mercoledì 25 luglio 2018

Red Phoenix Blues Trio a Savona


Serata dedicata al blues quella del 24 luglio ai Giardini Serenella di Savona, con la presenza dei genovesi Red Phoenix Blues Trio, musicisti di lungo corso, sulla scena musicale da parecchi lustri.

Pubblico cospicuo costituito da molti musicisti e location perfetta per una performance blues di mezza estate.

Questa la formazione: Enrico Fiorito alla batteria e percussioni, Antonello Palmas Cotogno al basso elettrico e Giacomo Caliolo alle chitarre e voce.

La band non si esibiva da un paio di anni, ed è stata questa l’occasione per ascoltare dal vivo parte del loro lavoro in studio, l’album “Illegal Blues”, miscelato a grandi successi americani, attingendo ad un repertorio trasversale, fatto di brani di Robert Johnson, ZZ TOP, BB King e Steve  Ray Vaughan.

Apprezzamento incondizionato per un genere tutto sommato di nicchia, ma amato da una vasta audience, come dimostrato anche in questa occasione.

Non è mancato il ballo, seppur isolato, a coronamento di una serata stile Beale Street, la via di Memphis dove il blues è l’elemento vitale, per musicisti e passanti occasionali.

Ora l’argine è rotto e la speranza è quella di poter rivedere con una certa frequenza gli RPBT, magari ancora ai Serenella…

Ecco la testimonianza video…




martedì 24 luglio 2018

Big One a Savona il 22 luglio: commento e video


I Big One, la più importante tribute band dei Pink Floyd a livello europeo, rinnovano l’appuntamento con Savona e con la Fortezza del Priamar, luogo che ha ospitato in passato alcuni mostri sacri del rock.

L’artefice degli ultimi concerti della band veronese nella nostra città è Massimiliano Rossi, molto attivo in ambito musicale e ormai innamorato perdutamente della musica dei PF.
E’ lui che li ha proposti la scorsa estate e, dopo il mezzo insuccesso legato alle intemperie estive, è riuscito a creare una nuova occasione a distanza di un paio di mesi, in un luogo “protetto”, il Teatro Chiabrera.
A sorpresa, dopo un anno esatto, ecco il nuovo evento - il quarto a Savona - e ancora una volta il pubblico risponde alla grande. Tutto questo è accaduto il 22 luglio.


Non è stata una serata facile per svariati motivi, in primis una nuova minaccia di pioggia, con forte presenza di lampi che hanno condizionato durante tutta la performance l’umore dei protagonisti, una tensione logorante nata a inizio giornata - e forse prima -, e occorre sottolineare, per i non addetti ai lavori, che la strumentazione presente su un palco non protetto rappresentava un valore economico notevole, non solo affettivo, certamente da proteggere.
E poi una serie di problemi tecnici - di cui non parlerò - che si possono sintetizzare col fatto che la band ha iniziato la sua performance senza alcuna traccia di soundcheck, cosa impensabile per qualsiasi gruppo, a maggior ragione per chi cura i dettagli dei suoni che dovranno trovare la quadra con gli aspetti visivi (video e luci).
Ma alla fine tutto è andato per il meglio, almeno per gli spettatori, che non sono quasi mai dei tecnici - per fortuna! - e godono dello spettacolo nel suo insieme, soprattutto se, come in questo caso, la memoria viene sollecitata in continuazione.
I Big One sono stratosferici! Li presento nella formazione attuale:
Leonardo De Muzio (chitara solista e voce), Luigi Tabarini (chitarra basso e voce), Stefano Righetti (tastiere), Stefano Raimondi (batteria), Marco Scotti (sax e chitarra) Debora Farina e Manuela Milanese (cori).
Aggiungo l’uomo in più, il factotum Gian Paolo Ferrari, prezioso quanto gli altri componenti del gruppo.


Il set che propongono è vario se messo in relazione a quello di dodici mesi fa (quarantennale di “Animals”), così come testimoniato dalla scaletta a seguire, suddivisa su due tempi separati - con il solo taglio del primo bis, “A Great Day For Freedom”, dovuto alla paura di una pioggia imminente.


E’ un totale susseguirsi di emozioni, con salti temporali importanti e un coinvolgimento che cresce mano a mano che i brani si rincorrono, dopo un avvio abbastanza guardingo.
E’ il solito grande De Muzio a condurre la danza, e per la prima volta lo vedo utilizzare, tra le altre chitarre, una Gibson Les Paul De Luxe, poco gilmouriana, ma solo per l’immaginario comune, giacchè i suoni che ne fuoriescono sono da brividi: forse più che lo strumento conta il musicista!


La solita certezza il drummer Raimondi, mentre l’altra metà della sezione ritmica, Tabarini, si mette in evidenza, anche, per le sue capacità vocali. Incredibile il lavoro tastieristico di Righetti mentre appare fondamentale l’intervento delle due coriste.


Menzione a parte per Marco Scotti che ha allargato sempre di più i suoi interventi rispetto alla prima volta in cui lo vidi, passando dai sax alla dodici corde e all’elettrica.


I 30 minuti di video che propongo a seguire daranno la dimensione della loro prova.

Alla fine tutti contenti, Max in primis, anche se certe giornate mettono a dura prova la salute di chi agisce, ma almeno in questo caso la nave è arrivata in porto… quel porto savonese a cui i Big One non possono più rinunciare!

Vediamo cosa è accaduto...

domenica 22 luglio 2018

Beggar's Farm con Martin Barre a Borgoratto (AL) il 20 luglio

Martin Grice e Martin Barre

Il luogo è Borgoratto, nell’alessandrino, terra natia del Maestro Franco Taulino, l’uomo che, nel tempo, ci ha permesso di vedere eventi da far luccicare gli occhi.
In questo caso siamo ospiti di un paesino di 600 anime, fascinoso e ammaliante, che fa immaginare una qualità della vita invidiabile, una dimensione a misura d’uomo che apparentemente stride con il rock che sta per arrivare.
Prendo come simbolo i due Martin di serata, Barre e Grice. Cosa hanno in comune?
Intanto sono nati nello stesso paese, l’Inghilterra, e in modi e tempi diversi hanno partecipato attivamente alla costruzione delle fondamenta del rock - evito tutte le categorie possibili - e continuano a regalarci, sul palco e oltre, prova della loro maestria.
Condividere la patria e i successi musicali vuol dire molto!
Martin Barre è stato il guitar hero dei Jethro Tull, per svariati lustri, sino a che il padre padrone Ian ha dato via alla rivoluzione, probabilmente l’ultima.
Martin Grice, fiatista, dopo aver vissuto la Londra di fine anni ’60 - tra Bill Wyman e Jimi Hendrix - ha legato per sempre il suo nome ai nostrani Delirium, di cui è ancora colonna portante.
Perché mi dilungo su parte dei protagonisti della serata benefica del 20 luglio? Beh, è giusto sottolineare la caratura degli eventi che Taulino riesce da sempre a creare da queste parti.
Beneficienza, quindi, come elemento traino, in questo caso si parla di aiutare il LILT, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori: cos’altro aggiungere!

La dimensione è quella della sagra di paese, una festa dove il cibo di qualità unisce la gente, in attesa del concerto fantastico, nella speranza che il cielo minaccioso lasci vivere il momento magico, nel ricordo di quanto accaduto qualche anno fa ad Oviglio - a pochi chilometri di distanza - con gli stessi protagonisti, e un temporale che minò - ma non impedì - la performance delle band.

Ad aprire un tributo ai Pink Floyd, i genovesi Outside The Wall.



Si introducono da soli, nel medley video a seguire, dando subito dimostrazione del loro affiatamento e provocando nel pubblico la voglia di partecipare.
La musica dei P.F. è tra le più riprodotte e ricercate dall’audience, ma occorre una particolare sensibilità - e gusto musicale - per ricreare le atmosfere sonore che hanno da sempre caratterizzato il gruppo inglese, e gli OTW si dimostrano all’altezza della situazione, con il tocco in più del già citato Martin Grice.
Li rivedremo tra pochi giorni a Genova, al Porto Antico Prog Fest… ma nell’attesa ascoltiamoli a Borgoratto.


E arriva il momento topico. Chi come me segue da tempo la Beggar’s Farm sa che non esiste di meglio per riproporre la musica dei Jethro Tull e, soprattutto, per mettere a proprio agio tutti i grandi ospiti che periodicamente si succedono sui loro palchi: alte skills e amore per la cura dei dettagli, una situazione operativa che fa la differenza, in tutti i campi.


In questo caso mi viene da dire qualcosa in più, visto che poche ore prima avevo pubblicato il commento di un vecchio fan dei JT, susseguente ad un recente concerto italiano di Ian Anderson & Friends. Chiosa sardonica basata sul fatto che catturare uno dei tanti volti di Ian non provochi più alcuna emozione, e tra i tanti motivi c’è sicuramente il repertorio limitato e sempre uguale, calato sulle attuali possibilità vocali di sua maestà Mister Anderson. 
Di sicuro non si può parlare di monotonia nel caso delle proposte incluse nei set della Beggar’s, giacchè certi brani sono davvero delle chicche (a fine post è possibile prendere visione della scaletta).
Si varia in modo ampio tra i vari album dei JT, andando a toccare atti davvero inusuali, come accaduto con Steel Monkey e, soprattutto, Sealion, voluta fortemente dal chitarrista acustico e vocalist Mauro Mugiati.
Ricordo gli altri elementi della band: Sergio Ponti alla batteria, Kenny Valle alle tastiere, Daniele Piglione al basso e Brian Belloni alla chitarra elettrica, accanto, in questo caso, ad un Martin Barre in perfetta forma, che proporrà anche alcuni suoi brani con l’intervento della bravissima Paola Gemma - con cui mi scuso per la mancata testimonianza video -, altra vocalist della Beggar’s Farm.
Martin si muove come un adolescente e ci riporta indietro nel tempo, con svisate di antica memoria che potrebbero far cadere qualche lacrimuccia.
Per un breve spazio il tempo si ferma e un’intera vita scorre davanti rapidamente… un film che va oltre il mero elemento musicale.

Che dire della Beggar’s… grandi musicisti, grandi professionisti, grandi appassionati di musica, con un leader capace di condurre in porto la nave, in qualsiasi condizione.
Ma forse, anche in questo caso, l’ascolto può semplificare le cose.



Il concerto è finito, qualche foto di rito per ritornare fanciulli e qualche saluto sincero e sentito.
Il pubblico scema lentamente mentre arrivano le prime gocce di pioggia… la serata perfetta, per una volta baciati, questa volta, dalla fortuna!




giovedì 19 luglio 2018

Osanna live a Piacenza il 17 luglio: il resoconto


All’interno della manifestazione “Estate al Farnese” - una serie di eventi musicali previsti tra luglio e settembre a Palazzo Farnese di Piacenza - è andata in scena il 17 luglio una superlativa serata dedicata alla musica progressiva italiana, organizzata da Max Marchini e Massimo Orlandini, sicuramente coadiuvati da collaboratori operatori del settore, ma sono loro i primi a salire sul palco per una presentazione dell’intera kermesse.

Vorrei anticipare che, contrariamente a quanto faccio normalmente, sarà cospicua la parte video che pubblico a seguire, perché credo valga la pena lasciar parlare i protagonisti, giacchè non penso ci siano parole che possano spiegare esaustivamente quanto vissuto a Piacenza.
Lino Vairetti, leader degli Osanna, a fine concerto sarà un pò critico, avendo forse in testa frammenti di imperfezione che solo chi è sul palco può vivere e sottolineare, ma il pubblico presente ha davvero goduto di una serata magica, che personalmente non vivevo da tempo.
Ma andiamo con ordine, partendo dal contesto, perché l’ambiente e l’atmosfera sono spesso parte della performance, e Palazzo Farnese presenta il fascino della storia e delle cultura cittadina… storia e cultura, stessi ingredienti che ritroveremo nella musica della serata.


Ad aprire la scena una band veneta nata negli anni ’70, e che solo recentemente ha ripreso il percorso interrotto tanti anni fa.
Sto parlando dei Sezione Frenante, e per chi volesse saperne di più propongo il mio commento al loro album e l’intervista che mi hanno rilasciato nel febbraio scorso:


Ovviamente non avevo idea della loro resa live, e trovare corrispondenza tra la perfezione consentita dalla fase in studio e l’atteggiamento da palco mi ha pienamente soddisfatto.
Formazione sufficientemente classica per il prog, con una sezione ritmica formata da Sandro Bellemo al basso e Alessandro Casagrande alla batteria, Mirco De Marchi alle tastiere, Antonio Zullo alla chitarra e Luciano Degli Alimari alla voce.


Suono amalgamato, tempi composti e trame accattivanti utilizzate per presentare il loro racconto, Metafora di un Viaggio”,  un “… concept album ispirato al viaggio poetico di Dante Alighieri, utilizzato come metafora per dare un giudizio obiettivo sulla figura umana e sulle sue possibilità, una sorta di parallelismo che risulta molto attuale”.

Il pubblico gradisce incondizionatamente una musica che rientra perfettamente negli schemi del prog seventies, senza apparire appesantita dal tempo passato.
Ecco uno stralcio di esibizione… davvero bravi!


Rapido “cambio di palco” e arrivano gli Osanna.
Non sono per me una novità, avendo avuto la possibilità di vederli sia nella formazione originale che in quella recente, sono quindi conscio di cosa sta per accadere...
Difficile delineare in modo categorico la “Prog Family” di Lino Vairetti, perché inserire la band in una casella ed etichettarla appare riduttivo: rock, melodia mediterranea, tradizione, cultura, folk, jazz, ritmo e teatralità sono alcuni degli ingredienti che contribuiscono a creare la miscela del loro sound, ma ciò che hanno raggiunto in questo momento del loro percorso appare quanto di più coinvolgente si possa richiedere ad una performance live.

Lino è circondato quasi esclusivamente da giovani musicisti, e l’incontro tra generazioni provoca in questo caso una produzione esplosiva.
Ad alimentare la suggestione nel corso del concerto, la proiezione continua di immagini che, pur essendo in sottofondo, raccontano 50 anni di musica e di vita.

Si parte con una prima tranche al fulmicotone, caratterizzata - come capiterà per tutto il resto del concerto - dalla modulazione tra antico e anni recenti (Pazzariello-Fuje ‘a Chistu Paese, Intro animale, Mirror Train e Taka Boom), una bomba di energia con rapidi cambiamenti di tempo e lingua, e con particolare cura degli aspetti visual: le maschere rock sono on stage e ciò che stanno per proporre lascerà il segno.
Vediamo i ruoli.
Oltre al fondatore Lino (voce chitarra e armonica) troviamo il figlio Irvin (sintetizzatore e voce), Sasà Priore alla tastiere, Pasquale “Paco” Capobianco alla chitarra (l’ultimo entrato, ma con il gruppo ormai dal 2011) e una sezione ritmica da brividi, con il più “maturo” Gennaro Barba e Nello D’Anna.

Il secondo step è un altro… colpo basso, in bilico tra il ’71 e gli anni recenti (In un vecchio cieco, Vado verso una meta e Ce vulesse).
Non lo commento, ma… lo propongo!


Il centro dell’esibizione tocca il cuore e la memoria: gli Osanna omaggiano Luis Bacalov e propongono Preludio, Tema, Variazione e Canzona, ovvero la colonna sonora del film Milano calibro 9, rilasciata nel 1972, e nell’occasione eseguita con le immagini del film alle spalle della band.
Anche in questo caso lascio che siano le immagini a parlare…


E arriva il momento dell’ospite, che coincide con un contributo al prog e il ricordo di chi non c’è più.
Sale infatti sul palco Annie Barbazza, giovane talento in piena ascesa, che nell’occasione contribuisce alla riproposizione di un brano storico, L’uomo, facente parte dell’omonimo album di esordio, del 1970. Ma non basta: gli Osanna ci regalano un “medley prog”, che permette di toccare le origini del genere in Italia, sfiorando il BANCO - con il pensiero rivolto a Francesco Di Giacomo -, la PFM (tra il pubblico era presente Giorgio “Fico” Piazza, prossimo protagonista a Palazzo Farnese ) e gli Area.

Ecco il video relativo.


Si prosegue con altri brani che comprendono un largo spazio temporale (a fine post includo la scaletta di serata), e il risultato è sempre entusiasmante, sottolineato da un’audience sempre più calda e coinvolta, che spingerà fortemente per il canonico bis, che vedrà sul palco tutti gli attori protagonisti della serata.

Credo sia inutile andare alla ricerca di dettagli tecnici e sfumature per intenditori (così come sottolineare le incredibili skills dei musicisti): un concerto perfetto è quello che riesce a realizzare un rapporto osmotico tra palco e platea, una sorta di influenza reciproca che porterà i musicisti a dare il meglio e i partecipanti a godere di ciò che vedono e ascoltano, diventando anch’essi protagonisti.

Le nuove leve, assistendo al concerto degli Osanna del 17 luglio, avrebbe potuto usare la frase… questi spaccano…; gli addetti ai lavori avrebbero optato per… hanno un tiro della madonna…; io mi limito a dire che da tempo non partecipavo ad un concerto così entusiasmante, anche se immagino che il perfezionista Vairetti avrà trovato un sacco di difetti alla performance!
Questi sono gli Osanna, da vedere assolutamente, così come è da seguire il calendario di ESTATE AL FARNESE.

Un plauso enorme agli organizzatori!


domenica 15 luglio 2018

Giorgio Fico Piazza e la sua band a Pietra Ligure (SV) il 12 luglio




Concerto a sorpresa il 12 luglio a Pietra Ligure inserito nel contesto “Musica al Parco”.
All’interno del suggestivo Parco Negro era di scena Giorgio “Fico” Piazza, bassista, uno dei membri fondatori della PFM, protagonista e testimone di momenti storici legati alla musica italiana di fine anni ’60 e primi ’70.

Piazza ha ripreso l’attività da alcuni anni e ha focalizzato un paio di obiettivi: il primo riguarda il racconto della storia della “sua” musica, quella vissuta in modo diretto, il tutto attraverso la riproposizione di materiale antico, parte del quale non viene più presentato dalla Premiata in fase live; il secondo goal è rappresentato dal coinvolgimento di giovani musicisti, con l’intento di “farli crescere”, realizzando sul palco una formula a mio giudizio vincente, quella che vede in primo piano le nuove leve che studiano e condividono sonorità musicali ormai di nicchia, ma che andrebbero divulgate in modo ampio per la loro valenza culturale.

Il tutto funziona, e ancora una volta l’atmosfera che si è venuta a creare è apparsa magica, con Piazza che quasi si è messo in disparte per lasciar spazio alla nuova generazione che avanza.
Ma on stage Giorgio c’era, eccome, anche se il suo ruolo di chioccia alla fine è rimasto celato, perché la band ha ormai una sua autonomia nei musicisti, e il profilo che ne deriva appare ben delineato.

Molti gli appassionati del genere, anche se non mi è parso sia stata fatta grande pubblicità.
Tanti gli amici presenti, e la maglietta con cui ha suonato Giorgio, quella de Il Cerchio d'Oro, la dice lunga sullo spirito della serata, all'insegna della condivisione di una passione comune.



Una goduria per noi che eravamo presenti… ascoltare il medley a seguire per capire il significato delle mie parole…

giovedì 12 luglio 2018

YES a Vado Ligure (SV): era il 2003


Lorenzo Rapetti, l’autore del video a seguire, mi ha permesso di ricordare in modo concreto il concerto che ha cambiato la mia storia recente, quello del 12 luglio 2003, giorno in cui gli YES suonarono a Vado Ligure (SV), e mi segnarono profondamente.
Inutile ricordare i tanti perché, descritti in un articolo qualche anno fa e spesso ricorrenti nei miei racconti:



Resta la soddisfazione di aver messo assieme alcune immagini e uno stralcio musicale di quel giorno magico, dove una band stratosferica si presentò con la miglior formazione possibile (Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Hove, Chirs Squire e Alan White) e mi … chiarì le idee.
Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine



giovedì 5 luglio 2018

Led Zeppelin al Vigorelli: era il 5 luglio del 1971



Led Zeppelin, Velodromo Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971

Ripercorrendo le antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente protagonisti e contesto: il Festival di Altamont o la Family di Charles Manson, tanto per parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo qualche ricordo negativo. Mark Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la sua versione dei fatti avvenuti a Milano, 47 anni fa.


Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del glorioso Velodromo Vigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia dei Led Zeppelin in Italia. Con una decisione strana e infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare: la scelta era caduta su Aretha Franklin, Donovan, Moustaki, Leo Ferrè, Charles Aznavour e, per la sola data di Milano, i Led Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano, al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls, considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). Quella Grande Armèe doveva fronteggiare alcune decine di autoriduttori e “agitatori politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole del Corriere della Sera, e lo fece con grande impeto, impegnandosi con ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti, sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle 22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità era Stairway to Heaven, regolarmente in scaletta nel tour primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccò Black Dog. Dopo una versione ridotta di Dazed And Confused, passò a I’ve Been Starting Loving You e lì si udirono distintamente dei botti violenti: non era Bonham in azione, ma la polizia che sparava fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento). Robert Plant cercò di metterla sul teatrale e invitò i ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli spiriti, il gruppo attaccò Whole Lotta Love, in medley con il celebre assolo di Bonham, Moby Dick. A quel punto però l’aria si era fatta irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò la sua delusione ad Armando Gallo, inviato per Ciao 2001: “ Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un nostro concerto. Venendo al Vigorelli avevamo scherzato tra noi, vedendo tutte quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. 

I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero mai più messo piede dalle nostre parti.




mercoledì 4 luglio 2018

The Ramones-The Roundhouse, Londra, 4 luglio 1976



The Ramones
The Roundhouse, Londra, 4 luglio 1976

Insieme hanno dato vita a un’ispirata esibizione di arte minimalista”.
Michael Watts, Melody Maker

Patty Smith, astro nascente di una ribellione a base di reggae e Rimbaud, aveva fatto il suo esordio londinese poche settimane prima. Per i Ramones invece, niente letture di poesie o magliette dedicate a Keith Richards. Fracassoni e foruncolosi, i quatto newyorkesi urlarono come ossessi, snocciolando i loro pezzi a velocità supersonica (fermandosi solo per togliere i giubbotti di pelle) e lasciarono il palco dopo mezz’ora salutati dall’ovazione di una folla carica di birra. La settimana successiva, Max Bell di Melody Maker definì quella musica “rockoglione”, descrivendola tuttavia come capace di riscuotere la sua inconndizionata approvazione e quella di quasi tutti i 15000 spettatori presenti. Il termine non attecchì, ma lo stile e il suono portati alla ribalta dai Ramones sì.
Praticamente tutti coloro che avrebbero formato i principali gruppi punk inglesi quella sera erano al Roundhouse e osservavano attoniti come si potesse mettere in piazza senza paura la propria condizione di emarginati urbani bianchi. La chiava stava nella semplicità: nomi da finti fratelli (Joey Ramone, Dee Dee Ramone, e così via), abbigliamento da teppisti, canzoni che si confondevano una con l’altra. Jeans a tubo strappati, magliette attillate e scarpe da tennis da pochi dollari, i Ramones assunsero immediatamente la loro tipica posa a gambe aperte e ginocchia piegate, mentre le loro facce smunte e serissime non mostrarono alcuna emozione per tutto il concerto. Con il suo taglio di capelli a scodella, il bassista Dee Dee parve a Max Bell “ l’esemplare umano meno intelligente” mai visto su un palco, capace però di suonare con tanta forza da ferirsi a un dito. In mezzo alla folla, ubriaco e ingestibile, c’era il futuro bassista dei Sex Pistols Sid Vicious, e Dee Dee era il suo musicista preferito.
Sid adorava i Ramones” spiega Marco Pirroni, che sarebbe diventato chitarrista di Adam Ant The Ants, “anche se odiava il loro taglio di capelli. Sid aveva un taglio di capelli splendido, loro no. Ma da loro prese a prestito l’idea del giubbotto di pelle e dei jeans strappati.”
Il suono senza fronzoli di Joey e compagni ebbe dunque un impatto istantaneo sulla nascente scena punk.
Quando i Sex Pistols entrarono in studio insieme al produttore Chris Spedding, portarono con sé l’album di debutto dei Ramones dicendo: 
"E’ così che vogliamo suonare!”
(Mark Paytress . "Io C'ero")




martedì 3 luglio 2018

L'ultima di Ziggy Stardust: era il 3 luglio 1973


David Bowie And The Spiders From Mars
Hammersmith Odeon, Londra, 3 luglio 1973

Il drammatico annuncio:
“Questa è stata una delle più belle tournèe della nostra vita. Vorrei ringraziare il gruppo. Vorrei ringraziare chi ha lavorato per noi. Vorrei ringraziare gli addetti alle luci… Quello di stasera è il concerto di cui ci ricorderemo più a lungo… perché non solo è l’ultimo della tournèe, ma è il nostro ultimo concerto in assoluto. Grazie.”

Quando, nell’estate precedente, David Bowie aveva raggiunto il grande successo commerciale, si era subito scatenato il dibattito sulla sua identità sessuale. Nessun dubbio poteva invece esserci quella artistica. 
Il 3 luglio 1973 la sua tournèe nei panni di Ziggy Stardust era approdata all’Hammersmith Odeon dopo 18 mesi di concerti. A quel punto, la straordinaria vividezza del personaggio aveva conquistato i fan, gli amici e persino il suo creatore che, tempo dopo, avrebbe spiegato: “ Era molto più facile vivere dentro Ziggy che dentro Bowie.” 
Dunque Ziggy doveva uscire di scena e, all’insaputa di tutti (tranne il manager Tony Defries e il chitarrista Mick Ronson), l’annuncio sarebbe stato dato dal palco. In un periodo in cui i gesti plateali non mancavano, una decisione tanto sorprendente, comunicata subito prima di un pezzo dal titolo emblematico quale Rock’n’Roll Suicide, era destinata a lasciare il segno: all’apice della notorietà ecco David Bowie annunciare il suo clamoroso ritiro suscitando gli stupiti “no-o-o-o!” della folla. 
Ma se Bowie pensava di aver chiuso Ziggy fuori dalla porta si sbagliava di grosso: “Non mi stavo liberando di lui, anzi, mi stavo alleando con lui. Il mio doppio e io stavamo diventando una persona sola. E’ una strada che porta al caos e alla distruzione della psiche.”
BOWIE SI RITIRA!”, strillarono il giorno dopo i quotidiani. In realtà il concerto segnò solo la fine di un’epoca, visto che, nemmeno due mesi dopo, David Bowie era sul palco del Marquee Club per le riprese di uno special televisivo a lui dedicato.
Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress


Uno Spider from Mars racconta…
Ecco come il batterista Woody Woodmansey ricordava la sua ultima serata sul palco con Bowie:

Vi aspettavate qualcosa al di fuori del normale?
No, non particolarmente.

Il pubblico fu più isterico del solito?
Il pubblico era sempre isterico!

Il concerto?
Molto emozionante. Era l’ultimo della tournèe.

Sentisti l’annuncio di David?
Sì.

I commenti nei camerini a fine concerto?
Irriferibili.

Il tuo stato d’animo il giorno dopo?
Ottimo, mi sono sposato!

Quando capiste che gli Spiders erano finiti?
Quando sul palco la mia bacchetta mancò la testa di David!

lunedì 2 luglio 2018

GOAD-“LANDOR"


GOAD-“LANDOR"
Black Widow Records 

Ritornano i GOAD, ritorna Maurilio Rossi, l’artefice di questo progetto incredibile che nasce moltissimi anni fa, quando la musica progressiva era il punto di riferimento per miriadi di giovani.
Sono passati lustri ma l’impegno della band toscana non è scemato, e la capacità creativa si è andata sviluppando con intensità crescente e prolificità inusuale.
Il disco che presento oggi, “Landor”, era già in cantiere un paio di anni fa, quando veniva rilasciato “The Silent Moonchild”, e mentre scrivo queste righe è in corso di lavorazione un doppio album di inediti, a sottolineare come la “macchina Goad” sia un mezzo potente e inarrestabile.
Maurilio ha chiacchierato con me virtualmente, e tutti i dettagli e le curiosità sono fruibili nell’intervista a seguire, mi limito perciò a fornire il mio sentimento da ascolto.

L’idea nasce e cresce a seguito della lettura di “BREVITIES”, del poeta inglese Walter Savage Landor - morto a Firenze -, un pugno di epigrammi che colpiscono l’autore per la grande qualità concentrata in uno “spazio ridotto”, particolarmente adatto alla trasposizione musicale.
Seguire il filone letterario è cosa frequente nella proposta dei Goad, come accadde con il tributo a Edgar Allan Poe, testimoniato dal bonus Cd presente nella confezione, un bellissimo live del 1995 registrato a Firenze.
In questa occasione ne scaturisce un’opera rock di circa 50 minuti, un lavoro concettuale che crea un bridge tra il passato e l’attualità, cosa sulla carta relativamente semplice se si pensa che la materia base è costituita da elementi eterni, come l’amore e il passaggio tra la vita e la morte, con il mistero che deriva dalla non certezza, controbilanciata solo dalla fede.
Tutto semplice a parole, ma fornire sonorità al nostro ciclo vitale, “disegnare” in  maniera efficace trame che evidenzino i nostri stati d’animo mutevoli nel tempo non è fatto banale, perché nulla ha a che vedere con la tecnica e le competenze strumentali: ci vuole cuore e al contempo razionalità.
La musica è musica anche se priva di liriche. Un brano musicale, per essere certificato tale, non ha bisogno di parole.
Al contrario un mero testo, seppur divino, potrà essere definito in modi disparati ma non certo “canzone”.
L’alchimia dei GOAD, a maggior ragione in questo disco, eleva a sublime atto ogni singolo abbinamento tra il verbo e le molteplici atmosfere, e l’ascolto di “Landor” ci trasporta in una dimensione inaspettata, a volte poco chiara, altre una sorta di déjà vu in cui ci si sente a proprio agio, ma una certa angoscia permea l’intero percorso perché, brano dopo brano, uno specchio si erge ed un libro dei ricordi si schiude, e ci si ritrovano le storie personali, le delusioni, gli amori, ed una vita che, troppo breve, è rimasta alle spalle con fasi alterne, quasi mai completamente soddisfacenti.
La musica dei GOAD racconta tutto questo anche nel modus strumentale, perché il mood cangiante si presta alla modulazione degli stati d’animo, e in tutto questo, come ho già avuto modo di scrivere in passato, riconosco la tragicità e il realismo di hammilliana memoria, ma certo è che la voce di Maurilio Rossi è davvero unica, capace di porre gli accenti ai nostri sentimenti cangianti.
Landor” è un album colto, dalle sonorità accattivanti, capace di toccarti e stordirti, e trovare un’etichetta per l’incasellamento del genere appare lavoro inutile e superato.

Maurilio Rossi ha soddisfatto le mie curiosità, e ne è uscito uno scambio di battute icastico e utile alla comprensione.



Esattamente due anni fa, in occasione dell’uscita di The Silent Moonchild”, mi dicesti come fosse già in fase di registrazione “Landor”, rilasciato in questi giorni: da dove arriva tanta prolificità?

Dal fatto che compongo musica da quando ero un ragazzetto: ancora non avevo imparato nulla di quest’arte ma sentivo mille idee che volevano “uscire” allo scoperto… per riuscirci ho dovuto sottopormi a un durissimo lavoro di sacrificio perchè NIENTE salta fuori già pronto come… Atena dalla testa di Zeus… adesso è un fiume in piena!

E allora raccontami tutto di questo nuovo lavoro, che fa riferimento allo scrittore inglese Walter Savage Landor…

Dalla lettura di un libretto, “BREVITIES”, di epigrammi in inglese di questo poeta di cui avevo visto la modesta tomba qui a Firenze: la loro musicalità e concisione mi hanno subito colpito e la composizione nelle linee guida armoniche è venuta fuori in pochissimi giorni.

Possiamo parlare di un album concettuale?

Sì, volevo proprio un concept album in cui lo sviluppo del discorso musicale segue le liriche di Landor, dal contenuto eterno: amore, la morte che incede, la perdita dei sogni, la serenità nell’accettare la sorte umana..

Si differenzia dai vostri altri lavori o possiamo parlare di una buona continuità?

Si differenzia nella scelta voluta fortemente della semplicità esecutiva e nella stesura della strumentazione limitata come fosse registrata dal vivo. D’altronde molte parti sono davvero eseguite in studio dal vivo e poi integrate e corrette.

Ci sono novità sulla formazione che ha contribuito alla realizzazione del disco?

Questa volta ha avuto maggior spazio Alessandro Bruno con molteplici strumenti, dalla slide guitar al mandolino, dal flauto all’oboe e al flauto, come già Francesco Diddi, membro storico polistrumentista. In più hanno suonato in coppia due drummers storici dei Goad, Paolo Carniani ed Enrico Ponte. Come pianista aggiunto nel brano “Defiance” ha suonato il formidabile fonico e musicista Freddy Delirio (Death SS-Harem etc.)

In realtà i CD sono due, e a “Landor” è abbinato un bonus Cd che riporta ad un live del 1995: mi spieghi la scelta e i contenuti?

Tutto è nato da quel lavoro su Poe e dal successivo live nel luglio 1995. Fin dal 1992 lavoravamo su quel progetto, con attori, mimi, ballerini; con il polistrumentista Marcello Becattini - un vero maestro ed un amico - proponemmo lo spettacolo, con maschere e proiezioni, in giro per la Toscana in mostre d’arte, Università, locali di ogni tipo! Poi decisi di trarne l’album “Tribute to E.A.Poe” e il giornalista Donato Zoppo mi contattò e scrisse su quell’album… tutto iniziò da lì...


Particolarmente bello l’artwork: come è nata l’idea?

Sono foto originali della fotografa Cristiana Peyla, che ha trovato ispirazione in un teatro esoterico costruito vicino a Firenze  da un formidabile personaggio, professore universitario e scrittore di libri importanti anche in lingua inglese, Mariano Bianca. Questi ha forgiato opere in marmo che arricchiscono quel particolarissimo teatro che sembra situato in un altro pianeta!

Ci sono particolari dettagli tecnici che si possono evidenziare per gli ascoltatori più esigenti?

Abbiamo usato strumenti acustici ed anche vecchi effetti molto Vintage, come il “Viscount EFX_1” per le chitarre elettriche e, come scelta stilistica, per rendere al meglio l’idea della ispirazione immediata delle melodie, abbiamo in taluni brani sovrapposte le voci soliste originali a quelle definitive!

Qualche parola su etichetta discografica e distribuzione…

La Black Widow Records rimane referente unica per le produzioni GOAD, in questo caso come promoter e distributrice dell’album.

Avete previsto qualche presentazione di “Landor”?

Vedremo. Se sarà accolto bene faremo di certo un “Live-Act”; a tal proposito considera che, per le solite ragioni di generale crisi della musica colta in Italia e altrove, da tempo ci siamo concentrati sulle registrazioni in studio e  già stiamo concludendo un doppio album tutto inedito su un altro poeta molto famoso anglosassone... ti dico solo che ci hanno fatto un film recentemente…


Track List:
1. Written on the First Leaf of my Album
2. On Music
3. To One Grave
4. Bolero
5. Goodbye, Adieu
6. Life's Best
7. Where are Sighs
8. Decline of Life
9. An Old Philosopher
10. The Rocks of Life
11. Defiance
12. Brevities
13. Evocation

BONUS CD:
Tribute to Edgar Allan Poe Live at "Parterre" Florence, July 1995

GOAD:
Maurilio Rossi: Vocals, Bass, Nylon and Electric Guitar, Keyboards
Alessandro Bruno: Slide, Classical & Electric Guitar, Mandolin, Sax, Flute, Oboe, Violin
Paolo Carniani: Drums
Enciro Ponte: Drums
Freddy Delirio: Sound Engineer, Additional Piano