giovedì 31 luglio 2025

Jon Anderson ha ricordato il suo concerto "particolare" con Keith Emerson, nel 1969!


L'ex cantante degli Yes, Jon Anderson ha ricordato la volta in cui suonò in uno spettacolo a base di alcol con Keith Emerson, durante un tour in Irlanda nel 1969


Parlando in una nuova intervista con Eamon O'Neill di Eon Music, Jon Anderson ha ricordato il periodo in cui era in tour in Irlanda come membro degli Yes, nel 1969, insieme a Keith Emerson - all’epoca nei The Nice - e alla The Bonzo Dog Doo-Dah Band.

"Beh, amavamo Dublino, ovviamente. Amavamo l'Irlanda", dice Anderson. "Mia madre era irlandese, e quindi ce l'ho nel sangue.

Ricordo molto chiaramente quell’occasione perché abbiamo guidato da Dublino a Cork, e ci siamo fermati in ogni pub lungo la strada, come puoi immaginare! A quel tempo eravamo in tour con i Nice, che erano la band di Keith Emerson, e la Bonzo Dog Doo-Dah Band. Quando siamo arrivati a Cork, abbiamo cercato e trovato il luogo del concerto, una specie di campo sportivo con il palco rivolto verso la tribuna. L'abbiamo guardato e ci siamo resi subito conto che c'era solo una presa elettrica! Così, siamo andati nel pub Abattoir e abbiamo iniziato a bere. Beh, non potevamo davvero suonare con una sola presa, ne avremmo avuto bisogno almeno di una dozzina per l'attrezzatura, e allora abbiamo pensato che forse non avremmo dovuto suonare sul palco e iniziammo nel pub, con Keith Emerson al pianoforte. Cantavamo canzoni stupide e bevevamo, e molti fan che avevano comprato i biglietti erano entrati nel locale. Alcuni si infastidirono un po’, quindi dicemmo loro che avremmo iniziato il concerto nel pub.

L’ambiente iniziò a diventare un po’… turbolento, e il nostro manager dell'epoca ci disse di sgattaiolare fuori di nascosto, perché c’erano altre cinquanta persone fuori che volevano entrare. Proprio in quel momento, il ragazzo dietro il bar, proprietario del pub, suonò il campanello attirando l’attenzione di tutti i presenti, indicando la piccola Tv posta nell’angolo, che in quel momento testimoniava lo sbarco sulla luna! E mentre tutti guardavano l’evento eccezionale, il manager ci fece uscire di nascosto dal retro, così salimmo sul pullman, arrivammo all'aeroporto locale e volammo a Londra!"





 

mercoledì 30 luglio 2025

Creedence Clearwater Revival: suoni paludosi dal cuore della California

 


Dalle nebbie della Bay Area californiana, in un'epoca di fermento sociale e cambiamenti musicali radicali, emerse un gruppo che avrebbe catturato l'essenza dell'America rurale con un suono blues-rock viscerale e diretto: i Creedence Clearwater Revival, o semplicemente CCR. La loro storia è un racconto di fratellanza, talento grezzo e un'esplosione di successi che, seppur breve, lasciò un'impronta indelebile nel panorama musicale mondiale.

Le radici dei CCR affondano nell'amicizia d'infanzia tra i fratelli John e Tom Fogerty e i loro amici Stu Cook e Doug Clifford nella città operaia di El Cerrito, in California. Negli anni '50, influenzati dal rock and roll nascente, formarono una serie di band, tra cui i Blue Velvets, che pubblicarono alcuni singoli senza grande successo.

Fu all'inizio del 1968, sotto la guida dell'etichetta Fantasy Records, che la band trovò la sua vera voce e il suo nome definitivo: Creedence Clearwater Revival. Il nome era un amalgama di "Creedence", il nome di un amico di Tom Fogerty, "Clearwater", ispirato a una birra locale, e "Revival", che simboleggiava la loro rinascita musicale.

Sotto la leadership creativa di John Fogerty, che si affermò come cantante, chitarrista e principale autore delle canzoni, i CCR svilupparono un suono unico e inconfondibile. La loro musica era un mix potente di blues, rock and roll e country, caratterizzato dalla voce roca e distintiva di Fogerty, dai riff di chitarra taglienti e dal ritmo incalzante della sezione ritmica di Cook e Clifford.

Il 1968 fu l'anno della loro esplosione sulla scena musicale con l'album omonimo Creedence Clearwater Revival, che conteneva la loro prima hit significativa, "Susie Q", una cover di un classico rockabilly che scalò le classifiche. Questo fu solo l'inizio di una straordinaria serie di successi che avrebbero dominato le onde radio e le classifiche di tutto il mondo per i successivi tre anni.

Il 1969 fu un anno d'oro per i CCR, con la pubblicazione di ben tre album di successo: Bayou Country, che conteneva l'iconica "Born on the Bayou" e la potente "Proud Mary"; Green River, con la title track atmosferica e la vivace "Bad Moon Rising"; e Willy and the Poor Boys, che includeva inni come "Down on the Corner" e la toccante "Fortunate Son", un commento sulla disparità sociale e la guerra del Vietnam.

Le canzoni dei CCR catturavano lo spirito dell'epoca, affrontando temi di classe, guerra, ambiente e la vita nell'America rurale con una sincerità e una potenza rare. La voce appassionata di John Fogerty e la semplicità diretta dei loro arrangiamenti rendevano la loro musica accessibile e profondamente risonante con il pubblico.

La band divenne una presenza fissa nei festival musicali più importanti, tra cui Woodstock nel 1969, anche se la loro performance non fu inclusa nel film e nell'album originali, un fatto che John Fogerty ha spesso ricordato con amarezza.

Nonostante il loro enorme successo commerciale e di critica, le tensioni interne iniziarono a serpeggiare all'interno del gruppo. Tom Fogerty si sentiva messo in ombra dal ruolo dominante del fratello John e lasciò la band nel 1971. I rimanenti tre membri continuarono come trio, pubblicando gli album Pendulum (1970), che conteneva successi come "Have You Ever Seen the Rain?" e "Hey Tonight", e Mardi Gras (1972), che vide i tre membri cimentarsi nella scrittura e nel canto, un esperimento che non fu accolto positivamente dalla critica e che contribuì alla definitiva rottura della band alla fine del 1972.

Nonostante la loro carriera relativamente breve, l'impatto dei Creedence Clearwater Revival sulla musica rock è stato profondo e duraturo. Le loro canzoni sono diventate parte integrante del tessuto sonoro americano, continuando a essere trasmesse alla radio, utilizzate in film e serie televisive e apprezzate da nuove generazioni di ascoltatori.

La voce inconfondibile di John Fogerty, i riff di chitarra memorabili e le storie evocative delle loro canzoni hanno creato un catalogo musicale senza tempo che celebra le radici del rock and roll e cattura lo spirito di un'epoca. I CCR furono un fulmine a ciel sereno nella storia della musica, un'esplosione di talento che, seppur breve, illuminò il panorama musicale con suoni paludosi che risuonano ancora oggi dal cuore della California.








martedì 29 luglio 2025

Lutto nel mondo della musica: ci lascia Livio Macchia, pilastro dei Camaleonti



Il panorama musicale italiano è in lutto per la dipartita di Livio Macchia, figura emblematica e co-fondatore de I Camaleonti. Si è spento all'età di 83 anni a Melendugno, in provincia di Lecce, luogo che aveva scelto come sua dimora negli ultimi anni, in virtù del profondo legame con la sua terra d'origine. Con la sua scomparsa, salutiamo un testimone di un'era d'oro, quella del beat italiano degli anni '60 e '70.

Nato ad Acquaviva delle Fonti nel 1941, in una famiglia con una spiccata vena musicale, Livio Macchia fu l'unico a intraprendere con determinazione la carriera professionale, spinto dall'ammirazione per Elvis Presley. Fu nei primi anni Sessanta, a Milano, che prese vita il progetto de I Camaleonti, con Macchia al basso, affiancato da Paolo De Ceglie e Riki Maiocchi. Il nome della band, evocativo e distintivo, fu scelto per la loro notevole capacità di adattarsi con disinvoltura a una vasta gamma di generi musicali durante le loro esibizioni dal vivo.

La svolta arrivò nel 1965, con la firma di un contratto discografico con la Kansas, un'etichetta affiliata al celebre Clan Celentano. Questo segnò l'inizio di una serie ininterrotta di successi. Brani iconici come "Sha la la la la" e "Portami tante rose" aprirono la strada a un'ascesa fulminea. Il 1968 si rivelò un anno trionfale, con l'esplosione di "L'ora dell'amore" (che vendette 1.600.000 copie) e "Applausi" (con 900.000 copie), entrambe capaci di conquistare la vetta delle classifiche. A questi seguirono altri grandi successi, tra cui "Mamma mia" (firmata da due giganti come Mogol e Lucio Battisti), "Viso d'angelo" ed "Eternità" (presentata al Festival di Sanremo in duetto con Ornella Vanoni). Livio Macchia rimase una colonna portante della formazione, lavorando al fianco di Tonino Cripezzi.

Macchia ha sempre coltivato relazioni significative con figure di spicco della musica italiana. È noto, ad esempio, che Lucio Battisti gli "regalò" la melodia per la canzone "Mamma mia". Le sue collaborazioni si estesero anche ad Adriano Celentano e, agli albori della band, annoverò persino Teo Teocoli tra i membri del gruppo.

Nonostante la sua carriera si sia sviluppata principalmente a Milano, Macchia non recise mai il legame con le sue tradizioni pugliesi. La scelta di Melendugno come dimora negli ultimi anni della sua vita ne è la prova. Qui, nel giugno 2024, aveva celebrato i 60 anni di carriera de I Camaleonti con un memorabile concerto a Roca Nuova.

I numeri che caratterizzano la carriera de I Camaleonti sono a dir poco impressionanti: oltre 30 milioni di dischi venduti, 17 album, innumerevoli singoli di successo e prestigiosi riconoscimenti, tra cui dischi d'oro e l'Ambrogino d'Oro.

Durante il periodo del lockdown aveva pubblicato un album e nel 2024 aveva lanciato il singolo "Dolce Armonia". Con la sua dipartita, che segue quelle di Cripezzi, De Ceglie e Brunetti, si chiude un capitolo cruciale nella storia della musica italiana.

I Camaleonti si affermarono come uno dei gruppi più importanti e influenti del movimento beat, le cui melodie continuano a toccare il cuore di intere generazioni, proprio come amava affermare Macchia: "Noi siamo i capostipiti." Il suo amore sconfinato per la musica e le sue profonde radici pugliesi resteranno indelebili nella memoria di tutti coloro che lo hanno conosciuto e apprezzato.






lunedì 28 luglio 2025

"The Battle of Evermore": un capolavoro epico e misticheggiante dei Led Zeppelin


 Un'odissea acustica nell'epica dei Led Zeppelin: quando mandolino e voci incantate creano un capolavoro intramontabile


Tra le gemme più singolari e affascinanti del quarto album omonimo dei Led Zeppelin (spesso chiamato informalmente "Led Zeppelin IV"), brilla "The Battle of Evermore". Questa traccia, un'odissea folk-rock intrisa di misticismo e narrazione epica, si distingue non solo per la sua atipicità strumentale, ma anche per la sua capacità di trasportare l'ascoltatore in un paesaggio sonoro e lirico ispirato a miti, leggende e visioni quasi tolkeniane.

Ciò che rende immediatamente riconoscibile "The Battle of Evermore" è la sua strumentazione. Lontana dalle sonorità hard rock e blues che caratterizzano gran parte del repertorio dei Led Zeppelin, questa canzone è dominata dall'intreccio ipnotico del mandolino di Jimmy Page e della chitarra acustica a 12 corde di John Paul Jones. È una scelta insolita e brillante, che conferisce al brano un'atmosfera eterea e medievale, quasi un'eco di antiche ballate celtiche o brani folk britannici. L'abilità di Page nel maneggiare il mandolino, strumento raramente associato al rock più potente, dimostra la sua versatilità e la sua profonda conoscenza delle radici folk e blues. Jones, con la sua maestria, fornisce una base armonica ricca e complessa, che si fonde perfettamente con la melodia del mandolino, creando un tappeto sonoro intimo e suggestivo.

Un altro elemento distintivo e cruciale di "The Battle of Evermore" è la presenza di un duetto vocale. Accanto alla voce inconfondibile di Robert Plant, che narra la storia con il suo timbro evocativo, troviamo quella di Sandy Denny, la leggendaria cantante dei Fairport Convention, uno dei gruppi più influenti del folk rock britannico. Questa collaborazione è l'unica nella storia dei Led Zeppelin ad aver coinvolto un artista esterno come seconda voce principale in un brano da studio.

La scelta di Sandy Denny non fu casuale. La sua voce cristallina, potente e al contempo malinconica, si sposa perfettamente con l'atmosfera del brano. Il suo timbro offre un contrappunto sublime alla vocalità più graffiante e alta di Plant, creando un dialogo tra una figura maschile e una femminile, che alcuni interpretano come il cantore e la "porta-messaggi" del racconto, o forse il bene e il male, o semplicemente due prospettive sulla battaglia imminente. La chimica vocale tra i due è palpabile e contribuisce in maniera determinante alla profondità emotiva e narrativa della canzone.

Il testo di "The Battle of Evermore", scritto principalmente da Robert Plant, è un viaggio nel cuore di una battaglia mitologica. Le liriche evocano immagini vivide di cavalieri, streghe, anelli n'or (probabilmente un riferimento all'anello del potere de Il Signore degli Anelli di Tolkien), e forze contrapposte di luce e ombra. Non è una battaglia puramente fisica, ma anche un conflitto tra bene e male, speranza e disperazione, che si svolge in un paesaggio quasi fantasy.

Plant, un grande appassionato di mitologia, folklore celtico e opere fantasy, in particolare quelle di J.R.R. Tolkien, infonde nel testo un senso di grandezza e al contempo di inquietudine. Frasi come "The dark Lord rides in force tonight" (Il Signore Oscuro cavalca con forza stasera) o "Oh, dance in the dark of night, sing to the morning light" (Oh, danza nell'oscurità della notte, canta alla luce del mattino) contribuiscono a creare un'atmosfera quasi di veglia, un momento di riflessione prima dello scontro decisivo.

È interessante notare come, pur essendo immersa in un contesto fantastico, la "battaglia" possa essere interpretata anche come una metafora di conflitti interni o di sfide universali che l'umanità si trova ad affrontare. Questo duplice livello di lettura conferisce al brano una risonanza che va oltre la semplice narrazione epica.

"The Battle of Evermore" rappresenta una deviazione stilistica all'interno del catalogo dei Led Zeppelin, dimostrando la loro vasta gamma musicale e la loro capacità di esplorare generi diversi con coerenza e maestria. Il brano ha influenzato numerosi artisti e band, in particolare nel genere folk rock, progressive rock e persino nel metal più sinfonico. La sua struttura unica, l'uso del mandolino in un contesto rock e il duetto vocale memorabile hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.

"The Battle of Evermore" è molto più di una semplice traccia acustica. È un'esperienza sonora e lirica completa, un invito a un viaggio in un mondo di miti e leggende, magistralmente orchestrato da una delle band più innovative e influenti di tutti i tempi. La sua bellezza risiede nella sua capacità di evocare immagini potenti, di toccare corde emotive profonde e di rimanere un testamento della genialità e della versatilità dei Led Zeppelin.







domenica 27 luglio 2025

Una chiacchierata con Patrizio Fariselli: oggetto la copertina dell’album degli Area, “Arbeit Macht Frei”.

 


A marzo, mentre stavo lavorando a un libro di prossima pubblicazione di cui sono coautore, ho avuto il piacere di fare una lunga e approfondita chiacchierata con Patrizio Fariselli. L'incontro, inizialmente incentrato sulla copertina dell'album Arbeit Macht Frei degli Area, si è naturalmente evoluto toccando argomenti ben più ampi.

Il contenuto di questa discussione è stato fondamentale per alcune delle conclusioni che presenteremo presto nel libro. Quella che segue, tuttavia, è la trascrizione fedele e integrale della nostra interessantissima telefonata.

 

Una chiacchierata con Patrizio Fariselli: oggetto la copertina dell’album degli Area, “Arbeit Macht Frei”.

 

Vai a ruota libera…

Allora, intanto bisogna dire che la copertina è opera di Gianni Sassi, Frankenstein, titolare della Cramps Records; tutta opera sua, completamente sua l’idea. Un giorno andammo da lui in ufficio, ci mostrò il suo lavoro, e rimanemmo tutti quanti a bocca aperta; innanzitutto, per l'impatto formidabile di quest'immagine, e poi per la quantità di segnali e di simboli che a tutti i livelli la cover conteneva. Lungi da me darne una chiave di lettura univoca, farei un danno a Gianni Sassi e alla sua immaginazione, ritengo più giusto che ognuno tragga le personali conclusioni in base alle proprie sensazioni; credo sia questa la chiave. Sarebbe come spiegare le barzellette… poi non fanno più ridere.

Facciamo un po' un'analisi di tutti quei segnali di cui parli…

La scultura è stata realizzata da un artista, un art director che si chiama Edoardo Sivelli, che lavorava con Sassi alla Cramps. Una statuetta di arte povera, piuttosto piccola in realtà, alta circa mezzo metro. Si può notare che il torace e le braccia facevano parte di un Gesù Bambino.

Ce l’ho davanti e me e la sto guardando…

Come vedi, è più un soprammobile che una statua, e già abbiamo il primo ribaltamento: un oggetto di dimensioni ridotte che, così ritratto, dà un'immagine di imponenza; probabilmente anche per via del gesto della mano salda. Sulle braccia si notano quelle sezioni rotonde che servivano, evidentemente, ad orientarle in vari modi, ma che danno anche un'idea muscolare di questa piccola cosa.

Un riferimento che mi è venuto subito in mente è un rimando all'antica Grecia, alle erme, quelle sculture in pietra che rappresentavano le teste di grandi filosofi, o in genere di uomini importanti, che sorgono da un basamento quadrangolare alto un metro, un metro e mezzo, e dal quale, all'altezza giusta, sporge un pene a indicare le doti virili del soggetto. Le ho viste per la prima volta al museo di Atene e a momenti morivo dal ridere... vedere questi signori così solenni e austeri, un Socrate, un Platone... con il pene in vista! Bellissime!

I riferimenti nella scultura di Sivelli appaiono chiari: c'è un manico di violino “fallico”, con un pene eretto ed un lucchetto che, idealmente, lo blocca.

Il nostro amico tiene e mostra in alto la chiave che potrebbe liberare la sua sessualità e permettergli di esprimerla, ma sembra non esserne consapevole perché la sua testa è intrappolata in un elmo che gli impedisce di vedere e di sentire. Le sensuali labbra femminili sembrano dirci che il problema non riguarda non solo lui, ma entrambi i sessi. E forse, specie per le donne, è anche un mettere in guardia dal rischio di diventare oggetti sessuali. È comunque un’immagine molto opprimente.

Tutta una serie di input contraddittori da parte di un oggetto immobile e dalle dimensioni ridotte, ma dalla potenza comunicativa molto forte, amplificata dal gioco di proiezione dal basso e, sulla seconda di copertina, da una serie di fotogrammi che simulano il movimento, e che ricordano un famosissimo quadro di Marcel Duchamp, “Nudo che scende le scale”; un tipo di artificio che gli dà una vivacità e una dinamica straordinarie.  

La scritta “Arbeit macht frei” è composta con caratteri semplici, in corsivo, come se fosse stata scritta da un bambino, e questo è un altro segnale.

Il titolo “Arbeit macht frei” lo ritroviamo anche nella seconda e terza di copertina, dove ci siamo noi, stravaccati in studio, circondati da una quantità di simboli e segnali inequivocabili e fortissimi.

C'è innanzitutto una “T”, che potrebbe essere una croce a T, un simbolo di schiavitù e di martirio, una struttura patibolare… chissà... e sopra la “T” c'è della terra, quindi, potrebbe anche essere questo il significato: un ritorno alla terra... c’è anche della verdura, infatti... e poi una bambolina trafitta, a denunciare la violenza sui bambini. E lì accanto c'è una falce e martello, che ci è costata, assieme alla kefiah che indossa Giulio Capiozzo, la nostra carriera all'estero.

Quando tocchi certi argomenti, il mondo anglosassone, e occidentale in genere, ti esclude, ti ignora completamente.

Vicino a Demetrio Stratos ritrovi la statuina, riesci a vederla nelle dimensioni originali. C'è anche un angioletto, un simbolo di innocenza e di spiritualità, o di protezione, chi lo sa? E subito sopra, la riproduzione di una pistola, che è quella dell'anarchico Gaetano Bresci, custodita al museo criminale di Roma.

Vedi la quantità di cose? Poi c'è la foto incorniciata del campo di sterminio tedesco di Auschwitz, con sopra una catena spezzata. Quello è facile da comprendere... ciò che era meno semplice da capire era l’“Arbeit macht frei” di allora: “Il lavoro rende liberi”, una frase che potrebbe essere tranquillamente inserita nella Costituzione di un paese democratico o socialista, fu messa all’ingresso del campo, come si trattasse di un luogo per stage di formazione professionale, o un laboratorio per bambini, mentre era la porta dell'orrore più mostruoso, perché attuato in modo “scientifico”.

Quindi pensa come una mente malvagia e perversa può fare suoi dei contenuti positivi e, ribaltandoli, usarli come strumento di manipolazione fisica e psicologica e di coercizione. Purtroppo, è un giochino che si ripete da troppo tempo e, anzi, oggi, è ancora più perfezionato grazie a professionisti di sempre maggiore esperienza.

In questi ultimi anni l’abbiamo visto ampiamente utilizzato: non a caso, molte istanze della sinistra dei miei tempi, quelle legate a diritti civili autentici, sono state recuperate dal potere, esasperate e stravolte per essere utilizzate con scopi esattamente opposti a quelli di uguaglianza e antidiscriminazione originari. Privilegiando le minoranze ed imponendo ideologie assurde e innaturali, si è arrivati a penalizzare la maggioranza con il solo scopo di dividere la società e confondere i più giovani sulla loro identità e su chi siano i loro veri nemici.

Consideriamo poi l'ecologia, il “green” delle multinazionali, che sono la causa primaria dell'inquinamento… che colpevolizzano la gente comune proponendo esse stesse la soluzione, quasi sempre controproducente, costosa e naturalmente a nostre spese! Ma non ci allarghiamo troppo… comunque il senso di “Arbeit macht frei” è questo: una denuncia e una messa in guardia dalla spietatezza del potere. Lo conferma anche la busta interna del disco, dove, assieme alla pistola di cartone, c'è questo superbo rapace che ti guarda di traverso; un implacabile predatore carnivoro, dallo sguardo feroce, ma in giacca e cravatta!

Sembra quasi preannunciare l'avvento degli anni '80, e della schiera di “rampanti” affaristi senza scrupoli che si diffusero grazie al neoliberismo tatcheriano.

Come vedi c'è una quantità di segnali imponente.

Certo che senza il tuo aiuto tutte queste cose non sarebbero potute emergere!

Io stesso, col senno di poi, sono colpito dall’importanza dei simboli presenti nella copertina… Non li ho ideati io, né noi Area, che allora eravamo appena dei ragazzi, però abbiamo contribuito con alcuni piccoli interventi, ad esempio la scelta della scritta con i caratteri da bambino, la bambolina, o la piastrella con l’angelo… e anche la kefiah sono farina del nostro sacco. Ma l’idea di base è frutto dell'inventiva e della grande consapevolezza politica di Gianni Sassi.

Quando avete fatto questo tipo di scelta avevate delle alternative o vi siete buttati subito su questa, in pieno accordo, senza discussione?

La copertina ci ha steso tutti; ti garantisco, siamo rimasti di sasso; ha avuto su di noi un impatto fortissimo. Non solo era affascinante, ma capivamo che era roba forte: un lavoro veramente potente a livello comunicativo, che suggeriva dei messaggi, ma lasciava un ampio spettro di lettura. Aprire la mente era ciò che ci interessava di più, in qualsiasi ambito della nostra comunicazione, compresa quella musicale. Più diversificate sono le interpretazioni fatte dalle persone che ci ascoltano e ci seguono e più riteniamo raggiunto il nostro scopo, che è principalmente quello di “attivare le rotelle che abbiamo in testa”.

Nei primi anni ’70, quando ero adolescente e ascoltavo, anche, la vostra musica, non avevo il sentore che una copertina di un album potesse dare così tanto. Tutti questi elementi comunicativi che mi stai descrivendo sono fortissimi, probabilmente mi arrivavano inconsciamente, ma non avevo la consapevolezza che tutto questo poteva aiutare a diffondere un messaggio importante: deficit legato alla mia giovinezza o cos’altro?

Non ti sentire sminuito per non aver colto certe cose; questi segnali sono creati proprio per stimolare un tipo di fruizione come è stata la tua, senza mediazione. Tutti riconoscono gli elementi più familiari, o vengono colpiti dai più strani, ma piano piano, magari a livello inconsapevole, anche gli altri ti arrivano. Se ti soffermi e metti il focus sui dettagli, riesci a trasferire nella sfera della razionalità quegli elementi che comunque funzionano inconsciamente. Sono due meccanismi di conoscenza differenti ed altrettanto interessanti. Adesso che me l’hai chiesto, mi sto divertendo molto a fare questa indagine quasi tassonomica degli elementi; non l'avevo mai fatto prima.

Pensi che quel tipo di copertina abbia contribuito al successo dell’album?

Sicuramente! Ma tutte le copertine degli Area, e quelle di Gianni Sassi in particolare, sono un piccolo capolavoro dal grande effetto. Perché Sassi era, sì, un art director che veniva dalla pubblicità, ma aveva questa visione originalissima, da vero artista, nell’utilizzare gli elementi più diversi con intelligenza, creatività e istinto comunicativo. E la sua grande cultura gli permetteva sempre di raggiungere un “significato altro”. Questa un po' la summa del pensiero sassiano: mettere insieme materiali culturali tra i più diversi, dall’arte più avanzata e innovativa a quella popolare e tradizionale, per produrre un tipo di comunicazione molto diretta e performante, ma sempre ricca di sfaccettature e preferibilmente piena di contraddizioni, di quelle che riescono a smuovere le coscienze.

Rivedendola a distanza di 50 anni trovi ancora delle cose interessanti? Come la spiegheresti oggi ad un giovane guardandola con i tuoi occhi attuali?

Più che spiegarla ne farei notare gli elementi; spiegarla non avrebbe senso. Spiegare vuol dire che, davanti a una cosa che tu non capisci, non conosci, io te la rendo comprensibile, ma così tu ne potrai trarre solo l'idea che io, alla fin fine, ti suggerisco. Invece, compito di queste copertine, di tutte quante le copertine degli Area, è quello di darti una botta, di incuriosirti e poi di farti pensare autonomamente.

E ci siete riusciti…

Sì, una botta allo stomaco, o una pacca sulla spalla… anche in modo aggressivo: il potere di Sassi e della sua grafica era proprio quello di riuscire a creare qualcosa che non lasciasse mai indifferenti; dovevi per forza avvicinarti per scoprire di cosa si trattasse. Se poi fosse riuscita anche a farti ascoltare la musica, almeno uno degli scopi era raggiunto.

Non a caso, quando Sassi morì, il museo di Arte Contemporanea di New York mandò un proprio emissario per acquisire il suo materiale, tra cui le copertine, che però, purtroppo, erano già state vendute dal suo socio, per cui non se ne fece nulla. Peccato. Le copertine di Sassi erano conosciute nell'ambiente dell'arte quasi più della musica degli Area, quella che, apparentemente, trovava appeal solo in Italia. Col passare degli anni, invece, scoprimmo che eravamo molto conosciuti e apprezzati anche all’estero, in America e in Giappone, per esempio. Nel mondo underground i nostri dischi arrivavano, così come nelle case dei più attenti fruitori di musica.

Un’ultima cosa, anche se esce dall’argomento specifico: non ti pare inadeguato parlare di copertine di un prodotto che è tornato a galla quando il mercato ha intercettato i bisogni di una nicchia, quella dei melomani nostalgici degli anni ’70, mentre i giovani utilizzano quasi esclusivamente la musica liquida?

Non solo i ragazzi, anche io, ad esempio, mi muovo su questa strada: il 99% dei miei ascolti deriva dall’uso di iPod ed MP3, che ascolto nelle mie lunghe camminate; ho una quantità enorme di musica nel mio database. Ogni volta che sento qualcosa di nuovo e apprezzabile, vado vedere chi è l’artista, per aggiungerlo alle mie conoscenze.

Forse, quello che i giovani si perdono, è il valore aggiunto che queste immagini davano, in termini di comunicazione, alla musica; soprattutto se parliamo di 33 giri, rispetto alla copertina ristretta e meno impattante dal punto di vista immaginifico del CD. Perché le immagini possono emozionare, ma possono anche urlare. Una copertina grande ti dà un impatto visivo molto superiore, e poi c'è pure il manifesto. Quando mettevi in camera un manifesto, pah! Era una botta! Il manifesto era pensato per colpire da lontano. Ma anche la copertina del 33 giri è roba potente, e dava ai gruppi, agli art director, alle persone coinvolte, la possibilità di riconoscersi in quel tipo di immaginario, in quella particolare atmosfera musicale ed artistica. Se tu guardi, ci sono delle copertine, come quelle dei The Rolling Stones fatte da Andy Warhol, dei Gentle Giant, dei King Crimson, che, associate a quel particolare tipo di musica, contribuiscono a dare a chi l’ascolta un bagaglio di stimoli e di informazioni tale da costruire un rapporto molto più profondo, rispetto al solo contenuto musicale. A differenza della musica liquida, il vinile offre la possibilità di immergersi nei crediti, scoprendo testi, poetiche, autori e luoghi di registrazione… tutti indizi che fanno intuire la visione del mondo cui gli artisti aspirano, il loro modo di pensare, e questa è una cosa formidabile.

Perché il vinile non muore, al di là delle seghe mentali sulla qualità audio? Non mi interessano assolutamente le diatribe del tipo… meglio il cd del digitale, meglio il cd del vinile… È la ritualità dell'ascolto che è diversa. La ritualità dell'estrarre quest'oggetto, trattarlo in modo delicato, far sì che non si impolveri, appoggiarlo sul piatto, abbassare la testina… Una cosa strana, un rituale quasi mistico! Molti lo vivono anche in questo senso. Vuoi ascoltare un disco in particolare? Ti alzi, lo cerchi, lo tiri fuori, lo metti su… e poi anche la copertina favorisce il lavoro della tua immaginazione; anche se l'hai vista mille volte. Mentre ascolti un pezzo, che magari conosci benissimo, guardi la copertina e dici: “Dio bono!!!”.

Ancora meglio quando tutto questo lo condividi con altre persone…

Questa è una cosa degli anni che furono: il piacere della condivisione, dell'ascolto collettivo; ti garantisco che per noi Area era una cosa fondamentale ascoltare insieme i materiali nuovi, e addirittura scattava una gara tra di noi per riuscire a portare musica che gli altri non conoscevano. Condividendone l'ascolto, potevamo scambiarci a caldo le opinioni, vivere insieme le emozioni e tutto quello che la musica innescava.

Questi ascolti comuni favorivano non solo una crescita esponenziale della nostra cultura musicale, ma anche l’amicizia e la coesione del gruppo. Perché eravamo, sì musicisti, ma anche amici che amavano ritrovarsi e che si riconoscevano in certi parametri culturali, in un momento storico e politico potente. Nella parcellizzazione sociale del presente, queste cose sono scomparse. Questo mi dispiace molto, ed è per questo che cerco il più possibile, nonostante l'età, di proseguire con l’attività concertistica, per coinvolgere, anche fisicamente, le persone, e soprattutto i giovani, cercando di fargli vivere, come si diceva una volta, un “trip” di quelli che non ti scordi.


Non resta che ascoltare l’album…






sabato 26 luglio 2025

"LIVE AID – IL JUKE BOX GLOBAL COMPIE 40 ANNI"-ANGELO DE NEGRI E ALDO PEDRON-UN PO' DI COMMENTO


 

Una finestra indimenticabile sul Live Aid: 

un resoconto dettagliato di un evento epocale


Devo ammetterlo: quando il Live Aid esplose sulle scene il 13 luglio 1985, mi colse completamente impreparato. Gli anni '70 li avevo vissuti intensamente, immerso in un'ondata di festival e concerti che sembravano non finire mai. Poi arrivarono gli anni '80 e con essi una sorta di distacco, un silenzio musicale che mi portò a credere che il rock, quello vero, avesse esaurito la sua spinta. Ma il Live Aid, con la sua incredibile costellazione di rockstar radunate per una causa nobile, fu un vero e proprio pugno nello stomaco, una scossa inaspettata. Con il senno di poi, non ho dubbi nel considerarlo uno degli eventi più significativi della storia, non solo musicale, ma come un momento spartiacque che dimostrò il potere unificante della musica.

Questo libro - LIVE AID – IL JUKE BOX GLOBAL COMPIE 40 ANNI - non è solo una cronaca, ma un vero e proprio viaggio immersivo nel cuore del Live Aid del 13 luglio 1985, orchestrato con maestria da autori che conoscono a fondo il mondo della musica. A tessere questa trama ricca di dettagli e atmosfere sono Angelo De Negri e Aldo Pedron.

De Negri porta in dote una solida esperienza, avendo già cofirmato volumi dedicati alla musica. Pedron è una vera e propria istituzione nel giornalismo musicale italiano. La loro combinazione di competenze e passione si traduce in un racconto che va ben oltre la mera documentazione, offrendo una prospettiva privilegiata.

Il testo in esame si configura come una vivida e meticolosa cronaca del Live Aid del 13 luglio 1985, offrendo al lettore un'immersione profonda nelle dinamiche e nelle emozioni di quello che è stato, senza dubbio, uno degli eventi musicali e umanitari più significativi della storia. Non si tratta di una semplice lista di esibizioni, ma di un racconto coinvolgente che restituisce la complessità e la grandezza di un'impresa senza precedenti.

Il libro eccelle nel fornire un quadro completo di entrambi i palchi, quello di Wembley a Londra e del JFK Stadium a Filadelfia. La narrazione si snoda attraverso la giornata, alternando dettagli tecnici, aneddoti personali e il contesto storico-musicale di ogni artista.

Per quanto riguarda Wembley, il lettore viene guidato attraverso le performance iconiche di Howard Jones, l'eleganza di Bryan Ferry, l'energia contagiosa di Paul Young, la svolta epocale degli U2, l'eleganza raffinata dei Dire Straits, la leggendaria esibizione dei Queen, il carisma di David Bowie e il toccante finale con Paul McCartney e l'ensemble corale di "Do They Know It’s Christmas?". Ogni sezione è arricchita da dettagli sulla formazione delle band, le scalette e momenti salienti che hanno contribuito a forgiare la leggenda del Live Aid, come i problemi tecnici di McCartney o l'improvvisazione vocale di Freddie Mercury.

La disamina del concerto di Filadelfia offre una prospettiva altrettanto dettagliata. Dal coraggioso debutto del giovane Bernard Watson, passato attraverso l'ostinata determinazione di Joan Baez, alla presenza locale dei The Hooters (con l'interessante nota sulla reticenza iniziale di Bob Geldof), fino all'eleganza senza tempo dei Four Tops e la performance solista di Billy Ocean, il testo non trascura le peculiarità e le sfide di un concerto svolto in condizioni climatiche estreme. Le descrizioni dell'ambiente del JFK Stadium, con la sua inefficienza e il caldo torrido, aggiungono un layer di realismo che rende l'esperienza del lettore ancora più tangibile.

Tra le imprese più audaci e memorabili del Live Aid, spicca senza dubbio quella di Phil Collins, l'unico artista a esibirsi in entrambi i concerti, a Londra e a Filadelfia, nella stessa giornata. Dopo aver calcato il palco di Wembley con la sua performance solista e come batterista per Sting, Collins non perse tempo: salì su un elicottero che lo portò all'aeroporto di Heathrow e da lì si imbarcò sul leggendario Concorde, il jet supersonico che lo avrebbe traghettato attraverso l'Atlantico in tempi record. Una volta atterrato negli Stati Uniti, un altro elicottero lo attendeva per condurlo direttamente al JFK Stadium di Filadelfia. Qui, non solo ripropose i suoi brani solisti, ma si unì anche a Eric Clapton e, in una reunion controversa ma storica, ai membri sopravvissuti dei Led Zeppelin, assumendo il ruolo di batterista, una scelta che fece molto discutere ma che sigillò definitivamente il suo status di "globetrotter" del rock in quella giornata epocale.

Il vero valore aggiunto del libro risiede nella sua capacità di andare oltre la mera lista dei brani. Le citazioni dirette di Bob Geldof e le riflessioni degli artisti stessi, come quelle di Joan Baez sull'esibizione degli U2, offrono intuizioni preziose sulla mentalità e le motivazioni dietro l'evento. Vengono evidenziati gli imprevisti tecnici che hanno caratterizzato diverse performance, dimostrando la natura "live" e imperfetta, ma autentica, del concerto. Si apprezzano particolarmente gli approfondimenti sulla genesi di brani simbolo, come "Is This the World We Created?" dei Queen, e la loro pertinenza con il messaggio umanitario del Live Aid.

Questo libro è un documento essenziale per chiunque voglia comprendere appieno la portata del Live Aid, sia dal punto di vista musicale che sociale. È una celebrazione della musica come forza unificante e un promemoria dell'impatto duraturo che un evento di tale magnitudine può avere. La cura nei dettagli, la contestualizzazione degli artisti e delle loro esibizioni, e la capacità di trasmettere l'atmosfera di quel giorno lo rendono un riferimento imprescindibile per appassionati di musica, storici e chiunque sia interessato a un capitolo fondamentale della cultura popolare del XX secolo.





venerdì 25 luglio 2025

Remembering Peter Green five years after his death

 


Today, July 25, 2025, marks the fifth anniversary of the death of Peter Green, a name that evokes respect and admiration in the pantheon of blues and rock giants.

Passed away peacefully in his sleep at the age of 73, Green was much more than a guitarist; he was the soul and beating heart of  early Fleetwood Mac, an artist whose music transcended genres, touching deep chords in the souls of millions.

Born Peter Allen Greenbaum in London in 1946, his musical journey began in the vibrant British blues scene of the 60s. After a formative period with John Mayall's Bluesbreakers, where he took up the legacy of Eric Clapton, Green founded Fleetwood Mac in 1967 with Mick Fleetwood and John McVie. This original line-up created a unique sound, steeped in pure blues, but with an inventiveness and sensibility that went beyond the boundaries of the genre.

His guitar, in particular the famous 1959 Gibson Les Paul nicknamed "Greeny", produced an unmistakable timbre: warm, velvety, but capable of expressing a surprising emotional range. He was not a technical exhibitionist, but a storyteller, a musician who favored sentiment and expressiveness. Tracks such as the melancholic and atmospheric "Albatross", the intense "Oh Well" and the powerful "Black Magic Woman" (later made famous by Santana) are milestones that demonstrate his compositional and interpretative genius. His voice, although not of great extension, possessed a disarming sincerity, capable of making every word a palpable emotion. Peter Green was an authentic bluesman, channeling his experiences and sensibilities into every note.

However, the overwhelming success and pressures of the music world had a devastating impact on his already fragile mental health. Drug abuse and a deep spiritual crisis led him to leave Fleetwood Mac in 1970, an event that marked the beginning of a long and tormented period away from the spotlight, marked by the struggle against schizophrenia.

Despite the difficulties, music always remained an intrinsic part of his being. In the 90s and 2000s, Green returned to perform with his Peter Green Splinter Group, showing his unmistakable magic at times, albeit with a more restrained and reflective stage presence. The music world never forgot him, and numerous artists, from Gary Moore to Joe Bonamassa, have always cited him as a fundamental source of inspiration.

Five years after his passing, Peter Green's legacy is more alive than ever. His approach to the guitar, his ability to infuse soul into every melody, and his artistic honesty continue to inspire musicians and fans alike. The "Greeny tone", that unique blend of magic, melancholy and emotional depth, remains a reference point for anyone approaching the blues with their heart.

 






giovedì 24 luglio 2025

Un piccolo ricordo di Vittorio De Scalzi e dei New Trolls

La fotografia di copertina di Enrico Rolandi riporta al Prog Fest - Porto Antico di Genova - e risale al 2019.

Ho postato un’immagine di quell’evento che presentai con Carlo Barbero perché è l’unico in cui entrai in contatto reale con Vittorio De Scalzi.

La mia strada di commentatore di cose musicali non aveva mai incrociato la sua, mentre ho avuto l’opportunità di avere maggior confidenza con altri ex New Trolls.

Nel giorno che ricorda la prematura dipartita di Vittorio mi sembra inutile rivisitare la storia - la sua e quella della musica italiana di qualità - mentre sarebbe molto meglio lasciare un ricordo personale, un aneddoto, una chicca, un frammento di vita. Ma quello mi manca.

E allora vado a ritroso, partendo da quel luglio 2019, una bella esibizione di una delle tante diramazioni dei New Trolls - La storia dei NEW TROLLS - che chiudeva la manifestazione. 


Ho sottolineato “una delle tante diramazioni” perché i New Trolls che conobbi nell’adolescenza, nel corso degli anni hanno subito tantissimi cambiamenti e frammentazioni di cui non posso dare giudizio, certo è che non è mai stato semplice per me risalire alle origini e ridisegnare l’albero genealogico corretto.

Un po' di anni fa è venuto in mio soccorso il fratello di Vittorio, Aldo - che non ha bisogno di presentazioni! - e mi ha fornito la sua visione ravvicinata, facilmente rintracciabile su youtube, e dal sapore icastico.

Quando penso a Vittorio - e ai New Trolls - mi ritornano alla mente momenti precisi della mia vita, stimolati da tracce musicali che sono state per me riferimenti continui.

Parto dal 1968: il brano è “Visioni”, un rock psichedelico che mi colpì come un macigno, nonostante avessi solo 12 anni!



Dopo tre anni, la fase prog prevaleva sul rock precedente e nasceva “Concerto Grosso”…



E arriva il pop di qualità, quello trasversale, che tocca tutto il pubblico diventando un must senza tempo, e come simbolo cito “Aldebaran” e… “Quella carezza della sera”.



Come si fa a condensare così tanta musica in un articolo!

Ad ognuno il proprio ricordo e un diverso abbinamento tra trame sonore e memoria, lasciando spazio al pensiero personale, sottolineando un legame con l’artista scomparso… tutto lecito, comprensibile, umano.

Vittorio mancherà fisicamente, agli affetti più vicini e ai tanti conoscenti coltivati nel corso di mezzo secolo e oltre, ma è privilegio di certi artisti rimanere vivi per sempre, perché ogni volta che partirà l’arpeggio di “Una miniera” o il rock di “Davanti agli occhi miei” ci sarà qualcuno che immediatamente idealizzerà un palco, una televisione, un locale, in cui Vittorio e i suoi compagni di avventura continuano a suonare e a far sognare.

Buon proseguimento del tuo viaggio Vittorio, un grazie incondizionato appare un atto dovuto!



Addio a George Kooymans, il leggendario chitarrista dei Golden Earring e autore di "Radar Love"

Kooymans si esibisce con i Golden Earring al Roxy di Amsterdam, il 10 dicembre 1991


Il mondo della musica piange la scomparsa di George Kooymans, il talentuoso chitarrista e co-fondatore dei Golden Earring, spentosi il 23 luglio all'età di 77 anni a causa di complicazioni legate alla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Kooymans lascia una grande eredità, non solo come mente dietro l'iconica hit "Radar Love", ma anche per il suo contributo duraturo alla scena rock.

"Diamo l'addio a un grande musicista e compositore la cui opera si è estesa oltre i Golden Earring", ha dichiarato la famiglia in una nota toccante, ricordandolo non solo come artista ma anche come "marito, padre, nonno amato, ma soprattutto un amico".

Nato il 11 marzo 1948, Kooymans ha fondato i Golden Earring – inizialmente chiamati Tornadoes – all'Aia insieme al bassista Rinus Gerritsen. Dopo aver cambiato nome per evitare confusioni e aver consolidato la loro presenza come gruppo pop in patria e nel Regno Unito, la band ha virato decisamente verso l'hard rock nel 1969. Questa svolta li ha portati ad aprire il tour europeo degli Who nel 1972 e a firmare con la loro etichetta Track Records, preludio all'esplosione globale di "Radar Love".

George Kooymans (secondo da sinistra) posa con l'orecchino d'oro sul set di uno show televisivo a Hilversum, Paesi Bassi, nel 1974. (da sinistra) il cantante Barry Hay, Kooymans, il batterista Cesar Zuiderwijk e il bassista Rinus Gerritsen


Pubblicata nel 1973, "Radar Love" divenne rapidamente un inno per milioni di adolescenti americani. Il suo ritmo incalzante e il riff distintivo di Kooymans, suonato con la sua inconfondibile Gibson Les Paul Custom nera, la resero la colonna sonora perfetta per le gite in macchina e un simbolo del rock stradale americano. La canzone raggiunse la posizione numero 13 nelle classifiche statunitensi, consolidando la fama internazionale dei Golden Earring, nonostante molti fossero sorpresi di scoprire che la band proveniva dai Paesi Bassi e fosse attiva da oltre un decennio.

Sebbene la popolarità negli Stati Uniti sia diminuita verso la fine degli anni '70, i Golden Earring hanno goduto di un ritorno di successo nel 1982 con il singolo "Twilight Zone". In patria, la band ha mantenuto un seguito fedele, e "Radar Love" è rimasta la "canzone d'auto" per eccellenza per intere generazioni.

La creatività di Kooymans non si è limitata ai Golden Earring. Ha pubblicato due album da solista, "Jojo" (1971) e "Solo" (1987), e ha collaborato con il musicista rock americano Frank Carillo in due album.

Esibizione con i Golden Earring allo Shepherd's Bush Empire di Londra, il 14 marzo 2009


Nel 2021, a Kooymans è stata diagnosticata la SLA, una malattia neurodegenerativa che ha portato allo scioglimento dei Golden Earring. La notizia della sua malattia ha scatenato un'ondata di sostegno in tutti i Paesi Bassi, come ricordato da Limore Noach, direttrice della ALS Netherlands Foundation: "Quando si è saputo che George Kooymans era affetto da SLA e non poteva più esibirsi, è stato commovente vedere come tutti i Paesi Bassi si siano mobilitati in suo sostegno", ha affermato Noach, estendendo le condoglianze alla famiglia e agli amici.

George Kooymans sarà ricordato non solo come un virtuoso della chitarra e un compositore prolifico, ma anche come una figura che ha profondamente influenzato il panorama musicale internazionale. 




martedì 22 luglio 2025

Addio a una leggenda: Ozzy Osbourne muore a 76 anni dopo il concerto finale dei Black Sabbath

 


Il mondo della musica piange la scomparsa di Ozzy Osbourne, l'iconica star dell'heavy metal, venuto a mancare all'età di 76 anni. La notizia giunge poche settimane dopo la sua emozionante reunion con i Black Sabbath sul palco di Villa Park, un concerto che si è rivelato il suo toccante addio ai fan.

La famiglia ha annunciato la sua scomparsa con un comunicato che esprime una "tristezza indescrivibile", rivelando che Ozzy è deceduto questa mattina, circondato dall'affetto dei suoi cari. Nonostante i problemi di salute che lo affliggevano, tra cui il morbo di Parkinson e le complicazioni di un infortunio del 2019, Osbourne aveva mostrato una determinazione incrollabile nel dare ai fan il suo "addio perfetto".

Meno di tre settimane fa, il "Principe delle Tenebre" si era esibito da un trono, visibilmente commosso, davanti a una folla entusiasta a Villa Park. "Non avete idea di come mi sento", aveva detto ai fan, "Grazie dal profondo del mio cuore". L'evento, un vero e proprio "ultimo inchino", aveva visto la partecipazione di artisti a lui cari, come i Metallica e i Guns N' Roses. Per l'occasione, Ozzy e gli altri membri originali dei Black Sabbath – Tony Iommi, Terence "Geezer" Butler e Bill Ward – erano stati gli ultimi ad apparire sul palco, in quella che è stata la loro ultima esibizione insieme.

Subito dopo l'annuncio della sua morte, i Metallica hanno reso omaggio a Osbourne pubblicando su X una foto della band con il leggendario rocker, accompagnata da un'emoji di un cuore spezzato.

Nato John Michael Osbourne il 3 dicembre 1948 ad Aston, Birmingham, Ozzy è diventato universalmente noto come il "Padrino dell'heavy metal". Con i Black Sabbath, ha co-fondato e pionierato un genere musicale che avrebbe rivoluzionato il panorama musicale. Il loro omonimo album di debutto del 1970 raggiunse la top 10 nel Regno Unito, aprendo la strada a una serie di successi intramontabili. La band è diventata una delle più influenti e vendute di tutti i tempi, con oltre 75 milioni di album a livello globale.

Osbourne ha poi intrapreso una carriera solista di enorme successo, regalandoci brani iconici.

Oltre alla sua straordinaria carriera musicale, Ozzy Osbourne ha trovato un altro tipo di celebrità grazie al reality show di MTV degli anni 2000, "The Osbournes". Lo show offriva uno sguardo intimo e spesso caotico sulla vita della rockstar cresciuta a Birmingham e trapiantata a Los Angeles, insieme alla moglie Sharon e ai figli Kelly e Jack.

La sua figura è stata spesso associata anche ad aneddoti celebri e talvolta controversi, come il famigerato episodio in cui morse la testa di un pipistrello durante un concerto, un evento che è diventato parte della sua leggenda.

Nel corso della sua illustre carriera, Osbourne ha ricevuto numerosi riconoscimenti. È stato inserito nella UK Music Hall of Fame e nella US Rock And Roll Hall of Fame due volte, sia con i Black Sabbath che come artista solista. Possiede una stella sulla Hollywood Walk of Fame (e anche sulla Broad Street di Birmingham), ha vinto un Ivor Novello e cinque Grammy su 12 nomination. Ha ricevuto anche premi prestigiosi come il "Godlike Genius" della NME e il "Living Legend" della Classic Rock.

Nonostante la sua battaglia con la malattia, Ozzy aveva fatto un'apparizione a sorpresa sul palco di Birmingham per la chiusura dei Giochi del Commonwealth nel 2022, dimostrando ancora una volta la sua indomita passione per la musica.

Ozzy Osbourne lascia la moglie Sharon, i figli Aimee, Kelly e Jack, oltre ai figli più grandi Jessica e Louis avuti dal primo matrimonio con Thelma Riley, e i suoi nipoti. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel mondo della musica, ma la sua eredità come pioniere e leggenda dell'heavy metal vivrà per sempre.







lunedì 21 luglio 2025

Ozzy Osbourne: l'addio epocale che avrei voluto vivere


 L'addio più atteso: la storia del metal celebra Ozzy


Ah, se solo avessi potuto essere lì! Il concerto d'addio di Ozzy Osbourne, "Back to the Beginning", a Villa Park il 5 luglio 2025 è stato uno di quegli eventi che ogni appassionato di musica sogna di vivere. Una serata che non si ripeterà mai più, un addio epocale a un'icona leggendaria e un evento monumentale e commovente per il mondo del metal. Ecco le mie impressioni da esterno!

Il concerto ha segnato un commovente ritorno a Birmingham, la città natale di Ozzy e dei Black Sabbath, dove il metal è nato. Il titolo stesso, "Back to the Beginning", sottolinea questo legame profondo. L'evento ha visto la riunione dell'intera formazione originale dei Black Sabbath (Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward) per la prima volta in 20 anni, un momento incredibilmente significativo per i fan. 

Il concerto ha segnato un commovente ritorno a Birmingham, la città natale di Ozzy e dei Black Sabbath, dove il metal è nato. Il titolo stesso, "Back to the Beginning", sottolinea questo legame profondo.

La performance ha visto la riunione dell'intera formazione originale dei Black Sabbath (Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward) per la prima volta in 20 anni. Questo è stato un momento incredibilmente significativo per i fan.

L'evento è stato un vero e proprio festival metal, con la partecipazione di band e artisti leggendari come Metallica, Guns N' Roses, Anthrax, Halestorm, Lamb of God, e tanti altri, molti dei quali hanno reso omaggio ai Black Sabbath eseguendo cover delle loro canzoni.

A causa della sua battaglia contro il Parkinson e i problemi spinali, Ozzy si è esibito seduto su un elaborato "trono" a tema pipistrello, che si alzava dal palco. Nonostante le difficoltà fisiche, ha dimostrato il suo spirito inconfondibile, interagendo con il pubblico e cantando con passione.

Ozzy stesso ha espresso la sua gratitudine ai 40.000 fan presenti, dicendo di non sapere come si sentiva e ringraziandoli dal profondo del cuore. L'emozione era palpabile sia sul palco che tra il pubblico.

Il concerto ha dimostrato ancora una volta l'amore e il rispetto che i fan hanno per Ozzy e i Black Sabbath. Molti artisti presenti hanno sottolineato come i Sabbath abbiano dato loro "uno scopo nella vita".

Non è stato solo un concerto d'addio per Ozzy, ma una vera e propria celebrazione dell'eredità dei Black Sabbath e del loro impatto rivoluzionario sulla musica.

L'evento aveva anche uno scopo benefico, raccogliendo fondi per la ricerca sul Parkinson, l'ospedale pediatrico di Birmingham e l'Hospice per bambini Acorn, il che aggiunge un ulteriore strato di nobiltà all'addio.

Dopo aver dovuto cancellare il suo tour "No More Tours 2" nel 2023 a causa di problemi di salute, Ozzy ha voluto fortemente questo concerto per congedarsi dal palco alle sue condizioni, tornando nel luogo dove tutto è iniziato.

In sintesi, il concerto d'addio di Ozzy Osbourne è stato un evento storico, toccante e potente, un degno tributo a una delle figure più iconiche e influenti della storia del rock e del metal. Ha offerto ai fan un'ultima occasione per vedere il "Principe delle Tenebre" esibirsi, affiancato dai suoi leggendari compagni di band e da un'intera generazione di artisti che ha ispirato. Un vero e proprio "funerale in pompa magna" per un'era del rock.



Ecco l’ordine di apparizione 

Mastodon

1. Black Tongue

2. Blood and Thunder

3. Supernaut (with Mario Duplantier, Danny Carey and Eloy Casagrande)

Rival Sons

4. Do Your Worst

5. Electric Funeral

6. Secret

Anthrax

7. Indians

8. Into the Void 

Halestorm

9. Love Bites (So Do I)

10. Rain Your Blood on Me

11. Perry Mason 

Lamb of God

12. Laid to Rest

13. Redneck

14. Children of the Grave 

Supergroup A

15. The Ultimate Sin (with Lzzy Hale, Nuno Bettencourt, Jake E Lee, David Ellefson, Mike Bordin and Adam Wakeman)

16. Shot in the Dark (with David Draiman, Jake E Lee, David Ellefson, Mike Bordin and Adam Wakeman)

17. Sweet Leaf (with David Draiman, Nuno Bettencourt, Scott Ian, David Ellefson, Mike Bordin and Adam Wakeman)

18. Believer (with Whitfield Crane, Nuno Bettencourt, Scott Ian, Frank Bello, II [Sleep Token] and Adam Wakeman)

19. Changes (with Yungblud, Nuno Bettencourt, Frank Bello, II and Adam Wakeman)

20. Mr. Crowley (with Jack Black, plus Revel Ian, Roman Morello and other young musicians on screen) 

Alice In Chains

21. Man in the Box

22. Would?

23. Fairies Wear Boots 

Gojira

24. Stranded

25. Silvera

26. Mea culpa (Ah! Ça ira!) (with Marina Viotti)

27. Under the Sun

Drum Off

28. Symptom Of The Universe (with Chad Smith, Travis Barker and Danny Carey, plus Tom Morello, Nuno Bettencourt and Rudy Sarzo) 

Supergroup B

29. Breaking the Law (with Billy Corgan, Tom Morello, K.K. Downing, Adam Jones, Rudy Sarzo and Danny Carey)

30. Snowblind (with Billy Corgan, Tom Morello, K.K. Downing, Adam Jones, Rudy Sarzo and Danny Carey)

31. Flying High Again (with Sammy Hagar, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman, Rudy Sarzo, Chad Smith and Vernon Reid)

32. Rock Candy (with Sammy Hagar, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman, Rudy Sarzo, Chad Smith and Tom Morello)

33. Bark at the Moon (with Papa V Perpetua, Vernon Reid, Nuno Bettencourt, Adam Wakeman, Rudy Sarzo and Travis Barker)

34. The Train Kept A-Rollin' (with Steven Tyler, Ron Wood, Nuno Bettencourt, Tom Morello, Andrew Watt, Rudy Sarzo and Travis Barker)

35. Walk This Way / Whole Lotta Love (with Steven Tyler, Nuno Bettencourt, Tom Morello, Andrew Watt, Rudy Sarzo and Chad Smith) 

Pantera

36. Cowboys From Hell

37. Walk

38. Planet Caravan

39. Electric Funeral 

Tool

40. Forty Six & 2

41. Hand of Doom

42. Ænema 

Slayer

43. Disciple

44. War Ensemble

45. Wicked World

46. South of Heaven

47. Raining Blood

48. Angel of Death 

Guns N' Roses

49. Never Say Die

50. Junior's Eyes

51. Sabbath Bloody Sabbath

52. Welcome to the Jungle

53. Paradise City 

Metallica

54. Hole in the Sky

55. Creeping Death

56. For Whom the Bell Tolls

57. Johnny Blade

58. Battery

59. Master of Puppets 

Ozzy Osbourne

60. I Don't Know

61. Mr. Crowley

62. Suicide Solution

63. Mama, I'm Coming Home

64. Crazy Train 

Black Sabbath

65. War Pigs

66. N.I.B.

67. Iron Man

68. Paranoid