lunedì 20 gennaio 2020

La sostituzione di Pete Best...




Ecco come Pete Best (http://it.wikipedia.org/wiki/Pete_Best), “il quinto Beatles”, fu scaricato e sostituito da Ringo Starr.

Pete arrivò all’appuntamento in anticipo e trovò Brian Epstein in uno stato di particolare agitazione.

Brian fece un sacco di convenevoli e parlò degli argomenti più disparati, prima di trovare il coraggio di dire: “John, Paul e George vogliono mettere al tuo posto Ringo”:

Il dialogo che seguì è rimasto a tal punto scolpito nella mente di Pete che egli ha potuto riferirlo, parola per parola, al suo biografo e amico Patrick Doncaster.

Perché vogliono fare questo?”, rispose Pete alla terribile frase di Epstein.

Pensano che tu non sia all’altezza come batterista e George Martin è d’accordo con loro”.

Mi considero all’altezza di Ringo se non migliore”.

Brian chinò il capo, come incapace di sostenere quel dialogo.

Ringo sa qualcosa di tutto questo?”, chiese Pete.

”, disse Epstein, “entrerà a far parte del gruppo sabato”.


Pete capì che tutto era stato deciso da molto tempo, senza che egli sapesse nulla. Mentre Epstein parlava, suonò il telefono sulla sua scrivania. Era Paul che voleva sapere se Pete fosse già stato avvertito.

Ti richiamo dopo”, gli disse Epstein bruscamente, poi, come se niente fosse, tornò a parlare dei problemi organizzativi del gruppo: “Ci sono ancora un paio di concerti prima che Ringo raggiunga il gruppo”, disse, “sei disposto a suonare ancora con i Beatles?”

Pete annuì in modo meccanico, senza capire l’assurdità crudele di quella domanda, poi si alzò e uscì dall’ufficio. In strada Neil Aspinall (http://it.wikipedia.org/wiki/Luoghi_beatlesiani) gli chiese: “Che ti è successo? Sembra che tu abbia visto un fantasma!”.
Pete rispose: “Mi hanno buttato fuori”.

Neil strabuzzò gli occhi, incredulo.

Se te ne vai tu me ne vado via anche io”, disse.

“Non fare lo sciocco”, rispose Pete, “I Beatles stanno per arrivare al successo!”

Tratto da “Quando ero un Beatles”, di Giampiero Orselli.

martedì 14 gennaio 2020

Elvis: International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973


International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973

Dopo una lunga assenza, Elvis Presley aveva fatto la sua riapparizione televisiva nel 1968.
Nel frattempo aveva adattato il suo stile alle clientele sofisticate di alberghi e casinò e ciò gli aveva consentito di trionfare anche sui palchi di Las Vegas.
Era l’artista più celebre al mondo ma ne lui ne il suo manager, il “Colonnello” Tom Parker, avevano intenzione di metter il naso fuori dagli USA.
Ecco allora l’idea totalmente nuova di un concerto trasmesso via satellite: con 2 ore di esibizione Elvis si sarebbe fatto ascoltare in ogni angolo del pianeta.

I risultati gli dettero ragione: gli spettatori furono più di quelli che avevano assistito allo sbarco sulla luna nel 1969 e in Giappone un incredibile 98% dell’audience televisiva si lasciò incantare da quell’americano trentottenne in abito attillato e candido che, dal palco di Honolulu, alternava veloci rock’ n’roll a strazianti ballate sentimentali.
Se un simile evento entrò subito nella storia, pochi si resero conto dell’inferno privato che Elvis pubblico in canzoni come “You Gave Me A Mountain”, “It’s Over” e “ I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams.
Qualche mese prima la moglie lo aveva lasciato per un altro uomo portando con sé la figlia.

Anche in compagnia di due miliardi di persone, Elvis Presley restava imprigionato nella “strada solitaria” da lui cantata in “ Heartbreak Hotel.



Il concerto in numeri:
-4 giorni di prove
-23 canzoni
-13 chili persi nella preparazione del concerto
-8000 gli spettatori presenti all’ Honolulu International Center
-85000 dollari raccolti per la ricerca sul cancro
-1 milione di dollari il compenso di Elvis Presley
-2,5 milioni i costi di produzione
-1,1 miliardi gli spettatori in tutto il mondo

(Note estratte da una raccolta di Mark Paytress)


lunedì 13 gennaio 2020

Eric Clapton: The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973


Eric Clapton
The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973

All’inizio degli anni ’70 le sparizioni improvvise delle rock star non erano più una novità. Bob Dylan sfruttò un incidente motociclistico come pretesto per tre anni di assenza dalle scene tra il 1966 e il 1969.
I Beatles sfuggirono alle pressioni della celebrità post Sgt. Pepper per ritirarsi in un eremo alle pendici dell’Himalaya con il Maharishi. Ma la fuga dalla notorietà che Eric Clapton si era autoimposto era sfociata nell’incubo di una tossicodipendenza che minacciava di distruggergli non solo la carriera ma anche l’esistenza. “Entrare nel buio fu una necessità”, avrebbe spiegato tempo dopo.
L’amico chitarrista dei Who, Pete Townshend, molto colpito dalle recenti morti di Brian Jones e Jimi Hendrix, si rese ben presto conto della piega che stava prendendo la situazione e lo stesso fece Lord Harlech, padre di Alice Ormsby Gore, all’epoca fidanzata di Clapton. Insieme i due elaborarono un piano per far sì che “Dio” ritornasse al lavoro.

Dopo una settimana di prove nella casa di Ron Wood a Hampton Court, Eric Clapton si presentò sul palco del Raimbow di Londra insieme a uno strepitoso cast di accompagnatori fra cui Jim Capaldi, Steve Winwood, Ric Grech e Rebop, oltre naturalmente a Townshend e Wood. Anche fra il pubblico spiccavano volti noti come quelli di Paul e Linda McCartney, Elton John, Joe Cocker e Jimmy Page, ansiosi come gli altri 2000 spettatori di rivedere all’opera il guru della chitarra.


Date le precarie condizioni del protagonista della serata, sempre sul punto di dare forfait, venne deciso di battezzare l’improvvisato gruppo di musicisti con il nome di Palpitations. E le palpitazioni ci furono davvero, visto che Clapton si presentò in teatro pochi secondi prima di andare in scena. Barbuto e appesantito rispetto all’ultima apparizione in pubblico, il chitarrista esordì sulle note di Layla e a quel punto tutti cominciarono a rilassarsi.

Fu un concerto storico ma non strepitoso, come riconobbe anche l’interessato, che lo avrebbe poi definito “molto sotto la media”. L’abbondanza di chitarre sul palco appiattì un po' le parti strumentali di Clapton, mentre minori attenzioni ricevette al voce, divenuta più calda e sommessa.

In quel momento la cosa più importante era averlo recuperato alla musica!

Da “Io c’ero”, di Mark Paytress


La scaletta (o parte di essa)

Layla - 6:24 - (Clapton, Gordon)
Badge - 3:18 - (Clapton, Harrison)
Blues Power - 5:20 - (Clapton, Russell)
Roll It Over - 4:11 - (Clapton, Whitlock)
Little Wing - 4:36 - (Hendrix)
Bottle Of Red Wine - 3:51 - (Bramlett, Clapton)
After Midnight - 4:25 - (Cale)
Bell Bottom Blues - 5:26 - (Clapton)
Presence Of The Lord - 5:18 - (Clapton)
Tell The Truth - 5:52 - (Clapton, Whitlock)
Pearly Queen - 4:55 - (Capaldi, Winwood)
Key To The Highway - 5:46 - (Broonzy, Segar)
Let It Rain - 7:11 - (Bramlett, Clapton)
Crossroads - 4:18 - (Johnson)

Sul palco…
Eric Clapton - chitarra, voce
Pete Townshend - chitarra, voce
Ronnie Wood - chitarra, voce
Ric Grech - basso
Steve Winwood - sintetizzatore, voce
Jim Capaldi - batteria
Jimmy Karstein - batteria
Rebop Kwaku Baah - percussioni

venerdì 10 gennaio 2020

La musica di Chris Boardman

 

Alcuni giorni fa, a fine serata, mi sono imbattuto in un movie che aveva come protagonista Mel Gibson. Lo avevo già visto, mi piacciono i film di azione e Gibson è un bravo attore che istintivamente mi ispira simpatia.
Non sapevo come, ma c’era di mezzo la musica… ricordavo l’abbinamento di quelle immagini a qualcosa di piacevole: questi aspetti non mi sfuggono mai.

Si trattava di…
"Payback - La rivincita di Porter (Payback), un film del 1999, diretto da Brian Helgeland e interpretato da Mel Gibson e Maria Bello. Si può considerare un remake del film Senza un attimo di tregua (Point Blank) di John Boorman, del 1967, essendo entrambi basati sul romanzo "Anonima Carogne", di Donald E. Westlake". "Wikipedia".


Il brano è arrivato immediatamente, essendo il fulcro della colonna sonora.
Un’atmosfera da “007”, ma con l’inserimento di un sax che incrementava la tensione delle scene, lo stesso stato d’animo che è tipico di tracce della produzione di David Jackson.


Ma chi ha scritto la musica di Payback? Chris Boardman.
Vado alla ricerca di notizie si di lui e trovo un curriculum impressionante e una candidatura all’Oscar.
Cerco su Facebook, lo trovo e gli mando un messaggio, alla ricerca di qualche domanda.
Passa un’ora e mi risponde…
Sure. But will have to wait till the weekend. Let’s figure out a time? Send me any info about the publications you write for”.
Mi chiede di aspettare il fine settimana? Incredibile!
Rispondo e… tutto finisce lì… abituato a Hollywood la mia intrusione aveva poco senso, ma resta la sorpresa per la gentilezza e la semplicità usata da una star nei confronti di uno sconosciuto.
E la sua musica è grandiosa!

http://www.chrisboardmanmusic.com/
www.chrisboardmanmusicblog.blogspot.com
http://www.movieplayer.it/personaggi/chris-boardman_39716/filmografia/





mercoledì 8 gennaio 2020

Bernard and Pörsti” - “Gulliver”


I due terzi dei The Samurai Of Prog propongono “Gulliver”, un concept album dedicato ai viaggi che hanno reso famoso il protagonista del romanzo di Jonathan Swift.
La sezione presente è quella composta dal finlandese Kimmo Pörsti (batteria e percussioni) e dall’Italiano Marco Bernard (basso Rickenbacker 4003), quest’ultimo anima organizzativa.
La denominazione corretta del progetto, in uscita a metà gennaio, è la seguente:

Bernard and Pörsti - “Gulliver”

In fase di preascolto ho sintetizzato il progetto come spin-off dell’originale, una strada parallela a quella dei TSOP, che sono già al lavoro su un nuovo album incentrato sulle storie di Narnia.
Difficile trovare un centro di proposizione musicale così prolifico, vario ed efficiente!

Per chi come me segue con costanza la loro idea di musica, “Gulliver” non rappresenta una sorpresa, ma la conferma che siamo di fronte a chi, almeno in studio, riesce a presentare il miglior volto possibile del prog tradizionale, fatto di commistione tra classicità e rock e apertura totale alle contaminazioni.
È sorprendente come tutto questo avvenga con il coinvolgimento trasversale di musicisti che mutano di volta in volta, da disco a disco, anche se esistono ormai collaboratori che garantiscono apporto costante.

Come anticipato, “Samurai” mozzati, ma non fa mancare il suo apporto - vocale e violinistico - Steve Unruh, americano, terza costola del progetto originale.

La caratteristica principale di “Gulliver” riguarda la fase compositiva, interamente affidata a  musicisti italiani: Andrea Pavoni, Oliviero Lacagnina, Mimmo Ferri, Alessandro Di Benedetti, Luca Scherani e Alessandro Lamuraglia.

L’album è composto da sei lunghi brani che si dipanano su oltre un’ora di musica.
Per ogni traccia mi pare interessante proporre i dettagli della composizione/partecipazione, tenendo conto che resta immutata la sezione ritmica formata da Pörsti e Bernard.



Si inizia con “Overture XI” (7:40), creato da Andrea Pavoni.
Pezzo strumentale che vede il compositore impegnato alle tastiere, con i significativi interventi alla chitarra di Kari Riihimäki e quelli di Marek Arnold al sax.
Una base classicheggiante su cui si innesta una melodia dettata dall’elettrica di Riihimäki, una precisa idea di inizio del viaggio.

A seguire una lunga suite (17:45) denominata “Lilliput Suite (Parte I - Lilliput)”, così suddivisa:

1.      The Voyage of the "Antelope"; 2. Prisoner; 3. Inside the Emperor's Palace; 4. Peculiar Traditions; 5. The Theft of the Blefuscudian Fleet; 6. The Departure.

La mano questa volta è di Oliviero Lacagnina, con i testi di Aldo Cirri.
Lunga la lista degli strumentisti: lo stesso Lacagnina alle tastiere, Ruben Álvarez all’elettrica, Rafael Pacha alle chitarre (elettrica e acustica), Marc Papeghin al corno francese e alla tromba, Olli Jaakkola al flauto, Tsuboy Akihisa al violino e Marco Vincini alla voce.
Ed è proprio Vicini l’elemento che fa da collante tra i vari tratti, caratterizzando con il suo tono vocale la perla creata da Lacagnina. Profumo di Genesis, of course, per una suite che nulla ha da invidiare a quelle famose del passato in ambito prog, e che potrebbe rappresentare elemento didattico.

The Giants (8:40) è un altro strumentale e porta la firma di Mimmo Ferri.
Si segnala la presenza di Marek Arnold al sax, Carmine Capasso alla chitarra acustica ed elettrica, e dello stesso Mimmo Ferri al pianoforte.
Atmosfere trionfali e creazioni di immagini che dilatano le forme, come suggerisce l’unione tra titolo e sonorità.
Il gioco tra piano ed elettrica fa da linea guida al percorso.

The Land of the Fools” (14.25) è disegnata in toto (musica e liriche) da Alessandro Di Benedetti.
Chitarre divise tra Federico Tetti e Massimo Sposaro, con l’intervento tastieristico dell’autore e lo spunto vocale di Daniel Fäldt - di stampo rock metal - in una traccia che presenta cambiamenti di ritmo e di situazioni sonore.

Gulliver’s Fourth Travel” (10:15) vede la mano - musica e lirica - di Luca Scherani, naturalmente presente come tastierista.
È questo il brano in cui avviene la reunion dei TSOP, con la partecipazione di Steve Unruh al violino e alla voce.
E sono proprio i suoi duetti vocali con Stefano “Lupo” Galifi - in inglese e italiano - che lasciano il segno, tocchi di classe che trovano la perfezione nell’alternanza dei colori che ogni voce è in grado di fornire.
Alle chitarre un’altra musicista italiana, già presente in altri progetti dei TSOP, Marcella Arganese alle chitarre.

In chiusura troviamo la traccia più breve (3:00), dal titolo “Finale”, altro strumentale composto da Alessandro Lamuraglia, presente alle tastiere, ancora con Carmine Capasso alle chitarre, un iter gioioso in crescendo che chiude perfettamente l’idea di viaggio, accomunato da sempre al nome di “Gulliver”.

Come già sottolineato il tutto avviene sotto la direzione dei due pilastri, Kimmo Pörsti e Marco Bernard, presenti in ogni registrazione, spina dorsale strumentale ma anche artefici di un progetto che si associa ai tanti incredibili album che i Samurai propongono con buona frequenza.

L’artwork è come al solito del grande Ed Unitsky, capace di inventare vere opere d’arte contemporanee dal sapore antico, ma posso solo intuire ciò che è stato è realizzato nell’occasione osservando l’immagine della cover del disco e i frammenti che scorrono sul video a seguire, elementi che appaiono sufficienti per emettere giudizio positivo.

Che dire… un bell’inizio di anno per chi ama la musica progressiva DOC!


Per prenotazioni e acquisto seguire le indicazioni sul sito:





L'ultima di Ziggy Stardust: era il 3 luglio 1973


David Bowie And The Spiders From Mars
Hammersmith Odeon, Londra, 3 luglio 1973

Il drammatico annuncio:

“Questa è stata una delle più belle tournèe della nostra vita. Vorrei ringraziare il gruppo. Vorrei ringraziare chi ha lavorato per noi. Vorrei ringraziare gli addetti alle luci… Quello di stasera è il concerto di cui ci ricorderemo più a lungo… perché non solo è l’ultimo della tournèe, ma è il nostro ultimo concerto in assoluto. Grazie.”

Quando, nell’estate precedente, David Bowie aveva raggiunto il grande successo commerciale, si era subito scatenato il dibattito sulla sua identità sessuale. Nessun dubbio poteva invece esserci quella artistica. 

Il 3 luglio 1973 la sua tournèe nei panni di Ziggy Stardust era approdata all’Hammersmith Odeon dopo 18 mesi di concerti. A quel punto, la straordinaria vividezza del personaggio aveva conquistato i fan, gli amici e persino il suo creatore che, tempo dopo, avrebbe spiegato: “ Era molto più facile vivere dentro Ziggy che dentro Bowie.” 

Dunque Ziggy doveva uscire di scena e, all’insaputa di tutti (tranne il manager Tony Defries e il chitarrista Mick Ronson), l’annuncio sarebbe stato dato dal palco. In un periodo in cui i gesti plateali non mancavano, una decisione tanto sorprendente, comunicata subito prima di un pezzo dal titolo emblematico quale Rock’n’Roll Suicide, era destinata a lasciare il segno: all’apice della notorietà ecco David Bowie annunciare il suo clamoroso ritiro suscitando gli stupiti “no-o-o-o!” della folla. 

Ma se Bowie pensava di aver chiuso Ziggy fuori dalla porta si sbagliava di grosso: “Non mi stavo liberando di lui, anzi, mi stavo alleando con lui. Il mio doppio e io stavamo diventando una persona sola. E’ una strada che porta al caos e alla distruzione della psiche.”

BOWIE SI RITIRA!”, strillarono il giorno dopo i quotidiani. In realtà il concerto segnò solo la fine di un’epoca, visto che, nemmeno due mesi dopo, David Bowie era sul palco del Marquee Club per le riprese di uno special televisivo a lui dedicato.

Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress


Uno Spider from Mars racconta…
Ecco come il batterista Woody Woodmansey ricordava la sua ultima serata sul palco con Bowie:

Vi aspettavate qualcosa al di fuori del normale?
No, non particolarmente.

Il pubblico fu più isterico del solito?
Il pubblico era sempre isterico!

Il concerto?
Molto emozionante. Era l’ultimo della tournèe.

Sentisti l’annuncio di David?
Sì.

I commenti nei camerini a fine concerto?
Irriferibili.

Il tuo stato d’animo il giorno dopo?
Ottimo, mi sono sposato!

Quando capiste che gli Spiders erano finiti?
Quando sul palco la mia bacchetta mancò la testa di David!

martedì 7 gennaio 2020

Incontro con Gabriele Maria Ferrante


Sembrerebbe eccessivo parlare di biografia quando il percorso da delineare è quello di un ventenne, ma a giudicare da quanto emerge a seguire vale la pena soffermarsi su una strada iniziata da poco, ma già ricca di esperienze e di indicazioni per un mondo giovanile che difficilmente prende in considerazione la musica colta.

Il contesto fa la differenza, e non è usuale che un adolescente, quasi sempre attratto istintivamente da ciò che viene imposto dai media, possa pensare di avvicinarsi ad un violino, ad un’arpa, ad una mandola, strumenti lontani dalla concezione di modernità, almeno per chi - e sono la maggioranza - sente il forte e fuorviante impulso che porta all’identificazione a tutti i costi col gruppo.

E poi esiste chi vive in ambito domestico una situazione che favorisce l’apertura mentale e la conseguente capacità di scelta, perché ciò che normalmente spaventa è ciò che non si conosce, e a volte un piccolo spiraglio diventa il preludio ad una apertura totale.
Gabriele Maria Ferrante rientra nella categoria di quei giovani che inseguono un sogno, in questo caso nato in tenera età, legato al profumo musicale sparso con sapienza e naturalezza da genitori, entrambi musicisti.

Ciò che voleva e che vuole è suonare il violoncello, colpito da un evento particolare che ha aperto un sentiero che mano a mano si è allargata.

Ho chiacchierato con lui, nella speranza che il suo pensiero possa rappresentare un esempio positivo per tanti ragazzi. A conclusione propongo un video che riporta stralci di sue recenti performance.

L’intervista…

Ho letto la tua completa biografia, ma vorrei che sintetizzassi la tua “storia musicale” per i lettori.

Sono stato a contatto con la musica sin dalla prima infanzia; i miei genitori sono entrambi musicisti e mi hanno cresciuto in un ambiente ricco di musica. Ho iniziato a studiare a circa 6 anni e sono entrato l’anno dopo in conservatorio. In questo periodo (che ha avuto tanti alti e bassi) ho vissuto alcune esperienze che col tempo hanno contribuito a plasmare la mia persona: ho partecipato a concorsi e fatto parte di diverse orchestre, così come ho seguito masterclass, suonato in tournée e così via, fino a completare gli studi di violoncello al conservatorio un paio d’anni fa. Da quel momento ho cominciato a puntare al perfezionamento e ad esibirmi in pubblico più spesso e in contesti che avrebbero rappresentato per me via via una sfida maggiore.

Facile ipotizzare da dove nasca la tua passione, ma vale la pena raccontare gli inizi, l’atmosfera che hai vissuto tra le mura domestiche!

Quello che ricordo è che la musica è sempre stata di casa e infatti questa passione, che è cresciuta nel tempo, è sempre stata coltivata. Ero incuriosito nel sentire i suoni degli archi dai CD o dal vedere un musicista suonare il proprio strumento durante i concerti che trasmettevano in TV, e ho anche adorato animazioni come i due Fantasia della Disney. Ero inoltre circondato da strumenti musicali sempre a mia disposizione. In realtà ci sarebbe un aneddoto: a due anni e mezzo, il giorno del mio onomastico, mio padre mi portò in un negozio di strumenti musicali per regalarmi un giocattolo sonoro e io vidi un violoncello, che volevo per forza! Costava troppo e fui accontentato con un violino due quarti: mi dissero che era un violoncello per bambini! L’inganno durò poco e io tornai all’attacco, ma il mio primo violoncello mi fu regalato per Natale poco prima che compissi 6 anni… È stato facile innamorarsi della musica!

Tra i tanti strumenti di cui avrai sentito il profumo sin da bambino, che cosa ti ha spinto verso lo studio del violoncello?

Non saprei rispondere con certezza, si parla di tanto tempo fa, ma ricordo perfettamente che mi colpì il video di un concerto che vidi con mio padre, nel quale Rostropovich suonava con l’orchestra. Ne rimasi incantato, ne adoravo la prorompenza ed in opposto il timbro vellutato, lo ricordo come primo vero evento che diede origine alla passione per questo strumento.

Che cosa hai realizzato ad oggi a livello concertistico?

Oltre che in varie città italiane ho suonato in Cina, in Russia e a Malta, sia da solista che in formazioni da camera e in orchestra. Ma sicuramente è stato particolarmente emozionante suonare al Musikverein di Vienna, un luogo nel quale si condivide una atmosfera di grande rilievo artistico.                                                                                                                                                                                                                                     
C’è spazio nella tua visione musicale per sonorità contemporanee?

In realtà sono abbastanza selettivo in merito a questo repertorio, ma certa musica di autori contemporanei mi piace davvero tanto: spero anche di poter eseguire alcuni miei brani non appena capiterà l’occasione. Se comunque dovessi indicare il mio “periodo musicale” preferito, direi tra il tardo Ottocento ed il primo Novecento.

Ti sei fatto un’idea della valenza della commistione tra musica classica, rock e affini, caratteristica della musica progressiva?

La trovo molto particolare, suggestiva, complessa ma non astrusa. In generale mi piace ascoltare tutto ciò che ha un gusto ricercato nelle sonorità, spaziando e mescolando qualsiasi genere. Il progressive è un ottimo terreno per questo genere di sperimentazioni, che non tradiscono comunque il mio gusto musicale, per cui mi piace!

Ho visto due video in cui ti esibisci da solo: è questa l’espressione che prediligi o trovi anche soddisfazione all’interno di un ensemble più complesso?

Più che da solo, prediligo suonare da solista. Mi piace essere consapevole di ogni mia nota e dare spazio alla mia personale interpretazione dei brani, essere padrone della musica che creo, cosa che diventa differente all’interno di formazioni più ampie. Oppure adoro far parte di formazioni da camera, nelle quali è possibile un dialogo stretto con gli strumenti, creare empatia, ascoltare la loro voce e rispondere “a tono”. Suonare in orchestra, invece, ha tutto un altro sapore: è un tipo di esperienza diversa che mi piace soprattutto per la sua valenza formativa.

Che cosa consiglieresti ad un giovanissimo che decidesse di seguire la complicata via che porta alla definizione/formazione del musicista “classico”?

Lo studio di uno strumento dà i propri frutti nel tempo, e si parla di anni. Certi risultati sembrano non arrivare mai, ma poi arrivano quando meno te lo aspetti; e i progressi non sempre sono subito tangibili. È un percorso nel quale la fiducia e la determinazione giocano un ruolo chiave, e bisogna sempre essere pronti a risollevarsi dai “fallimenti”, una lezione andata male, un errore in concerto, per fare degli esempi comuni. E poi ci vuole umiltà ma anche la giusta sicurezza, e una solida guida.

Che cosa insegna il rigore di una disciplina antica e nobile ad un ragazzo che, come è giusto che sia, è attratto anche dalla leggerezza che spesso accompagna i nostri tempi?

Come detto prima, i risultati appaiono dopo tempo. All’inizio può capitare di voler mollare, anche a me è capitato in passato, poiché nell’era della velocità avere qualcosa il prima possibile sembra essere più gradito che avere ciò che si desidera, ma dovendo dedicarci molto tempo in più. Il rigore quindi lo insegna per prima la passione, seguita poi dai risultati che lo supportano e lo alimentano. Ma attenzione, segregarsi in casa è anche un errore: come dice Rubinstein, è superfluo lavorare per essere artisti se poi non si conosce l’arte nella sua essenza. Bisogna vivere pienamente la propria vita, le esperienze tipiche della propria età, frequentare gli amici, viaggiare… per esprimere in musica il proprio vissuto.

Sogni e progetti per il futuro?

Il mio sogno è quello di perfezionarmi al fine di possedere una tecnica tale da poter suonare ciò che voglio ed esattamente come lo penso. Punto soprattutto al cercare e “marcare” il mio stile per esprimerlo in concerto, sperimentando col mio strumento, spaziando attraverso diversi generi e divertendomi nel farlo. Mi piacerebbe quindi studiare e suonare con i grandi interpreti che ogni giorno ascolto estasiato, conoscerli ed ascoltare le loro storie.




lunedì 6 gennaio 2020

Horslips: una band da riscoprire!


Capita spesso - almeno a me - di venire a conoscenza di progetti musicali antichi che mi sono perso negli anni, cosa “inconcepibile” se penso a come ho vissuto la mia adolescenza, momento in cui gli aspetti musicali e la mia curiosità mi spingevano a trascurare, spesso, tutto ciò che non era quello che al tempo definivo genericamente il “rock”.
Un po’ di tempo fa mi è arrivato un commento su una band “dei miei tempi”, gli Horslips, che mi ha subito colpito per il mix tra rock e suoni tradizionali del folk britannico: il primo brano ascoltato è "Charolais", che propongo a seguire. Ho approfondito scoprendo che il gruppo era nato proprio nel “mio periodo”, ma… non li avevo mai incontrati. 
Ricerco subito un sunto della loro storia e scopro che non esiste nulla nella nostra lingua, il che mi fa supporre che il loro lavoro non sia mai arrivato in modo compiuto in Italia… eppure mi piacciono assai!

Provo a colmare un piccolo vuoto, nella speranza che gli Horslips piacciano... non solo a me!

Gli irlandesi Horslips nascono come band celtica rock, propositrice di canzoni spesso ispirate a trame musicali tradizionali del loro paese. Il gruppo è considerato come il "padre fondatore del rock celtico", a seguito della fusione tra rock e musica del luogo, e fu ispiratore di molti artisti, sia locali che internazionali.
La nascita della band avviene nel 1970 e la loro attività più intensa durerà un decennio.
Anche se all’epoca ebbero un limitato successo commerciale, ci fu una rinascita nell’interesse per la loro musica alla fine degli anni Novanta, quando diventarono simbolo del genere celtico rock. Da allora si sono moltiplicate le reunion, anche se spesso di tempo limitato.
La band si è anche riformata per due spettacoli alla Odyssey Arena di Belfast e alla 3Arena di Dublino alla fine del 2009, e da allora ha ripreso l’attività in modo continuativo.

Membri della band

Jim Lockhart (nato il 3 febbraio 1948), ha studiato Economia e Politica all'University College di Dublino. Suona le tastiere, flauto e vari fiati locali. Ha cantato in un numero selezionato di canzoni, principalmente in irlandese.
Eamon Carr (nato il 12 novembre 1948) è di Kells. È stato uno dei membri fondatori di un gruppo di poesia e beat chiamato Tara Telephone, a Dublino, alla fine degli anni '60, anche pubblicizzato dalla rivista letteraria trimestrale “Capella”. È il batterista della band.
Charles O'Connor (nato il 7 settembre 1948) suona mandolino, violino e chitarra elettrica e slide. Condivide anche i compiti principali vocali con Barry Devlin e Johnny Fean.
Barry Devlin (nato il 27 novembre 1946), indirizza la propria strada verso il sacerdozio, anche se poi cambia rotta e diventa il bassista della band; condivide la voce e il suo frontman.
Johnny Fean (nato il 17 novembre 1951). Ben presto inizia a suonare e padroneggiare chitarra, banjo, mandolino e armonica. Sviluppa i suoi gusti di ascolto, dal rock al blues, e di conseguenza modella il suo stile chitarristico. Nella sua tarda adolescenza ha suonato in un gruppo chiamato "Sweet Street", con Joe O'Donnell al violino elettrico ed Eugene Wallace. In seguito, ha suonato nei "Jeremiah Henry", una band rock e blues. I suoi idoli erano Jimi Hendrix ed Eric Clapton. Lasciò "Jeremiah Henry" nel 1970 per suonare di nuovo musica tradizionale a Limerick.


Gli Horslips hanno realizzato i propri album in Irlanda, che è rimasta sempre la loro base.
Lì fondarono l’etichetta discografica Oats, gestendo in proprio le produzioni al di fuori del loro paese.
Nell'ottobre 1972, registrarono il loro primo album, “Happy To Meet, Sorry To Part”, nel Rolling Stones Mobile Studio. Successivamente pubblicarono un altro singolo, “Green Gravel”. Nel primo album le melodie erano per lo più tradizionali. Jim Lockhart suonava le tastiere e gradualmente iniziò a padroneggiare altri strumenti. Eamon Carr era alla batteria, incluso il bodhràn irlandese. “Happy To Meet, Sorry To Part” è stato l'album più venduto per otto anni in Irlanda.


In quei giorni l'Abbey Theatre di Dublino chiese alla band di fornire la musica di fondo per un adattamento teatrale di "The Táin" e loro non si lasciarono sfuggire l’occasione.
"The Táin" è stato pubblicato nel 1973 e presentava materiale originale accanto alle melodie tradizionali, con una maggiore enfasi sul versante rock. Nello stesso anno un singolo, “Dearg Doom”, arrivò al numero uno in Germania.

Seguì nel 1974 “Dancehall Sweethearts”,  pieno equilibrio tra folk e rock.
La svolta - discutibile - con il loro quarto album, “The Unfortunate Cup of Tea”, un cambiamento di rotta verso la musica pop, per quello che fu generalmente considerato il meno riuscito tra i loro dischi. La RCA terminò il suo accordo di finanziamento per il gruppo nel 1975 con “Drive The Cold Winter Away” (1975), il loro album più tradizionale.

The Last Time

In un momento di agitazioni politiche e civili nel paese, gli Horslips suonarono concerti sia nell'Irlanda del Nord che nella Repubblica d'Irlanda, senza pregiudizi, e furono accettati ovunque. Le loro ultime registrazioni furono il prodotto di esibizioni dal vivo alla Whitla Hall di Belfast nell'aprile e maggio 1980. Pochi mesi dopo, il 12 ottobre 1980, suonarono l'ultimo concerto nella Ulster Hall. Non ci fu alcun annuncio pubblico, semplicemente proposero nel bis la canzone dei Rolling Stones "The Last Time" (riferimento allo studio di registrazione del loro primo album) e l'atto finale fu rappresentato dal gesto di Charles O'Connor, che gettò il suo violino verso il pubblico: dieci anni dopo la loro formazione gli Horslips si sciolsero.

I componenti la band hanno avuto successivamente un’intensa attività professionale, ma la loro prima timida reunion avviene nel marzo del 2004, quando una mostra di cimeli a loro dedicata da alcuni fan li vede presenziare e suonare cinque brani in acustico.
Nell’estate di quello stesso anno tornano in studio per produrre l’album “Roll Back”: descritto come "Horslips Unplugged", l'album conteneva rielaborazioni acustiche di molte delle loro canzoni più conosciute.
L'ultimo evento degli Horslips in questa fase della loro carriera è uno show tributo registrato e trasmesso in diretta il 25 marzo 2006, un live davanti a un pubblico invitato in studio.

Riunione del 2009

Il 2 luglio 2009 arriva l’annuncio che gli Horslips si sarebbero riuniti per due spettacoli, i loro primi concerti aperti al pubblico dal 1980. La band suona alla Odyssey Arena di Belfast il 3 dicembre e alla 3Arena di Dublino il 5 dicembre. Il batterista Eamon Carr non partecipò, citando ragioni personali, anche se rimase quinto membro nominale a pieno supporto alla band. Il suo posto fu preso dal fratello di Johnny Fean, Ray Fean. Le registrazioni di questi spettacoli sono state pubblicate sul DVD/CD “Live at the O2” nel novembre 2010.

Nel novembre e dicembre 2010, gli Horslips, sempre con Ray Fean alle percussioni, tornarono in tour per quattro concerti in Irlanda, partecipando a un paio di festival all’inizio dell’anno successivo.

Gli Horslips sono poi stati ospiti speciali dei Fairport Convention al Cropredy Convention 2011 di Fairport, esibendosi il 13 agosto.

La loro storia prosegue sino ai giorni nostri, e le partecipazioni ai vari eventi non si contano.
Gli Horslips sono tornati!