà e furono costretti a rivedere alcuni aspetti della tecnica batteristica e del loro stile musicale. Una curiosità: inconsapevolmente fui proprio io ad anticipare l’uso del synth, nella fattispecie il minimoog, per suonare la linea di basso: lo feci nel brano Terzo incontro ed epilogo nell’album Ys del 72. Scoprii e apprezzai gruppi come la SOS Band... Talvolta anche artisti molto lontani da questo genere si cimentavano con successo in produzioni perfette per le discoteche: basti pensare agli Earth Wind & Fire, ai Kraftwerk e perfino a Herbie Hancock con Rock it, il cui video, fra l’altro, lo considero uno dei più inquietanti dell’intera storia degli audiovisivi.
In tutto questo, chi pensava più al prog? Per me ormai era un genere morto e sepolto con tutte le sue ridondanze, le sue anacronistiche ampollosità. A pensarci bene, il momento in cui cominciai ad allontanarmi da questo genere musicale fu quando, nel settembre del 1973, lasciai definitivamente il casale di Rimini dove avevo vissuto gli anni più folli e sconvolgenti con il Balletto di Bronzo per trasferirmi a Roma e cominciare la carriera solistica. Meno di un paio di anni più tardi, l’avevo ormai lasciato alle mie spalle senza rimpianti. Fu solo verso la metà degli Anni ’90 che ricominciai a considerarlo. Riascoltai alcuni dischi dell’epoca, compreso Ys naturalmente, e realizzai che in fondo quel genere musicale poteva ancora emozionarmi, e molto; ma andavano riviste, rivoluzionate e corrette alcune cosucce, prime fra tutte la concezione ritmica e l’eliminazione di tutti gli inutili barocchismi. Non si poteva più suonare come nel 1973: la tecnica, la tecnologia erano cambiate. E ci eravamo evoluti anche noi musicisti, fortunatamente. Il rischio era di ritrovarsi a fare la caricatura di se stessi, apparire come dei patetici sopravvissuti. Un pò triste, no? Mi resi conto che fosse necessario, anzi doveroso mantenere la purezza dell’ispirazione iniziale, ma reinterpretarla in relazione al presente, facendo attenzione al tempo stesso a non tradire il passato o travisarne l’identità. Non a caso, proprio quando verso la metà degli Anni 70 il progressive cominciò ad accartocciarsi su se stesso raggiungendo livelli di pretenziosità e seriosità insopportabili, come reazione la musica virò verso generi tecnicamente elementari (il punk, fatto di quattro accordi) e ritmicamente quadrati e ballabili (la disco music, con la famosa cassa in 4, all’inizio da me alquanto detestata a dire il vero). Signori, nulla di nuovo dopotutto: è l’eterna legge dei corsi e ricorsi storici, costantemente in antitesi fra loro. Mi colpì molto positivamente l’apprendere che il progressive, in special modo proprio quello ITALIANO, era ed è tuttora molto ben considerato nel mondo intero. E’ un genere a sé, con una sua precisa fisionomia. Chi l’avrebbe mai immaginato che noi, ragazzini italiani tagliati fuori da tutto, in quei primi Anni 70, fra una Canzonissima e un Festival di Sanremo che ci massacravano impietosamente, saremmo stati capaci di elaborare un genere musicale riconoscibile e con una sua identità, in grado di competere con fenomeni artistici e culturali a livello internazionale?
 Gianni Leone


venerdì 27 agosto 2010

Gianni Leone e i Beatles


Gianni Leone mi ha regalato un suo scritto di una decina di anni fa che propongo integralmente.

I Beatles? Perchè no!
La proposta all’inizio mi lasciò alquanto perplesso: si trattava di scegliere alcuni brani dei Beatles e riproporli dal vivo sul palco del Centrale del Tennis al Foro Italico di Roma nell’ambito del “Beatlesmania Festival” organizzato dall’Official Fan Club Pepperland. Le ragioni del mio tentennare erano molteplici. Innanzitutto, i Beatles –pur col dovuto rispetto e ammirazione- non sono e non sono mai stati il gruppo al primo posto tra le mie preferenze, poi perché con il Balletto di Bronzo non avevo mai eseguito brani di altri artisti, ma forse più che altro mi preoccupava il rischio che si corre quando si decide di reinterpretare dei brani tratti dal repertorio più saccheggiato al mondo e cioè quello di ritrovarsi di colpo catapultati in una dimensione astratta in cui ci si sente assediati da un campo minato a Nord, un fitto ginepraio a Sud, le sabbie mobili a Est e un giungla intricata e insidiosa a Ovest. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un continuo proliferare di cover dei brani dei Beatles realizzate dai più sublimi e ineguagliabili interpreti ma anche –ahimè!- dai più sgangherati scalzacani da balera estiva tra gli ombrelloni-oni-oni o da scialbe orchestrine nei quiz televisivi. Come minimo si rischiava di fare una magra figura o addirittura scadere nel famigerato e da me tanto aborrito “effetto piano bar”!... Ciononostante una vocina dentro la testa mi ripeteva che quella sfida era tanto, tanto allettante. Alla fine ho ceduto. Ho passato in rassegna un po’ di vecchi album dei Beatles ed ecco che, eliminando a priori e senza pietà tutti i brani più melodici e sfruttati, piano piano sono arrivato a una rosa di pezzi davvero stimolanti, che ho voluto riarrangiare senza stravolgerli (magari solo per il gusto di renderli irriconoscibili: squallido trucchetto!...), ma rispettandone la struttura di base, dandogli con la mia “zampata” un colore inedito e decisamente personale, in realtà più vicino allo spirito di Gianni Leone/LeoNero che a quello del Balletto, direi. Infatti li ho interpretati con tanta gioia, li ho “sentiti” come fossero stati composti da me, e questa è stata un’emozione davvero esaltante.
Naturalmente non posso non citare i miei compagni e cioè il batterista-fiammeggiante Riccardo Spilli e il bassista-prodigio Alessandro Corsi, i quali hanno dato un valido e indispensabile apporto alla felice riuscita del concerto. A proposito: il repertorio della serata era composta dai brani “I Want You”, “Dear Prudence”, “Jealous Guy” (trasformata in una ballata rollingstoniana, inserita nel cd “Beatlesmania” edito dall’Official Beatles Fan Club Pepperland), “Working Class Hero”, “Sexy Sadie”, trasformata incredibilmente in un…charleston, inserita nel cd “Beatlesmania 2” del 2004 (proposta a fine pagina) e “Yer Blues”. Niente male, vero? Solo in un secondo momento l’amico Luigi Luppola, presidente dell’Official Beatles Fan Club Pepperland, mi ha rivelato che anche i brani firmati Lennon-McCartney, come per esempio “Dear Prudence” o “Yer Blues” o “Working Class Hero”, furono composti in realtà dal solo Lennon. Questo mi conferma ciò che ho sempre pensato e cioè che l’anima più profonda ed eversiva dei Beatles era John e non Paul, un po’ troppo zuccheroso e bamboleggiante sia come artista che come persona, ma questo è un mio parere personale. A McCartney devo però indubbiamente riconoscere un grande talento come bassista. Infatti fin dai primi dischi si sentono un suono, una tecnica raffinata e grintosa, rarissimamente riscontrabili in altri gruppi. All’epoca, nell’ambito del Pop, i bassisti si limitavano a suonare basandosi sulle note fondamentali degli accordi, senza impegnarsi più di tanto per elaborare linee armoniche e melodiche sul loro strumento. Paul, invece, era dotato di ben altra concezione bassistica. Basti pensare al giro di basso di “Come Together”, per esempio, per rendersi conto del grande impatto che può avere questo strumento quando è suonato in modo tale da renderlo portante e non di mero accompagnamento.
Andando a riascoltare i vecchi dischi dei Beatles, si resta folgorati dalla quantità di anticipazioni e presagi musicali che hanno disseminato qua e là nella loro intera produzione. Appaiono evidenti e riconoscibili i prodromi, i germi di innumerevoli correnti e generi musicali come la Psichedelìa, il Progressive, lo Sperimentalismo, il Demenziale e persino il Glam Rock: provate a riascoltare “Sexy Sadie” (Album Bianco, 1968) e vi accorgerete che potrebbe benissimo essere un brano di David Bowie nel periodo Ziggy Stardust (1972-1973); sembra addirittura di sentire Mick Ronson alla chitarra nell’arpeggio in si minore all’inizio della strofa (…”What have you done”…)!
Quest’avventura musicale mi ha galvanizzato e non vedo l’ora di riproporre il concerto -che, peraltro, è davvero piaciuto a tutti- al più presto. Magari potrei arricchirlo con brani se possibile ancor più coinvolgenti e… solleticanti. Di certo la materia prima da cui attingere non manca. Ne riparleremo. Un saluto a tutti gli amici della musica.
Gianni Leone, agosto 1999
Testo riveduto nell’agosto 2010.


venerdì 2 aprile 2010

Balletto di Bronzo live al Villaggio Globale di Roma, 12 novembre 2004


Un pò di tempo fa Gianni Leone mi ha inviato questo commento a un suo concerto e mi fa piacere proporlo.

Balletto di Bronzo live al Villaggio Globale di Roma (12 novembre 2004)

Non è stato il ritorno di Godzilla, e nemmeno il ritorno di King Kong, o dell'Uomo Ragno. È stato il ritorno del Balletto di Bronzo. E che ritorno!… Il Balletto di Bronzo nella sua quinta formazione, a partire dal primo organico di Sirio 2222 del 1969, ha ricominciato esattamente dal punto in cui ci aveva lasciati un anno e mezzo fa. Due terzi del gruppo è quello che già conoscevamo dal 1997 (con Gianni Leone, anima mente corpo voce e tastierista storico del Balletto, e il poderoso batterista Riccardo Spilli), mentre Alberto Bronner, dopo aver superato le lunghe e accurate selezioni durate un anno e mezzo, ha rimpiazzato degnamente il bassista Alessandro Corsi, dimostrando grinta, bravura, presenza scenica ed entusiasmo.

Ed è stato proprio l'entusiasmo il protagonista della serata del 12 novembre che si è tenuta al Villaggio Globale di Roma, nella quale si sono esibiti anche gli Ozric Tentacles, unici degni epigoni dello "space rock" dei Gong e degli Hawkwind.

Il concerto del Balletto, che tra l'altro è stato ripreso integralmente da Sky con la regia di Massimo Bigini e una lunga intervista a Gianni Leone (sarà trasmesso fra qualche mese in data e canale da definirsi), si è aperto con Napoli Sotterranea, il brano più recente, in una versione completa e decisamente aggressiva; seguito da Tastiere Isteriche, tratto da Vero di LeoNero (pseudonimo di Gianni Leone); una versione ridotta e aggiornata di Ys (suite storica e profetica del 1972, diventata negli anni oggetto di culto); il brano Technoage tratto dal live Trys del1999; l'immancabile Rondò di Diabelli eseguito da Leone come sempre in maniera impeccabile; e la Marcia in Sol Minore.

Non sono mancate le solite provocazioni e le gag di Leone: un quiz rivolto al pubblico il cui vincitore ha vinto una videocasetta contenente il film "I Pornogiochi Particolari", una battuta su Tremaglia e Buttiglione riferita alle loro dichiarazioni di cattivo gusto sugli omosessuali, il lancio di bigliettini con gli aforismi di Leone e la proiezione delle diapositive del Balletto che ripercorrono la sua storia dagli esordi fino ad oggi.

Uno spettacolo nel vero senso della parola, pieno di musica, di teatralità, e di energia che fa tremare la terra sotto i piedi.

Gianmaria Consiglio


mercoledì 25 novembre 2009

Gianni Leone... ancora lui



Gianni Leone, di cui ho parlato diffusamente negli ultimi tempi, mi ha "regalato" un'enorme quantità di materiale che ritengo prezioso.
Prezioso perché attraverso le sue parole si rivivono eventi del passato che risultano unici, perché raccontati da chi li ha direttamente vissuti, per cui "sfrutto" la situazione favorevole, certo che le parole di Leo risultino interessanti per chi è interessato alla musica degli anni 70, e non solo.


Introduzione di Gianni Leone per il libro ”Racconti a 33 giri” di Riccardo Storti, Donato Zoppo e Paolo Carnelli

Scrivere o parlare degli anni '70 è sempre un'impresa impervia: si rischia di apparire dei nostalgici, se non addirittura dei reduci di un'epoca che non c'è più e che diventa ogni giorno che passa un po' più polverosa, un po' più velata di ragnatele. Ed io non amo sentirmi TROPPO legato al passato, impegnato come sono a vivere… il presente.
In realtà, noi - che abbiamo vissuto pienamente e gloriosamente quegli anni - siamo piuttosto dei sopravvissuti. Sopravvissuti a quelli che non ci sono più, a quelli che ci sono ancora ma è come se non ci fossero in quanto rifiutano il loro passato "scomodo" e lo rinnegano, oggi che magari sono dei distinti signori di mezza età con una “sana” reputazione da difendere e che perciò preferiscono sottacere i loro trascorsi al grido di ”sesso-droga-e-rock’n’roll!”. Siamo sopravvissuti alle droghe, quando usarle significava ancora poter fare un'esperienza creativa, allegra e di espansione della propria mente, non certo come le usano oggi, ridotte come sono a una sciagurata moda-di-massa-quindi-Dramma-Sociale (infatti il discorso “droga” lo considero del tutto anacronistico e non più interessante); agli eccessi di ogni genere; a ogni sorta di "gioco pericoloso"; ma anche agli scontri violenti con una società ostile e intollerante che rifiutava in blocco ogni spirito eversivo, nell' arte come nelle scelte di vita individuali. Purtroppo la situazione non è che sia cambiata poi molto, almeno per certi aspetti; anzi, sembra proprio che si stia andando sempre più verso una società di divieti, limitazioni della libertà individuale, regole e regolucce - spesso odiose e irrazionali - da non trasgredire, pena sanzioni severissime. E il rivoltante ed allarmante rigurgito di neomoralismo ipocrita degli ultimi anni, poi, dove lo mettiamo?!
Era dura dover sempre combattere, anche semplicemente per rimanere se stessi, per potersi esprimere con un linguaggio diverso dalla norma, per tentare di cambiare l'ordine prestabilito... Noi musicisti, che a quell'epoca avevamo già deciso da quale parte stare, artisticamente e culturalmente, avanzavamo a testa bassa, seppure fra mille difficoltà, verso il nostro obiettivo: rivoluzionare la musica, infrangere in mille pezzi quella prigione di perbenismo bigotto e imbalsamato che ci opprimeva. E noi musicisti italiani, in questo senso, eravamo più penalizzati di altri: tutto era un po’ più difficile, un po’ più distante, per noi.
C’era una dimensione nuova da inventare, qualcosa che prima non esisteva. Alcuni di noi volevano addirittura cambiare IL MONDO! Sì, lo ammetto: per un periodo credetti anch'io di poterlo fare, poiché tutta quell'energia dirompente che sentivo dentro, mista al senso di immortalità proprio di qualunque adolescente, creava una miscela davvero esplosiva. Facemmo di tutto per farci notare, per non passare inosservati, per farci SENTIRE, VEDERE, ASCOLTARE: provocazioni di ogni tipo nell'abbigliamento e nello stile di vita, nelle espressioni artistiche sperimentali e dissacranti, nell’approccio disinibito e spensierato con LE sessualità (l’AIDS era ancora un incubo inimmaginabile)... Niente poteva fermarci: eravamo stufi di dover sempre fare i conti con il nostro pesante fardello della tradizione melodica italiana (quando non addirittura di quella napoletana, come nel caso di noi Balletto di Bronzo) e con una scena musicale dominata da canzonette balneari. Ascoltavamo i primi dischi di artisti che la rivoluzione la stavano facendo davvero, come Jimi Hendrix, Frank Zappa. Poi arrivarono i King Crimson e tanti altri, e in questo modo trovavamo la forza per andare avanti, per non sentirci soli. Radio Luxembourg, la radio “pirata” per eccellenza, era per noi l’unica possibile fonte d’ascolto, l’unico aggancio con un mondo che allora potevamo solo immaginare. Tanti dischi, poi, non erano neanche pubblicati nel nostro Paese, per cui dovevo comprarli alla base NATO di Napoli, dove suonavo spesso.
Rassegnamoci: il Rock non è nato in Italia. Però noi abbiamo certamente, egregiamente, contribuito alla sua evoluzione.
In quegli anni si cominciarono ad organizzare raduni e festival "POP" a cui prendevano parte moltissimi gruppi, anche stranieri. Ci si incontrava regolarmente in queste occasioni per suonare, e noi tutti ci confrontavamo in un clima di sana rivalità. Come in occasione delle “leggendarie” jam sessions all’ Altro Mondo di Rimini, cui prendevano parte tutti i musicisti dei vari gruppi che si trovavano lì in quel momento, compreso chi scrive. Spesso capitava di incrociarci in qualche autogrill, magari di notte, mentre stanchi e assonnati (e non solo “assonnati”…) eravamo in viaggio per suonare chissà dove, e ci scambiavamo altre esperienze, altre idee. Quella musica "nuova" fu etichettata, chissà perché, "POP ITALIANO"; oggi la chiamano "PROGRESSIVE". Intanto intorno a noi continuavano ad impazzare le "Canzonissime" e i "Festivaldisanremo"…
Poi qualcuno fiutò il business: sempre più ragazzi accorrevano a quei raduni, sempre più energie creative erano coinvolte e liberate... La stessa società non era più così ostile e diffidente verso quei ragazzi “strani” (d’altronde ogni singolo essere umano è, in un modo o nell’altro, un “diverso”, mettiamocelo bene in testa). Si cominciarono a vedere in giro signori con smanie di giovanilismo e finanche giornalisti del Telegiornale istituzionale sfoggiare basettoni, zazzere fluenti sui colletti delle camicie e pantaloni -seppur moderatamente- a "zampa d'elefante" che ormai erano tranquillamente reperibili in qualunque boutique o grande magazzino (ma certamente io continuavo a farmeli fare dal sarto, con lamé e velluti da tappezzeria o addirittura utilizzando tende da salotto: a vita bassa, attillatissimi fino al ginocchio e scampanatissimi, anche oltre sessanta centimetri, in fondo).
Le Major cominciarono a proporre contratti e ingaggi, finché si arrivò ad una situazione -assolutamente impensabile OGGI - in cui tutti i gruppi, persino quelli meno importanti e originali, potevamo ottenere contratti quinquennali con una Casa Discografica. Ecco allora il proliferare di dischi su dischi, album dalle copertine più bizzarre e fantasiose. Noi del Balletto, per esempio, pubblicammo YS per la leggendaria etichetta Polydor, per di più in una veste grafica davvero sontuosa! Tutti i dischi recensiti in questo libro, infatti, risalgono proprio a quel periodo felice e fertile. Forse non ce ne rendevamo conto, ma in quel momento stavamo realmente cambiando qualcosa.
Tutto questo durò pochissimo: tre, quattro, forse cinque anni. Poi qualcosa s'incrinò, quell'equilibrio si ruppe. Ci furono gli anni della contestazione, per cui andare a un concerto significava ritrovarsi coinvolti in scontri con la Polizia, tra lacrimogeni e manganellate. Cosa si contestava? Il prezzo troppo alto dei biglietti (in realtà non lo era). Furono coniati gli slogan: "La musica è nostra e ce la prendiamo!”, “Musica libera! Musica gratis!”, “Duemila lire-duemila pernacchie!". Si toccò l'apice con il famigerato concerto di Lou Reed al Palasport di Roma il 15 febbraio 1975, in cui si videro scene di autentica, violentissima guerriglia urbana sia all'interno che all'esterno dell'edificio. Quella sera c'ero anch'io, naturalmente tra il pubblico pagante. Da quel momento si piombò in un lungo periodo di oscurantismo musicale poiché nessuno volle più organizzare concerti in Italia, anche perché gli artisti stranieri cominciarono ad evitare accuratamente di includere il nostro Paese nei loro tour mondiali. Poi arrivò la Discomusic e tanti validi musicisti si ritrovarono di colpo tagliati fuori. Chi partì per mete improbabili, chi si perse in un modo o nell'altro, chi rinunciò del tutto alla musica, chi semplicemente... si "adeguò".
Ma il sasso era stato lanciato, il seme piantato. Così, dopo trent'anni, rieccoci a parlare di quel periodo, di quella "rivoluzione", perché le vere rivoluzioni viaggiano all'infinito, superano i decenni, i secoli, cambiano l'abito ma non la sostanza, lasciano sempre una traccia del loro passaggio. Quei ragazzini che s’illudevano di cambiare il mondo, almeno qualcosa forse la cambiarono davvero… E quelle “ragnatele”, guardando bene, invece altro non sono che fili sottilissimi ma tenaci che legano indissolubilmente il passato il presente e il futuro di ognuno di noi.
Gianni Leone (2004)


lunedì 16 novembre 2009

Gianni Leone


Nel mio lungo racconto legato alla venuta della "Prog Family" Osanna a Savona, uno degli elementi di spicco è senza dubbio Gianni Leone, tastierista, cantante e compositore mitico, a partire da inizio anni 7o.
Lo vidi nel luglio del 73( mi ha ricordato lui la data) al festival di Altare, e fu quella la sua unica apparizione nel savonese.
Talento? Ovviamente sì, ma anche enciclopedia musicale vivente.
Cercherò di sfruttare la valanga di materiale che mi ha inviato, perchè attraverso i suoi ricordi si ritorna "nella" storia della musica rock italiana e non, e le pillole di Leo diventano l'occasione per parlare del "mio mondo ideale".
Partiamo da una testimonianza che avevo letto da poco sul libro di Carmine Aymone.


OSANNA – Naples in the world
Storia di un rock che compie 30 anni
Di Carmine Aymone

La testimonianza di Gianni Leone

In quegli anni non esistevano ancora la “moda giovane”, la cultura dei giovani. Ci sentivamo degli esclusi, la società dei “grandi” ci considerava semplicemente individui in attesa di diventare adulti. In Italia, a Napoli, eravamo particolarmente penalizzati rispetto alle realtà che potevano offrire capitali europee come Londra o Amsterdam. Abbiamo dovuto conquistarci giorno dopo giorno una nostra identità artistica e umana con i denti e gli artigli. Non è stato facile. Acquistavamo i dischi non reperibili sul mercato italiano alla base Nato, dove suonavamo spesso con la formazione Città Frontale. Così scoprimmo gruppi come i Nice, con un giovane e straordinario Keith Emerson, Frank Zappa e the Mothers of Invention e tanti altri. Per noi si aprì un mondo nuovo e sconvolgente. Scoprimmo di avere nuove esigenze, ma poi ci guardavamo intorno e vedevamo una realtà che non ci corrispondeva. Strappavamo le tende di casa per trasformarle in camicie straordinariamente eccentriche che ci cuciva con grande maestria la madre di Lino Vairetti. Noi eravamo personaggi veri, credibili, ma soprattutto determinatissimi, nonostante le discriminazioni di una società che considerava noi “capelloni” -e bastava già che i capelli coprissero la parte alta del padiglione auricolare– elementi da disprezzare e deridere. Bisognava lottare continuamente per rimanere se stessi. Questo, però, ci ha forgiato per sempre. Oggi invece tutto è svilito a una sciocca e superficiale moda di massa: la moda della notte, della musica, dei locali, dello sballo, delle cosiddette trasgressioni… La droga è diventata un dramma sociale quando l’hanno fatta degenerare in una moda sciagurata per ragazzini qualunque. Le droghe –che restano in ogni caso “giocattoli” pericolosissimi- servono per spalancare certe porte della nostra psiche per disinibirci, per vedere cosa c’è dietro. Una volta capito il meccanismo, riusciamo ad aprirle, se vogliamo, anche con un semplice bicchier d’acqua e quelle chiavi non servono più. Chiuso. Io penso che almeno per un periodo bisogna praticare gli eccessi in tutti i campi della vita, come il sesso per esempio, per poi trovare un proprio SANO equilibrio in un punto non necessariamente coincidente con ciò che comunemente (secondo la visione DEGLI ”ALTRI”, cioè) viene definito come “bene” o “male”. La nostra libertà, noi, ce la siamo conquistata!
Ci incontravamo a Piazza Vanvitelli al Vomero (abitavamo quasi tutti in zona, io in via Bonito 21, poi tutta la mia famiglia si trasferì a Roma), davanti al bar Sangiuliano -che oggi non esiste più: sostituito da una stramaledetta banca, of course- che era diventato una piccola oasi artistica. Parlavamo di musica per notti intere. Sentivamo di avere un potenziale immenso, sapevamo che di lì a poco avremmo perlomeno tentato di cambiare qualcosa in un panorama musicale, come quello partenopeo, estremamente difficile e duro da scalfire. Eravamo schiacciati dalla melodia napoletana, un macigno sul nostro bagaglio culturale, e solo alcuni di noi hanno poi saputo o voluto prendere elementi della tradizione e riportarli nella propria musica. Ce la mettevamo tutta per sfondare quell’odiata prigione fatta di canzonette imperanti e melodie all’italiana infarcite di cuore-amore, quella triste e deprimente realtà in cui perfino i cantanti “per i giovani” avevano spesso un aspetto così insulso e una presenza scenica così ingessata e imbranata da renderli simili a bambinetti dello Zecchino d’Oro, oppure a dei seminaristi o a delle educande al saggio scolastico di fine anno. In quel momento volevamo andare contro tutto ciò ed era molto faticoso inventarci una nostra identità artistica e umana. I dischi li cercavamo, le stoffe le procuravamo, i vestiti ce li cucivamo noi. Invece oggi, specialmente in Italia, tutto è alla portata di chiunque, ma in forma di moda cretina e conformista, svuotata dei contenuti originali: capita per esempio di vedere liceali ricoperti –LORO MALGRADO- di trucidi tatuaggi, con nasi, capezzoli e prepuzi forati, coi capelli color fucsia, che ignorano perfino cosa sia stato il fenomeno Punk; o giovani gommisti e garzoni di salumeria travestiti da perfetti freaks anni ’70, con vestiti e accessori che oggi si trovano tranquillamente e inoffensivamente anche ai grandi magazzini. E questo in fin dei conti lo possono fare grazie a noi. La vera trasgressione –oggi- sarebbe riuscire ad essere originali e credibili.
In città ero considerato un bravissimo tastierista, anche perché avevo delle basi classiche. La tastiera è uno strumento complesso, va studiato, rispettato. Sono un purista e pretendo perciò che la mano, quando si suona il piano o l’organo, rispetti la diteggiatura ideale e sia sempre esteticamente bella. E poi ero il più giovane di tutti: un bambinetto che dietro il suo Farfisa, cercava di emulare Keith Emerson o Brian Auger, “mostri” di bravura tecnica e interpretativa tuttora insuperabili. Poi iniziai a comprare libri noiosissimi come “Tecnica del Contrappunto” di Arnold Schoenberg. Tentai di non diventare uno dei soliti tastieristi italiani che scimmiottavano Emerson o Auger. Cercai di sviluppare uno stile mio. Sono stato tra i primi a Napoli a possedere l’Hammond.
Conobbi Lino Vairetti nella funicolare Centrale di piazza Fuga. Di lì a poco ci ritrovammo a suonare nello stesso gruppo, i Volti di Pietra. Facevamo cover dei Kinks, Spencer Davis Group, Procol Harum, Doors, John Mayall, Family, poi con l’ingresso di Lello Brandi al posto di Enzo Petrone e Danilo Rustici che sostituì Peppe Sanniola, cambiammo il nome in Città Frontale. Ricordo un periodo di grande entusiasmo e attività, andavamo a suonare o alle prove in cinque più gli strumenti incastrati in una Cinquecento. Incredibile! Lino e Danilo iniziarono a comporre, mentre io non ero ancora interessato alla composizione. Molti dei brani che suonavamo allora, più tardi apparvero sul primo album degli Osanna, “L’Uomo”. Ma io volevo sperimentare un diverso tipo di musica, più contorta dal punto di vista melodico, quasi vicina alla atonalità, e realizzai che questa mia idea non sarebbe stata in linea con lo stile di Città Frontale. Una notte trovai sotto casa il chitarrista del Balletto di Bronzo, Lino Ajello, che mi aspettava. Parlammo entusiasticamente per ore ed ore, trovandoci perfettamente in sintonia. A seguito di quell’incontro, entrai subito a far parte del gruppo. Così cominciò la mia avventura col Balletto di Bronzo. Intanto, Elio D’Anna si unì a Città Frontale. Si pensò di cambiare nome al gruppo. Nacquero, così, gli Osanna.
Gianni Leone
(2001)