lunedì 31 marzo 2008

Nazario e Steve Wynn


Il mio amico Nazario, già intervistato sul blog, mi ha inviato il resoconto del concerto di Steve Wynn, il 15 marzo .
Lo propongo integralmente , allegando qualche nota su Winn ed il solito filmato.

STEVE WYNN , SABATO 15 marzo 2008
Dopo aver perso il concerto di quest'estate, per motivi di salute,non pensavo che il mio idolo ,Steve Wynn, tornasse in Italia cosi' presto.
Invece ,leggendo il “Buscadero” di gennaio, ho scoperto con piacere che si sarebbe esibito in due date, a Roma e a Reggio Emilia.
Una telefonata di Fulvio mi rassicurava sul fatto che non sarei andato da solo e....... sabato quindici marzo appuntamento in deposito alle quattordici e trenta.
Si parte per il “Fuori Orario”, circolo arci di Taneto di Gattatico, luogo mai sentito nominare ,anche perchè dista da Savona 250 Km.
Sbagliamo clamorosamente la percorrenza ,e alle diciassette e un quarto siamo davanti al locale, molto bello ,costruito a mo di stazione ferroviaria ,con tanto di biglietteria , ufficio del capostazione e diverse sale (una per il ristorante, una adibita a mostra fotografica ed una con il palco rialzato per i concerti bar sparsi un pò dappertutto).
Questo anticipo è stato provvidenziale.
Infatti dopo poco arriva Steve, lo chiamiamo e lui si dimostra subito disponibile.
Gli chiediamo di firmare un suo CD e immortaliamo questo momento con la foto di rito.

Alle ventidue sale sul palco un gruppo locale , i “Bipolar Mind: sono bravini, fanno delle cover molto personali di canzoni famose,sia italiane che inglesi.
La cantante, carina e con una bella voce, introduce l'arrivo di Steve Wynn in duo con Robert Lloid .
Cominciano con “Tears Won’t Help" e per me è subito rapimento.
Steve non è un virtuoso della chitarra, ma è un piacere ascoltare le note della sua acustica accompagnate dal mandolino , dalle tastiere o dalla chitarra Telecaster di Robert, che a seconda dei brani si alterna ai vari strumenti.

Non facevo in tempo a pensare a cosa avrei voluto ascoltare che puntualmente arrivava la canzone …”Tell Me When Is Over” ,” Burn” , “Medicine Show “,“Boston”.
Dopo una mezzoretta di spettacolo è salito sul palco Eric Van Loo, bassista dei Miracle 3, per accompagnare Wynn con il contrabbasso.
Il concerto è durato piu' di due ore, soddisfacendo pienamente i circa trecento devoti che lo hanno seguito, cantando tutti i pezzi, anche piu' di me.
Alla fine ho incontrato Steve e ho cercato di farmi dare il plettro con cui suonava, ma… ho finito per regalargli il mio che avevo in tasca!Verso l'una e mezza lasciavamo a malincuore il “Fuori Orario” ( che intanto si era riempito di belle figliuole),ripromettendoci di tornare con piu' calma ,al prossimo concerto di culto.

Scopriamo qualcosa di Steve Wynn .
Non è semplice introdurre un artista come Steve Wynn, un personaggio diventato leggenda ed entrato a far parte della vità di molte persone, puntualizzando, con la sua musica, gioie e ansie della vita quotidiana.
I Dream Syndicate sono stati, durante la loro vita, l'icona di un certo modo di fare rock. Sfuggenti e viscerali, non allineati, in perenne bilico tra aggressività e introspezione, ma soprattutto grandi creatori di atmosfere.
Tutto il loro "The Day Of Wine And Roses" è una tavolozza di stati d'animo, di sensazioni percepite a tratti, di canzoni in grado di completarsi nella pienezza dell'album. E questi aspetti hanno creato il precedente per il "culto" attorno a questo "oggetto misterioso" degli anni 80, un album capace di fare sentire la sua mancanza, da colmare con un ascolto, quando si creano le "condizioni giuste".

Ascoltiamo un brano tratto dalla performance del 15 marzo.




Citazione del giorno:

"La vita è come uno specchio:ti sorride se la guardi sorridendo" (Jim Morrison)



venerdì 28 marzo 2008

Huey Lewis


Sono arrivato alla musica di Huey Lewis dopo aver visto il film “Ritorno al Futuro”.
E’ un filmetto “leggero” ma senza tempo, come “Pretty Woman”, “ Notting Hill”, pellicole che almeno una volta all’anno ti capita di vedere , e senza sforzo alcuno.
Ricordo a memoria quattro canzoni , non di più, ma credo vada rimarcata “l’energia” esplosiva, quasi rabbiosa, di Lewis.
Huey Lewis e' un californiano , attivo come armonicista blues fin dai primi '70, membro dei Clover che accompagnarono Elvis Costello.
I suoi News si formarono a San Francisco e comprendevano in gran parte i reduci di un tour di Van Morrison.
Dopo un primo album, “Huey Lewis & The News”, passato inosservato, vennero alla ribalta all'inizio degli anni '80 con una serie di rhythm and blues ballabili che si ispiravano al piu` sano e ruspante suono dei bar.
Picture This”( 1982) sfoggiava il febbrile rock and roll di “Working For A Living”, ma il gruppo si metteva in luce soprattutto per le armonie sintetiche alla Cars di “Do You Believe In Love”.
Ma proprio su quest'album si compie la transizione alle armonie piu` organiche e viscerali di “I Want A New Drug” (che Ray Parker copiera` in Ghostbusters) e “Heart Of Rock And Roll”, in un tripudio di sassofoni quasi jazz, armoniche blues, chitarre boogie e organi soul.
Lewis scodello` poi “Trouble In Paradise” (1985), per il concerto” U.S.A. For Africa”, e soprattutto l'inno travolgente di “Power Of Love” (1985), destinato a rimanere uno dei capolavori del genere.
Fore” (, 1986) presento` un "taglio" molto piu` sentimentale e compassato, quello di “Stuck With You”, “Doing It All For My Baby”, “Jacob's Ladder” e “Hip To Be Square” (tutti e quattro nei Top 10).
Ma in realta` la sorgente si era inaridita.
Small World” (1988),” Hard At Play” (1991) e “Four Chords And Several Years Ago”( 1994) declinarono rapidamente verso la cover di rhythm and blues.
A “Couple Days Off" fu l'ultimo successo di classifica.

E risentiamo “The Power of Love” mischiato alle immagini del film citato.




Citazione del giorno:

"Venti e onde sono sempre dalla parte dei navigatori più abili " (Edward Gibbon)



giovedì 27 marzo 2008

Soundgarden



Esiste una radio genovese che si chiama “Radionostalgia”.
Propone brani in continuo, senza commenti ne titolo.
Il nome della radio evidenzia come i brani,italiani e stranieri, siano un pò datati, ma legati alla sfera rock-pop.
Ascoltandola episodicamente, ritrovo brani di cui magari non conosco il nome, ma conosciuti, magari nascosti in qualche piega della memoria, e pronti a risaltare fuori alle prime note.
Ciò mi spinge a ricerche in rete per colmare le lacune.
Cerco di individuare il gruppo o il titolo e da quelli risalgo al filmato o ad una biografia.
Ultimamente mi è successo con “Black Hole Sun” dei Soundgarden.
In questo caso ho captato le parole del ritornello, e passo dopo passo sono risalito alla fonte, riuscendo così a farmi un quadro di massima.
Vediamo qualche concisa nota biografica.

Soundgarden sono una band nata verso la metà degli anni '80 a Seattle.
Il nome Soundgarden deriva da un'installazione artistica di Douglas Hollis che si trova a Seattle, chiamata appunto "A Sound Garden", in cui il soffiare del vento produceva strani suoni.
È stato uno dei gruppi più importanti della scena musicale grunge.
Nel 1987 il gruppo viene messo sotto contratto dalla Sub Pop, e pubblica gli EP "Screaming Life" (1987) e "Fopp" (1988).
Nonostante, dopo il successo discografico di quegli anni, la band fosse corteggiata dalle major, nel 1988 si accorda con la SST Records per la produzione del primo album, "Ultramega OK", con cui ottengono una nomination ai Grammy Awards del 1988.
Nel 1989 realizzano il primo album per una major "Louder than love".
Nel 1994 esce il capolavoro indiscusso della band: "Superunknown", preceduto dal singolo "Black Hole Sun".
L'ultimo disco realizzato dai Soundgarden è "Down on the upside", del 1996.
Nell'aprile del 1997 la band annuncia lo scioglimento, sancito da un greatest hits, "A-Sides", uscito pochi mesi dopo l'annuncio.


Ascoltiamo “Black Hole Sun” , colonna sonora di un bizzarro e bellissimo videoclip










martedì 25 marzo 2008

Renaissance



Oggi riprendo il sentiero del Prog, occupandomi di una band inglese, tanto per cambiare.
Se c’e’ un gruppo che ha saputo combinare con grande eleganza formale folk,arie medievali e progressive sinfonico, con un occhio di particolare riguardo alla componente melodica, sono i Renaissance.
La loro storia è in realtà quella di due formazioni diverse: una che ha dato l’impulso iniziale ma ha raccolto poco o nulla, ed una seconda che ha saputo confezionare il prodotto a uso e consumo dei mercati.
L’effimero nucleo originario è composto da due ex Yardbirds, Keith Relf e Jim McCarty , con la sorella del primo, Jane Relf, il tastierista John Hawken e il bassista Louis Cennamo.
Così sistemato, il gruppo definisce uno stile tra opera sinfonica e canzone folk vagamente medievale, piuttosto originale per l’epoca (e anche sorprendente per i recenti trascorsi con gli Yardbirds).
Quel primo nucleo dura però lo spazio di un disco e mezzo, perché già durante la sessione del secondo (Illusion,1970)la band va a pezzi.
Nel 1972, con “Prologue”, scendono in campo i Renaissance 2: organico completamente rinnovato, bravi nel capitalizzare le idee dei predecessori e nel portare a compimento uno stile che accentua gli elementi sinfonici e rifinisce ulteriormente gli eleganti arrangiamenti barocchi.
Su tutto spicca però la voce della cantante Annie Haslam, splendida per timbro ed estensione.
Per almeno altri tre album i Renaissance riescono anche nell’intento di dare un giusto equilibrio alle loro ambizioni altisonanti, poi il tono diventa eccessivamente enfatico per poter soddisfare il pubblico del Progressive, che infatti preferisce il primo corso, più fedele a certe innovazioni e meno al pop di classifica. E se in studio la formula riesce comunque, le cose vanno meno bene sul palco, dove è difficile raggiungere soddisfacenti risultati : il” Live At Carnagie Hall”(1976) è infatti il disco più debole fino a quel momento e mostra tutti i limiti di uno stile incapace di rinnovarsi, sempre più pretenzioso e tirato a lucido per compiacere il pubblico.
Con la fine dell’ epoca progressiva, mentre Relf e compagni provano a recuperare, senza fortuna, il vecchio suono con gli “Illusion”, i Renaissance vengono riscoperti da certe fasce di pubblico adulto, e così negli ultimi album dei 70 (Novella, A Song For All Season, Azure D’or) e diventano i più venduti del catalogo.
Il gruppo si separa nel 1987: Annie Haslam prosegue una fortunata carriera di cantante da music hall, mentre nel 1995 Dunford riforma i Renaissance, ricominciando l’attività discografica.




Citazione del giorno:


"L'avventura è soltanto cattiva pianificazione" (Roald Amudsen)



venerdì 21 marzo 2008

Jack Johnson



Un paio di anni fa sono stato colpito casualmente dalla musica che popongo oggi.
Il filmato era presente in qualche TV a tema, e la prima cosa che attirava l'attenzione era la presenza di Ben Stiller, noto comico americano.
Ma il vero protagonista era Jack Johnson .

Vediamo chi è.

Jack Johnson nasce nelle Hawaii il 18 maggio 1975.
Sin da piccolo si cimenta nel surf, che rapidamente diventa la principale attività della sua vita, attraverso competizioni professionali e comparsate in alcuni videoclip o film su questo tema.
Un incidente piuttosto grave lo costringe ad allontanarsi dalle competizioni.
Trova quindi il tempo per suonare con continuità e dedicarsi alla cinematografia.
Nel 1999 esce "Thicker than Water", un film sul surf da lui diretto e per il quale scrive le musiche poi raccolte in un album omonimo.
Nel 2001 esce il suo primo album,"Brushfire Fairytales", che lo porta a essere conosciuto fuori dal mondo del surf, dove è già noto.
Nel 2003 esce "On and On, secondo album ufficiale.
Nel 2005 pubblica il terzo album,"In Between Dreams", che lo consacra definitivamente raggiungendo le più alte classifiche nei paesi anglofoni e in Brasile.
Nel frattempo scrive le musiche per il lungometraggio animato,"Curious George" che esce nel 2006.
Il 5 Febbraio del 2008 esce il suo quarto album ufficiale ,"Sleep Throug The Static".

Ascoltiamolo



Citazione del giorno:
" La vita ha ragione, in ogni caso" ( Rainer Maria Rilke)

mercoledì 19 marzo 2008

Nektar


Ho casualmente scoperto i Nektar e ho verificato come abbiano largo seguito.
Vediamo qualche elemento biografico.

Nektargruppo inglese formato nel 1969 e poi stabilmente trasferitosi in Germania, sono un'espressione comunque interessante del progressive cosiddetto minore.
Dopo l'esordio di "Journey to the centre of the eye"(1971) è il successivo "A tab in the ocean" (1972) a mostrare le migliori qualità del suono Nektar: è un prog apertamente sinfonico e a volte maestoso, con qualche venatura di space-rock, come nella lunga suite omonima che resta forse il vertice espressivo del gruppo.
Equamente bilanciato tra le trame delle tastiere e la chitarra solista, senza dimenticare una certa psichedelia ("Desolation valley") e un rock più abrasivo e acido ("Cryin' In The Dark"), col supporto di una robusta sezione ritmica, il disco è davvero un'opera di ottimo livello. Indubbiamente, si sentono influenze diverse (soprattutto gli Yes), ma la band, dopo "Sound like this", sa esprimersi ancora con buona personalità in "Remember the future" (1973), che tra l'altro vende molto bene negli Stati Uniti.
Anche in questo album il quartetto ha i suoi punti di forza nelle morbide, evocative tastiere di Allan Freeman e nella chitarra molto duttile di Roye Albrighton: la musica proposta è così un rock sinfonico elegante, privo di forzature, che si dipana in una lunga suite fantastica, scorrevole e ricca di pregevoli atmosfere. Le voci sono spesso corali e ben incastonate nella trama tastieristica, con delicati inserti della chitarra che solo nella seconda parte trova inflessioni bluesistiche.
La discografia dei Nektar prosegue ancora tra alti e bassi fino al 1980, in parte condizionata proprio dal successo americano che li spinge a qualche compromesso commerciale.

Dopo lunghi anni di silenzio, la band è tornata quindi all'opera con l'incisione di nuovi dischi e frequenti spettacoli dal vivo.








martedì 18 marzo 2008

Kansas



Il periodo della musica Progressive è solitamente abbinato a band inglesi.
I gruppi d'oltreoceano non sembrano toccati da questo movimento più "colto".
L' esempio americano più significativo è quello dei Kansas.

Vediamo qualche nota dal web.
Il cantante Lynn Meredith, i tastieristi Don Montre e Dan Wright e Kerry Livgren (chitarra, successivamente alle tastiere), futuri Kansas, suonavano già assieme nel 1969 in una band chiamata The Reasons Why, con Scott Kessler (basso) e Zeke Lowe (batteria).
Dopo aver cambiato il loro nome in Saratoga, cominciano nel 1970 a suonare materiale scritto da Livgren, prima di scegliere definitivamente il nome Kansas e far entrare nuovi membri:Dave Hope (basso),Ohil Ehart (batteria) e Larry Baker (sassofonista).
Con questo organico formano una band di Rock Progressivo che prende il nome dallo stato di provenienza (abitavano tutti a Topeka, nel Kansas).
La line-up, denominata dai fan Kansas I, è particolarmente instabile e muta ancora nel 1971, quando il batterista Ehart è sostituito da Zeke Lowe, e poi ancora da Brad Shulz, Hope è sostituito da Rod Mikinski, e Baker dal flautista e sassofonista John Bolton.
I fans fanno riferimento a questa line-up come Kansas II.
Nel frattempo i fuoriusciti Ehart e Hope formano un loro gruppo, con Robby Steinhardt (violino, basso), Stewe Walsh (tastiere, voce) e Ricj Williams (chitarra).
Quando reclutano anche Livgren, questi porta in eredità il nome Kansas.
Questa formazione, la Kansas III, firma nel 1974 un contratto con l'etichetta di Don Kirshner, e registra subito il primo album.
Nel corso degli anni 70 la band evolve in uno dei più imponenti fenomeni rock del periodo, riempiendo sale da concerti e stadi e raggiungendo le vette delle classifiche.
I primi segni di cambiamento si hanno nel 1980, con la conversione religiosa di Kerry Livgren che impone una svolta al gruppo, e i testi fanno sempre più spesso riferimento alla cristianità. Nel 1982 il violinista Robby Steinhardt abbandona la formazione, e alla voce troviamo John Elefante al posto di Walsh (che aveva già lasciato dopo Audio-Visions) e le composizioni si fanno sempre più commerciali.
Nel 1986 i Kansas tornano con una formazione rinnovata con l'ingresso di Steve Morse , il bassista Billy Greer e con il ritorno del front-man Steve Walsh.
Il risultato è Power (1986), dove spiccano sonorita' hard rock grazie anche alla potente chitarra di Morse. La formula viene ripetuta con il concept successivo The spirit of things (1988). In seguito il gruppo continuerà con altri cambi di formazione e con uscite di vari live e raccolte.




Citazione del giorno:

"La gente cambia, ma dimentica di comunicarlo agli altri "(Lillian Hellman)

lunedì 17 marzo 2008

Frank Zappa


Pillole di Frank Zappa, partendo dalla lettura di "Frank Zappa - La vita e la musica di un uomo Absolutely Free", di Barry Miles.

Trascrivo una recensione al libro, di Luca Trambusti.

"Barry Miles è un giornalista del New York Times, autore di molti profili di star del rock. L'ultima sua rischiosissima fatica è descrivere Frank Zappa, forse il più grande genio espresso da quella cultura. Sebbene legato a Frank da una vera amicizia, Miles riesce a essere obiettivo e in alcuni episodi persino critico nei confronti del musicista. L'autore esplora più il lato umano che quello musicale, fornendo un ritratto di luci e ombre.
Molto documentato, Miles approfondisce temi e tocca argomenti che svelano l'anima a tratti feroce e umanamente non proprio solare di Zappa. Alla cui vena artistica incontestabile Miles accosta sottilineature di come, in più occasioni, le sue idee provenissero dall'entourage dei musicisti. La vita personale e artistica di Zappa è sempre inquadrata nel contesto sociale e politico e l'intreccio è notevole. Insomma, Zappa come uno dei mille volti dell'America.
Lo svolgimento del libro è strettamente cronologico: dall'infanzia raminga per gli States al seguito del padre, alle esperienze giovanili, alla vita da freak nella Los Angeles dei Sessanta sino alla drammatica scomparsa per malattia. Chi ha letto l'autobiografia di Frank troverà in questo libro angolature diverse. E spesso Miles precisa, puntualizza e corregge (attraverso studi e testimonianze) quanto lo stesso Zappa ha raccontato in vita.
La vita di Frank Zappa, rispetto alla sua musica, non è "degna di nota".
Un gioco di parole che lo stesso artista ha lanciato, a metà degli anni Ottanta, quando da molti era considerato un genio e da altrettanti un personaggio con manie di grandezza per certi versi insostenibili.
Nella sua stessa autobiografia, scritta con l'aiuto dell'amico giornalista Peter Occhiogrosso, quello che c'è di davvero rilevante riguarda operazioni concettuali o impressioni che Zappa ha riportato dall'incontro con cose e persone: lavoratore infaticabile e imprenditore vero, si è spesso rinchiuso nei suoi studi o ha girato in maniera ossessiva i palcoscenici, piuttosto che dare spettacolo della sua intimità.
Una intimità di cui, alla fine, si sa abbastanza poco.
Nato il 21 dicembre 1940 a Baltimora, da due siciliani che non avevano esattamente fatto fortuna con l'american way of life (il padre era un operaio del governo nel deserto californiano), trasferitosi nel Mojave e subito interessato alla sperimentazione di forme espressive diverse fra di loro, Zappa si è formato su ascolti tutt'altro che rock-and-roll: Varèse, Stravinskij, la musica dodecafonica e "tantissime canzoncine che ascoltavo da bambino".
Le cosiddette silly songs che avrebbero fatto capolino, riviste e ironizzate in maniera grottesca, nelle produzioni centrali dei Sessanta zappiani.
I suoi studi giovanili arrivarono fino allo Chaffey College di Alta Loma, California, per poi lasciare spazio a piccole produzioni cinematografiche e a un piccolo studio indipendente.
Nel 1964 suonava con una band locale, i Soul Giants, che divennero poi le prime Mothers nel giro di un paio d'anni e inanellarono una serie di album decisamente contro i cliché dell'epoca.
Allora Frank aveva già sposato la sua prima moglie, una telefonista, e incontrato da poco quella che sarebbe diventata la sua compagna per il resto della vita e che gli avrebbe dato quattro figli, Gayle.
Lontano dalla hippy-culture dell'epoca, l'aveva stigmatizzata in album poi divenuti memorabili.
Il simpatico gruppo di disordine delle Mothers si era reso conto in fretta di avere un padre-padrone, più che un comprimario, così come lo stesso amico d'infanzia Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart, in un rapporto speso fra liti e riappacificazioni più o meno credibili.
FZ ha avuto sempre la tendenza a utilizzare i musicisti come meri esecutori delle sue musiche, e il rapporto con loro, anche con i più famosi e riconoscenti, - fra tutti, il grande polistrumentista Ian Underwood, oppure il jazzista Jean-Luc Ponty - non è mai stato facile.
Dopo lo scioglimento delle prime Mothers, si è avvicinato sempre di più al jazz e poi alla musica colta, vista da una prospettiva originale .
"Hot Rats", forse il suo album più acclamato, da critica e pubblico, ha preceduto la rifondazione delle solite Madri e una serie di concerti finita male, nel '72, quando cadde dal palco di Londra, spinto da uno spettatore geloso, " pare che Frank stesse occhieggiando la sua ragazza ) e si fratturò la gamba in due punti.
Costretto su una sedia a rotelle, si sarebbe dedicato così sempre di più alla produzione in studio, con album - Waka Jawaka, per esempio - strutturati e complessi (nonostante qualche parentesi commerciale, su tutte la serie di Joe's Garage), fino al flirt finale con la musica contemporanea, le collaborazioni con la London Philarmonic Orchestra, Pierre Boulez, la riscrittura su "pianola elettronica" degli spartiti del suo quasi omonimo Francesco Zappa e la raccolta di un archivio dal vivo che avrebbe visto la luce alla fine degli Ottanta con la serie "You Can't Do That On Stage Anymore",in vari volumi.
Tutte cose che finirono per annullare completamente i dettagli quotidiani della sua esistenza. Unica posizione pubblica sarebbe stata la presa di posizione contro i genitori che denunciavano la pornografia dei testi del rock, a metà Ottanta; poi, un'ultima tournée nel 1988 e alcune piccole apparizioni successive, fino a quella nel settembre del 1992 a Francoforte e a Vienna per presentare l'ultimo album," The Yellow Shark", in condizioni di salute oramai precarie.
Dieci anni dopo la sua morte, le sue pubblicazioni postume sono state molte di meno di quanto si immaginasse e comunque l'importanza della sua musica non è affatto diminuita, dimostrazione estrema che le opere di un grande artista contano più di qualsiasi contorno minutamente biografico.


Citazione del giorno:
"Parlare di musica è come ballare di architettura" (Frank Zappa)


giovedì 13 marzo 2008

Tinkara


Mi pare fosse luglio 2005 quando andai a Mantova, Palazzo Te, per vedere un concerto dei Jethro Tull. I miei amati Tull.
Serata fantastica, cornice fantastica, aria di festa.
Quelle serate d'estate che hanno qualcosa di magico, che non si spiega con la sola musica.
A metà esibizione una bella ragazza sale sul palco... il suo nome è Tinkara.
Duetta con Ian Anderson, parla italiano col pubblico... “ma chi è?”.
Come può camminare per il palco alla pari con LUI?
E' brava e lo dimostra. Ian si fa da parte e le lascia lo scettro.
Forse le piace la bella ventisettenne?
Ricordo una bella Boure'e assieme e poi un brano dal titolo"The Place to Be".
Al ritorno a casa giro nei negozi di dischi savonesi per cercare il disco "O-range".
Nessuno lo conosce, nessuno la conosce.
Arrivo all'ultim negozio di dischi sulla terra e chiedo.
La gentile commessa mi dice:" No, mi dispiace, ma... aspetta. Eccolo qui, l'avevo messo da parte per ridarlo indietro, non ne ho venduta una copia".
Senza pubblicità adeguata come fa una sconosciuta a vendere il proprio prodotto?
Lo acquisto al volo ed ogni tanto lo sento.

Ma chi è questa Tinkara?
Ecco cosa ho trovato a quei tempi in rete.
La nuova stella del pop-rock europeo arriva dalla Slovenia, si chiama Tinkara Kovac. Il suo quarto album "O-range", dopo aver ottenuto grande successo in patria, viene pubblicato in versione internazionale dalla EMI Music Italy accompagnato dal singolo "The place 2 B". Tinkara è nata a Capodistria nel 1978, diplomata in flauto traverso al Conservatorio di Trieste, parla sei lingue e studia filosofia all'Università di Lubiana. "O-range", prodotto con cura da Andrea F, propone un sound accattivante con influenze 70's e vanta come ospiti il mitico Mike Peters degli Alarm, il "guitar hero" veneto Tolo Marton e Massimo Bubola che le ha donato "Spezzacuori" (uno dei suoi classici storici) e qualche suono di chitarra "vintage". La canzone di Bubola non è l'unico episodio di Tinkara cantato in italiano. C'è anche "Madame Guitar" di Sergio Endrigo proposta in una intensa versione unplugged nel CD "Enigma"che contiene anche il singolo inedito "Quello che". A ciò aggiungiamo l'importante esibizione con Ian Anderson al Cankarjev Dom di Lubiana, il tempio della musica classica slovena, seguito da altri due show con i Jethro Tull e abbiamo il ritratto di una artista determinata e sincera come la sua musica senza confini.
L’intervista

In "O-range" hai collaborato con musicisti di varie nazionalità, potremmo quindi definire l'album come esempio di "rock senza confini" che parla lingue diverse ma si unisce e trova forza nella musica?"

Ti ringrazio, mi piace questa definizione. E forse ci sono più fatti che la possono confermare. Il primo è che ho veramente cercato di "mettere la mia musica sulla mappa del mondo", come dicono gli inglesi, cioè di fare qualcosa che lasci un segno e sia interessante e comprensibile anche per chi vive fuori dai confini del mio paese. Il secondo è che l'ho fatto con musicisti che hanno deciso di collaborare non per via di un contratto, per un progetto promozionale discografico o perché il mio management li ha pagati ,ma semplicemente perché li ha convinti la mia musica, quindi per amore per la musica e per divertimento, per una collaborazione tra musicisti e non per un progetto tra manager o discografici.

Alcuni arrangiamenti del disco fanno emergere l'influenza dei grandi gruppi rock come Jethro Tull e Led Zeppelin, è una tua scelta precisa?

Più che una scelta è il mio carattere musicale che è così, ho sempre ascoltato e stimato e sono stata ispirata da musicisti come loro, ma anche Jimi Hendrix, Pink Floyd, Pretenders, ritengo che la cosiddetta memoria storica sia fondamentale. Tanti giovani musicisti stanno scoprendo l'acqua calda perciò se mi si compara agli originali è sempre meglio che essere comparati a copie o addirittura a copie non buone. Nonostante questo è anche vero che con la collaborazione di Andrea F e con il lavoro legato al mio ultimo album mi sono ancora più avvicinata proprio a me stessa ed al mondo sonoro che mi piace e che mi rappresenta, non a caso il titolo dell'album si può leggere anche come "zero range", un termine che usano i piloti per dire "distanza zero", in questo caso tra me e quello che faccio.

A proposito dei Jethro Tull hai avuto l'onore di duettare al flauto con il leggendario Ian Anderson, pensi ci sia ancora spazio per questo antico strumento nella musica odierna?"

Assolutamente si. Il flauto rock e' una cosa molto rara con la quale si può ancora dire tanto. Ed e'proprio la sperimentazione con questo strumento che lo rende ancora attuale, gli prolunga la vita, arricchisce l'espressione musicale. Mi ha fatto piacere quando, in alcune recensioni di "O-range", hanno scritto che ho moltiplicato ed esteso l'eredita' del flauto di Ian Anderson perché sul disco ci sono piccoli esperimenti come il flauto suonato con phaser e distorsori, rovesciato, inserito in un brano quasi elettronico ed aggressivo con loop e batterie elettroniche che però riprende delle melodie di Astor Piazzolla. Secondo me ci sarà sempre spazio per crescere, per andare avanti, se lo si vuole fare e se ci si prende il tempo e lo spazio per farlo. Queste cose per me contano di più che essere presente alle feste giuste per trovare la mia foto sui magazine che parlano di VIP e cronaca rosa...

Come è nata invece la collaborazione con Massimo Bubola, anche co-arrangiatore in tre brani, e perchè hai scelto di riprendere un brano impegnativo come "Spezzacuori".

Vivendo non lontano dall'Italia conoscevo i suoi tantissimi successi scritti per Fabrizio DeAndre' o altri come "Il Cielo D'Irlanda". Ho sentito Massimo per la prima volta dal vivo in un concerto vicino a Udine. Lui ed Andrea F, il produttore di "O-range", si conoscevano già da prima e così ho avuto modo di incontrarlo. E' stato poche settimane prima della prima delle tre lunghe session in studio per registrare "O-range" ed ho invitato Massimo a venire ad ascoltare la mia musica per dirmi cosa ne pensa. Quando è venuto gli ho fatto sentire i primi brani che avevamo inciso e gli ho tradotto anche tutti i testi, so che per lui come per me sono molto importanti. Dopo cena gli ho chiesto se gli andava di incidere qualche chitarra vintage su qualche mio brano, perchè so che ha una bella collezione di strumenti a cui è molto affezionato. Mi ha risposto che lo avrebbe fatto con piacere e poi mi ha addirittura proposto di rifare la sua "Spezzacuori". E' così la scelta è caduta su questo brano ma se avessi dovuto scegliere avrei avuto l'imbarazzo della scelta nel suo grande repertorio di pezzi bellissimi!

Hai fatto una doppia interpretazione di "Spezzacuori" che ha un testo non semplice e alquanto forte.

Nella versione slovena ho tenuto le tematiche descritte in modo più dolce, più femminile ed è proprio questo che è piaciuto a Massimo dopo aver letto il mio testo, ha addirittura detto che mi "ruba" un verso per le prossime sue esecuzioni del brano! Nella versione internazionale dell'album però ho voluto cantarla in italiano per fargli un omaggio e perché sapevo che il disco sarebbe uscito proprio in Italia. "Spezzacuori", al di là delle immagini forti, anche erotiche del testo, parla in maniera tragica di droga, cocaina, ci sono metafore davvero sottili. E' una sfida cantarla e cercare di fare sentire con la voce e la mia interpretazione tutte queste sfumature.

Toglimi una curiosità: nella versione internazionale hai inserito "Samba Pa Ti" al posto di "Little Wing" presente in quella slovena dove era ospite Carlos Nunez, come mai?

Ti ringrazio per questa domanda così ho modo di spiegare una cosa che sembrerà strana a tanti appassionati di Hendrix in Italia ed USA che hanno già scritto di "O-range" nella versione slovena. Nella versione live di "Little Wing", tratta dal concerto al Cankarjev Dom nel 2002, come ospite c'era Carlos Nunez con flauti celtici ed alla gaita, la cornamusa della Galizia di cui lui è un virtuoso, e che lo ha portato a suonare con i Chieftains, Sinead O'Connor, Ry Cooder ed altri. Carlos è un grande musicista ed una persona molto simpatica ma ha un manager dal carattere impossibile che a quanto ho capito riesce a litigare con tutti. Noi avevamo l'autorizzazione all'uso di quella registrazione per i territori discografici della Slovenia e della Croazia, per tutti gli altri ci voleva un'autorizzazione extra, semplicemente un OK su carta della sua casa discografica attuale, la Sony. Ma sembra che questo manager sia in pessimi rapporti anche con la Sony percio'tra le tante questioni aperte ed irrisolte tra di loro e' rimasta in sospeso anche questa. Ora sto pensando di mettere "Little Wing" come filmato live sul mio sito, così chi è curioso la potrà trovare, e spero gustare, grazie ad internet. "Samba Pa Ti" invece è nata dal vivo sullo stesso palco dove abbiamo registrato "Little Wing", quello del prestigioso Cankarjev Dom di Lubiana, che e' un po' la Royal Albert Hall slovena, un tempio della musica dove pochi musicisti pop o rock hanno l'onore di venire invitati a suonare e dove io quest'anno ho suonato per la quarta volta. E' il palcoscenico più gratificante e "speciale" in Slovenia, con audio e luci ad altissimo livello, ogni volta cerco di preparare un concerto altrettanto speciale, con delle sorprese in scaletta, come appunto la cover di Santana, che mi è venuta in mente in studio, quando registravamo il mio flauto attraverso un distorsore per chitarra, e ci siamo tutti stupiti ed accorti che suonava molto simile al tipico suono della chitarra di Santana.

Come ti stai preparando per l'uscita internazionale di "O-range" accompagnato dal singolo "The Place 2 B"?

E' previsto un tour nelle città europee e magari in Italia?"Ho già avuto un paio di concerti interessanti in Italia, headliner al festival Onde Mediterranee, ospite internazionale alla rassegna Canzoni di Confine a Udine, Art Festival delle Cinque Terre, Sound Expo a Verona, La Casa 139 a Milano. Mi piacerebbe molto avere un tour vero e proprio in Italia (ed anche in altri paesi), in posti dove potrei presentare al meglio la mia musica, teatri oppure piazze, con la mia band di cinque elementi (due chitarre, basso, tastiere e batteria). Spero che questo si avvererà presto!

Il brano che propongo è la più volte citata "The Place to Be".
L'ho registrata nell'occasione appena descritta, il concerto di Mantova, ed è di qualità scandalosa, soprattutto per le condizioni in cui ho dovuto usare la videocamera. E' comunque un video originale, che non credo esista su Youtube e dintorni.





mercoledì 12 marzo 2008

Blind Melon


Ho trovato questa notizia in rete:
"Uscirà il 22 aprile il nuovo album dei Blind Melon, che tornano insieme dopo ben 13 anni. Una pausa giustificata: la band si mise in stand-by nel 1995, dopo la morte del cantante Shannon Hoon per overdose di cocaina, sostanza con cui cercava assurdamente di combattere le frequenti crisi depressive.

Molto timidamente i membri del gruppo si sono ritrovati in occasione del decimo anniversario dalla scomparsa di Hoon, suonando in studio con l’aiuto del giovane cantante Travis Warren. Dopo alcuni mesi di prove la decisione di pubblicare prima qualche singolo, e ora un nuovo album. Si intitolerà" For my friends "e potete ascoltare qualche traccia in anteprima sul loro Myspace.
Le danze erano state aperte in settembre, con l’uscita di un best of del gruppo accompagnato da un dvd contenente il "Live at Metro del 1995", primo (e, ironia della sorte, ultimo) concerto della band interamente filmato. "

Li aspettiamo.
Ma chi erano in primi Blind Melon?
I Blind Melon originari erano una band alternative rock statunitense, formatasi nel 1989, a Los Angeles, dall'incontro di due musicisti provenienti dal Mississippi, il chitarrista Roger Stevens ed il bassista Brad Smith. Si aggiunse presto, alla voce, il carismatico Shannon Hoon. Dopo le prime difficoltà, nel 1992 la band pubblica con la Capitol Records il primo lavoro dal titolo omonimo. Il sound proposto è subito riconducibile alla scena grunge, ma la particolare attenzione ed il gusto per le melodie li ha distinti e forse penalizzati rispetto ai gruppi di Seattle. L'album "Blind Mellon" riscuote subito un grande successo in tutto il mondo, trascinato dal singolo e dallo straordinario videoclip " No Rain", un brano costruito su uno splendido arpeggio che dona atmosfere folk ad una tipica ballad Blues rock. Nel 1995 la band pubblica Soup, ma poco dopo Shannon Hoon viene ritrovato morto per overdose di cocaina. Il decesso di Shannon decreta, tragicamente, la fine della band. Nel 1996 la C.R. pubblica "Nico", album postumo con brani inediti registrati nel periodo trascorso in tour tra il 91 ed il 95.Dopo dodici anni, il 7 Ottobre 2007, i Blind Melon tornano ad esibirsi nuovamente in pubblico. Nel 94 ho conosciuto i Blind Melon attraverso il meraviglioso videoclip "No Rain" che vado a proporre.


A seguire, lo stesso brano in versione live.






martedì 11 marzo 2008

Finardi...Giulia....Cuba....



Sono iscritto a differenti Forum che fanno capo ad artisti che amo particolarmente.
Non ho molto tempo per poter essere un assiduo frequentatore, ma ogni tanto faccio qualche apparizione.
Ho visto come rappresenti un mezzo potente per allacciare rapporti significativi e fare nuove amicizie, in una cerchia di persone che hanno come elemento comune l’amore per una particolare musica.
Si parte da cose molto tecniche, che solo i fan più stretti possono “reggere”, per poi arrivare ad argomentare su qualsiasi cosa, utilizzando magari immagini e filmati.
Nel mio caso, la partecipazione , seppur episodica, ha il senso del totale gradimento alla figura dell’artista “titolare” del Forum.
Insomma una esplicita dichiarazione d’amore.
Uno di questi Forum è quello di Eugenio Finardi, musicista al quale ho già dedicato alcuni post.
Alcuni giorni fa, visitando dopo molto tempo quello spazio, ho detto la mia su un topic aperto da Giulia, relativo alla poesia.
Conosco Giulia da pochi giorni, ma abbiamo già avuto una corrispondenza assidua e lei è stata prodiga di consigli (a me pare un’esperta in fatto di espressione scritta) che spero di riuscire a mettere in pratica.

Una riflessione, apparentemente inopportuna.

Giovedì Tex mi scrive, raccontandomi di come un comune amico abbia avuto un incidente stradale.
Dal modo in cui scrive si capisce come sia un vero peso, per lui, l’uso della posta elettronica.
Gli rispondo di mandarmi il numero di telefono dell’amico in ospedale perché e’ andato perso.
Lui capisce che il numero che sto cercando e’ il suo e mi risponde che fortunatamente può ancora vivere senza telefono… e molto bene anche.
Credo che lui, ancora adesso, sia senza televisione a casa, per scelta.
Non mi permetto di giudicare lo stile di vita di altri, ma questo è un caso di dichiarata avversione per qualsiasi forma di modernità, di nuove tecnologie.
Io non potrei fare a meno di cellulare, per lavoro e per diletto, per sicurezza mia e dei miei cari.
Io non potrei fare a meno della mail e di Internet che mi permettono di essere in continuo contatto col mondo, mio e di altri.

Dunque, nello spazio di un giorno, per mezzo di queste "diavolerie dei nostri tempi", sono entrato in confidenza con Giulia.
Forse “confidenza” può sembrare un’esagerazione, ma io di getto le ho inviato cose che ho scritto, molto personali, e lei mi ha contraccambiato.
E cosa c’e’ di più personale di qualcosa che scriviamo per noi stessi ?
E cosa significa donare a “sconosciuti” un pezzo di noi?
Forse non conoscerò mai Giulia di persona, ma spero di continuare ad avere un link con lei, così come mi e’ capitato con Debora, Edy, Lincoln ecc ecc.
In questa repentina ed assidua corrispondenza, ho ricevuto la recensione che lei fece alla canzone “Cuba”.

Mi ha scritto:


Nel settantotto una mia amica che faceva la colf a Milano ci

portò un disco di un certo Finardi.

Ti allego cosa ho scritto su Cuba.
Era voce diversa, voce armonica, a me pareva piena di classicità.
Per un periodo ho collaborato con una radio privata, conducevo
un programma intitolato "Il the delle cinque" e facevo ascoltare
le canzoni meno famose , praticamente il lato b.
La sigla del programma era "La Radio".
Poi purtroppo sono successe cose che mi hanno
allontanato, eventi non previsti, da ogni tipo di ascolto.
Nel duemilaquattro, in luglio, ho avuto l’occasione di sentire Finardi.
Era una delle sue prime uscite con Anima Blues.
L'ho salutato, ringraziato, e alla mia domanda "Pensa ad altre date?"
lui rispose"Vada nel mio sito, anzi la invito a scrivere nel Guestbook

La recensione di “Cuba” risale dunque al 78 ed acquista ai miei occhi un valore più alto del semplice giudizio su di una canzone.
Mi arriva in faccia come una reunion di Verdone, una canzone di Guccini, una frustrazione mai superata.
Nelle discussioni musicali della mia gioventù non c’era spazio per il grande impegno , la politica , le riflessioni filosofiche, lo sfoggio di cultura.
Eravamo molto “grezzi” ed interessati a tutto, tranne che ai messaggi e ai principi.
La descrizione di Giulia mi pare una miscela di poesia , musica e vita.
E’ un quadro amaro che ci ricorda come in un soffio 30 anni siano passati e, nonostante sia evidenziato ad ogni occasione che”siamo sempre gli stessi”, abbiamo lasciato per strada un po’ dei nostri pezzi, dei nostri sogni, delle nostre aspettative.
Leggendo “Cuba” by Giuly,ho perso sin dalle prime righe il commento alla canzone, lasciandomi andare ad immagini che rivivo spesso, troppo spesso.
Ma forse , in questo caso, Finardi e la sua canzone erano solo un mezzo per dire altre cose…..

Leggiamo dunque lo scritto di Giulia:

“ millenovecentosettantaotto, quasi inverno, freddo, si gela e spifferi e tempo cattivo e fuoco che non scalda.
Licia ha portato il vino, stasera, siamo insieme, dieci ex ragazzi Claudio ha tradito tutti, cambiate idee, partito, perfino marca di sigarette.
Ci pare estraneo, non così eri, quando portavi allora l'eskimo innocente.
Margherita ha occhi stanchi, aspetta un figlio e le pesa, non lo vuole, difficile essere ragazza madre nel millenovecentosettantaotto. Luis parla di Cristo metà nero metà bianco, partirà per l'Argentina a Medina, la prossima settimana, a colonizzare, dice Gianni, no, risponde lui a cercare la mia verità.

-Forse è vero che a Cuba non c'è il paradiso
che non vorremmo essere in Cina a coltivare riso c
che sempre più spesso ci si trova a dubitare
se in questi anni non abbiamo fatto altro che sognare-

Maddalena ha portato il quarantacinque, da una parte Extraterrestre, dall'altra Cuba.
L'ha comperato a Milano, ha una foto e un giornaletto che parla di lui.
La Pasionaria dice -ha la faccia da ricco, non è dei nostri. Ha cantato "saluteremo il signor padrone”, risponde il quasi laureato Luciano, dirà qualcosa.
Roberto dice zitti ca… state zitti, si ascolta e poi si parla.
Guardo i miei compagni, visi conosciuti da sempre, cresciuti assieme ricordi favolosi di corse a piedi in bici in motodi scorribande a depredare orti e giardini di infanzie adolescenze prime giovinezze
DI SOGNI
Il poeta con la faccia da ricco.
-e tutto questo cantare sul cambiare la situazione
non sia stato che un sogno un'illusione-
Sento il silenzio volare. Come aprire la mente a parole diverse. -Bravo, voce splendida, commenta Peppo, che canta e suona.
Si stappa il vino, corre un'emozione, risentiamolo, dice Licia.
Innamoramento: scoperta. C'è qualcuno che canta di te, di noi.
Siamo ancora noi, trent'anni dopo. Luis ha perso la verità per strada, Margherita non c'è, è andata in cielo Maddalena abita a Milano e quando torna ha lo sguardo da cittadina Roberto è in Canada, dicono sia diventato ricco Claudio è deputato .
Io sono qui, riascolto Cuba di nascosto . Ritrovo un respiro e un posto pulito.
-ragazzo che canti Cuba, ti ringrazio-
Crescerai, diventerai importante, ma se per caso ti risentissi o cambiassi strada per me saresti ancora Cuba e poi, quello che sarai diventato”.