sabato 30 giugno 2018

The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972.
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana”.
Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America “. Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.
Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”
Da “Io C’ero”, di Myke Paytress.

Immagini di repertorio...




mercoledì 27 giugno 2018

Big One a Savona il 22 luglio-Intervista a Leonardo De Muzio

I Big One ritornano a Savona e lo fanno per la quarta volta nello spazio di quattro anni.
L’artefice degli ultimi tre eventi è Massimiliano Rossi, molto attivo in ambito savonese, e permeato da vera passione musicale.
Il nuovo concerto è imminente - il 22 luglio - nella stessa location - la Fortezza del Priamar -  che nella scorsa estate diede una soddisfazione… a metà, giusto il tempo di gustare un primo atto prima che la pioggia interrompesse bruscamente la performance.
In quell’occasione Max Rossi promesse una ripresa dell’evento, cosa che puntualmente accade dopo tre mesi, questa volta in zona protetta, Il Teatro Chiabrera.
E ora ci risiamo!
Per avvicinarci alla manifestazione ho raccolto le parole di due dei protagonisti: l’uomo in più - Gian Paolo Ferrari - e il leader della band, Leonardo De Muzio, che ha risposto esaustivamente alle mie domande.




Un pò di storia, direttamente dal factotum Gian Paolo Ferrari…

Premessa - L’album dei Pink Floyd “Animals”, veniva pubblicato in Inghilterra il 23 gennaio 1977, e il 10 Febbraio seguente in USA; non volevo perdere tempo, e già nei primi giorni di gennaio 2016 esternavo con una telefonata al caro amico Leonardo De Muzio il mio messaggio: “Ehi Leo, sto già pensando che l’anno prossimo dobbiamo celebrare “Animals”, tu che ne pensi? E’ un album tosto, ma credo che ce la possiamo fare, ho in archivio delle buone idee in merito…”. Risposta: “Sono con te… hai detto bene, album tosto, aspettiamo di chiudere queste date, e dopo il rientro dall’Olanda ci metteremo al lavoro”. E così, nel dicembre 2016, dopo una cena tra amici organizzata per l’occasione, io (responsabile produzione), Leonardo De Muzio (lead guitar e manager del gruppo), Stefano Righetti (piano e synth) e Andrea Coppini (lighting designer), gettiamo le basi per il tour di “Animals”. Siamo tutti d’accordo sul fatto che dovrà essere uno spettacolo coinvolgente e mirato alle tematiche ancora purtroppo attuali del nostro tempo, a cui fanno riferimento i testi rabbiosi e cupi di Waters, scritti molti anni prima… cani, maiali e pecore diventarono così il nostro pane quotidiano. Ecco in breve la nascita del nostro progetto, ovvio che non è stato tutto così semplice, ma il lavoro, le notti insonni, le prove i sacrifici sono stati dimenticati e in parte ricompensati dalle tante, sincere e innumerevoli gratificazioni rivolte da parte del pubblico nei nostri confronti.
Abbiamo debuttato in Belgio il 4 marzo 2017 e dopo poco più di un anno abbiamo chiuso il 25 maggio 2018, al Teatro Brancaccio di Roma, dove nello stesso giorno, ma nel 1968, si era esibito Jimi Hendrix… una vera e grande emozione…


L’intervista a Leonardo De Muzio

Per la quarta volta tornate a Savona, la terza alla Fortezza del Priamar: è solo questione di musica o il rapporto con la città è ormai consolidato e si basa anche su elementi affettivi?

Innanzitutto, ciao Athos. Son contento di poterti rispondere che siamo molto lusingati di ritornare in questa bella città, che tanto bene ci ha accolto in passato. Grazie a quella prima volta di qualche anno fa dove,  grazie a te e Max Pacini siamo riusciti ad arrivare a Savona, qui abbiamo potuto conoscere il nostro fan numero uno, Max Rossi di Poppy Events. E’ grazie a lui se torniamo qui per la terza volta.
E’ una persona meravigliosa che crede in noi e nel nostro progetto. Un vero amico!

Nell’ultima occasione - ripetuta a ottobre dopo i capricci meteorologici dello scorso luglio - avete presentato l’“Animals Tour”, terminato pochi giorni fa al Brancaccio di Roma: come si possono riassumere i risultati?

Risultati a dir poco strepitosi. Praticamente quasi ovunque sold out, segno che la gente sa cosa vuole. Un esperienza notevole, che ripeteremo la prossima stagione.

Esistono differenze nella risposta del pubblico straniero rispetto a quello italiano?

Beh, si tratta di due pubblici abbastanza diversi. Molto preparati in nord Europa, ma che apprezzano tutto il repertorio che  abbiamo proposto in questi anni. Attenti all’atmosfera e alla magia che si crea quando suoniamo. In Italia, direi molto esigenti. Si aspettano di sentire quello che il quartetto ha inciso sui dischi, senza troppe “reinterpretazioni” tipiche di tante Cover Band… Cercano il suono autentico e noi, senza falsa modestia glielo forniamo.

Possiamo avere qualche anticipazione del set che ascolteremo il 22 luglio?

Sarà un medley di brani più recenti, provenienti soprattutto dall’ultimo album dei Floyd, “The Division Bell”, più altri brani dall’enorme repertorio della storica band inglese.

Mi è capitato di vedervi cinque volte e un evidente denominatore comune è il… sold out: al netto delle vostre qualità enormi, perché la musica dei Pink Floyd suscita un tale entusiasmo  dopo tutti questi anni?

Bella domanda… perché è una musica universale. Senza tempo. Quando ascolti “Breathe in the air” o “Comfortably Numb”, non ti rendi conto che si tratta di brani con 30/40 anni sulle spalle. Sembrano fatti ieri, con suoni attuali e testi attuali. Credo che il panorama musicale di oggi non offra tanto se tutti vogliono ancora ascoltare questa musica.

Ci sono state novità relative alla line up?

Oh, sì, certo. Ci siamo rinnovati nel tempo. Il gruppo ora è composto da quattro musicisti, un operatore video, nonché factotum, il nostro caro amico Giampaolo Ferrari e tre special guest, una  al sax e due ragazze ai cori.
A parte me, c’è Luigi Tabarini al basso e voce, il nostro vecchio e unico batterista, Stefano Raimondi e Stefano Righetti alle tastiere.
Ho voluto ridimensionare la line up, senza tante figure superflue…
Dopotutto i floyd erano in quattro, no?!

Pensiamo al futuro prossimo: a cosa lavorerete per sorprendere ancora il vostro fedele pubblico?

Beh, intanto stiamo lavorando molto duramente al nuovo spettacolo, del quale ti parlavo prima e, credimi, per riuscire a dare il sound corretto, stiamo ore e ore in studio a cercare le atmosfere giuste.
In futuro... si vedrà!



Animals Tour- le date:

4 marzo 2017-Tielt (Belgio)Europahal, 10 marzo
2017-Montecatini Teatro Verdi,6 maggio 2017-Ingelmunster (Belgio) Festival
Labadoux, 7 maggio 2017 - Tilburg (Olanda) Poppodium, 25 Maggio- Verona
Teatro Romano, 21 luglio 2017-Savona Fortezza del Prìamar, 6 ottobre
2017-Savona Teatro Chiabrera,21 Novembre 2017-MilanoTeatro Nazionale,29
Novembre 2017 Haarlem (Olanda) Patronaat, 30 Novembre 2017-Venlo (Olanda)
Grenswerk, 1 Dicembre 2017 - Sneek (Olanda) Het Bolwerk, 2 Dicembre 2017 -
Leiden (Olanda) Gebr De Nobel, 3 Dicembre 2017 - Uden (Olanda) Markant, 3
Febbraio 2018 - Milano Blue Note, 23 Febbraio 2018 - Torino Teatro Nuovo,
31 Marzo 2018 - Bolzano Teatro Comunale, 4 Maggio 2018 - Bologna Teatro Il
Celebrazioni, 11 Maggio 2018 - Firenze Teatro Obihall, 25 Maggio - Roma
Teatro Brancaccio

P.S. Sono state tutte nell’insieme delle date importanti, ma il 25 maggio
al Teatro Romano di Verona, abbiamo avuto la possibilità di raccogliere
7000 euro interamente devoluti all’associazione Vittime della strada
.



Domenica 22 luglio dalle ore 21:00 alle ore 23:55
Fortezza del Priamar
17100 Savona
Stanno tornando....
In Europa sono i migliori dopo gli originali.
Chi li ha sentiti l'anno scorso , sa di chi parlo.

Ma certo, i BIG ONE !
LA MIGLIOR TRIBUTE BAND IN EUROPA DEI PINK FLOYD!

Leo e compagni ci trasporteranno in un mondo fatto di musica ed emozioni, con il loro nuovo progetto che ripercorre la storia della band inglese attraverso i brani più celebri.
Prevendite a partire da Sabato 9 Giugno.
Biglietto unico € 23+2 prevendita.

Ecco cosa accadde nello stesso luogo, la Fortezza del Priamar, un anno fa, prima che le intemperie fermassero il concerto…



domenica 24 giugno 2018

"SETTANTA REVISITED", il nuovo libro di Carlo Crescitelli


SETTANTA REVISITED
Guida sballata e verbosa per l’anziano rincattivito di questi anni millennovecentoduemili
di Carlo Crescitelli

Il numero “Settanta”, se riferito al periodo storico corrispondente, ha per me un richiamo assoluto: è il periodo della mia adolescenza - terminata a metà dei seventies -, dei miei ricordi migliori, delle mie memorie peggiori, in ogni caso è lo spazio temporale in cui mi sono formato, quello che ha permesso di gettare le basi di una vita fatta di fasi alterne, come succede a tutti.
Proprio in questi giorni ho ascoltato la chiosa di Franco Mussida che, intervistando Bernardo Lanzetti, affermava che la musica che ti accompagna nella vita è quella che ti ha toccato nell’adolescenza, perché collegata a fatti speciali che non si dimenticano più, e che ritorneranno a galla - per gioire o soffrire - ogni volta che quelle note riappariranno.
Il libro di Carlo Crescitelli, “SETTANTA REVISITED”, non poteva non stimolare la mia curiosità… è bastato il titolo, a cui si è aggiunta la coltellata finale, l’immagine di copertina, del 1976, che rappresenta una festa del proletariato giovanile al Parco Lambro: e il momento magico stava per finire!
Sono casualmente a Milano, è il 1976, ho 20 anni. Il tram su cui mi sto muovendo si ferma all’improvviso, gentilmente ci fanno scendere mentre le serrande dei negozi si chiudono. Improvvisamente la via si riempie di giovani tutti uguali, con l’eskimo carico di pietre e in mano mazze e ammennicoli similari. Nella posizione opposta un esercito fatto di uomini sovrapponibili, per colore e attrezzatura. Lo scontro stava per arrivare, ma era cosa normale per chi viveva da quelle parti, a metà anni ’70!
Chiedo scusa in anticipo all’autore per il parallelismo tra la mia vita e la sua, ma la tentazione è troppo forte, anche se cercherò di limitare i danni e proporre un commento il meno personale possibile.
Crescitelli evidenzia come quell’epoca fosse fatta di "… anni colorati: salvo ovviamente che in tv, per il resto i colori erano dappertutto, e senza bisogno neppure di arrivare al Parco Lambro. Forti, vividi e intensi come mai più li ho rivisti: nei vestiti e nei sorrisi di noi giovani, nei sogni d’Oriente che popolavano le nostre fantasie, nell’energia e nella rabbia che tutti, giovani e anziani, buttavano fuori. Con buona pace di Internet, io la sensazione di vivere in un grigio mondo b/n ce l’ho adesso, mica ce l’avevo allora".
Personalmente il bianco è nero mi è rimasto appiccicato addosso, e quel terribile bicolore che caratterizzava le puntate di Maigret, la domenica sera, rappresenta perfettamente la mia sofferenza, il mio disagio del momento, e tutto questo non passa più, lo puoi solo raccontare a facce comprensive - se va bene -, che non possono capire, perché le esperienze non si riescono mai a trasformarsi in didattica efficace.
Lungi da me rifugiarmi nel “stavamo meglio quando stavamo peggio”, ma Crescitelli, regalandoci una sintesi della sua vita - e quindi un primo bilancio -, ci racconta un momento storico irripetibile, talmente lontano per modo di vivere da quello attuale da risultare impossibile da comprendere per chi - fortunato o sfortunato, non lo so - abbia visto la luce nel nuovo millennio, e il dubbio nasce spontaneo: è stato un privilegio vivere i ’70 da giovanissimo?
Dal 1968 al 1980. Dalla politica marcata sino alla morte di Lennon, il simbolo di un progetto e di un era nata con gli hippies e terminata con gli yuppies; dallo sbarco sulla luna ai successi di Travolta; dal duplex casalingo al profumo di computer; il tutto attraverso una colonna sonora che cambia ogni battito di ciglia, con i fasti di Genesis e King Crimson sino al concerto per Demetrio, il giorno dopo la sua morte.
Sono certo che gli argomenti di cui parlare, in un ipotetico dialogo con Crescitelli, sarebbero infiniti, ma in attesa del possibile incontro mi accontento del suo pensiero, e del suo modo di scrivere, non proprio usuale.
Il suo diario di bordo prende colore attraverso la tipologia espressiva, con l’apparente autocensura dei termini più forti attraverso la sostituzione di alcune consonanti (e così “vita di merda” diventa “vita di xerxa”), modus che potrebbe apparire come il non voler rinunciare al comune parlare fornendo un abito più elegante agli accenti vivaci, ma che in realtà diventa una sottolineatura comunicativa che amplifica i significati proposti, diventando un enorme valore aggiunto che cambia un normale percorso di vita in un sentiero temporale carico di didascalie.
Ovvi gli accenti politici - ma si potrebbe scrivere di storie e storia ignorandone il contesto?! - così come il ricorso alle immagini sonore: musica e sociale, rock e condizioni di vita, bellezza e deturpazione, con la certezza che il “bispensiero” di Orwell fosse un concetto adatto alla letteratura, ma poco concreto in quei giorni, e in ogni caso da tener lontano dai giovani dell’epoca, carichi di principi e sicuri che forse il mondo si poteva cambiare, e se era andata male con i fiori/amore/pace, qualche azione di forza poteva trovare giustificazione nel fine.
Il libro di Carlo Crescitelli è piacevole, scorrevole, amaro, provocatorio, didattico.
Il libro di Carlo Crescitelli è pieno di immagini che parlano da sole.
Il libro di Carlo Crescitelli è adatto a tutti, anche se ho la quasi certezza che i più giovani ne distorceranno il significato intrinseco.
Il libro di Carlo Crescitelli, in estrema sintesi, mi ha fatto stare male, ma è un dolore controllato, come quello che mi autoprovoco quando metto sul piatto “Who’s Next”: il tempo è passato inesorabilmente e avere tanti ricordi cristallini è una magra consolazione.
Un grazie enorme all’autore, nonostante lo spleen in cui mi ha fatto sprofondare!

Ecco una pillola di quanto poteva accadere, nel 1976, nel corso di una festa del proletariato giovanile al Parco Lambro…


Per conoscere meglio Carlo Crescitelli-Biografia tratta dal comunicato stampa

Accademicamente connotato da una laurea in Scienze Politiche e da un Dottorato di Ricerca in Filosofia e Teoria Giuridica e Sociale, Carlo Crescitelli ha tuttavia sempre frequentato gli ambiti professionali dell'impresa privata, occupandosi a lungo, tra gli Ottanta e Novanta, di sviluppo risorse umane e di comunicazione aziendale.
Ha successivamente condotto, a cavallo dei Duemila, una attività commerciale di promozione e divulgazione di arte etnica, ed è ad oggi attivamente impegnato nell’azione per la salvaguardia del patrimonio tradizionale della provincia in cui vive, l’Irpinia.
Da un punto di vista più strettamente culturale, i suoi attuali interessi sono al momento orientati sia all’analisi storica e antropologica, che alla scrittura per il cinema.
Alimentato nel tempo da tutte queste differenti esperienze, il rapporto di Carlo Crescitelli con la scrittura è stato nei decenni costante; meno lo è stato quello con le pubblicazioni. Al suo esordio autoriale del 1990 con il saggio storico-politico La rivoluzione khomeinista iraniana (Nuovo Meridionalismo Edizioni), e in parallelo con il manuale di galateo manageriale per neolaureati Egregio Dottore (Firenze Libri), pubblicato con lo pseudonimo di Massimiliano Conte, è succeduta infatti una lunga, ventennale pausa, terminata soltanto tra il 2010 e il 2011 con la sequenza di quattro uscite per IlMioLibro che comprende i due fortunati diari di viaggio L’antiviaggiatore e Come farai a fuggire da te stesso… se lui continua a correrti dietro?!?, il thriller di fantapolitica The Shadoor, il demenziale vademecum Delinquenti: terapia e prevenzione, pubblicato ancora sotto le spoglie dell’alter ego Massimiliano Conte.
Perfezionato in un ulteriore quinquennio di riflessione e di pubblica pausa, Settanta Revisited esce nella primavera del 2018 e rappresenta la sua nuova riconciliazione con il mondo dell’editoria, determinatasi con l’avvio del rapporto con Il Terebinto Edizioni.



mercoledì 20 giugno 2018

1° ART IN PROGRESS EVENT: IL RESOCONTO IN PILLOLE


Evento culturale di grande valenza quello organizzato da Paola Tagliaferro, il 18 giugno, nella “sua” Zoagli, comune della costa ligure di forte impatto per gli elementi naturali presenti.
Per il secondo anno consecutivo il collante dell’evento è il nome di Greg Lake, indimenticato artista la cui immagine è legata soprattutto a band storiche come King Crimson e ELP.
La cerimonia di apertura ha previsto l’apposizione di una targa in marmo dedicata al “Cittadino ad Honorem di Zoagli”, Greg Lake, sulla scogliera sotto il Castello Canevaro, luogo in cui Greg si esibì per pochi fortunati nel novembre del 2012: la presenza della moglie Regina fornisce il senso della continuità, nel ricordo di quei luoghi che entrambi hanno vissuto in maniera intensa.


La manifestazione, in questa occasione, ha assunto un nome preciso:

1° ART IN PROGRESS EVENT

Non solo musica quindi, ma differenti discipline in gioco, che sono state particolarmente gradite dal folto pubblico presente: poesia, cinema, elettronica, spiritualità…
Ad aprire il “colloquio” tra protagonisti sul palco e audience è stato l’angolo del reading poetico, che ha previsto letture di Claudio Pozzani e Barbara Garassino con la presenza di un ospite, lo scrittore venezuelano Josè Pulido: momenti catartici e coinvolgenti che, partendo dalla lettura di una lirica dei King Crimson - Epitaph -, hanno permesso di ondeggiare tra testi personali e letture d’autore.
Il primo step musicale vede protagonista Paola Tagliaferro, artista completa, polistrumentista, ricercatrice, sperimentatrice. Il momento è importante perché ciò che viene proposto è l’anticipazione di un album di prossima uscita, la cui gestazione ha previsto un impegno di tre anni: il titolo del disco è “Fabulae”.
Con lei sul palco musicisti straordinari: Pier Gonella e Marco Traversone alle chitarre, Andrea Vulpani al piano, Giulia Ermirio alla Viola e Angelo Contini al didgeridoo e conchiglia.
Dell’album parlerò in una prossima occasione dopo attento ascolto, ma l’impatto live è risultato magico, un connubio tra parole e sonorità - a volte inusuali - che ha colpito un pubblico davvero attento e concentrato. Ogni brano è stato accompagnato da una sorta di didascalia verbale usata come preparazione e introduzione alle trame musicali, un iter propositivo che dovrebbe essere ricalcato anche nel lavoro in studio.
In questa prima fase arriva una sorpresa: Juri Camisasca, il protagonista serale dell’evento, sale sul palco per un duetto con Paola - la cosa si ripeterà anche a fine serata - con lo scopo di fornire un omaggio tangibile a Lake proponendo la celebre “Lucky Man”.
Evocare Camisasca significa introdurre il pluridecorato regista Paolo Francesco Paladino, che nell’occasione ha proposto il suo docufilm intitolato “Non cercarti fuori”, il cui  protagonista è proprio Camisasca, la sua vita attuale, i suoi luoghi, il paesaggio che lo circonda e la sua ricerca della spiritualità.
Del movie è stato proposto un sunto di venti minuti che ha suscitato grande interesse, testimoniato dal fitto scambio di battute instauratosi tra Juri e i presenti, incuriositi dalla personalità del cantante e dal suo satus ascetico.
Dopo una pausa un pò più… materiale all’interno del Castello Canevaro, si riparte con lo show e quindi con la forte presenza di Juri Camisasca sul palco.


Si fa accompagnare dai musicisti presenti, poi imbraccia lui stesso la chitarra e, all’occasione, utilizza delle basi registrate, ma cambiando gli elementi non cambia il risultato: una voce cristallina e magnetica per la creazione di un mood particolare che si fonde con l’ambiente circostante.
Particolarmente commovente il ricordo di Claudio Rocchi - testimoniato nel video a seguire - altro personaggio fondamentale della scena musicale italiana, casualmente ricordato lo stesso giorno nel corso di un altro tributo milanese.
E alla fine la performance diventa un’esperienza di vita, un momento mistico che favorisce la riflessione personale e la necessità di fornire la giusta dimensione ad ogni risvolto quotidiano. L’esperimento che vede on stage Paola, Juri e parte dei musicisti, intenti nel realizzare un’improvvisazione mantrica, appare come la fermatura del cerchio di un giorno pieno di luce.
L’ultimissimo atto vede ancora la riproposizione di “Lucky Man”, perché in ogni caso la figura di Greg Lake è nell’aria, più tangibile di quanto si potesse prevedere.

Un plauso a Paola Tagliaferro e a tutti coloro che hanno collaborato per realizzare una manifestazione culturalmente davvero rilevante, che ha saputo catturare in modo totale l’attenzione dei presenti, favorita dalla bellezza della cornice naturale e da un’eleganza nella proposta tutt’altro che snob, fatta di trascendenza e spiritualità senza escludere la realtà materiale dei nostri giorni.


Per saperne di più sui protagonisti cliccare sul seguente link:



Il contributo video, sintesi di una giornata perfetta…

giovedì 14 giugno 2018

Rory Gallagher: ritratto dell'artista e video storico nell'anniversario della sua morte


Parlando di British Blues… Rory Gallagher/Taste

Carattere schivo ma sincero, poco avvezzo ai compromessi commerciali, Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più idolatrati in Europa. Irlandese del Donegal, appassionato fin da ragazzo al blues di Muddy Warters e B.B. King ma senza mai perdere di vista il rock ‘n’roll tradizionale di Presley, Berry e Jerry Lee Lewis, ha mescolato sapientemente le vecchie sonorità con il nuovo, devastante impatto della Stratocaster, manipolata con tecnica sopraffina. Definitosi “chitarrista per il popolo”, ha sempre insistito con gli organizzatori dei concerti perché tenessero bassi i prezzi, e raramente le sue esibizioni duravano meno di tre ore. Il pubblico, dal canto suo, lo ha sempre ricambiato amandolo e rispettandolo con una devozione speciale.
La sua carriera si divide tra la sua carriera con i Taste e i dischi solisti. I Taste li costituisce nella seconda metà degli anni ’60. Con il bassista Charlie McCracken e il batterista John Wilson dà vita a un potente trio di rock blues sull’esempio dei Cream e della Jimi Hendrix Experience, che dura fino all’inizio del 1971. Quando McCracken e Wilson si uniscono a Jim Cregan (Family) negli Stud, Per Gallagher ha inizio la carriera solista, che già l’anno successivo lo porta a essere votato Top Musician of the Year” dai lettori di Melody Maker.
Nel 1975 i Rolling Stones lo scelgono come naturale sostituto di Mick Taylor, ma l’ingresso nel gruppo dura appena lo spazio di un mattino: dopo aver registrato alcuni demo con loro, abbandona senza rimpianti l’idea di diventare uno Stones.
La sua carriera continua negli anni ’80; ma sono tempi difficili, segnati dai problemi di alcolismo e incomprensioni con il mondo discografico.
Muore nel 1995.

(Tratto da “Rock Blues”, di Mauro Zambellini)




Il Concerto per Demetrio Stratos



Il Concerto per Demetrio

Arena Civica, Milano, 14 giugno 1979

Non fu solo la fame di esibizioni live (una fame da lupi, in quegli ultimi ’70) a spingere 40.000 persone e forse più all’Arena di Milano, alle soglie dell’estate 1979. Furono piuttosto la commozione, il trasporto, l’ammirazione per un grande artista come Demetrio Stratos, morto da poche ore dopo una fulminante e crudele malattia. Demetrio era stato in gioventù il “soulman” bianco di “Pugni chiusi”, dei Ribelli, e più da grande l’intransigente imperioso leader degli Area, il più coraggioso gruppo italiano di nuovo rock degli anni ’70. A un certo punto si era staccato anche da loro e come solista aveva intrapreso una più impervia strada, “cantando la voce”, come voleva un suo disco famoso, sperimentando diplofonie, triplofonie, flautofonie e straordinari intrecci di etnica e avanguardia. Il suo lavoro era stato interrotto, all’inizio di quella primavera, dalla scoperta di un’aplasia midollare che lo aveva portato, dopo rapidi e drammatici consulti di specialisti, al Memorial Hospital di New York, una delle poche cliniche in grado di assicurare adeguata assistenza.

Demetrio non era ricco e le cure di cui abbisognava erano molto costose (circa 5 milioni di lire alla settimana, per 8/10 settimane, minimo di degenza). Così Gianni Sassi, suo discografico e mentore, pensò di raccogliere fondi chiedendoli “a quel pubblico a cui Demetrio, in questi anni di attività musicale, ha fornito spunto di notevole crescita culturale, di confronto e ricerca nel campo di nuovo utilizzo dei mezzi vocali quale strumento sonoro”. Non era un’elemosina, sottolineava fieramente il comunicato ufficiale della Cramps: “… non si chiede pietismo ma partecipazione corretta e leale”. Si costituì un comitato di garanti, di cui facevano parte ex compagni di gruppo come Patrizio Fariselli e Paolo Tofani, più responsabili delle radio libere, e si organizzò un primo show a Milano, non escludendone altri se la situazione lo avesse richiesto.


Il destino fu crudele: il giorno prima della data fissata, il 13 giugno 1979, Demetrio Stratos moriva a New York. Lo show di solidarietà si trasformò così in una dolorosa celebrazione, un’elegia funebre sospesa tra amarezza, rimpianto e orgoglio per il prezioso messaggio di musica consegnato dall’artista nel corso degli anni. Fu una festa comunque, e una fotografia della ribollente scena italiana di quella stagione. I “vecchi” Area salirono sul palco accanto ai “nuovi” Kaos Rock e Skiantos, il Prog della PFM e del Banco del Mutuo Soccorso affiancò la canzone di autore di Francesco Guccini, di Antonello Venditti, fino al blues di Roberto Ciotti e Fabio Treves, al jazz tarantato di Gaetano Liguori e Tullio de Piscopo, alla colta avanguardia di Giancarlo Cardini. Mancava Demetrio, ma il suo spirito originale e curioso era rimasto: e ce n’è traccia ancora in un doppio album in vinile, diventato con gli anni doppio CD, “1979-Il concerto”, dove si possono recuperare i momenti salienti di quel lungo pomeriggio di dolore e passione, di “gioia e rivoluzione”.

Mark Paytress( “Io c’ero”)




mercoledì 13 giugno 2018

PETER IROCK-“SEVEN”


PETER IROCK-“SEVEN”

A distanza di quasi tre anni ritrovo la musica di Peter Irock, che propone un nuovo lavoro discografico intitolato “Seven”.
Per chi non conoscesse Peter è bene dire come la sua musica sia basata sull’utilizzo di una molteplicità di tastiere e sintetizzatori, e sulla sperimentazione elettronica, arrivando ad un risultato che potrebbe essere etichettato come progetto “ambient”, un viaggio - un sogno -totalmente sonoro, che riesce a trasformare la musica in immagini.
L’evoluzione artistica di P.I. lo ha portato da tempo alla ricerca di elementi acustici e divagazioni strumentali affidate a collaboratori solidi, che propongono parti di chitarra -elettrica e acustica - e una sezione fiati che spazia dal flauto ai sax alto e soprano.
In questo caso il tutto viene messo al servizio di un percorso biblico che prova a descrivere la creazione dell’universo… oltre 40 minuti di trame sonore che rappresentano le tappe che, secondo le sacre scritture, hanno favorito la nascita dell’uomo e di ciò che lo circonda.
I sei pezzi che compongono l’album (… e il 7° giorno Dio si riposò…) necessitano di una fruizione adeguata, nei tempi, nei modi e forse anche nei luoghi, giacchè l’ascolto “protetto” e adeguato diventa portatore di benessere e di sintonia, tanto da trasformare l’ascoltatore in parte integrante della musica che si diffonde nell’aria, una sorta di processo osmotico che è solitamente più facile trovare nelle situazioni live.
Gli “inserimenti” di Frank Mueller alle chitarre e di Hellmut Wolf ai fiati contribuiscono al disegno generale con pennellate artistiche assolutamente complementari alle idee di P.I., e il sunto derivante ha qualcosa di magico, di aulico, che colpisce all’impatto.
Un passo avanti per il tastierista svizzero, un nuovo step di un percorso in continua evoluzione.
Ma ascoltiamo il suo pensiero…



Sono passati quasi tre anni dall’uscita di “Horizon”: che cosa hai realizzato in questo periodo, musicalmente parlando?
Dopo Horizon, ho prodotto un album particolare, dal titolo “IVO”, dedicato alle sculture del famoso artista Svizzero, del Canton Ticino, Ivo Soldini. Un lavoro musicalmente non facile se penso al fatto che dovevo dare suono e "anima" alle sue sculture, ognuna con un suo nome e forma, che potessero evocare con le mie musiche, la loro "personalità inanimata". Alla fine la sua soddisfazione nell'ascoltare le musiche dell'album mi ha confermato che avevo centrato l'obiettivo: dare vita alle sue sculture attraverso la mia musica.

Il tuo nuovo lavoro si intitola “Seven”: a cosa è riferito il numero 7 ?
Potrà sembrare strano, ma aldilà del credo religioso o interpretazione mi sono ispirato alla creazione dell'universo da parte di Dio, 7 i giorni per i quali tutto l'universo - e chi ci vive - è stato creato (ok, il settimo giorno Dio si riposò!). Mi ha affascinato la genesi, e la prima song dell'album, "The nature song", ne è la giusta interpretazione sonora.
Gli altri brani sono da ascoltare per poterne capire la il significato "biblico", anche se tracce come “SEVEN” o “T.E.” potrebbero allontanare dal concetto creando un po’ di smarrimento, ma ripeto ogni brano ha un suo significato che riporta al titolo dell' album.

La tua musica è basata sull’elettronica e sullatecnologia, ma nel lavoro precedenti avevi inserito novità acustiche ed elettriche, ciò che tu all’epoca definivi “… un po’ di elementi umani in più…”: hai mantenuto queste prerogative?
Sì, certamente, sono ancora presenti i due musicisti di “Horizon”, fedeli colonne elettro-acustiche che danno un contributo non indifferente alle parti musicali basate solo con l'elettronica. Parlo di Hellmut Wolf  - al sax soprano, alto e flauto traverso - e Frank Steffen Mueller alle chitarre elettriche e acustiche.


Quale potrebbe essere l’elemento nuovo che testimonia l’evoluzione del tuo progetto musicale?
Ho usato nuove sonorità elettroniche sviluppate con un bravo soundesigner russo, Vladimir Andreev, di Mosca, per la quale azienda sono ora un loro testimonial. Per evoluzione, potrei dire che in brani come “T.E.” le ritmiche Trap si sono sposate con le sequenze stile Berlin School, oppure ho rinunciato per motivi di disponibilità alla cantante soprano, ma ho replicato con software dedicati e dal risultato sorprendente (song Galaxy). Ogni mio lavoro porta sempre delle nuove evoluzioni creative, sonore, emotive. 

Mi parli degli ospiti e del loro ruolo specifico?
Come riportato precedentemente, Hellmut e Frank hanno accettato volentieri e il loro entusiasmo (e bravura) mi sorprendono sempre.
Hellmut vive a Tolsa e Frank vicino a Stoccarda. Ci vediamo una volta all'anno ma tutte le parti audio ce le scambiamo online, in base alle mie indicazioni e demo test che invio a loro. Sorprendente è che posso dire sempre "buona la prima"… non sbagliano mai nell'interpretare qualunque parte - spesso scritta da me -  che debbano eseguire. Suono, feeling... per quanto mi consideri un one man band, sono sicuro che anche nel mio prossimo lavoro, avranno un loro ruolo.

Tre anni fa ti posi una questione relativa al possibile inserimento delle liriche: a che punto siamo?
Direi in pò in alto mare… per quanto ho spesso l'intenzione di scrivere qualcosa di operistico, cantato con testo. Mi affascina il latino e greco vocale, ma la difficoltà, sembra strano, è reperire cantanti lirici che vogliano variare il loro bagaglio musicale classico, con l'abbinamento elettronico. Ma ne riparleremo nel mio prossimo lavoro, e forse, lì ti darò la risposta.

Proporrai “Seven” dal vivo?
Senza dubbio, insieme ad “Horizon”, “Boreal”, e gli altri miei lavori. Il programma è pronto, sono in trattative con interessanti location e contatti, per quanto un mio show, sulla carta, ha dei costi non indifferenti. Sono, anzi, siamo pronti perchè sul palco ci saranno anche Hellmut e Frank, insieme per portare il nostro entusiasmo musicale nei vostri cuori.


martedì 12 giugno 2018

Motel Transylvania



Capita ogni tanto di imbattersi in qualcosa di nuovo, musicalmente parlando.
Si dice che in quel campo tutto sia già stato inventato e allora ben vengano le nuove soluzioni, che passano spesso attraverso le influenze personali che, filtrate e analizzate, possono dare luogo a trame sonore inusuali, un esempio di come la sintesi delle passioni possa fornire un “prodotto” fresco e piacevole. E poi… vedere giovanissimi che creano, e non propongono tributi, rappresenta di per sé un fatto da evidenziare.

Ho assistito casualmente a un live dei Motel Transylvania e sono quindi testimone della loro capacità di coinvolgere l’audience.
L’impatto visuale arriva prima di quello musicale, ma anche questo è uno degli argomenti affrontati nello scambio di battute a seguire.

Ma c’è di più: a fine articolo propongo una piccola clip rappresentativa dell’evento dell’aprile scorso, stralci di un’esibizione divertente e trascinante.
Ma chi sono i Motel Transylvania?
                                               
                                                           
Come e quando nascono i Motel Transylvania? Che tipo di passioni musicali avete alle spalle?
I Motel Transylvania nascono con la voglia di portare qualcosa di nuovo a Savona, o quanto meno nel contesto in cui viviamo tutti i giorni, da un background di cinematografia ed arte dell'illustrazione horror della prima metà del 900. Il progetto nasce a fine 2014 come one- man band che, con l'esigenza di portare il progetto live, si allargato con l'entrata di altri due componenti. Col passare del tempo la formazione ha subito diversi cambiamenti sino ad arrivare a quella attuale. La passione musicale che ci accomuna è sicuramente quella per il punk rock, ma ognuno ha una vasta gamma di passioni che contribuisce al sound del gruppo.

Avete già realizzato qualche album o EP?
Finora abbiamo realizzato solamente un EP, “They Dig After Midnight”, uscito il 19 dicembre 2015 per Archetype Records per quanto riguarda l'Italia e Undead Artists Records per la distribuzione internazionale, e siamo stati inseriti nelle compilation Monster Mash-Up, Archetype Compilation, They Live After Midnight e Without Your Head Compilation. Attualmente stiamo lavorando alla realizzazione del nuovo disco che si chiamerà appunto “Motel Transylvania”, per significare questa nuova partenza, con nuove influenze, nuova formazione e nuove cose da dire.

Credo sia abbastanza complicato definire il vostro genere, e non mi pare neanche interessante ergere paletti musicali, ma come si può spiegare a parole ciò che proponete a chi non vi avesse mai sentito?
Un Elvis sul punto di morte strafatto di psicofarmaci con una passione sfrenata per il punk a stretto contatto con Screamin' Jay Hawkins.

Ho avuto un’unica occasione per vedervi dal vivo ma mi sembrate molto coinvolgenti: è il palco che può fornirvi la dimensione che preferite?
La dimensione che preferiamo è qualsiasi contesto dove poter proporre un prodotto ''nuovo'' a persone che hanno voglia di divertirsi, di muoversi e di riscoprire la musica.

Una delle vostre peculiarità è il coltivare gli aspetti visual, e immagino vi porti via molto tempo la “cura della persona” prima di un concerto: mi raccontate come nasce questa esigenza?
Sostanzialmente i nostri testi al primo ascolto si limitano a raccontare delle favolette dell'orrore in chiave un pò demenziale e grottesca, ma in realtà ognuna di queste ha un messaggio di fondo, un qualcosa che potrebbe essere un demone interiore stesso, e fin dall'antichità il truccarsi e dipingere mostri è stato un modo per combattere queste paure. E questo è quello che facciamo, un pò per fare i pagliacci, un po' per esorcizzare questi demoni (senza sottovalutare l'importanza che il trucco ha per nascondere la nostra bruttezza!).

La vostra formazione a tre è abbastanza anomala, e emerge il contrasto tra la dimensione acustica (il magnifico contrabbasso!) e una chitarra elettrica spinta con una discreta voglia di “picchiare” sulle pelli: casualità o scelta precisa?
La nostra è una ricerca stilistica, riprendendo alla risposta prima, che si rifà al power trio 50s con appunto batteria, contrabbasso e chitarra, ma piace altrettanto pestare quanto poteva essere un concerto punk degli anni ‘90, e questo contrasto ci piace molto, sia dal punto di vista visual e di contenuti, ritmico e armonico, e di come affrontiamo in linea di massima la stesura dei nostri pezzi.

E’ fatto usuale che arrivi nei concerti un “aiuto esterno” alla batteria per poter liberare la voce del drummer?
Sì, perchè per quanto ci riguarda è sempre stato che pubblico e band siano molto uniti, vuoi perchè il pubblico sia sempre stato formato da amici, da persone che ci hanno sempre seguito, molto coinvolte in quello che facciamo, e a noi piace superare, se non distruggere, questo confine coinvolgendo nei nosti live  ''aiuti esterni'', che possono essere Leonardo (Vexatio e Famous Monsters) e Zizzu (Lovecats) per le batterie, Met (Icethrone e Perceverance) per le chitarre o Marco (Icethrone) per le tastiere. Diciamo che ci piace proprio l'idea di collaborare con altri musicisti e altre realtà.

Dimenticavo… presentatevi…
Siamo Toxi Ghoul alla batteria e voce principale, Taison Gore alla chitarra elettrica e seconda voce, e Fish al contrabbasso e cori.

Che giudizio date dello stato della musica nella nostra città?
Savona rappresenta perfettamente il controsenso che vogliamo esprimere, c'è (come in “Bocca di Rosa”) chi lo fa per soldi e chi lo fa per passione, dove i primi lo fanno per tanti e lo fanno male e i secondi cose belle ma fatte per pochi.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?
Per il futuro c'è, come dicevamo prima, l'uscita del nuovo disco, che conterrà 13 canzoni, alcune riprese dal precedente EP, risuonate con l'intenzione e le peculiarità del suono dei nuovi membri della line up; uscirà per Archetype Records etichetta/associazione culturale savonese di cui tutti e tre facciamo parte. Mentre se vi interessa sentirci live ci potrete trovare il 15 Giugno al Festival delle Periferie a Genova Sestri Ponente, il 23 giugno al This is The Way Fest al Rude Club di Savona e il 29 Luglio al Beer Festival al parco Faraggiana di Albissola Marina.




lunedì 4 giugno 2018

Gianni Venturi e Lucien Moreau-“Il Vangelo di Moloch”


Il secondo atto del “progetto Moloch” prende il nome di “Il Vangelo di Moloch”, ed esce a distanza di un paio di anni dallo start della fattiva collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau, artisti che si differenziano nell’età e nell’apporto artistico, ma rappresentano la migliore delle metafore sulla complementarità tra gli esseri umani: loro la definiscono “una fusione di anime”!
Ciò che propongono in questa occasione appare come opera monumentale, e non mi riferisco ai rimarchevoli 78 minuti di musica e parole che costituiscono il disco, ma alla polpa, ai messaggi, a un contenuto che andrebbe messo in scena con un modus teatrale, tanto è avvolgente e comprensivo di sfaccettature da gustare utilizzando i sensi in toto… lo definirei un album sinestesico.
I due autori mi vengono incontro e raccontano a seguire i dettagli del loro lavoro, e l’intervista diventa una sorta di didascalia che accompagna il susseguirsi delle tracce. 
Estrapolo una fase dal comunicato ufficiale: “Stiamo affidando alle macchine, giorno dopo giorno, sempre più potere, e fornendo loro, attraverso i più disparati ed ingegnosi meccanismi, quelle capacità di auto-regolazione e di autonomia d’azione che costituirà per loro ciò che l’intelletto è stato per il genere umano.»
Questa citazione potrebbe essere scambiata per un’affermazione di una qualsiasi persona di buon senso che vive negli anni 2000, ma in realtà rappresenta parte del pensiero dello scrittore inglese Samuel Butler, e risale al oltre 160 anni fa!
Quei concetti sorprendenti, almeno nel senso dell’anticipazione dei tempi, diventano lo scenario de “Il Vangelo di Moloch”, un percorso descrittivo della nostra mediocrità, dell’incapacità di rompere schemi costruiti da altri, recinti che sono stati riempiti dalla materia e dal condizionamento psicologico, quello che porta l’essere umano a credere di esistere solo se tutto il mondo se ne accorge: “Selfie Ergo Sum" è il titolo icastico di uno dei brani dell'album. E la dicotomia tra superficialità e chiarezza di idee (esistono ancora gli illuminati…) crea un conflitto tra le parti, perché “Il mediocre non perdona chi non lo è” (dal brano “Anarchia”).

Il viaggio è a tratti angosciante, laddove l’aggettivo usato coincide, ahimè, con il concetto di realtà, e credo che il video che propongo a seguire sia rappresentativo e significativo del mio pensiero.
Venturi e Moreau, elementi intercambiabili, descrivono l’oggi che si unisce al passato attraverso immagini distopiche, frammenti che mettono in risalto la drammaticità del mondo in cui viviamo e a cui è difficile trovare contromisure, e l’unico antidoto, almeno per chi riesce a visualizzare le dimensioni del mostro che è stato creato, è provare a descriverlo e a mettere le idee - la musica, la poesia e le immagini - a disposizione di chi arriverà dopo di noi o di chi abbia ancora la forza e la voglia di guardarsi dentro: “Chi non conosce i propri limiti tema per il proprio destino”, chiosava Aristotele, e a ben vedere sono in  molti quelli che dovrebbero preoccuparsi!

Dal punto di vista meramente musicale mi pare difficile collocare questo lavoro in una delle tante caselle conosciute, perché il reading si unisce al canto più tradizionale, con elementi jazzistici e aperture al mondo del progressive alimentate anche dalla presenza dei due ospiti, la vocalist Debora Longini, e il fiatista Emiliano Vernizzi che propone il suo sax tenore e soprano.

Sperimentazione mista a poesia, avanguardia e coraggio per un progetto non semplicissimo, colto, vario, affascinante, che dovrebbe uscire dai soliti confini per arrivare a toccare chi ha ancora la possibilità di gestire le leve del cambiamento, quegli “attrezzi” figurati abbandonati dai più, magari non per accidia, ma per la perdita di ogni tipo di fiducia e di speranza.

Bellissimo l’artwork realizzato da Lucien Moreau, argomento che emerge nello scambio di battute.

In attesa della chiusura del cerchio - la fine del “capitolo Moloch” - leggiamo il pensiero degli autori…


Ecco cosa mi hanno raccontato Gianni Venturi e Lucien Moreau…

L’ultima domanda della mia intervista di circa due anni fa terminava con la curiosità di conoscere un atto successivo del vostro progetto e mi pareva che il tutto fosse dietro all’angolo: cosa è accaduto alla vostra musica da allora ad oggi?

Ha avuto il tempo di attraversare un processo di condensazione e distillazione in morbide gocce saline, che noi oggi spacciamo come collirio sonico. Senza dimenticare che il tempo è un concetto del tutto locale e relativo. Abbiamo, in questo non‐tempo, attraversato una fase costruttiva e distruttiva: nuova musica, nuovi concetti, nuove parole. Per approdare a quello che ora è il nostro secondo capitolo, ovvero "Il Vangelo di Moloch", un album di cui siamo più che orgogliosi. Ritorniamo al concetto di “tempo”: se si considera la sua relatività, in effetti il tutto era dietro l’angolo. In realtà la musica ha le sue dinamiche, si mostra quando è pronta, noi non dobbiamo fare altro che accogliere il suo richiamo. Siccome non abbiamo un’etichetta alla quale rendere conto, non abbiamo l’esigenza di fare dischi se non quando i dischi sono pronti nella mente.
Abbiamo costruito "Il Vangelo di Moloch", prima come idea, poi la poesia, ed infine lo abbiamo vestito con la musica e la grafica. Un unico gesto creativo!

La collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau prosegue: come potremmo definire il vostro connubio?

Mistico e psichedelico. Come i viaggi astrali prodotti dalle danze sciamaniche del popolo andino. Come intonare Wagner dopo una cena a base piccante. Come il numero atomico dell'Idrogeno. Nel progetto MOLOCH, oramai, siamo divenuti uno: Gianni Venturi e Lucien Moreau scrivono musica e compongono testi, ora l'uno, talvolta l'altro. Per esempio, "Trump" – ovvero la traccia che conclude il nuovo album – è stata scritta da Lucien Moreau e musicata da Gianni Venturi. Potrebbe trattarsi di una fusione di anime? Concetto poetico, lo sappiamo, però è così. Una propensione anarchica non indifferente, e seppure con età differenti e differenti percorsi, un'unica direzione. Cioè una direzione in divenire. A volte le parole sono musica, o la musica diviene poesia!

Qual è il sunto musicale e letterario de “Il Vangelo di Moloch”?

Ancora una volta è protesta antropologica, speculazione filosofica, elettronica colta e del tutto anticonformista. La ricerca di una via di liberazione mentale, che sia in grado di bucare l'asfalto, di divaricare le sinapsi, di condurre oltre. Oltre le classificazioni musicali, oltre le etichette di genere, oltre la dipendenza (quasi dogmatica) da organismi parassitari come   pseudo agenzie   di   comunicazione, pseudo analisti   di mercato,   pseudo case discografiche, pronti a produrre capitalismo culturale, indotto consumistico ed affiliazione al trend produttivo a suon di "like" e "followers". Oggi l'antitesi non esiste più, è quasi estinta. Perciò noi siamo fieri di rappresentare l'antitesi.

Colpisce una vostra affermazione: “Ogni brano una domanda irrisolta”… potete spiegarmi meglio?

Ogni risposta è una domanda. Perché ciò che conta è la domanda, soprattutto quella che nessuno mai pone. "Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre", per citare Jostein Gaarder. In questo album, più che mai, cerchiamo di interrogare il grande mistero cosmico, di entrare in risonanza con esso. Non è una questione religiosa, è una questione spirituale, di importanza mistica. È la misura della nostra esperienza di realtà. Interiore ed esteriore. Microcosmica e macrocosmica. Non ci sono risposte nella musica, solo domande. Come un immenso occhio, aperto sull'infinito.

Può esistete un equilibrio tra l’inesorabile progressione tecnologia e la posizione preminente dell’essere umano?

L'essere umano non è più preminente da un pezzo. Noi crediamo che la progressione tecnologica si faccia portatrice e messaggera dell'animo umano. Sarà, forse, in grado di condurre il significato segreto della parola "umano" oltre i confini dell'umano stesso. Un giorno, chissà, la consapevolezza della specie camminerà nella mente sintetica di un essere eterno, che si domanderà il senso della vita guardando le stelle. E, forse, scriverà nella sua lingua un nuovo Vangelo, oppure il Sutra della Sintesi, in forma rigorosamente binaria. La "singolarità" può assumere forme straordinarie, se non limitiamo la nostra immaginazione a ciò che il cinema immagina per noi in forme preconfezionate.

I frame dell’artwork sono affascinanti: entriamo un pò nel dettaglio?

La grafica dai toni surreali di Lucien Moreau ci ha sempre accompagnato, album dopo album, ed è parte fondamentale del progetto Moloch. È la costante stilistica. È la nostra "agenzia di comunicazione". Perché comunichiamo anche attraverso il medium visivo. Musica che parla agli occhi, in altre parole. Nella copertina abbiamo volutamente inserito tanti riferimenti culturali e più di un mistero da risolvere. Il diavolo è nei dettagli. Sempre nell'artwork sono presenti anche elementi provenienti dai brani del nostro primo album.

Come e dove sarà possibile trovare “Il Vangelo di Moloch” e in che formato?

Per ora sul nostro Bandcamp, all'indirizzo http://molochthealbum.bandcamp.com al costo rivoluzionario di un caffè, ovvero 1 Euro. Presto su iTunes, Amazon, Spotify. Stiamo lavorando ad una edizione limitata su CD e anche ad una edizione assolutamente speciale in formato cartaceo. Qualcosa di unico. Musica ascoltabile, su carta, perché dopotutto è un Vangelo, quello di cui parliamo. In ultimo ma non ultimo, "Il Vangelo di Moloch" vede la collaborazione con una incredibile voce "sciamanica", capace di trasportare verso altri mondi, quella di Debora Longini, novella Lisa Gerrard. L'album include anche il sax tenore e soprano dalle sonorità inesorabilmente magiche di Emiliano Vernizzi, musicista acid-jazz di fama europea e grande sperimentatore. In più, al termine dell'album, gli ascoltatori troveranno una sorpresa: il risultato della collaborazione con una strabiliante poetessa che risponde al nome di Ilaria Boffa. Ne sentirete ancora parlare, perché queste ultime tracce fantasma non sono che l'introduzione al terzo capitolo del progetto Moloch.



Line up
Gianni Venturi - testi e voce
Lucien Moreau - strumenti e synth



Con la partecipazione di:
Debora Longini - canto e voce
Emiliano Vernizzi - sax e flauto
Federico Viola - effetti, mix e master

Tracklist
01. Manifesto
02. Dinosauria
03. Ritratto di un'assenza
04. Il giardino dell'anima
05. D'io
06. Ricorda chi sei
07. Ho paura di te
08. Ommaia
09. Selfie ergo sum
10. Xenote
11. Il pelo
12. Anarchia
13. Tutti i sentimenti lenti
14. Trump