mercoledì 21 giugno 2017

Cittadinanza ad Honorem post mortem a Greg Lake: il resoconto

Gao Xingjian, Amnerys Bonvicini, Franco Rocca, Regina Lake, Paola Tagliaferro e Bernardo Lanzetti

A distanza di cinque anni si ritorna a parlare di Greg Lake in quel di Zoagli, Genova, e precisamente nel fantastico Castello Canevaro, che vide il musicista protagonista di una performance che doveva quasi essere in “famiglia”, ma che si tramutò in pura magia per i tanti presenti intervenuti.
In quella stessa stanza il 19 giugno girano incessantemente, su un grande schermo, le immagini di quella giornata - 30 novembre 2012 -, un documentario realizzato da Francesco Paolo Paladino e Maria Assunta Karini, autorizzato dal management di Greg Lake.
Spiego i motivi di questo incontro. 
Il Comune di Zoagli, in collaborazione con l’Accademia Internazionale delle Arti ”La Compagnia dell’ES” e con il Festival Internazionale di Poesia di Genova, ha fornito il patrocinio alla cerimonia di consegna della Cittadinanza ad Honorem post mortem a Greg Lake, realizzando una targa in marmo posata vicino al Castello Canevaro, il tutto con la presenza di Regina Lake, moglie dell'ex bassista di King Crimson e ELP.

Greg Lake amava questi posti!


Dietro alla grande organizzazione necessaria c’è un nome, un volto, una musicista e amica personale di Greg: Paola Tagliaferro.
Non basta una persona sola per mettere a punto un avvenimento così articolato, ma la gestione della cura dei dettagli vede sempre la regia della tenace Paola.
E per non farsi mancare niente, tra autorità, televisioni e illustri personaggi locali, ecco la ciliegina sulla torta, il poeta Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura nel 2010, ospite del 23° Festival Internazionale di Poesia di Genova, introdotto dal poeta Claudio Pozzani.
Che dire, mi è sembrato tutto perfetto, misurato e di gran classe, a partire dalla location affascinante, carica del profumo della storia e affacciata sul mare, in una splendida giornata di sole.


Regina Lake appare un po’ spaesata, forse impreparata a tante attenzioni, lei, così riservata e abituata al ruolo di moglie di una rock star, un po’ defilata. Ma tutto si rivolge verso la sua persona, le interviste, le fotografie, le domande, le celebrazioni.
Il primo cittadino, Franco Rocca, assolve con semplicità al suo ruolo istituzionale, dimostrando vera voglia partecipativa, e introduce e accompagna i momenti  topici, fatti di saluti, poesie e dialogo con il folto pubblico, ancora una volta, come cinque anni fa, superiore alle attese.
E’ un’atmosfera magica, c’è una serenità diffusa che si sente nell’aria, una situazione ambientale che non si fa condizionare dalla scaletta degli interventi… non c’è apprensione né pressione.
La poesia di Gao Xingjian si interseca con quella di Claudio Pozzani e della scrittrice Barbara Grassino, unita alla prima musica proposta, quella che riporta alle creazioni di Lake e dei suoi compagni di viaggio.
Per rendere giustizia all’ambientazione a cui accennavo, ecco alcune immagini video in sequenza temporale.


Dopo il ricco aperitivo si ritorna alla musica, con un protagonista assoluto, Bernardo Lanzetti.
Paola Tagliaferro apre il vero concerto, con brani suoi - uno dei quali, fantastico, scritto proprio da Lanzetti -, accompagnata da musicisti come Pier Gonella, Giuliano Plmieri, Angelo Contini e Luigi Jannarone, e l’amalgama di note si trasforma in positività, e a quel punto non ha più nessuna importanza parlare di generi ed etichette.
Voci di rilevanza internazionale, musicisti di grande qualità.
E arriva il momento tanto atteso, Poesia e Canzoni”, Tributo a Bob Dylan da parte di Lanzetti, lui, la voce e la chitarra, per un repertorio conosciuto ma rinnovato dalla verve dell’ex PFM, il solito uomo da palco, il vocalist per eccellenza, la cui voce migliora col passare del tempo.
Un successone, come sempre!
Anche in questo caso propongo la testimonianza video, un medley rappresentativo dell’intera giornata.


E mentre le serata volge al termine e il pubblico si coagula ai piedi del palco, la “stanza di Lake” non smette di proporre immagini del recente passato: manca il volume . che avrebbe interferito col vicino concerto -, ma Greg continua a “girare”, perché ormai è ospite fisso del Castello Canevaro, e la sua presenza non potrà mai più esser messa in discussione.
E quindi un grazie supplementare ai realizzatori del film,Francesco Paolo Paladini e Maria Assunta Karini.
Capacità organizzative, amore per la musica e per il proprio lavoro, meticolosità, sono alcune delle peculiarità di Paola Tagliaferro, una persona giusta.
Felice di aver vissuto due momenti così significativi: 30 novembre 2012 e 19 giugno 2017.


Massimo Gasperini, Paola Tgliaferro e Athos Enrile

sabato 17 giugno 2017

Serata al Giardino Serenella 2° atto: va in scena il 1969


Nuovo incontro a carattere musicale al Giardino Serenella di Savona il 15 giugno.
L’argomento scelto è il “1969”, anno nodale per gli avvenimenti che lo contraddistinguono.

Grandi le scoperte scientifiche, dimostrazione della tecnologia in evoluzione, con la discesa del primo uomo sul suolo lunare, il primo volo del Concorde e l’invenzione di Arpanet, l’anticipazione di internet realizzata in America per far fronte a un eventuale conflitto tra le superpotenze in piena “Guerra Fredda”.

Significativi i personaggi politici che caratterizzano il periodo, da Gheddafi a Pompidou sino a Ho Chi Minh. Tutto questo mentre in Italia la strage di Piazza Fontana dà il via alla strategia della tensione che caratterizzerà gli anni a venire.

E la musica?
Sono molti gli album fondamentali e le band nate in questo periodo, ma per restare sui grandi eventi si ricorda l’ultimo concerto live dei Beatles (sul tetto della Apple), il concerto di Hyde Park dedicato a Brian Jones - scomparso due giorni prima -, il Festival di Woodstock, apice del movimento “Pace, Amore e Musica”, che va in scena mentre dall’altra parte degli Stati Uniti si compie una delle stragi più crudeli di sempre, quella perpetrata da Charles Manson e la sua Family ai danni di Sharon Tate e dei sui ospiti.

E’ il 6 di dicembre quando ha inizio il Festival di Altamon, vicino a San Francisco, evento gratuito organizzato dai Rolling Stones per farsi perdonare l’alto prezzo del biglietto del recente tour americano. Le imperfezioni organizzative - una su tutte l’affidare il servizio d’ordine agli Hells Angels - porterà alla morte di quattro persone, anche se nelle immagini resta immortalato il solo incidente che vede protagonista il diciottenne Meredith Hunter: nello spazio di quattro mesi il movimento ideologico e musicale vede il passaggio dal momento più significativo alla fine di un sogno, quello legato all'illusione che il mondo potesse essere cambiato attraverso le canzoni e l'aggregazione pacifica.


In questo contesto sono molti gli album importanti nati nel 1969, talmente vasta la scelta che nelle due ore passate insieme al Giardino Serenella ci si è dovuti dare un limite, con l’intento di riprendere l’argomento tra un paio di settimane.
Ancora una volta larga partecipazione del pubblico (nei limiti del consentito dall’argomento di nicchia), nonostante il caldo a tratti insopportabile.
Si è parlato di... Brian Auger, Colosseum, Family, Traffic, High Tide, Man, Deep Purple, Led Zeppelin, Amon Duul, Arthur Brown, Gong, Pink Floyd, Frank Zappa...

Riporto il commento spontaneo di Davide Pansolin, scritto il giorno dopo su facebook, una sottolineatura che oltre a far riflettere fa ben sperare che si possano proporre situazioni alternative per trovare momenti di incontro, senza nessuna pretesa didattica, ma con l’obiettivo della pura condivisione e ascolto delle differenti esperienze:

Ieri sera ho fatto un salto ai Serenella per partecipare a questa curiosa iniziativa... 
Mi sono trovato insieme ad una ventina di appassionati di musica ad ascoltare brani memorabili, visualizzare video storici e soprattutto parlare di un argomento a me tanto caro... Uscendo dalla sala (purtroppo presto per motivi familiari) mi sono chiesto...ma siamo noi nostalgici a trovare piacere nel fermarsi due ore con tranquillità e provare a fare cultura, oppure potrebbe essere un modo nuovo PER TUTTI di vivere meglio questa vita?
 

La città dovrebbe pullulare di iniziative spontanee ed organizzate come questa!”

Tra i presenti il giovane Alberto, che ha gradito l'argomento ancor più della prima serata, nonostante i filmati proposti fossero in alcuni casi davvero tosti; la sua parte preferita è relativa alla sezione psichedelica: e queste sono soddisfazioni!

Alla prossima puntata, tra quindici giorni… 





mercoledì 14 giugno 2017

Rory Gallagher: ritratto dell'artista e video storico nell'anniversario della sua morte


Parlando di British Blues… Rory Gallagher/Taste

Carattere schivo ma sincero, poco avvezzo ai compromessi commerciali, Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più idolatrati in Europa. Irlandese del Donegal, appassionato fin da ragazzo al blues di Muddy Warters e B.B. King ma senza mai perdere di vista il rock ‘n’roll tradizionale di Presley, Berry e Jerry Lee Lewis, ha mescolato sapientemente le vecchie sonorità con il nuovo, devastante impatto della Stratocaster, manipolata con tecnica sopraffina. Definitosi “chitarrista per il popolo”, ha sempre insistito con gli organizzatori dei concerti perché tenessero bassi i prezzi, e raramente le sue esibizioni duravano meno di tre ore. Il pubblico, dal canto suo, lo ha sempre ricambiato amandolo e rispettandolo con una devozione speciale.
La sua carriera si divide tra la sua carriera con i Taste e i dischi solisti. I Taste li costituisce nella seconda metà degli anni ’60. Con il bassista Charlie McCracken e il batterista John Wilson dà vita a un potente trio di rock blues sull’esempio dei Cream e della Jimi Hendrix Experience, che dura fino all’inizio del 1971. Quando McCracken e Wilson si uniscono a Jim Cregan (Family) negli Stud, Per Gallagher ha inizio la carriera solista, che già l’anno successivo lo porta a essere votato Top Musician of the Year” dai lettori di Melody Maker.
Nel 1975 i Rolling Stones lo scelgono come naturale sostituto di Mick Taylor, ma l’ingresso nel gruppo dura appena lo spazio di un mattino: dopo aver registrato alcuni demo con loro, abbandona senza rimpianti l’idea di diventare uno Stones.
La sua carriera continua negli anni ’80; ma sono tempi difficili, segnati dai problemi di alcolismo e incomprensioni con il mondo discografico.
Muore nel 1995.

(Tratto da “Rock Blues”, di Mauro Zambellini)




giovedì 8 giugno 2017

Rick Wakeman: Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975


Rick Wakeman
Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975

Dopo aver siglato due magniloquenti sinfonie progressive come “The Six Wives of Henry VIII” e “Journey To The Centre Of The Earth”, Rick Wakeman decise che il suo terzo colossal, “Myths And Legendes Of King Arthur And The  Knights Of The Round Table”, avrebbe meritato un allestimento scenico davvero grandioso...

Il mio management voleva la Royal Albert Hall, ma io volevo Wembley, dove una settimana dopo ci sarebbe stato uno spettacolo sul ghiaccio e quindi non se ne poteva fare nulla. Avevo un diavolo per capello. Mi capitò di incontrare Chris Welch nella redazione di Melody Maker e, chissà perché, gli dissi che avrei fatto “King Arthur” a Wembley e sul ghiaccio! Il giornale ci ricamò sopra e a quel punto non potei più tirarmi indietro. Visto che investivo soldi miei, avevo il controllo totale dell’evento e cercai di ottenere il meglio. I pattinatori arrivarono da ogni parte del mondo, l’amplificazione fu trasportata in aereo dagli Stai Uniti e per la prima volta venne sospesa tramite delle reti. Il cast era enorme: 45 orchestrali, 48 cantanti divisi in due cori, cinquanta pattinatori, cinquanta cavalieri, un gruppo di accompagnamento di sette elementi e non ricordo più che altro. Fu divertente, ma i problemi non mancarono.

“Una serata da vedere per credere. Sul serio.”
Paul Gambaccini, Rolling Stones, 1975

“Una delle due sere, appena salito sul palco, il mio mantello si impigliò in una delle tastiere che venivano sollevate dal suolo e mi ritrovai a penzolare a mezz’aria. Mi toccò uscire di scena in totale imbarazzo e cercando di non scivolare sul ghiaccio. Poi c’era il ghiaccio secco che in una situazione di quelle dimensioni era difficile da gestire. La prima sera la nebbia restò per un pò a livello dei cavalieri, poi cominciò a salire. Nessuno sapeva come spegnere l’apparecchiatura e, verso la fine di “Lady Of The Lake”, la ballerina che interpretava la regina Ginevra scomparve insieme alla parte bassa dell’orchestra e al primo ordine di posti della platea. Era come guardare dal finestrino di un aereo!


“Quella fu la sera delle nuvole. Poi ci fu la sera del cavaliere suicida. Nella battaglia finale 25 cavalieri per parte dovevano sfidarsi a singolar tenzone e cadere morti in mezzo al ghiaccio secco. Ma uno dei cavalieri si ammalò e diede forfait. Pensai che, con tanta gente sul palco, non fosse un problema. Ma, naturalmente, alla fine del pezzo c’era un cavaliere che andava alla ricerca di qualcuno che lo uccidesse. Il direttore di orchestra mi guardava con la faccia disperata, ma il tipo se la cavò bene. Dopo aver vagato per un po' senza sapere che fare ebbe un colpo di genio e si suicidò: spettacolo allo stato puro!”


(Mark Paytress-“Io c’ero”)



venerdì 2 giugno 2017

Parlare di Musica... un incontro soddisfacente a Savona


Metti una sera un guppo di anime in una stanza e prova a parlare di musica.
E’ quanto accaduto ieri sera ai Giardini Serenella, a Savona, una prima puntata che sviluppa l’dea di proseguire un discorso interrotto tanto tempo fa, un periodo localizzato nei primi seventies, quando l’informazione musicale non andava di pari passo con la prorompente voglia di conoscere il nuovo che arrivava. Non c’era la teconologia adeguata e nemmeno grandi somme disponibili per acquistare in modo selvaggio i vinili in uscita. Ci si ritrovava in una casa e si ascoltava in piena comunione, litigando - se era il caso - per sostenere le proprie idee.
E quegli album ruotavano perché era la norma “imprestare” agli amici, e al ritorno all’ovile il disco era sempre più… solcato e inascoltabile. Ma era un periodo di piena socializzazione e di euforia.
Roba da dinosauri, ma forse un po’ di voglia di “antico e buono” esiste ancora, se è vero che ieri sera una ventina di persone si sono ritrovate per un incontro - quasi al buio - spinti  forse da un po’ di curiosità: alcuni musicisti e tanti musicofili.

Le parole spesso non vanno d’accordo con la musica, ma il taglio che si è cercato di dare è tutt’altro che didattico, con lo scopo di spingere alla partecipazione tutti i presenti, molti dei quali carichi di esperienze significative.


Un amore comune è la musica progressiva e tanto per provare a dare una logica temporale si è pensato di partire dai “protoprog”, proprio nel giorno della celebrazione dei cinquant’anni di vita di Sgt. Pepper’s, album dei Beatles che segnò il limite di confine tra il prima e il dopo, lasciando semi importanti per il futuro prog che da lì a poco sarebbe arrivato.

Lo start avviene dunque con tre band considerate unanimemente seminali: Vanila Fudge, The Moody Blues e Procol Harum.
Un po’ di storia, qualche testimonianza audio illustre e filmati che rafforzano le tesi proposte, il tutto miscelato a qualche scambio di battute tra i presenti.
A seguire propongo tre video dell’epoca, tanto per ricordare…

Una stanza, un PC, un proiettore con telo, un paio di casse e nasce una possibile alternativa alla serata CSD (Culo Sul Divano)… e la prossia volta si analizzeranno gli album significativi del 1969… 

lunedì 29 maggio 2017

Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.
Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno:
L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".
Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.
Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.
Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.
" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.
Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.
"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.
Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .
La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

Grace

video



domenica 28 maggio 2017

Arthur Brown in concerto al FIM 2017


La Fiera Internazionale delle Musica, da un paio di anni realizzata al LARIO FIERE di Erba, regala una chicca agli appassionati di musica rock, una presenza che, a differenza di quanto accade a molti altri artisti coevi, non si può certo definire inflazionata. L’artista in questione è il mitico Arthur Brown, musicista unico nel panorama mondiale musicale, per storia, tipologia di proposta e capacità di diventare l’archetipo di un certo genere che, da quanto visto il 26 maggio, riesce ancora a colpire.

Lo avevo perso di vista e non ho mai approfondito la sua storia, prima con i The Crazy World e successivamente con Kingdome Come, con un ritorno alle origini, quei Crazy World che sono tutt’oggi la sua band, seppur estremamente ringiovanita.
Di sicuro non ho mai dimenticato il suo “tormentone” e cavallo di battaglia, “Fire”, coverizzato negli anni ’70 anche in Italia.

E’ il 1967 l’anno in cui l’inglese Brown, assieme a colleghi illustri come Vincent Crane e Carl Palmer forma i Crazy World, e tutti i successivi passaggi  saranno caratterizzati da un elemento comune, una decisa tendenza alla trasgressione e una propensione alla provocazione, elementi che gli hanno sempre procurato guai con la legge, soprattutto in tempi in cui la censura e il falso moralismo imperversavano.
E’ considerato che l’inventore del “trucco cadaverico” in bianco e nero (corpse paint), fonte di ispirazione per artisti come Alice Cooper e i Kiss.

Dalle nostre parti si erano un po’ perse le tracce, ma il suo nome è qualcosa che aleggia nell’aria ogni volta che ci si rifà alla storia del rock.

Ed proprio Arthur Brown il primo musicista che incontro appena arrivato al FIM: si allontana per la cena con il codazzo dei curiosi, altissimo, magrissimo, allampanato, super colorato, un personaggio che non ha perso il fascino nonostante i suoi 75 anni.
Mi raccontano della sua disponibilità e gentilezza, del suo assecondare un nugolo di scolaretti “toccati” da tale presenza, insomma, un bell’esempio di umiltà, fatto non certo scontato in questi casi.
Nasce la curiosità di vederlo sul palco, e lui arriva puntuale alle 23, a chiudere la prima serata del Lario Prog, sezione organizzata dalla Black Widow: il suo set supererà l’ora, non moltissimo ma è ciò che passa il convento, nel rispetto delle regole che tengono conto delle performance dei gruppi precedenti.

Come accennato la sua band è molto giovane e coloratissima: basso, batteria, tastiere, chitarra e una danzatrice. Lui, Arthur, è il vocalist, il leader, il capo attore, il comico e istrione, quello che, of course, conduce il gioco.

Due sono le cose che mi hanno colpito… l’energia innaturale che lo porta a saltellare come un giovincello, e la sua voce, che pare intatta rispetto ai fasti del passato, pulita, con capacità di estensione e di colore formidabile.
Non conoscevo il repertorio e quindi ho potuto godere di un sound inaspettato, dove l’impatto sonoro non può prescindere dagli aspetti scenici (memorabile la scenetta creata col tastierista, in parte inserita nel video a seguire), una sorta di rock con venature blues che ha entusiasmato i presenti.
A pochi metri da me la storia, l’uomo dalle mille esperienze, musicista unico nel suo genere.
E quando arriva il momento che tutti aspettano - la proposizione di “Fire” -, si sblocca ogni tipo di freno e i presenti si accalcano davanti al palco, partecipando attivamente alla riuscita del brano.
Il medley a seguire è un sunto di quanto accaduto, sufficiente per farsi un’opinione dell’attuale Arthur Brown.

Non so se ci saranno altre occasioni per vederlo in Italia, ma se così fosse consiglio di non perdere i suoi concerti, concentrato di musica e spettacolo.

mercoledì 24 maggio 2017

Glanstonbury Festival - 1971



Somerset, 20-24 giugno 1971

Qualcuno pensava che gli anni ’60 fossero finiti? Programmato in coincidenza con il solstizio d’estate, il secondo Glanstonbury Festival attirò 12.000 appassionati che sciamarono verso l’Inghilterra occidentale in cerca di nudismo, sesso, droga e spiritualità, al suono di Arthur Browne’s Kingdom Come, David Bowie, Quintessence, Hawkwind, Traffic, Melanie e Fairport Convention.
Fu sicuramente la più idilliaca fra le prime edizioni dell’evento. Al momento di ritirarsi nelle proprie tende, piantate nei boschi vicini, a nessuno dei presenti veniva in mente che, dopo Altamont e dopo Manson, le cose potessero essere cambiate. Almeno nella valle di Avalon, gli anni ’70 continuavano a tenere vivi i sogni dell’era Hippie.
Non c’era un vero addetto al palco e seguire la scaletta era un casino. Era poco professionale, ma nel 1971 funzionava così. Ecco perché David Bowie suonò alle quattro e mezza del mattino anziché la sera precedente, prima dei Traffic. Per fortuna il sole stava sorgendo proprio in quel momento: era l’alba del solstizio. Fu un momento davvero speciale.”
John Coleman, organizzatore.

“Si trattò del primo festival a indirizzo totalmente spirituale e in cartellone c’erano anche i Gong, all’epoca gruppo di sconosciuti arrivati dalla Francia. Per quanto fossi stato espulso dall’Inghilterra, riuscimmo a fare la traversata da Dieppe, una mattina presto, con un furgone francese senza libretto di circolazione e un ‘immagine del Buddha sulla mia foto del passaporto. “Il posto consisteva in una gigantesca distesa di campi punteggiata da qualche fattoria. C’era un’enorme piramide in costruzione ( il palco…) e in lontananza si percepiva la presenza solenne e minacciosa del Picco di Glastonbury.


Nel 1970 venne approvata la “Legge dell’Isola di Wight” per proibire tutti i festival… fino al 2002.

Glanstonbury Festival

Gilli (Smith, la cantante dei Gong) e io trascorremmo la prima notte in un posto umido e soffocante con una copertura di plastica che grondava acqua di condensa. Dormii a fatica, in uno stato di umida semincoscienza, fino a che non percepii distintamente una voce che intonava la più bella canzone che avessi mai ascoltato. Un’esperienza da togliere il fiato. Mi lasciai trasportare da tanta meraviglia e in me si produsse un senso di estasi simile a un lento ma inesorabile orgasmo spirituale. Poi tutto finì e mi ritrovai sveglio e seduto in una tenda fradicia sul sacro suolo di Avalon. Scoprii poi che all’alba aveva cantato e suonato un certo David Bowie a me sconosciuto. Tempo dopo mi procurai un nastro con la sua serenata al sorgere del sole, ma non c’era nulla di simile a quanto avevo sentito. Che fosse proveniente dall’interno del mio corpo? Un mistero…
“I Gong avrebbero dovuto suonare a metà pomeriggio, ma il destino giocò in nostro favore. Salimmo sul palco con un paio d’ore di ritardo e poca gente ad ascoltarci. Dopo una decina di minuti, mentre ci stavamo producendo in un robusto crescendo ritmico, l’amplificazione si guastò. Quando ricominciammo era l’ora magica del tramonto ed eravamo avvolti dalle luci soffuse del palco. Un attimo dopo, alzando gli occhi, vidi un migliaio di persone che dalla collina scendevano in fila verso di noi, come se seguissero un pifferaio magico. Tutti ballavano e saltavano sulle note di quello strano gruppo francese chiamato “Gong”. Dallo spazio luminescente del palco a piramide fu una visione emozionantissima. Finimmo il nostro concerto sotto gli ultimi raggi di sole salutati da un applauso caldo e prolungato, tipico di quando entra in gioco un reciproco e stimolante riconoscimento spirituale. Ero tornato nella Terra delle mie Madri… “
Daevid Allen, Gong

Mark Paytress-“Io c’ero”

La storia (italiano)
Official Site (english)




giovedì 18 maggio 2017

The Samurai Of Prog-“On We Sail”


The Samurai Of Prog-“On We Sail”

A distanza di un anno dal rilascio di quel gioiello che è “Lost & Found”, i prolifici The Samurai Of Prog ritornano con un altro lavoro di grande spessore: On We Sail”.
Il mio commento accompagna il pensiero del gruppo, sintetizzato nell’intervista a seguire, ma penso basterebbe la visione/ascolto del video allegato per avere un’idea precisa di cosa contenga l’album, così come l’artwork di Ed Unitsky riesce ad aprire le porte a tutti i contenuti.
Parto proprio da Unitsky per dire che credo sia attualmente il più talentuoso ed efficace artista grafico applicato alla musica, un perfetto traduttore dei pensieri altrui, immagini che diventano storie di vita, come è verificabile nel filmato a cui accennavo.
Il contenitore TSOP è per me perfetto se parliamo di musica progressiva, e racchiude tutto ciò che rappresenta un’epoca irripetibile, con un giusto profumo di antico e una modernità dettata dal ruolo classico assunto dal genere.
Se volessimo trovare un difetto al progetto… beh, è facile, l’impossibilità di vedere la band dal vivo, per difficoltà legate alla lontananza dei tre componenti (Marco Bernard, Kimmo PörstiSteve Unruh) e per il fatto che i collaboratori sono sempre molti, e sparsi per il mondo: complicato riunirli per condividere il palco.

Anche “On We Sail” non sfugge a questa regola, e a fine articolo è fruibile la lista intera degli “ospiti”.
Ma i guest, contrariamente a quanto accade normalmente, hanno in questo caso anche uno spazio creativo e compaiono come autori, una sorta di collettivo aperto dove si può contribuire in modo totale, basta avere idee e qualità.
E le idee e la qualità abbondano in questo nuovo lavoro, sessantacinque minuti di musica suddivisi su nove fantastiche tracce.

Come si evince dallo scambio di battute con Steve e Kimmo, l’album si può considerare un concept, anche se nulla è stato pianificato in tal senso, ma è il feeling conclusivo che suggerisce una certa affinità tra gli episodi, il tutto disegnando un percorso che è quello della vita, fatto di enormi difficoltà attraverso le quali ci si fortifica e si prosegue, avendo ben chiaro quali sono i limiti umani e la posizione da mantenere rispetto al momento finale.
Questo concetto permette di partire dall’ultimo atto, il lungo brano “Tiger”, scritto totalmente dal “vecchio” collaboratore Stefan Renström, la cui prematura dipartita non ha impedito che anche lui fosse presente nel disco: “Non importa dove inizia il tuo viaggio, il grembo materno sarà la tua tomba finale…”. Toccante, di effetto… oltre all’autore (alle tastiere) e ai tre TSOP, troviamo Brett Kull alla chitarra elettrica, Daniel Fäldt alla voce e Roberto Vitelli (e non è l’unico italiano!) al Moog Taurus.
Apre l’album la title track, un viaggio a ritroso nel tempo, che vede in evidenza Kerry Shacklett - tastierista degli americani Presto Ballet - e il chitarrista serbo Srdjan Brankovic. Un inizio dalle atmosfere marcatamente seventies, con la voce di Steve Unruh molto vicina al colore vocale di Lanzetti dell’era “Acqua Fragile”.
Segue “Elements of Life”, liriche di Unruh e musica del tastierista argentino  Octavio Stampalía - Jinetes Negros -, un brano dove si evidenzia la commistione tra classico e rock e dove l’elettrica du Ruben Alvarez si intreccia con gli elementi più acustici, dando vita a quasi otto minuti di altro gradimento.

Con “Theodora” entra in campo un altro volto conosciuto ai progger italiani, il tastierista Luca Scherani (Coscienza di Zeno, Höstsonaten…), che realizza le musiche del brano (in cui suona) che permettono alla vocalist Michelle Young (Glass Hammer) di caratterizzare in modo indelebile l’atmosfera musicale proposta.

Ascension” è scritto e suonato dal tastierista David Myers; cinque minuti in cui il funky disegnato dal drummer Kimmo Pörsti e dal bassita Marco Bernard diventano la base per le ouverture di flauto e violino di Unruh e per i viaggi chitarristi genesisiani del chitarrista Jacques Friedmann.
La lunga “Ghost Written” - quasi dieci minuti - vede la presenza degli australiani  Sean Timms - tastiere, creatore delle musiche - e del vocalist Mark Trueack, che ricordiamo negli Unitopia.
Una melodia mediterranea applicata agli stilemi del prog permette di realizzare una sorta di quadro rock didattico, dove la parte solistica del già citato Alvarez trova ausilio nell’altro chitarrista, Jacob Holm Lupo.
Ancora un brano “lungo”, “The Perfect Black”, introduce un altro tastierista seminale italiano, che compone e propone la traccia: Oliviero Lacagnina (Latte & Miele). Segnalo anche il chitarrista classico Flavio Cucchi che va a completare la band in questo spicchio di rara bellezza, in cui l’anima classicheggiante di Lacagnina emerge prepotente e riporta ai primi ELP, a cui flauto e violino conferiscono maggior originalità.
Con “Growing Up” ritorna Kerry Shacklett, autore di musica e liriche, e la stanza si impregna di odore di tulliana memoria… cinque minuti e mezzo di folk inglese misto a rock tradizionale.
Ad anticipare l'altamente simbolica “Tiger” un pezzo di bravura di David Myers, un "solo" al pianoforte di quattro minuti, emozionante e coinvolgente che va a calmierare la forte tensione emotiva creatasi nel corso dell’ascolto dell’album, dall’inizio alla fine, come dovrebbe essere.

Che altro aggiungere… un album che non mi stancherei mai di ascoltare e che consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere!


L’INTERVISTA

Partiamo dai contenuti: che cosa avete inserito nel nuovo album, “On We Sail”? Esiste un messaggio che volete condividere con il mondo?

Steve: “On We Sail” contiene composizioni originali, totalmente nuove. Questa volta le collaborazioni sono diverse, con più di uno “scrittore”. Il messaggio si focalizza sul concetto del perseverare il nostro cammino attraverso le difficoltà e celebrare la vita di fronte alla mortalità.
Pensiamo che l’artwork di Ed Unitsky sia riuscito a trasmettere molto bene questo pensiero, e forse la sola visione della copertina riesce a mettere in evidenza questi temi e a fornire gli elementi per un primo giudizio.

Possiamo parlare di concept album?

Steve: In realtà l’album non era stato progettato in questo modo, ma esiste una somiglianza tematica, una coesione tra molti brani, per cui alla fine il feeling è quello del lavoro le cui tracce sono legate concettualmente. Ma soprattutto è destinato ad essere un disco di canzoni ambiziose, suonate e registrate con passione, che si percepiscono entusiasmanti ed emozionanti quando si ascoltano in sequenza, dall’inizio alla fine.

Possiamo considerare “On We Sail” un’evoluzione dell’album precedentemente pubblicato?

Kimmo: Penso di sì. E’ diverso dai nostri precedenti album, e questo credo sia una buona cosa! Direi che siamo riusciti a evidenziare maggiormente il nostro lato strumentale anche se, ovviamente, non manca la voce di Steve. Soprattutto, ci pare che le composizioni siano “forti”, e che quindi sia difficile sbagliare con un materiale di tale qualità. Anche se le canzoni provengono da diversi compositori sicuramente suonerà come un album dal brand TSOP, poiché in tutti gli episodi abbiamo attaccato il nostro "marchio" e "samurizzato" i brani!

Ancora una volta avete coinvolto molti musicisti: con quel criterio sono stati scelti gli “ospiti”?

Kimmo: Non è stato adottato un particolare criterio nella scelta dei guest… è accaduto e basta! Magari siamo stati impressionati da musicisti/cantanti che abbiamo ascoltato e li abbiamo invitati ad unirsi a noi per l’occasione! Occorre dire che Marco ha un’enorme conoscenza di artisti dediti al prog, e ha un grande talento nel trovare e proporre i candidati a me e Steve.
Ma a volte accade il contrario, e veniamo contattati da qualcuno che vorrebbe registrare con noi, e se tutto va bene…

Leggendo le note ufficiali ho visto che alcuni di loro sono anche coinvolti come autori, e quindi sembrano qualcosa di più che semplici ospiti!

Kimmo: Sì, siamo stati fortunati ad avere tutti questi artisti estremamente talentuosi, sia come musicisti che come compositori. Avevamo già lavorato molte volte con Octavio Stampalia e David Myers, e quindi eravamo consci dell'alta qualità del loro lavoro. David ha composto e suonato un brano di pianoforte acustico in tutti i nostri album, ma questa volta ha anche contribuito ad un pezzo completo, “Ascension”. Avevamo anche suonato con Oliviero Lacagnina, coinvolto nell'album “Decameron III”, e quindi siamo stati molto contenti di ricevere la sua eccitante “Perfect Black”, per questo album di TSOP.
E’ invece stata la prima volta che abbiamo coinvolto Sean Timms (Unitopia, Southern Empire), Luca Scherani (La Coscienza di Zeno, Hostsonaten) e Kerry Shacklett (Presto Ballet), che ha fornito due tracce.
Per ultimo, ma non meno importante, devo ricordare un nuovo apporto di Stefan Renström, il cui contributo in “Lost and Found” è stato enorme. La canzone di Stefan, "Tigers", chiude l'album, e spero che tu capirai il perché, quando lo sentirai... Siamo riusciti ad avere i file originali di Stefan e quindi abbiamo avuto modo di suonare con lui anche questa volta, l’ultima.

Riprovo con una domanda già fatta in passato, ma… i tempi cambiano! TSOP è un progetto tipicamente “studio”, per ovvie ragioni, ma… esiste una possibilità di vedere una vostra performance live, magari in Italia?

Kimmo: Sia io che Steve facciamo concerti con le nostre band. Sarebbe molto divertente farlo anche con i TSOP, ma non è molto semplice, tenuto conto delle distanze che ci dividono. Chissà, potrebbe accadere un giorno… vedremo!

“0n We Sail”  sarà rilasciato tra poco: sono previste presentazioni ufficiali?

Kimmo: Temo di no, poiché Steve è impegnato con i suoi progetti con Mark Trueack e Sean Timms e io e Marco stiamo già lavorando a un nuovo album.

Steve: Ma sicuramente promuoveremo l’album, perché siamo molto soddisfatti del risultato finale, anzi, pensiamo che potrebbe essere il miglior realizzato dai TSOP sino ad oggi, e la band sembra abbia davanti un buon futuro!


Tracklist
1. On We Sail (6:21)
2. Elements of Life (7:54)
3. Theodora (5:55)
4. Ascension (5:19)
5. Ghost Written (9:40)
6. The Perfect Black (9:30)
7. 
Growing Up (5:42) 
8. Over Again (4:06)
9. Tigers (10:34)

Total Time 65:01

The band
Marco Bernard / Rickenbacker bass
Kimmo Pörsti / drums and percussion
Steve Unruh / vocals, violin, flute, guitar

Guest musicians
Octavio Stampalía / keyboards
Rubén Álvarez / electric & acoustic guitars
Kerry Shacklett / keyboards, vocals, acoustic guitar
Srdjan Brankovic / electric guitars
David Myers / keyboards, grand piano
Jacques Friedmann / electric guitars
Luca Scherani / keyboards
Michelle Young / vocals
Sean Timms / keyboards
Mark Trueack / vocals
Jacob Holm Lupo / electric guitars
Oliviero Lacagnina / keyboards
Flavio Cucchi / classical guitar
Brett Kull / electric guitar
Daniel Fält / vocals
Roberto Vitelli / Moog Taurus pedals
Stefan Renström / keyboards, vocoder


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