lunedì 25 novembre 2019

Dreaming Madmen- “Ashes of a Diary”: doppia versione, italiana e inglese


Dreaming Madmen- “Ashes of a Diary”

Nel mese di settembre è stato rilasciato un album interessante, frutto del lavoro di due giovani fratelli da molti anni impegnati in ambito musicale, ma che solo in questo 2019 hanno trovato la sintesi delle loro idee, condensata nell’album “Ashes of a Diary”: loro sono i Dreaming Madmen e hanno nelle vene sangue americano e libanese, cosa che sottolineo solo per il piacere derivante dal fatto che la musica progressiva è un genere che riguarda sempre più le nuove leve, e può toccare anche regioni del mondo note per altre tipologia musicali. Austin è in Texas, uno stato noto per passaggi musicali più tradizionali, come quelli di Buddy Holly, Roy Orbison, Janis Joplin o gli ZZ Top. Ma esistono anche i Dreaming Madmen!

Mathew e Christopher realizzano un gioiellino che riporta in via naturale alle loro passioni e alla fede musicale, un pensiero che sviscerano nell’intervista a seguire.
Ciò che propongono è un concept album che si basa sul confronto delle esperienze personali con quelle del protagonista della loro storia, un uomo antico che, riscoprendo un suo vecchio diario, rivive una vita passata fatta di sentimenti e situazioni contrastanti, un vissuto condito da pillole di immaginazione, tema ripreso dall’immagine di copertina che si rifà al tema un po’ malinconico del disco.

Dal punto di vista strettamente musicale i Dreaming Madmen cercano di usare il loro DNA indelebile, fatto di profumo floydiano che si espande sino alla ricerca di una dimensione personale che, attraverso la spinta della tecnologia, realizza un sistema orchestrale che potrebbe rappresentare una perfetta sonorizzazione cinematografica, e che appare il leitmotiv dell’intero progetto.

Treantasette minuti suddivisi su sette tracce, un disco che coinvolge in modo naturale, che trova punti di eccellenza nella lunga “Behind My Wall” – condensato del loro prog moderno e contaminato – e nella title track, pezzo sognante e tendente al rock più tradizionale.

Un esordio confortante, un disco di qualità che non necessita di lunga frequentazione per colpire nel segno, un disco che mi appare anche sufficientemente trasversale e adatto ad ogni palato.


L’INTERVISTA

Chi sono i Dreaming Madmen? Come vi siete formati e come siete arrivati al primo album?

Mathew: i Dreaming Madmen sono un duo progressive rock, composto da me (chitarre, tasti, voce) e mio fratello Christopher (basso, tasti, voce). Suoniamo musica insieme da oltre 12 anni e abbiamo formato ufficialmente i Dreaming Madmen nell'estate del 2019.
Christopher: anche se il lancio del nostro progetto è avvenuto molto tempo fa, abbiamo impiegato anni per scrivere, registrare e produrre in modo soddisfacente, prendendoci tutto il tempo necessario prima di pubblicare un album di tale grandezza e ambizione.

Chi ha contribuito alla vostra formazione musicale? Avete dei musicisti di riferimento?

Mathew: Entrambi abbiamo iniziato a suonare musica in giovane età, rispettivamente a 7 e 9 anni, e lo dobbiamo ai nostri genitori, grazie ai quali abbiamo scelto questo percorso musicale. Le band con cui mi sono plasmato come musicista e scrittore sono i Pink Floyd, Porcupine Tree, Dream Theater, Yes, Genesis, King Crimson, Guthrie Govan, ecc.

Christopher: i Pink Floyd mi hanno dato, nel complesso, un’enorme ispirazione, ma sono stato influenzato anche da molti musicisti singoli che mi hanno aiutato a formare il mio stile e il mio modo di cantare. I più importanti sono Paul McCartney, Geddy Lee, John Paul Jones, Marvin Gaye, Richard Wright, Tony Banks, Colin Greenwood, Bob Dylan e Roger Waters.

Come descrivereste la vostra musica a chi ancora non vi conosce?

La nostra musica è un melange tra rock progressivo classico e contemporaneo, fuso con un'ampia orchestrazione ed elementi cinematografici, ottenuto mescolando tutte le influenze che abbiamo avuto dalla nostra infanzia fino ad ora. Queste includono blues, hard rock, death metal progressivo, sino alla musica classica e orchestrale, che abbiamo incorporato nel nostro stile che riteniamo unico.

È uscito il vostro album di esordio, “Ashes of a Diary”: di cosa parlano le liriche?

Mathew: I testi dell'album ruotano attorno al tema narrativo concettuale, che racconta la storia di un uomo anziano che scopre un suo vecchio diario, pieno di scritti che descrivono una vita fatta di dolore, ossessione, amore, odio e rimpianto. Naturalmente, nel corso del tempo, la maggior parte dei testi sono stati influenzati da esperienze personali che hanno reso davvero divertente creare un alter ego che era per lo più basato su me stesso e la mia vita, lasciando comunque spazio all'immaginazione. Un po' come l'alter ego "Pink" di Roger Water in "The Wall" dei Pink Floyd.

Che cosa potete dire della parte strettamente musicale?

Il lato musicale di questo album ha richiesto un sacco di duro lavoro, considerando che ci piace la stratificazione intricata, e a volte si è arrivati ad avere sino a 16 tracce di chitarra simultanee, e anche 80-90, più in generale, in una canzone. È stata sicuramente una sfida, con un ottimo risultato ottenuto anche grazie all’aiuto del nostro ingegnere capo Russell Tanner, con cui è stato fantastico lavorare.

Mi dite qualcosa a proposito dell’artwork?

L’artwork è legato al significato del disco. Il nostro amico e illustratore Amed Andrea ha fatto un ottimo lavoro nel ritrarre l'umore malinconico e il mood musicale. Il protagonista dell'album è raffigurato sulla copertina come un ragazzo più giovane, che osserva un incendio causato dalla combustione del suo diario. È una metafora che indica che siamo legati ai nostri ricordi, fatti di paure e rimpianti, quindi spesso dolorosi, ma senza i quali non potremmo vivere.

Vi presentate come duo: che cosa avviene nei vostri live? Usate la tecnologia o avete musicisti che completano la band?

Quando si tratta dei nostri spettacoli dal vivo abbiamo un batterista sul palco con noi, Ian Geyer, che ha registrato fantastiche tracce di batteria sull'album con noi in studio. Usiamo anche numerosi pedali e trigger per attivare una pletora di parti extra della tastiera ed effetti audio. Questo rende il nostro set dal vivo più impegnativo, ma anche molto divertente, considerando che la nostra performance live è in totale sincronia con uno spettacolo psichedelico fatto di laser e luci.

I vostri luoghi di appartenenza non sono vicinissimi alla musica progressiva: che cosa vi spinge in quella direzione?

In realtà ci siamo innamorati della musica progressive rock e metal per caso. Siamo diventati grandi fan dei Pink Floyd all'inizio, e questo ci ha aperto gli occhi su un genere così diversificato e aperto. L'idea di creare arte che non rientra nelle norme del rock o della musica commerciale in generale ci eccita. Possiamo infrangere le regole pur scrivendo canzoni e album che sono concisi e raccontano una storia.

Avete già proposto l’album dal vivo? Come pubblicizzerete il progetto?

Al momento stiamo lavorando a un video, presentando i momenti salienti del nostro concerto di debutto a Beirut. Siamo entusiasti perché i fan che non hanno potuto partecipare per la lontananza - e sono tanti e in paesi diversi saranno in grado di vedere come funziona il nostro spettacolo dal vivo. Potremmo anche registrare uno degli spettacoli degli Stati Uniti nella sua interezza e pubblicare un album dal vivo completo, chi lo sa?

Che cosa avete programmato per l’immediato futuro?

Il nostro prossimo obiettivo è sicuramente quello di cercare di eseguire più concerti possibile negli Stati Uniti e in tutto il Medio Oriente. Stiamo pensando di fare un piccolo tour di pubblicizzazione in Texas, nella primavera del 2020. Per quanto riguarda il prossimo album, abbiamo già iniziato a buttare già idee e vogliamo provare a entrare in studio entro la fine del 2020.

Dreaming Madmen:

Mathew Aboujaoude: chitarre, voce, tastiere, synths & programmatore
Christopher Aboujaoude: basso, voce, tastiere nelle tracce 2 e 7

Con l’ausilio di:

Ian Geyer: batteria e percussioni
Rohan Sharma: synth nelle trace 2 e 5
Caelin Tralongo: voce in “Your Possessor”


Track List:

1. Page One - 2:58
2. Behind My Wall - 8:56
3. Your Possesor - 6:50
4. Lock Thyself - 4:32


ENGLISH VERSION

In September an interesting album was released, the result of the work of two young brothers who have been involved in music for many years, but that only in 2019 have they found the synthesis of their ideas, condensed in the album "Ashes of a Diary": they are the Dreaming Madmen and have in their veins American and Lebanese blood, which I emphasize only for the pleasure resulting from the fact that progressive music is a genre that increasingly concerns the new levers, and can also touch regions of the world known for other musical types. Austin is in Texas, a state known for more traditional musical passages, such as those of Buddy Holly, Roy Orbison, Janis Joplin or ZZ Top. But there are also The Dreaming Madmen!


Mathew and Christopher make a little jewel that naturally brings back their passions and musical faith, a thought they explore in the following interview. There's a concept album that is based on the comparison of personal experiences with those of the protagonist of their story, an ancient man who, rediscovering his old diary, relives a past life made of feelings and conflicting situations, a life seasoned with imagination pills, a theme taken from the cover image that refers to the somewhat melancholy theme of the record.


From a strictly musical point of view the Dreaming Madmen try to use their indelible DNA, made of Floydian perfume that expands to the search for a personal dimension that, through the push of technology, creates an orchestral system that could represent a perfect cinematic sounding, and that appears the leitmotif of the entire project.

Three-seven minutes divided into seven tracks, a record that involves in a natural way, which finds points of excellence in the long "Behind My Wall" – condensed of their modern and contaminated prog – and in the title track, a dreamy piece tending to more traditional rock.

A comforting debut, a quality record that does not need long attendance to hit the mark, a record that also seems sufficiently transversal and suitable for every palate.


THE INTERVIEW

Who are the Dreaming Madmen? How did you form and how did you get to the first album?

Mathew: Dreaming Madmen is a progressive rock duo, comprised of myself (guitars, keys, vocals) and my brother Christopher (bass,keys, vocals). We’ve been playing music together for over 12 years, and officially formed Dreaming Madmen in the summer of 2019.

Christopher: Although launching this debut has been in the works for quite a while now and has taken years to fully write, record and produce; we wanted to take our time before releasing an album of such magnitude and ambition.

Who contributed to your musical education? Do you have any reference musicians?

Mathew: Both of us started playing music at a young age, at age 7 and 9 respectively, and we owe it to our parents for being supportive of us choosing this career path from the start. Some of the biggest influences that have shaped me as a musician and a writer are Pink Floyd, Porcupine Tree, Dream Theater, Yes, Genesis, King Crimson, Guthrie Govan, etc.

Christopher: Pink Floyd is the obvious huge inspiration, as a whole, but I also have many different individual musicians who have influenced me and my playing/singing style greatly. Most notable are Paul McCartney, Geddy Lee,John Paul Jones, Marvin Gaye, Richard Wright, Tony Banks, Colin Greenwood, Bob Dylan and Roger Waters.

How would you describe your music to those who don't know you yet?

Our music is a melange of both classic and contemporary progressive rock, fused with expansive orchestration and cinematic elements; blending all the influences we’ve had from our childhood up until now. These include blues, hard rock, progressive death metal to classical and orchestral music which we incorporated to our unique style and sound.

Your debut album, "Ashes of a Diary" has been released: what are the lyrics about?

Mathew: The lyrics of the album revolve around the concept’s narrative theme, which tells the story of an elderly man who discovers an old journal of his, filled with writings detailing a life of pain, obsession, love, hatred and regret. Of course, over time, most of the lyrics were inspired by personal experiences which made it really fun to create an alter ego that was mostly based on myself and my life, while still leaving room for imagination. Kind of like Roger Water’s ’Pink’ alter ego character in Pink Floyd’s “The Wall”.

What can you say about the strictly musical part?

The musical side of this album took a lot of hard work considering we like intricate layering, and sometimes went as far as having 16 simultaneous guitar tracks, and even having 80-90 tracks overall in one song. It was definitely a challenge taking this task on while still having a clean and crisp mix. This was achieved with the help of our chief engineer Russell Tanner, who was a joy work with.

Can you tell me something about the artwork?

The artwork is as accurate to the concept as it gets. Our friend and illustrator Amed Andrea did a wonderful job at portraying the melancholic mood and tone of the music. The protagonist from the album is depicted on the cover as a younger boy, overlooking a wildfire
caused by his diary burning. It’s a metaphor indicating that we are bound to our memories, fears and regret, as we would be in a fire, and live with that burden until death.

You present yourself as a duo: what happens in your concerts? Do you use technology or do you have musicians who complete the band?

When it comes to our live shows, we have a drummer on stage with us, Ian Geyer, who recorded fantastic drum tracks on the album with us in the studio. We also use numerous foot pedals and triggers to activate a plethora of extra keyboard parts and sound FXs. This makes our live set more challenging, but also a lot of fun considering our live performance in entirely synced to a psychedelic laser & light show.

Your places of belonging are not very close to progressive music: what drives you in that direction?

We actually fell in love with progressive rock and metal music by accident. We became huge fans of Pink Floyd early on, and that opened our eyes to such a diverse and open genre. The idea of creating art that is outside the norms of commercial rock or commercial music in general excites us. We can break the rules while still writing songs and albums that are concise and tell a story.

Have you already proposed the live album? How will you publicize the project?

We’re currently working on a video, presenting the highlights of our release concert in Beirut. We’re excited about it because fans that weren’t able to attend and/or live in different countries will be able to see how our live laser & light show looks like! We might also possibly be recording one of the US shows in its entirety and release a full live album, who knows?

What have you planned for the immediate future?

Our next goal is definitely to try and gig as much as we can in the US and around the Middle East. We’re planning on doing a small album release tour in Texas in Spring 2020. As for the next album, we’ve already started writing up ideas and want to try and get in the studio by the end of 2020.


Dreaming Madmen is:

Mathew Aboujaoude: guitars, vocals, keyboards, synths & programming
Christopher Aboujaoude: bass, vocals, keyboard solos (2, 7)

With:

Ian Geyer: drums, percussion
Rohan Sharma: lead synth (2, 5)
Caelin Tralongo: vocals (3)

Tracklist:

1. Page One - 2:58
2. Behind My Wall - 8:56
3. Your Possesor - 6:50
4. Lock Thyself - 4:32
5. Enigma - 5:54
6. Ashes of a Diary - 5:19
7. Final Page (until we meet again) - 4:39

Credits:

Recorded in June & July 2019 at Antimatter Studios - Austin, TX and 
Boombox Studios - Beirut, Lebanon
Music, Lyrics & Production by: Mathew & Christopher Aboujaoude
Orchestral Arrangements: Mathew Aboujaoude & Bonny Baez
Mixing & Engineering: Russell Tanner
Mastering: Andy VanDette
Album Artwork: Andrea Emad
Photography by: Jamil Dally
  
Registrato nei mesi di giugno e luglio 2019 negli Antimatter Studios di Austin, Texas e
Nei Boombox Studios di Beirut, Libano
Musica, Liriche e Produzione di: Mathew e Christopher Aboujaoude
Arrangiamenti: Mathew Aboujaoude & Bonny Baez
Mixing & Engineering: Russell Tanner
Mastering: Andy VanDette
Artwork: Andrea Emad
Fotografie di: Jamil Dally

domenica 24 novembre 2019

Pink Floyd-All Saints Church Hall, Powis Gardens, Londra, 1966


All Saints Church Hall, Powis Gardens, Notting Hill, Londra, 1966

I concerti a Powis Gardens segnarono l’inizio della nostra popolarità”, dice il bassista dei Pink Floyd, Roger Waters.

Fu un periodo esaltante. La testa di Sid Barret funzionava ancora ed eravamo tutti pieni di entusiasmo. Era molto prima che diventassimo professionisti e cominciassimo a incidere.”

Nel gergo del tempo tutto era molto “fuori”.
Le follie psichedeliche britanniche erano certo influenzate dalla West Coast americana, ma quei primi concerti in una modesta chiesa di Notting Hill confermarono che non si trattava di imitazione.

Le nostre luci usavano molto meno l’intermittenza ed erano più legate alle immagini. Questo anche se alla chiesa di All Saints se ne occupava un americano” dice Peter Jenner, uno dei due primi manager dei Pink Floyd. “I nostri spettacoli erano più cupi e allucinati, pieni di grandi ombre espressioniste. Molto Nosferatu”.

Verso l’autunno del 1966 i media britannici cominciarono a interessarsi alla psichedelica, considerata la nuova moda destinata a sostituire beat, mod e minigonne .
Noi non sapevamo cosa fosse la psichedelica” ammette il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason.

C’erano le droghe, certo, ma era una filosofia raffazzonata, fatta con le idee in voga all’epoca”. In sostanza cercavamo di allargare i confini”.

Autodefinitisi “un laboratorio suono/luce “ e con il celebre mantra del guru dell’LSD Timothy Leary -“Accenditi, sintonizzati, vai fuori”- citato sui manifesti dei loro concerti, i Pink Floyd rappresentavano al meglio lo spirito onnivoro del periodo. Recensendo una delle performance a Powis Gardens, la rivista alternativa International Times sentenziò soddisfatta che “il loro lavoro è in gran parte basato sull’improvvisazione”.
“Dovevamo far capire che le nostre non erano canzoni pop, erano cose più importanti, erano cultura, cultura rivoluzionaria”, dice Jenner.
L’impresa riuscì. Durante la breve esperienza di concerti a sostegno della London Free School, il progetto di educazione comunitaria condotto da John “Hoppy” Hopkins, il quartetto venne intervistato dal Times e i loro concerti a Notting Hill attirarono l’attenzione di un eterogeneo insieme di studenti, intellettuali e anticonformisti.
Molti arrivarono con l’esplicita intenzione di fornire ai propri viaggi in acido un adeguato sottofondo di suoni e luci.

Non fu una scelta consapevole quella di suonare musica da trip”, insiste Nick Mason. “Semplicemente reagivamo a uno stimolo visuale che non era troppo adatto a ritornelli e incisi.”

Fu così che nacque la versione britannica della psichedelica.

(dalle note di Mark Paytress)

Immagini di repertorio relative al '66...




sabato 23 novembre 2019

Runaway Totem e Il Segno del Comando: live a La Claque


Il 22 novembre è il giorno scelto dalla Black Widow per un evento importante, almeno per quelli che amano la musica progressiva, perché un doppio set così “nobile” non è facile da realizzare.
La Claque è stata ancora una volta testimone della musica di qualità, e nello specifico il contenitore musicale realizzato si è rivelato più forte delle avversità meteorologiche attribuite a Genova in serata - rivelatesi purtroppo realistiche -, e la partecipazione del pubblico è andata oltre le più rosee aspettative.

Il programma prevedeva molta carne al fuoco che cercherò di delineare in modo cronologico, aggiungendo spezzoni video del concerto.
Partiamo dall’elenco degli ingredienti:

-due band, entrambe headliners: Runaway Totem e Il Segno del Comando;
-due libri da proporre al pubblico, con i due autori presenti: Mario Gazzola e Max Rock Polis;
-due esposizioni artistiche, con i due creatori sul pezzo, Danilo Capua e Ksenja Laginja;
Il pubblico ha potuto autonomamente prendere visione e apprezzare l’arte dei due pittori, mentre c’è stato spazio - purtroppo limitatissimo - per un siparietto on stage dedicato ai due book: “FANTAROCK” di Mario Gazzola e “STORIE DI PROG RINASCIMENTO” di Max Rock Polis).

Parlerò prossimamente dei due progetti, sottolineando che “FANTAROCK”, sintetizzato da Gazzola sul palco, si è dimostrato particolarmente in tema col set dei Runaway Totem, e solo la mancanza di tempo ha impedito una probabile gustosa improvvisazione fatta di lettura e sottofondo musicale. Per quanto riguarda il libro di Polis, che dire… l’estremo elogio apparirebbe partigiano, dal momento che ne ho scritto l’introduzione!

A dare il via alla sezione musicale i Runaway Totem, antico ensemble nato nel 1988 a Riva del Garda, divenuto nel tempo band di culto, la cui musica prescinde dai protagonisti, anche se esistono cardini che prendono il nome di Roberto Gottardi e Raffaello Regoli.

Conosco bene la loro musica che un po’ di tempo fa, in occasione del commento al loro album Viaggio Magico”, definivo così: “Ogni volta che mi avvicino a loro sento la necessità di farlo con cautela, con estremo rispetto, avvertendo che la visione generale proposta è qualcosa che supera la musica e racchiude un mondo complesso, dove il risultato, qualora fosse anche un brano da due minuti, ha alle spalle una storia vissuta in lungo e in largo, dove le esperienze, la sperimentazione e il misticismo convivono, si integrano e rilasciano una magia. Mi piace definire il loro status come rappresentativo di una dimensione aulica.”.

Il concerto a cui ho assistito mi ha dato conferma del pensiero antico, anche se nell’occasione ho scoperto un’importante evoluzione della lineup, e parlando con Gottardi e Regoli prima della performance, ho realizzato che, attualmente, la band sono... loro due.
Non è cosa da poco perché la pienezza sonora che hanno regalato al pubblico corrisponde invece ad un gruppo numericamente corposo.
Ovviamente tutto ciò è possibile grazie alla tecnologia, che permette di proporre, anche, un’orchestra, nonostante la minimale presenza fisica, un modus operativo che è parte integrante della ricerca musicale e della sperimentazione, a partire dalle corde vocali di Raffaello Regoli per arrivare alla magia del synth e agli effetti chitarristici di Roberto. Unica concessione al passato l’utilizzo del Theremin - il più antico strumento elettronico esistente, regalato a Gottardi dal francese musicofilo Bruno Cassan Koideneuf, presente nell’occasione -, che permette di realizzare la connessione tra passato, presente e futuro.
Entrambe le band hanno approfittato del concerto per pubblicizzare le loro novità discografiche marchiate Black Widow Records, e per quanto riguarda i R.T. è stata questa l’occasione per l’anteprima di “MULTIVERSAL MATTER”, rilasciato proprio il 22 novembre.

Come raccontato dai protagonisti a fine performance…  MULTIVERSAL MATTER” tratta di un viaggio negli stati della materia di universi multipli. Il viaggio è concepito come nella Divina Commedia con un Viaggiatore e il suo accompagnatore. Il viaggiatore è chiunque di noi e il suo accompagnatore, in questo caso è “IL GUARDIANO DELLA SOGLIA. In questo caso viene concepito il multiverso come un insieme di universi che coesistono nello stesso momento temporale e nello stesso spazio, creando multi-spazi e multi-tempi che si avvolgono come le spire di infiniti serpenti. La materia dei multiversi passa da essere solida (coagula) ad essere etere (solvet) ed ogni universo contiene questa infinita materia.
Dal punto di vista tecnico, si tratta di un ulteriore passo in avanti nella ricerca sonora di Runaway Totem, dove viene sperimentata l'accordatura con l'intonazione del LA a 432 Hz (come auspicava Giuseppe Verdi) invece che a 440 Hz.

Il set dei Runaway Totem non prevedeva spazio per la parola, e credo possa essere considerata un’interessante esperienza di vita, di quelle a cui non è necessario applicare etichette, perchè coinvolgente e spiazzante, bisognosa di concentrazione diffusa, tra video tendenti alla psichedelia e sonorità capaci di provocare scossoni fisici, con la voce utilizzata come strumento, alla ricerca, a volte, delle frequenze registrate direttamente dalla corde vocali, toccando il cuore come solo Demetrio Stratos sapeva fare, un “maestro della voce” che viene omaggiato con la storica “Pugni chiusi” - brano simbolo dei Ribelli di Stratos.

Dimensione onirica, spaziale e fantascientifica si uniscono per dar vita al viaggio di Runaway Totem, quel corso a cui hanno partecipato i fortunati presenti.


Sono le 23,30 quando Il Segno del Comando entra in gioco, con la formazione attuale che è la seguente: Riccardo Morello (voce), Diego Banchero (basso), Roberto Lucanato (chitarra), Davide Bruzzi (chitarra e tastiere), Beppi Menozzi (tastiere) e Fernando Cherchi (batteria).

Band genovese nata nel 1995, ha al suo attivo quattro album - tutti targati Black Widow Records -, e nell’occasione presenta in toto il primo, omonimo, appena ristampato, sia in vinile che in CD, con l’aggiunta di alcuni brani inediti registrati all’epoca.
Di questo disco, e di quello dei Runaway Totem, si occuperà MAT2020 prossimamente, e mi limito a descrivere il profumo del loro concerto, con l’ausilio di una trentina di minuti di video.

Ho evidenziato la formazione attuale perché sul palco si sono susseguiti momenti diversi, che hanno sollecitato la memoria dei presenti, pezzi di vita che si rinnovano, ricordi e suoni che non possono essere accantonati.

E così a un certo punto si mischiano le carte ed entrano in scena ospiti che in realtà sono parti pregresse della band, elementi storici che fornisco lustro al concetto di incontro musicale. Mi riferisco a: Matteo Ricci (chitarra), Gabriele Grixoni (chitarra) e Carlo Opisso (batteria).
Cambiano gli ingredienti ma la miscela resta invariata, una forte trama basica di prog con influenze jazz-rock che sono caratteristica indelebile della band, con reminiscenze che si rifanno a d un dark sound tradizionale.

Il pubblico gradisce incondizionatamente, stemperando la tensione emotiva creatasi con i Runaway Totem, gradendo l’alternanza tra rigore avanguardistico e una buona dinamicità.
Non meno vincente - e convincente - l’episodio che ha visto protagonista il frontman della Fungus Family, Dorian Mino Deminstrel, scatenato nel brano “Il Calice dell'Oblio”.

Questa la scaletta del concerto…


Anche per loro parla la musica, in una serata perfettamente riuscita, più forte del meteo contrario, quello che, ormai tutti lo sanno, detesta il prog!



venerdì 22 novembre 2019

Lorenzo Piccone alla Ubik di Savona: presentazione album "Wanderings"


Lorenzo Piccone presenta ufficialmente il suo secondo album, “Wanderings”, rilasciato nel mese di ottobre, e sceglie la Ubik di Savona, come accadde per il disco di esordio.
Ho scritto diffusamente del nuovo progetto, e il mio commento e l’intervista all’autore sono fruibili al seguente link:


Rispetto all’incontro dello scorso anno Piccone si presenta con un assetto musicale contenuto - una Gibson elettrica e una chitarra hawaiana, il tutto condito da numerosi effetti - ma sufficiente per proporre brani tratti da “Wanderings”, con tanto di divagazione strumentale finale.

Gli incontri di questo genere miscelano i suoni e alle parole, e nello scambio di battute è emersa totalmente la genesi e l’iter realizzativo dell’album, così come la progressione personale di un grande musicista, che arrivato ai trent’anni si è ritrovato a registrare un album nei mitici Studios della RCA, nel luogo sacro per il folk, Nashville.
Caratteristica del nuovo lavoro è la totale presenza di musicisti statunitensi, con l’unica concessione a Lisa Rossi - cantante e autrice -, presente alla Ubik, e protagonista di un duetto con Piccone che propongo a fine articolo.


Storie di vita, tra cambiamenti e azioni coraggiose… storie di speranza, tipiche della gioventù… esempi positivi, sicuramente catturati dal numeroso pubblico presente, nonostante le avversità atmosferiche.

Rimangono nell’aria due concetti, quello utilizzato per pubblicizzare l’album, “Lorenzo Piccone, un italiano a Nashville”, argomento suggestivo, forse un tempo sognato, ma oggi divenuto realtà; e poi il secondo, uscito dalla bocca di Lorenzo tra una parola e l’altra: “La musica crea dipendenza!”.
Che altro aggiungere se non ascoltare un po’ di musica!




mercoledì 20 novembre 2019

Big One, The Voice and Sound of European Pink Floyd Show presents: "A Saucerful of Secrets Songs"


I Big One rappresentano il più famoso tributo italiano ai Pink Floyd, e la loro attività, da molti anni, si è estesa alla zona europea.
Sono stato più volte testimone diretto dei loro concerti - documentati nei miei spazi - che sono sempre contraddistinti da un sicuro sold out.

La musica dei P.F. è ancora tra le più amate, e la sua riproposizione è quasi sempre garanzia di gradimento, ma la perfezione esecutiva dei Big One ha a che fare con lo studio profondo di un repertorio molto vasto, che la band propone diverso, anno dopo anno, e che comprende gli aspetti visual e artistici nel senso più ampio.

Non esiste sosta, l’attività è suddivisa nell’arco dell’anno, e ogni appuntamento si trasforma in successo di pubblico: tutto ciò non può essere casuale!
La fine del 2019, e buona parte del nuovo anno, vedranno la band veronese impegnata in vari teatri italiani e in un tour europeo molto nutrito. Di entrambe le situazioni è visibile il dettaglio nel proseguimento dell’articolo.
Per saperne di più e per fare il punto della situazione, ho chiacchierato con il leader della band - chitarrista e vocalist - Leonardo De Muzio.



L’ultima volta che ci siamo visti è stato in occasione del vostro ultimo concerto al Priamar di Savona, nell’estate del 2018: cosa puoi raccontare a proposito del vostro percorso, da quel momento ad oggi?

Da quella famosa estate abbiamo ancora più affinato il tiro; ci siamo messi sotto molto più di prima, non lasciando niente al caso, cercando sempre di cogliere l’essenza di questa musica che molto umilmente riproponiamo. Ognuno di noi ha studiato e studia costantemente per riproporre ogni nota così come è stata pensata, utilizzando gli stessi suoni e strumenti con cui i brani sono stati creati. Un lavoro ambizioso e minuzioso, fino al più piccolo particolare che il pubblico ormai, da diversi anni, ci riconosce.

Ci sono stati altri aggiornamenti alla formazione? Puoi ricordare chi sono i componenti attuali, senza dimenticare chi non suona ma è parte integrante dell’entourage?

I componenti, da qualche anno per fortuna, sono sempre gli stessi. Siamo ormai come una grande famiglia, un gruppo di persone affiatate che guarda nella stessa direzione; a parte me, che come sai mi occupo della direzione musicale, suono la lead guitar e canto, abbiamo Luigi Tabarini al basso e alla voce, Stefano Righetti, alle tastiere e alla voce e il grande, non soltanto fisicamente, Straimo, (Stefano Raimondi) alla batteria e alle percussioni. I guest sono invece Marco Scotti ai sax e a darmi una mano alle seconde chitarre, Debora Farina, che è ormai con noi da quasi 10 anni, come backing vocals e, una new entry, Pamela Perez, strepitosa e calda voce, come seconda corista. Per quanto riguarda il lato tecnico, abbiamo come sempre l’amico Giampaolo Ferrari agli effetti video e aiuto luci, Moreno Piccoli come ingegnere del suono più una serie di altri tecnici che ci seguono durante il tour. Lista lunga da ricordare!

Ogni anno presentate un nuovo progetto legato ai Pink Floyd: cosa state proponendo in questo fine 2019, e cosa è previsto per l’anno che sta per arrivare?

Quasi ogni anno aggiorniamo il repertorio. Sai, quello dei Floyd è talmente vasto che ci possiamo permettere di aggiornarlo per buona parte della durata della scaletta. Quest’anno portiamo in giro un po’ di brani dei Pink Floyd, dal loro esordio fino a “A Sacerful of secrets” del 1969. Abbiamo intitolato il tour “A Saucerful of Secrets Songs”. In realtà, a parte un paio di brani di quell’album, riproponiamo anche pezzi antecedenti e successivi, intervallati, anche con brani più recenti. Cerchiamo di accontentare - rimanendo nel tema del titolo dello spettacolo - anche chi conosce solo i brani per cui i Floyd sono diventati famosi. Si tratta proprio di uno scrigno di canzoni segrete che però non intendo rivelare.

La vostra assidua attività live, in Italia e in Europa, vi permette anche di avere il polso della situazione sul ruolo che attualmente può interpretare certa musica, nuova e antica: quali sono le tue sensazioni?

Ma, personalmente non ascolto molto la “musica nuova”. Purtroppo, penso che le radio, almeno quelle nazionali e non solo, non trasmettano “musica nuova”. La musica attuale, quella che passano le radio appunto, è priva di melodia. Il più delle volte si tratta di musica fatta con “Drum Machine”, tipo anni ’80. Solo un insieme di pattern senza un vero filo conduttore, senza una melodia. Solo rumori, per meglio dire. Non sono interessato a tutto questo. Non mi sembra ci siano idee innovative, dopotutto. Credo che questo sia il motivo per cui certe tribute band riscuotono molto successo. La gente desidera ascoltare la musica con la M maiuscola, come quella che facciamo noi.

Mi parli del prossimo tour locale dedicato ai teatri italiani?

La nostra agenzia, con la quale collaboriamo ormai da più di tre anni, ci trova sempre delle location nuove e belle. Quest’anno siamo partiti dall’auditorio di Trento e andremo un po’ in giro per l’Italia da Nord a sud. Queste le date:

10 Gennaio Milano Blue Note
16 Gennaio, Modena Teatro Storchi
25 Gennaio, Pinerolo (TO)
21 Febbraio, Mestre Teatro Torco
22 Febbraio, Vicenza Teatro Astra
28 Febbraio, Ferrara Teatro Nuovo
29 Febbraio, Varese Teatro Openjobmetis
27 Marzo, Pescara Teatro Massimo
28 Marzo, Pesaro Teatro Sperimentale
03 Aprile, Belluno Teatro Comunale
14 Maggio Torino, Teatro Altieri
25 Ottobre Milano Tetro dal Verme

Come è andata la prima tappa a Trento, all’Auditorium Santa Chiara?

È stato un successo, teatro pieno, gente assetata di musica floydiana che noi, con molto rispetto, riproponiamo.

Cosa puoi dire invece del tour europeo che vi vedrà impegnati in Nord Europa nei prossimi giorni?

Che dire… effettivamente siamo l’unico gruppo italiano a suonare questo genere nel Nord Europa, e questo ci lusinga molto. È il sesto anno che ci chiamano. Siamo diventati un vero riferimento in quei paesi li, molto diversi dall’Italia, dove la gente conosce molto più in profondità la musica dei Pink Floyd, non vuole ascoltare solo le hit e ama i brani meno conosciuti.

Come giudichi, a distanza ti tempo, l’avventura dei Big One?

Non mi rendo conto del tempo che passa… sembra di aver iniziato ieri e invece sono già passati quasi quattordici anni… quattordici anni bellissimi e in continua evoluzione.

Esiste una “materia Pink Floyd” che ancora non avete toccato e che vorreste affrontare nel futuro?

Guarda, esiste sempre un modo migliore e più vicino a quello che vogliamo fare. Col passare degli anni miglioriamo sempre il repertorio, per qualità e particolari aggiunti. Ci atteniamo, diversamente da tante cover, alla vera essenza del gruppo inglese, ai loro migliori live, ai veri Pink Floyd, quello per cui la band è conosciuta.

Precisione, fedeltà rispetto al modello primario, amore per la band, aspetti visual, tecnologia applicata… aggiungi tu… cosa fa dei Big One la band italiana più “vicina” all’originale?

La passione che ci mettiamo nel fare ciò che proponiamo al pubblico italiano ed europeo.
Non basta rifare le stesse note per essere una tribute o una cover band. Oggi ci provano in tanti, hanno capito che c’è un buon ritorno, anche economico, ma ahimè, pochi ci riescono…
Devi averla dentro quella musica e, noi, modestamente l’abbiamo!


Big One, The Voice and Sound of European Pink Floyd Show presents:
"A Saucerful of Secrets Songs"

26/11 @ Melkweg, Amsterdam

27/11 @ Patronaat, Haarlem

28/11 @ De Helling, Utrecht

 29/11 @ De Spot, Middelburg

30/11 @ De Pul, Uden

1/12 @ Mezz, Breda

IMMAGINI DI REPERTORIO