martedì 9 aprile 2019

DIASPRO, il nuovo progetto prog di Marcello Chiaraluce



E all’improvviso ricompare Marcello Chiaraluce, di mestiere chitarrista, attivo nella zona di Alessandria, ma conosciuto al grande pubblico del prog per le sue frequentazioni da palco nobili e stratosferiche.
Quando penso a Marcello mi viene in mente sempre lo stesso aneddoto, quello che mi ha permesso di conoscerlo, attimo indimenticabile, per lui, certamente, ma per qualunque appassionato di musica si trovasse a passare per caso a Novi Ligure un sabato di settembre del 2006, una delle tante Convention dedicate ai Jethro Tull (quanto ci mancano!): lui, giovanetto poco più che ventenne, catapultato sul palco a duettare con Ian Anderson sulle trame di “Aqualung”, come se nulla fosse. Pazzesco!
Il tempo è passato, e Marcello si è messo a disposizione dell’artistocrazia del prog italico e internazionale… infinita la lista!
Ma i suoi progetti personali non sono mai mancati, magari più basati sul pop e sul rock tradizionale, o più banalmente su ciò  che in quel momento era il vestito più confortevole.
Gli antichi amori musicali, però, non passano mai, soprattutto se sono legati all’estrema qualità; e cosa c'è di meglio della musica progressiva per sottolineare l’idea di eccellenza musicale?
Beh, resta sempre produzione di nicchia, qualcuno dice da dinosauri, come se, ad esempio, si potesse declassare la musica classica solo perché nata secoli fa!
Marcello Chiaraluce - e la sua band - riappare, come dicevo prima, e mi propone un ascolto, un paio di video sorprendenti  e mi chiede cosa ne penso. La mia risposta:

Ho ascoltato con attenzioni i due brani e devo dirti che il progetto mi sembra davvero da portare avanti, e spero che oltre alle situazioni live che andate cercando ci sia tempo e spazio per un album. Mi piace molto il mix che proponente, con l’inusuale chitarra acustica usata non come accompagnamento, come quasi sempre accade, e un cantato italiano che permette di uscire dai canoni tradizionali del prog.  E’ anche musica molto piacevole e di impatto immediato, nonostante la complicazioni dei tempi composti e le trame tutt’altro che semplici. Sono ragazzi che non conosco, a parte Grosso, e che suppongo facciano parte del tuo entourage didattico… davvero bravi! Di te non dico niente… non hai bisogno di elogi tecnici, che in questo caso sono più diretti all’idea che proponi.”

Seguendo l’istinto vorrei subito condividere i brani, una boccata di aria fresca in un mondo spesso ingessato da stereotipi, ma pare non sia ancora il momento e Marcello aggiunge:

Questo è il mio nuovo progetto, si chiama Diaspro. I brani che hai visto/sentito sono una specie di Live in The Studios suonato in diretta, senza ritocchi. È un progetto che per ora non ha finalità discografiche... il nostro scopo è raccontare una storia e farlo possibilmente dal vivo. Ci piacerebbe tornare a suonare per il piacere di farlo, coinvolgendo più generazioni che magari possono raccogliere un testimone, in un contesto immortale come quello del Prog Italiano.”


Quindi, per adesso, musica ancora top secret, ma Chiaraluce, rispondendo a qualche mia domanda, ha svelato le linee guida del progetto, lasciandosi andare nel commento del suo recente passato…


Da un pò di tempo non avevo tue notizie musicali, progetti live o discografici: sono io che sono stato poco attento o ti sei… nascosto?

Caro Athos, sai bene che purtroppo con le mie fattezze per me è davvero difficile nascondersi! Però è vero che dal 2016 ho preso una pausa di riflessione. Salivo sul palco e non mi divertivo più. Ho capito che se fossi andato avanti per quella strada, la mia musica sarebbe diventata pian piano un terreno arido da cui non sarebbe nato più nulla. Anche se mi è pesato parecchio, oggi so di aver fatto la scelta giusta.

So che sei molto impegnato nell’insegnamento del tuo strumento, la chitarra: che cosa rappresenta questa attività, oltre ad essere un lavoro?

Premetto che ho iniziato a insegnare più per far quadrare i conti che per vocazione. Forse questa è stata la mia fortuna: la noia causata dalla classica lezioncina di un’ora mi ha portato a sviluppare sempre di più tecniche di insegnamento diverse, cercare nuove sfide e superare i limiti imposti dal classico “Si è sempre fatto così”.
Oggi ho una mia scuola che si chiama “Belli da Morire”, ad Acqui Terme, e oltre a insegnare chitarra scrivo musical, spettacoli teatrali e, soprattutto, produco giovani artisti, partendo dalla didattica fino alla realizzazione del prodotto finale.

In realtà le mie prime domande sono il preludio allo stupore e alla curiosità conseguente all’ascolto - e visione - di due nuovi brani che ti vedono protagonista assieme a un gruppo di amici, musicisti per me inusuali: di cosa si tratta? Solo una reunion casuale o nuovo progetto in divenire?

In realtà è un progetto che finalmente è salpato dalla costa, dopo anni di gestazione. La band si chiama DIASPRO, e a noi piace definirci in modo ironico “OldFashioneditalian Prog Band”, ovvero una band di prog italiano alla “vecchia maniera”.
Dopo anni di frequentazione, come tu sai, con il mondo del prog, non ero mai riuscito a catalizzare tutto quello che avevo visto con i miei occhi, e soprattutto con le mie mani, in un progetto vero e proprio. Affascinato da quello che per me è il disco prog perfetto, “Per un amico” della P.F.M., ho iniziato nel 2016 circa, in solitaria, a scrivere del materiale cercando di ispirarmi a quel tipo di fare musica, dove la melodia era coniugata al rock, dove si sentivano ancora i muscoli del musicista, oltre che la sua anima. Pensa ad “Appena un po’”, dove dopo un intro neo classico, esplode un riff quasi metal, oppure all’incipit nervoso e incisivo di Franz di Cioccio su “Generale”. Ero così invidioso, in senso buono e rispettoso, che sentivo sgorgare in me la voglia di tentare un approccio di quel tipo.
In contemporanea a questo desiderio musicale, ho vissuto una situazione personale non grave ma abbastanza deludente, tanto da farmi incontrare una leggera depressione. Quando me ne sono accorto, il mio inconscio mi ha auto-psicanalizzato attraverso l’attività onirica. Ho fatto una serie di sogni molto lucidi che mi hanno raccontato una storia vivida, reale, allegorica, ma allo stesso tempo precisa.
Unendo le due cose è nato il progetto “Diaspro”, che racconta appunto, sia musicalmente che attraverso le liriche, questo viaggio introspettivo.
Nulla di noioso però o di troppo intimo, ho promesso i muscoli e muscoli saranno!

Mi parli dei tuoi compagni di viaggio, che non conosco - eccetto Luca Grosso, batterista di lungo corso in ambito, anche, prog -, mi sembrano molto giovani e, ipotizzo, del giro dei tuoi allievi… o sbaglio?

I miei compagni di viaggio uniscono, come appunto hai notato, diverse generazioni. Da didatta e da uomo direi formato (spero), lo vedo come un valore aggiunto.
Luca Grosso suona al mio fianco da anni, e ormai è difficile che io faccia qualcosa senza interpellarlo, e viceversa. Ormai siamo una macchina ben rodata. Stesso dicasi per Riccardo Campagno, tastierista eccezionale, che ha fatto parte dell’ultima formazione della Marcello Chiaraluce Band e con cui ho suonato spesso insieme a Giorgio “Fico” Piazza.
Giovanni Giordano, chitarra acustica e Giuseppe Nisticò, basso, invece sono esattamente due miei allievi: li ho conosciuti che avevano 12-13 anni e oggi sono freschi di patente.
Nonostante la giovane età, hanno fatto diverse esperienze musicali insieme alle loro rispettive band, e hanno dimostrato nel tempo quella maturità che spesso manca anche a tanti colleghi adulti: impararsi i brani. Credimi il prog è una brutta bestia e molti pensano di poter salire su un palco dopo aver jammato due volte. Purtroppo non funziona così e per bravo che uno possa essere, se manca la testa, manca il prog. Così ho preferito coinvolgere persone mentalmente e tecnicamente pronte ad affrontare un percorso di quel tipo.
La voce invece è di Tiziano Spigno, vocalist degli Extrema, band metal italiana storica che non ha bisogno di presentazioni. Spigno ed io ci conosciamo da tanti anni ma non avevamo mai lavorato insieme. Quando mi ha confessato il desiderio di avere anche un progetto in italiano, ho colto la palla al balzo e gli ho fatto sentire i brani, che lo hanno subito convinto.
E dunque oggi siamo i Diaspro – oldfashioneditalian prog band.

La musica che avete preparato è solo quella che ho sentito o avete altro già pronto nel cassetto?

Quello che hai sentito, sono due estratti da un concept che ha un taglio quasi cinematografico. Mi piacciono i dischi prog che hanno un filo conduttore, come “A Passion Play” o “Thick as A Brick”, con temi ripresi e sviluppati, quasi fosse una piccola opera.

Come definiresti la musica che avete assemblato, tanto per dare un’idea a parole?

Riassumerei dicendo che qualche volta abbiamo qualcosa da dire, altre volte abbiamo un brivido da suonare. Mi piace avere dei momenti durante il concerto dove si crea l’atmosfera, si gioca con la parola, ma allo stesso tempo adoro anche quel passaggio che fa stare tutti dritti con la schiena. Molti vedono il virtuosismo come mera esibizione. Personalmente trovo che una strada tutta in piano, prima o poi faccia addormentare. Oppure se voglio godermi il panorama, suono un bel blues, non credi?

Ci sarà un album? Ci saranno dei live?

Caro Athos, ammetto di essere molto riluttante a fare album nel 2019. Perché la domanda che mi sono fatto negli ultimi anni è: perché qualcuno dovrebbe acquistare/ascoltare il mio album? Oggi la tecnologia ha permesso a tutti di registrare e pubblicare con poche centinaia di euro e così riversiamo pacchi su pacchi di album sul mercato che poi nessuno compra. La gente non ha nemmeno tempo o modo di sapere che esiste quel prodotto. Col crollo delle etichette discografiche, che oggi mettono una sorta di bollino, ma ti paghi tutto tu, esistono i social media manager. E allora per vendere un CD (forse), devi fare 30-40 storie sui social al giorno in cui racconti cosa hai mangiato o se sei andato in palestra. Ma chi se ne frega?
Anche perché magari hai la botta di un anno/due di migliaia di K, come si dice oggi, ma poi? Il risultato è che appena vedono la tua faccia scrollano veloce perché non ti sopporta più nessuno. Se mi permetti un paragone, oggi costa tutto poco: aereo, albergo, all you can eat… vedi gente al Louvre che si fa i selfie con la Monnalisa sullo sfondo. Cosa serve un nostro album ora? A niente.
Così vorrei, e sottolineo vorrei, e non voglio, tenere lontano i Diaspro dai social.
Avranno un loro spazio dedicato per chi vorrà davvero ascoltare la loro musica e conoscere la loro storia. Uno spazio dove le canzoni potranno essere non solo ascoltate, ma vissute a 360°.
Mentre per quanto riguarda il live il discorso cambia, credo che la forma migliore di promozione della propria musica sia un bel concerto dal vivo. Per tanto cercheremo di suonare nei principali avvenimenti prog per farci conoscere, sperando che quello che abbiamo da proporre possa piacere, interessare, incuriosire e appassionare.

A proposito, da dove nasce il vostro nome?

DIASPRO: un giorno, entrando in un negozio di pietre magiche, acquistai un piccolo orsetto fatto di diaspro rosso, un quarzo molto bello.

Aspettiamo fiduciosi!


giovedì 4 aprile 2019

Muse -"Simulation Theory"



Muse -"Simulation Theory"

Una svolta pop? Le “svolte”, in ambito musicale, sono sempre mal digerite (Bob Dylan docet), ma  sarebbe così negativo un cambiamento verso la popular music, se si sganciasse il termine dal concetto di “commerciale”?

Più ci dirigevamo a ovest più sull’autostrada ogni cosa appariva pop. Improvvisamente sentivamo di far parte di qualcosa, perché anche se il pop era ovunque, per noi era la nuova arte.
Andy Warhol.




Sono passati quasi vent'anni da quando i Muse si sono annunciati al mondo, e nel corso di questi due decenni hanno intrapreso una strada che li ha portati direttamente nell’olimpo delle rockstar mondiali.

Ma la loro ecletticità, il loro coraggio propositivo, la loro sfrontatezza nell’usare miscele impensabili ai più, ha portato senza ombra di dubbio a posizioni critiche divisive, una sorta di pro o contro, quest’ultimo giustificato spesso da cambiamenti di direzione repentini che sono stati interpretati, a torto o a ragione, come megalomania musicale.

"Simulation Theory", il nuovo album, appare come la conclusione logica del desiderio sempre crescente di spettacolarizzazione, e tutto questo non fa che alimentare il numero degli scettici, ma è di musica che si dovrebbe parlare.

Il synth rock di "Simulation Theory", ottavo album in studio, appare fresco, spaziale, teatrale, bizzarro, e apre nuovi scenari musicali per la band.
Sono undici tracce, ben distinte tra loro. Se alcuni dei lavori precedenti - Drones” e “The 2nd Law” - potevano essere considerati concettuali, spesso incentrati su temi seri, come la guerra e l'oppressione del governo, al contrario "Simulation Theory" trae ispirazione dalla fantascienza e dalla cultura pop degli anni '80, concentrandosi sul ruolo della simulazione nella società.


Siamo lontani dal loro apice artistico, ma i Muse sono tra i grandi intrattenitori di questa generazione, con uno sguardo attento al futuro, e la presentazione di una possibile visione di ciò che sarà. E la cover dell’album appare una sintesi efficace del “Muse pensiero”.

Accanto alle sempre presenti influenze orchestrali e classiche, e alla necessità di creare un'enorme musica "da stadio", arriva l’utilizzo dell’elemento fantascientifico tradotto in musica.
Il falsetto di Matt Bellamy arriva per la prima volta sulla traccia iniziale, "Algorithm", mentre il tappeto di sintetizzatori  resterà il collante di tutto il disco.

Le forzature, intese come “ricerca dell’accattivante a tutti i costi”, sono evidenti: le oscillazioni di "The Dark Side" trasformano lo spirito di Bellamy in una specie di spettacolo anthemico, mentre una traccia come "Thought Contagion" sembra nata per un largo utilizzo pubblicitario sui media.


"Simulation Theory", se inteso come valenza di contenuto, appare poco profondo,  ma è il valore dell'involucro a rimediare: una delle più grandi band dell'universo che sceglie di utilizzare tutte le risorse a disposizione per inventare una nuova epopea pop che guarda al futuro, in qualche modo inducendo a riflettere sugli sconvolgimenti universali in atto ...

Non concordo sul tentativo di alcuni di demonizzare un progetto che produce enorme energia, che in alcuni momenti lascia increduli - nel bene e nel male -, trafiggendo e unendo in senso orizzontale ogni possibile rivolo della musica passata e moderna.

"Simulation Theory" non porterà probabilmente nuovi fan ai Muse, ma la loro proposta fantasmagorica è in questo momento al top, e l’ambizione smisurata, unita a skills di prim’ordine, non può lasciare indifferenti.

Ma allora… è questa la svolta pop della band?

Sebbene i Muse abbiano adottato in questo caso un diverso approccio creativo, la maggior parte degli elementi fondanti sono ancora presenti in ogni canzone dell'album, un lavoro che appare come una nuova, accattivante e genuina vetrina dello stato attuale della band.

I Muse trovano un modo per fornire agli ascoltatori un pezzo del puzzle mancante alla discografia, mantenendo integro un suono che li ha resi uno dei grandi gruppi rock di questo secolo. E io non mi sento di bocciarli!


TRACKLIST “

Algorithm
The Dark Side
Pressure
Propaganda
Break It To Me
Something Human
Thought Contagion
Get Up and Fight
Blockades
Dig Down
The Void
Algorithm (Alternate Reality Version)
The Dark Side (Alternate Reality Version)
Propaganda (Acoustic)
Something Human (Acoustic)
Dig Down (Acoustic Gospel Version)

lunedì 1 aprile 2019

1 aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye

Per ricordare la morte di Marvin Gaye, trentacinque anni fa, utilizzo un articolo di Gianni Lucini.


La sera del 1° aprile del 1984, un'ambulanza arriva a sirene spiegate al 2101 South Grammercy di Los Angeles, dove c'è la casa del vecchio reverendo Gaye, un pastore evangelico famoso nel quartiere, oltre che per le sue prediche, per il fatto di essere il padre del cantante e compositore Marvin Gaye. Il personale dell'ambulanza entra correndo in casa e si trova di fronte a una scena agghiacciante. Steso a terra c'è Marvin Gaye immerso in una pozza di sangue, mentre seduto su una sedia con la testa tra le mani il padre ripete come un automa: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…». All'arrivo della polizia si lascia ammanettare senza opporre resistenza. Ha ucciso il figlio con un colpo solo al cuore sparato da una pistola che gli era stata regalata pochi giorni prima dallo stesso Marvin. Sostiene di non aver avuto alternative perché il figlio, in preda alla droga, avrebbe tentato d'ucciderlo. I giudici accoglieranno parzialmente la tesi della legittima difesa e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Finiscono così la vita e la straordinaria carriera di Marvin Gaye alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno. Da tempo in preda a frequenti crisi depressive non aveva mai completamente riassorbito lo shock della morte di Tammi Terrell, la compagna artistica svenuta in scena tra le sue braccia nel 1969. Non a caso dopo la scomparsa le sue canzoni erano divenute più problematiche e profonde. Considerato negli anni Settanta uno dei più grandi solisti neri della storia del rock aveva saputo rinnovarsi e mantenere inalterata la sua popolarità anche all'inizio del decennio successivo pur dando l'impressione di non riuscire più a liberarsi dai problemi derivati dall'eccessivo uso di stupefacenti e da una vita privata costellata da delusioni. Pochi mesi prima della sua morte si era trasferito nella casa dei genitori in cerca di aiuto, ma i vicini raccontano di frequenti liti con il padre, rigoroso predicatore, che lo accusava di essere un cattivo esempio per i giovani. Pochi giorni prima di morire aveva regalato lui all'austero genitore la pistola che l'avrebbe ucciso. C'è chi ipotizza che la sua morte sia stato un atto deciso a freddo, come David Ritz, l’autore una biografia molto dettagliata del cantante che scrive: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale... Marvin sapeva quello che faceva: voleva morire. Solo quattro giorni prima di essere ucciso si era buttato fuori da una macchina che viaggiava a novanta chilometri all’ora su una Freeway di Los Angeles».

giovedì 21 marzo 2019

Franco Giaffreda Band-"Gli strani giorni di NOInessUNO”


Franco Giaffreda Band-"Gli strani giorni di NOInessUNO

Grande stupore personale nel venire a conoscenza di questo "Gli strani giorni di NOInessUNO”, un progetto “solo” di Franco Giaffreda, un artista poliedrico che ho visto magnificamente all’opera in situazioni molto diverse tra loro: chitarrista del Biglietto per l’Inferno nel 2013 al FIM di Albenga e, successivamente, in un paio di occasioni vocalist/frontman/flautista dei Get'em out, una band che mette in scena il repertorio dei Genesis, all’interno della quale Franco si propone, in alcuni casi, come clone di Peter Gabriel, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello attorale, proponendo i famosi travestimenti dell’epoca.

Ma il nuovo album mi ha spiazzato, non essendo a conoscenza di un atto precedente, datato 2004, episodio che viene definito “l’antefatto”("Angeli nel Vento"), cioè il punto da qui si è dipanato questo nuovo sentiero che trova ora compimento totale, un altro concept, come è lo stesso Giaffreda a raccontare nell’intervista a seguire.

Ho ascoltato a lungo il disco - che ho ricevuto in anteprima un paio di mesi fa - e l’ho fatto anche dopo aver chiarito le idee, i soliti tre “giri di giostra”, cioè quanto mi necessita in genere per poter commentare un album; sto quindi sottolineando il fatto che mi è piaciuto così tanto che è entrato nella mia ideale playlist del momento. Perché?
Diciamo intanto che si sente la genuinità della proposta, la necessità di mettere un punto e sancire uno stato mentale e di vita, un racconto di come ci si può sentire in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, giovani ma non giovanissimi, spesso confusi dagli accadimenti sociali e personali… problemi di tutti, ma un musicista ha almeno la possibilità di… sfogarsi, e forse il suo lasciarsi andare può aiutare a far riflettere elementi terzi.
Liriche chiare, in italiano, e una storia lunga circa 38 minuti, con tracce (13) strumentali inframmezzate a un sano rock.

Le esperienze variegate di Giaffreda gli consentono di muoversi a piacimento tra i generi, e nel sentiero presentato troviamo un jazz delicato (“Dormiveglia”, “Prima del risveglio”) accanto a un deciso hard rock (“Corri con i pensieri”, “In un vortice di eventi”, “Anima di latta”, “Ladri di sogni”), passando per momenti di pop cantautorale (“Alba interiore”, “Viaggiando lontano”) intersecati con attimi intimistici di gran pregio (“Identità confuse”, “Solo”, “La ballata di nessuno”) e da una perla che si può considera prog (“Incubo notturno”).
Lascio alla fine “Ricominciare ad essere”, la perfetta sintesi, lo strumentale che chiude l’album e racconta, come potrebbe fare un testo scritto, lo stato d’animo che ha permeato l’autore in quel preciso istante, la fermatura del cerchio che permette di guardare avanti con fiducia e speranza: potenza della musica!

Giaffreda è un signor musicista e nel racconto a seguire descrive le sue collaborazioni, quelle che gli permettono di realizzare un gran disco, una musica potente, modulante, attraente, complicata nella costruzione ma di facile metabolizzazione, a mio giudizio adatta ad un pubblico molto trasversale.
Non è stato certamente questo il pensiero che ha fatto scattare la molla, la sua molla, ma una volta che le creazioni proprie vengono messe in circolo appartengono a tutti, e più si va in profondità e si fa opera di diffusione e coinvolgimento e meglio è, almeno per chi ha la fortuna di saper trarre beneficio dalle sonorità di qualità.

Un disco da ascoltare, impossibile non apprezzarlo!


Ti ho conosciuto come chitarrista in ambito prog (Biglietto per l'Inferno) e successivamente come frontman di una Tribute Band che ripropone la musica dei Genesis (Get'em out): mi sveli questo progetto così diverso?

La mia piccola  carriera musicale comincia nel 1989. La band si chiamava Evil Wings ed ero il cantante/chitarrista e compositore. Dal 1989 al 2003 abbiamo registrato vari CD nell'ambito Prog/Rock Metal (è possibile leggere la breve storia degli Evil Wings su wikipedia). Nel 2004 ho scritto un concept a mio nome, chiamato "Angeli nel Vento", che può essere definito l'antefatto di quest'ultimo mio nuovo CD. Dopo altre esperienze, fra cui Massimo Priviero, Fabio Concato e Nic Potter (Live in Italy), entro nel Biglietto per L'inferno. Esco dal gruppo per entrare nei Get'em Out nel 2013, dopo che il chitarrista Gianluca ha trovato la mia voce simile al mitico Gabriel ascoltando i miei vecchi CD degli Evil Wings. Diciamo quindi che il mio ultimo CD è un pò un breve riassunto di varie mie esperienze musicali passate. 

Questo nuovo impegno si traduce in un album di fresca uscita: me ne parli, iniziando dal titolo?

Il nuovo CD racconta una fase della mia vita. È un concept su quanto mi è successo negli ultimi anni, periodo in cui mi sono scontrato con la triste realtà di un mondo diventato per me troppo maleducato, frenetico, arrogante e spento. Penso che tanti si riconosceranno in quello che canto e volutamente il cantato in italiano è diretto e semplice, senza giri di parole. Nella parola “NESSUNO” è contenuta però anche la parola “UNO”, che sta a significare che nelle persone che spesso giudichiamo male si nascondono talenti e belle persone, quindi un pò di speranza per il futuro c'è sempre..

Mi accennavi al fatto che si tratta di un concept album...

La storia inizia con il protagonista disilluso e sofferente. Si fa domande se sta sbagliando lui nella vita, ma non trova risposte. Si scontra viaggiando con un mondo falso e ipocrita ritrovandosi solo e disilluso. Addormentandosi una notte fa un incubo in cui si scontra con il suo sé stesso senza volto, una metafora di come il mondo lo ha fatto sentire, il nulla… risvegliandosi si rende conto del tempo passato, ma anche del fatto che può ricominciare ad essere se stesso, voltando pagina e rimettendosi in gioco con un altro spirito.

I suoni non sono quelli tipici del prog di cui parlavo all'inizio, ma siamo più sul rock tradizionale: è questo il genere che meglio ti rappresenta?

I suoni sono effettivamente hard rock, ma rispecchiano più che me stesso, il mood dei testi, diretti e semplici. 

Mi parli della formazione?

La formazione è formata da me alle chitarre, voce e flauto traverso. Walter Rivolta alla batteria, storico batterista degli Evil Wings, e al basso Alessandro Cassani, bassista di grande talento già nei Not a Good Sign e in tante altre situazioni.

A chi è stata affidata la produzione?

Il CD è stato prodotto da me e registrato negli Street Rec Studio di Albese Con Cassano, in provincia di Como, dal bravissimo Mauro Drago, che ha capito perfettamente il suono che volevo. Un suono diretto e seventies, caldo e quasi scarno, nello stile degli album degli anni Settanta. Pochi strumenti e tanta pulizia sonora… anche la durata, 38 minuti circa, è quella di un LP classico.

A quale etichetta vi siete rivolti?

Il Cd uscirà a breve, sarà autoprodotto e per ora venduto su piattaforme online e ai nostri concerti.

Siete soddisfatti del risultato finale, dal punto di vista artistico?

Il CD rispecchia al 100% quello che avevo in testa all'inizio e sono veramente molto contento, speriamo piaccia anche a chi lo ascolterà.

Avete pianificato qualche presentazione o live di pubblicizzazione?

Sto cercando di fissare un pò di concerti per l'anno nuovo. Tra l'altro sarebbero giusto trent'anni da quando tutto è iniziato e mi piacerebbe suonare tanto per promuovere il CD e festeggiare questo mio piccolo traguardo. Sarà molto difficile ma ci proverò perché credo in questi brani e in quello che dico nelle canzoni. Farò anche brani degli Evil Wings e cover a me care e mi piacerebbe registrare un bel live album… speriamo, comunque, come dico nella prima frase del CD, "Ricomiciare, ora è in salita" ma aggiungerei anche "With a Little help from my Friends"…






mercoledì 20 marzo 2019

Fabio Gremo-“Don’t Be Scared Of Trying”


Fabio Gremo-“Don’t Be Scared Of Trying”
Di Athos Enrile
Recensione già pubblicata su MAT2020 di febbraio (www.mat2020.com)

“Storie d'amore e di vita, con un spirito sereno, lungimirante e positivo, anche nelle avversità. Il titolo di questo nuovo lavoro vuole esternare proprio questo messaggio, perché troppe volte ci si ferma per la paura di provare... Non fatelo, non lasciate che la paura vi sconfigga, non abbiate paura di provare!”. Fabio Gremo.

Voglio partire da questa sintesi di Fabio Gremo che, a seguire, sarà corroborata da molti altri concetti che permetteranno di entrare nei dettagli di questo secondo progetto solista, l’album Don’t Be Scared Of Trying”.

Sono rimasto molto sorpreso, positivamente, da questo nuovo lavoro che, nonostante il racconto dell’autore a proposito dell’unione ideale con l’esordio strumentale, “La mia voce”, mi è apparso come un nuovo volto dell’artista, a me fino ad oggi sconosciuto.
Il mio incontro con Gremo, molti anni fa, aveva a che fare col rock progressivo del Tempio delle Clessidre, credo accompagnato da progetti paralleli legati al metal (che non ho mai avuto occasione di tastare), ma in ogni caso l’immagine era molto chiara: un bassista “rock”, capace di fornire un brand ben preciso. Sbagliato! Ciò che pensavo fosse un ruolo unico, definito e consolidato, era in realtà solo una faccia del dado.
Il dado rotola sul tavolo e ne esce qualcosa di totalmente diverso, l’aspetto acustico, l’amore per la chitarra classica, il confronto diretto col pubblico, lontano dalla protezione di una squadra.

Un bel disco“La mia voce”,  ma… ho pensato a una divagazione, al tirare il fiato ritornando alle origini in attesa di riprendere la posizione apparentemente più naturale.
Niente di tutto questo, il dado gira ancora e ne esce ancora un altro Fabio Gremo.
Don’t Be Scared Of Tryingmi appare come contenitore sonoro bellissimo, di alta qualità ma, soprattutto, capace di catturare l’ascolto in tempo rapidissimo.
Melodia mischiata a elementi acustici e rock, con un ambientazione generale che a tratti riporta alle atmosfere hammilliane, e non è un’esagerazione, e nemmeno un elemento tecnico… solo il sentimento a pelle/orecchio che mi ha portato in quella precisa direzione.
La grande sorpresa arriva dal cantato, in inglese, di Gremo. Non sapevo si cimentasse con il canto - cori a parte -, e trovare un colore vocale così caratterizzante mi ha spiazzato. Nel corso dell’intervista viene svelato qualche segreto ma, al di là dell’impegno didattico, sfuggire dalla banalità delle “voce qualsiasi” non è cosa per tutti.
Questo elemento determinante accompagna la costruzione dei brani, tutti creati attraverso la chitarra classica, seguendo l’istinto melodico e la necessità di proporre musica meno settoriale, di ampio respiro, adatta a un pubblico più trasversale. Non è un calcolo, probabilmente è questo il vero Fabio Gremo in formato “solo in una stanza”, intriso della musica costitutiva, quella assorbita negli anni della gioventù.

Nascono così brani estremamente intimistici (la conclusiva title track e “By the fire”), sonorità “d’altri tempi”con atmosfere aperte (“Over the Rainbow” e “Odd Boy”), ballate struggenti come “Ballad for the Good Ones”, melodie di immediata acquisizione come “Friendship Is Gold”, rock anni ’80 (“Dance of Hope”), magie per bambini (“Lullabite”).
Ma in fondo mi è bastata la traccia d’apertura, “Breeze”, intreccio magico di arpeggio e voce, per capire che al primo ascolto ne sarebbero seguiti molti altri.
Una bella sorpresa, un disco a cui appare difficile dare una collocazione standard, un album che nasce da precise esigenze personali che portano a una creazione compositiva notevole, che non faticherà a trovare riscontro positivo per chiunque si approcciasse al lavoro scevro da condizionamenti e paletti ideologico musicali precostituiti.


Leggiamo il pensiero di Fabio Gremo… per saperne di più!

Il tuo secondo album, “Don’t Be Scared Of Trying”, appare come un netto cambiamento di percorso rispetto al tuo esordio acustico/strumentale, “La mia voce”: esiste un filo conduttore più intimo, magari meno evidente per l’ascoltatore ma naturale per chi crea?

Nonostante le differenze macroscopiche in termini di genere e destinazione, i due album hanno sicuramente dei punti in comune, primo fra tutti il fatto di essere stati concepiti e costruiti sulla chitarra classica. C'è poi il mio modo di condurre le melodie, il gusto per un certo tipo di sonorità e aperture… in definitiva credo che la comune paternità sia piuttosto riconoscibile. C'è però qualcosa di più sottile che li lega, a livello sostanzialmente emotivo: sono due tappe del mio percorso artistico che hanno rappresentato, ciascuna nel suo momento, il traguardo chimerico della fatidica domanda: “Ci riuscirò mai?”. È come se, quasi per rompere un già scalcinato equilibrio interiore, mi volessi mettere alla prova con delle missioni impossibili, che mi gettino inesorabilmente in uno stato di sconforto e fermento tali da costringermi alla conclusione dell'opera. In entrambi i casi, soltanto a lavori ultimati e con in mano il CD appena sfornato, mi sono realmente reso conto di esserci riuscito… e dell'immane lavoro che c'è dietro.

Ti ho visto molte volte su differenti palchi e in svariate situazione, ma non ero a conoscenza della particolarità della tua voce: è qualcosa che tenevi nascosta o hai scoperto nel tempo questo nuovo talento?

Circa due anni e mezzo fa ho iniziato a prendere lezioni di canto, perché non avevo un gran controllo della mia voce e non riuscivo a fare dei cori decenti in concerto. Con l'aiuto del mio maestro Gino Pecoraro ho imparato tante cose e soprattutto ad avere fiducia nelle mie capacità: prima avevo l'emissione sonora di uno zufolo di plastica, ora a volte quasi mi spavento del volume che riesco a tirare fuori dalla  bocca!

Mi parli della genesi dell’album… cosa ti ha spinto verso questo nuovo percorso?

Dopo anni di discussioni e compromessi avevo una gran voglia di tornare a lavorare su musica mia al 100%, per la quale potessi avere totale libertà di espressione e controllo. Volevo però che fosse un disco di canzoni, quindi è stato necessario imparare a cantare. In definitiva, quasi tre anni dalla prima nota scritta alla luce in fondo al tunnel.

Di cosa parlano le liriche?

I testi raccontano storie d'amore e di vita in modo diretto e semplice, con uno spirito sereno, lungimirante e positivo anche in caso di eventuali avversità. Onestamente sono un po’ saturo di arditezze cervellotiche, oscurità ed esoterismi... Il messaggio fondamentale che voglio condividere è racchiuso nel titolo: non abbiate paura di provare!

La scelta della lingua inglese è dovuta alla realizzazione di un prodotto più internazionale o a cos’altro?

La musica di questo disco è di un genere meno settoriale rispetto a quanto ho realizzato finora, è intrisa di melodia, di  dolcezza… voglio poter raggiungere il più ampio pubblico possibile.

Chi sono i tuoi compagni di viaggio e con quale criterio hai operato le tue scelte?

Ho voluto lavorare con musicisti di valore ed affidabilità, che fossero in primis dei cari amici. La scelta è stata semplice: Marco Fabbri ha suonato la batteria, Giulio Canepa le chitarre elettriche, Sandro Amadei e Giuseppe Spano’ pianoforte e sintetizzatori... beh, il resto è scritto nel booklet del CD…

Mi dici qualcosa dell’artwork?

Le parti grafiche sono tratte da opere di Stefano Torrielli, un artista che realizza composizioni materiche utilizzando elementi di varia origine: rami, resine, rottami, strumenti musicali… il risultato è straordinario! Ci siamo trovati in affinità su diverse tematiche e la collaborazione è nata spontaneamente.

A chi ti sei appoggiato per tutti gli aspetti tecnici e distributivi?

Ho effettuato le registrazioni ed il mixaggio con Andrea Torretta allo studio Maia di Genova, ho poi attivato la distribuzione digitale su tutte le maggiori piattaforme e sto definendo la distribuzione fisica con Black Widow.

Le melodie e la delicatezza espressiva che proponi nel disco sono un po’ in contrasto con l’immagine dark del Fabio Gremo più conosciuto: sono aspetti che hanno sempre convissuto in te o fa parte della tua maturazione?

C'è chi dice che nel Tempio delle Clessidre i miei brani rappresentino il “sunny side”... Non mi sono mai sentito troppo vicino alla scena dark propriamente detta, anche se ne apprezzo la musica, né voglio apparire tetro o artificiosamente misterioso. Piuttosto ho un'anima rock e un po’ metallara (retaggio degli ascolti ai tempi del liceo), che esce spesso e volentieri, ma non è assolutamente cupa. La melodia è sempre stata un elemento importante nella mia musica, sintesi di una ricerca che vuole coniugare scorrevolezza e imprevedibilità, con un pizzico di stravaganza… in questo album le ho semplicemente donato una veste più dolce e morbida.

Come stanno funzionando i tuoi altri progetti, Tempio delle Clessidre in primis?

Attualmente con IANVA stiamo cautamente pianificando una nuova uscita discografica, con il Tempio invece ancora non si sa bene come muoversi. Nel frattempo ho messo in piedi un nuovo progetto di cui sentirete parlare presto.

 “Don’t Be Scared Of Trying” verrà proposto dal vivo con la formazione che ti ha supportato nella realizzazione del disco? E’ previsto qualche incontro di presentazione/pubblicizzazione?

Sì, sto progettando la presentazione dell'album dal vivo e la soluzione più naturale è coinvolgere gli stessi musicisti che hanno registrato il disco. L'unica difficoltà è che nell'album oltre a cantare suono chitarra classica e basso, quindi dal vivo ci dovremo dividere le parti, ma in qualche modo si farà.
Vi invito a seguirmi sul mio sito www.fabiogremo.com per essere aggiornati sui prossimi eventi.


Don't Be Scared of Trying-Brani:

1.Breeze
2.Over the Rainbow
3.By the Fire
4.Dance of Hope
5.Ballad for the Good Ones
6.Friendship Is Gold
7.Hypersailor-roccheggiante
8.Lullabite
9.Odd Boy
10.Don't Be Scared of Trying

Musicisti:

Fabio Gremo: voce principale e controvoci, chitarra classica, bassi e strumenti virtuali.
 Sandro Amadei: pianoforte, coro
Giulio Canepa: chitarre elettriche ed acustiche, coro
 Steve Collins: coro
 Marco Fabbri: batteria e percussioni, coro
Antonio Fantinuoli: violoncello
 Emanuele Fresia: sax contralto
-Giuseppe Spanò: pianoforte, tastiere aggiuntive, coro






lunedì 4 marzo 2019

Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto


Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto
 Genova, 2 marzo

Sabato 2 marzo ho rivisto un concerto “genovese” dopo lungo tempo; l’occasione era imperdibile: due band di area “prog”, concettualmente e generazionalmente distanti tra loro, ma unite da un amore certificato, quello di una musica specifica, ed entrambe con un nuovo album da proporre, di cui MAT parlerà nei prossimi giorni.
Era anche il momento dell’incontro tra amici, del ritorno di Paolo Siani nella sua Genova, della ritrovata verve di due antichi musicisti che, dopo qualche problemino fisico, sono apparsi sul palco grintosi più che mai: Marco Zocheddu e Martin Grice.

Serata condotta dal presentatore rock per antonomasia, Carlo Barbero, che fa gli onori di casa dal palco del Teatro Carignano.
Ancora una volta l’organizzazione è di Black Widow Records, etichetta con cui le due band hanno realizzato il nuovo progetto.

L’inizio di spettacolo è affidato alla Fungus Family, composta da:

Alejandro J. Blissett: Composer
Dorian Deminstrel: Lead & Backing Vocals, Acoustic Guitar
Carlo “Zerothehero” Barreca: Bass & Noises
Cajo: Drums
Claudio Ferreri: Organ, Piano & Keyboards
Alessio “Fuzz” Caorsi: Lead Guitar



Sul palco sono in cinque… il video a seguire sarà esplicativo.
Ho utilizzato l’inglese rispettando, almeno credo, il pensiero della band, che in quella lingua si esprime, e non potrebbe essere altrimenti se si prova a dare una collocazione più ampia alla loro musica, un rock psichedelico che sfocia nel prog per effetto della grande libertà espressiva, con sfumature che riportano ai Doors e a rivoli del Canterbury sound, e l’impressione è quella che una serata in piena libertà potrebbe condurre a performance interminabile, sulla scia di Jerry Garcia e soci.
Presentano tutto il nuovo “The Key of the Garden”, fatto di inediti, ma con due innesti “nobili”, cover abbastanza atipiche, ma di forte impatto: “See Emily Play” (dei Pink Floyd) e “The Weaver’s Answer  (dei Family).
Questa la scaletta di serata, seppur “mutilata”:


Sound potente, grande coesione e un’alchimia che si realizza grazie anche al “naturale” movimento da palco del frontman Dorian Deminstrel.
Una buona acustica e un gran lavoro del service hanno permesso di godere a pieno un set notevole.

Ecco qualche testimonianza, in attesa di un commento più approfondito del disco:


Un pò di sosta alla fine del primo step, con la possibilità di chiacchierare con altri musicisti presenti in platea, come Nico Di Palo e Enrico Casagni, quest’ultimo tra i fondatori delle Nuova Idea.

La ripresa vede un siparietto condotto da Carlo Barbero che mette in primo piano un Paolo Siani molto emozionato, che elenca i compagni di viaggio che si succederanno nell’arco della serata, alcuni dei quali presenti nell’album appena uscito, ‘’The Leprechaun’s pot of gold’’, che chiude la trilogia iniziata nel 2010 con “Castles, wings, stories and dreams” e proseguita nel 2016 con  Faces with no traces”.

La Paolo Siani ft NUOVA IDEA si è presentata on stage con Giorgio Usai all’organo, Roberto Tiranti al basso e voce, Marco Zoccheddu alla chitarra elettrica e tastiere, Martin Grice al sax e flauto, Nik Carraro alla chitarra elettrica, Paolo Tognazzi alla tastiere e il giovane vocalist Anthony Brosco, arrivato appositamente dall’Inghilterra per partecipare al primo atto del nuovo percorso. Naturalmente alla batteria c'è Paolo Siani, motore ritmico ma non solo, vista la titolarità del progetto.
Dai nomi elencati si evince come il mix anagrafico si sia trasformato sul palco in bridge tra un passato glorioso e incancellabile e il futuro, un orizzonte che, seppur aggiornato, non può prescindere dalla storia.
Questa la scaletta presentata…


Brani del nuovo disco e pezzi più datati che hanno visto una continua alternanza on stage dei musicisti, necessaria per produrre le varianti del caso, come il vecchio blues del 1970 dei Quatermass (“Post War Saturday Echo”, con Zoccheddu particolarmente ispirato alla tastiera), o un medley acustico - che ha visto Usai alla chitarra -, passando per il riff chitarristico incalzante de “La mia scelta”, con buon respiro per tracce caratteristiche e socialmente significative come “Cluster Bombs”.
Per lo spazio di un brano, ripetuto anche come bis, Anthony Brosco “ruba” il ruolo di frontman a Tiranti (la cui voce appare sempre più efficace…) e raccoglie consensi con il brano “Standing Alone”.

I giovani appaiono bene inseriti mentre i “veci” dimostrano energia invariata e voglia di progettare, il che fa ben sperare, e al di là del nuovo album, che mi ripropongo di ascoltare con calma, ciò che contava era sentir pulsare il sound della “nuova”… Nuova Idea, che passa per l’attuale filosofia musicale di Paolo Siani arricchita dalla collaborazione di un pugno di amici talentuosi, professionisti, che al Teatro Carignano hanno permesso ai presenti di assistere ad un viaggio nel tempo, un tempo che sembra non avere limiti precisi e ci permette di sognare ancora.

Meglio delle mie parole una ventina di minuti di musica…