domenica 17 novembre 2019

Nel ricordo di John Glascock



Il 17 novembre del 1979 ci lasciava John Glascock, giovane bassista dei Jethro Tull, mancato a 28 anni per problemi di cuore.

A lui tempo fa avevo dedicato il seguente post…

Solo da pochi giorni sono entrato in possesso di un DVD raro e prezioso, realizzato da “Itullians”, da un’idea di Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza.
Sto parlando di una testimonianza tesa a commemorare John Glascock, mitico bassista dei Jethro Tull per quattro anni, nel trentennale della sua morte dovuta a problemi cardiaci.
Il video era già stato proiettato alla Convention di Alba, qualche mese fa, ma l’atmosfera festaiola del momento mi aveva impedito di apprezzarlo a fondo.
Nel 2002, in occasione dell’uscita rimasterizzata di “Too old to Rock’n Roll: Too Young to Die”, prima registrazione di John con i Tull, Ian Anderson aveva dichiarato:
“...ricordo John al suo apice in quei primi giorni del suo breve periodo con noi, pieno di entusiasmo e interesse per la musica e per la vita, così è a lui che vorremmo dedicare questa edizione rimasterizzata dell'album.”

John nasce a Islington il 2 maggio del 1951 e la sua avventura come bassista dei Jethro Tull (dal 1975 al 1979) terminerà a Londra, il 17 novembre.
Inizia la sua carriera prestissimo: a soli 11 anni entra nei The Juniors, un quintetto che comprendeva anche il futuro Stones Mick Taylor. Successivamente suonerà con The Gods, Head Machine, Toe Fat, Chicken Shack e Carmen. E’ proprio con I Carmen, spalla ai Jethro durante un tour, che John si avvicinerà al mondo di Anderson e soci, imponendosi per il suo stile bassistico imponente e per la sua voce melodica.
Prese il posto di Jeffrey Hammond Hammond, più pittore che musicista, e suonò in cinque album:
Too Old to Rock’n Roll:Too Young to Die (1976), Songs from the Wood (1977), Heavy Horses (1978), Stormwatch(1979), più il fantastic live Bursting Out (1978).

Le prime serie avvisaglie dei suoi problemi cardiaci sorsero durante il tour europeo di Heavy Horses, nel 1978, e fu così momentaneamente sostituito dal bassista Tony Williams per l'imminente tour che seguiva l'uscita dell'album. Si scoprì che un'infezione a un dente aveva colpito il cuore, danneggiando una valvola già debole, condizione ereditata alla nascita dal padre. Fu necessario un intervento per rimpiazzare la valvola danneggiata, ma Glascock non si riprese mai completamente. Anzi, le condizioni peggiorarono notevolmente durante le registrazioni dell'album Stormwatch (nel quale è presente in solo tre tracce mentre nelle altre è lo stesso Anderson a suonare) e questo causò il suo definitivo abbandono. Fu rimpiazzato da Dave Pegg e il 17 novembre 1979, a soli 28 anni, morì a causa di un rigetto della nuova valvola.

Nel DVD ci sono stralci di John on stage, ma vorrei sottolineare il primo, quello in cui suona con i Carmen, perché mi piace immaginare che sia stato quello il momento chiave della sua breve vita artistica.
Carmen nacque a Los Angeles a per opera del chitarrista David Clark Allen e della sorella Angela, nel 1970, e fu un perfetto esempio di unione tra la nascente corrente di progressive e il flamenco.
Il gruppo, dapprima formato da sette elementi, non trovò successo negli USA, così, nel 1973 gli Allen, si trasferirono a Londra con una formazione rinnovata e ridotta che ora comprendeva anche il futuro Glascock. Qui registrarono i loro tre e unici album. Nell'estate 1973 uscì il loro disco d'esordio, Fandangos in Space e nel febbraio del 1974 Dancing on a Cold Wind. Dopo l'uscita del secondo album, partirono per un tour negli Stati Uniti, nel quale suonarono con artisti del calibro di Santana, Rush, ELO e Golden Earring,e per tre mesi aprirono i concerti dei Jethro Tull.
Nel 1975 uscì il loro terzo album The Gypsies, ma subito dopo a John Glascock venne offerto di sostituire Hammond nei Tull e sposò Angela Allen, accettando la proposta professionale.
Così i Carmen si sciolsero e… nacque la leggenda!


Qualche anno fa mi è capitato di vedere e sentire il suono del basso di Glascock, acquistato da un italiano:
era il settembre del 1996 e sul palco di Novi Ligure, assieme a Anderson, Cornick, Bunker e Pegg, presente e passato dei Jethro Tull, c’era anche un pezzettino di John. E i fan sanno apprezzare certi risvolti sentimentali!


sabato 16 novembre 2019

Assolo di Gianni Leone

Una chicca.
Assolo di "INTRODUZIONE" (tratto da YS del Balletto di Bronzo).
Registrato dal vivo da Gianni Leone all'organo Hammond C3 al Centrale del Tennis.
Roma, luglio 2003.







giovedì 14 novembre 2019

“Emotion, Love & Power-L’epopea degli Emerson, Lake & Palmer”, il libro di Fabio Rossi


EMOTION, LOVE & POWER
L'EPOPEA DEGLI EMERSON, LAKE & PALMER
CHINASKI EDIZIONI

Fabio Rossi arriva al terzo libro e, come accaduto nel caso della biografia di Rory Gallagher, seguendo le proprie passioni prova a colmare un vuoto informativo. Scrivere di Emerson, Lake & Palmer appare sulla carta più agevole ma, come spiega l’autore stesso nell’intervista a seguire, mancava un sunto organizzato, quello che è contenuto in “Emotion, Love & Power-L’epopea degli Emerson, Lake & Palmer”.
Due anni di lavoro hanno portato alla stesura di un testo esaustivo, che indaga la storia di ogni componente e permette di toccare band storiche di cui gli ELP, singolarmente, hanno fatto parte, delineando di fatto il passaggio storico verso il mondo della musica progressiva.
Documenti, cronologia degli eventi, immagini storiche, testi tradotti… tutti ingredienti che permettono di fornire un’immagine completa di un’era, di una band, di un pezzo della nostra storia.
Ad impreziosire il book, la prefazione a cura di Vittorio Nocenzi, che con quel mondo e con quei “personaggi”, ebbe a che fare per motivi professionali e non.
Nel corso del nostro scambio di battute emergono tutti gli elementi utili per affrontare una lettura che farà felici i seguaci della band, ma si propone come interessante per chiunque abbia vissuto quel periodo o per chi, lontano da quei giorni per elemento anagrafico, volesse saperne di più.
Keith Emerson e Greg Lake, purtroppo, non sono più tra noi, ma la loro musica resta una testimonianza incancellabile, che è entrata a pieno titolo nella storia.
Raccogliere vite, umori e avvenimenti, cogliendone l’essenza, è il grande merito di Fabio Rossi.


Da dove parte l’idea di scrivere un libro sugli ELP, successivo a quello dedicato a Rory Gallagher, quindi un argomento molto differente?

Ho sempre desiderato scrivere un libro sugli ELP perché è stato il primo gruppo rock di cui mi sono innamorato, ancor prima dei Led Zeppelin, Deep Purple, Genesis ecc. ecc… Sapevo che la tematica sarebbe stata complicata e lo dimostra il fatto che in Italia non è stato mai scritto un libro che tratta organicamente tutta la loro storia umana e artistica, comprese le carriere soliste e il periodo pre-ELP. Quindi, dopo essermi cimentato in una storia del prog, con prefazione di un certo Athos Enrile (lo conosci?), che ha avuto un ottimo riscontro, e nella fortunata biografia di un grande chitarrista come Rory Gallagher, era giunto il momento di affrontare l’argomento che mi è stato dentro al cuore sin dal primo momento in cui mi sono dedicato alla saggistica musicale.  

Scrivere qualcosa di nuovo a proposito delle leggende del rock parrebbe cosa ardua: che cosa pensi possa dare il tuo scritto come valore aggiunto?

Arduo è dire poco. Ad esempio, nel caso di Rory Gallagher il materiale a disposizione è esiguo e non fu facile finire il libro. Sugli ELP, di contro, c’è parecchio in giro ma è tutto da “organizzare”, e varie parti della loro storia risulta frastagliata e va analizzare con la dovuta attenzione. Tieni anche conto che si trovano informazioni contradditorie e tanto lavoro è stato fatto per risalire a quelle più corrette e veritiere. Il valore aggiunto del mio libro può essere riscontrato nel fatto che sinora nessuno ha inteso affrontare la saga degli ELP mentre si continua a scrivere una pletora di libri sui Pink Floyd e Genesis… beh ci ho pensato io a colmare la lacuna… qualcuno doveva farlo prima o poi…  

Su quali fonti ti sei basato per realizzare il tuo progetto?

Sono un’infinità: biografie e autobiografie in lingua inglese, saggi sul prog anche stranieri, riviste di ogni epoca, sia italiane che estere, siti ufficiali e non (solo quelli più affidabili), gruppi facebook e testimonianze di persone che hanno assistito a concerti o incontrato i componenti del gruppo.

Parliamo del book e della sua suddivisione in capitoli: che logica hai voluto seguire nella stesura?

In un primo momento volevo limitarlo agli anni d’oro, ovvero fino alla pubblicazione del triplo live “Welcome Back My Friends” … del 1974), un po’ sulla falsa riga del bel saggio Jethro Tull 1968-1978 – The Golden Years uscito nel 2018 di Giuseppe Scaravilli, l’autore della postfazione al mio libro. Poi mi sono detto: “Ma perché non raccontare tutto sin dall’inizio, anche quello che è accaduto dopo sia come ELP che singolarmente o come membri di altre band?”. E così è uscito fuori un lavoro più corposo rispetto ai miei due precedenti libri. I primi capitoli sono dedicati a ognuno dei tre fino alla formazione degli ELP. Si approfondiscono, pertanto i Nice, i primi King Crimson, gli Atomic Rooster e tanto altro ancora. Poi ho affrontato i primi passi della band, tutti i dischi pubblicati fino a “Love Beach” e al susseguente scioglimento. Ho raccontato le vicende degli ELPowell e dei 3, la collaborazione di Lake con Gary Moore, la reunion, il nuovo scioglimento e il resto della carriera del trio fino alla prematura morte di Emerson e Lake avvenute nel 2016. È rimasto solo Palmer che ancora gira il mondo a proporre la musica degli ELP con un trio basato sulla chitarra elettrica in luogo delle tastiere. A lui è dedicato il finale del libro.


Quali sono le maggiori difficoltà che hai trovato nel percorso? Quanto tempo ci è voluto, dal parto dell’idea alla realizzazione completa?

Ci ho messo due anni di lavoro e le difficoltà più grandi le ho affrontate nel dover ricostruire la storia dei tre dopo “Love Beach”, insomma la parte se vogliamo meno considerata ma che andava raccontata con la stessa meticolosità del resto del libro.

Nella prima parte del libro i tre protagonisti sono “trattati” singolarmente e la loro storia viene analizzata nei dettagli: che idea ti sei fatta di loro, dal punto di vista umano?

Emerson era appariscente sul palco, ma in realtà era molto riservato, quasi timido, e si portava dietro problemi legati a una adolescenza vissuta in casa a suonare con pochissime relazioni con i coetanei. Ha riversato tutto nella musica e quando non lo ha potuto fare più a causa della malattia degenerativa che lo colpì alla mano destra si è suicidato. Lake era un pignolo, con il desiderio di avere il controllo della situazione, sia musicale che manageriale, ed era l’ago della bilancia del gruppo tra due tornadi della musica. Innamoratissimo della moglie Regina, credo che abbia saputo gestire alla perfezione la sua carriera professionale con il menage familiare. Palmer è un po’ come Emerson, la musica su tutto, ma molto concreto nelle sue scelte e meno male visto che suona ancora da Dio!

Recentemente Gianni Nocenzi si è espresso a proposito di Keith Emerson e la prefazione del libro è ad opera del fratello Vittorio: che cosa emerge nel tuo scritto del rapporto tra ELP e i musicisti italiani, dai seventies in poi?

Il rapporto era ottimo, c’era stima reciproca e lo dimostra il fatto che sia PFM che Banco furono scritturati dalla Manticore, l’etichetta fondata dagli ELP. La prefazione di Vittorio al mio libro è un’eloquente testimonianza di quanto affermo. Ci sono anche state occasioni in cui i musicisti hanno suonato insieme in jam improvvisate, Emerson con Vittorio Nocenzi, Emerson con Flavio Premoli, Lake con il Banco. Non mancavano, insomma, momenti di confronto e di condivisione, anche con Le Orme che hanno incontrato gli ELP la prima volta nel dicembre 1971 a Londra.

Qual è stato a tuo giudizio il maggior pregio legato alla musica di ELP?

L’aver ricercato soluzioni nella musica europea piuttosto che in quella americana. Lo avevano fatto prima di loro sia i Nice che i King Crimson dove, peraltro, militavano rispettivamente Emerson e Lake e non è di certo un caso. E poi c’è stata la voglia di spingersi sempre più in là, talvolta osando anche troppo, vedi il tour con l’orchestra, ma sempre per soddisfare soprattutto esigenze artistiche e di rispetto verso i fan.


Non solo musicisti stratosferici, ma creatori di trame musicali uniche: pensi che la loro musica potrebbe attecchire anche con le nuove generazioni?

Domanda difficile. In un’epoca in cui domina la mancanza di idee e la ricerca di soluzioni facili, appare quasi impossibile proporre trame sonore complesse ed avere al tempo stesso l’attenzione del pubblico, sebbene ci siano gruppi come i nostrani Barock Project che riprendono il loro insegnamento con grandi risultati.

La presentazione ufficiale del tuo libro avverrà il 21dicembre, in luogo magico, all’interno di una rassegna che vedrà la presenza di buona parte della “famiglia ELP”: puoi raccontare qualche dettaglio?

Il tutto è nato dall’interessamento di Paola Tagliaferro che ha letto in anteprima il mio libro e si è convinta che meritassi di partecipare all’evento, all’epoca solo abbozzato, denominato 2^ Art In Progress Event Tour - In Memory Of Greg Lake, che avrà luogo in Palmanova (Udine) il prossimo 21 dicembre. Dopo la mia presentazione, che si svolgerà alle 11,00 presso la sede del Comune, seguirà in serata al Teatro Gustavo Modena l’atteso concerto di Ethan Emerson e di Paola Tagliaferro & La Compagnia dell’Es. Per me sarà un grande giorno e condividere la manifestazione in onore di Lake con le madrine Regina Lake ed Elinor Emerson, sarà una delle esperienze più belle della mia vita!


PER NON DIMENTICARE...

mercoledì 13 novembre 2019

Lorenzo Piccone-“Wanderings”


È da poco uscito il secondo album di Lorenzo Piccone, poliedrico musicista ligure che, a distanza di un anno e mezzo dal debutto discografico, “Soul Searching”, propone oggi “Wanderings”, un progetto completamente americano, registrato nei mitici “studios” della RCA, a Nashville.
Il comunicato utilizzato per pubblicizzare il nuovo lavoro ha un titolo significativo: “Lorenzo Piccone, un italiano a Nashville”, denominazione degna di un film, e la sua storia appare proprio materia da divulgare, perché rappresenta un esempio concreto di cosa voglia dire perseguire una passione rinunciando ad una strada probabilmente più semplice, abbandonando ogni certezza e rischiando in proprio; certo, un rischio calcolato, quello che solitamente affrontano le persone intelligenti, quelle che pensano ad un obiettivo da realizzare in un tempo definito, tanto da non avere rimpianti nel corso dell’esistenza.

La chiacchierata a seguire, realizzata davanti ad un caffè con la panna, mi pare icastica, utile per comprendere gli aspetti oggettivi che caratterizzano “Wanderings”, essenziale per capire il musicista, il ricercatore, la persona.
Le note ufficiali segnalano quindi una registrazione “nobile”, in uno stato americano -, il Tennessee - in cui la musica, quasi sempre, prende una direzione precisa, negli studi che hanno visto il passaggio di miti senza tempo come Elvis, Roy Orbison e Dolly Parton.
Anche la produzione "inusuale" è frutto di varie componenti, perché non si arriva così, per caso, nel luogo simbolo del country, e si decide di “fare il disco” contornandosi di soli musicisti locali, nel tempio del professionismo. È lo stesso Piccone che racconta a seguire come una serie di circostanze favorevoli - e un duro lavoro - abbiano indotto un’imprenditrice musicale americana ad investire su di lui e sulle sue idee.

Dal comunicato si evince che: “Il disco è stato prodotto dalla “Eddie and Justy Productions” di Eddie Gore, Justyna Kelley e Juan Contreras, e pubblicato via “SoundArt Recordings”.
Dunque, la pletora di sessionmen è totalmente locale, con una star che propone il suo cameo, Steve Cropper - conosciuto soprattutto per la militanza nella soul band Booker T. & the MG's e per la partecipazione al film “The Blues Brothers”, nel 1980, uno dei musicisti che di più ha contribuito allo sviluppo del cosiddetto Memphis Sound - socio dello studio in cui “Wanderings” è stato registrato.
In realtà esiste una pillola di Italia, una cantautrice savonese tutta da scoprire, Lisa Rossi, autrice di alcuni testi e protagonista vocale, sia come solista che come corista.
Occorre sottolineare come non sia né facile né scontato ritagliarsi uno spazio nei luoghi in cui il blues, il jazz e il soul sono nati, il pubblico e gli addetti ai lavori vanno conquistati superando prove sul campo che devono profumare di genuinità. Lorenzo Piccone ha acquisito questa sorta di patente e, nell’occasione, ci presenta dieci brani, quelli che compongono “Wanderings”, e propongo a fine articolo il video di “A place so high”, rappresentativo dell’attuale Lorenzo Piccone, sempre più calato nel ruolo di rocker d’oltreoceano.

Apre “Green House”, con l’intervento chitarristico di Cropper, un’atmosfera tipicamente country e un motivo che rimane impresso nella mente.
Segue “Somethin’ New”, tre minuti di perfetta colonna sonora da viaggio americano, con virtuosismi chitarristici controllati, qualità a discapito della quantità.
Lazy Lisa” è una ballad tipica del genere così come “Startin’ All Over Again” segue il modello del country “delicato”.
Find The Way” appare come brano più “europeo” e di sicuro appeal, con un passaggio tra le voci di Piccone e Lisa Rossi, che dà saggio del suo magico timbro espressivo.
It’s All Worthwhile”, brano compassato e riflessivo, precede la già citata “A place so high”, una potenziale hit.
Red Harbor” è traccia intimistica, dal gloomy mood, mentre con “Magic” si incrementa la suggestione da ascolto che precede la conclusiva “Wandering”, la perfetta fermatura del cerchio, la fine momentanea del girovagare di Lorenzo Piccone, che utilizza James Taylor per il commiato.
Eh sì, quello che l’autore ci racconta è il suo primo viaggio con bilancio annesso, l’andare in cerca della via maestra e raccontare il tutto attraverso l'arte musicale, fatta non solo di ciò che normalmente caratterizza un cantautore - comporre e proporre sé stesso - ma anche di ricerca spinta e continua, tra tradizione e modernità, tra ortodossia e novità nascoste in ogni angolo della nostra terra.
Le sue parole, nelle prossime righe, ci aiutano a capire quello che normalmente non emerge dal solo ascolto, ma “Wanderings” colpisce anche in assenza di didascalie, scorre piacevole e cangiante, e ci regala un pezzo di America, materiale per sognatori, musicisti, viaggiatori con o senza meta.
L’obiettivo di Lorenzo Piccone è invece nitido, e l’augurio è che riesca a trovare la sua dimensione senza allontanarsi troppo dalla sua terra.


Raccontami tutto del tuo nuovo disco…

Il titolo dell’album è “Wanderings”, nove canzoni inedite più la cover di un brano tradizionale; il mio è un “girovagare” tra folk, rock e blues, utilizzando principalmente la chitarra acustica a cui ho aggiunto alcuni strumenti più etnici.
È un lavoro molto “americano” visto che è stato finanziato in loco, prodotto e registrato a Nashville, e ha visto il coinvolgimento esclusivo di musicisti americani; sono partito da casa con ventidue canzoni pronte e alla fine ne abbiamo scelte nove, quindi ho già materiale per un altro album!

Soddisfatto della riuscita?

Molto, anche se a distanza di tre mesi dall’incisione di una canzone, risentendola, vorresti modificarla! Come ti dicevo sono dieci brani cantati con stampo folk e country, alcuni scritti in collaborazione con la cantautrice Lisa Rossi - unica italiana che compare su  “Wanderings” -,  registrato alla RCA,  e rilevo con orgoglio che sono il primo italiano a mettere il piede in quegli studi in cui registrarono Elvis Presley e Johnny Cash… questo non fornisce valore aggiunto al disco, ma è per me gratificante pensare che a farlo sia uno che arriva da Albissola (provincia di Savona N.d.r.), fatto bizzarro che mi fa pensare al profondo cambiamento che è avvenuto nella mia vita negli ultimi anni, con il passaggio da un lavoro ben saldo in azienda ad una attività che, pur presentando molte incognite, mi permette di coltivare la mia passione musicale.

Come sono andate le cose dal punto di vista prettamente tecnico?

È stato importante utilizzare quegli studi proprio a livello di possibilità di tipologia sonora, con registrazione in presa diretta e qualche sovraincisione, quindi la sezione ritmica ha visto i musicisti tutti assieme in una stanza e ne è uscito fuori un suono moderno, vivo, perché non è la somma di singole registrazioni, ma in questo modo emerge l’idea di band al lavoro. Avevo provato a registrare gli stessi pezzi in Italia, ma devo dire che laggiù hanno proprio una filosofia diversa, e sono specializzati nel country, bluegrass, con l’abitudine all’utilizzo delle chitarre acustiche e della conseguente microfonazione.

Quindi quanti sono i musicisti che hanno partecipato, oltre e te e Lisa Rossi?

Due chitarristi, un bassista, un batterista, un pianista, un mandolinista, e poi un ospite speciale presente nel primo brano, sto parlando del grande Steve Cropper (chitarrista, compositore e paroliere statunitense, conosciuto soprattutto per la sua militanza nella soul band Booker T. & the MG's e per la partecipazione al film The Blues Brothers nel 1980, ed è uno dei musicisti che di più ha contribuito allo sviluppo del cosiddetto Memphis Sound N.d.r.). Il tutto è avvenuto nel giro di un mese.

Qual è il tema dominante che scorre brano dopo brano… esiste una certa concettualità?

Il fil rouge che unisce i brani alla fine si trova sempre; in questo caso alla base ci sono le mie scelte di vita, quelle che mi hanno spinto a lasciare un percorso già tracciato - ovviamente  più semplice -, a vantaggio di un sentiero carico di incognite, e quindi parlo di normali problemi di vita, di amore, di rivincita, di rivalsa, di ricerca di sé stessi e della propria meta, senza crogiolarsi sulla facile sicurezza legata al mantenimento di uno status confortevole, ma cercando di soddisfare i propri sogni,  assimilando esperienze differenti alla ricerca della propria identità.

Tu l’hai trovata?

Non lo so se ho trovato la mia identità musicale, sarà il tempo a dirlo, ma se devo misurare tutto ciò con il prodotto finale, devo constatare che questo album è già più definito del precedente, anche nello stile, che nel primo disco profumava anche di jazz e di reggae, mentre questo è più cantautorale, influenzato dal luogo in cui è stato registrato. Se tutto avesse preso vita a New Orleans, ad esempio, sarebbe stato aperto verso molti altri orizzonti, ma essendo nato a Nashville non poteva che essere un album cantautorale con punte di blues strumentale; c’è anche un po’ di elettronica ma non si sente, io stesso quando ricevevo gli aggiornamenti (non ho presenziato alla fase di missaggio, per cui mi inviavano quotidianamente ogni avanzamento dei lavori), accompagnati dal: “senti che abbiamo aggiunto queste modifiche…”, sul momento facevo fatica a captare le news; magari c’era l’introduzione di una pulsazione di synth che andava ad incastrarsi con la cassa della batteria, magari erano gli stessi “colori”, ma con un taglio diverso, e il mischiare il tutto ha portato a risultati sorprendenti.

Hai trovato grosse differenze tra l’operatività tecnica americana e quella di casa nostra?

La grossa differenza sta nel fatto che, almeno nello studio di Nashville, vogliono che la canzone si regga in piedi “voce e chitarra”, cioè gli ingredienti principali, da soli, devono dare l’dea di ciò che sarà; dopodiché scelgono con molta accuratezza i tempi da usare, e anche le minime variazioni, quelle che magari al momento io ho fatto fatica a valutare come importanti, per loro sono fondamentali. La scelta accurata è anche quella sulle tonalità, ma direi che la differenza maggiore è proprio sul fatto che lì vogliono sentire il brano spoglio. Nel disco le tastiere le abbiamo aggiunte alla fine, ed è stato sorprendente vedere che chi ha suonato prima (basso, chitarra, ecc.) ha lasciato spazio per eventuali aggiunte, quindi hanno suonato togliendo anziché aggiungendo.
Ti faccio un esempio. C’è stato un momento, durante la registrazione di un pezzo, in cui ho chiesto di darmi più acuti nella chitarra, il tecnico è arrivato e mi ha girato il microfono in una direzione specifica e il risultato è stato che non mi ha dato più acuti, ma mi ha tolto dei bassi, quindi ha lavorato in sottrazione.

Come è andata con la pronuncia inglese? Su queste cose so che sono molto pignoli!

Questo è stato uno dei problemi più grossi a livello di registrazione. Avevo una ragazza che mi seguiva parola per parola, ed è stato molto stressante nei due giorni in cui ho registrato le voci, ma penso che la mia pronuncia sia migliorata, ora sono più cosciente di dove potrei sbagliare, anche se la fase live e quella “studio” sono cose completamente diverse. Quando registri il responso è implacabile perchè si sente sempre l’errore, e quindi questa è stata una parte per me difficilissima, mentre non lo è stato per Lisa che ha una pronuncia inglese incredibile e le sono bastati due take.

Come sei arrivato alla RCA?

Noi abbiamo registrato per RCA ma il disco è uscito per la “SoundArt Recordings”, piccola etichetta di Nashville di proprietà di una signora, Lelia Sinclair Baldassari, che ha finanziato il disco: l’avevo conosciuta in precedenza perché mi aveva sentito suonare con Carlo Aonzo due anni fa da quelle parti, e successivamente le avevo inviato il mio primo album, “Soul Searching”, che le è piaciuto e quindi si è detta disponibile ad aiutarmi per quello successivo. E poi ho scoperto che erano quelli gli studi a cui avevo mandato il disco sei mesi prima, e quindi mi conoscevano già. Lei è appassionata di musica, suo marito era un mandolinista famoso, l’italo americano Butch Baldassari, mancato nel 2009, e lei ha proseguito il lavoro nel campo musicale attraverso questa casa discografica che si occupa principalmente di musica acustica; quindi, è grazie a Carlo che ho avuto questi contatti… mi ha portato negli States la prima volta, abbiamo fatto concerti, ho fatto il disco, ho suonato in lungo e in largo conoscendo gente, e quando lei ha saputo del mio progetto mi ha voluto aiutare. 

Che progetti hai nell’immediato, oltre alla pubblicizzazione di “Wanderings”?

Ti elenco le due cose più “nuove e affascinanti": tre concerti in Iran con un violinista iraniano, sviluppatisi dopo che ho mandato materiale da ascolto, e poi a gennaio andrò a suonare in Australia con il Carlo Aonzo Trio.


Recorded at RCA Historic Studio C on Music Row, Nashville, Tennessee
Produced and Engineered by Eddie and Justy Productions: Eddie Gore, Justyna Kelley,
Juan Contreras
Mastered by Gentry Studer at Epicenter Mastering
Executive Producer: Lelia Sinclair Baldassari

Musicians:

Lorenzo Piccone: Vocals, Acoustic, Electric & Weissenborn Guitars
Steve Cropper: Special Guest, Electric Guitar on Track 1
Nathan Dugger: Electric Guitar on Tracks 2, 5, 7, 8 & 9
Devin Malone: Electric Guitar on Tracks 1, 3, 4, 6 & 10
Eric Montgomery: Bass, Keyboards and Programming
Justyna Kelley: Backing Vocals, Tambourine
Matt Combs: Mandolin on Tracks 5 & 10
Lisa Rossi: Vocals, Backing Vocals
Keio Stroud: Drums

SlocumHollowSongs,BMI is administered by
BMGPlatinumSongs,US






venerdì 8 novembre 2019

JUGLANS REGIA-"Memorie dal presente"


I JUGLANS REGIA propongono il loro nuovo EP, "Memorie dal presente" rilasciato da un paio di mesi. Questa la tracklist:
01. L’Imperdonabile
02. Maschere
03. Primo Istinto
04. Le Virgole Del Tempo
Siamo al cospetto di una band - toscana - di lungo corso, il cui inizio di attività risale al 1992.
Dopo una serie di cambiamenti avvenuti nel tempo, nel 2017 ricompongono la formazione che registrò il primo CD, “Prisma” (2002), e proseguono con rinnovato vigore sino alla realizzazione di questo nuovo progetto. A seguire propongo un sunto della loro storia.

"Memorie dal presente" propone una ventina di minuti di musica a cavallo tra rock e metal con spruzzate di prog, come da tradizione consolidata, quindi verrebbe naturale trovare similitudini con entità conosciute, ma credo sia raro trovare una ricerca così raffinata del significato lirico, non certo tipico per il mondo del rock in generale, e quindi mi soffermo su questo aspetto.

L’inserimento di testi così illuminati, a tratti poetici, non troppo ermetici, è azione vincente, perché riesce l’opera di evidenziazione spinta, nonostante la grande potenza sonora e ritmica messa in campo, una forza che potrebbe oscurare qualsiasi altro aspetto della loro musica.

Trainante il brano di apertura, “L’imperdonabile”, un sound martellante in cui si inserisce il virtuosismo chitarristico di Antonello Collini, con la voce di Alessandro Parigi che introduce concetti universali: “Imperdonabile nel cuore e per la gente lasciarsi abbattere senza ragione”, pensiero che, con il sottofondo “duro”, assume aspetto inusuale e fortificato.

A seguire “Maschere”, sezione ritmica sugli scudi (Massimiliano Dionigi al basso e David Carretti alla batteria) e giochi tastieristici (Lapo Martini) di prima qualità. Un fiume di emozioni provocato da dinamicità spinta e profondità di suono: “La musica… quel dolce incedere, rendono libera la verità, il tempo scorre fugace e limpido, lasciando tracce armoniche…”

Con “Primo istinto” i toni si abbassano e interviene una certa classicità che si miscela al rock più ortodosso, la melodia trova ampio spazio e l’elettrica diventa protagonista del brano più lungo dell’album: “Io sono il buio oltre la siepe, l’oscurità che fa paura, quella luce che risplende nello sguardo che ti ammira…”

A chiudere “Le virgole del tempo”, forse il pezzo più “spendibile” in un circuito di diffusione tradizionale, un rock incalzante che non da respiro e produce atmosfere che solitamente fanno parte del DNA di ogni rocker: “La nebbia non offusca i margini del foglio, nasconde e rende vane le mire del tuo sogno…”.

Un disco piacevole, con spunti di novità e una perfetta cura di tutti gli ingredienti necessari a un disco rock italiano.


Un po’ di storia della band.
JUGLANS REGIA – dal latino "noce reale" - è un progetto musicale che prese forma nei primi mesi del 1992 per iniziativa di Massimiliano (basso), Alessandro (voce) e David (batteria) e che ha visto avvicendarsi nel corso degli anni, attorno ai tre fondatori, vari tastieristi e chitarristi. Tra questi vanno menzionati l’attuale chitarrista Antonello, che in pratica ha sempre fatto parte del gruppo seppur con una pausa (inizio 1993 - fine 1996) e l'attuale tastierista Lapo Martini, che invece vi suonò ininterrottamente per 4 anni, da inizio 1999.
Fino al 1994 il gruppo si chiamava RAISING FEAR e proponeva heavy metal cantato in inglese; con la volontà di cantare "anche" in italiano fu scelto un nome neutro, né italiano né inglese, JUGLANS REGIA appunto.
Gli Juglans Regia hanno rilasciato nel corso degli anni diversi demotapes e tre CD, prendendo parte a numerose compilation, su cassetta e CD. Nel susseguirsi di queste registrazioni si nota la volontà del gruppo di cercare un suono sempre più personale, ferme restando le basi metal-rock di partenza.
Dopo l'uscita dell'ultimo CD "Visioni parallele" (2008) l'attività subì un brusco rallentamento, dovuto a varie cause (cambi di residenza, lavori fuori sede, un brutto incidente in moto, mancanza di voglia ecc). Di fatto le prove si interruppero definitivamente a fine 2009.
Nel 2017 gli JUGLANS REGIA sono rinati con la formazione che registrò il primo CD "Prisma" nel 2002.
A gennaio 2019 entrano in studio (FP Recording Studio di Freddy Delirio) per registrare 4 pezzi nuovi, dopo due anni di prove abbastanza regolari e alcuni concerti in zona. Il miniCD.
"Memorie dal presente" è disponibile da settembre 2019, in collaborazione con l'etichetta Loud n' Proud Records.

Line-up:
Alessandro Parigi – voce
Antonello Collini – chitarra
Lapo Martini – tastiere
Massimiliano Dionigi – basso
David Carretti – batteria
Discografia (Demotapes/CD):
Raising Fear – “The last Gate” (demotape – 1993)
Juglans Regia – “Juglans Regia” (demotape – 1995)
Juglans Regia – “Il sogno” (demotape – 1997)
Juglans Regia – “Sinusoide/Grigio” (demotape – 1999)
Juglans Regia – “Prisma” (CD – 2002)
Juglans Regia – “Controluce” (CD – 2005)
Juglans Regia – “Visioni parallele” (CD – 2008)
JUGLANS REGIA - "MEMORIE DAL PRESENTE" (CD - 2019)
Compilations:
Italian Devils Compilation 1 (tape – 1994)
A.K.O.M. Sampler 01 (tape – 1996)
A.K.O.M. Sampler 10 (tape – 1998)
Riff Raff Compilation Vol. 1 (tape – 1998)
ARGOS (CD – 1998)
A.K.O.M. Sampler 17 (tape – 1999)
Wild Compilation Vol. 3 (CD – 2002)
Radiation Noise Compilation Vol. 2 (tape – 2002)
Assalto All’Arma Bianca (mp3/CDr – 2003)
Maxima Tortura Compilation (CD – 2003)
AKOM-PILATION 1 (CD – 2004)
I Briganti-La Mappazza (2 CDr – 2006)
AKOM-PILATION 2 (CD – 2006)
Borberock IV Compilation (Cdr – 2006)
AKOM-PILATION 4 (CD – 2008)

domenica 3 novembre 2019

SERGIO PENNAVARIA - “HO PIÙ DI UN AMO NELLO STOMACO “



SERGIO PENNAVARIA - “HO PIÙ DI UN AMO NELLO STOMACO “
(Autoproduzione)

Sono passati circa otto anni dall’uscita di "Senza Lume a Casaccio nell’Oscurità”, album di esordio di Sergio Pennavaria, cantautore siciliano trapiantato in Liguria; sottolineo la terra di appartenenza perché alla fine dell’intervista realizzata a quei tempi il buon proposito per il futuro riguardava un ipotetico lavoro dedicato in modo specifico alle origini: le radici restano attaccate, qualunque sia il luogo in cui ci si trovi a vivere.



Il tutto è rimandato ad un terzo lavoro, probabilmente dialettale in toto, ma “Ho più di un amo nello stomaco”, album rilasciato nel maggio scorso, fornisce molti spunti interessanti e da condividere.
Anche in questo caso ho cercato di captare le idee di chi crea e, a posteriori, direi che sia questo il modo migliore per far emergere la profondità di pensiero di un artista che, nell’occasione, riesce a realizzare un concept album - fatto inusuale quando si parla di cantautorato - di cui non si può perdere neanche una tessera del puzzle, perché se è vero che ogni singolo brano può essere vissuto come elemento a sé stante, riuscire a godere del panorama completo è qualcosa, a mio giudizio, di imprescindibile.

Il primo fattore che è emerso, chiacchierando davanti ad un caffè, riguarda uno stato d’animo completamente diverso rispetto al passato, palese anche prima dell’ascolto del disco.
Otto anni sono una parte significativa di vita, cambiano la prospettiva, aiutano a fare chiarezza e, ricordando bene il “vecchio” Pennavaria - soprattutto dal vivo - dopo pochi minuti avevo in testa un ipotetico titolo per il mio articolo, denominazione su cui ha concordato l’autore: “Dalla rabbia all’amore”.
La denominazione “Dalla rabbia all’amore” contiene in sé un concetto temporale, uno spazio concreto che inizia tra l’insoddisfazione e il disappunto del passato per approdare alla pacatezza attuale.

Il disagio non è cambiato, forse si è pure amplificato, ma l’esperienza e la maturità hanno spinto Sergio verso una modifica importante dell’atteggiamento, uno stato che conduce ad una buona resilienza e alla capacità di affrontare la vita seguendo una via più morbida, mix di razionalità e sentimenti, con la capacità di produrre neve per ogni stagione, utile a coprire e addolcire ogni spigolo  potenzialmente pericoloso che quotidianamente ci si para davanti.

Pennavaria disegna la sua tela, lui, creativo totale, incapace di dividere l’arte in tante nicchie, e dalla sua posizione privilegiata (prerogativa di chi ha i mezzi per condividere con il mondo il proprio pensiero) conduce il gioco e propone il suo parallelismo tra mare e i sentimenti umani, tra abissi che celano segreti e stati d’animo che spesso fanno fatica a distruggere la barriera del pudore, quella che una volta abbattuta potrebbe portare alla liberazione.

Si parla di amore, non solo tra due essere umani, come idealizzato nella concezione tradizionale, ma quello più completo, una dedizione appassionata, istintiva e intuitiva fra persone, un trasporto casto, platonico, sensuale, travolgente, tormentato, carico di desiderio, un percorso spesso doloroso da cui però non si può sfuggire, essendo uno degli obiettivi di vita, a volte inconscio, ma essenziale.

Ogni traccia riferisce ad una storia, ed ogni amo nello stomaco diventa il simbolo di una ricerca intensa che l’autore ha svolto su di sé, trovando poi il modo per trasformare il particolare in generale, sempre in bilico tra un mondo ovattato - misterioso, liquido - ed uno “rumoroso”, emerso, necessario per “prendere fiato”, ma da cui si fugge subito dopo senza esitazione, alla ricerca del benessere fisico e spirituale, o semplicemente dell’apparente conforto.

Sergio Pennavaria si mette a nudo e realizza un lavoro che potrebbe e dovrebbe commuovere, almeno gli animi più virtuosi - quelli che troveranno facile comparazione di sentimenti facendo opera di immedesimazione -, e tutti quelli che capiranno lo sforzo immane che è alla base di una riflessione così complessa e coinvolgente.
Pennavaria è un poeta. Le dodici tracce che compongono l’album mettono in luce qualità uniche, e la sua proposta non è riconducibile ad altri esponenti del cantautorato, perché l’unione di culture e tradizioni, in bilico tra Sicilia e Liguria - e in ogni caso il passato da busker ha lasciato il segno! -, unita ad una preparazione personale legata al mondo dell’arte, lo rende originale e… profondo!

Dal punto di vista strettamente musicale troviamo un parterre di musicisti di assoluto primo piano (a fine articolo la lista completa) che produce un tappeto sonoro che profuma di etnia e jazz, musica di atmosfera proposta come sfondo a liriche che viaggiano tra contemporaneità e valori immortali, con l’autore che si muove tra il sussurro ed un modello interpretativo unico, dove il cumulo di parole sfugge alla metrica tradizionale e produce concetti in rapida successione, una sorta di liberazione dopo una grande raccolta di pensieri e sentimenti contrastanti.

Scelgo di non entrare nei dodici dettagli - sperando che il mio commento possa produrre curiosità -, ed è l’autore stesso che, a seguire, ci aiuta a comprendere i vari step.

I due brani che propongo (il link al video di “Due Parti Precise Di Me”) e la clip relativa a “Rebus”, mi appaiono come rappresentativi dell’intero album.
Un gran disco!


Ecco un sunto della nostra lunga chiacchierata:

Sergio, cosa è cambiato? Da dove nasce questo improvviso interesse per una musica di qualità come la tua, dopo tanti anni di gavetta?

È vero, c’è un diverso interessamento da parte degli addetti ai lavori. Credo ci sia un’altra atmosfera rispetto al recente passato, e la mia proposta può essere intrigante avendo una matrice rétro, che riporta al passato, con un’impronta da chansonnière francese; siamo attualmente arrivati alla tragica distruzione delle parole e quindi, per qualche addetto ai lavori lungimirante, un album come il mio può sapere di ritorno alle origini e, forse, alimenta la speranza di poter collocare correttamente, e nel contesto più consono, musica e parole.

In questi otto anni sei ovviamente cambiato, ma alla base della tua proposta esisteva ed esiste lo stesso modo di concepire la musica: qual è il punto di svolta che ti ha permesso di aprire la porta della maggior visibilità?

Ho iniziato ad utilizzare il web e la tecnologia mi ha aiutato, perché è stato un tramite che ha reso le mie cose immediate e quindi ha accorciato un processo che normalmente è molto lungo, fatto di proposte e successive attese infinite; però la visibilità social è fine a sé stessa e non ti porta dentro al sistema che regola ogni movimento - i media, la critica musicale le radio. Come ben sai ho sempre coltivato un sogno, che è quello di vivere della mia passione, e penso che la maggior gratificazione per un artista sia quella di avere un pubblico costante che lo segue nel suo lavoro.

Ti sei dato una conformazione diversa? Una struttura più professionale?

Io nasco come busker, un artista di strada, e non avevo mai fatto esperienze con un Ufficio Stampa. È accaduto che il mio ruolo di direttore artistico di rassegne musicali abbia suscitato l’interesse di alcuni protagonisti del settore, tra cui Jonathan Giustini, che presenta un programma su Radio Elettrica e che, incuriosito dalla mia programmazione tendente a unire artisti di tutta Italia - elementi del cantautorato underground che facevano chilometri e chilometri per poter suonare - ha indagato sulla mia attività, scoprendo che scrivevo canzoni e che avevo un lungo passato da cantautore. Fissiamo un’intervista radio e lui si propone come Ufficio Stampa e quindi promotore del mio ultimo lavoro. Come sai, solitamente è l’artista che cerca un U.S., e quando capita il contrario significa che esiste l’intenzione di seguire il progetto in modo serio e totale, nel caso specifico prettamente rivolto alla canzone d’autore, quindi ad una nicchia di appassionati.

Per mia esperienza personale l’importanza di un Ufficio Stampa non risiede nella capacità di scrivere perfetti comunicati o meravigliosi e completi press kit, ma nella conoscenza capillare della rete di ricezione, che varia a seconda del genere proposto…

Me ne sono reso conto, il disco sta piacendo, ma senza una diffusione corretta e specifica è difficile amplificare il proprio messaggio. Il mio U.S. conosce i canali giusti e addirittura organizza concerti per addetti ai lavori (e questo va oltre i compiti di un normale U.S., N.d.r.). Certo, ci vuole un po’ di fortuna, occorre trovarsi al posto giusto al momento giusto, ma sono convinto che sei testardo alla fine i risultati arrivano, e io di gavetta ne ho fatta davvero tanta!

Vista la tua attività professionale, che da anni ti vede educatore/formatore, e in passato insegnante, non pensi che la scuola potrebbe avere un ruolo importante nell’alimentare tutti gli aspetti culturali, quindi anche quelli musicali?

Quando insegnavo Educazione Artistica avevo delle ore fisse settimanali da cui ritagliavo alcuni spazi vitali che utilizzavo per portare i ragazzi in sala apposita, dedicando parti di lezione alla storia della musica; loro non conoscevano quasi nulla, perché se non hai un genitore interessato sarai preso solo dalla proposta del momento, senza poter avere un metro di paragone, e quindi non potrai alimentare lo spirito critico e, probabilmente, perderai la possibilità di scoprire delle meraviglie! Concordo con te!

Ora parlami del nuovo disco, “Ho più di un amo nello stomaco”, oggetto del nostro incontro. Sono passati ben otto anni da quando scrissi una recensione al tuo “Senza lume a casaccio Nell’Oscurità” …

È vero, è passato tanto tempo, perché c’è stata una fase in mezzo in cui mi sono anche allontanato dalla musica per i tipici assestamenti che la vita richiede, e poi mi ero messo in testa l’idea di passare dalla rabbia del primo Pennavaria - quello che declamava con forza e irritazione all’interno del suo spettacolo, con un registro vocale diverso, usato per urlare il disappunto, con un messaggio politicizzato - all’amore di quello attuale.  
Sono andato allora a riprendere le mie origini di cantautore, quando da ragazzo affrontavo tematiche legate ai sentimenti, più alla portata di tutti, ma avendo nel frattempo acquisito un vocabolario legato a immagini e a figure retoriche, ho pensato che avrei potuto parlare dell’amore prettamente a livello simbolico, non esplicito, ma creando un concept album dove in tutte le tracce fossero presenti racconti fatti di pictures, attraversando la profondità dell’amore usando ciò che mi ha strutturato in questi anni, il mare, fondamentale per un siciliano; così ho creato questo parallelismo tra la profondità dell’essere e quella del mare, e mi sono chiesto come poter dare luce alle storie, evidenziando le difficoltà nel vivere i sentimenti, collocando il tutto negli abissi marini. Ho trovato la mia soluzione creando momenti di apnea, e quindi gli episodi vengono raccontati dipingendo una grande tela che ha uno scenario marino, un’immensità liquida in cui ho traslato il mio io, e mi sono fatto traduttore delle sensazioni provate, che ho poi riportato nelle 12 tracce del disco, tanto che l’ultima canzone, “Il palamito”, racchiude tutte quelle precedenti.
Ma ogni tanto occorre prendere respiro e tornare a galla, per cui ci sono pezzi più legati a situazioni “di superficie” - “Rebus”, “Due Parti Precise di Me” (https://www.youtube.com/watch?v=DzvnVS2NwWU&feature=youtu.be) - da cui poi mi distacco per rituffarmi nel mio ambiente ideale, ma trovando suggerimenti dalla contemporaneità, come accade in “Nel Mondo Senza Tempo”, dove volevo parlare del problema dell’immigrazione, ma rimanendo ancorato all’argomento “amore”, per cui ho scritto la storia di due innamorati, profughi, che intraprendono il viaggio conosciuto diventandone vittime; lui parla dal suo limbo, uno stato in cui non si rende conto di aver perso la vita e in quel momento, in quella condizione assurda legata alla morte, la prima cosa che fa è cercare lei per comunicarle che lì non si sta poi così male, anzi, il contrario, perché in quella dimensione non ci sono differenze e pregiudizi che vigono invece sulla terra. Dopo la stretta contemporaneità ritorno nel surrealismo, quello che utilizzavo nella pittura. Questi otto anni mi sono serviti anche per coltivare un’arte olistica, perché io non amo la musica e la canzone, ma amo l’arte, per cui vorrei far convivere tutte le forme possibili, dalla musica al teatro, dalla pittura alla scultura, un sunto di tutte le rappresentazioni conosciute.

Ci sono novità per quanto riguarda la musica che proponi nel nuovo album?

Sono cambiati i riferimenti. Il primo lavoro era intriso di influenze balcaniche, volevo riproporre il sud del mondo, il folk del mondo, la canzone popolare, la samba brasiliana, il blues, la voce del popolo, i ceti inferiori che cantano per superare il loro dramma e le differenze sociali. Ritmi andanti per creare trasporto e dinamicità nell’ascoltatore.
In questo secondo album tutto è pacato, con riferimenti alla classica, con la presenza continua del jazz, mondo che amo ma in cui non potrò mai essere protagonista come musicista per inadeguate skills, e allora ho usufruito delle competenze di Martino Biancheri (trombettista), e assieme abbiamo fatto gli arrangiamenti, lui ha capito perfettamente ciò che volevo e, avendo alle spalle esperienza jazz, è bastato fornirgli indicazioni sulle atmosfere che volevo creare e lui ha capito benissimo e trasposto in musica. È un lavoro più sinfonico e orchestrato a cui hanno preso parte un sacco di amici e musicisti (la lista completa a seguire, N.d.r.).

Come ti presenti dal vivo? Con quale tipologia di formazione? Non mi pare facile mettere assieme tanti musicisti e, soprattutto, fornire una resa legata a strumentazione acustica che richiede ambientazione ad hoc…

La formazione ideale è composta da sette musicisti, e l’ho già proposta, perché è quella che mi serve per avvicinarmi il più possibile all’album, anche se esistono difficoltà - soprattutto per i gestori di locali - nel portare sul palco, ad esempio, una sezione archi; ci proveremo il 14 novembre al The Tube, a Savona, dove ci sarà la full band, tranne il violino, ma per contro sono molto contento di avere in contemporanea due grandi chitarristi, Lorenzo Piccone e Marco Cravero.

Sergio, se chiamassi questo articolo “Dalla rabbia all’amore”, centrerei il tuo percorso di questi otto anni?

Assolutamente sì, anche se è un amore allargato, non pensato solo come scambio tra due persone, ma in senso più ampio, come credo sia emerso dal nostro dialogo. E poi occorre rimarcare la mia sicilianità rappresentata nei due album dai brani “Calìa” e “Bufera”, un utilizzo del dialetto che nei live ha sempre colpito l’audience, e penso che il prossimo lavoro sarà tutto in lingua siciliana… mi pare giusto dedicare un disco ad una terra da cui partii tanti anni fa, e approfittarne per rispolverare i tanti ricordi che sono in me diventerà un grosso lavoro di ricerca interiore.

Proseguirai la tua attività di direttore artistico nella tua città?

Siamo in fase di discussione per capire la formula migliore da adottare per la prossima edizione diPorto, musica e parole", ammesso che si farà. A me piace evolvermi, mi è capitato di proporre persone che già si erano esibite, ma vorrei mantenere questo spazio cantautorale per dare possibilità di esibirsi a nuove proposte.

Senza entrare troppo nel personale, come va la vitaccia, tra attività professionale e non?

Non mi sento molto a mio agio, perché non posso dedicare tutto il tempo che vorrei alla musica. Io faccio un mestiere che prende buona parte della giornata, un lavoro che svolgo con passione, ma ho un altro sogno che vorrei realizzare. Ma alla fine piccole porzioni di sogno si materializzano, e quindi non ho perso la speranza di arrivare al mio sostentamento attraverso il mestiere di musicista. Sai, lavorare con disabili è qualcosa che dovrebbe avere un temine, perché dopo trent’anni esci devastato da ciò che vivi nel quotidiano.

Alla fine dello scambio di battute ho posto a Sergio una domanda specifica che seguiva il filone lavorativo, e verteva sulla sua possibilità di utilizzare la musica come ausilio e facilitazione nella sfera delle disabilità, campo in cui notoriamente si può dare sviluppo positivo concreto. Il panorama descritto merita approfondimento per cui lascio aperto il campo per una prossima chiacchierata, magari in occasione di un nuovo album, sperando che non ci sia molto da aspettare, perché l’arte di Sergio Pennavaria è un patrimonio collettivo a cui non si dovrebbe rinunciare.


Elenco tracce:

1. Ho Più di Un Amo Nello Stomaco 6:06
2. Rebus 3:54
3. Due Parti Precise di Me      3:13
4. L'amore Invisibile     2:45
5. L'amore nell'armadio          3:07
6. Nel Mondo Senza Tempo   3:28
7. Se Potessi Come Si Fa         3:40
8. Un Cuore Sul Viso    4:10
9. Bufera 3:25
10. Il Tappeto Volante   5:34
11. Dove Nasce la Libertà         5:03
12. Il Palamito     3:35

Musicisti presenti:

Sergio Pennavaria: voce, piano elettrico, Rhodes MK2, chitarra classica e acustica e sintetizzatori.
Simone Rossetti Bazzaro: violino e viola
Martino Biancheri: tromba, trombone e bombardino
Marco Moro: flauto traverso
Lorenzo Piccone: Lap steel guitar, dodici corde, resofonica, acustica e mandola
Max Matis: basso elettrico
Giorgio Bellia: batteria, schaker e spazzole

In veste di ospiti hanno fatto la loro apparizione:

Finaz (chitarra solista in “Rebus”
Geddo (voce in “L’amore Invisibile”)
Marco Berruti (voce e chitarra classica in “Nel mondo senza tempo”)
Loris Lombardo (tablas in “Ho più di un amo nello stomaco”, handpan e udu in “Bufera”, Congas in “Un cuore sul viso”)
Matteo Profetto (armonica a bocca ed ukulele in “Il tappeto volante” ed ukulele in “Due parti precise di me”)
Mirco Rebaudo (clarinetto in “Il palamito”)
Giovanni Ruffino (contrabbasso in “Dove nasce la libertà”, “L’amore nell’armadio”, “L’amore invisibile”)
Boris Vitrano (chitarra acustica in “Se potessi come si fa”)
Gabriele Fioritti (violoncello in “L’amore invisibile” e in “Dove nasce la libertà”)
Luca Pino (voce intro “Nel mondo senza tempo”)

CREDITS:

Testi, Musiche ed arrangiamenti: Sergio Pennavaria
Arrangiamenti sezione archi e fiati Martino Biancheri tranne “Due parti precise di me”, arrangiamento archi di Simone Rosetti Bazzaro
Arrangiamenti sezione ritmica: Giorgio Bellia e Max Matis
Intro “Ho più di un amo nello stomaco”: Lorenzo Piccone e Loris Lombardo
Registrazione, missaggio e mastering: Alessandro Mazzitelli. Aiuto mix: Giorgio Bellia e Sergio Pennavaria

BIOGRAFIA

Sergio Pennavaria nasce a Siracusa nel 1975. Una laurea in Belle Arti ottenuta con il massimo dei voti dopo aver discusso una tesi sperimentale dal titolo “La Maschera del volto” e scritto per l’occasione una piece teatrale intitolata “Ring”. Compositore, pittore, attore. Nel 2008 si trasferisce a Savona, dopo l’esperienza folk con i Calìa, band orientata verso la musica popolare del sud Italia contaminata però da blues, rock e jazz, il tutto cantato in dialetto siciliano. Nel 2008 pubblica l’album “Senza Lume A Casaccio Nell’Oscurità”, da lui scritto e arrangiato, contenente dodici tracce, album in cui partecipano ospiti del calibro di: Carlo Aonzo (mandolino), Claudio Bellato (chitarra elettrica), Gianni Martini (fisarmonica), Davide Baglietto (flauto), Martino Biancheri (tromba, trombone), Renzo Luise (chitarra elettrica). Nel 2011 vince il contest Su la testa. Nel 2013 esce il brano Le tue parole accompagnato da un videoclip (https://www.youtube.com/watch?v=PXbxIe5ZFdQ). Nel 2015 viene selezionato per esibirsi a S. Daniele del Friuli, in occasione del Folkest come rappresentante della regione Liguria. Nel 2016 in occasione del 25 aprile, presso la Fortezza del Priamar di Savona, apre per la Bandabardò a cui hanno fatto seguito due anni di attività live e didattica. Negli stessi anni sempre in Liguria ha dato vita e dirige due rassegne cantautorali: “Canzoni Fuori Dal Cappello” e “Porto Musica e Parole”. Per “Canzoni Fuori Dal Cappello”, alla tradizione edizione ligure lo scorso anno ha affiancato anche un'edizione siciliana con una tappa a Noto.

Link utili:

Management: Giuseppe Gadaleta

PROSSIMI CONCERTI

9 novembre Ventimiglia, Al Galeone
14 novembre Savona, The Tube
6 dicembre Roma, Antica Stamperia Rubattino - Sopra c'é Gente, rassegna