sabato 29 febbraio 2020

YES-"Symphonic Live": un DVD da non perdere!




Symphonic Live” è una testimonianza che non dovrebbe mancare nella videoteca di ogni appassionato di musica.

Symphonic Live” - DVD, con CD annesso -, pubblicato nel 2002, contiene la registrazione di un concerto degli YES tenutosi ad Amsterdam il 22 novembre 2001, durante il tour di promozione dell'album “Magnification” (Yes Symphonic Tour).

Il concerto è incredibilmente bello!

Line up tradizionale con la variante “tastiere”, dove al posto di Rick Wakeman troviamo il talentuoso Tom Brislin che, nonostante la giovane età, sembra un veterano del palco… un veterano YES.
Alle spalle una grande orchestra, cosa non nuova nel mondo delle rock band, ma il risultato è a mio giudizio grandioso.

Siamo soliti idealizzare i "concertisti", uomini e donne, rigidi e schematici, apparentemente in difficoltà nel “lasciarsi andare”, poco inclini alla fantasia, seriosi davanti a chi li dirige.

La visione attenta - oltre che l’ascolto - di questo concerto prog, con tanto di tradizionale orchestra, propone, anche, i sorrisi e il divertimento dipinti sulle facce di questi giovani musicisti, in bilico tra la rigorosità di uno spartito e la voglia di muoversi.


Ho scelto di mostrare il brano finale, “Roundabout”, ovvero un brano simbolo di YES e di tutta la musica rock. E nell’atto conclusivo è visibile la soddisfazione globale di Anderson e soci, laddove per “soci” intendo tutti i musicisti sul palco, compresi i "maestri", che si muovono al ritmo del rock… le differenze sono davvero minime.



Info dalla rete…

Il concerto fu realizzato dalla formazione degli YES comprendente Jon Anderson, Steve Howe, Alan White e Chris Squire, con il giovane Tom Brislin alle tastiere, accompagnati dalla European Festival Orchestra, condotta da Wilhelm Keitel.

Symphonic Live è uno dei video live più amati dai fan degli YES. Il gruppo appare al meglio della sua forma; si cimenta in grandi classici come Close to the Edge, Ritual e Gates of Delirium, impreziositi dall'accompagnamento dell'orchestra sinfonica (gli arrangiamenti sono opera di Larry Groupè, che aveva partecipato anche alla realizzazione di “Magnification”), e la qualità del video e del sonoro sono, evidentemente, molto superiori a quelle dei video classici del gruppo (come “Yessongs”). L'assolo di chitarra di Steve Howe include un adattamento del secondo movimento de l'ultimo concerto in re maggiore di Vivaldi, brano già proposto da Howe (in una versione alla chitarra elettrica) sul suo “The Steve Howe Album”.




Brani:

DVD 1:

1)Introduzione strumentale di Give Love Each Day
2)Close to the Edge
3)Long Distance Runaround
4)Don't Go
5)In the Presence of
6)Gates of Delirium
7)Steve Howe solo: Last Concerto in D Major, 2nd Movement / Mood for a Day
8 Starship Trooper
9 Magnification
10)And You And I
11)Ritual
12) I've Seen All Good People
13)Owner of a Lonely Heart
14)Roundabout

DVD 2:

Dreamtime (documentario)
Don't Go (bonus video)



venerdì 28 febbraio 2020

Creedence Clearwater Revival


Difficile conoscere la completa discografia dei tanti artisti che ci hanno accompagnato nella vita, a meno che tutto ciò non rappresenti un lavoro.
E’ altrettanto difficile slegarsi da quattro o cinque brani che caratterizzano ogni gruppo.
Se parliamo di Stones o Beatles forse la prospettiva cambia, ma se ci riferiamo a gruppi che sono stati enormi in un fazzoletto temporale, per poi scemare col tempo, le amnesie  possono essere in agguato.
Ma ciò che è fatto rimane per sempre.
La bella musica creata sopravviverà a chi l’ha scritta ed interpretata, ed eventuali pochi giorni da leone sapranno comunque regalare l’immortalità.
In questo mio discutibile (ci mancherebbe) giudizio, inserisco un gruppo che ha scritto canzoni entrate di diritto nella storia della musica rock.
Mi riferisco a “Proud Mary”, “Have You Ever Seen The Rain”, “Fortunate Son” , “Up Around The Band” e così via.

I Creedence Clearwater Revival coniarono un linguaggio unico, sposando i ritmi delle "paludi" con le melodie del folk-rock e lo spirito di Bob Dylan.
In qualche modo quella fusione creò uno stile semplice e orecchiabile che rappresenta la quintessenza della musica americana.
I fratelli Fogerty, John (canto, chitarra) e Tom (chitarra), erano in realtà cresciuti a Berkeley, nella San Francisco Bay Area, e avevano militato fin dal 1959 in un complesso di rhythm and blues (Tommy Fogerty & the Blue Velvets), pubblicando alcuni 45 giri a partire dal 1964, negli anni "caldi" della British Invasion.
Nel 1967 cambiarono nome in Creedence Clearwater Revival e pubblicarono due cover di Jay Hawkins, "Suzie Q" e "Put A Spell On You", che li catapultarono subito in classifica.
Sono i cardini del primo album, "Creedence Clearwater Revival" (Fantasy, 1968).
Il segreto della loro musica stava non tanto nelle melodie quanto nei ritmi. Il ritmo era stata la grande riscoperta di quegli anni, grazie al "blues revival" che veniva da Chicago e che aveva messo piede nella stessa San Francisco. Il folk-rock, il surf e l'acid-rock avevano per lo più lasciato in secondo piano il ritmo, ma il blues revival stava riportando prepotentemente in primo piano il "groove". I CCR puntarono proprio sul "groove".
John Fogerty iniziò a comporre materiale originale, lasciandosi alle spalle le cover che lo avevano educato. John compose tutti i classici del 1968-70, definendo un sound innovativo.
“Bayou Country“ (Fantasy, 1968) e` un album molto più robusto. Annovera innanzi tutto "Proud Mary", la loro canzone più celebre, che, facendo leva su un ritmo febbricitante, funse da ponte tra lo spirito festoso del folk-rock e quello cupo del blues-rock, e altri brani costruiti sul groove, come "Bootleg" e "Graveyard Train".
La chitarra aveva un compito puramente atmosferico: non solo gli assoli erano limitati a pochi secondi, ma la sezione ritmica era in primo piano.
"Green River" (Fantasy, 1969) continuò la progressione verso quel sound con "Lodi" (1969), una miscela di elementi blues e gospel accelerata secondo la stessa prassi di Proud Mary, Bad Moon Rising, sempre più immersa in sinistri incubi voodoo, Green River, la prova generale per Run Thru The Jungle, e Tombstone Shadow.
John Fogerty era la linfa vitale del complesso, con la sua voce cupa e un po' roca, il cui tono oscillava da vero bluesman del Delta.
Fogerty esibiva pero` la tendenza a ripetersi, ad auto-citarsi, a sfruttare all'infinito riff, ritornelli e cadenze celebri delle sue canzoni, e per questa ragione la sua gloria resta affidata a poche geniali idee,più che ad un percorso duraturo.
“Willy And The Poorboys” (Fantasy, 1969), un concept dedicato alla classe proletaria, fece leva su canzoni meno ossessive e su testi piu` realisti. Le canzoni più rappresentative sono "Down On The Corner", quadriglia sincopata e caraibica, e "Fortunate Son", primo dei loro tre grandi rock and roll acrobatici.
“Cosmo's Factory” (Fantasy, 1970), probabilmente il loro capolavoro, punta fin da " Ramble Tamble" sulle cadenze viscerali e trascinanti del blues del Delta e sulle atmosfere inquietanti dei rituali della giungla. Nasce così" Run Thru The Jungle", l'incubo più tetro e ipnotico della loro carriera.
Ma il gruppo ha raggiunto la maturità nel reinterpretare la tradizione e lo dimostra con "Travelin' Band", secondo dei loro grandi rock and roll," Looking Out My Backdoor", ragtime orecchiabile ed effervescente, "Up Around The Bend" , e "Who'll Stop The Rain".
“Pendulum“ (Fantasy, 1971) sembra quasi la copia del precedente. Fogerty ricopia uno per uno quei classici. L'unico degno degli originali e`" Have You Ever Seen The Rain".
"Molina, Hey Tonight, It's Just A Thought e Hideaway" sono brillanti ma generiche canzoni rock.
Il gruppo esaspera gli elementi che hanno reso grande il disco precedente nelle lunghe " Pagan Baby" e "Born To Move". Ciononostante, l'album divenne il best-seller del gruppo. Tom Fogerty aveva già lasciato il gruppo (morirà di tubercolosi nel 1990).
I C.C.R. si sciolsero dopo il mediocre “Mardi Gras” (Fantasy, 1972), che contiene "Sweet Hitch-hiker", ultimo dei loro grandi rock'n'roll.
In quegli anni i CCR dominarono le charts dei 45 giri, pur non essendo affatto un gruppo commerciale. Fatto è che avevano coniato un linguaggio in cui l'americano medio si identificava subito, prototipo del rock per famiglia dei '70.
"Chronicle" (Fantasy, 1976) è l'antologia delle hit.
John Fogerty lanciò la carriera solista con due album su cui suonò tutti gli strumenti: "The Blue Ridge Rangers” (Asylum, 1973), tributo agli eroi della musica country (Hank Williams, Jimmie Rodgers), e “John Fogerty “(Asylum, 1975), sul quale compaiono due discreti rock and roll," Rockin' All Over The World e Almost Saturday Night". Il terzo album, "Hoodoo”, rifiutato dalla casa discografica, rimase inedito, e Fogerty si ritirò dalle scene. Tornò in sala d'incisione dopo dieci anni e fece centro. “Centerfield” (Warner, 1985) fu un grosso successo, grazie soprattutto alla verve di "Rock And Roll Girls" e "The Old Man Down The Road", una palese revisione di "Run Thru The Jungle" per la generazione che si era perso l'originale. "Eye Of The Zombie” (Warner, 1986), però, fu un'altra delusione, nonostante "Sail Away" e "Change In The Weather".
Dopo dieci anni di assenza dalle scene, “Blue Moon Swamp” (Reprise, 1997), e il live “Premonition” (Reprise, 1998) lo riporteranno un'altra volta in auge. Continuerà imperterrito a registrare un paio di album per decennio: ”Dejavu” (2004) e soprattutto  "Revival” (2007.)

Estratto da intervista di Paul Zollo a John Fogerty.

Quando scrivi una canzone, da dove incominci?


Mi siedo con una chitarra in mano e strimpello, provo dei riff, degli accordi, qualunque cosa per ottenere un buon ritmo, o un buon “nonsoché ”. Considerando che sono un tipo da rock’n‘ roll, cerco di legare una canzone ad un riff, e da lì ad un arrangiamento. Perché solo che alla fine ne farò un disco.
Come dicevo sempre, un disco è buono se risponde a quattro cose ,in questo ordine:
titolo, sound, testi e poi per ultima cosa(e tutti i grandi dischi di rock ce l’hanno)un riff di chitarra veramente bello. 
Quindi potrebbe sembrare che io parta dalla fine, cominciando per prima cosa da un riff.
Ma è questo che mi mette in moto. E poi penso al titolo. Perché quando senti una canzone alla radio , deve avere un bel titolo. Come “Bad Moon Rising” . Quello è un bel titolo. E ho un quaderno di titoli che conservo da molto tempo. 

Ed ecco svelato il segreto del successo, secondo John Fogerty



Citazione del giorno:

"Quando uno stupido fa qualcosa di cui si vergogna, dice sempre che è suo dovere" (George Bernard Shaw)

sabato 22 febbraio 2020

L' incidente di Frank Zappa


ZAPPA... ZOPPO
(dal "Ciao 2001" n. 5 del 6 febbraio 1972)

LONDRA, gennaio

Povero Frank! Il 1971 doveva essere per lui un anno trionfale invece è terminato con una serie di disastri. E pensare che tutto era iniziato così bene. Il suo “200 Motels”, vale a dire che tutte le idee che avevano occupato la sua fervida mente durante gli ultimi quattro anni, si era avverato con la realizzazione del doppio album.

A marzo arrivava il primo intoppo: il suo show non riceveva il permesso dal management della Royal Albert Hall, ma con ciò l’interesse per Frank Zappa e i suoi Mothers of Invention aumentava anche da parte di chi fino ad oggi non era proprio coinvolto in musica moderna e liriche inconsuete come lo sono quelle di Zappa. L’artista italo-americano si preparavo così ad una ritorno in grande stile per la fine dell’anno. Ci sarebbe stata la prima mondiale di “200 Motels”, a Londra, verso la fine di novembre, seguita poi da una estesa tournée nelle maggiori città europee: un totale di 14 concerti. Ma è stato proprio a questo punto che la sfortuna si è accanita contro Zappa e Co. La presentazione del film non aveva destato molto interesse da parte della critica inglese, così Frank Zappa aveva deciso di trasmettere attraverso i suoi concerti il “feeling” del film in modo più… “elementare”.



Uno degli episodi salienti della vita di Frank Zappa...
è quello relativo all'aggressione subita sul palco e la successiva caduta, con frattura di gamba e caviglia.
Ho riesumato un racconto autorevole dell'epoca, quello di Armando Gallo, che così raccontava il fatto, sulle pagine di CIAO 2001...

Il Casinò di Montreaux, in Svizzera è stata la seconda tappa della tournée che era magnificamente iniziata due giorni prima a Rotterdam, ma proprio a Montreux c’è stato il primo disastro. Durante la prima ora di esibizione, per cause ancora imprecisate è scoppiato un terribile incendio. "Abbiamo visto della gente alzarsi nelle ultime file", mi ha detto Aynsley Dunbar, batterista dei Mothers, quando l'ho incontrato a Londra. "Quasi nello stesso istante abbiamo visto delle fiammate e un paio di tizi sono arrivati di corsa con degli estintori. Frank è andato al microfono dicendo di stare calmi e andare verso le uscite di sicurezza senza creare panico. Credevamo che l'incendio fosse di piccole dimensioni e tutto fosse sotto controllo finché un tecnico ha aperto una porta e al di là c'era un inferno. C'è stato un fuggi fuggi generale e quando siamo tornati alla fine dell'incendio nemmeno una chitarra s'era salvata".


Zappa e i Mothers hanno perso tutto a Montreux e sebbene la strumentazione era assicurata per 36 milioni di lire la tournée doveva essere interrotta. Le date italiane e quelle francesi erano quelle a soffrirne istantaneamente ed il complesso americano si trasferiva subito a Londra per acquistare nuovi strumenti e continuare la tournée riprendendo dal Rainbow di Londra dove i biglietti per quattro concerti erano già stati venduti due settimane prima. Ma qui succedeva il secondo disastro e Frank sarebbe stato quello ad uscirne letteralmente distrutto. Si era arrivati al termine del primo dei quattro spettacoli e i Mothers stavano ritornando in palcoscenico per un bis quando un tizio, più tardi identificato come Trevor Howell di 24 anni, saltava in palcoscenico aggredendo Zappa. Il chitarrista, che non si era accorto di nulla, veniva spinto verso l'orlo del palco e fatto cadere nello spazio sottostante. Nella breve lotta un grande monitor gli cadeva sopra mandandolo KO. Il palco del Rainbow è quasi all'altezza del pubblico, ma l'immediato spazio sottostante usato dall'occasionale orchestre è profondo tre metri e nella caduta Frank si fratturava una gamba ed un caviglia. Le tremila persone che erano ancora in piedi per l'applauso del bis rimanevano esterrefatte e Mark Volman, uno dei cantanti dei Mothers, augurava la buonanotte dicendo che lo spettacolo era terminato. Di fuori c'erano altre tremila persone pronte ad entrare per il secondo concerto e gli organizzatori hanno dovuto impiegare tutte le loro energie per far capire l'accaduto.


La stampa si era assiepata all'entrata dei camerini e tutti cercavano di sapere cosa fosse accaduto. Carol Osborne, dell'ufficio stampa della Kinney, casa discografica di Zappa, ha però allontanato tutti con grandi sorrisi mentre Howard Kaylan, altro cantante dei Mothers, che con la sua imponente mole è sempre il burlone del complesso era quasi allucinato dall'accaduto: "La gamba è rotta. La gamba è rotta!" borbottava. "E' tutto così pazzo. Sembra che la ragazza di quel tizio fosse innamorata di Frank o qualcosa del genere. Che pazzia!".

Zappa rimarrà in ospedale per tre settimane dopodiché tornerà in America con il manager Herb Cohen, mentre i Mothers già hanno lasciato Londra. Questo significa che la tounée è stata irrimediabilmente interrotta e così anche tutta la promozione dell'album Fillmore che Zappa suonava per intero dal vivo. Fillmore è l'ultimo disco di Zappa e con questa tournée si voleva render noto al pubblico che questo microsolco è nato dopo "200 Motels" e quindi spiegava la redente evoluzione musicale dei Mothers.

Frank Zappa... zoppicherà per circa tre mesi e tutti i suoi progetti immediati, che comprendevano un altro film dal titolo "Billy The Mountain", dovranno essere drasticamente rinviati. Un arresto dovrà subire anche l'incisione di un nuovo album fissata per febbraio e il lavoro di messa in opera dell'intera collezione discografica dei Mothers, un'antologia musicale comprendente nove albums. Il tutto doveva uscire in circolazione a marzo, ma ora si pensa che la collezione non potrà esser pronta nemmeno per la fine dell'anno.

L'incidente del Rainbow ha compromesso anche l'esito di una ambiziosa idea della Ricordi. La casa discografica italiana aveva organizzato per Frank Zappa una serie di interviste con i maggiori rappresentanti della stampa italiana che erano stati invitati a Londra. Sperando di parlare più a lungo con Zappa durante quell'occasione non ho insistito molto in una intervista quando ho incontrato Frank Zappa, prima del concerto del Rainbow, in compagnia del giornalista inglese Keith Altham. Altham conosce Zappa da molto tempo e tra i due la conversazione fluiva come un chiacchierata d'amici. Zappa parlava molto francamente facendo notare a Altham come un giornalista prevenuto contro di lui e la sua musica lo mandasse in bestia:

"Poiché vivo e lavoro nel mondo dello spettacolo" diceva Zappa "sono interessato alla comunicativa che il mio 'act' può sprigionare tra me e il pubblico. Per fare ciò i miei mezzi sono un album, un concerto, un festival o un'intervista con la stampa. Mi rendo conto che con un'intervista posso raggiungere molta più gente che con un album stesso. Il particolare giornale viene comperato da un milione di persone e mettiamo il caso che un altro mezzo milione lo legge perché lo prende in prestito sono quasi sicuro che perlomeno 700 mila persone leggono l'articolo con la mia intervista. Ma spesso non riescono ad identificarsi in quell'intervista. Le mie parole vengono ascoltate, trascritte e poi quando il giornalista è davanti alla macchia da scrivere le modifica, le reinterpreta e le riorganizza in modo che soddisfino i suoi fini artistici e politici. Sono sicuro che chi scrive un articolo è sempre più o meno coinvolto in quello che scrive e se un giornalista pensa che sono un idiota è difficile che con un incontro riesca a ricredersi. Sull'articolo non scriverà che sono un idiota , ma è difficile che con un incontro riesca a ricredersi. Sull'articolo non scriverà che sono un idiota perché non lo sono, ma sicuramente il suo servizio avrà dei termini ironici o qualcosa del genere. Questo succede nel maggiore dei casi. C'è sempre un certo Mr. X che viene chiamato dal suo redattore che gli dice: "Frank Zappa è in città, voglio un servizio". Ora, Mr. X sa che incido dischi e che suono qualcosa, ma no sa nulla di definitivo su di me. Non può andare dal redattore capo e dire che non può fare il pezzo. Così inizia a documentarsi e va a vedere un mazzo di ritagli che parlano di me. Tutti pezzi fatti da tanti Mr. X prima di lui. Così quando Mr. X viene a trovarmi crede di sapere tutto su di me e si è già formato una personale opinione di Zappa che si rispecchierà poi nell'articolo che scriverà più tardi".

Zappa è stato definito il Campione dell'Underground, ma cosa ne pensa lui?

"Quella definizione è stata costruita per me da gente che non sarebbe mai capace di capire le raffinatezze di tale concetto. In altre parole se devo essere il Campione di qualche cosa mi ritengo il Campione del 'non-interessante'. Idee e fenomeni ai quali la gente non presterebbe normalmente nessuna attenzione. Sono sempre alla ricerca di persone ed esperienze e cose che altra gente forse ignora perché o hanno paura di affrontare qualcosa di strano o addirittura sono terrorizzati dalla sola idea di essere differenti dal resto della gente con la quale vivono giorno per giorno. Sono molto interessato a questo genere di argomenti ed è quindi logico che il mio lavoro ne subisca una fondamentale influenza. Dire che cono il Campione dell'Underground è solo una generalizzazione d'idee. Una semplificazione per quella gente che finora non ha capito nulla di me".




giovedì 20 febbraio 2020

The Sorrows


Dalla rete...

The Sorrows sono stati un gruppo musicale inglese arrivato a metà anni '60 in Italia, dove raggiungono il successo.
Nascono a Coventry nel 1963 su iniziativa di Don Fardon (pseudonimo di Donald Maughn), che incontra uno studente in agraria, Philip Packham, un grafico e disegnatore industriale, Philip Witcher, ed un fattorino, Wesley Price; ma è solo con l'ingresso del batterista Bruce Finley, il cui padre è proprietario di un negozio di strumenti musicali, che il gruppo riesce ad ottenere una strumentazione adeguata per cominciare ad esibirsi.
Dopo aver ottenuto un contratto discografico con la Piccadilly Records (distribuita dalla Pye Records) ottengono subito un grande successo con il loro terzo 45 giri, con la canzone Take a heart, nota sia per l'assolo di chitarra sia per il suono particolare della batteria (che Finley ottiene coprendo con una coperta i tamburi).
Giungono in Italia per partecipare al Cantagiro 1966 con Mi si spezza il cuore, versione in italiano del loro successo, che entra in classifica anche in questa versione.
Nello stesso anno partecipano al Festival delle Rose 1966 con Così bambina, e recitano in Come imparai ad amare le donne, di Luciano Salce, cantando No, no, no, no; un'altra canzone, Pioggia sul tuo viso, è presente nel film, inserita nella colonna sonora dello stesso ma inedita in altro supporto.
Pubblicano poi il primo album, e nel 1967 partecipano al musicarello I ragazzi di Bandiera Gialla, di Mariano Laurenti; tornano inoltre al Cantagiro 1967 con Verde, rosso, giallo e blu (anche questa è una cover di un loro successo inglese) e al Festival delle Rose 1967 con Zabadak.
Passano poi alla Miura, e qui entrano Chuck Fryers voce e chitarra solista e Chris Smith voce e organo Hammond, con cui pubblicano il secondo 33 giri nel 1968, con influenze psichedeliche, ed altri 45 giri, ma con meno successo, anche per via del tramonto del beat, per cui decidono di sciogliersi.
Solo Don Fardon tenta la carriera solista con una sua versione di Indian Reservation (The Lament of the Cherokee Reservation Indian), la nota canzone scritta da John D. Loudermilk, dopodiché anche lui ritorna, come quasi tutti gli altri, in Gran Bretagna, dove continua con successo la carriera musicale. Chuck Fryers rimane in Italia e entra nel circuito musicale milanese.
Formazione:
Don Fardon: voce solista
Philip Witcher: chitarra, voce
Wesley Price detto Wez: chitarra
Philip Packham: basso
Bruce Finley: batteria
Chuck Fryers: voce, chitarra solista
Chris Smith: voce, organo Hammond


mercoledì 19 febbraio 2020

The Flock

Tra i miei vinili antichi ce n’era uno dalla copertina non comune, che riportava al mondo di Roger Dean.
Il titolo era “Dinosaur Swamps”, ed il gruppo si chiamava The Flock.



The Flock fu una band di jazz rock che svolse la propria attività dal 1969 al 1971.
Il gruppo venne lanciato da John Mayall in un piccolo bar a Las Vegas.
Tra i fondatori della band rientra il violinista jazz/rock, Jerry Goodman.
Goodman incise a Chicago con la band un album cerebrale, "Flock "(CBS, 1969), infarcito di monumentali assoli - che si ispiravano al jazz, al blues, alla musica classica, al musichall, alla musica tzigana - e di ballad complesse che mescolano "fatiche" fiatistiche da big band, sferzanti rhythm and blues, chitarrismi heavy e vocalizzi blues.

I Flock ebbero vita breve, e si sciolsero dopo "Dinosaur Swamps" (CBS, 1971), quando Goodman venne assunto da John McLaughlin per formare quella che diventerà la Mahavishnu Orchestra.
Nel 1975 il membro fondatore Fred Glickstein tenta di ridar vita nuovamente al gruppo rifondandolo e incidendo un album che non avrà alcun seguito, "Inside Out".

Discografia:

1969 - The Flock
1970 - Dinosaur Swamps
1975 - Inside Out




martedì 18 febbraio 2020

Yoko Ono celebra gli 87 anni!


Il 18 febbraio del 1933  nasceva Yoko Ono, che arriva quindi alla considerevole età di 87 anni.
Per ricordarla utilizzo un mio vecchio post...

Leggendo il libro “Rock Notes-I grandi songwriters si raccontano”, del cantautore e critico americano Paul Zollo, sono “incappato” in alcune figure mai approfondite, come David Byrne, John Fogerty, Leonard Choen e altri.
I libri dedicati alle interviste (non solo musicali) sono quelli che preferisco, perché trovo che domande intelligenti possano far emergere ed esaltare lati poco noti degli artisti posti sotto i riflettori. Ma alcune immagini sono per me più forti di altre e alcuni personaggi mi intrigano maggiormente.
All’interno di questo libro ho trovato una notissima e controversa figura che ha colpito la fantasia di tutti gli appassionati di musica della mia generazione.
Parlo di Yoko Ono, che istintivamente ho sempre "rifiutato", per via del condizionamento che ho subito attraverso i media.
Ciò che mi è sempre “arrivato” è la negatività di questa donna, a cui molti hanno imputato lo scioglimento dei Beatles.
Ovviamente non ho né i mezzi né le informazioni per giudicare, e la mia antipatia antica era basata su di un feeling comune che avevo fatto mio.
Nemmeno adesso posseggo la verità, ma razionalmente mi piacerebbe fornire un’immagine oggettiva per inquadrare il reale valore artistico, musicale, di questa ormai anziana signora.
Nessuna biografia, nessuna storia già ascoltata e nessun nuovo “reperto”, ma per la prima volta ho “sentito” la sua voce e mi piace riproporre il suo pensiero, sollecitato da alcune domande di Zollo.
La cosa su cui mi sono soffermato, come premessa all’intervista (antica), è una poesia che fa parte del disco “The Season of Glass”, lavoro uscito dopo la morte di Lennon:

Passa la primavera
e ci si ricorda della propria innocenza
passa l’estate
e ci si ricorda della propria esuberanza
passa l’autunno
e ci si ricorda della propria venerazione
passa l’inverno
e ci si ricorda della propria perseveranza.
C’è una stagione che non passa mai
Ed è la stagione del vetro

Leggendo l’intervista, realizzata nel 1992 a New York, si apprendono alcuni importanti aspetti legati al disco ed alla grafica proposta in copertina.

“Season of Glass”è stato un disco molto potente, e molto significativo per un sacco di persone, quando è uscito.
Quando ho fatto “Season of Glass” mi sentivo come se stessi camminando sott’acqua o qualcosa del genere, quindi non ne sapevo davvero nulla della reazione della gente.

Ho sentito che la tua casa discografica è rimasta sconcertata dal fatto che tu abbia voluto usare quella foto di copertina con gli occhiali di John schizzati di sangue.
Oh sì, molto!



Ho letto di recente che nella Germania nazista, come atto di crudeltà, spedivano gli occhiali sporchi di sangue degli uomini uccisi alle loro mogli.
Davvero? E’ terribile. Ma non è simbolico tutto questo? Vedi, ecco che voglio dire, quando mi viene l’ispirazione di fare qualcosa del genere, io lo faccio, perchè penso che ci sia qualcosa che mi sfugge. Mi sono anche arrabbiata. Insomma, io stavo raccontando quello che mi era successo, e non mi era certa successa una cosa bella!

La poesia intitolata”Season of Glass”, sul retro della copertina dell’album, è bellissima e triste. Hai mai pensato di farla diventare una canzone?
Ci ho pensato, ma non credo di esserne in grado. Non lo so.

In quella poesia hai scritto:” C’è una stagione che non passa mai ed è la stagione del vetro”, che riecheggia lo stato d’animo provato da tanti, dopo la morte di John, l’idea che questa sia un’epoca destinata a non passare mai. Pensi che siamo ancora nella stessa stagione del vetro?
Non lo so, perché forse in qualche modo parlavo di qualcosa al di là della morte di John. Allora, naturalmente, stavo raccontando la mia esperienza personale. Ma proprio adesso sto realizzando un’opera per una mostra su una famiglia seduta in un parco al momento del “meltdown” atomico, e quello a cui pensavo era un “meltdown” della razza umana e della specie in pericolo. E qualcuno mi ha detto che sembrava parlare anche del genocidio. Perciò è come se la stagione del vetro fosse ancora qui, in tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati al punto in cui non ci siano più … occhiali sporchi di sangue.

Uno dei messaggi positivi che hai espresso, e che penso la gente non abbia colto, è che sul retro della copertina di “Season…”, il bicchiere d’acqua, che in copertina è mezzo vuoto, lì è pieno.
Sì. Oh, vuoi dire che ci hai fatto caso? Sono in pochissimi ad averlo notato.

Pensi che i tuoi messaggi positivi siano stati spesso trascurati?
Beh, alcuni li hanno colti ed altri no, dipende anche dalla persona. Voglio dire, tu ti sei accorto di qualcosa, giusto? Ma la maggior parte della gente no. 

La verità contenuta nella poesia rimane costante, inalterata nonostante lo scorrere del tempo. Emerge in modo mirabile quello che stavano provando milioni di persone in tutto il mondo durante in momenti cupi seguiti a quel giorno nerissimo del dicembre 1980, quando John Lennon morì. Era quella una stagione destinata a non passare, una tragedia che non sarebbe stata banalizzata nel tempo, una ferita che non sarebbe guarita. E in un certo senso non si voleva che accadesse.






domenica 16 febbraio 2020

Vittorio Nocenzi si esprime sul Festival di Sanremo



La settimana dedicata al Festival di Sanremo ha portato le solite discussioni, questa volta alimentate, anche, da atti clamorosi - se rapportati a quella che molti definiscono la “sacralità dell’evento” -, azioni che hanno visto come protagonisti figuri a cui non voglio contribuire nel fare pubblicità, e che quindi non nominerò.
Né vorrei dare giudizi, perché non potrei dare alcun valore aggiunto alla discussione e, soprattutto, perché non conosco l’argomento, avendo passato la settimana di Sanremo ascoltando musica, quella con la M maiuscola.

Una delle grandi occasioni del periodo in questione, me l’ha fornita il concerto genovese del Banco del Mutuo Soccorso, a cui ho avuto la fortuna di assistere in posizione privilegiata, direttamente dal palco.
Nell’occasione, il fondatore Vittorio Nocenzi, si è soffermato su svariati argomenti e, nonostante il buon proposito di non polemizzare, si è giustamente lasciato andare a sottolineature e commenti su argomenti vari, tra il sociale e il personale.

Tra i tanti topic non poteva mancare il mitico Festival visto che stava andando in scena in contemporanea, a pochi chilometri di distanza.

Ecco il suo pensiero, sintetizzato in un paio di minuti…

giovedì 13 febbraio 2020

I Rare Bird in classifica: era il 1970


Nell'anno 1970 imperversavano i 45 giri.
La Hit Parade italiana era molto seguita e comprendeva i cantanti più disparati, da Modugno a Battisti, dai Beatles a Simon and Garfunkel, da Morandi a Endrigo.
La top 100, ovvero la classifica dei 100 dischi più venduti nel corso dell'anno, vide al dodicesimo posto assoluto il brano "Sympathy", dei Rare Bird, che toccarono anche il secondo posto.

Un pò di storia...

Il gruppo nasce nel 1968 su iniziativa di Graham Field, che inserisce un annuncio su una rivista musicale per trovare altri musicisti; dall'incontro con Dave Kaffinetti nascono i Lunch che con l'ingresso di Steve Gould Mark Ashton e diventano i Rare Bird.
Ottenuto un contratto discografico con la Charisma Records (etichetta fondata da Tony Stratton-Smith) pubblicano il primo album omonimo.
Dall'album viene tratta, come 45 giri, la canzone "Sympathy", che diventa un successo mondiale vendendo, in tutto il 1970, oltre un milione di copie.
In Italia la canzone, tradotta da Daniele Pace in "L'umanità", viene incisa da Caterina Caselli, ma il successo della versione originale dei Rare Bird oscura quella dell'ex casco d'oro.
Dopo altri album, vicini al rock progressivo ma senza più il successo degli inizi, il gruppo si scioglie alla fine del 1975.

Ascoltiamoli...




lunedì 10 febbraio 2020

Clapton, Harrison e le canzoni d'amore


Non apprezzo in genere le canzoni d'amore, quelle fatte per vendere musica. In fondo cosa ci vuole a scrivere una canzone d'amore... falsa?! Potrei scriverne dieci al giorno, ma poi avrei vergogna a proporle.
Altra cosa è l'esigenza di comporre un testo che nasce da esperienze di vita, il che significa, nel caso del mondo delle sette note, realizzare qualcosa per il gusto di fissare per sempre un momento, felice o doloroso, gridarlo al mondo o tenerlo entro e quattro mura. 
Se poi si è artisti veri è conveniente per tutti che certe perle vengano a galla, e se poi arricchisce chi le inventa poco male, visto che sicuramente arricchiranno, nell'animo, anche chi ne usufruisce. Provo a esemplificare con fatti concreti.
Il dialogo a seguire è noto ai più, almeno a quelli che seguono le "cose musicali", ma è da brividi, per ciò che poi ne è scaturito. 
Le parole  sono di Pattie Boyd, ex moglie di George Harrison, e successivamente compagna di Eric Clapton.


Pattie dalle lunghe gambe, dal magnifico seno e dal nasino all'insù. Allora lui tirò fuori un pacchetto dalla tasca e glielo mostrò: “se non fuggi con me allora prendo questa”; "che cos'è?", "Eroina". "Non fare lo stupido", "No, è proprio così, è finita".


Poi l'innamorato respinto se ne andò, "...e non lo vidi più per tre anni: fece quel che aveva minacciato, diventò schiavo dell'eroina. Ma lui e noi tutti prendevamo già un sacco di roba: cocaina, marijuana, stimolanti, tranquillanti...". "Noi tutti".

Pattie Boyd e il suo amante (alla fine non lo respinse più) Eric Clapton, che per lei compose "Layla"; e suo marito George Harrison, poeta dei Beatles che per lei compose invece "Something", 150 versioni in 40 anni, secondo Frank Sinatra "la più bella canzone d'amore mai composta in tutti i tempi". "Layla" di Clapton, "Something" di Harrison, scusate se è poco.


Layla

Cosa fai quando ti senti sola
e non hai nessuno al tuo fianco?
Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo
Sai é solo a causa del tuo stupido orgoglio

Layla, hai me in ginocchio
Layla, sto elemosinando, tesoro ti prego
Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho cercato di consolarti
Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata
Come un pazzo, mi sono innamorato di te
Hai girato il mio mondo sottosopra

Prendiamo il meglio da questa situazione
prima che diventi matto
Ti prego non dire che non troveremo mai una via d'uscita
e che il mio amore è vano



Something

C'è qualcosa nel modo in cui si muove
che mi attira come non è mai accaduto prima con altre ragazze
c'è qualcosa nel modo in cui mi corteggia

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora

da qualche parte, nel suo sorriso, lei sa
che io non ho bisogno di nessun'altra amante
c'è qualcosa nel suo stile che mi rivela

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora

Mi stai chiedendo se il mio amore crescerà
non lo so, non lo so
tu non ti muovi ora e questo non puo' che dimostrare
che io non lo so, non lo so

C'è qualcosa in lei
e tutto ciò che devo fare è pensare a lei
c'è qualcosa nelle cose che mi mostra

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora



giovedì 6 febbraio 2020

Banco del Mutuo Soccorso (e Il Segno Del Comando) in concerto al Politeama di Genova, 5 febbraio 2020

Fotografie di Enrico Rolandi

Una serata davvero significativa quella che ha visto il Banco del Mutuo Soccorso in concerto a Genova, al Teatro Politeama, il 5 di febbraio.
Molti i motivi di interesse, tra cuore, memoria e attualità. Provo a riassumere.
L’ultima apparizione del BANCO risaliva all’8 luglio del 2013, Arena del Mare, Porto Antico.


Una situazione inusuale, un’esibizione unplugged che aveva come protagonisti tre musicisti presenti anche in questa nuova occasione (Vittorio Nocenzi, Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già) con l’aggiunta di Francesco Di Giacomo. Rodolfo Maltese non faceva parte di quella lineup, ma era ancora tra noi.

In sette anni il mondo del BANCO si è trasformato, così come il contesto più generale.
Non mi devo inventare nulla, né proporre alcuna decodificazione di terzi o pensiero personale, perché è lo stesso Vittorio che, pochi minuti prima del concerto, delinea l’immagine del BMS relativa a questo periodo carico di cambiamenti: a seguire propongo la nostra video intervista che, in quindici minuti, disegna un quadro preciso che, partendo dal recente passato, si spinge verso un orizzonte futuro, quella linea irraggiungibile che nel corso della performance, tra parole e musica, è stata da lui definita necessaria, perché induce al cammino, ad una continua ricerca di un obiettivo da raggiungere.

Questa la premessa di un evento molto partecipato, che ha entusiasmato i presenti, non solo quelli agè. A questo proposito credo sia caratterizzante raccontare qualcosa che difficilmente avviene nel corso dei concerti: la gentile manager della band, Lorella Brambilla, ha pensato di posizionare direttamente sul palco una decina di sedie dedicate ad alcuni addetti ai lavori, e da quella posizione privilegiata ho assistito al concerto (una bella idea, quando lo spazio lo consente). Lorella, osservando gli spettatori delle prime file si è accorta che alcuni di loro cantavano assieme a Tony D’Alessio, segno di una approfondita conoscenza dei brani, ma la cosa sorprendente è che tra i “cantanti” c’era un giovanissimo, che lei ha “prelevato” dalla sua posizione e fatto sedere on stage, molto vicino ai suoi beniamini. Immagino che il ragazzo non dimenticherà mai più quanto accaduto!


L’esibizione del BANCO è stata preceduta da un intervento di Mox Cristadoro e da un rapido set musicale de Il Segno Del Comando.

Quindici minuti per permettere a Mox di presentare il suo ultimo libro, “Route 69. Il 1969 a 33 giri”, un’indagine accurata di un anno cardine, raccontato attraverso gli importanti vinili rilasciati in quell’anno.
Vale la pena approfondire, e la pillola video che presento dovrebbe invogliare i più curiosi:


La sezione musicale si apre con la breve esecuzione de Il Segno Del Comando - 25 minuti - a cui non potuto assistere; Enrico Meloni, collaboratore di MAT2020, è venuto in mio soccorso: suo il commento e il filmato:

Terzo concerto de Il Segno Del Comando in meno di un anno… questo sì che è lusso! La notizia dell’aggiunta della band genovese al già ricchissimo piatto (leggi: il ritorno del Banco a Genova) arriva a circa un mese di distanza dal concerto, per il quale avevo acquistato il biglietto… a fine settembre 2019! Tanta era l’attesa. Capirete bene che quando ho saputo dell’aggiunta di una band di supporto (e che band!) ero molto entusiasta.
Vedere i nostri su un palco così grande fa uno strano effetto, devo ammetterlo. Sarà che le volte scorse si è sempre trattato di piccoli club o sale concerti più raccolte, e sicuramente avendo sei (sei sei) componenti, lo spazio viene anche riempito abbastanza bene. Eppure… credo che diano il meglio in contesti più intimi e meno “ingessati”. Il teatro è sì affascinante ma equivale al dover stare seduti. Il che a volte cozza un po’ con alcune proposte musicali.

Si parte in quarta con la prima canzone dell’ultimo bellissimo “L’incanto dello zero”, “Il calice dell’oblio”, e i suoni ahimè non sono dei migliori. Situazione che verrà recuperata completamente con le due successive canzoni, “Nel labirinto spirituale” (sempre dall’ultimo album) e la mitica “La taverna dell’angelo”, tratta dallo storico primo album, di recente ristampato dalla Black Widow Records.
Tempo di salutare i presenti e ci si avvia verso il cambio palco.

Una proposta così articolata ha senz’altro bisogno di più tempo affinché si crei una certa magia tra band e pubblico (come descritto ampiamente nel mio report del concerto del 22 novembre a La Claque: http://mat2020.blogspot.com/2019/11/runaway-totem-il-segno-del-comando.html), e la posizione sicuramente prestigiosa di opener del Banco del Mutuo Soccorso a mio avviso ha in realtà svantaggiato Diego Banchero e soci, che si sono trovati a dover eseguire una manciata di canzoni (di cui personalmente all’ultima, per quanto bellissima e dal grande effetto, avrei preferito magari uno o addirittura due pezzi più brevi… ma sono gusti personali) anziché avere il tempo a disposizione per creare la magia di cui sono capaci.
Conosco, e non sono il solo ovviamente, il reale valore di una band compatta, precisa e di grande impatto come Il Segno del Comando, valore che in altre situazioni la band ha avuto tempo e modo di esprimere più compiutamente, e quindi non vedo l’ora di gustarmi un bel concertone di una delle mie band preferite con la dovuta calma e qualche canzone in più.

Nel video l’intervista a Diego Banchero e il brano “Nel Labirinto Spirituale”, registrato da Enrico.


Mentre Il Segno Del Comando si esibiva, Vittorio Nocenzi raccontava…


E arriva il momento tanto aspettato, quello in cui entra in scena il BANCO, per una performance che da queste parti si aspetta da molto tempo, ed è lecito pensare che alcuni dei presenti possano essere arrivati col piglio di chi vuol vedere cosa vale questo nuova formazione, priva di parte dell’originaria spina dorsale.
A giudicare dall’entusiasmo suscitato il mini-esame è stato superato a pieni voti, e personalmente la cosa che più mi ha colpito è l’energia contagiosa che la band è in grado di produrre.
Un set vario, tra passato estremo e presente, come dimostra la scaletta:


Vittorio appare in gran forma, e colpisce la sua voglia di dialogare, di trovare un contatto con la platea, di mettere in comune frammenti di una vita, creando con i presenti un rapporto osmotico che in passato veniva guidato principalmente da Francesco Di Giacomo.
La sua esigenza di perfezione esecutiva lo porta a condurre con determinazione un ensemble di professionisti capace di creare un sound inimitabile.

Vale la pena ricordare la nuova formazione, che oltre al fondatore, Vittorio Nocenzi (che suona tutte le tastiere possibili) propone Filippo Marcheggiani (giovane chitarrista, ma con il gruppo dal 1994), Nicola Di Già (chitarrista, presente dal 2013), Marco Capozi (bassista, dal 2016), Fabio Moresco (batteria, dal 2017) e… lascio per ultimo il vocalist Tony D’Alessio (dal 2016).
È proprio Tony lo snodo, perché non esiste nulla come la voce che possa definire la tipizzazione di una band, il brand che la fa riconoscere all’impatto, e se poi la timbrica - e la personalità - è quella di un certo Di Giacomo, beh, il compito sostitutivo si fa arduo!
E invece no, D’Alessio non si propone come clone di un altro, e la sua genuinità e il suo talento conquistano i presenti. A titolo esemplificativo il commento di un amico: “Ero scettico, mi sono ricreduto… potenza vocale e scenica di notevole spessore!”.

E poi una sezione ritmica da paura, che ho ascoltato per la prima volta dal vivo.
Essendo praticamente accanto a Marcheggiani ho potuto vedere nei dettagli il suo gran lavoro da palco, complementare a quello di Di Già, con una suddivisione dei compiti ritmici e solistici, segno di eclettismo e skills di prim’ordine.

Ma è il risultato nel suo insieme che colpisce, una musica di estrema qualità che, se fosse proposta alle nuove generazioni, produrrebbe probabilmente tanti giovani come quello che si è distinto in questa serata genovese (mi pare Francesco…).

Vittorio, nei suoi monologhi, nonostante il dichiarato impegno a non polemizzare, fa fatica a trattenersi, evidenziando alcune negatività sociali e culturali sotto agli occhi di tutti.
Io, pensando al futuro, amo utilizzare una frase di un grande fan del BANCO, Antonello Giovannelli, che spiega così al figlio cosa sia la musica progressiva: “La musica che attualmente ascoltano i giovani è fatta per muovere il culo e interagire con il prossimo, quella progressive è fatta per muovere il cervello e interagire con sé stessi!”.

Ma più di ogni mio pensiero vale la musica, quella che ho potuto catturare da una visuale precisa, un lato del palco, un luogo in cui ho vissuto una serata che non dimenticherò.