L'ex cantante degli Yes, Jon Anderson
ha ricordato la volta in cui suonò in uno spettacolo a base di alcol con Keith
Emerson, durante un tour in Irlanda nel 1969
Parlando in una nuova intervista con
Eamon O'Neill di Eon Music, Jon Anderson ha ricordato il periodo in cui era in tour in Irlanda come
membro degli Yes, nel 1969, insieme a Keith Emerson - all’epoca nei The Nice - e alla
The Bonzo Dog Doo-Dah Band.
"Beh, amavamo Dublino,
ovviamente. Amavamo l'Irlanda", dice Anderson. "Mia madre era
irlandese, e quindi ce l'ho nel sangue.
Ricordo molto chiaramente quell’occasione
perché abbiamo guidato da Dublino a Cork, e ci siamo fermati in ogni pub lungo
la strada, come puoi immaginare! A quel tempo eravamo in tour con i Nice, che
erano la band di Keith Emerson, e la Bonzo Dog Doo-Dah Band. Quando siamo
arrivati a Cork, abbiamo cercato e trovato il luogo del concerto, una specie di
campo sportivo con il palco rivolto verso la tribuna. L'abbiamo guardato e ci
siamo resi subito conto che c'era solo una presa elettrica! Così, siamo andati
nel pub Abattoir e abbiamo iniziato a bere.Beh, non potevamo davvero suonare con una sola presa,
ne avremmo avuto bisogno almeno di una dozzina per l'attrezzatura, e allora abbiamo
pensato che forse non avremmo dovuto suonare sul palco e iniziammo nel pub, con
Keith Emerson al pianoforte. Cantavamo canzoni stupide e bevevamo, e molti fan che
avevano comprato i biglietti erano entrati nel locale. Alcuni si infastidirono
un po’, quindi dicemmo loro che avremmo iniziato il concerto nel pub.
L’ambiente iniziò a diventare un po’…
turbolento, e il nostro manager dell'epoca ci disse di sgattaiolare fuori di
nascosto, perché c’erano altre cinquanta persone fuori che volevano entrare. Proprio
in quel momento, il ragazzo dietro il bar, proprietario del pub, suonò il
campanello attirando l’attenzione di tutti i presenti, indicando la piccola Tv
posta nell’angolo, che in quel momento testimoniava lo sbarco sulla luna! E
mentre tutti guardavano l’evento eccezionale, il manager ci fece uscire di
nascosto dal retro, così salimmo sul pullman, arrivammo all'aeroporto locale e
volammo a Londra!"
Dalle nebbie della Bay Area californiana, in un'epoca di
fermento sociale e cambiamenti musicali radicali, emerse un gruppo che avrebbe
catturato l'essenza dell'America rurale con un suono blues-rock viscerale e
diretto: i Creedence Clearwater Revival,
o semplicemente CCR. La loro storia è un racconto di fratellanza,
talento grezzo e un'esplosione di successi che, seppur breve, lasciò
un'impronta indelebile nel panorama musicale mondiale.
Le radici dei CCR affondano nell'amicizia d'infanzia tra i
fratelli John e Tom Fogerty e i loro amici Stu Cook e Doug
Clifford nella città operaia di El Cerrito, in California. Negli anni '50,
influenzati dal rock and roll nascente, formarono una serie di band, tra cui i
Blue Velvets, che pubblicarono alcuni singoli senza grande successo.
Fu all'inizio del 1968, sotto la guida dell'etichetta Fantasy
Records, che la band trovò la sua vera voce e il suo nome definitivo: Creedence
Clearwater Revival. Il nome era un amalgama di "Creedence", il nome
di un amico di Tom Fogerty, "Clearwater", ispirato a una birra
locale, e "Revival", che simboleggiava la loro rinascita musicale.
Sotto la leadership creativa di John Fogerty, che si affermò
come cantante, chitarrista e principale autore delle canzoni, i CCR
svilupparono un suono unico e inconfondibile. La loro musica era un mix potente
di blues, rock and roll e country, caratterizzato dalla voce roca e distintiva
di Fogerty, dai riff di chitarra taglienti e dal ritmo incalzante della sezione
ritmica di Cook e Clifford.
Il 1968 fu l'anno della loro esplosione sulla scena musicale
con l'album omonimo Creedence Clearwater Revival, che conteneva
la loro prima hit significativa, "Susie Q", una cover di un
classico rockabilly che scalò le classifiche. Questo fu solo l'inizio di una
straordinaria serie di successi che avrebbero dominato le onde radio e le
classifiche di tutto il mondo per i successivi tre anni.
Le canzoni dei CCR catturavano lo spirito dell'epoca,
affrontando temi di classe, guerra, ambiente e la vita nell'America rurale con
una sincerità e una potenza rare. La voce appassionata di John Fogerty e la
semplicità diretta dei loro arrangiamenti rendevano la loro musica accessibile
e profondamente risonante con il pubblico.
La band divenne una presenza fissa nei festival musicali più
importanti, tra cui Woodstock nel 1969, anche se la loro performance non fu
inclusa nel film e nell'album originali, un fatto che John Fogerty ha spesso
ricordato con amarezza.
Nonostante il loro enorme successo commerciale e di critica,
le tensioni interne iniziarono a serpeggiare all'interno del gruppo. Tom
Fogerty si sentiva messo in ombra dal ruolo dominante del fratello John e
lasciò la band nel 1971. I rimanenti tre membri continuarono come trio,
pubblicando gli album Pendulum (1970), che conteneva successi
come "Have You Ever Seen the Rain?" e "Hey Tonight",
e Mardi Gras (1972), che vide i tre membri cimentarsi nella
scrittura e nel canto, un esperimento che non fu accolto positivamente dalla
critica e che contribuì alla definitiva rottura della band alla fine del 1972.
Nonostante la loro carriera relativamente breve, l'impatto
dei Creedence Clearwater Revival sulla musica rock è stato profondo e duraturo.
Le loro canzoni sono diventate parte integrante del tessuto sonoro americano,
continuando a essere trasmesse alla radio, utilizzate in film e serie
televisive e apprezzate da nuove generazioni di ascoltatori.
La voce inconfondibile di John Fogerty, i riff di chitarra
memorabili e le storie evocative delle loro canzoni hanno creato un catalogo
musicale senza tempo che celebra le radici del rock and roll e cattura lo
spirito di un'epoca. I CCR furono un fulmine a ciel sereno nella storia della
musica, un'esplosione di talento che, seppur breve, illuminò il panorama
musicale con suoni paludosi che risuonano ancora oggi dal cuore della
California.
Il panorama musicale italiano è in lutto per la dipartita di Livio Macchia, figura emblematica e
co-fondatore de I Camaleonti. Si è spento all'età di 83 anni a
Melendugno, in provincia di Lecce, luogo che aveva scelto come sua dimora negli
ultimi anni, in virtù del profondo legame con la sua terra d'origine. Con la
sua scomparsa, salutiamo un testimone di un'era d'oro, quella del beat italiano
degli anni '60 e '70.
Nato ad Acquaviva delle Fonti nel 1941, in una famiglia con
una spiccata vena musicale, Livio Macchia fu l'unico a intraprendere con
determinazione la carriera professionale, spinto dall'ammirazione per Elvis
Presley. Fu nei primi anni Sessanta, a Milano, che prese vita il progetto de I
Camaleonti, con Macchia al basso, affiancato da Paolo De Ceglie e Riki
Maiocchi. Il nome della band, evocativo e distintivo, fu scelto per la loro
notevole capacità di adattarsi con disinvoltura a una vasta gamma di generi
musicali durante le loro esibizioni dal vivo.
La svolta arrivò nel 1965, con la firma di un contratto
discografico con la Kansas, un'etichetta affiliata al celebre Clan Celentano.
Questo segnò l'inizio di una serie ininterrotta di successi. Brani iconici come
"Sha la la la la" e "Portami tante rose"
aprirono la strada a un'ascesa fulminea. Il 1968 si rivelò un anno trionfale,
con l'esplosione di "L'ora dell'amore" (che vendette 1.600.000
copie) e "Applausi" (con 900.000 copie), entrambe capaci di
conquistare la vetta delle classifiche. A questi seguirono altri grandi
successi, tra cui "Mamma mia" (firmata da due giganti come
Mogol e Lucio Battisti), "Viso d'angelo" ed "Eternità"
(presentata al Festival di Sanremo in duetto con Ornella Vanoni). Livio Macchia
rimase una colonna portante della formazione, lavorando al fianco di Tonino
Cripezzi.
Macchia ha sempre coltivato relazioni significative con
figure di spicco della musica italiana. È noto, ad esempio, che Lucio Battisti
gli "regalò" la melodia per la canzone "Mamma mia". Le sue
collaborazioni si estesero anche ad Adriano Celentano e, agli albori della
band, annoverò persino Teo Teocoli tra i membri del gruppo.
Nonostante la sua carriera si sia sviluppata principalmente a
Milano, Macchia non recise mai il legame con le sue tradizioni pugliesi. La
scelta di Melendugno come dimora negli ultimi anni della sua vita ne è la
prova. Qui, nel giugno 2024, aveva celebrato i 60 anni di carriera de I
Camaleonti con un memorabile concerto a Roca Nuova.
I numeri che caratterizzano la carriera de I Camaleonti sono
a dir poco impressionanti: oltre 30 milioni di dischi venduti, 17 album,
innumerevoli singoli di successo e prestigiosi riconoscimenti, tra cui dischi
d'oro e l'Ambrogino d'Oro.
Durante il periodo del lockdown aveva pubblicato un album e
nel 2024 aveva lanciato il singolo "Dolce Armonia". Con la sua
dipartita, che segue quelle di Cripezzi, De Ceglie e Brunetti, si chiude un
capitolo cruciale nella storia della musica italiana.
I Camaleonti si affermarono come uno dei gruppi più importanti
e influenti del movimento beat, le cui melodie continuano a toccare il cuore di
intere generazioni, proprio come amava affermare Macchia: "Noi siamo i
capostipiti." Il suo amore sconfinato per la musica e le sue profonde
radici pugliesi resteranno indelebili nella memoria di tutti coloro che lo
hanno conosciuto e apprezzato.
Un'odissea acustica nell'epica dei
Led Zeppelin: quando mandolino e voci incantate creano un capolavoro intramontabile
Tra le gemme più singolari e affascinanti del quarto album
omonimo dei Led Zeppelin(spesso chiamato informalmente "Led Zeppelin
IV"), brilla "The Battle of
Evermore". Questa traccia, un'odissea folk-rock intrisa di
misticismo e narrazione epica, si distingue non solo per la sua atipicità
strumentale, ma anche per la sua capacità di trasportare l'ascoltatore in un
paesaggio sonoro e lirico ispirato a miti, leggende e visioni quasi tolkeniane.
Ciò che rende immediatamente riconoscibile "The Battle
of Evermore" è la sua strumentazione. Lontana dalle sonorità hard rock e
blues che caratterizzano gran parte del repertorio dei Led Zeppelin, questa
canzone è dominata dall'intreccio ipnotico del mandolino di Jimmy Page e
della chitarra acustica a 12 corde di John Paul Jones. È una scelta
insolita e brillante, che conferisce al brano un'atmosfera eterea e medievale,
quasi un'eco di antiche ballate celtiche o brani folk britannici. L'abilità di
Page nel maneggiare il mandolino, strumento raramente associato al rock più
potente, dimostra la sua versatilità e la sua profonda conoscenza delle radici
folk e blues. Jones, con la sua maestria, fornisce una base armonica ricca e
complessa, che si fonde perfettamente con la melodia del mandolino, creando un
tappeto sonoro intimo e suggestivo.
Un altro elemento distintivo e cruciale di "The Battle
of Evermore" è la presenza di un duetto vocale. Accanto alla voce
inconfondibile di Robert Plant, che narra la storia con il suo timbro
evocativo, troviamo quella di Sandy Denny, la leggendaria cantante dei Fairport
Convention, uno dei gruppi più influenti del folk rock britannico. Questa
collaborazione è l'unica nella storia dei Led Zeppelin ad aver coinvolto un
artista esterno come seconda voce principale in un brano da studio.
La scelta di Sandy Denny non fu casuale. La sua voce
cristallina, potente e al contempo malinconica, si sposa perfettamente con
l'atmosfera del brano. Il suo timbro offre un contrappunto sublime alla
vocalità più graffiante e alta di Plant, creando un dialogo tra una figura
maschile e una femminile, che alcuni interpretano come il cantore e la
"porta-messaggi" del racconto, o forse il bene e il male, o
semplicemente due prospettive sulla battaglia imminente. La chimica vocale tra
i due è palpabile e contribuisce in maniera determinante alla profondità
emotiva e narrativa della canzone.
Il testo di "The Battle of Evermore", scritto
principalmente da Robert Plant, è un viaggio nel cuore di una battaglia
mitologica. Le liriche evocano immagini vivide di cavalieri, streghe, anelli
n'or (probabilmente un riferimento all'anello del potere de Il Signore degli
Anelli di Tolkien), e forze contrapposte di luce e ombra. Non è una
battaglia puramente fisica, ma anche un conflitto tra bene e male, speranza e
disperazione, che si svolge in un paesaggio quasi fantasy.
Plant, un grande appassionato di mitologia, folklore celtico
e opere fantasy, in particolare quelle di J.R.R. Tolkien, infonde nel testo un
senso di grandezza e al contempo di inquietudine. Frasi come "The dark
Lord rides in force tonight" (Il Signore Oscuro cavalca con forza stasera)
o "Oh, dance in the dark of night, sing to the morning light" (Oh,
danza nell'oscurità della notte, canta alla luce del mattino) contribuiscono a
creare un'atmosfera quasi di veglia, un momento di riflessione prima dello
scontro decisivo.
È interessante notare come, pur essendo immersa in un
contesto fantastico, la "battaglia" possa essere interpretata anche
come una metafora di conflitti interni o di sfide universali che l'umanità si
trova ad affrontare. Questo duplice livello di lettura conferisce al brano una
risonanza che va oltre la semplice narrazione epica.
"The Battle of Evermore" rappresenta una deviazione
stilistica all'interno del catalogo dei Led Zeppelin, dimostrando la loro vasta
gamma musicale e la loro capacità di esplorare generi diversi con coerenza e
maestria. Il brano ha influenzato numerosi artisti e band, in particolare nel
genere folk rock, progressive rock e persino nel metal più sinfonico. La sua
struttura unica, l'uso del mandolino in un contesto rock e il duetto vocale
memorabile hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.
"The Battle of Evermore" è molto più di una
semplice traccia acustica. È un'esperienza sonora e lirica completa, un invito
a un viaggio in un mondo di miti e leggende, magistralmente orchestrato da una
delle band più innovative e influenti di tutti i tempi. La sua bellezza risiede
nella sua capacità di evocare immagini potenti, di toccare corde emotive
profonde e di rimanere un testamento della genialità e della versatilità dei
Led Zeppelin.
A marzo, mentre stavo lavorando a un libro di prossima
pubblicazione di cui sono coautore, ho avuto il piacere di fare una lunga e
approfondita chiacchierata con Patrizio
Fariselli. L'incontro, inizialmente incentrato sulla copertina
dell'albumArbeit Macht Freidegli Area,
si è naturalmente evoluto toccando argomenti ben più ampi.
Il contenuto di questa discussione è stato fondamentale per
alcune delle conclusioni che presenteremo presto nel libro. Quella che segue,
tuttavia, è la trascrizione fedele e integrale della nostra interessantissima
telefonata.
Una chiacchierata con Patrizio
Fariselli: oggetto la copertina dell’album degli Area, “Arbeit Macht Frei”.
Vai a ruota libera…
Allora, intanto bisogna dire che la copertina è opera di
Gianni Sassi, Frankenstein, titolare della Cramps Records; tutta opera sua,
completamente sua l’idea. Un giorno andammo da lui in ufficio, ci mostrò il suo
lavoro, e rimanemmo tutti quanti a bocca aperta; innanzitutto, per l'impatto formidabile
di quest'immagine, e poi per la quantità di segnali e di simboli che a tutti i
livelli la cover conteneva. Lungi da me darne una chiave di lettura univoca,
farei un danno a Gianni Sassi e alla sua immaginazione, ritengo più giusto che
ognuno tragga le personali conclusioni in base alle proprie sensazioni; credo sia
questa la chiave. Sarebbe come spiegare le barzellette… poi non fanno più
ridere.
Facciamo un po' un'analisi di tutti quei segnali di cui
parli…
La scultura è stata realizzata da un artista, un art director
che si chiama Edoardo Sivelli, che lavorava con Sassi alla Cramps. Una
statuetta di arte povera, piuttosto piccola in realtà, alta circa mezzo metro. Si
può notare che il torace e le braccia facevano parte di un Gesù Bambino.
Ce l’ho davanti e me e la sto guardando…
Come vedi, è più un soprammobile che una statua, e già
abbiamo il primo ribaltamento: un oggetto di dimensioni ridotte che, così
ritratto, dà un'immagine di imponenza; probabilmente anche per via del gesto
della mano salda. Sulle braccia si notano quelle sezioni rotonde che servivano,
evidentemente, ad orientarle in vari modi, ma che danno anche un'idea muscolare
di questa piccola cosa.
Un riferimento che mi è venuto subito in mente è un rimando
all'antica Grecia, alle erme, quelle sculture in pietra che rappresentavano le teste
di grandi filosofi, o in genere di uomini importanti, che sorgono da un
basamento quadrangolare alto un metro, un metro e mezzo, e dal quale, all'altezza
giusta, sporge un pene a indicare le doti virili del soggetto. Le ho viste per
la prima volta al museo di Atene e a momenti morivo dal ridere... vedere questi
signori così solenni e austeri, un Socrate, un Platone... con il pene in vista!Bellissime!
I riferimenti nella scultura di Sivelli appaiono chiari: c'è
un manico di violino “fallico”, con un pene eretto ed un lucchetto che,
idealmente, lo blocca.
Il nostro amico tiene e mostra in alto la chiave che potrebbe
liberare la sua sessualità e permettergli di esprimerla, ma sembra non esserne
consapevole perché la sua testa è intrappolata in un elmo che gli impedisce di
vedere e di sentire. Le sensuali labbra femminili sembrano dirci che il
problema non riguarda non solo lui, ma entrambi i sessi. E forse, specie per le
donne, è anche un mettere in guardia dal rischio di diventare oggetti sessuali.
È comunque un’immagine molto opprimente.
Tutta una serie di input contraddittori da parte di un
oggetto immobile e dalle dimensioni ridotte, ma dalla potenza comunicativa
molto forte, amplificata dal gioco di proiezione dal basso e, sulla seconda di
copertina, da una serie di fotogrammi che simulano il movimento, e che ricordano
un famosissimo quadro di Marcel Duchamp, “Nudo che scende le scale”; un
tipo di artificio che gli dà una vivacità e una dinamica straordinarie.
La scritta “Arbeit macht frei” è composta con caratteri
semplici, in corsivo, come se fosse stata scritta da un bambino, e questo è un
altro segnale.
Il titolo “Arbeit macht frei” lo ritroviamo anche nella
seconda e terza di copertina, dove ci siamo noi, stravaccati in studio,
circondati da una quantità di simboli e segnali inequivocabili e fortissimi.
C'è innanzitutto una “T”, che potrebbe essere una croce a T, un
simbolo di schiavitù e di martirio, una struttura patibolare… chissà... e sopra
la “T” c'è della terra, quindi, potrebbe anche essere questo il significato: un
ritorno alla terra... c’è anche della verdura, infatti... e poi una bambolina
trafitta, a denunciare la violenza sui bambini. E lì accanto c'è una falce e
martello, che ci è costata, assieme alla kefiah che indossa Giulio Capiozzo, la
nostra carriera all'estero.
Quando tocchi certi argomenti, il mondo anglosassone, e
occidentale in genere, ti esclude, ti ignora completamente.
Vicino a Demetrio Stratos ritrovi la statuina, riesci a
vederla nelle dimensioni originali. C'è anche un angioletto, un simbolo di
innocenza e di spiritualità, o di protezione, chi lo sa? E subito sopra, la
riproduzione di una pistola, che è quella dell'anarchico Gaetano Bresci,
custodita al museo criminale di Roma.
Vedi la quantità di
cose? Poi c'è la foto incorniciata del campo di sterminio tedesco di Auschwitz,
con sopra una catena spezzata. Quello è facile da comprendere... ciò che era meno
semplice da capire era l’“Arbeit macht frei” di allora: “Il lavoro rende
liberi”, una frase che potrebbe essere tranquillamente inserita nella
Costituzione di un paese democratico o socialista, fu messa all’ingresso del
campo, come si trattasse di un luogo per stage di formazione professionale, o
un laboratorio per bambini, mentre era la porta dell'orrore più mostruoso,
perché attuato in modo “scientifico”.
Quindi pensa come una mente malvagia e perversa può fare suoi
dei contenuti positivi e, ribaltandoli, usarli come strumento di manipolazione fisica
e psicologica e di coercizione. Purtroppo, è un giochino che si ripete da troppo
tempo e, anzi, oggi, è ancora più perfezionato grazie a professionisti di
sempre maggiore esperienza.
In questi ultimi anni l’abbiamo visto ampiamente utilizzato: non
a caso, molte istanze della sinistra dei miei tempi, quelle legate a diritti
civili autentici, sono state recuperate dal potere, esasperate e stravolte per
essere utilizzate con scopi esattamente opposti a quelli di uguaglianza e
antidiscriminazione originari. Privilegiando le minoranze ed imponendo
ideologie assurde e innaturali, si è arrivati a penalizzare la maggioranza con
il solo scopo di dividere la società e confondere i più giovani sulla loro
identità e su chi siano i loro veri nemici.
Consideriamo poi l'ecologia, il “green” delle multinazionali,
che sono la causa primaria dell'inquinamento… che colpevolizzano la gente
comune proponendo esse stesse la soluzione, quasi sempre controproducente,
costosa e naturalmente a nostre spese! Ma non ci allarghiamo troppo… comunque
il senso di “Arbeit macht frei” è questo: una denuncia e una messa in guardia
dalla spietatezza del potere. Lo conferma anche la busta interna del disco, dove,
assieme alla pistola di cartone, c'è questo superbo rapace che ti guarda di
traverso; un implacabile predatore carnivoro, dallo sguardo feroce, ma in
giacca e cravatta!
Sembra quasi preannunciare l'avvento degli anni '80, e della
schiera di “rampanti” affaristi senza scrupoli che si diffusero grazie al
neoliberismo tatcheriano.
Come vedi c'è una quantità di segnali imponente.
Certo che senza il tuo aiuto tutte queste cose non sarebbero
potute emergere!
Io stesso, col senno di poi, sono colpito dall’importanza dei
simboli presenti nella copertina… Non li ho ideati io, né noi Area, che allora eravamo
appena dei ragazzi, però abbiamo contribuito con alcuni piccoli interventi, ad
esempio la scelta della scritta con i caratteri da bambino, la bambolina, o la
piastrella con l’angelo… e anche la kefiah sono farina del nostro sacco. Ma
l’idea di base è frutto dell'inventiva e della grande consapevolezza politica di
Gianni Sassi.
Quando avete fatto questo tipo di scelta avevate delle
alternative o vi siete buttati subito su questa, in pieno accordo, senza
discussione?
La copertina ci ha steso tutti; ti garantisco, siamo rimasti
di sasso; ha avuto su di noi un impatto fortissimo. Non solo era affascinante, ma
capivamo che era roba forte: un lavoro veramente potente a livello comunicativo,
che suggeriva dei messaggi, ma lasciava un ampio spettro di lettura. Aprire la
mente era ciò che ci interessava di più, in qualsiasi ambito della nostra
comunicazione, compresa quella musicale. Più diversificate sono le
interpretazioni fatte dalle persone che ci ascoltano e ci seguono e più riteniamo
raggiunto il nostro scopo, che è principalmente quello di “attivare le rotelle
che abbiamo in testa”.
Nei primi anni ’70, quando ero adolescente e ascoltavo,
anche, la vostra musica, non avevo il sentore che una copertina di un album
potesse dare così tanto. Tutti questi elementi comunicativi che mi stai
descrivendo sono fortissimi, probabilmente mi arrivavano inconsciamente, ma non
avevo la consapevolezza che tutto questo poteva aiutare a diffondere un
messaggio importante: deficit legato alla mia giovinezza o cos’altro?
Non ti sentire sminuito per non aver colto certe cose; questi
segnali sono creati proprio per stimolare un tipo di fruizione come è stata la
tua, senza mediazione. Tutti riconoscono gli elementi più familiari, o vengono colpiti
dai più strani, ma piano piano, magari a livello inconsapevole, anche gli altri
ti arrivano. Se ti soffermi e metti il focus sui dettagli, riesci a trasferire
nella sfera della razionalità quegli elementi che comunque funzionano
inconsciamente. Sono due meccanismi di conoscenza differenti ed altrettanto
interessanti. Adesso che me l’hai chiesto, mi sto divertendo molto a fare
questa indagine quasi tassonomica degli elementi; non l'avevo mai fatto prima.
Pensi che quel tipo di copertina abbia contribuito al
successo dell’album?
Sicuramente! Ma tutte le copertine degli Area, e quelle di
Gianni Sassi in particolare, sono un piccolo capolavoro dal grande effetto.
Perché Sassi era, sì, un art director che veniva dalla pubblicità, ma aveva
questa visione originalissima, da vero artista, nell’utilizzare gli elementi più
diversi con intelligenza, creatività e istinto comunicativo. E la sua grande
cultura gli permetteva sempre di raggiungere un “significato altro”. Questa un
po' la summa del pensiero sassiano: mettere insieme materiali culturali tra i
più diversi, dall’arte più avanzata e innovativa a quella popolare e
tradizionale, per produrre un tipo di comunicazione molto diretta e performante,
ma sempre ricca di sfaccettature e preferibilmente piena di contraddizioni, di quelle
che riescono a smuovere le coscienze.
Rivedendola a distanza di 50 anni trovi ancora delle cose
interessanti? Come la spiegheresti oggi ad un giovane guardandola con i tuoi
occhi attuali?
Più che spiegarla ne farei notare gli elementi; spiegarla non
avrebbe senso. Spiegare vuol dire che, davanti a una cosa che tu non capisci,
non conosci, io te la rendo comprensibile, ma così tu ne potrai trarre solo l'idea
che io, alla fin fine, ti suggerisco. Invece, compito di queste copertine, di tutte
quante le copertine degli Area, è quello di darti una botta, di incuriosirti e
poi di farti pensare autonomamente.
E ci siete riusciti…
Sì, una botta allo stomaco, o una pacca sulla spalla… anche in
modo aggressivo: il potere di Sassi e della sua grafica era proprio quello di
riuscire a creare qualcosa che non lasciasse mai indifferenti; dovevi per forza
avvicinarti per scoprire di cosa si trattasse. Se poi fosse riuscita anche a
farti ascoltare la musica, almeno uno degli scopi era raggiunto.
Non a caso, quando Sassi morì, il museo di Arte Contemporanea
di New York mandò un proprio emissario per acquisire il suo materiale, tra cui
le copertine, che però, purtroppo, erano già state vendute dal suo socio, per
cui non se ne fece nulla. Peccato. Le copertine di Sassi erano conosciute
nell'ambiente dell'arte quasi più della musica degli Area, quella che,
apparentemente, trovava appeal solo in Italia. Col passare degli anni, invece,
scoprimmo che eravamo molto conosciuti e apprezzati anche all’estero, in
America e in Giappone, per esempio. Nel mondo underground i nostri dischi
arrivavano, così come nelle case dei più attenti fruitori di musica.
Un’ultima cosa, anche se esce dall’argomento specifico: non
ti pare inadeguato parlare di copertine di un prodotto che è tornato a galla
quando il mercato ha intercettato i bisogni di una nicchia, quella dei melomani
nostalgici degli anni ’70, mentre i giovani utilizzano quasi esclusivamente la
musica liquida?
Non solo i ragazzi, anche io, ad esempio, mi muovo su questa
strada: il 99% dei miei ascolti deriva dall’uso di iPod ed MP3, che ascolto
nelle mie lunghe camminate; ho una quantità enorme di musica nel mio database. Ogni
volta che sento qualcosa di nuovo e apprezzabile, vado vedere chi è l’artista, per
aggiungerlo alle mie conoscenze.
Forse, quello che i giovani si perdono, è il valore aggiunto
che queste immagini davano, in termini di comunicazione, alla musica; soprattutto
se parliamo di 33 giri, rispetto alla copertina ristretta e meno impattante dal
punto di vista immaginifico del CD. Perché le immagini possono emozionare, ma
possono anche urlare. Una copertina grande ti dà un impatto visivo molto
superiore, e poi c'è pure il manifesto. Quando mettevi in camera un manifesto,
pah! Era una botta! Il manifesto era pensato per colpire da lontano. Ma anche
la copertina del 33 giri è roba potente, e dava ai gruppi, agli art director,
alle persone coinvolte, la possibilità di riconoscersi in quel tipo di
immaginario, in quella particolare atmosfera musicale ed artistica. Se tu
guardi, ci sono delle copertine, come quelle dei The Rolling Stones fatte da
Andy Warhol, dei Gentle Giant, dei King Crimson, che, associate a quel particolare
tipo di musica, contribuiscono a dare a chi l’ascolta un bagaglio di stimoli e
di informazioni tale da costruire un rapporto molto più profondo, rispetto al
solo contenuto musicale. A differenza della musica liquida, il vinile offre la
possibilità di immergersi nei crediti, scoprendo testi, poetiche, autori e
luoghi di registrazione… tutti indizi che fanno intuire la visione del mondo
cui gli artisti aspirano, il loro modo di pensare, e questa è una cosa
formidabile.
Perché il vinile non muore, al di là delle seghe mentali
sulla qualità audio? Non mi interessano assolutamente le diatribe del tipo…
meglio il cd del digitale, meglio il cd del vinile… È la ritualità
dell'ascolto che è diversa. La ritualità dell'estrarre quest'oggetto, trattarlo
in modo delicato, far sì che non si impolveri, appoggiarlo sul piatto,
abbassare la testina… Una cosa strana, un rituale quasi mistico! Molti lo
vivono anche in questo senso. Vuoi ascoltare un disco in particolare? Ti alzi,
lo cerchi, lo tiri fuori, lo metti su… e poi anche la copertina favorisce il
lavoro della tua immaginazione; anche se l'hai vista mille volte. Mentre
ascolti un pezzo, che magari conosci benissimo, guardi la copertina e dici:
“Dio bono!!!”.
Ancora meglio quando tutto questo lo condividi con altre
persone…
Questa è una cosa degli anni che furono: il piacere della
condivisione, dell'ascolto collettivo; ti garantisco che per noi Area era una
cosa fondamentale ascoltare insieme i materiali nuovi, e addirittura scattava una
gara tra di noi per riuscire a portare musica che gli altri non conoscevano. Condividendone
l'ascolto, potevamo scambiarci a caldo le opinioni, vivere insieme le emozioni
e tutto quello che la musica innescava.
Questi ascolti comuni favorivano non solo una crescita
esponenziale della nostra cultura musicale, ma anche l’amicizia e la coesione
del gruppo. Perché eravamo, sì musicisti, ma anche amici che amavano ritrovarsi
e che si riconoscevano in certi parametri culturali, in un momento storico e
politico potente. Nella parcellizzazione sociale del presente, queste cose sono
scomparse. Questo mi dispiace molto, ed è per questo che cerco il più possibile,
nonostante l'età, di proseguire con l’attività concertistica, per coinvolgere, anche
fisicamente, le persone, e soprattutto i giovani, cercando di fargli vivere,
come si diceva una volta, un “trip” di quelli che non ti scordi.
Devo ammetterlo: quando il Live Aid esplose sulle
scene il 13 luglio 1985, mi colse completamente impreparato. Gli anni
'70 li avevo vissuti intensamente, immerso in un'ondata di festival e concerti
che sembravano non finire mai. Poi arrivarono gli anni '80 e con essi una sorta
di distacco, un silenzio musicale che mi portò a credere che il rock, quello
vero, avesse esaurito la sua spinta. Ma il Live Aid, con la sua incredibile
costellazione di rockstar radunate per una causa nobile, fu un vero e proprio
pugno nello stomaco, una scossa inaspettata. Con il senno di poi, non ho dubbi
nel considerarlo uno degli eventi più significativi della storia, non solo
musicale, ma come un momento spartiacque che dimostrò il potere unificante
della musica.
Questo libro - LIVE AID –
IL JUKE BOX GLOBAL COMPIE 40 ANNI-
non è solo una cronaca, ma un vero e proprio viaggio immersivo nel cuore del
Live Aid del 13 luglio 1985, orchestrato con maestria da autori che conoscono a
fondo il mondo della musica. A tessere questa trama ricca di dettagli e
atmosfere sono Angelo De Negri e Aldo Pedron.
De Negri porta in dote una solida esperienza, avendo
già cofirmato volumi dedicati alla musica. Pedron è una vera e propria
istituzione nel giornalismo musicale italiano. La loro combinazione di
competenze e passione si traduce in un racconto che va ben oltre la mera
documentazione, offrendo una prospettiva privilegiata.
Il testo in esame si configura come una vivida e meticolosa
cronaca del Live Aid del 13 luglio 1985, offrendo al lettore un'immersione
profonda nelle dinamiche e nelle emozioni di quello che è stato, senza dubbio,
uno degli eventi musicali e umanitari più significativi della storia. Non si
tratta di una semplice lista di esibizioni, ma di un racconto coinvolgente che
restituisce la complessità e la grandezza di un'impresa senza precedenti.
Il libro eccelle nel fornire un quadro completo di entrambi i
palchi, quello di Wembley a Londra e del JFK Stadium a Filadelfia. La
narrazione si snoda attraverso la giornata, alternando dettagli tecnici,
aneddoti personali e il contesto storico-musicale di ogni artista.
Per quanto riguarda Wembley, il lettore viene guidato
attraverso le performance iconiche di Howard Jones, l'eleganza di Bryan Ferry, l'energia contagiosa di Paul Young, la svolta epocale degli U2,
l'eleganza raffinata dei Dire Straits, la leggendaria esibizione dei Queen,
il carisma di David Bowie e il toccante finale con Paul McCartney
e l'ensemble corale di "Do They Know It’s Christmas?". Ogni sezione è
arricchita da dettagli sulla formazione delle band, le scalette e momenti
salienti che hanno contribuito a forgiare la leggenda del Live Aid, come i
problemi tecnici di McCartney o l'improvvisazione vocale di Freddie Mercury.
La disamina del concerto di Filadelfia offre una
prospettiva altrettanto dettagliata. Dal coraggioso debutto del giovane Bernard Watson, passato attraverso l'ostinata determinazione di Joan Baez,
alla presenza locale dei The Hooters (con l'interessante nota sulla
reticenza iniziale di Bob Geldof), fino all'eleganza senza tempo dei Four Tops e la performance solista di Billy Ocean, il testo non trascura
le peculiarità e le sfide di un concerto svolto in condizioni climatiche
estreme. Le descrizioni dell'ambiente del JFK Stadium, con la sua inefficienza
e il caldo torrido, aggiungono un layer di realismo che rende l'esperienza del
lettore ancora più tangibile.
Tra le imprese più audaci e memorabili del Live Aid, spicca
senza dubbio quella di Phil Collins, l'unico artista a esibirsi in entrambi i
concerti, a Londra e a Filadelfia, nella stessa giornata. Dopo aver calcato il
palco di Wembley con la sua performance solista e come batterista per Sting,
Collins non perse tempo: salì su un elicottero che lo portò all'aeroporto di
Heathrow e da lì si imbarcò sul leggendario Concorde, il jet supersonico che lo
avrebbe traghettato attraverso l'Atlantico in tempi record. Una volta atterrato
negli Stati Uniti, un altro elicottero lo attendeva per condurlo direttamente
al JFK Stadium di Filadelfia. Qui, non solo ripropose i suoi brani solisti, ma
si unì anche a Eric Clapton e, in una reunion controversa ma storica, ai membri
sopravvissuti dei Led Zeppelin, assumendo il ruolo di batterista, una scelta
che fece molto discutere ma che sigillò definitivamente il suo status di
"globetrotter" del rock in quella giornata epocale.
Il vero valore aggiunto del libro risiede nella sua capacità
di andare oltre la mera lista dei brani. Le citazioni dirette di Bob Geldof
e le riflessioni degli artisti stessi, come quelle di Joan Baez sull'esibizione
degli U2, offrono intuizioni preziose sulla mentalità e le motivazioni dietro
l'evento. Vengono evidenziati gli imprevisti tecnici che hanno caratterizzato
diverse performance, dimostrando la natura "live" e imperfetta, ma
autentica, del concerto. Si apprezzano particolarmente gli approfondimenti
sulla genesi di brani simbolo, come "Is This the World We Created?"
dei Queen, e la loro pertinenza con il messaggio umanitario del Live Aid.
Questo libro è un documento essenziale per chiunque voglia
comprendere appieno la portata del Live Aid, sia dal punto di vista musicale
che sociale. È una celebrazione della musica come forza unificante e un
promemoria dell'impatto duraturo che un evento di tale magnitudine può avere.
La cura nei dettagli, la contestualizzazione degli artisti e delle loro
esibizioni, e la capacità di trasmettere l'atmosfera di quel giorno lo rendono
un riferimento imprescindibile per appassionati di musica, storici e chiunque
sia interessato a un capitolo fondamentale della cultura popolare del XX
secolo.
Today, July
25, 2025, marks the fifth anniversary of the death of Peter
Green, a name that evokes respect and admiration in the pantheon of blues
and rock giants.
Passed away
peacefully in his sleep at the age of 73, Green was much more than a guitarist;
he was the soul and beating heart of
early Fleetwood Mac, an artist whose music transcended genres,
touching deep chords in the souls of millions.
Born Peter
Allen Greenbaum in London in 1946, his musical journey began in the vibrant
British blues scene of the 60s. After a formative period with John Mayall's
Bluesbreakers, where he took up the legacy of Eric Clapton, Green founded
Fleetwood Mac in 1967 with Mick Fleetwood and John McVie. This original line-up
created a unique sound, steeped in pure blues, but with an inventiveness and
sensibility that went beyond the boundaries of the genre.
His guitar,
in particular the famous 1959 Gibson Les Paul nicknamed "Greeny",
produced an unmistakable timbre: warm, velvety, but capable of expressing a
surprising emotional range. He was not a technical exhibitionist, but a
storyteller, a musician who favored sentiment and expressiveness. Tracks such
as the melancholic and atmospheric "Albatross",the intense "Oh
Well" and the powerful "Black
Magic Woman" (later made famous by Santana) are
milestones that demonstrate his compositional and interpretative genius. His
voice, although not of great extension, possessed a disarming sincerity,
capable of making every word a palpable emotion. Peter Green was an authentic
bluesman, channeling his experiences and sensibilities into every note.
However, the
overwhelming success and pressures of the music world had a devastating impact
on his already fragile mental health. Drug abuse and a deep spiritual crisis
led him to leave Fleetwood Mac in 1970, an event that marked the beginning of a
long and tormented period away from the spotlight, marked by the struggle
against schizophrenia.
Despite the
difficulties, music always remained an intrinsic part of his being. In the 90s
and 2000s, Green returned to perform with his Peter Green Splinter Group,
showing his unmistakable magic at times, albeit with a more restrained and
reflective stage presence. The music world never forgot him, and numerous
artists, from Gary Moore to Joe Bonamassa, have always cited him as a
fundamental source of inspiration.
Five years
after his passing, Peter Green's legacy is more alive than ever. His approach
to the guitar, his ability to infuse soul into every melody, and his artistic
honesty continue to inspire musicians and fans alike. The "Greeny
tone", that unique blend of magic, melancholy and emotional depth, remains
a reference point for anyone approaching the blues with their heart.
La fotografia di copertina di Enrico Rolandi riporta al
Prog Fest - Porto Antico di Genova - e risale al 2019.
Ho postato un’immagine di quell’evento che presentai con Carlo
Barbero perché è l’unico in cui entrai in contatto reale con Vittorio De Scalzi.
La mia strada di commentatore di cose musicali non aveva mai
incrociato la sua, mentre ho avuto l’opportunità di avere maggior confidenza
con altri ex New Trolls.
Nel giorno che ricorda la prematura dipartita di Vittorio mi sembra inutile
rivisitare la storia - la sua e quella della musica italiana di qualità -
mentre sarebbe molto meglio lasciare un ricordo personale, un aneddoto, una
chicca, un frammento di vita. Ma quello mi manca.
E allora vado a ritroso, partendo da quel luglio 2019, una
bella esibizione di una delle tante diramazioni dei New Trolls - La storia
dei NEW TROLLS - che chiudeva la manifestazione.
Ho sottolineato “una delle tante diramazioni” perché i
New Trolls che conobbi nell’adolescenza, nel corso degli anni hanno subito
tantissimi cambiamenti e frammentazioni di cui non posso dare giudizio, certo è
che non è mai stato semplice per me risalire alle origini e ridisegnare l’albero
genealogico corretto.
Un po' di anni fa è venuto in mio soccorso il fratello di
Vittorio, Aldo - che non ha bisogno di presentazioni! - e mi ha fornito la sua
visione ravvicinata, facilmente rintracciabile su youtube, e dal sapore
icastico.
Quando penso a Vittorio - e ai New Trolls - mi ritornano alla
mente momenti precisi della mia vita, stimolati da tracce musicali che sono
state per me riferimenti continui.
Parto dal 1968: il brano è “Visioni”, un rock
psichedelico che mi colpì come un macigno, nonostante avessi solo 12 anni!
Dopo tre anni, la fase prog prevaleva sul rock precedente
e nasceva “Concerto Grosso”…
E arriva il pop di qualità, quello trasversale, che tocca
tutto il pubblico diventando un must senza tempo, e come simbolo cito “Aldebaran” e… “Quella
carezza della sera”.
Come si fa a condensare così tanta musica in un articolo!
Ad ognuno il proprio ricordo e un diverso abbinamento tra trame sonore e memoria, lasciando spazio al pensiero personale, sottolineando un legame con
l’artista scomparso… tutto lecito, comprensibile, umano.
Vittorio mancherà fisicamente, agli affetti più vicini e ai
tanti conoscenti coltivati nel corso di mezzo secolo e oltre, ma è privilegio
di certi artisti rimanere vivi per sempre, perché ogni volta che partirà l’arpeggio
di “Una miniera” o il rock di “Davanti agli occhi miei” ci sarà
qualcuno che immediatamente idealizzerà un palco, una televisione, un locale,
in cui Vittorio e i suoi compagni di avventura continuano a suonare e a far
sognare.
Buon proseguimento del tuo viaggio Vittorio, un grazie incondizionato appare un atto
dovuto!
Kooymans si esibisce con i Golden
Earring al Roxy di Amsterdam, il 10 dicembre 1991
Il mondo della musica piange la scomparsa di George Kooymans, il talentuoso chitarrista e
co-fondatore dei Golden Earring, spentosi il 23 luglio all'età di
77 anni a causa di complicazioni legate alla Sclerosi Laterale Amiotrofica
(SLA). Kooymans lascia una grande eredità, non solo come mente dietro l'iconica
hit "Radar Love", ma anche per il suo contributo duraturo alla scena
rock.
"Diamo l'addio a un grande musicista e compositore la
cui opera si è estesa oltre i Golden Earring", ha dichiarato la
famiglia in una nota toccante, ricordandolo non solo come artista ma anche come
"marito, padre, nonno amato, ma soprattutto un amico".
Nato il 11 marzo 1948, Kooymans ha fondato i Golden Earring –
inizialmente chiamati Tornadoes – all'Aia insieme al bassista Rinus Gerritsen.
Dopo aver cambiato nome per evitare confusioni e aver consolidato la loro
presenza come gruppo pop in patria e nel Regno Unito, la band ha virato
decisamente verso l'hard rock nel 1969. Questa svolta li ha portati ad aprire
il tour europeo degli Who nel 1972 e a firmare con la loro etichetta Track
Records, preludio all'esplosione globale di "Radar Love".
George Kooymans (secondo da sinistra)
posa con l'orecchino d'oro sul set di uno show televisivo a Hilversum, Paesi
Bassi, nel 1974. (da sinistra) il cantante Barry Hay, Kooymans, il batterista
Cesar Zuiderwijk e il bassista Rinus Gerritsen
Pubblicata nel 1973, "Radar Love" divenne
rapidamente un inno per milioni di adolescenti americani. Il suo ritmo
incalzante e il riff distintivo di Kooymans, suonato con la sua inconfondibile
Gibson Les Paul Custom nera, la resero la colonna sonora perfetta per le gite
in macchina e un simbolo del rock stradale americano. La canzone raggiunse la
posizione numero 13 nelle classifiche statunitensi, consolidando la fama
internazionale dei Golden Earring, nonostante molti fossero sorpresi di scoprire
che la band proveniva dai Paesi Bassi e fosse attiva da oltre un decennio.
Sebbene la popolarità negli Stati Uniti sia diminuita verso
la fine degli anni '70, i Golden Earring hanno goduto di un ritorno di successo
nel 1982 con il singolo "Twilight Zone". In patria, la band ha
mantenuto un seguito fedele, e "Radar Love" è rimasta la
"canzone d'auto" per eccellenza per intere generazioni.
La creatività di Kooymans non si è limitata ai Golden
Earring. Ha pubblicato due album da solista, "Jojo" (1971) e "Solo"
(1987), e ha collaborato con il musicista rock americano Frank Carillo in due
album.
Esibizione con i Golden Earring allo
Shepherd's Bush Empire di Londra, il 14 marzo 2009
Nel 2021, a Kooymans è stata diagnosticata la SLA, una
malattia neurodegenerativa che ha portato allo scioglimento dei Golden Earring.
La notizia della sua malattia ha scatenato un'ondata di sostegno in tutti i
Paesi Bassi, come ricordato da Limore Noach, direttrice della ALS Netherlands
Foundation: "Quando si è saputo che George Kooymans era affetto da SLA
e non poteva più esibirsi, è stato commovente vedere come tutti i Paesi Bassi
si siano mobilitati in suo sostegno", ha affermato Noach, estendendo
le condoglianze alla famiglia e agli amici.
George Kooymans sarà ricordato non solo come un virtuoso
della chitarra e un compositore prolifico, ma anche come una figura che ha
profondamente influenzato il panorama musicale internazionale.
Il mondo della musica piange la scomparsa di Ozzy Osbourne, l'iconica star dell'heavy
metal, venuto a mancare all'età di 76 anni. La notizia giunge poche
settimane dopo la sua emozionante reunion con i Black Sabbath sul palco
di Villa Park, un concerto che si è rivelato il suo toccante addio ai fan.
La famiglia ha annunciato la sua scomparsa con un comunicato
che esprime una "tristezza indescrivibile", rivelando che Ozzy è
deceduto questa mattina, circondato dall'affetto dei suoi cari. Nonostante i
problemi di salute che lo affliggevano, tra cui il morbo di Parkinson e le
complicazioni di un infortunio del 2019, Osbourne aveva mostrato una
determinazione incrollabile nel dare ai fan il suo "addio perfetto".
Meno di tre settimane fa, il "Principe delle
Tenebre" si era esibito da un trono, visibilmente commosso, davanti a una
folla entusiasta a Villa Park. "Non avete idea di come mi sento",
aveva detto ai fan, "Grazie dal profondo del mio cuore".
L'evento, un vero e proprio "ultimo inchino", aveva visto la
partecipazione di artisti a lui cari, come i Metallica e i Guns N' Roses. Per
l'occasione, Ozzy e gli altri membri originali dei Black Sabbath – Tony Iommi,
Terence "Geezer" Butler e Bill Ward – erano stati gli ultimi ad
apparire sul palco, in quella che è stata la loro ultima esibizione insieme.
Subito dopo l'annuncio della sua morte, i Metallica hanno
reso omaggio a Osbourne pubblicando su X una foto della band con il leggendario
rocker, accompagnata da un'emoji di un cuore spezzato.
Nato John Michael Osbourne il 3 dicembre 1948 ad Aston,
Birmingham, Ozzy è diventato universalmente noto come il "Padrino
dell'heavy metal". Con i Black Sabbath, ha co-fondato e pionierato un
genere musicale che avrebbe rivoluzionato il panorama musicale. Il loro omonimo
album di debutto del 1970 raggiunse la top 10 nel Regno Unito, aprendo la
strada a una serie di successi intramontabili. La band è diventata una delle
più influenti e vendute di tutti i tempi, con oltre 75 milioni di album a
livello globale.
Osbourne ha poi intrapreso una carriera solista di enorme
successo, regalandoci brani iconici.
Oltre alla sua straordinaria carriera musicale, Ozzy Osbourne
ha trovato un altro tipo di celebrità grazie al reality show di MTV degli anni
2000, "The Osbournes". Lo show offriva uno sguardo intimo e spesso
caotico sulla vita della rockstar cresciuta a Birmingham e trapiantata a Los
Angeles, insieme alla moglie Sharon e ai figli Kelly e Jack.
La sua figura è stata spesso associata anche ad aneddoti
celebri e talvolta controversi, come il famigerato episodio in cui morse la
testa di un pipistrello durante un concerto, un evento che è diventato parte
della sua leggenda.
Nel corso della sua illustre carriera, Osbourne ha ricevuto
numerosi riconoscimenti. È stato inserito nella UK Music Hall of Fame e nella US
Rock And Roll Hall of Fame due volte, sia con i Black Sabbath che come artista
solista. Possiede una stella sulla Hollywood Walk of Fame (e anche sulla Broad
Street di Birmingham), ha vinto un Ivor Novello e cinque Grammy su 12
nomination. Ha ricevuto anche premi prestigiosi come il "Godlike
Genius" della NME e il "Living Legend" della Classic Rock.
Nonostante la sua battaglia con la malattia, Ozzy aveva fatto
un'apparizione a sorpresa sul palco di Birmingham per la chiusura dei Giochi
del Commonwealth nel 2022, dimostrando ancora una volta la sua indomita
passione per la musica.
Ozzy Osbourne lascia la moglie Sharon, i figli Aimee, Kelly e
Jack, oltre ai figli più grandi Jessica e Louis avuti dal primo matrimonio con
Thelma Riley, e i suoi nipoti. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel
mondo della musica, ma la sua eredità come pioniere e leggenda dell'heavy metal
vivrà per sempre.
L'addio più atteso: la storia del
metal celebra Ozzy
Ah, se solo avessi potuto essere lì! Il concerto d'addio di Ozzy Osbourne, "Back to the Beginning", a Villa Park il 5 luglio 2025è stato uno di quegli eventi che ogni
appassionato di musica sogna di vivere. Una serata che non si ripeterà mai più,
un addio epocale a un'icona leggendaria e un evento monumentale e commovente
per il mondo del metal. Ecco le mie impressioni da esterno!
Il concerto ha segnato un commovente ritorno a Birmingham, la
città natale di Ozzy e dei Black Sabbath, dove il metal è nato. Il titolo
stesso, "Back to the Beginning", sottolinea questo legame profondo.
L'evento ha visto la riunione dell'intera formazione originale dei Black
Sabbath (Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward) per la prima
volta in 20 anni, un momento incredibilmente significativo per i fan.
Il concerto ha segnato un commovente ritorno a Birmingham, la
città natale di Ozzy e dei Black Sabbath, dove il metal è nato. Il titolo
stesso, "Back to the Beginning", sottolinea questo legame profondo.
La performance ha visto la riunione dell'intera formazione
originale dei Black Sabbath (Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill
Ward) per la prima volta in 20 anni. Questo è stato un momento incredibilmente
significativo per i fan.
L'evento è stato un vero e proprio festival metal, con la
partecipazione di band e artisti leggendari come Metallica, Guns N' Roses,
Anthrax, Halestorm, Lamb of God, e tanti altri, molti dei quali hanno reso
omaggio ai Black Sabbath eseguendo cover delle loro canzoni.
A causa della sua battaglia contro il Parkinson e i problemi
spinali, Ozzy si è esibito seduto su un elaborato "trono" a tema
pipistrello, che si alzava dal palco. Nonostante le difficoltà fisiche, ha
dimostrato il suo spirito inconfondibile, interagendo con il pubblico e
cantando con passione.
Ozzy stesso ha espresso la sua gratitudine ai 40.000 fan
presenti, dicendo di non sapere come si sentiva e ringraziandoli dal profondo
del cuore. L'emozione era palpabile sia sul palco che tra il pubblico.
Il concerto ha dimostrato ancora una volta l'amore e il
rispetto che i fan hanno per Ozzy e i Black Sabbath. Molti artisti presenti
hanno sottolineato come i Sabbath abbiano dato loro "uno scopo nella
vita".
Non è stato solo un concerto d'addio per Ozzy, ma una vera e
propria celebrazione dell'eredità dei Black Sabbath e del loro impatto
rivoluzionario sulla musica.
L'evento aveva anche uno scopo benefico, raccogliendo fondi
per la ricerca sul Parkinson, l'ospedale pediatrico di Birmingham e l'Hospice
per bambini Acorn, il che aggiunge un ulteriore strato di nobiltà all'addio.
Dopo aver dovuto cancellare il suo tour "No More Tours
2" nel 2023 a causa di problemi di salute, Ozzy ha voluto fortemente
questo concerto per congedarsi dal palco alle sue condizioni, tornando nel
luogo dove tutto è iniziato.
In sintesi, il concerto d'addio di Ozzy Osbourne è stato un
evento storico, toccante e potente, un degno tributo a una delle figure più
iconiche e influenti della storia del rock e del metal. Ha offerto ai fan
un'ultima occasione per vedere il "Principe delle Tenebre" esibirsi,
affiancato dai suoi leggendari compagni di band e da un'intera generazione di
artisti che ha ispirato. Un vero e proprio "funerale in pompa magna"
per un'era del rock.
Ecco l’ordine di apparizione
Mastodon
1. Black
Tongue
2. Blood and
Thunder
3. Supernaut
(with Mario Duplantier, Danny Carey and Eloy Casagrande)
Rival Sons
4. Do Your
Worst
5. Electric
Funeral
6. Secret
Anthrax
7. Indians
8. Into the
Void
Halestorm
9. Love Bites
(So Do I)
10. Rain Your
Blood on Me
11. Perry
Mason
Lamb of God
12. Laid to
Rest
13. Redneck
14. Children
of the Grave
Supergroup A
15. The
Ultimate Sin (with Lzzy Hale, Nuno Bettencourt, Jake E Lee, David Ellefson,
Mike Bordin and Adam Wakeman)
16. Shot in
the Dark (with David Draiman, Jake E Lee, David Ellefson, Mike Bordin and Adam
Wakeman)
17. Sweet
Leaf (with David Draiman, Nuno Bettencourt, Scott Ian, David Ellefson, Mike
Bordin and Adam Wakeman)
18. Believer
(with Whitfield Crane, Nuno Bettencourt, Scott Ian, Frank Bello, II [Sleep
Token] and Adam Wakeman)
19. Changes
(with Yungblud, Nuno Bettencourt, Frank Bello, II and Adam Wakeman)
20. Mr.
Crowley (with Jack Black, plus Revel Ian, Roman Morello and other young
musicians on screen)
Alice In
Chains
21. Man in
the Box
22. Would?
23. Fairies
Wear Boots
Gojira
24. Stranded
25. Silvera
26. Mea culpa (Ah! Ça ira!) (with
Marina Viotti)
27. Under the
Sun
Drum Off
28. Symptom
Of The Universe (with Chad Smith, Travis Barker and Danny Carey, plus Tom
Morello, Nuno Bettencourt and Rudy Sarzo)
Supergroup B
29. Breaking
the Law (with Billy Corgan, Tom Morello, K.K. Downing, Adam Jones, Rudy Sarzo
and Danny Carey)
30. Snowblind
(with Billy Corgan, Tom Morello, K.K. Downing, Adam Jones, Rudy Sarzo and Danny
Carey)
31. Flying
High Again (with Sammy Hagar, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman, Rudy Sarzo, Chad
Smith and Vernon Reid)
32. Rock
Candy (with Sammy Hagar, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman, Rudy Sarzo, Chad Smith
and Tom Morello)
33. Bark at
the Moon (with Papa V Perpetua, Vernon Reid, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman,
Rudy Sarzo and Travis Barker)
34. The Train
Kept A-Rollin' (with Steven Tyler, Ron Wood, Nuno Bettencourt, Tom Morello,
Andrew Watt, Rudy Sarzo and Travis Barker)
35. Walk This
Way / Whole Lotta Love (with Steven Tyler, Nuno Bettencourt, Tom Morello,
Andrew Watt, Rudy Sarzo and Chad Smith)