sabato 29 giugno 2019

2°ART IN PROGRESS EVENT in memoria di Greg Lake: il resoconto


Anche il “2° Art in Progress Event”, manifestazione ideata per celebrare la figura di Greg Lake, ha messo in mostra l’estrema qualità, così come avvenuto nelle precedenti edizioni.
Cambiano i protagonisti musicali, e si passa da Bernardo Lanzetti (2017) a Juri Camisasca (2018), sino ad arrivare all’edizione attuale che è l’oggetto del mio commento.

Cosa non cambia è il motore dell’iniziativa, Paola Tagliaferro, musicista, artista poliedrica, presidente dell’Accademia Internazionale delle Arti, che da tempo fornisce testimonianza di una sua competenza specifica, quella organizzativa.
Come è noto, al centro della manifestazione c’è la figura di Greg Lake, che amava questi luoghi e che regalò ai presenti un memorabile concerto “in famiglia” nel novembre del 2012, nelle sale interne del Castello Canevaro.

Sto parlando dell’incantevole Zoagli, cittadina della provincia genovese che si affaccia direttamente sul mare, un mare quasi sempre amico, ma capace a volte di forti ribellioni, come quella palese di fine ottobre 2018, quando l’enormità delle onde creò danni ingenti e, restando in tema, inghiottì la targa in marmo commemorativa realizzata per la consegna della Cittadinanza ad Honorem post mortem a Lake.

L’evento del 27 giugno inizia proprio con la ripetizione del rito, una nuova affissione, questa volta con il contenuto in doppia lingua.


Elinor Emerson e Regina Lake

Dalla morte di Greg, avvenuta a fine 2016, il collegamento con Zoagli e con Paola è proseguito attraverso la moglie Regina, sempre presente, ma in questa circostanza il profumo di ELP è stato ancora più intenso, per la presenza di una buona rappresentanza degli Emerson: la moglie Elinor e il figlio Aaron con tutta la famiglia, compreso il nipote “grande” di Keith, Ethan, un tredicenne che pare toccato dal sacro fuoco della passione musicale, pianistica in particolare, e che ha avuto un ruolo centrale nel corso dell’evento, dovendo proporre un concerto dedicato al nonno e agli ELP.

Ma andiamo per ordine, sottolineando che, analogamente a quanto accaduto nelle edizioni passate, il focus era l’arte nel senso più ampio del termine, e se è vero che la musica di qualità ne è una rappresentazione, gli aspetti visivi e letterari hanno permesso di fermare il cerchio.

Coraggiosa Paola Tagliaferro… ciò che propone ogni anno è ambizioso e certamente rivolto ad una nicchia, il che non appare come la ricerca di un coinvolgimento esclusivo, ma piuttosto la proposizione della qualità ad ogni costo, con un obiettivo più o meno recondito, quello di incuriosire e avvicinare chi vive all’interno dell’ortodossia imposta da altri.
Non c’è nulla di facile in quello che ho visto ed ascoltato il 27 giugno, ma ho goduto di uno spettacolo inusuale, intaccato solo da temperature africane, ma nemmeno Paola è riuscita ad incidere sugli eventi atmosferici!

Dopo la rivelazione della nuova targa, il secondo step prevedeva lo spostamento a Villa Vicini, per la partecipazione al reading poetico “Un ozioso pomeriggio di poesia, suoni e profumi”.



In uno scenario fantastico, introdotto e intercalato dalla viola di Giulia Ermirio, Barbara Garassino ha dato l’inizio alla recitazione, seguita da Claudio Pozzani che, prima di proporre la sua idea di poesia, ha agito da mediatore tra il pensiero del poeta venezuelano Jose’ Pulido - alla seconda apparizione - e il folto pubblico.

Sono stati momenti di pura emozione, graditi in modo autentico dall’audience, che hanno visto la presenza delle signore Lake ed Emerson, sicuramente in difficoltà con la lingua, ma probabilmente calate in pieno nella magica atmosfera venutasi a creare.
Mi scuso con i protagonisti di questa parte di evento, ma alcuni problemi tecnici mi hanno impedito le riprese video.

A seguire, la possibilità di visitare la mostra “Il colore della bellezza”, a cura di Lydia Soltazzi Romanelli, a cui hanno contributo le pittrici: Maria Cristina Ardito, Madda Bottigelli, Rosanna Cordaz, Lia Foggetti, Rosy Maccaronio, Giovanna Orio, Mariarosa Razeto, Maria Vittoria Vallaro, e Lydia Soltazzi Romanelli.

Alle 21 tutto è pronto per il concerto per pianoforte di Ethan Emerson, inizio dell’evento musicale di giornata che, contrariamente a quanto avvenuto in passato, ha avuto luogo nella fascinosa Piazza San Martino.

Pubblico in grande numero e stralci di famiglia Emerson e Lake in prima fila.


Ethan Emerson

Dopo qualche domanda di rito al timidissimo Ethan (e ci mancherebbe il contrario!), inizia la performance, con una dedica particolare a nonna Elinor.
Il video che propongo riprende parte del concerto, e mette in evidenza una maturità ed un talento da far luccicare gli occhi a chi vorrebbe vedere in Ethan il proseguimento naturale del nonno; è solo un bimbo, e chissà mai dove potranno condurlo la sua passione e gli accadimenti della vita, ma sognare è lecito… il sogno di Ethan, in questo caso, potrebbe essere lo stesso di chi ha amato svisceratamente la musica degli ELP.

Lascio al lettore ogni tipo di giudizio…


La fine della performance è in pieno stile ELP, perché entra in scena Paola Tagliaferro per un duetto da sogno, quello legato ad uno dei pezzi più belli in assoluto nella storia della musica, Trilogy


Non c’è tempo per metabolizzare le emozioni e sale rapidamente sul palco per un saluto Aaron Emerson, a cui viene richiesto a gran voce un intervento pianistico, che ho catturato da vicino…


La seconda parte di serata prevede la messa in scena del live di “Fabulae”, ultimo disco di Paola Tagliaferro e La Compagnia dell’Es di cui fanno parte il chitarrista Pier Gonella, Giulia Ermirio alla viola, il pianista Andrea Zanzottera, a cui si aggiungono Enten Hitti e il percussionista indiano Akhilesh Gundecha.

La musica di Paola Tagliaferro è frutto di una avanzata spiritualità, e la sua proposizione richiede concentrazione e una buona dose di virtuosismo da ascolto: liriche nella lingua madre e in inglese, strumenti acustici e variegati, messa in scena della tradizione e delle differenti culture che si integrano nel nome di un linguaggio universale, quello della musica, e l’alchimia venutasi a creare durante il concerto è un mix di tutti questi fattori, a cui si aggiunge una particolare atmosfera legata all’ambientazione e alla condivisione del momento con le “diramazioni” del gotha del rock, tra cui si cerca di trovare, quasi disperatamente, un seme che possa far sì che la storia si ripeta.


RAI 3 era presente a sancire la sacralità della manifestazione.

Qualche ringraziamento di rito a nome dell’Accademia Internazionale delle Arti: a Regina Lake in primis, al Service Limelightmusic di Corrado Barchi, ai fotografi - Angelo Ciani, Enrico Rolandi, Cesare Rinaldi e Fabio Piumetti -, alla segretaria del Comune di Zoagli Sara Coli, all’ufficio stampa Comune di Zoagli Isabella Puma, a Franco Rocca e signora per l’allestimento di piante verdi offerto per Piazza San Martino; e ancora, ai giornalisti Chiara Barbieri, Simone Rossellini, Gabriele Peritore, Andrea Trevaini, alle numerose testate online liguri, nazionali e internazionali.

Un grazie anche a chi ha accolto in modo egregio gli ospiti: Castello Canevaro di Zoagli, Excelsior Palace Hotel Rapallo, B&B Villa il Respiro, ristorante Arenella Zoagli, Il Delfino di Portofino, Ca’del Frate di Zoagli.

E grazie a Fiorenza Cianci e Athos Enrile che hanno dialogato sul palco con Ethan Emerson.

Una sottolineatura particolare va a tutta l’Amministrazione del Comune di Zoagli.

Una mia nota personale.
In fase di apertura concerto mi è stato chiesto un commento, a cui sono seguite alcune domande a Ethan. Il sunto del mio pensiero racchiude una vita intera.
Il 15 giugno del 1972 - avevo sedici anni - vidi un concerto di ELP al Palasport di Genova, e quei tre fenomeni on stage erano musicisti irraggiungibili, inavvicinabili e mitici per un “bimbo” come me, già intriso di musica.
Col passare del tempo le distanze si sono accorciate, e sono riuscito a intervistare sia Emerson che Lake e a vedere da vicino un concerto di quest’ultimo.
Ora mi è capitato di conoscere altri pezzi di famiglia, e ciò mi permette di creare altri solidi legami con la musica con cui sono cresciuto e che ancora mi riempie di vera gioia…  ma chi l’avrebbe mai detto, quarantasette anni fa, mentre ero seduto a terra, sul duro cemento del Palasport, che un giorno afoso di fine giugno del 2019 avrei cenato al tavolo delle signore Emerson e Lake? Piccole soddisfazioni che alimentano un entusiasmo tipico dei giovani: musica come elisir di vita lunga e serena? La musica di Paola Tagliaferro, a mio giudizio, aiuta e spinge in quella direzione.

E cosa accadrà il prossimo anno?


2nd ART IN PROGRESS EVENT in memory of Greg Lake: the report


Even the "2nd Art in Progress Event", designed to celebrate the figure of Greg Lake, showed the extreme quality, as happened in previous editions.

The musical protagonists change, and we move from Bernardo Lanzetti (2017) to Juri Camisasca (2018), up to the current edition which is the subject of my comment.

What does not change is the engine of the initiative, Paola Tagliaferro, musician, multifaceted artist, president of the International Academy of Arts, which has provided testimony of its specific, organizational competence.

As is known, at the center of the event is the figure of Greg Lake, who loved these places and who gave those present a memorable concert "in the family" in November 2012, in the inner halls of the Canevaro Castle.

I'm talking about the enchanting Zoagli, a town in the province of Genoa that directly overlooks the sea, a sea that is almost always friendly, but sometimes capable of strong rebellions, such as the known one that dates back to the end of October 2018, when the the enormity of the waves created enormous damage and, remaining on the subject, swallowed the marble commemorative plaque made for the delivery of the Citizenship ad Honorem post mortem to the Greg Lake.

The June 27 event starts with the repetition of the rite, a new posting, this time with the content in two languages.


Elinor Emerson e Regina Lake

Since Greg's death at the end of 2016, the connection with Zoagli and Paola has continued through his wife Regina, always present, but in this circumstance the scent of ELP has been even more intense, due to the presence of a good representation of Emerson : his wife Elinor and son Aaron with the whole family, including the biggest nephew of Keith, Ethan, a thirteen year old who seems touched by the sacred fire of musical passion, piano in particular, and who played a central role during the event, having to propose a concert dedicated to the grandfather and the ELPs.

But let's go in order, emphasizing that, similarly to what happened in the past editions, the focus was art in the broadest sense of the term, and if it is true that quality music is a representation of it, the visual and literary aspects have allowed to stop the circle.

Brave Paola Tagliaferro ... what she proposes every year is ambitious and certainly aimed at a niche, which does not appear as the search for exclusive involvement, but rather the proposition of quality at all costs, with a more or less hidden goal, that of to intrigue and approach those who live within the orthodoxy imposed by others.

There is nothing easy in what I saw and heard on June 27th, but I enjoyed an unusual show, affected only by African temperatures, but not even Paola managed to change the weather.

After the revelation of the new plaque, the second step involved moving to Villa Vicini, for participating in the poetic reading "An idle afternoon of poetry, sounds and fragrances".



In a fantastic setting, introduced and interspersed with Giulia Ermirio's viola, Barbara Garassino started the acting, followed by Claudio Pozzani who, before proposing his idea of ​​poetry, acted as a mediator between the thought of the Venezuelan poet Jose Pulido is the large audience.

They were moments of pure emotion, authentically welcomed by the audience, which saw the presence of the ladies Lake and Emerson, certainly in difficulty with the language, but probably dropped in full in the magical atmosphere created.

I apologize to the protagonists of this part of the event, but some technical problems prevented me from shooting the videos.

Afterwards, the opportunity to visit the exhibition "The color of beauty", curated by Lydia Soltazzi Romanelli, to which the painters contributed: Maria Cristina Ardito, Madda Bottigelli, Rosanna Cordaz, Lia Foggetti, Rosy Maccaronio, Giovanna Orio, Mariarosa Razeto, Maria Vittoria Vallaro, and Lydia Soltazzi Romanelli.

At 9pm everything is ready for the Ethan Emerson piano concert, the start of the day's musical event which, contrary to what happened in the past, took place in the fascinating Piazza San Martino.

A large audience and part of the Emerson and Lake families in the front row.


Ethan Emerson

After some ritual questions to the timid Ethan (and we would miss the opposite!), the performance begins, with a special dedication to grandmother Elinor.

The video that I propose takes part of the concert, and highlights a maturity and a talent that makes the eyes shine to those who would like to see in Ethan the natural continuation of the grandfather; he is just a child, and who knows where his passion and life events can lead him, but dreaming is legitimate ... Ethan's dream, in this case, could be the same as someone who loved the music of ELP.

I leave the reader every kind of judgment ...


The end of the performance is in full ELP style, because Paola Tagliaferro enters the scene for a dream duet, the one linked to one of the most beautiful pieces ever in the history of music, Trilogy. 


There is no time to metabolize emotions and Aaron Emerson is called to the stage for a greeting, and he is loudly asked for a song on the piano, which I have taken up close ...


The second part of the evening includes the staging of the live performance of "Fabulae", the latest album by Paola Tagliaferro and La Compagnia dell'Es which includes the guitarist Pier Gonella, Giulia Ermirio on viola, the pianist Andrea Zanzottera, to whom add Enten Hitti and the Indian percussionist Akhilesh Gundecha.

Paola Tagliaferro's music is the result of an advanced spirituality, and her proposition requires concentration and virtuosity: lyrics in Italian and English, acoustic and variegated instruments, staging of tradition and of different cultures that are integrated in the name of a language universal, that of music, and the alchemy created during the concert is a mix of all these factors, to which is added a particular atmosphere linked to the setting and the sharing of the moment with the "branches" of the rock elite, among which we try to find, almost desperately, a seed that can make the story repeat itself.


RAI 3 was present to sanction the sacredness of the event.

Some ritual thanks on behalf of the International Academy of Arts: in Regina Lake in primis, at the Limelightmusic Service of Corrado Barchi, at the photographers - Angelo Ciani, Enrico Rolandi, Cesare Rinaldi and Fabio Piumetti -, at the secretary of the Municipality of Zoagli Sara Coli, to the Municipality press office of Zoagli Isabella Puma, to Franco Rocca and lady for the preparation of green plants offered for Piazza San Martino; and again, to journalists Chiara Barbieri, Simone Rossellini, Gabriele Peritore, Andrea Trevaini, to the numerous Ligurian, national and international online newspapers.


Thanks also to those who have welcomed the guests in an excellent way: Canevaro Castle in Zoagli, Excelsior Palace Hotel Rapallo, B & B Villa il Respiro, Arenella Restaurant Zoagli, Il Delfino di Portofino, Ca’del Frate di Zoagli.

And thanks to Fiorenza Cianci and Athos Enrile who talked on stage with Ethan Emerson.

A special emphasis goes to the entire administration of the Municipality of Zoagli.
  
A personal note of mine

At the opening of the concert I was asked for a comment, which was followed by some questions to Ethan. The summary of my thought contains a whole life.

On June 15, 1972 - I was sixteen - I saw an ELP concert at the Palasport in Genoa, and those three on stage phenomena were unreachable, unapproachable and mythical musicians for a "baby" like me, already steeped in music.
Over time the distances have shortened, and I was able to interview both Emerson and Lake and see a concert of the latter up close.

Now I happened to learn about other family pieces, and this allows me to create other solid bonds with the music I grew up with and that still fills me with real joy... but who would have thought, forty-seven years ago, while I was sitting on the ground, on the hard concrete of the Palasport, that on a sultry day in late June of 2019 I would have dined at the table of the ladies Emerson and Lake? Small satisfactions that feed a enthusiasm typical of young people: music as a long and serene elixir of life? Paola Tagliaferro's music, in my opinion, helps and pushes in that direction.

And what will happen next year?


giovedì 27 giugno 2019

Nel ricordo di John Entwistle



Il 27 giugno del 2002  moriva, a soli 57 anni, John Entwistle, bassista storico degli Who; il suo corpo viene ritrovato nella stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas, le cause del decesso, attacco cardiaco, aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002, dove viene ricordata la figura di John Entwistle.

Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un “prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge, crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.

Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo stabilirà un'autopsia).

Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who. Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”, insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante, c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano, velocissime, sulla tastiera del basso. Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile, sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo, voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni (probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai rockers), poi cercando di allargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”. Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who: epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati, così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997). Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick, sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese, esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates, dove invitò a suonare il suo compagno di scuola Pete Townshend. Poi, sempre insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del gruppo. Ma tutto questo, ormai, è solo ricordo.




mercoledì 26 giugno 2019

Chiedi chi erano i Queen…



Antonio Pellegrini, saggista e musicista genovese, mi ha chiesto per la seconda volta un contributo scritto per il suo nuovo libro.
Era accaduto con The Who e Roger Daltrey in Italia” e ora con “Italian Rhapsody”, dedicato ai Queen.
Propongo in questo spazio la mia riflessione…



Chiedi chi erano i Queen…

Introdurre un libro dedicato ad un artista - o a un gruppo di artisti - significa per me snocciolare elementi personali, lontani dalla didattica e dalla storia che ormai circonda i miti della musica.
Scrivere dei Queen, quindi, mi sollecita memorie che, dal lontano passato, approdano ai giorni nostri e, lontana l’idea che i miei accadimenti possano essere interessanti per il lettore, resta la speranza che le mie considerazioni e i ricordi ne alimentino altri, innescando il rapporto osmotico che spesso si realizza quando va in scena la grande musica, in tutte le sue rappresentazioni.
Ragionando in questi termini allargo il concetto a tutta la musica che viviamo in gioventù, che magari releghiamo in un angolo anche se di qualità, perché giudicata troppo ortodossa, in un periodo della vita in cui bisogna per forza andare controcorrente. Ma alla fine, con la maturità i conti tornano, sempre. Vediamo a cosa mi riferisco.
Vorrei dividere il tutto in tre sezioni.

Parto dal 1976, ero un giovanissimo, ma già intriso di musica, il rock, soprattutto quello progressivo.
I juke box di allora erano scatole magiche che con 100 lire fornivano la possibilità di ascoltare tre brani, ed esisteva la convivenza di generi molto diversi tra loro: era facile ascoltare una tripletta del tipo Diana (Paul Anka), Get Down Tonight (KC) e Peel The Paint (Gentle Giant).
Nel contenitore delle meraviglie di quell’anno era presente anche Somebody To Love, dei Queen, una band che secondo noi era troppo commerciale, e non è un caso che parlo al plurale, l’appartenenza ideologica al gruppo era fondamentale. Ricordo un certo rifiuto a prescindere, un trionfo dell’irrazionalità che a quell’età si può, forse, perdonare: “… sì… bravi, ma molto easy!”. Più che ignoranza musicale direi… indecenza comportamentale che a posteriori rigetto in toto.
Eppure, nonostante l’inutile rigidità - comunque difficile da scalfire -, quel brano ti entrava dentro, la voce di Freddie Mercury non era umana, e poi quell’assolo di Brian May era quanto di meglio il rock potesse proporre, così come era facile avvertire che il mix di voci era qualcosa che le altre band non avevano, una peculiarità difficile da copiare senza talento e gusto estremo.

Sono passati anni, e le cose della vita mi hanno allontanato dalla musica - momentaneamente -, ma non mi sono perso  i macro eventi, quindi anche ciò che riguarda i Queen.
E arriva il 1991. Sono su di un aereo che da Madrid mi riporta a casa, apro noiosamente il giornale e trovo la notizia della morte di Freddie: non mi ero accorto di nulla, del suo decadimento fisico, delle voci che circolavano, della progressione della tragedia.
Come spesso capita nel quotidiano, quando la scintilla scocca il fuoco si accende e porta chiarezza che, in questo caso, ha significato per me il riappropriarmi del passato perso, il ricercare la musica e tutto quanto disponibile al momento sul “mondo Queen”. Il cofanetto natalizio con miriadi di video della band diventa il mio pane quotidiano, e a poco a poco risalgo alle origini, ricostruendo la storia di una delle più grandi rock band della storia che, purtroppo non sono riuscito a vedere dal vivo, e non c’è tecnologia al mondo che possa avvicinarsi all’emozione che ti dà l’evento vissuto davanti al palco.

Arriviamo ai giorni nostri… la maturità mi permette ormai di guardare le cose con obiettività, di ascoltare ciò che mi emoziona senza alcun condizionamento, di affermare che la musica dei Queen ha assunto lo status dell’immortalità, una condizione che prescinde dalla presenza dell’elemento carismatico, del genio, del frontman, di quell’uomo dalla vita piena di  vicende complicate che se ne è andato troppo presto, ma ha lasciato un’eredità inesauribile.
I Queen non sono Freddie e basta. May è stratosferico, soprattutto per la sua riconoscibilità, per un tocco che solo lui sa proporre (accade solo ai grandi come Hendrix, Santana, Clapton…); John Deacon è più di un semplice bassista, e il suo apporto compositivo appare fondamentale; Roger Taylor è uno dei migliori batteristi di tutti i tempi.
Ma le band che possono fornire l’animale da palco sanno che è su di lui che tutti gli occhi sono puntati.

Il film recentemente uscito, “Bhoemian Rhapsody”, contribuisce a fornire lustro estremo al mito, ma preferisco ritornare al concetto di musica che rimane oltre le persone che l’hanno creata, quella che si lega alla storia, ma trova al contempo collocazione nel presente e proiezione nel futuro. E qui l’immagine mi riporta al punto di partenza, a quella “Somebody To Love” che mi mette i brividi, quella del febbraio del 1992. Già, Freddie non c’era più, al suo posto George Michael - si diceva che fosse l’unico che avrebbe potuto sostituirlo -, tra i protagonisti del tributo, al Wembley Stadium di Londra.
Scenario incredibile, pubblico pazzesco, parterre da sogno. Mercury è presente, si avverte, esce dal video e ti tocca, ma ha poca importanza: ciò che conta è la musica che i Queen hanno “inventato”, la commistione tra rock e classica sintetizzata nel brano che tutti, oggi, stanno rispolverando sul’onda dell’emozione cinematografica, quel “Bhoemian Rhapsody” che, se analizzato nella svolgimento della sua trama, porta a chiedersi come è stato possibile inventare di sana pianta una struttura simile, un’unione di parti così differenti che si sintetizzano nella “canzone perfetta”, innovativa, all’avanguardia e coraggiosa.

Il sottolineare la grandezza di questa musica, indipendentemente dalla presenza dei protagonisti originari, deriva da ferme convinzioni, supportate però da fatti oggettivi e non solo da opinioni personali, il tutto accompagnato dal grande rammarico che ciò che ci circonda, ciò che nasce giorno dopo giorno attorno a noi, favorito nella produzione in serie dal progresso tecnologico, non potrà mai e in nessun caso, avvicinarsi all’immensità dei Queen e di molte band coeve: è inutile, c’era un’altra aria in quegli anni!

lunedì 17 giugno 2019

Monterey Pop



Da "Rock e Martello", di Gianni Lucini

"Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. 

Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. 

A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon &Garfunkel. 

Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere le cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: «A Monterey si suona gratis».


Performances from the Monterey Pop Festival not released on the original documentary by D.A. Pennebaker. Nearly two hours of bonus footage from the Criterion Collection release of Monterey. The Festival that marked the beginning of the summer of love and spurred one of musics most creative and influential era's. This includes performances by:

The Association- "Along Comes Mary"
Simon and Garfunkel- "Homeward Bound" 3:55 "Sound of Silence" 6:46
Country Joe and the Fish- "Not So Sweet Martha Lorraine" 10:00
Al Kooper- "Wake Me, Shake Me" 15:20
The Butterfield Blues Band- "Driftin' Blues" 22:50
Quicksilver Messenger Service- "Dino's Song" 27:34
The Electric Flag- "Wine" 30:51"
The Byrds- "Chimes of Freedom" 33:40 "He Was A Friend of Mine" 37:36 "Hey Joe" 40:30
Laura Nyro- "Poverty Train" 42:55
Jefferson Airplane- "Somebody To Love" 48:24
The Blues Project- "Flute Thing" 52:29
Big Brother and the Holding Co. w/ Janis Joplin "Combination of the Two" 1:03:07
The Buffalo Springfield- "For What It's Worth" 1:08:57
The Who- "Substitute" 1:12:30 "Summertime Blues" 1:16:19 "A Quick One" 1:19:57
The Mamas and The Papas- "Straight Shooter" 1:28:14 "Somebody Groovy" 1:32:00 "I Call Your Name" 1:34:53
(Hilarious antics of Mama Cass) 1:38:46 "Monday, Monday" 1:40:36
Scott McKenzie- "San Francisco" 1:44:30

The Mamas and The Papas and Scott McKenzie- "Dancin' in the Street" 1:48:05

domenica 16 giugno 2019

Antonio Pellegrini-commento a “Italian Rhapsody”



Ho appena letto il libro “Italian Rhapsody”, e provo a delinearne il contenuto, aiutato dal fatto che è appena stato presentato nella mia città, e quindi è stato lo stesso autore, Antonio Pellegrini, a permettermi di allargare lo spettro di giudizio.
Una sintesi dell’evento è fruibile nel video a fine articolo.

Il book dedicato ai Queen, realizzato da Pellegrini - musicista e saggista, alla sua seconda uscita dopo  "The Who e Roger Daltrey in Italia" - traccia la storia di una band storica, con un focus specifico su aspetti precisi, quelli legati alle presenze nel nostro paese, come indica il sottotitolo “L’avventura dei Queen in Italia”, concerti a cui si è arrivati dopo il superamento di una certa refrattarietà legata a stereotipi e luoghi comuni, basati però su elementi oggettivi, perché è risaputo che fare musica dal vivo in Italia, in un particolare periodo storico, era davvero complicato, e tutto questo ha tenuto alla larga, per molto tempo, i grandi nomi del rock.
Italian Rhapsody” presenta una netta dicotomia, e non poteva essere diversamente, perché è naturale che esista un prima e un dopo, come è accaduto per tutte quelle band che nel tempo hanno perso un elemento molto caratterizzante, tipicamente il frontman, quello che conduce le danze e guida il pubblico, il musicista con la maggior visibilità, libero da vincoli strumentali e spesso con una voce da sogno. In questo caso stiamo parlando del genio assoluto, della “Regina”, Freddy Mercury.

Il libro è ricco di documentazione oggettiva raccolta in oltre due anni lavoro, periodo in cui non è mancato il sostegno fattivo della community QueenItalia, il cui massimo rappresentante, Alessandro Cannarozzo, ha presenziato all’incontro con il pubblico savonese.
Recensioni, stralci di interviste e “pezzi” dell’epoca, sono stati aggiunti dal “tessitore” Pellegrini, che riesce così a disegnare la storia in modo scorrevole, quasi fosse un racconto, tanto da poter diventare un possibile mezzo di avvicinamento per i più giovani, che poco o nulla sanno dei Queen, salvo l’intervento di genitori amanti del genere.
Accanto a questo aspetto… didattico, esiste la rigorosità della verità, almeno quella che è possibile captare dall’esperienza di chi c’era.


Il film osannato e pluripremiato, “Bhoemian Rhapsody”, ha diversi aspetti positivi, come racconta Pellegrini: ha risvegliato l’interesse su di una band ormai un pò nelle retrovie, fatto di cui hanno beneficiato coloro che hanno deciso/voluto proseguire l’attività, seppur con diversi compagni di viaggio (è noto che John Deacon ha sempre rifiutato operazioni nostalgiche e commerciali) e, soprattutto, ha condotto ad una grande rispolverata di immagine che aiuta l’avvicinamento delle nuove leve - e rinnova il ricordo di quelli più âgé -, nonostante le inesattezze, cronologiche e non, siano palesi per chiunque abbia seguito nel tempo  le vicende dei Queen.
Insomma, quando se ne parla è già un successo!

Ma “Italian Rhapsody” ha mire più nobili… raccontare la storia senza appesantire lo svolgere dei fatti: razionalità, sentimenti e modus didascalico. Un mix perfetto!

Qualche tocco qua e là…

Se parliamo di Freddy emerge una figura, o meglio, un ruolo, poco noto, quello di paciere all’interno del gruppo, una sorte di “calmieratore” dei dissidi altrui - sempre presenti in un team al lavoro -, anche se è evidente la sua voglia di protagonismo (ma l’ego di Brian May e Roger Taylor sembrerebbe di livello superiore!).

Momento nero in un percorso quasi perfetto è il concerto di Sun City, che procurò ai Queen il confinamento nella blacklist culturale dell’ONU, dopo aver suonato in Sud Africa, laddove vigeva una politica di segregazione razziale. Ma i Queen non erano un gruppo politicizzato, ed è probabile che l’elemento commerciale, e la voglia di spettacolo, siano le sole cose che abbiano inciso, nonostante le forti critiche ricevute da più parti nel mondo.

E arriviamo all’Italia, alle esibizioni al Festival di Sanremo e a tutti gli aneddoti che Pellegrini racconta e che sono momenti godibili, che permettono, anche, di sorridere: inimmaginabile un Freddy Mercury costretto al playback!
Non solo Sanremo, se parliamo di Italia, ma… non vorrei svelare troppo!


Ma Freddy amava davvero l’Italia? E’ questa la curiosità che non riesce a togliersi l’autore, dubbio che le parole Peter Freeston, assistente personale di Mercury, non fugano:

Nel mio periodo con Freddie siamo andati a Milano in tour e anche a San Remo. Amava l’aspetto storico del paese, la sua arte e la musica, ma forse aveva sentito dire troppe cose da persone che parlavano del ritmo frenetico e di qualche disorganizzazione negli orari dei trasporti. Una delle ragioni per cui i tour erano difficili da organizzare in Italia in quei giorni era che alcuni organizzatori non sempre rispettavano le condizioni previste nel contratto che avevano concordato. Ricordo che abbiamo avuto un paio di problemi con i trasporti quando a Freddie è stato detto che una macchina sarebbe andata all’hotel per portarlo a destinazione, e alla fine abbiamo dovuto aspettare mezz’ora prima che l’auto arrivasse. Non c’erano telefoni cellulari in quei giorni per capire rapidamente quello che stava succedendo. Se qualcosa era scritto nell’itinerario doveva essere rispettato. Freddie andò in Italia solo per gli spettacoli a Milano e a Sanremo. Non gli dispiaceva l’Italia, solo che aveva tante altre cose da fare, fra i tour, le registrazioni e girare i video. C’erano altri paesi che gli sarebbe piaciuto visitare, ma non ebbe mai il tempo di farlo.”

E poi Freddy sparisce dalla scena, e in questa seconda parte di storia - e di libro - si riparte dalla tragedia e dal racconto dei media, in alcuni casi vergognoso, commento spesso utilizzato per puntare il dito contro Mercury e il suo orientamento sessuale, e in alcuni casi l’estremo sunto hai il significato del… “se l’è cercata!”. E giù condanne.

Gli stralci dei giornali dell’epoca forniscono un’idea precisa dell’atmosfera del momento.
Il futuro immediato ci riporta all’anno successivo alla morte - avvenuta il 24 aprile del 1991 -  e cioè al 20 aprile del ’92, il giorno del Freddie Mercury Tribute, concerto organizzato per celebrare “la regina” e per raccogliere fondi destinati alla ricerca sull’AIDS.
E’ proprio quello il momento in cui nascono spontanei e obbligati tanti “vocalist dei Queen”, e arriva forse la risposta ai tanti naturali scettici - quelli che, ragionevolmente, hanno sempre sostenuto che i Queen senza Mercury non potevano esistere -, perché la performance di George Michael lascerebbe pensare che sì, forse una certa continuità poteva anche prendere forma.
Da lì in poi i Queen sono rimasti in buona attività - forse perché tutti tengono famiglia o semplicemente perchè è impossibile rinunciare ai riflettori, dopo averli “assaggiati” -, ma si sono sempre presentati con l’uomo in più, che fosse l’esperto e mitico Paul Rodgers o il giovane e meno ingombrante Adam Lambert… non meglio o peggio… qualcosa di diverso.
La parte centrale di “Italian Rhapsody” permette di vedere delle belle fotografie relative ai concerti italiani, mentre quella finale è arricchita da alcune testimonianze significative di saggisti e specialisti del settore.

Davvero una bella storia… Antonio Pellegrini si riconferma scrittore attento alle esigenze altrui, coltivando le proprie passioni, of course, ma provando anche a mettersi dalla parte del lettore, cercando di raggiungere il pubblico anagraficamente più vasto possibile, e chi conosce un pò le cose musicali - e conosce  Antonio - sa perfettamente che la motivazione in questo caso è la più pura possibile, e l’idea di condivisione risulterà sempre la spinta decisiva di ogni azione dell’autore.

Sentiamo Pellegrini nel corso della presentazione alla Ubik di Savona, il 15 giugno.

Aaron e Ethan Emerson si raccontano, nell'attesa dell'evento di Zoagli, il prossimo 27 giugno


Il 27 giugno, a Zoagli (GE), verrà proposta la 2°ART IN PROGRESS EVENT in memoria di Greg Lake. Tutte le informazioni al seguente link:


L’evento, che presenta un evidente profumo di ELP, avrà ospiti importanti e graditi:

REGINA LAKE (moglie di Greg Lake degli ELP)
ELIONOR EMERSON (moglie di Keith Emerson degli ELP)
ETHAN EMERSON, che dedica al nonno Keith Emerson e agli ELP un concerto a pianoforte

Ho provato a porre alcune domande ad Aaron Emerson, uno dei due figli di Keith, e al giovane figlio Ethan, che si esibirà nell’occasione.

Lo scambio di battute con Aaron

Premessa: ho visto ELP dal vivo quando avevo 17 anni (1973) e qualche anno fa ho intervistato tuo padre, così come mi è successo con Greg Lake, che ho conosciuto personalmente, questo solo per dire che ho un forte legame con quella musica e con quei mitici musicisti che hanno segnato la mia vita. Ho qualche curiosità…).

Come è stata la tua vita famigliare avendo un padre così importante? Ti ha influenzato molto nelle tue scelte?
Durante la fase della crescita mio padre era in giro per il mondo la maggior parte del tempo, e mia madre si prendeva cura di me e mio fratello Damon, ma quando tornava a casa avevo modo di ascoltare, assieme a lui, molta musica, quella che, immagino, non molti bambini di 4 o 5 anni hanno avuto modo di conoscere. Pochi ragazzi a quell'età avrebbero ascoltato Prog Rock, ma io ero attratto da tutto ciò che girava in casa: molta musica classica, artisti jazz, senza limiti di genere. Ci sono alcune canzoni a cui sono ancora legato che lui suonava quando ero bambino, come "Mountain Dance" di Dave Grusin, e anche alcuni brani molto particolari di Chick Corea, Oscar Peterson, Jimmy Smith, Jack McDuff. Posso dire che papà è stato un veicolo per potermi aprire a molta musica differente. Successivamente ho “catturato” altri stili musicali, a scuola, atmosfere più contemporanee di cui usufruivano i miei amici, ma in ogni caso questa doppia possibilità mi ha introdotto a stili molto diversi tra loro.

Hai proseguito nel tempo l’attività musicale o hai scelto altre strade?
Ho continuato a suonare musica. Ho avuto alcune band nel corso degli anni, Buzztonic è stata una di queste, con cui ho ottenuto il primo contratto discografico. Ora sto facendo qualche session di lavoro e sto scrivendo con Steve Mac, Russell Small e Dino Psaras, che sono artisti / produttori di livello mondiale.

Cosa pensi della passione di Ethan per la musica? Lo hai in qualche modo spinto in quella direzione o è stato tutto naturale?
Non abbiamo mai spinto Ethan a suonare il piano. Penso che abbia un grande dono. È una sua scelta e vedremo come andrà! Posso guidarlo, ma deve scegliere lui la sua strada. Ha iniziato a suonare la musica di papà, non mi aspetto che continuerà a farlo per sempre. Mi piacerebbe che provasse a trovare un suo stile e facesse ciò che sente di voler suonare. Qualunque cosa sia di livello artistico, qualsiasi tipo di arte o musica, qualunque cosa gli piaccia fare, lo sosterrò.

Hai un ricordo, un aneddoto di quando eri un bambino e hai avuto la possibilità di vivere e vedere da vicino i più importanti musicisti del rock?
Ho incontrato alcuni musicisti straordinari nel corso degli anni: Jeff Beck, Roger Daltrey, Ray Manzarek, Robbie Krieger, Jack Bruce, solo per citarne alcuni. Ricordo come rimasi sorpreso, da ragazzino quando, aprendo la porta, vidi Roger Daltrey che era venuto a fare una session con papà nel fienile di Stonehill, dove sono cresciuto. Naturalmente Jim Davidson è sempre stato un buon amico di mio padre e ha passato molto tempo con noi a Stonehill.

Ricordi qualcosa della tua permanenza in Svizzera? Un mio amico musicista ti ha conosciuto lì…
Ero molto giovane quando vivevamo in Svizzera, quindi non ricordo molto di quel tempo. L'unica cosa che ho ben chiara è che vivevamo vicino a David Bowie, perché giocavo in giardino con suo figlio!


... e quello con Ethan

Appare ovvio il tuo amore per la musica, vista l’atmosfera che hai sempre respirato in casa, ma mi piacerebbe sapere se hai già le idee chiare su ciò che vorresti fare da grande…
Mi piacerebbe continuare a suonare e sono curioso di vedere dove tutto questo mi porterà. Sto iniziando i miei esami di musica a scuola, per cui dovrò concentrarmi su questo nei prossimi anni.

E’ abbastanza difficile immaginare un ragazzo della tua età che ascolta musica progressiva: conosci i dischi di ELP? Ce n’è uno in particolare che ti piace di più?
Il mio album preferito è “Emerson Plays Emerson”, perché adoro le composizioni classiche che ha scritto mio nonno. Per quanto riguarda ELP, "Trilogy" è il mio preferito.

Come riesci a conciliare la musica con la scuola?
Non è complicato, dato che abbiamo un pianoforte in casa, così posso esercitarmi e prendere lezioni senza spostarmi. Sto studiando anche musica a scuola, insieme a tutte le mie altre materie.

Ho visto un video in cui suoni con un’orchestra: vorrei sapere cosa hai provato e se, guardando al futuro, pensi più a suonare all’interno di una band o all’esibizione solista.
Ero incredibilmente eccitato e nervoso all’idea di suonare con l'orchestra. All'epoca di quella esibizione, al Birmingham Tribute Show, avevo solo 11 anni, ma il conduttore Terje Mikkleson mi fece sentire molto a mio agio, ed è stata una sensazione incredibile dopo la performance! Guardando al futuro, chi lo sa?!


E' prevista una tua esibizione il 27 giugno, in Italia: sei contento di questa nuova esperienza?
Sono molto eccitato e onorato di essere invitato a suonare. Suonerò in memoria di due artisti incredibili, Greg Lake e Keith Emerson, e onorare la loro memoria e renderli orgogliosi è molto importante per me.

Un’ultima cosa: che ricordi hai del nonno? C’è un aneddoto che vuoi condividere con chi verrà ad ascoltarti a Zoagli?
Mio nonno mi dava lezioni di piano a casa sua, solo io e lui. Questo è per me un ricordo molto speciale, e suonare con lui è stato sempre molto divertente!