giovedì 30 maggio 2019

The Samurai Of Prog- “Toki No kaze”


The Samurai Of Prog-Toki No kaze”
Di Athos Enrile

Ritornano i The Samurai Of Prog e in sede di commento non posso far altro che ripescare nella memoria giudizi già espressi, e la convinzione che, almeno dal punto di vista dei lavori in “studio”, la multinazionale finlandese rappresenti l’essenza della musica progressiva e tenda a conservare i valori che furono dei primi seventies, con un logico ammodernamento atto a colmare il grande spazio temporale… ma il profumo di allora resta intatto.

Mi è capitato recentemente di ascoltare un album cult di rock progressivo, depurato totalmente della vocalità e di ogni tipo di “durezza” - a favore di trame classiche -, ovvero elementi che, in origine, erano caratterizzanti. Nonostante la "mutilazione" voluta, la bellezza delle trame è tale che la mutazione verso la classicità produce uno stato di immortalità.



Ecco cosa accade alla musica dei Samurai (Kimmo Pörsti alle percussioni, Marco Bernard al basso e Steve Unruh al violino/flauto e voce), un donare estrema dignità ad una musica nata piò o meno cinquant’anni fa, dando risalto a tutte le componenti essenziali (tranne i live, per motivi ovvi…). Vediamo quali:

-trame tipiche del genere (complessità, tempi composti, estrema libertà espressiva, varietà di genere)
-massimo coinvolgimento di artisti, in azione in ogni parte del globo (e qui gli aspetti tecnologici si fanno sentire…)
-accurata scelta della grafica e della confezione, riuscendo a fornire il piacere tipico dell’antico vinile (come sempre, il geniale e fido Ed Unitsky lascia il segno!)
-una prolificità fuori dal comune, tanto che all’uscita di ogni album esista già il materiale per quello successivo.

Ciò che è appena stato rilasciato si intitola Toki No kaze.

Perché utilizzare la lingua giapponese?
Bernard svela il segreto: “Sono composizioni originali ispirate dai film di Hayao Miyazaki…”
Un minimo di descrizione di Miyazaki: regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico giapponese. Con una carriera durata cinquant'anni, Miyazaki è col tempo divenuto l'esponente dell'animazione giapponese più conosciuto all'estero. È considerato uno dei più influenti animatori della storia del cinema e secondo molti il più grande regista d'animazione vivente: la sua figura è stata paragonata più volte a quella di Walt Disney per l'importanza dei suoi contributi nel settore dell'animazione e ad Akira Kurosawa per la centralità nella storia del cinema giapponese.

Nei fatti va in scena un vero e proprio parallelismo tra l’evoluzione dell’opera di uno dei più famosi registi al mondo e la trasposizione musicale dei TSOP.

Il nuovo album consta di dodici tracce, circa settacinque minuti di musica che sempre Bernard descrive così: “Dal pastorale all’epico, questo è rock progressivo sinfonico con un respiro cinematografico. Ricche orchestrazioni (compresi violino, sassofono, fiati, trombe e una miriade di tonalità di chitarre e tastiere), con il suono di un basso Rickenbacker e una batteria dinamica che forniscono la spina dorsale del tutto…”.

Ho ascoltato con attenzione e in religiosa concentrazione la progressione dei brani, e la mia estrema sensibilità verso questo modo di fare e proporre musica mi ha positivamente “stordito”… occorre prendersi il tempo necessario, sicuri che nessuno nei dintorni sarà portatore della minima distrazione!

Apre l’album “A Tear in the Sunset”, lungo pezzo strumentale che nell’idea originale propone l’avventura di due ragazzi sulle tracce di una misteriosa e magica isola fluttuante nel cielo… (Castle in the sky”). La musica è di Octavio Stampalia, che realizza un copione magico su cui iniziano le prove di orchestra dei Samurai in toto e dei primi collaboratori (oltre a Stampalia alle tastiere, troviamo Marc Papeghin alla tromba e corno francese, Kari Riikimaki e Pablo Robotti alle chitarre).

Segue la breve ma fascinosa “Fair Play”, scritta - e suonata al piano - da David Myers, coadiuvato dal flauto e dal violino di Unruh.

Zero” (The wind rises) si rifà alla storia di Jirō Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che progettò molti degli aerei da caccia e bombardamento utilizzati dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale nel teatro del Pacifico, tra cui il celebre Mitsubishi A6M, utilizzato nell’attacco di Pearl Harbor.
E’ un altro consistente brano strumentale che accompagna e delinea perfettamente la storia raccontata da Miyazaki. La musica e le tastiere sono di Alessandro di Benedetti, e vede all'opera la band al completo con l’ausilio delle chitarre di Massimo Sposaro e Kari Riikimaki.

“The Never-Ending Line” (Impressions on Miyazaki) propone la prima voce dell’album, quella incredibile di Daniel Fäldt, per un brano scritto da Alessandro di Benedetti (musica) e Federico Tetti (liriche), che introduce il sax di Marek Arnold: una favola sonora che colpisce e coinvolge.

Au contraire” (Porco Rosso) vede salire in cattedra l’ex Latte & Miele Oliviero Lacagnina, che firma un altro strumentale che fluttua tra fiati, tastiere e sezione ritmica; ancora una parte orchestrale atta al racconto liberamente basato sul manga Hikōtei jidai, creato da Miyazaki. Porco Rosso è ambientato nella nostra penisola, e racconta la storia di un aviatore diventato maiale, che si rifiuta di venire a patti con il regime fascista.

“Reality” (Impressions on Miyazaki) presenta come massima protagonista un’artista a me sino ad oggi sconosciuta, Yuko Tomiyama, autrice del pezzo (musica e liriche): canta e si propone alle tastiere, un grande lavoro di squadra che vede, oltre ai Samurai, Alan Shikoh alla chitarra,  Roberto Vitelli al Taurus pedal e Jose Medina (orchestration).

A seguire “The Bicycle Ride” (“Kiki’s  delivery service”), altra perla strumentale, struggente e melanconica, con trame che giocano sull’alternanza di sax, violino e flauto, con il tocco chitarristico femminile della bravissima Marcella Arganese, a mia memoria nuova all’interno dell’universo TSOP.

Una nuova alchimia nasce con “Castle Blue Dream” (Howl’s Moving Castle), dove ritorna “la voce”, questa volta di Unruh, che oltre agli strumenti abituali imbraccia la chitarra classica. Le tastiere sono di Sergio Chierici. Altro episodio toccante, per melodia e progressione orchestrale per raccontare immagini e sentimenti che fanno riferimento a “Il Castello Errante di Howl“. 

Il nono step si intitola “The Spirits Around Us” (Princess Mononoke), che Miyazaki propone con varie sfaccettature: messaggi animalisti e femministi, ma anche il concetto di conflitto in tutte le sue possibilità, che si tratti di uomini contro uomini, uomini contro natura o animali contro animali.
La varietà di artisti questa volta propone l’ausilio di Danilo Sesti alle tastiere (è sua la musica mentre i testi sono di Unruh), Fran Turner alla chitarra e Kenrou Tanaka anch’esso alla chitarra. Un altro punto di eccellenza.

Con “Nausicaä e i Custodi della Vita” (Nausicaä of the valley of the wind) entra in gioco il team “genovese”, che firma la canzone (Luca Scherani musica ed Elisa Montaldo le liriche) e si unisce ai TSOP assieme a Marcella Arganese alla chitarra e Alice Scherani (vocalizzazioni).
Nausicaä, giovane principessa della Valle del vento, rimane coinvolta in uno scontro con Tolmechia, un regno che cerca di riportare in funzione un'antica arma per spazzare via una giungla tossica popolata da insetti giganti. Nausicaä dovrà cercare di evitare che i tolmechiani irritino queste creature…
Una favola che prende corpo, un racconto musicale condotto dalla particolare timbrica vocale della tastierista genovese, arrivata al cantato mano a mano che la sua carriera si è evoluta.

Think Green” (Ponyo) è una favola sull'amore, sulle promesse, sul rispetto degli altri.
I tre Samurai si superano, una sezione ritmica precisa, incalzante e regolata dal tappeto tastieristico di Miche Mutti (autore della musica), molto emersoniano, e dalle fughe del violino di Unruh, mentre il vocalist è anche autore dei testi, Michele Marinini.

A chiudere l’album “La Magia è la Realtà” (Spirited Away), il cui racconto è paragonabile ad Alice nel Paese delle Meraviglie, anche se più selvaggio e surreale, ma allo stesso tempo più credibile e coerente.
Una chicca che vede protagonista ancora Elisa Montaldo, che oltre a suonare le “sue” tastiere e a scrivere il brano, lo propone cantato in giapponese, favorita dalla traduzione di Yoshiko Kase, fan del genere e abitué nel mondo prog.
E’ la ovvia conclusione di una favola, di un viaggio, di un percorso che va goduto attimo dopo attimo.

Il perfetto binario su cui, in questa occasione, scorrono musica e racconto, permette a questo manipolo di artisti di spaziare con la fantasia ampliando la fase creativa.
Il risultato è davvero di primordine, perfetto dal punto estetico, inappuntabile da quello del ricercato contesto prog, ma tutta questa “perfezione” sarebbe sterile se fosse fine a sé stessa, se non provocasse, come invece accade, il piacere d’ascolto che, in questo caso, conduce al sogno, al mondo della magia, all’invenzione che porta benessere fisico prolungato.
Musicisti straordinari che, utilizzando il collante dell’obiettivo comune, regalano al pubblico musica di pregio, e più di questo non credo si possa chiedere…
L’album è appena stato rilasciato ma i TSOP sono nuovamente in fermento. E già si parla di altri brani “fenomenali”!


Songs / Tracks Listing
1. A Tear in the Sunset (8:07)
2. Fair Play (2:34)
3. Zero (7:40)
4. The Never-Ending Line (4:55)
5. Au Contraire (5:07) 6. Reality (9:24)
7. The Bicycle Ride (4:36)
8. Castle Blue Dream (7:38)
9. The Spirits Around Us (5:59)
10. Nausicaa e i Custodi della Vita (5:48)
11. Think Green (6:30)
12. La Magia è la Realtà (6:20) Magia tra giapponese e prog
Total Time 74:46

Line-up / Musicians
- Marco Bernard / Rickenbacker bass
- Kimmo Pörsti / drums and percussion
- Steve Unruh / vocals, violin, flute, guitars
with:
- Octavio Stampalìa / keyboards
- Marc Papeghin / French horn, trumpet
- Kari Riihimäki / guitars
- Pablo Robotti / guitars
- Elisa Montaldo / keyboards, vocals
- Ruben Alvarez / guitars
- José Medina / orchestration
- Danilo Sesti / keyboards
- Fran Turner / guitars
- Kenrou Tanaka / guitars
- Oliviero Lacagnina / keyboards
- Luca Scherani / keyboards
- Marcella Arganese / guitars
- Alice Scherani / vocalization
- Yuko Tomiyama / vocals, keyboards
- Alan Kamran Shikoh / guitars
- Roberto Vitelli / Taurus pedal
- Alessandro di Benedetti / keyboards
- Federico Tetti / guitars
- Daniel Fäldt / vocals
- Antony Kalugin / keyboards
- Marek Arnold / sax
- Sergio Chierici / keyboards
- David Myers / piano
- Massimo Sposaro / guitars
- Michele Mutti / keyboards
- Michele Marinini / vocals

Releases information
Artwork: Ed Unitsky
Illustrations: Alessandra Bernard
CD Seacrest Oy ‎- SCR-1022 (2019, Finland)
Mixato con una qualità adatta agli audiofili da Kimmo Pörsti dei The Samurai, con una splendida confezione creata dal già citato Ed Unitsky.


sabato 25 maggio 2019

Beppe Gambetta e Riccardo Barbera in concerto a Savona: il commento


Sapevo che sarebbe stato un gran momento, una miscela di musica, cultura, tradizione e competenze specifiche.
Ne avevo avuto sentore pochi giorni prima, quando alla Ubik di Savona veniva presentato ciò che sarebbe andato in scena dopo pochi giorni, il 24 maggio, al Teatro Chiabrera, lo spettacolo creato da Beppe Gambetta e denominato:

“Odore di mare misto a maggiorana leggera”
Poesia e metafora del cibo nelle canzoni di Fabrizio De Andrè

Il link a seguire ci fornisce indicazioni oggettive sullo spettacolo e sui due protagonisti, oltre a Gambetta il contrabbassista Riccardo Barbera:


Ma un concerto sfugge ad ogni regola matematica e non esistono algoritmi che ne regalino un risultato certo.
Organizzazione, forse, complicata, gestita totalmente “in casa”, con Federica Calvino Prina (moglie di Gambetta) in evidenza per la gestione di qualcosa che può apparire semplice, ma semplice non è.

Beppe Gambetta torna a Savona dopo molti anni ma non è fatto casuale, esiste un legame con il luogo e con le persone, storie di musica e vita che si intrecciano e che formano un legame indissolubile. Il pubblico premia la scelta e arriva in Teatro in buon numero, fatto non certo scontato, qualunque sia la fonte propositrice.

La cornice merita - il salotto cittadino - ma non sono i muri che creano l’atmosfera…
Non è nemmeno la qualità dei protagonisti: Beppe Gambetta, maestro di chitarra acustica, Riccardo Barbera musicista straordinario in ambito jazz… ovvero la certezza della qualità!
Quello che a mio giudizio ha funzionato in maniera preponderante è… l’idea…
I presenti all’evento hanno afferrato e condiviso un’idea, un percorso logico che, se non captato in pieno, potrebbe passare per il solito utilizzo della musica di Faber…

Gambetta racconta e si racconta, lasciando ai margini la razionalità, privilegiando i sentimenti e le emozioni che possono scaturire, anche, da elementi materiali, come il cibo ad esempio. E la sua capacità di entrante in sintonia con il pubblico porta a quella che io chiamo “osmosi da concerto”, il continuo dare e avere che cresce nel corso della performance sino al crearsi di una totale empatia che determina l’assoluta bellezza e semplicità di ascolto.

Gambetta scherza, chiosa, utilizza ogni infinita accordatura di chitarra per regalare pezzi di vita - e barzellette -, e sì che lui di cose ne ha da raccontare!
Barbera partecipa alle gag, e mette in mostra delle skills spaventose, che unite a quelle del suo compagno di viaggio diventano orgoglio per l’audience, perché è indubbio che il concerto a cui abbiamo assistito è di quelli da… “Io c’ero”!

Ho goduto del massimo piacere d’ascolto, afferrando i particolari da posizione privilegiata, e felice di trovarmi pienamente coinvolto dalle storie proposte, cibo ma non solo, of course!

Propongo una trentina di minuti di musica, certo che potrà emergere lo spirito della serata.


La mia speranza è quello che Beppe Gambetta non aspetti altri 20 anni per tornare a suonare nella nostra città, fatta a volte di “musoni”, ma capace di importanti scambi di affetto, come è accaduto ieri, in una serata di fine maggio… un momento magico che ha regalato, a tutti, forti emozioni.

domenica 19 maggio 2019

Beppe Gambetta alla Ubik di Savona-18 maggio 2019-Commento e video



Il 18 maggio, alla libreria Ubik di Savona, ho avuto l’opportunità di introdurre al pubblico presente un grande artista, che conoscevo per la sua arte, ma non avevo mai avuto modo di avvicinare personalmente: Beppe Gambetta, di mestiere chitarrista, anche se il termine appare assai riduttivo.
Credo sia stato uno dei miei incontri più gratificanti, perché vedere un tale musicista così da vicino, tra parole e musica, mi ha davvero toccato, anche se lo spessore umano è quello che alla fine risalta maggiormente, e la reazione del pubblico, presente in dose massiccia, conferma le mie sensazioni.

La filosofia che permea l’attività di Gambetta mette in evidenza il ruolo dell’artista, non solo come performer, ma come veicolo per la tessitura delle relazioni umane, concetto basico ma spesso poco considerato, sostituito spesso dalla voglia di visibilità a tutti i costi.
E non è un caso che i suoi “personaggio guida” siano stati uomini che attraverso la loro arte sono stati capaci di favorire la progressione in ambito sociale, e tra quelli dal lui conosciuti vengono citati Fabrizio De Andrè e Pete Seeger.

Gambetta è genovese - chitarrista in primis ma autore, arrangiatore, ricercatore e molto altro -, abituato a vivere la maggior parte del suo tempo in America - ha una casa nel New Jersey -, luogo in cui le sue passioni trovano pieno compimento nel mondo folk, anche se appare chiaro che è, anche, una necessità quella di vivere in un luogo dove il musicista è considerato “uno che lavora”, pensiero cancellato da tempo dalle nostre parti.
Non è tutto semplice neanche negli Stati Uniti, perchè come lui racconta… “… se sbaglio un concerto la volta dopo i presenti si riducono…”, ma l’audience esigente è quella che permette il miglioramento continuo.


Maestro nella particolare tecnica del flatpicking, nel corso della presentazione ha permesso di chiarire alcuni concetti legati alla sua attività, alla sua tecnica, al suo ruolo che permette di unire radici, culture e tradizione di differenti continenti, sino ad annullare il concetto di spazio/tempo, come accade solitamente in ambito artistico, soprattutto in campo musicale.
Parte del suo pensiero - briciole della sua musica - è compreso nel video che propongo a seguire, sintesi di quanto accaduto.
Ma qual è stato il motivo dell’incontro?

Gambetta è molto legato a Savona, città in cui ha insegnato e dove ha trovato diverse forme di collaborazione, ed è questo alla base del suo ritorno dopo molti anni per la proposizione di un progetto ambizioso denominato “Odore di mare misto a maggiorana leggera” - frase tratta dal brano “A Cimma” (De Andrè e Fossati) - ovvero “ Poesia e metafora del cibo nelle canzoni di Fabrizio de Andrè”, contenitore che presenta un percorso particolarissimo, quello che nel comunicato ufficiale è così definito: “Inoltrandosi nei testi di Fabrizio De Andrè, Beppe Gambetta ha costruito un percorso in cui il cibo acquista significati diversi, storici e metaforici. Si va dai profumi delle osterie della Città Vecchia, al brodo di farro dei galeotti, ai gatti mangiati per fame durante l'assedio di Genova. Si canta anche di cibo in senso evangelico (Il Pescatore), oppure erotico (Jamin-a), e, in canzoni diverse, si trovano tante altre metafore, come quella della "vecchiaia che ti pesta nel mortaio" o la critica al capitalismo nel menu in tedesco "maccheronico" del finale di "Ottocento".

Non un opera di coverizzazione quindi, ma un itinerario culturale ben preciso e inusuale, che andrà in scena il 24 maggio al Teatro Chiabrera di Savona, serata che si preannuncia imperdibile, con l’ausilio sul palco del contrabbassista jazz Riccardo Barbera.

Avrei passato ore a chiedere e a curiosare, viste le passioni comuni (ho scoperto che eravamo presenti ad un concerto genovese nel 1972!), che vanno dalla chitarra all’America, ma i tempi tecnici pongono dei limiti naturali.

Beppe Gambetta, utilizzando il suo modo espositivo affabile, ricco di aneddoti ed esperienze, ha strappato più di un sorriso, affascinando e regalando grandi esempi con la naturalezza e la semplicità che solo i grandi posseggono.

E ora la mia speranza personale è quella di vedere un Teatro Chiabrera gremito per un evento che si preannuncia di estrema qualità, una serata la cui organizzazione è ricaduta in toto sulla “famiglia Gambetta”, un regalo alla città che dovrebbe essere compensato dalle presenze perché, come è emerso nel corso della chiacchierata, l’artista cattura energia positiva dal giusto pubblico, una forza capace di rimbalzare per ritornare al mittente, una sorta di circolo chiuso che determina solitamente il concerto perfetto.
Da questo spazio racconterò il prossimo atto, anche se l’anticipazione è stata di grande conforto.

Una serata indimenticabile… eccone alcune pillole…

Tanti auguri a Pete Townshend



Compie oggi 74 anni Pete Townshend, nato il 19 maggio del 1945 a Londra.

Ispirandomi ad un’immagine trovata sul web, e rielaborata da Cristina Mantisi, ho scritto questa storia “immaginaria”, inserita un pò di anni fa nel book “Cosa Resterà di me?”, scritto in collaborazione con Max Pacini.

Nella mia invenzione estemporanea ho descritto un possibile comportamento di Pete, nel corso del primo concerto dopo la scomparsa di Keith Moon.

Tanti auguri Pete!!!

Forse sarebbe stato un concerto come tanti, con mulinelli a gogò conditi dalle peggiori imprecazioni.
Aveva bevuto troppo prima di salire sul palco… da un pò di tempo era la regola.
La musica fluiva con regolarità, e la cascata di note sembrava mascherare chissà quale stato d’animo.
Non era mai stato così energico e allo stesso tempo assente… Pete.
Ogni accordo era ripetuto con ossessione, e il rock si era trasformato in un flamenco.
Sembrava sgorgassero i colori, muovendosi a ondate, ma erano tinte tendenti al buio più totale.
Lui stesso ne era investito, mentre dal suo corpo, radiografato da lastre di suoni, usciva tutto il suo malessere.
Guardò Roger, ma non fu rassicurato dalla sua presenza… non erano mai stati in vero accordo e lui, adesso, stava cercando la simbiosi totale.
Decise di continuare a saltare prima di girarsi ancora.
I colpi di basso elettrico gli ricordarono che su quel palco c’era la sua generazione… almeno John non l’avrebbe tradito.
Ma quanto tempo sarebbe ancora passato prima di voltarsi indietro? Forse un album intero?
Quando partirono i violini, e Baba volgeva al termine, trovò il coraggio per ruotare su se stesso, sperando che nulla fosse cambiato, magari un sogno, un incubo, e nulla più.
Un ultimo salto, un ultimo FA maggiore e Pete incontrò la verità che cercava di allontanare. Era il 1978, forse novembre.
Cercò lo sguardo di un pazzo, gli occhi di un uomo dannato, la mano di un amico sicuro, e… niente di tutto questo.
Era tutto vero, Keith era partito per sempre e nessuno avrebbe mai potuto sostituirlo.
Chissà se manca solo a me?”, provò a cantare Pete.
Quel palco era un vero inferno e mai più niente sarebbe stato come prima!

venerdì 17 maggio 2019

Zerothehero-“Nobody”


Zerothehero-“Nobody”

Zerothehero è il progetto solista di Carlo Barreca, musicista genovese, bassista in primis ma con vocazione verso l’uso incondizionato di strumentazione varia, tra i protagonisti della Fungus Family, band progressive di lungo corso.
L’album da poco rilasciato è “Nobody”, quarantadue minuti di musica strumentale - eccetto un episodio - in cui Barreca mostra il suo volto più passionale ed esprime una necessità, quella di lasciarsi andare senza limiti e barriere, perlustrando spazi inusuali e godendo della piena libertà espressiva:

Ho suonato (quasi) tutto io, con l’aiuto dell’ottimo Luca Bonomi alla batteria. Metà dei brani sono nati come commento sonoro a “l’uomo dal fiore in bocca”, per un progetto realizzato qualche anno fa col “gruppo ironici d’assalto”. Per il resto ho impostato il lavoro come una sorta di Jam con me stesso, limando e ritoccando al minimo, lasciando imprecisioni e sbavature. Il tutto è per me un tributo a un certo modo di fare musica che sta scomparendo: le “salettate”, le improvvisazioni estemporanee, le combinazioni inattese. Ed è un omaggio diretto per un amico, con cui ho condiviso nottate in saletta, concerti senza scaletta e ore di interplay che a tratti sfiorava la telepatia”.

Questa è la filosofia con cui è stato realizzato “Nobody”, e l’intervista a seguire permette di entrare nei dettagli del disco, una preparazione all’ascolto che aiuta a comprendere.
La comprensione… è questa una possibile modalità di fruizione; esiste poi la censura al razionale e l’abbandono totale al fluire dei suoni, cercando la sintonia con l’autore, immedesimandosi, sostituendosi, entrando a far parte del viaggio, un itinerario con un inizio e una fine, stimolato dai ricordi e da una forte amicizia che viene fatalmente a mancare, ma che aleggia nei momenti più importanti, sicuramente quelli che hanno a che fare con la creatività.
C’è un forte profumo di Canterbury che permea l’album, e l’atmosfera appare quella che si respirava a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, nel Kent, un tempo e un luogo colmo di genialità musicale.

Spruzzate di Oldfield - “Chairs”- e di Barrett - nel cantato di “Hourglass” -, appaiono dall’esterno elementi formativi di Barreca, una storia non vissuta in prima persona, per ovvi motivi anagrafici, ma assorbita in toto, e gli ascolti di Gong e Wyatt si rovesciano più o meno inconsapevolmente nel racconto personale, favorito dalla possibilità di assoluta libertà, quella che solitamente è limitata quando gli obiettivi devono essere condivisi dal gruppo.

Carlo Barreca si lascia andare, si racconta attraverso dodici episodi che marchia a fuoco col suo stile, prendendo una certa distanza dall’ortodossia, quella che va di pari passo con l’idea della visibilità, concetto che non credo abbia mai sfiorato l’autore, dedito alla sperimentazione e alla soddisfazione personale, stati mentali che alla fine producono qualità.

Uno uomo, una cantina, un pò di fumo, tanti strumenti… una notte intera da vivere… musica per sé, musica per chi ci sta vicino, musica per chi ci ha ormai lasciato… musica per gente virtuosa!


La nostra chiacchierata…

Eʼ uscito “Nobody”, "album realizzato come Zerothehero, ovvero il tuo progetto solista parallelo, soprattutto, alla Fungus Family di cui fai parte; partiamo dalle origini, come nasce e come si sviluppa nel tempo “Zerothehero”?
Ho sempre suonato da solo, senza mai prefiggermi scopi precisi; mi piace lʼidea del “to play”, o “jouer”, cioè suonare per il gusto di farlo. I brani di Zerothehero (come anche quelli che porto in dote alla Fungus Family) nascono quasi sempre da soli.
Sono un ascoltatore piuttosto vorace, e mi rendo anche conto di quanto gli ascolti confluiscano nel mio modo di “scrivere”.

Mi racconti cosa contiene “Nobody”, come si differenzia dal tuo normale impegno musicale?
Qualche anno fa mi è capitato di lavorare con un amico attore; mettemmo in scena “Lʼuomo dal fiore in bocca” e scrissi alcuni semplici temi su cui potessi “ricamare” al basso. Lʼossatura del disco nasce lì, mentre altri brani sono nati dallʼesigenza di improvvisare senza rete. Farlo da solo è stimolante, quando lasci decantare alcune parti, le dimentichi, e poi dopo un mese ci risuoni sopra con orecchie nuovamente vergini.

Nellʼalbum fai quasi tutto tu, e metti in evidenza, anche, la tua veste di polistrumentista, ma… la tua necessità di autarchia musicale è cosa episodica o è la parte preponderante del tuo essere musicista?
Parto da una confessione: sono solo un bassista; tutto il resto è gioco, sperimentazione, “cosa succede se metto un dito qui?” (lessi questa frase secoli fa a definire lo stile chitarristico di Syd Barrett). Vorrei riportare altri strumenti nellʼambito Fungus Family, ma dal punto di vista del live i fiati sono molto delicati e lo stick è particolarmente “fragile” nellʼeconomia di un mix.

Il disco è praticamente strumentale, tranne in un episodio: esiste un contesto ben preciso in cui la voce entra nella sfera dell’improvvisazione?
Le canzoni a volte arrivano, quando capita le afferro al volo! Hourglass parla del tempo; a volte la corsa e lʼaffanno sono una forma paradossale di pigrizia: non abbiamo la forza e il coraggio di fermarci, riflettere, ma i nostri schemi mentali ci impongono stimoli continui, senza priorità, logica, senza il necessario vuoto.

Realizzando il disco hai pensato ad un omaggio a persone o a situazioni precise?
Nel periodo in cui lavorai a “L’uomo dal fiore in bocca”, Alejandro J Blissett, chitarrista dei Fungus e mio grande amico e compagno di improvvisazione, scoprì di essere malato di un cancro al fegato. Questo è il mio piccolo omaggio a lui, ed è anche il mio modo di ricordare quelle serate in cui si saliva sul palco senza neppure una scaletta, improvvisando senza meta.

Qual è il tuo pensiero sulla situazione della musica dalle nostre parti? Album come il tuo o come qualunque altro del “circuito qualità” non trova canali che portano allʼascolto, se non a quello di nicchia…
Negli ultimi due anni ho ridotto di molto la vita da spettatore, per dedicarmi a una meravigliosa bimba; mi pare, comunque, che i giovani abbiano meno interesse per la musica “suonata” dal vivo rispetto alla mia generazione (ormai sono nei 40). Grazie per aver parlato di “qualità”!

Hai previsto momenti di incontro (concerti e presentazioni) per proporre il tuo nuovo lavoro?
Da quando è “uscito” il disco (uso il virgolettato perché mi sto muovendo pochissimo per promuoverlo) è capitato un unico concerto, che però mi ha permesso di arrangiare il materiale in modo da non impazzire saltando tra gli strumenti. Il mio setup dal vivo prevede basso, pedali, un semplice looper, microkorg e il flauto traverso. Penso di ripetere, devo però trovare situazioni adatte; il solo del bassista è notoriamente più efficace del buttafuori nello svuotare i locali, dunque mi propongo con circospezione e parsimonia!







Bob Dylan "GIUDA!": Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966


Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "

Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966

Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”

Il più famoso epiteto nella storia della musica venne pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei confronti del rock ad alto volume.
Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una replica carica di fastidio: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che, l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.
Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul “tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.
Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966, dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band) che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.
I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi. Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e drasticamente modificate.


La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del 1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare. Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di una delle sue prime registrazioni, Baby, Let Me FollowYou Down. Verso la fine del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella, quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé notevole entrò nella leggenda.

lunedì 13 maggio 2019

L’ANGOLO DEL LIBRO: “Era una giornata di sole”, di Mariano Brustio


L’ANGOLO DEL LIBRO

“Era una giornata di sole”, di Mariano Brustio

Alla fine dell’esposizione delle mie “emozioni da lettura” utilizzerò note ufficiali, un pò di sunto oggettivo tratto dal comunicato, tanto per evitare ogni tipo di “spoiler”, termine tanto usato di questi tempi, che indica l’inserimento di indicazioni che potrebbero danneggiare la fruizione, in questo caso, del libro che si ha tra le mani.
Parlo di un romanzo, “Era una giornata di sole”, realizzato da Mariano Brustio.
Sarebbe davvero un peccato ridurre, anche minimamente, il piacere totale che accompagna la lettura. Questa lettura.

Sullo sfondo alcuni degli amori dell’autore: Genova, il mare, il concetto di viaggio - reale e virtuale -, il tutto proposto in un ristretto arco temporale, quattro lustri compresi tra gli anni ’60 e ’80, quelli della giovinezza di Brustio, e anche della mia.
Che c’entro io?
Vivere lo stesso periodo storico a pochi passi dal luogo dove il romanzo ha inizio mi ha portato ad immedesimarmi in modo totale, permettendomi un’immersione nei luoghi, nelle situazioni, nelle idee progettuali.
E’ nota anche la passione musicale dell’autore - altro punto in comune - che scaturisce tra le righe quando si fa riferimento alla canzone “Nancy”, di Fabrizio De Andrè. E giù altra “genovesità”!

Sono rimasto affascinato dai luoghi, dalle storie in progressione, dalle esperienze di vita, dai personaggi che nascono e crescono, quasi tutti buoni esempi, spesso vittime ma sempre alla ricerca del riscatto perseguito attraverso l’impegno e la generosità, uno stato di vita talmente positivo da diventare contagioso, alimentando al contorno solo il benessere dell’anima.

Il libro si presta al racconto del contenuto attraverso alcune metafore e citazioni, come quella sui marinai (“…al cattivo marinaio capitano sempre venti contrari”) o sull’abitudine di giudicare indiscriminatamente (“… preservami dal giudicare un uomo prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini)”.

Ne aggiungo una molto sfruttata ma indubbiamente calzante, quella che evidenzia la bellezza del viaggio che diventa il vero obiettivo, più importante della meta prefissata.
E il cammino dei protagonisti vede un manipolo di amici che si muove nella vecchia Genova, tra darsena e caruggi, tra lavoro duro e voglia di amore, tra differenze sociali e amicizia.

Dalla Liguria alla Svizzera, sino al Canada, un continuo percorso triangolare, con opportune diramazioni, che permette di raccontare la vita di Eugenio e Susanne, legata da profondo amore, ostacolato da muri che verranno abbattuti, e la costruzione dolorosa e laboriosa del nucleo famigliare permetterà l’allargamento degli affetti, quelli iniziali che rimarranno poi per tutta la vita, uniti a quelli afferrati durante il percorso.
E la forza dei due protagonisti è talmente contagiosa che si trasforma in calamita, capace di attrarre solo elementi plasmabili verso il positivo, sino a cambiare le sorti dei meno fortunati.
Si parla di amore forte e impossibile da distruggere, nonostante la lontananza; si esalta il concetto di amicizia, di condivisione, di accettazione e integrazione, quello che porta a donare a gli ultimi favorendo la loro rinascita.

Si evidenzia la necessità dell’esempio positivo e della cura verso le diramazioni, anime che, una volta messe al mondo, necessitano di una guida sicura, che possa limitare errori e sbandamenti, che prima o poi arriveranno.
Tutti questi concetti si sviluppano nel racconto, spesso drammatico, a volte felice, e mi sono ritrovato spesso col sorriso sulla bocca, calato sulla scena come fossi una delle pedine dello scacchiere: anche io ho viaggiato con Brustio e le sue creature.

Le descrizioni dell’autore sono efficaci e rendono bene l’idea dei luoghi e degli sfondi, e su tanta bellezza itinerante lo sviluppo porta a riflessioni che, quando riguardano le nostre esistenze, sono necessariamente di grande valenza.
Rubo un’altra metafora dall’amico Luciano Boero, che in una sua canzone descrive la vita come un percorso in autostrada, con tanti tunnel (i momenti neri) da cui si esce sempre, un continuo altalenare di bene e male, di buio e luce; e poi arriva la galleria finale, quella che attende tutti noi, senza distinzione alcuna.
Ma le salite e le discese sono messe in conto, insegnano, rafforzano e ci cambiano.

La storia che Brustio racconta pare davvero attuale, quasi un testo didattico, un insegnamento dei valori che realmente contano: l’importanza della famiglia e una vita basata sull’inclusione e sul rispetto, senza mai arrivare alla perdita della dignità.
Mi guardo attorno e viene facile la comparazione: dove abbiamo sbagliato? Quali strade hanno preso i nostri giovani? Quali valori siamo  in grado di trasmettere?

La lettura di “Era una giornata di sole” ci regala un modello da seguire, a mio giudizio non illusorio, e poco importa la lontana ambientazione temporale, perché se è vero che in cinquant’anni il mondo si è stravolto, è altrettanto vero che esistono concetti cardine che regolano la vita di uomini e donne, linee guida ancora più valide e necessarie ai giorni nostri.

Mi sono commosso, ho ripensato ai miei errori e alle mie convinzioni, ai paletti che la vita mi ha messo davanti e a quelli che ancora mi metterà, ed è stato gratificante realizzare che il modello di Brustio è anche un pò il mio.
Libro imperdibile!

Tanto per restare in tema…


Sinossi

Il romanzo è incentrato sulle vicende dello sventurato marinaio Eugenio e della sua compagna Susanne, orfana dei genitori svizzeri, cresciuta in un sanatorio immaginario della riviera ligure ed allevata poi presso una facoltosa famiglia genovese. Racconto particolarmente focalizzato sulla statura psicologica dei personaggi e sull'alone poetico che li avvolge. Racchiude in sé più vicende di vita, amore e amicizia. L'ambiente marinaresco, i paesaggi del Québec, le avventure di Jacques e Mireille fanno da contorno al racconto che spazia degli anni ‘60, sino ai primi anni ’80, spaziando per luoghi tutti reali, dai laghi del novarese alla Svizzera, da Genova al Canada, ed approdando in un paese immaginario lungo la costa canadese. Questi luoghi fanno da sfondo all’umanità dei personaggi, intorno ai quali s’intrecciano altre storie di protagonisti all’apparenza marginali, ma che sul piano del racconto sostengono le vicende di Eugenio e Susanne e del loro figliolo Jacques, divenendo efficaci testimoni dei protagonisti e dell’intera storia narrata. Un romanzo delicato, piacevole da leggere e appassionante sino alle ultime righe. Il finale potrebbe lasciare leggermente l'amaro in bocca, ma nello stesso tempo consegna un messaggio d'ottimismo e speranza, con quell'ultimo accento sulla 'giornata di sole' che è anche icona dell’opera.
Note d’autore


Biogafia dell’autore

Mariano Brustio, classe 1959, ha collaborato alla stesura dei volumi su Fabrizio De André “E poi il futuro” - Mondadori 2001, “Belin, sei sicuro?” - Giunti 2003, come coautore al libro “Volammo Davvero” - Fondazione De André - Bur 2007 e per diversi mesi ha lavorato fianco a fianco a Fernanda Pivanodurante la preparazione del volume "The Beat Goes On" - Mondadori. Storico socio fondatore della omonima Fondazione, ha curato decine di mostre itineranti su Fabrizio De André e la sua opera, dal 2000 ad oggi, spesso con il regista Pepi Morgia. Ha pubblicato suoi scritti e collaborato alla realizzazione del CD “Ed avevamo gli occhi troppo belli” ed al DVD “Ma la divisa di un altro colore” per la “editrice A”, con la quale tuttora collabora pubblicando articoli sulla rivista mensile “A”. Ha collaborato alla pubblicazione di un dossier relativo al cantautore francese Georges Brassens (A rivista n. 371) e ad un dossier relativo alle condizioni del Mar Mediterraneo (A rivista n.373). Ha collaborato alla realizzazione del DVD “Fabrizio De André in Concerto” - edito dalla Fondazione Fabrizio De André - BMG-Ricordi 2004 curandone la dettagliata discografia ufficiale. Nel 2016 ha pubblicato un suo racconto sul volume Fondazione "Nelle ferite del Tempo" (Photocity 2016), pro terremotati. Ha recensito racconti e romanzi di vari autori, non solo in ambito musicale e ne ha curato la presentazione pubblica in Italia. Vive e lavora accanto al lago Maggiore.

Dove si può trovare il libro:


Mariano Brustio contatti: