lunedì 17 giugno 2019

Monterey Pop



Da "Rock e Martello", di Gianni Lucini

"Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. 

Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. 

A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon &Garfunkel. 

Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere le cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: «A Monterey si suona gratis».


Performances from the Monterey Pop Festival not released on the original documentary by D.A. Pennebaker. Nearly two hours of bonus footage from the Criterion Collection release of Monterey. The Festival that marked the beginning of the summer of love and spurred one of musics most creative and influential era's. This includes performances by:

The Association- "Along Comes Mary"
Simon and Garfunkel- "Homeward Bound" 3:55 "Sound of Silence" 6:46
Country Joe and the Fish- "Not So Sweet Martha Lorraine" 10:00
Al Kooper- "Wake Me, Shake Me" 15:20
The Butterfield Blues Band- "Driftin' Blues" 22:50
Quicksilver Messenger Service- "Dino's Song" 27:34
The Electric Flag- "Wine" 30:51"
The Byrds- "Chimes of Freedom" 33:40 "He Was A Friend of Mine" 37:36 "Hey Joe" 40:30
Laura Nyro- "Poverty Train" 42:55
Jefferson Airplane- "Somebody To Love" 48:24
The Blues Project- "Flute Thing" 52:29
Big Brother and the Holding Co. w/ Janis Joplin "Combination of the Two" 1:03:07
The Buffalo Springfield- "For What It's Worth" 1:08:57
The Who- "Substitute" 1:12:30 "Summertime Blues" 1:16:19 "A Quick One" 1:19:57
The Mamas and The Papas- "Straight Shooter" 1:28:14 "Somebody Groovy" 1:32:00 "I Call Your Name" 1:34:53
(Hilarious antics of Mama Cass) 1:38:46 "Monday, Monday" 1:40:36
Scott McKenzie- "San Francisco" 1:44:30

The Mamas and The Papas and Scott McKenzie- "Dancin' in the Street" 1:48:05

domenica 16 giugno 2019

Antonio Pellegrini-commento a “Italian Rhapsody”



Ho appena letto il libro “Italian Rhapsody”, e provo a delinearne il contenuto, aiutato dal fatto che è appena stato presentato nella mia città, e quindi è stato lo stesso autore, Antonio Pellegrini, a permettermi di allargare lo spettro di giudizio.
Una sintesi dell’evento è fruibile nel video a fine articolo.

Il book dedicato ai Queen, realizzato da Pellegrini - musicista e saggista, alla sua seconda uscita dopo  "The Who e Roger Daltrey in Italia" - traccia la storia di una band storica, con un focus specifico su aspetti precisi, quelli legati alle presenze nel nostro paese, come indica il sottotitolo “L’avventura dei Queen in Italia”, concerti a cui si è arrivati dopo il superamento di una certa refrattarietà legata a stereotipi e luoghi comuni, basati però su elementi oggettivi, perché è risaputo che fare musica dal vivo in Italia, in un particolare periodo storico, era davvero complicato, e tutto questo ha tenuto alla larga, per molto tempo, i grandi nomi del rock.
Italian Rhapsody” presenta una netta dicotomia, e non poteva essere diversamente, perché è naturale che esista un prima e un dopo, come è accaduto per tutte quelle band che nel tempo hanno perso un elemento molto caratterizzante, tipicamente il frontman, quello che conduce le danze e guida il pubblico, il musicista con la maggior visibilità, libero da vincoli strumentali e spesso con una voce da sogno. In questo caso stiamo parlando del genio assoluto, della “Regina”, Freddy Mercury.

Il libro è ricco di documentazione oggettiva raccolta in oltre due anni lavoro, periodo in cui non è mancato il sostegno fattivo della community QueenItalia, il cui massimo rappresentante, Alessandro Cannarozzo, ha presenziato all’incontro con il pubblico savonese.
Recensioni, stralci di interviste e “pezzi” dell’epoca, sono stati aggiunti dal “tessitore” Pellegrini, che riesce così a disegnare la storia in modo scorrevole, quasi fosse un racconto, tanto da poter diventare un possibile mezzo di avvicinamento per i più giovani, che poco o nulla sanno dei Queen, salvo l’intervento di genitori amanti del genere.
Accanto a questo aspetto… didattico, esiste la rigorosità della verità, almeno quella che è possibile captare dall’esperienza di chi c’era.


Il film osannato e pluripremiato, “Bhoemian Rhapsody”, ha diversi aspetti positivi, come racconta Pellegrini: ha risvegliato l’interesse su di una band ormai un pò nelle retrovie, fatto di cui hanno beneficiato coloro che hanno deciso/voluto proseguire l’attività, seppur con diversi compagni di viaggio (è noto che John Deacon ha sempre rifiutato operazioni nostalgiche e commerciali) e, soprattutto, ha condotto ad una grande rispolverata di immagine che aiuta l’avvicinamento delle nuove leve - e rinnova il ricordo di quelli più âgé -, nonostante le inesattezze, cronologiche e non, siano palesi per chiunque abbia seguito nel tempo  le vicende dei Queen.
Insomma, quando se ne parla è già un successo!

Ma “Italian Rhapsody” ha mire più nobili… raccontare la storia senza appesantire lo svolgere dei fatti: razionalità, sentimenti e modus didascalico. Un mix perfetto!

Qualche tocco qua e là…

Se parliamo di Freddy emerge una figura, o meglio, un ruolo, poco noto, quello di paciere all’interno del gruppo, una sorte di “calmieratore” dei dissidi altrui - sempre presenti in un team al lavoro -, anche se è evidente la sua voglia di protagonismo (ma l’ego di Brian May e Roger Taylor sembrerebbe di livello superiore!).

Momento nero in un percorso quasi perfetto è il concerto di Sun City, che procurò ai Queen il confinamento nella blacklist culturale dell’ONU, dopo aver suonato in Sud Africa, laddove vigeva una politica di segregazione razziale. Ma i Queen non erano un gruppo politicizzato, ed è probabile che l’elemento commerciale, e la voglia di spettacolo, siano le sole cose che abbiano inciso, nonostante le forti critiche ricevute da più parti nel mondo.

E arriviamo all’Italia, alle esibizioni al Festival di Sanremo e a tutti gli aneddoti che Pellegrini racconta e che sono momenti godibili, che permettono, anche, di sorridere: inimmaginabile un Freddy Mercury costretto al playback!
Non solo Sanremo, se parliamo di Italia, ma… non vorrei svelare troppo!


Ma Freddy amava davvero l’Italia? E’ questa la curiosità che non riesce a togliersi l’autore, dubbio che le parole Peter Freeston, assistente personale di Mercury, non fugano:

Nel mio periodo con Freddie siamo andati a Milano in tour e anche a San Remo. Amava l’aspetto storico del paese, la sua arte e la musica, ma forse aveva sentito dire troppe cose da persone che parlavano del ritmo frenetico e di qualche disorganizzazione negli orari dei trasporti. Una delle ragioni per cui i tour erano difficili da organizzare in Italia in quei giorni era che alcuni organizzatori non sempre rispettavano le condizioni previste nel contratto che avevano concordato. Ricordo che abbiamo avuto un paio di problemi con i trasporti quando a Freddie è stato detto che una macchina sarebbe andata all’hotel per portarlo a destinazione, e alla fine abbiamo dovuto aspettare mezz’ora prima che l’auto arrivasse. Non c’erano telefoni cellulari in quei giorni per capire rapidamente quello che stava succedendo. Se qualcosa era scritto nell’itinerario doveva essere rispettato. Freddie andò in Italia solo per gli spettacoli a Milano e a Sanremo. Non gli dispiaceva l’Italia, solo che aveva tante altre cose da fare, fra i tour, le registrazioni e girare i video. C’erano altri paesi che gli sarebbe piaciuto visitare, ma non ebbe mai il tempo di farlo.”

E poi Freddy sparisce dalla scena, e in questa seconda parte di storia - e di libro - si riparte dalla tragedia e dal racconto dei media, in alcuni casi vergognoso, commento spesso utilizzato per puntare il dito contro Mercury e il suo orientamento sessuale, e in alcuni casi l’estremo sunto hai il significato del… “se l’è cercata!”. E giù condanne.

Gli stralci dei giornali dell’epoca forniscono un’idea precisa dell’atmosfera del momento.
Il futuro immediato ci riporta all’anno successivo alla morte - avvenuta il 24 aprile del 1991 -  e cioè al 20 aprile del ’92, il giorno del Freddie Mercury Tribute, concerto organizzato per celebrare “la regina” e per raccogliere fondi destinati alla ricerca sull’AIDS.
E’ proprio quello il momento in cui nascono spontanei e obbligati tanti “vocalist dei Queen”, e arriva forse la risposta ai tanti naturali scettici - quelli che, ragionevolmente, hanno sempre sostenuto che i Queen senza Mercury non potevano esistere -, perché la performance di George Michael lascerebbe pensare che sì, forse una certa continuità poteva anche prendere forma.
Da lì in poi i Queen sono rimasti in buona attività - forse perché tutti tengono famiglia o semplicemente perchè è impossibile rinunciare ai riflettori, dopo averli “assaggiati” -, ma si sono sempre presentati con l’uomo in più, che fosse l’esperto e mitico Paul Rodgers o il giovane e meno ingombrante Adam Lambert… non meglio o peggio… qualcosa di diverso.
La parte centrale di “Italian Rhapsody” permette di vedere delle belle fotografie relative ai concerti italiani, mentre quella finale è arricchita da alcune testimonianze significative di saggisti e specialisti del settore.

Davvero una bella storia… Antonio Pellegrini si riconferma scrittore attento alle esigenze altrui, coltivando le proprie passioni, of course, ma provando anche a mettersi dalla parte del lettore, cercando di raggiungere il pubblico anagraficamente più vasto possibile, e chi conosce un pò le cose musicali - e conosce  Antonio - sa perfettamente che la motivazione in questo caso è la più pura possibile, e l’idea di condivisione risulterà sempre la spinta decisiva di ogni azione dell’autore.

Sentiamo Pellegrini nel corso della presentazione alla Ubik di Savona, il 15 giugno.

Aaron e Ethan Emerson si raccontano, nell'attesa dell'evento di Zoagli, il prossimo 27 giugno


Il 27 giugno, a Zoagli (GE), verrà proposta la 2°ART IN PROGRESS EVENT in memoria di Greg Lake. Tutte le informazioni al seguente link:


L’evento, che presenta un evidente profumo di ELP, avrà ospiti importanti e graditi:

REGINA LAKE (moglie di Greg Lake degli ELP)
ELIONOR EMERSON (moglie di Keith Emerson degli ELP)
ETHAN EMERSON, che dedica al nonno Keith Emerson e agli ELP un concerto a pianoforte

Ho provato a porre alcune domande ad Aaron Emerson, uno dei due figli di Keith, e al giovane figlio Ethan, che si esibirà nell’occasione.

Lo scambio di battute con Aaron

Premessa: ho visto ELP dal vivo quando avevo 17 anni (1973) e qualche anno fa ho intervistato tuo padre, così come mi è successo con Greg Lake, che ho conosciuto personalmente, questo solo per dire che ho un forte legame con quella musica e con quei mitici musicisti che hanno segnato la mia vita. Ho qualche curiosità…).

Come è stata la tua vita famigliare avendo un padre così importante? Ti ha influenzato molto nelle tue scelte?
Durante la fase della crescita mio padre era in giro per il mondo la maggior parte del tempo, e mia madre si prendeva cura di me e mio fratello Damon, ma quando tornava a casa avevo modo di ascoltare, assieme a lui, molta musica, quella che, immagino, non molti bambini di 4 o 5 anni hanno avuto modo di conoscere. Pochi ragazzi a quell'età avrebbero ascoltato Prog Rock, ma io ero attratto da tutto ciò che girava in casa: molta musica classica, artisti jazz, senza limiti di genere. Ci sono alcune canzoni a cui sono ancora legato che lui suonava quando ero bambino, come "Mountain Dance" di Dave Grusin, e anche alcuni brani molto particolari di Chick Corea, Oscar Peterson, Jimmy Smith, Jack McDuff. Posso dire che papà è stato un veicolo per potermi aprire a molta musica differente. Successivamente ho “catturato” altri stili musicali, a scuola, atmosfere più contemporanee di cui usufruivano i miei amici, ma in ogni caso questa doppia possibilità mi ha introdotto a stili molto diversi tra loro.

Hai proseguito nel tempo l’attività musicale o hai scelto altre strade?
Ho continuato a suonare musica. Ho avuto alcune band nel corso degli anni, Buzztonic è stata una di queste, con cui ho ottenuto il primo contratto discografico. Ora sto facendo qualche session di lavoro e sto scrivendo con Steve Mac, Russell Small e Dino Psaras, che sono artisti / produttori di livello mondiale.

Cosa pensi della passione di Ethan per la musica? Lo hai in qualche modo spinto in quella direzione o è stato tutto naturale?
Non abbiamo mai spinto Ethan a suonare il piano. Penso che abbia un grande dono. È una sua scelta e vedremo come andrà! Posso guidarlo, ma deve scegliere lui la sua strada. Ha iniziato a suonare la musica di papà, non mi aspetto che continuerà a farlo per sempre. Mi piacerebbe che provasse a trovare un suo stile e facesse ciò che sente di voler suonare. Qualunque cosa sia di livello artistico, qualsiasi tipo di arte o musica, qualunque cosa gli piaccia fare, lo sosterrò.

Hai un ricordo, un aneddoto di quando eri un bambino e hai avuto la possibilità di vivere e vedere da vicino i più importanti musicisti del rock?
Ho incontrato alcuni musicisti straordinari nel corso degli anni: Jeff Beck, Roger Daltrey, Ray Manzarek, Robbie Krieger, Jack Bruce, solo per citarne alcuni. Ricordo come rimasi sorpreso, da ragazzino quando, aprendo la porta, vidi Roger Daltrey che era venuto a fare una session con papà nel fienile di Stonehill, dove sono cresciuto. Naturalmente Jim Davidson è sempre stato un buon amico di mio padre e ha passato molto tempo con noi a Stonehill.

Ricordi qualcosa della tua permanenza in Svizzera? Un mio amico musicista ti ha conosciuto lì…
Ero molto giovane quando vivevamo in Svizzera, quindi non ricordo molto di quel tempo. L'unica cosa che ho ben chiara è che vivevamo vicino a David Bowie, perché giocavo in giardino con suo figlio!


... e quello con Ethan

Appare ovvio il tuo amore per la musica, vista l’atmosfera che hai sempre respirato in casa, ma mi piacerebbe sapere se hai già le idee chiare su ciò che vorresti fare da grande…
Mi piacerebbe continuare a suonare e sono curioso di vedere dove tutto questo mi porterà. Sto iniziando i miei esami di musica a scuola, per cui dovrò concentrarmi su questo nei prossimi anni.

E’ abbastanza difficile immaginare un ragazzo della tua età che ascolta musica progressiva: conosci i dischi di ELP? Ce n’è uno in particolare che ti piace di più?
Il mio album preferito è “Emerson Plays Emerson”, perché adoro le composizioni classiche che ha scritto mio nonno. Per quanto riguarda ELP, "Trilogy" è il mio preferito.

Come riesci a conciliare la musica con la scuola?
Non è complicato, dato che abbiamo un pianoforte in casa, così posso esercitarmi e prendere lezioni senza spostarmi. Sto studiando anche musica a scuola, insieme a tutte le mie altre materie.

Ho visto un video in cui suoni con un’orchestra: vorrei sapere cosa hai provato e se, guardando al futuro, pensi più a suonare all’interno di una band o all’esibizione solista.
Ero incredibilmente eccitato e nervoso all’idea di suonare con l'orchestra. All'epoca di quella esibizione, al Birmingham Tribute Show, avevo solo 11 anni, ma il conduttore Terje Mikkleson mi fece sentire molto a mio agio, ed è stata una sensazione incredibile dopo la performance! Guardando al futuro, chi lo sa?!


E' prevista una tua esibizione il 27 giugno, in Italia: sei contento di questa nuova esperienza?
Sono molto eccitato e onorato di essere invitato a suonare. Suonerò in memoria di due artisti incredibili, Greg Lake e Keith Emerson, e onorare la loro memoria e renderli orgogliosi è molto importante per me.

Un’ultima cosa: che ricordi hai del nonno? C’è un aneddoto che vuoi condividere con chi verrà ad ascoltarti a Zoagli?
Mio nonno mi dava lezioni di piano a casa sua, solo io e lui. Questo è per me un ricordo molto speciale, e suonare con lui è stato sempre molto divertente!



sabato 15 giugno 2019

Aaron and Ethan Emerson tell each other, awaiting the Zoagli event, on June 27th



On June 27, in Zoagli (GE), the 2nd ART IN PROGRESS EVENT will be proposed in memory of Greg Lake. All information (in italian) at the following link:


The event, which presents an evident fragrance of ELP, will have important and welcome guests:

REGINA LAKE (wife of Greg Lake of the ELP)
ELIONOR EMERSON (wife of Keith Emerson of the ELPs)
ETHAN EMERSON, who dedicates a piano concert to his grandfather Keith Emerson and the ELPs



I tried to ask a few questions to Aaron Emerson, one of Keith's two sons, and to young Ethan, who will perform on the occasion.

Some questions for Aaron

Premise: I saw ELP live when I was 17 (1973) and a few years ago I interviewed your father, as happened with Greg Lake, whom I met personally… just to say that I have a strong connection with that music and with those legendary musicians who have marked my life. I have some curiosity four you...

How was your family life having such an important father? Has it influenced you so much in your choices?
Growing up, my dad was on the road a lot of the time and my mum looked after myself and my brother Damon, but when he did come home I got to listen to a lot of music at a young age that, I guess, not a lot of 4 or 5 year olds got to listen to. Not a lot of kids at that age would listen to Prog Rock, but I was also listening to a lot of Classical music, and Jazz Artists and whatever he would play around the house. There are some songs that still stick with me to this day that he played when I was a kid, one of those was ‘Mountain Dance’ by Dave Grusin, also some very eclectic tunes that are out there, Chick Corea, Oscar Peterson, Jimmy Smith, Jack McDuff. So I got to listen to a lot of music at that age through dad. I would be listening to other music at school from my friends who were probably raised on more contemporary music, but I got introduced to a lot of different styles.

Have you continued your musical activity over time or have you chosen other paths?
I have continued to play music. I’ve had some bands over the years, Buzztonic was one of them and that was the first record deal I had. Now I am doing some session work, and writing with Steve Mac, Russell Small and Dino Psaras, who are world league artists/producers.

What do you think about Ethan's passion for music? Did you somehow push it in that direction or was it all natural?
We never pushed Ethan into playing the piano. I think he’s got a great gift. It’s his choice and we’ll see how it goes! I can guide him, but he has to choose his own path. He started playing dad’s music, I’m not expecting him to be playing dad’s music forever. I’d like him to try and find his own style, and do whatever he feels he wants to play. Whatever it is artistically, or any type of art or music, whatever he enjoys to do, I will support.

Do you have a memory, an anecdote of when you were a child and you had the chance to live and see up close the most important rock musicians?
I got to meet some amazing musicians over the years, Jeff Beck, Roger Daltrey, Ray Mansarek, Robbie Krieger, Jack Bruce to name a few. I remember when I was a kid, opening the door to Roger Daltrey who had come to do a session with dad in the barn at Stonehill where I grew up, and we went fishing at his house. Of course, Jim Davidson was always a good friend to my dad too and spent a lot of time with us at Stonehill.

A friend of mine, always remembers how he became a keyboard player after meeting Keith, when you were in his parents' school in Switzerland: do you remember him?
I was very young when we lived in Switzerland, so I’m sorry but I don’t remember much about that time. The only thing I remember is we lived next door to David Bowie because I used to play in the garden with his son!


… and  for Ethan

Your love for music seems obvious, given the atmosphere you've always breathed at home, but I'd like to know if you already have clear ideas about what you would like to do when you grow up...
I would like to continue playing music, and I’m excited to see where that takes me. I am starting my exams in music at school so that will have to put a focus on that over the next few years.

It is quite difficult to imagine a boy your age listening to progressive music: do you know ELP albums? Is there one in particular that you like best?
My favourite album of my grandfathers is ‘Emerson Plays Emerson’ because I love the classical compositions that he wrote. As for ELP, I think ‘Trilogy’ has to be my favourite.

How do you reconcile music with school?
It’s not too bad, as we have a piano in our house so I can practice and have lessons at home. I am studying music at school as well, along with all my other subjects.

I saw a video in which you play with an orchestra: I would like to know what you felt and if, looking to the future, you think more about playing inside a band or solo performance.
I was incredibly excited and nervous to play with the orchestra. At the time of that performance at the Birmingham Tribute Show, I was only 11 years old, but the conductor Terje Mikkleson made me feel very comfortable, and it was an amazing feeling after the performance! Looking to the future, who knows?!

Your performance is scheduled for June 27th, in Italy: are you happy with this new experience?
I am so excited and so honoured to be asked to play. I am playing in memory of two incredible artists, Greg Lake and Keith Emerson, and honouring their memory and making them proud is very important to me.

One last thing: what memories do you have of grandpa? Is there an anecdote you want to share with those who will come to listen to you at Zoagli?
My grandfather used to give me piano lessons at his house, just him and me. This is a very special memory for me. He was always very funny too.

giovedì 13 giugno 2019

Introduzione… progressiva al libro di Max Rock Polis, “Storie di Prog Rinascimento”


Max Rock Polis ha appena pubblicato un libro, “Storie di Prog Rinascimento” a cui ho scritto la prefazione. 

La propongo e consigliando al contempo la lettura del book…

Introduzione… progressiva!
di Athos Enrile

Parlare di musica progressiva con una certa originalità mi appare come un’ardua impresa: un fenomeno di breve durata - se si pensa alla piena visibilità -, mai cancellato, ritornato in auge in tempi recenti, anche se il concetto di “nicchia” appare perfettamente abbinabile al genere.
Le assi portanti del prog mal si addicono ai tempi televisivi e radiofonici, una per tutte la durata del singolo brano, mediamente dai cinque minuti in su.
E poi i testi raffinati, i tempi composti, le trame melodiche che si fondono col rock, con una porta aperta ad ogni genere di contaminazione. Un personaggio autorevole, in tempi lontani, asseriva che la musica progressiva non sarebbe mai esistita senza il mellotron… quindi gli archi, i fiati, la sperimentazione spinta, la piena libertà espressiva, l’abbandono delle certezze a favore di orizzonti inesplorati, l’arte visiva e grafica adattabile ad una esposizione museale.
C'è’ da rabbrividire nel pensare che una pletora di ventenni, nei primi seventies, riuscì ad inventare stili completamente differenti che, tutt’oggi, appaiono freschi e attuali: il recupero del classico da parte di ELP, la perfezione esecutiva di Fripp e soci, la commistione tra folk, rock e blues dei Jethro Tull, il puzzle sonoro e vocale dei Gentle Giant… piccoli esempi di prototipi della perfezione, ognuno immediatamente riconoscibile all’impatto.
Vista la premessa risulta complicato raggiungere le nuove leve, e l’elemento che quasi sempre fa da anello di congiunzione tra ere differenti è il genitore che, se fortunato e ostinato, riesce a passare alla prole un po’ delle proprie passioni.

E veniamo al cuore del book, a cui contribuisco con piacere perché anche io, come l’autore, prediligo il racconto di un mondo molto particolare attraverso i protagonisti, quelli che hanno avuto ruolo determinante alle origini - tornando poi a distanza di tempo ad amori mai sopiti - o le forze fresche, quelle che si avvicinano al genere prog dopo aver avuto l’occasione di toccare con mano cosa voglia dire creare musica di qualità.
Parto da questi ultimi, sottolineando, caso mai ce ne fosse bisogno, che la musica progressiva ha ormai raggiunto lo status dell’immortalità, esattamente come è avvenuto per la musica classica.
Andando ad analizzare con attenzione e curiosità un vinile degli anni ’70 si scopre facilmente come potrebbe essere oggetto di lavoro scolastico alternativo, con l’analisi degli aspetti musicali - tecnici e strutturali -, delle liriche - e dei significati profondi -, dell’artwork, del contesto storico e culturale, senza dimenticare l’opera di traduzione nel caso di album stranieri. Tanta manna per un professore open mind, così come per alunni inizialmente spiazzati, che a poco a poco prenderebbero coscienza e conoscenza di qualcosa di inaspettato ed estremamente piacevole… o forse no, perché la critica fa parte del normale esercizio di apprendimento.
Complicato? Utopia? Complicato no, utopistico probabile.
Eppure mi ritrovo tra le mani, con sempre maggior frequenza, album di giovani che propongono la loro musica, lontano dagli stereotipi imposti dai media. E i risultati sono di alto livello, perché la tecnica personale è aumentata, la tecnologia permette alchimie impensabili un tempo, e costruire una proposta credibile e presentabile è un gioco da ragazzi.
Non mi pare utile creare graduatorie di merito, ma mi piace evidenziare la commistione tra antico e attuale, quell’idea che ha portato il mio amico Giorgio “Fico” Piazza - primo bassista della PFM - a raccogliere attorno a sé un manipolo di ragazzi che lui guida e prova a plasmare, portando in giro per i palchi italiani - e non solo - uno show dedicato ai primi due album della Premiata: è questo lo spirito nel quale prolifica il concetto di “diffusione del verbo…” e sharing. E che dire di Lino Vairetti e della Prog Family degli Osanna, da lui creata attraverso il coinvolgimento di giovanissimi!
Non è materia per malati di musica specifica, né la voglia di rimanere ancorati ad un passato ormai lontano, ma il tutto nasce dalla convinzione che la buona musica vada proposta e raccontata a chi non ha mai avuto l’opportunità di ascoltarla - per mero stato anagrafico -, e che dopo la fruizione potrà decidere se varrà la pena proseguire il percorso conoscitivo oppure no.

Alto scenario è quello relativo ai ritorni illustri: vedo molte possibilità collegate.
Partiamo dal fatto che certe passioni non ci lasciano mai, e se i casi della vita hanno fatto sì che raggiunta la maturità sia stato necessario fare scelte dolorose, arriva il momento in cui ci si può ricongiungere a ciò che è stato momentaneamente abbandonato.

Altra condizione ci porta alla mancanza di opportunità, il non trovarsi al posto giusto nel momento corretto, e sono moltissime le band che, uscite dal magico fazzoletto temporale compreso tra il 1970 e il 1975 - e quindi entrate in circolo con lieve ritardo - non hanno trovato case discografiche disposte ad investire su di un disco costruito attraverso un genere ormai in fase decisamente calante. Il problema attualmente non esiste, il disco si fa e arriva ovunque nel mondo, anche se bisogna tralasciare l’idea del profitto.
Aggiungerei anche che certi nomi storici italiani sono rimasti nel cuore e nella mente di popoli a cui nessuno pensava quarantacinque anni fa, e l’accoglienza riservata, ad esempio, dal Giappone a band che propongono magari un solo elemento originale non ha eguali nel nostro paese, e rappresenta elemento motivante alla ricerca di quelle soddisfazioni che magari non si sono avute ad inizio carriera.
Ci sono poi quelli che non hanno mai smesso, che hanno navigato nel tempo modellando il comportamento a seconda delle esigenze, perché alla fine tutti “tengono famiglia”, e che ora sono pienamente autorizzati a rientrare nei ranghi.
Lascio per ultimo il comportamento più commovente e comprensibile, quello che fa sì che, riproponendosi come nel passato, ci si continui a sentire giovani e utili al prossimo, perché non credo ci sia nulla come il rapporto osmotico che si crea tra il musicista sul palco e il suo pubblico che possa dare assoluta carica vitale, una scossa con un continuo doppio senso di circolazione, un dare e avere senza soluzione di continuità.

Il vinile sta tornando a galla in maniera preponderante, in alcuni casi anche la musicassetta, in un periodo in cui ci siamo ormai abituati alla musica “liquida”, quella supercompressa, facile da scaricare e utilizzabile con tutti i device che ci circondano.
Forse il tutto può coesistere, anche se temo che le emozioni musicali totalizzanti vissute da quelli della mia generazione non siano riproponibili di questi tempi.
Ma a cosa mi riferisco quando parlo di “emozioni”? Ci vogliono esempi oltre alle parole scontate e ridondanti!
La musica, certa musica, mi serve per stare bene, a volte anche per soffrire.
Sono io che decido e so esattamente quali sono i tasti da toccare, e la cosa bella è che il tutto si può ripetere all’infinito, non è fatto occasionale.
Non c‘è razionalità in questo, e probabilmente il tutto si riconduce all’enorme stimolo che solo la musica può dare nell’alimentare il ricordo. Faccio un piccolo e recente esempio.
Mi accade che, sentendo la seconda parte di “The Cinema Show”, sia percorso da almeno venti secondi di brividi intensi che, partendo dal collo, arrivano sino alle ginocchia, e in quel frammento temporale provo sensazioni che, oggettivamente, sono in difficoltà nello spiegare compiutamente, un senso di estrema serenità, eccitazione e sviluppo di immagini che mi capita di provare in tante occasioni, non solo con la musica dei Genesis.
Che dire ancora, auguro a tutti di provare le stesse sensazioni benefiche, quelle che, personalmente, soltanto la musica progressiva riesce a regalarmi.

Buona lettura attraverso il racconto di Max Rock Polis e i suoi ospiti.

Piccolo esempio di perfezione prog…

giovedì 30 maggio 2019

The Samurai Of Prog- “Toki No kaze”


The Samurai Of Prog-Toki No kaze”
Di Athos Enrile

Ritornano i The Samurai Of Prog e in sede di commento non posso far altro che ripescare nella memoria giudizi già espressi, e la convinzione che, almeno dal punto di vista dei lavori in “studio”, la multinazionale finlandese rappresenti l’essenza della musica progressiva e tenda a conservare i valori che furono dei primi seventies, con un logico ammodernamento atto a colmare il grande spazio temporale… ma il profumo di allora resta intatto.

Mi è capitato recentemente di ascoltare un album cult di rock progressivo, depurato totalmente della vocalità e di ogni tipo di “durezza” - a favore di trame classiche -, ovvero elementi che, in origine, erano caratterizzanti. Nonostante la "mutilazione" voluta, la bellezza delle trame è tale che la mutazione verso la classicità produce uno stato di immortalità.



Ecco cosa accade alla musica dei Samurai (Kimmo Pörsti alle percussioni, Marco Bernard al basso e Steve Unruh al violino/flauto e voce), un donare estrema dignità ad una musica nata piò o meno cinquant’anni fa, dando risalto a tutte le componenti essenziali (tranne i live, per motivi ovvi…). Vediamo quali:

-trame tipiche del genere (complessità, tempi composti, estrema libertà espressiva, varietà di genere)
-massimo coinvolgimento di artisti, in azione in ogni parte del globo (e qui gli aspetti tecnologici si fanno sentire…)
-accurata scelta della grafica e della confezione, riuscendo a fornire il piacere tipico dell’antico vinile (come sempre, il geniale e fido Ed Unitsky lascia il segno!)
-una prolificità fuori dal comune, tanto che all’uscita di ogni album esista già il materiale per quello successivo.

Ciò che è appena stato rilasciato si intitola Toki No kaze.

Perché utilizzare la lingua giapponese?
Bernard svela il segreto: “Sono composizioni originali ispirate dai film di Hayao Miyazaki…”
Un minimo di descrizione di Miyazaki: regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico giapponese. Con una carriera durata cinquant'anni, Miyazaki è col tempo divenuto l'esponente dell'animazione giapponese più conosciuto all'estero. È considerato uno dei più influenti animatori della storia del cinema e secondo molti il più grande regista d'animazione vivente: la sua figura è stata paragonata più volte a quella di Walt Disney per l'importanza dei suoi contributi nel settore dell'animazione e ad Akira Kurosawa per la centralità nella storia del cinema giapponese.

Nei fatti va in scena un vero e proprio parallelismo tra l’evoluzione dell’opera di uno dei più famosi registi al mondo e la trasposizione musicale dei TSOP.

Il nuovo album consta di dodici tracce, circa settacinque minuti di musica che sempre Bernard descrive così: “Dal pastorale all’epico, questo è rock progressivo sinfonico con un respiro cinematografico. Ricche orchestrazioni (compresi violino, sassofono, fiati, trombe e una miriade di tonalità di chitarre e tastiere), con il suono di un basso Rickenbacker e una batteria dinamica che forniscono la spina dorsale del tutto…”.

Ho ascoltato con attenzione e in religiosa concentrazione la progressione dei brani, e la mia estrema sensibilità verso questo modo di fare e proporre musica mi ha positivamente “stordito”… occorre prendersi il tempo necessario, sicuri che nessuno nei dintorni sarà portatore della minima distrazione!

Apre l’album “A Tear in the Sunset”, lungo pezzo strumentale che nell’idea originale propone l’avventura di due ragazzi sulle tracce di una misteriosa e magica isola fluttuante nel cielo… (Castle in the sky”). La musica è di Octavio Stampalia, che realizza un copione magico su cui iniziano le prove di orchestra dei Samurai in toto e dei primi collaboratori (oltre a Stampalia alle tastiere, troviamo Marc Papeghin alla tromba e corno francese, Kari Riikimaki e Pablo Robotti alle chitarre).

Segue la breve ma fascinosa “Fair Play”, scritta - e suonata al piano - da David Myers, coadiuvato dal flauto e dal violino di Unruh.

Zero” (The wind rises) si rifà alla storia di Jirō Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che progettò molti degli aerei da caccia e bombardamento utilizzati dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale nel teatro del Pacifico, tra cui il celebre Mitsubishi A6M, utilizzato nell’attacco di Pearl Harbor.
E’ un altro consistente brano strumentale che accompagna e delinea perfettamente la storia raccontata da Miyazaki. La musica e le tastiere sono di Alessandro di Benedetti, e vede all'opera la band al completo con l’ausilio delle chitarre di Massimo Sposaro e Kari Riikimaki.

“The Never-Ending Line” (Impressions on Miyazaki) propone la prima voce dell’album, quella incredibile di Daniel Fäldt, per un brano scritto da Alessandro di Benedetti (musica) e Federico Tetti (liriche), che introduce il sax di Marek Arnold: una favola sonora che colpisce e coinvolge.

Au contraire” (Porco Rosso) vede salire in cattedra l’ex Latte & Miele Oliviero Lacagnina, che firma un altro strumentale che fluttua tra fiati, tastiere e sezione ritmica; ancora una parte orchestrale atta al racconto liberamente basato sul manga Hikōtei jidai, creato da Miyazaki. Porco Rosso è ambientato nella nostra penisola, e racconta la storia di un aviatore diventato maiale, che si rifiuta di venire a patti con il regime fascista.

“Reality” (Impressions on Miyazaki) presenta come massima protagonista un’artista a me sino ad oggi sconosciuta, Yuko Tomiyama, autrice del pezzo (musica e liriche): canta e si propone alle tastiere, un grande lavoro di squadra che vede, oltre ai Samurai, Alan Shikoh alla chitarra,  Roberto Vitelli al Taurus pedal e Jose Medina (orchestration).

A seguire “The Bicycle Ride” (“Kiki’s  delivery service”), altra perla strumentale, struggente e melanconica, con trame che giocano sull’alternanza di sax, violino e flauto, con il tocco chitarristico femminile della bravissima Marcella Arganese, a mia memoria nuova all’interno dell’universo TSOP.

Una nuova alchimia nasce con “Castle Blue Dream” (Howl’s Moving Castle), dove ritorna “la voce”, questa volta di Unruh, che oltre agli strumenti abituali imbraccia la chitarra classica. Le tastiere sono di Sergio Chierici. Altro episodio toccante, per melodia e progressione orchestrale per raccontare immagini e sentimenti che fanno riferimento a “Il Castello Errante di Howl“. 

Il nono step si intitola “The Spirits Around Us” (Princess Mononoke), che Miyazaki propone con varie sfaccettature: messaggi animalisti e femministi, ma anche il concetto di conflitto in tutte le sue possibilità, che si tratti di uomini contro uomini, uomini contro natura o animali contro animali.
La varietà di artisti questa volta propone l’ausilio di Danilo Sesti alle tastiere (è sua la musica mentre i testi sono di Unruh), Fran Turner alla chitarra e Kenrou Tanaka anch’esso alla chitarra. Un altro punto di eccellenza.

Con “Nausicaä e i Custodi della Vita” (Nausicaä of the valley of the wind) entra in gioco il team “genovese”, che firma la canzone (Luca Scherani musica ed Elisa Montaldo le liriche) e si unisce ai TSOP assieme a Marcella Arganese alla chitarra e Alice Scherani (vocalizzazioni).
Nausicaä, giovane principessa della Valle del vento, rimane coinvolta in uno scontro con Tolmechia, un regno che cerca di riportare in funzione un'antica arma per spazzare via una giungla tossica popolata da insetti giganti. Nausicaä dovrà cercare di evitare che i tolmechiani irritino queste creature…
Una favola che prende corpo, un racconto musicale condotto dalla particolare timbrica vocale della tastierista genovese, arrivata al cantato mano a mano che la sua carriera si è evoluta.

Think Green” (Ponyo) è una favola sull'amore, sulle promesse, sul rispetto degli altri.
I tre Samurai si superano, una sezione ritmica precisa, incalzante e regolata dal tappeto tastieristico di Miche Mutti (autore della musica), molto emersoniano, e dalle fughe del violino di Unruh, mentre il vocalist è anche autore dei testi, Michele Marinini.

A chiudere l’album “La Magia è la Realtà” (Spirited Away), il cui racconto è paragonabile ad Alice nel Paese delle Meraviglie, anche se più selvaggio e surreale, ma allo stesso tempo più credibile e coerente.
Una chicca che vede protagonista ancora Elisa Montaldo, che oltre a suonare le “sue” tastiere e a scrivere il brano, lo propone cantato in giapponese, favorita dalla traduzione di Yoshiko Kase, fan del genere e abitué nel mondo prog.
E’ la ovvia conclusione di una favola, di un viaggio, di un percorso che va goduto attimo dopo attimo.

Il perfetto binario su cui, in questa occasione, scorrono musica e racconto, permette a questo manipolo di artisti di spaziare con la fantasia ampliando la fase creativa.
Il risultato è davvero di primordine, perfetto dal punto estetico, inappuntabile da quello del ricercato contesto prog, ma tutta questa “perfezione” sarebbe sterile se fosse fine a sé stessa, se non provocasse, come invece accade, il piacere d’ascolto che, in questo caso, conduce al sogno, al mondo della magia, all’invenzione che porta benessere fisico prolungato.
Musicisti straordinari che, utilizzando il collante dell’obiettivo comune, regalano al pubblico musica di pregio, e più di questo non credo si possa chiedere…
L’album è appena stato rilasciato ma i TSOP sono nuovamente in fermento. E già si parla di altri brani “fenomenali”!


Songs / Tracks Listing
1. A Tear in the Sunset (8:07)
2. Fair Play (2:34)
3. Zero (7:40)
4. The Never-Ending Line (4:55)
5. Au Contraire (5:07) 6. Reality (9:24)
7. The Bicycle Ride (4:36)
8. Castle Blue Dream (7:38)
9. The Spirits Around Us (5:59)
10. Nausicaa e i Custodi della Vita (5:48)
11. Think Green (6:30)
12. La Magia è la Realtà (6:20) Magia tra giapponese e prog
Total Time 74:46

Line-up / Musicians
- Marco Bernard / Rickenbacker bass
- Kimmo Pörsti / drums and percussion
- Steve Unruh / vocals, violin, flute, guitars
with:
- Octavio Stampalìa / keyboards
- Marc Papeghin / French horn, trumpet
- Kari Riihimäki / guitars
- Pablo Robotti / guitars
- Elisa Montaldo / keyboards, vocals
- Ruben Alvarez / guitars
- José Medina / orchestration
- Danilo Sesti / keyboards
- Fran Turner / guitars
- Kenrou Tanaka / guitars
- Oliviero Lacagnina / keyboards
- Luca Scherani / keyboards
- Marcella Arganese / guitars
- Alice Scherani / vocalization
- Yuko Tomiyama / vocals, keyboards
- Alan Kamran Shikoh / guitars
- Roberto Vitelli / Taurus pedal
- Alessandro di Benedetti / keyboards
- Federico Tetti / guitars
- Daniel Fäldt / vocals
- Antony Kalugin / keyboards
- Marek Arnold / sax
- Sergio Chierici / keyboards
- David Myers / piano
- Massimo Sposaro / guitars
- Michele Mutti / keyboards
- Michele Marinini / vocals

Releases information
Artwork: Ed Unitsky
Illustrations: Alessandra Bernard
CD Seacrest Oy ‎- SCR-1022 (2019, Finland)
Mixato con una qualità adatta agli audiofili da Kimmo Pörsti dei The Samurai, con una splendida confezione creata dal già citato Ed Unitsky.