lunedì 16 ottobre 2017

Da Captain Trips: live al Beer Room di Pontinvrea


I Da Captain Trips arrivano nel luogo più appropriato, Savona, luogo in cui è nata la loro etichetta discografica, la Vincebus Eruptum di Davide Pansolin.
E spetta proprio a Pansolin il compito di organizzare il concerto, frutto della collaborazione con il Beer Room di Pontinvrea.
E’ una buona occasione per ascoltare dal vivo il nuovo album, “Adventures in the upside down”, anche se un concerto dei “capitani” va pensato in termini di assoluta libertà, perchè su di un canovaccio prestabilito si costruiscono improvvisazioni che sono il frutto del momento contingente, dello status personale e degli elementi al contorno.

Pochi mesi fa, nel corso di un’intervista, chiesi ai DCT cosa rappresentasse per loro il live, domanda scontata ma d’obbligo, vista la natura della band, e la risposta fu più o meno questa: “Puntiamo tutto sulla musica, il palco è il luogo dove ci sentiamo più a casa. I nostri live possono essere molto differenti l'uno dall'altro, basati molto sull'improvvisazione; dipende tutto dal nostro stato psicofisico e dall'atmosfera che si crea all'interno del locale, e così le canzoni possono mutare ed espandersi o semplicemente essere quelle del disco. Quindi una cosa che potete sentire e percepire nei nostri live e lo specchio di chi ci sta davanti riflesso nelle nostre canzoni”.

Il pubblico dell’occasione è risultato contenuto - la domenica e gli eventi calcistici non hanno certamente giovato alla causa - ma i presenti hanno dimostrato un buon calore partecipativo e la giusta concentrazione. Eh sì, occorre provare ad entrare in sintonia con chi si ha davanti, trovare la giusta lunghezza d’onda che possa unire alla band sul palco, quattro musicisti che non hanno bisogno di parole per comunicare, tra loro e con chi è lì per vivere il concerto.

Formazione classica con una buona dose di effetti, sia tastieristici che per chitarra, ed un mix strumentale tra il vintage e la contemporaneità, ma il suono globale che ne deriva è qualcosa di antico, ascoltato in diverse forme, esperienza che è somma di esperienze, un gioco di suoni dilatati e di ritmica creativa spinta, un disegno ipnotico a cui mancano gli aspetti visual - ma in questo caso non sarebbe stato possibile proiettare alcunché -, ma di grande efficacia.
Possibile mettere in atto la liberazione dell'Io e l'espansione della coscienza utilizzando “solo” la musica e i suoi derivati? I Da Captain Trips forniscono la loro visione e rispondono al quesito in modo positivo.

Un’ora e mezza di suoni, ritmi, sperimentazione e libertà, come il video a seguire potrà testimoniare…



Formazione:

Cavitos - chitarra
Peppo - basso
Tommy – batteria e percussioni
Bachis –Sintetizzatore e tastiere + basso in “Mother Earth”

INFO




domenica 15 ottobre 2017

Nuova puntata al Giardino Serenella di Savona: "Musica e Sostanze"


Serata didattico-musicale quella del 13 ottobre al Giardino Serenella di Savona: l’argomento era “Musica e Sostanze”, ovvero l'analisi del legame esistente tra la sollecitazione emozionale legata all’uso delle droghe e la creatività musicale: ma è così stretta la connessione? Alibi che nasconde incoscienza e disprezzo di regole e buonsenso o effettivo collegamento involontario?
A parlarne un esperto musicofilo e autorevole professionista nel campo delle dipendenze, Mauro Selis, che ha guidato la serata tra aneddoti e storia, tra filmati e interazione con gli amici presenti, come sempre partecipativi e interessati.
Dal beat alla sperimentazione, soffermandosi su elementi fondamentali di quella scena che appare lontanissima, ed ha il contorno dell’illusione del cambiamento. Il mondo si è evoluto ma il problema appare più serio che mai… resta la musica, come testimonianza di un’epoca comunque irripetibile…


Tra gli artisti di cui si è parlato troviamo Peter Green e Jerry Garcia… qualche pillola su di loro:

Peter Green

Stimatissimo cantautore e chitarrista di enorme talento, Peter Green si trovò impreparato a gestire il grande successo che gli piovve addosso: cominciò ben presto a fare uso di LSD, in maniera sempre più massiccia e scriteriata, accusando seri problemi di tenuta psichica.
Fu costretto ad abbandonare i Fleetwood Mac, che invece andranno avanti ancora per anni e coi quali in avvenire collaborerà solo occasionalmente, per dedicarsi a progetti minori, specie in qualità di session man nelle produzioni di altri artisti.
In seguito, paranoia ed allucinazioni inasprirono sempre maggiormente gli ormai indefettibili problemi di schizofrenia, costringendolo al ricovero in ospedale psichiatrico dal 1977.
Dopo una lunga fase di cura, tornò di nuovo protagonista del circuito musicale nei primi anni ottantasia incidendo alcuni lavori da solista, sia in qualità di session man.


Jerry Garcia

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Jerry Garcia sperimenta l’utilizzo della droga leggera (marijuana), mentre nei primi Sessanta inizia a diffondersi l’LSD ed anche il giovane chitarrista californiano non risulta immune alla moda del momento. 
Nella metà dei Settanta prende a fare uso di eroina e cocaina. Ne diventa sempre più dipendente, aumenta di peso e finisce per compromettere la sua salute a livelli preoccupanti, tanto che, nel 1985, i Grateful Dead gli chiedono di disintossicarsi, oppure di rinunciare al suo posto nella band. Jerry accetta di sottoporsi a un trattamento di disintossicazione, ma viene arrestato pochi giorni dopo per possesso di droga.
Garcia perde la vita il 9 agosto 1995 a causa di un infarto, ma la sua scomparsa è una sorta di morte annunciata: non ha mai abbandonato davvero le droghe e negli ultimi anni le sue condizioni di salute sono ormai precarie. (Pochi giorni prima della sua morte decide di recarsi in un centro di disintossicazione di Forest Knolls ma, sfortunatamente, è troppo tardi...).




giovedì 12 ottobre 2017

Acqua Fragile- "A New Chant"



E così ci siamo, “A New Chant”, il terzo album di Acqua Fragile prende vita e sostanza dopo una lunga attesa. Quale sarà il nuovo volto (“Mass Media Stars” risale al 1974)? Come si manifesterà la maturazione, il cambiamento, l’adeguamento ad un sistema nuovo pur mantenendo il credo antico?
Bernardo Lanzetti era ed è rimasto l’anima della band, e la sua progressione non ha subito momenti di pausa, e anche i rari momenti di “stasi musicale” sono stati compensati da differenti passioni artistiche, quelle che lo rendono completo, una condizione che unisce talento ad esperienza, impensabile quando si è agli inizi di una carriera.
Di questo nuovo capitolo fanno parte due dei membri originali, Franz Dondi, professione bassista, e Piero Canavera alla batteria.
Nel prossimo numero di MAT2020 Lanzetti risponde alle miei domande e fornisce una visione realistica di questo evento… sì, lo considero tale, un atto dovuto dopo il VOX 40 del 2013, celebrazione della voce e della musica, progetto a cui si lega in modo evidente il disco attuale.
E’ compito del recensore fornire un commento personale abbinato all’oggettività, ed è bene sottolineare come spesso lo sforzo intellettuale e realizzativo che si “nasconde” dietro ad una nuova musica sia più apprezzabile degli aspetti meramente emozionali, ovvero il racconto di ciò che normalmente non viene percepito dall’ascoltatore diventa appagante, come e più dell’ascolto stesso.
In questo caso mi riesce davvero difficile provare a fare opera di dicotomia, tutto mi appare affascinante, sia gli aspetti progettuali - che ho conosciuto prima dell’ascolto - sia l’impatto sonoro.
Provo a partire da un giudizio di sintesi, che si fonda su un dato storico.
Uno dei motivi per cui l’Acqua Fragile ha trovato vita dura nei primi seventies è l’utilizzo della lingua inglese, una situazione favorita dalle skills linguistiche di Lanzetti, competenze che lo porteranno successivamente a ricoprire un ruolo importante nella PFM e ad essere preso in considerazione dai Genesis come possibile sostituto di Gabriel, al suo abbandono dal gruppo.
Anche “A New Chant” è caratterizzato dai testi in inglese ma… c’è un’eccezione, il brano “Tu Per Lei”, uno spazio in cui si utilizza la lingua italiana per formulare un pensiero centrale, la linea guida di una vita intera, una dichiarazione d’amore incondizionata verso la MUSICA, ma al contempo una denuncia e un’esortazione alla riflessione e al cambiamento tratta dal pensiero di Jamie Muir: Quando ti avvicini alla musica non devi pensare a quello che essa può fare per te. Pensa invece a ciò che tu puoi fare per lei”. Recita il testo: “Quando il tuo destino incrocia la musica, non pensar soltanto ai vantaggi che ti dà, ma sii pronto a donare tutto per lei…”. Una rivoluzione di questi tempi!
Tutto è permeato da questo concetto, ed ogni singolo dettaglio, anche quello tecnico, tende al perfezionismo non fine a sè stesso, perché il senso dell’estetica di cui profuma tutto l’album è un dono che Acqua Fragile fa al mondo della musica, quella più genuina, mantenendo le debite distanze da ogni possibile calcolo o interesse, se non quello artistico.
L’impronta è quella di fabbrica, e ho trovato forti legami tra il passato e l’attualità, un comune denominatore che risiede nell’ariosità di alcune trame, nell’eleganza del fraseggio sonoro, nella miscela tra una certa classicità e l’utilizzo di ritmiche composte, con una voce che, fatto davvero inusuale, appare più modulabile e toccante di un tempo: talento naturale sommato a professionalità!

Mi sono emozionato già dal primo ascolto, e anche se non credo sia questo rappresentativo del valore assoluto di un album, resta in ogni caso quello che io cerco nella musica. L’ascolto ripetuto mi ha poi permesso di tracciare un giudizio molto più generale, legato al fatto che “A New Chant” mantiene le debite distanze rispetto agli stereotipi imposti, diventando invece un ricongiungimento, un bridge tra epoche diverse che, a ben vedere, rendere Acqua Fragile campione di coerenza e di creatività… prog o non prog questa, signori, è la Musica con la M maiuscola.

In questo viaggio intrapreso dai tre musicisti originali troviamo notevoli contributi esterni, alcuni dei quali altisonanti. Parto dagli ospiti stranieri.
Nel primo brano, “My forte”, è presente il drummer Jonathan Mover. Dice a tal proposito Lanzetti: “La sua idea di scomporre ulteriormente un mio brano già in tempo dispari (11/8) sotto gli archi di Tango Spleen e le voci di Acqua Fragile, si è rivelata pura avanguardia; di fatto Mover, catturato dal brano, addirittura ha rilanciato, proponendo un ritmo in 22/16, ma soprattutto suddividendo 22 in 4 battute, rispettivamente di 7+6+5+4. Ogni battuta è diventata così diversa dalla precedente e da quella a seguire…”.

Altro nome nobile è quello di Pete Sinfield, dalla cui opera è tratto un testo musicato da Bernardo, “Rain Drops”, alta poesia innalzata alla “forma canzone”, una folgorazione casuale che ha trovato piena approvazione da parte del mitico artista inglese.
Chiude il ciclo degli stranieri Nick Clabburn, famoso paroliere inglese che ha toccato la sensibilità di Lanzetti (“Tutti i dormienti ti mandano i loro sogni”, sono queste le parole di Clabburn catturate da Steve Hackett e Jo Lehmann e inserite nel loro brano “Sleepers”) e che ha fornito la lirica per “The Drowning”, una delle tracce più lunghe e articolate dell’album.


Fondamentale la presenza della Tango Spleen Orquesta (già protagonisti del VOX 40) che sostituisce le tastiere in brani significativi con la magica sezione d’archi, il bandoneon, il contrabbasso, il tutto coordinato da loro direttore Mariano Speranza al pianoforte.
Un altro ponte col passato è caratterizzato dalla presenza di Alessandro Mori, esperto batterista, figlio di Maurizio, storico tastierista di A. F.
E ancora Alex Giallombrado - chitarra e tastiere -, il tastierista Alessandro Sgobbio, il chitarrista Michelangelo Ferilli e Andrea Anzaldi, che ha partecipato al testo di “Wear Your Car Proudly”, un pezzo da oltre 7 minuti che fornisce un certo parallelismo col momento più illuminato del “Gentle Giant moment”.

Di forte impatto l’art work curato da Gigi Cavalli Cocchi, con una cover simboleggiante l’“Invito a un concerto”, realizzata a china e tempera da Alberto Baroni, autore della copertina del primo album, “Acqua Fragile”, del 1973.

Proseguendo con il racconto dell'album segnalo momenti di puro intimismo dove Lanzetti, presente in tutti i brani come autore, si propone nella sua forma più “nuda”, voce e chitarra: “Howe Come” è un frammento di pura magia.
All Rise” riporta a repentine mutazioni di mood ritmico e sonoro e al cambiamento della vocalizzazione, e va evidenziato come lo strumento personale di Lanzetti si dimostri per tutto il disco l’apice di attimi romantici che si alternano ad altri più drammatici, e il passaggio tra differenti stati diventa una delle peculiarità dell’intero lavoro, come dichiarato dall’autore: “I brani sono strutturati come micro-suite oppure come semplici canzoni non convenzionali e ancora inni, strumentali ostinati, canti propiziatori e addirittura… una marcetta…”. 
E non mancano le particolarità tecnologiche: "Altra piccola novità è l’introduzione dell’animoog, sintetizzatore App usato per colori o piccoli fraseggi “psichedelici”.
In chiusura la title track, "A New Chant", momento aulico, dove uno status quasi "hammilliano" si sposa all'unicità del testo che chiude il concetto espresso nella già citata "Tu Per Lei", e che sintetizzo in poche righe: "Ho bisogno di un nuovo canto, un canto nobile, la cui eleganza mi possa riconciliare con il mio destino...". 

Quaranta minuti di musica suddivisa su otto brani, per un album pubblicato dalla britannica Esoteric Antenna e dalla statunitense Cherry Red Records.

Quaranta minuti di una musica che stimola la razionalità e costringe ad un superlavoro il sistema limbico dell’ascoltatore sensibile.

I fan dell’Acqua Fragile, da sempre sparsi per il mondo, saranno soddisfatti di un album che non è certo quello della nostalgia o della ricerca di un fermo immagine temporale, ma piuttosto della consapevolezza e della qualità e genuinità ad ogni costo.

L’Acqua Fragile è tornata. All Rise... tutti in piedi!









domenica 8 ottobre 2017

Locanda delle Fate live: 7 ottobre, Genova, Teatro Govi


Come descrivere un concerto che decreta una fine dichiarata? Possibile fermarsi agli aspetti meramente musicali?
Non è stata una serata triste, ma nell’aria c’era profumo di cambiamento, di bridge teso tra ere differenti, di avvicendamento generazionale, di persone - non solo quelle sul palco - che non saranno mai più le stesse, di sogni infranti, di delusioni e dolori ma… anche di consapevolezza di aver fatto grandi cose; nessuna corsa verso il primato, ma c’è l’idea, anzi, la certezza, di aver lasciato traccia profonda in un mondo che ci vede testimoni di passaggio… e cosa si può voler di più dalla vita!?
Quando qualcuno, al termine del concerto, ha chiesto in modo spontaneo e legittimo il motivo per cui una band così grande sia prossima ad arrestare l’attività, sono entrato senza dubbio alcuno nella testa di Luciano Boero, conoscendo di già il suo pensiero: “Non siamo noi che dovremmo copiare dagli Stones, ma viceversa!”. Non so se ha ragione oppure no… come si possono carpire le dinamiche interne di una band nata, più o meno, 47 anni fa? Si può spiegare tutto con la sola naturale progressione fisica?
Per chi non lo avesse capito sto parlando della Locanda delle Fate, che sta portando a compimento il “Farewell Tour”, quello di addio, che prevede ancora una tappa brasiliana prima dell’epilogo del 9 dicembre, ad Asti, il luogo in cui tutto iniziò.
La serata in questione è quella del 7 di ottobre, a Genova, luogo in cui la Locanda non aveva mai suonato, e la risposta di pubblico è stata buona, se si considera che si tratta di prog, ovvero musica riservata ad una nicchia di appassionati.
In realtà la complessità delle trame musicali della band si appiana attraverso gli elementi lirici - i testi non sono mai banali o scontati - e uno sviluppo melodico che è caratteristico delle grandi band prog italiane.
Sono tre gli elementi fondatori on stage (Luciano Boero al basso, Oscar Mazzoglio alla tastiere e Giorgio Gardino alla batteria), a cui si sono aggiunti nel tempo Leonardo Sasso - vocalist già dal 1977 e poi presente nel nuovo corso -, Maurizio Muha - tastiere, membro “nuovo” -  e Max Brignolo - chitarre, anche lui in forza a partire dal 2010.
Si è aggiunto nell’occasione, in un paio di brani - ma capita ogni volta che è possibile -, un altro “locandiere” doc, Alberto Gaviglio - flauto, chitarra e voce -, che iniziò nel ’73 e ha fatto parte del gruppo in diversi momenti della sua storia.
Nella scaletta che propongo a fine post emergono le perle del loro repertorio, con un paio di escursioni nel fantastico secondo album, “Homo homini lupus”, realizzato allo scadere del secolo, e meno considerato dai puristi del prog: oltre alla title track, “Certe cose”.
D’obbligo la riproposizione integrale di “Forse le lucciole non si amano più”, al compimento dei 40 anni dal rilascio, e di qualche “lucciola mancante” tra quelle rispolverate nel 2012: “Crescendo”, “La giostra” e “Sequenza circolare”.


Provo a dare un giudizio di sintesi: skills dei singoli elementi stratosferiche, anche se è risaputo che ci vuol altro per caratterizzare il sound di una band.
Le doppie tastiere - o meglio, i doppi tastieristi, giacchè la loro strumentazione complessiva è degna della ridondanza di un Wakeman anni ’70! - garantiscono una varietà sonora difficile da spiegare, una peculiarità ormai unica nel panorama nazionale; la sezione ritmica è collaudata da mezzo secolo di vicende di vita vissute assieme, con un Gardino che si misura con tempi impossibili, che appaiono easy tanto sono naturali, e un Luciano Boero che completa il motore ritmico, ma funge anche da collante, come d’altronde capita anche quando la Locanda scende dal palco. A lui anche il merito di aver messo su carta le vicende del gruppo, realizzando un documento importantissimo per chiunque volesse avere la misura di quanto accadeva a quei tempi dietro alle quinte, e di quale sia sta stata la storia di certa musica italiana. Ma questo è un altro capitolo.
Bravissimo il “giovane” chitarrista Max Brignolo, uno capace di eseguire con naturalezza e sorriso parti complicatissime.
La voce di Leonardo Sasso non ha perso né qualità né fascino. Grandi le sue doti attoriali e le sue esternazioni e commenti si tramutano in piacevole modus didattico e didascalico, ma è dal canto che arrivano le grandi emozioni, mentre le miriadi di ricordi diventano un boomerang che colpisce Leo, facendolo a tratti commuovere.
Piacevole e doverosa la presenza di Gaviglio, un’altra mente illuminata che pare a completo agio quando trova lo spazio nella “sua” band.
Il pubblico apprezza incondizionatamente, ogni fine brano è contrassegnata dal lungo applauso e oltre alla musica assistiamo ad un vero scambio con il pubblico, perché per ogni traccia viene delineata l’antica fase creativa.
Un tiro pazzesco”, direbbe qualche giovane uomo di rock… è vero: ritmo, tempi composti, atmosfere sinfoniche e serenità da palco, con qualche attimo di tristezza quando, mentre la musica corre, si realizza che tutto questo, di lì a poco, non sarà più possibile, e non ci saranno cofanetti o DVD che potranno diventare corretto riempimento di un vuoto incolmabile.
Ma questa è la vita, è il nostro passaggio di cui spesso, ahimè, nessuno si accorge.
Non è il caso della Locanda delle Fate, un gruppo di anime che hanno avuto una grande fortuna - e capacità -, quella di realizzare e regalare al prossimo qualcosa capace di creare emozioni fortissime, che si potranno riprovare ogni volta che si deciderà di rimettere in circolo la loro musica.
Quelli del pubblico, presenti ieri sera erano al Teatro Rina e Gilberto Govi di Bolzaneto, potranno in futuro gongolarsi ricordando a sé stessi e agli amici assenti che… sì, loro c’erano, quella volta al Govi.
Personalmente mi lascio un’ultima possibilità, quella di partecipare all’atto conclusivo di dicembre, ad Asti, e lì è probabile che qualche lacrimuccia possa partire in automatico!

Quando mi chiedono che cosa cerco in un concerto, che tipo di soddisfazione mi determini, descrivo sempre qualcosa che ha poco a che fare con l’elemento tecnico ma tocca maggiormente la sfera emotiva: sono passate ormai ore, la musica è alle spalle eppure non riesco a togliermi di dosso uno stato difficile da descrivere, una miscela melanconica che, in un caso come questo, giocoforza resta amplificata, e risentendo parte di ciò che ho vissuto ritrovo frammenti di magia, che mi piace condividere con chi abbia la fortuna di possedere una buona sensibilità musicale… ecco alcuni pezzi del mosaico…


BRANI IN SEQUENZA:

Intro - A Volte un istante di quiete
A volte un istante di quiete
Forse le lucciole non si amano più
Profumo di colla bianca 
Sogno di Estunno 
Certe cose
Non chiudere a chiave le stelle
Mediterraneo
Lettera di un viaggiatore
Cercando un nuovo confine
Crescendo
Sequenza circolare
La giostra
Homo homini lupus

BIS:
Vendesi saggezza

sabato 7 ottobre 2017

Big One a Savona-6 ottobre 2017


Ci eravamo lasciati esattamente QUI...

Era il 21 luglio e i Big One erano di scena per la seconda volta a Savona, sempre nella fantastica cornice delle Fortezza del Priamar. Quella sera tutto terminò dopo un’ora di musica perché i presenti, tantissimi come al solito, incapparono in quella che probabilmente è stata l’unica serata seriamente piovosa di tutta l’estate.
Grande rammarico, ovvio, e dal palco spunta immediatamente la promessa che ci sarà per tutti la possibilità di ripartecipare allo stesso evento, un proclama che aveva il sapore della reazione di pancia, perché realizzare un concerto è qualcosa di estremamente serio, complicato, e necessita di capacità organizzative e lavoro in team.
Ma Massimiliano Rossi è tipo tosto e tenace, e dopo pochi giorni arriva la conferma che il concerto si farà a distanza di tre mesi, nel salotto buono cittadino, il Teatro Chiabrera.

E veniamo a venerdì 6 ottobre, la nuova data, sold out annunciato, ma non è una novità, ovunque io veda i Big One il pienone è assicurato, perché il connubio tra la musica di Pink Floyd e la maestria della band veronese è sinonimo di successo.

Ecco come si presentava la piazza del Teatro - mattina e sera -, con una lunga coda in attesa dell’apertura.
Ore 11
Ore 20,30

Dopo la dovuta introduzione di Max - presente nel video -  attorno alle 21,30, il concerto inizia.
A seguire propongo il set di serata, costituito da una riproposizione di “Animals”, nel ricordo del quarantennale dall’uscita dell’album, a cui si è aggiunto un repertorio molto vario, che ha pescato nella grande produzione dei P.F..


Il gruppo ha subito negli ultimi tempi delle modifiche e lascio alla visione del filmato la presentazione dei membri da parte di Leonardo De Muzio, il David Gilmour italiano, il musicista attorno al quale gira la band, un gruppo numericamente nutrito, con doppia tastiera, coriste, sax, sezione ritmica e un secondo chitarrista che coadiuva De Muzio, anche, in alcune parti solistiche.
Amalgama perfetto e utilizzo di tecnologia visual il cui regista è Gian Paolo Ferrari, il membro aggiunto, prezioso ausilio dalla retrovie.
Il pubblico sottolinea ogni cambio brano con evidenti dimostrazioni di soddisfazione, mentre assiste incantato alla performance. Difficile da spiegare la magia che nasce in queste occasioni… non esistono gli eccessi tipici del concerto rock, ma piuttosto una partecipazione discreta, come se si rivivesse in piena comunione una storia, scritta da altri, ma che improvvisamente diventa la nostra, e alla fine si viaggia a ritroso nel tempo, rivivendo attimi fantastici del passato. Tutto ciò non vale per i tanti giovani presenti che, forse attirati dalla musica dei Floyd, hanno avuto l’occasione di vivere un lungo momento di piacere sonoro.
Lungo, sì, perché abbiamo assistito ad almeno due ore e mezza di concerto, un prolungato set inframmezzato da una sosta tra un tempo e l’altro.
Skills personali di alto livello e miscela perfetta tra i vari elementi… ogni volta che ascolto i Big One riesco ad entusiasmarmi, e la risposta del pubblico è sempre la stessa, in qualunque città, in qualunque location.
Grande merito a Massimiliano Rossi, uno che ci ha creduto fino in fondo e, ne sono certo, non ha trovato vita facile.
Bellissimo vedere il Chiabrera sotto una luce diversa, ma non inusuale. Qualcuno ha detto: “finalmente il rock nel nostro teatro…”, ma non è proprio così… tutti i grandi gruppi rock italiani hanno calcato il palco nobile di Savona, dalla PFM al Banco, dalle Orme ai New Trolls passando per gli Osanna, senza dimenticare un certo Steve Hackett!
Per ora godiamoci ciò che abbiamo appena vissuto, ma uno sguardo al futuro viene quasi spontaneo… e intanto grazie a Max e ai Big One!




mercoledì 4 ottobre 2017

Ricordando Janis Joplin



"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" (Janis Joplin)

Il 4 ottobre del 1970 ci lasciava prematuramente Janis Joplin: sono quindi passati 47 anni, ma la sua figura, quella di artista maledetta, è ancora nitida e potente.

Per ricordarla ho recuperato una biografia sintetica che aiuta ad inquadrarla…

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, situazione alimentata ancor più dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed è difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra. Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che è rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.
Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta, nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovo` impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, “Cheap Thrills” (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco metteva in vista esibizionismo, autocommiserazione, e una scandalosa volgarità.
Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di autodistruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "... take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.
Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues” (1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come “Try” (ancora di Ragovoy).
Era già arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale: morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.
I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che è il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.
E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.

domenica 1 ottobre 2017

Luciano Boero al Giardino Serenella di Savona

Dopo la sosta estiva sono ripresi gli incontri a carattere musicale al Giardino Serenella di Savona.
Una puntata diversa dalle precedenti quella realizzata il 29 settembre, per la presenza di un ospite che ha permesso di ripercorrere una lunga storia, quella che, iniziata nei primi anni ’70, arriva sino ai giorni nostri.
Il guest in questione è Luciano Boero, bassista e autore, uno dei cofondatori della Locanda delle Fate, band piemontese che ha lasciato un solco indelebile nel panorama della musica progressiva, con un album storico, rilasciato nel 1977, “Forse le lucciole non si amano più”. A completamento della loro discografia - contenuta, a causa di un cospicuo tempo di arresto dall’attività- segnalo “Homo homini lupus” - del 1999 -  e il più recente The missing Fireflies”.
Sono passati quarant’anni dall’uscita di “Forse le lucciole” e la Locanda propone, purtroppo per i fan, il 2017 Farewell Tour, una serie di concerti che decretano la cessazione dell’attività live della band. Al completamento del ciclo mancano ancora tre date, quella del 7 ottobre a Genova (Teatro Govi di Bolzaneto), una in novembre in Brasile e il 9 dicembre ad Asti, luogo in cui tutto iniziò. La storia della Locanda è ora messa su carta, perché Luciano Boero ha anche la passione della scrittura e nel suo terzo libro (“Prati di lucciole per sempre”) racconta la genesi, l’evoluzione, le cadute e le riprese che hanno caratterizzato la storia della band, un’analisi che diventa fatalmente rappresentativa di un periodo storico irripetibile.
E proprio partendo dal nuovo book Boero si è messo a nudo, entrando nei dettagli di vicende personali, incrociando le parole alle testimonianze video rappresentate da un documento originale della RAI risalente alla realizzazione del primo disco - in uscita in formato DVD nel prossimo anno -, da altri spezzone dell’epoca e da due novità, regalo della Locanda per tutti i seguaci.  A seguire propongo “Lettera di un viaggiatore”.

Buona la partecipazione, con un pubblico attento e competente, ma in fondo lo scopo dichiarato era quello di utilizzare la musica come elemento aggregante, e Luciano Boero si è dimostrato un ottimo catalizzatore.


Mauro Selis ha catturato una buona fetta di serata che propongo come ricordo…


Ma da dove partì la Locanda delle Fate?





giovedì 28 settembre 2017

Canzoni senza tempo: “Trilogy”, tratto dall'album omonimo di ELP

Capolavori senza tempo: “Trilogy” (il brano)

Questo articolo rientra in un’ipotetica rubrica che potrebbe avere come titolo… “Guida all’ascolto“, o “Alla scoperta di...”, momenti capaci di indirizzare gusti e acquisti dei giovani di un epoca lontana, cercando di sfatare qualche luogo comune ribadendo che esiste musica che tocca nel profondo del cuore, qualunque sia la provenienza.
Vivo il presente musicale, e la grande quantità di nuove musiche che superano l’uscio di casa, anche contro la mia volontà, fa sì che io resti abbastanza aggiornato, nondimeno sono convinto che esistano perle musicali che, ancor oggi, risultano insuperabili, qualunque sia il loro DNA.
Sono stato testimone, casualmente, della nascita e della crescita di quella che col tempo avrebbe assunto il nome di Musica Progressiva. Troppo complicato spiegare in poche righe quali siano le linee guida di questo genere, in grande evidenza solo per pochi e remoti anni, ma tutt’oggi molto amato, seppur da una nicchia di persone, non necessariamente costituita da nostalgici.
Di certo si può affermare come il prog, sin dagli inizi, abbia utilizzato un repertorio classico, grazie anche alla presenza di musicisti super virtuosi. The Nice, e il prolungamento ELP (
Emerson, Lake & Palmer) furono maestri assoluti e archetipi del genere.
Ed è proprio su 
ELP che mi vorrei soffermare oggi, nella speranza che qualche lettore di passaggio, non dentro all’argomento, possa trovare affascinante un branoTrilogy, tratto dal loro album omonimo, del 1972, traccia che normalmente innesca una reazione che conduce al ricordo e al senso di tristezza, per la cupezza di atmosfera e l’utilizzo particolare della voce (quella di Lake è una delle più belle che io conosca).



Brano molto lungo – quasi 9 minuti – come è tipico del prog, con una seconda parte a tratti strumentale che sfocia nel rock jazz e che potrebbe provocare, quella sì, una crisi di rigetto ai neofiti, ma sarebbe buona cosa appropriarsi almeno dei primi 3 minuti, cercando di cogliere l’attimo in cui parte l’attacco vocale… momento magico!
Ho tradotto la lirica, con interpretazione personale, e la storia che ne deriva è molto comune, ma rispecchia perfettamente il mood del brano.
“Ho provato a mettere a posto le cose, l’amore che è finito molto tempo fa, e anche se abbiamo continuato a fingere il nostro amore sta volgendo al termine. Non sprecare il tempo che hai, devi poter amare ancora. Abbiamo cercato di nasconderlo, ma io e te sapevamo bene cosa stava accadendo. Il pensiero di mentirti mi fa piangere, e penso al tempo che abbiamo passato assieme. Ho inviato questa lettera nella speranza che possa raggiungere la tua mano, e se accadrà spero che capirai che devo lasciarti in un istante, e se io sorrido sai che il sorriso è lì solo per nascondere quello che mi sento davvero nel profondo, e vedo in te solo un volto in cui posso appendere il mio orgoglio. Arrivederci… Parleremo dei luoghi in cui siamo stati, e del il tempo passato insieme, senza un soldo ma liberi. Ora vedrai il giorno in un altro modo, e ti sveglierai con il sole che  scende in basso e illumina il luogo in cui giaci. Ti innamorerai ancora, anche se non so quando, ma se accadrà lo saprò, e alla fine vedrò la tua felicità”.
E dopo le parole spazio alla musica…




mercoledì 20 settembre 2017

Tazebao-“ Opium Populi”


Tazebao-“ Opium Populi”

Ma. Ra. Cash Records


Il progetto Tazebao esordisce discograficamente con l’album “Opium Populi”… fresco fresco di uscita! Ma se di start si tratta, non sono certo dei pivelli i componenti della band, nomi conosciuti che si scoprono leggendo l’articolo.

Per iniziare col piede giusto ho chiesto al vocalist del gruppo il suo pensiero preliminare, e Gianni Venturi ha risposto così: Si tratta di un concept album dedicato ad un eresia storica, la più importante per la quale è stata creata l'inquisizione. Eventi che hanno sconvolto la storia europea e rallentato di almeno 500 anni il percorso umano. Siccome tratta d'intolleranza e follia religiosa, di sopraffazione, crediamo sia attualissimo argomento.
Il progetto nasce dal mio incontro con Gigi Cavalli Cocchi. Da tempo pensavamo di costruire qualcosa insieme, e visto che tanta musica avevamo già suonato, ho proposto a Gigi un concept album, che trattasse dell’argomento cardine della sua vita. Il Catarismo!
Da pochi anni si tratta lucidamente di quel periodo meraviglioso rabbuiato dalla follia dell’inquisizione, nata proprio per scardinare un movimento spirituale evoluto che aveva contribuito a iniziare quello che veniva chiamato Rinascimento, già nel 1180 in Francia del sud! Considerato il nostro momento storico, straziato da follie religiose d’ogni genere, cupo come una sorta di nuovo medioevo, l’argomento “Catarismo” non è così lontano o demodé, ma attuale. Come diceva Goethe, il futuro si costruisce con elementi del passato! Ma occorre conoscere il passato”.

Roba tosta! Da incuriosire ogni buon proghettaro…. sì, visto l’argomento e i personaggi viene facile -  e comodo - inserire Tazebao nel filone prog… forse con un po’ di forzatura, ma gli ingredienti ci sono tutti, a partire dall’idea di concept: pensando al periodo trattato, il Medio Evo, si può fantasticare e immaginare storie e copertine fiabesche che tanto si presterebbero all’occasione. Ma ciò che si affronta è estremamente serio, e preoccupante aggiungo, vista l’attualità dei concetti espressi.
Il Catarismo di cui parla Venturi nasce in Francia e si espande rapidamente in Europa, rappresentando una reazione legittima alle contraddizioni delle Chiesa Cattolica, ai suoi comportamenti opposti a quanto predicato nei sacri testi, un potente movimento eretico diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della Chiesa Cattolica: cosa fare per debellarlo? Soffocarlo, annientarlo. Esiste molta differenza tra il genocidio dei Catari e i massacri di innocenti a cui si assiste quotidianamente, in nome di una religione?
Carlo Marx ci dà la sua chiave di lettura, ripresa dai Tazebao nel loro album: la religione è l’oppio del popolo, una droga che stordisce e fornisce un piacere compensativo, una soddisfazione apparente capace di far accettare e sopportare una condizione di “alienazione” che, senza un Dio in cui credere, risulterebbe insopportabile.
Ora… immaginiamo la traduzione di tutto in questo in musica ad opera di un ensemble che presenta una forte matrice culturale, ed esercita un ruolo di spiccata denuncia attraverso modalità ambiziose, unendo l’arte della scrittura alla sapienza nella costruzione armonica, mettendo in scena l’arte attorica miscelata a un sano rock e a qualche tempo composto: i Tazebao mi appaiono tutto questo, e alla fine si fa fatica a capire se è la musica che favorisce la fuoriuscita dei concetti o sono le liriche stesse a chiamare verso di esse le trame e le armonie corrette. Resta il fatto che il risultato è di primo livello.
Un esempio della forza del “Tazebao pensiero” arriva dal testo della title track:

Il cuore è largo
troppo spazio nel rifugio
grande è la forza
del libero pensiero
Taci e osserva la voce
Il grido della quiete
Come l’onda respiro partecipare
E partecipare alla grande rivoluzione dell’anima che si espande
che accarezza l’universo lieve
Contieniti mio cuore attraente

Vale la pena sottolineare che si tratta di un disco molto moderno anche negli aspetti musicali, con situazioni ritmate e utilizzo di tecnologia, e con una buona predisposizione agli aspetti visual, come testimonia il video ufficiale, quello di “Ecce Homo”:


Tutto ciò per rimarcare che i Tazebao, nel loro sforzo quasi… didattico, sono riusciti a creare un album che sfugge al concetto di “musica per una nicchia”, e permette di sconfinare in un ascolto  a tratti soft, con qualche tormentone che non lascia indifferenti.

L’album si può ascoltare in streaming al seguente link 

Concludo con un ultimo pensiero della band: “Un progetto culturalmente ambizioso,  ma di certo affascinate, all’interno racchiude le esperienze di tutti i musicisti che ci lavorano, creando una sorta di passato/futuro nei suoni. Una grande propensione in avanti, con uno sguardo attento al passato”.

Grande esordio, disco di elevato spessore, musica per tutti.

Tracklist 

1.      La Dame Blanche1:03

2.      2. Caedite 4:06

3.      3. Ecce Homo 4:50

4.      4. Opium Populi 3:53

5.      5. L'inquisitore 5:04

6.      6. Occitania 6:21

7.      7. Omnia Munda Mundis 5:52

8.      8. Reincarnazione 5:40

9.      9. Rex Mundi 5:24

10. 10. La Via Catara 5:12



I Tazebao sono:

Gigi Cavalli Cocchi (ex C.S.I. – ritmiche acustiche ed elettriche, voce)
Gianni Venturi (Altare Thotemico,Vuoto Pneumatico, Lucien Morreau&Gianni Venturi – voce solista e testi) 
Valerio Venturi (basso e voce)
Luigi Cassarini (tastiere e sequenze)
Nik Soric (chitarre elettriche e acustiche – Lady Godiva, Mauro “Pat” Patelli Band, Salvatore “Salva” Cafiero)