domenica 20 agosto 2017

Giorgio "Fico" Piazza Band a Savignone: il resoconto


Il Comune di Savignone, situato nell’entroterra genovese, è diventato un punto di riferimento per la fruizione delle musica di qualità, grazie soprattutto alla presenza di un sindaco appassionato di rock - meglio se progressivo -, Antonio Bigotti.

Il 18 di agosto, il Parco Comunale del paese, gremito, ha ospitato la performance della Giorgio “Fico” Piazza Band.
Per chi non conoscesse i dettagli della storia di Piazza, si può sinteticamente ricordare il suo ruolo di bassista nella primitiva formazione della PFM, e ancor prima nei Quelli, ma andando alla ricerca dei dettagli si trovano sue tracce in tutte le registrazioni significative dell’epoca, Battisti in primis.
Ma il tema della serata è proprio la musica della PFM, i primi due album (Giorgio lasciò dopo il terzo, “Photos of Ghosts”).
La formazione messa su - e ormai consolidata - è volutamente un pool di giovani musicisti, giacchè uno degli obiettivi di Piazza è proprio quello di fare arrivare alle nuove generazioni la buona musica del passato, ma realizzata da coetanei, e ciò appare come una valida strada per essere più convincenti nel presentare un genere che racchiude una nicchia di followers.

Venivamo al team: doppie tastiere - e voce -, con Giuseppe Perna e Riccardo Campagno, Eric Zanoni alle chitarre, Marco Fabbri alla batteria e Fico Piazza al basso.

Conosco bene Giorgio, e so quanto sia per lui poco naturale tenere il palco ed esercitare il ruolo di frontman, essendo più abituato alla… discrezione, eppure il suo nuovo ruolo lo obbliga a sciogliersi e a condurre la band, con l’autorevolezza fornita dalla storia personale.

Tutto attorno a lui funziona alla grande e, accantonando le imperfezioni legate alla necessità di maggior rodaggio, i presenti hanno assistito ad un concerto inusuale, curato nei dettagli, e impossibile da ritrovare tra le pieghe dell’attuale repertorio della Premiata, fatti salvi un paio di tormentoni come “Impressioni…” e “E’ festa/Celebration”, sempre utili a Di Cioccio e soci per toccare il cuore dell’audience.

L’obiettivo di serata era dichiarato: “PMF ’70-‘72, ovvero lo spazio temporale necessario per la creazione e il rilascio dei primi due album.

Start al rovescio - e i motivi sono palesi, se si pensa che i brani conosciuti, quelli che ho appena citato - sono legati al primo disco.

Si parte quindi con la proposizione di “Per un amico”, caratterizzato da aspetti musicali abbastanza complessi, superati brillantemente grazie all’opera delle due tastiere in contemporanea e della perizia tecnica del giovane Zanoni.
Il pubblico ascolta con una certa concentrazione e sottolinea il gradimento alla fine di ogni episodio.
La prima parte serve per scaldare i muscoli, per verificare l’intesa e per oliare il motore, con la sezione ritmica che fa da spina dorsale, con l’apporto dell’esperto Fabbri e con “Fico” che appare ormai sciolto, cosa non semplice se si pensa alla sua lunga inattività.

Generale”, “Per un amico”, “Il banchetto”… passa tutto il disco e si ritorna indietro di quarantacinque anni.


A metà performance una piccola fermata dovuta alla premiazione di rito, il “Premio Fieschi”, una rappresentazione in filigrana d’argento del Castello dei Fieschi di Savignone, con una dicitura esplicaltiva: “A Giorgio Fico Piazza, Progressive Man nella musica mondiale”, in qualità di grande interprete e costruttore del prog italiano, del passato ma, visto i nuovi intenti, proiettato nel futuro.

Si riparte subito con quello che fu il primo atto ufficiale della PFM, “Storia di un minuto”.
Tutto in scioltezza, tutto secondo lprogramma, con pezzi di bravura dei singoli strumentisti, che però forniscono il meglio nell’ottica di squadra, quella che Giorgio ha inculcato ai suoi discepoli, con successo, visti i risultati.

Come logica vuole, la seconda parte di spettacolo coinvolge maggiormente il pubblico, che appare interdetto quando lo spettacolo volge al termine.

Ci vuole un bis, uno di quelli potenti, energici, e spunta dal nulla un fantastico  “Gimme Some Lovin'”, che fornisce un’identità più rockettara della band.

A seguire propongo un video con un medley, tanto per chiarire i concetti!

Grandi apprezzamenti per tutti, con Giorgio in prima fila, per la sua chiarezza di idee e la sua tenacia nel portare avanti un progetto molto più delineato di quello che si potrebbe intendere… aspettiamo fiduciosi!



Led Zeppelin al Vigorelli



Led Zeppelin, Velodromo Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971

Ripercorrendo le antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente protagonisti e contesto: il Festival di Altamont o la Family di Charles Manson, tanto per parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo qualche ricordo negativo. Mark Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la sua versione dei fatti avvenuti a Milano, più di quarant'anni fa.

Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del glorioso Velodromo Vigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia dei Led Zeppelin in Italia. Con una decisione strana e infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare: la scelta era caduta su Aretha Franklin, Donovan, Moustaki, Leo Ferrè, Charles Aznavour e, per la sola data di Milano, i Led Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano, al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls, considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). Quella Grande Armèe doveva fronteggiare alcune decine di autoriduttori e “agitatori politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole del Corriere della Sera, e lo fece con grande impeto, impegnandosi con ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti, sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle 22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità era Stairway to Heaven, regolarmente in scaletta nel tour primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccò Black Dog. Dopo una versione ridotta di Dazed And Confused, passò a I’ve Been Starting Loving You e lì si udirono distintamente dei botti violenti: non era Bonham in azione, ma la polizia che sparava fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento). Robert Plant cercò di metterla sul teatrale e invitò i ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli spiriti, il gruppo attaccò Whole Lotta Love, in medley con il celebre assolo di Bonham, Moby Dick. A quel punto però l’aria si era fatta irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò la sua delusione ad Armando Gallo, inviato per Ciao 2001: “ Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un nostro concerto. Venendo al Vigorelli avevamo scherzato tra noi, vedendo tutte quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. 

I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero mai più messo piede dalle nostre parti.




sabato 19 agosto 2017

Deep Purple: Osaka e Tokio, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokio, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Childe in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.
Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.
Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 
(Da un racconto di Mark Paytress)






Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.




La scaletta di quel giorno e l’audio sono fruibili al seguente link:




giovedì 17 agosto 2017

Guy Davis & Fabrizio Poggi: “Sonny & Brownie’s Last Train”


Guy Davis & Fabrizio Poggi
“Sonny & Brownie’s Last Train”
M.C. Records /CD, MP3, Vinile)

La felice collaborazione tra Guy Davis - voce chitarra -  e Fabrizio Poggi - armonica - prosegue e ci regala attimi di blues che definirei… “bridge”, capaci di unire le radici e l’attualità attraverso trame acustiche che, come afferma Guy, hanno il compito e la capacità di “soffiare via la polvere” per ridare colore e vivacità a ciò che sedimenta sul fondo, in attesa che qualcuno metta in funzione la catena della memoria e dei ricordi.
In questa perfetta azione di ricerca - e successiva azione -  Davis e Poggi realizzano un album acustico, registrato in presa diretta in uno studio milanese, dal titolo “Sonny And Brownie’s Last Train”, una sorta di session live che pone come linea guida il lavoro di una mitica coppia del passato: Sonny Terry e Brownie McGhee, il più famoso duo di Acoustic Country Blues.
Tanto per inquadrare il periodo è giusto ricordare che Sonny - armonica - e Brownie - chitarra - hanno suonato insieme per una quarantina di anni, dal 1940 al 1980, diventando un punto di riferimento del blues più tradizionale, focalizzati sulla “semplicità” di armonica e chitarra, il vero modo di fare blues, anche per gli argomenti che riportano ai canti degli schiavi neri che, dopo il lavoro nelle piantagioni di cotone, si ritrovavano insieme la sera per cantare e bere, provando ad attenuare il disagio legato alla miseria e allo sfruttamento.

Con contanta materia da sviscerare, Davis e Poggi realizzano il loro tributo, un vero omaggio che suona come un cadeau confezionato per vera riconoscenza, un ringraziamento per la solidità delle fondamenta gettate e per la cospicua fonte di ispirazione.


I brani proposti sono quasi tutti da far risalire al periodo in cui Terry e McGhee hanno vissuto, composizioni loro o di musicisti coevi, anche se l’apertura dell’album presenta un inedito, “Sonny & Brownie’s Last Train”, scritta da Guy Davis e perfettamente calata nel mood dell’epoca.
Ma tutto il disco vive sull’atmosfera di paesaggi meravigliosi, permeati dalla semplicità di una musica universale capace di lenire il dolore come nessun’altra.
E in questo percorso la voce e la chitarra di Davis sposano alla perfezione i fraseggi all’armonica di Poggi, due “giovani” bluesman che pare abbiano rapito i segreti del blues antico, aggiungendo un tocco personale, fatto di conoscenza, competenza e cuore.
E così capita che un brano come Shortnin’ Bread” ritrovi nuovo volto dopo essere stato cantato dai neri negli anni ’30 nelle piantagioni di cotone, o come “Take This Hammer”, una “Prison Song” del ’42 di Leadbelly, possa diventare un attuale manifesto antirazzista.

L’ascolto di Sonny And Brownie’s Last Train” non può lasciare indifferenti, anche se occorre la sensibilità giusta per poter apprezzare la linfa vitale che scorre pulsante tra note e melodie, un insieme di elementi che mantengono il valore della creazione basica, grezza, su cui non è bello esagerare sull’ammodernamento, perché il nuovo è proprio il messaggio “antico” miscelato all’interpretazione e alla riproposizione di un disegno che pare abbia ancora molti spazi da riempire e colorare.

Da evidenziare che il disco è uscito anche in vinile - prima esperienza per un Fabrizio Poggi che non finisce mai di stupire.
Da ascoltare senza indugio!


Tracklist

1.      Sonny And Brownie’s Lat Train
2.      Louise, Louise
3.      Hooray, Hooray These Women Is Killing Me
4.      Shortnin’ Bread
5.      Baby Please Don’t Go Back To New Orleans
6.      Take This Hammer
7.      Goin’ Down Slow
8.      Freight Train
9.      Evil Hearted Me
10. S tep It Up And Go
11.  Walk On
12.  Midnight Special

Il disco è stato inserito in due votazioni 

BLUES BLAST MUSIC AWARDS (gli OSCAR della rivista BLUES BLAST) come MIGLIOR DISCO ACUSTICO DEL 2017
https://www.bluesblastmagazine.com/bbmas/vote/

DOWNBEAT ANNUAL READERS POLL la prestigiosa rivista americana di Jazz, Blues & Beyond ha inserito il disco di Guy Davis e Fabrizio tra i dischi da votare dal poll dei lettori.
Si può votare seguendo questo link: 
https://www.surveymonkey.com/r/2017DBREADERSPOLL




mercoledì 16 agosto 2017

Elvis: International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973


International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973

Dopo una lunga assenza, Elvis Presley aveva fatto la sua riapparizione televisiva nel 1968.
Nel frattempo aveva adattato il suo stile alle clientele sofisticate di alberghi e casinò e ciò gli aveva consentito di trionfare anche sui palchi di Las Vegas.
Era l’artista più celebre al mondo ma ne lui ne il suo manager, il “Colonnello” Tom Parker, avevano intenzione di metter il naso fuori dagli USA.
Ecco allora l’idea totalmente nuova di un concerto trasmesso via satellite: con 2 ore di esibizione Elvis si sarebbe fatto ascoltare in ogni angolo del pianeta.

I risultati gli dettero ragione: gli spettatori furono più di quelli che avevano assistito allo sbarco sulla luna nel 1969 e in Giappone un incredibile 98% dell’audience televisiva si lasciò incantare da quell’americano trentottenne in abito attillato e candido che, dal palco di Honolulu, alternava veloci rock’ n’roll a strazianti ballate sentimentali.
Se un simile evento entrò subito nella storia, pochi si resero conto dell’inferno privato che Elvis pubblico in canzoni come “You Gave Me A Mountain”, “It’s Over” e “ I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams.
Qualche mese prima la moglie lo aveva lasciato per un altro uomo portando con sé la figlia.

Anche in compagnia di due miliardi di persone, Elvis Presley restava imprigionato nella “strada solitaria” da lui cantata in “ Heartbreak Hotel.



Il concerto in numeri:
-4 giorni di prove
-23 canzoni
-13 chili persi nella preparazione del concerto
-8000 gli spettatori presenti all’ Honolulu International Center
-85000 dollari raccolti per la ricerca sul cancro
-1 milione di dollari il compenso di Elvis Presley
-2,5 milioni i costi di produzione
-1,1 miliardi gli spettatori in tutto il mondo

(Note estratte da una raccolta di Mark Paytress)


martedì 15 agosto 2017

I Jefferson Airplane a Woodstock


La nostalgia di Woodstock mi prende con una certa frequenza, e non accenna a calare col passare del tempo.
Un pò di tempo fa fa sono entrato in possesso di una fotografia scattata nel 1973, che testimonia un Festival all’aperto a cui partecipai, ad Altare, nell’entroterra savonese… ma Woodstock è Woodstock, forse perché fu il primo ad arrivare a noi giovani - io avevo 14 anni nel 1970 - attraverso il movie, che mostrava in maniera netta ciò che dalle nostre parti si poteva solo immaginare.
Col passare degli anni ho avuto l’opportunità di vedere alcuni eroi di quell’evento, ed ogni volta mi trovavo a volare nel tempo pensando a chi avevo davanti.
Johnny Winter e Alvin Lee non sono più tra noi, ma resistono un paio di Who (Townshend e Daltrey) che sono gli unici al mondo ad aver partecipato ai tre grandi Festival  (Monterrey, Woodstock e Wight).
Tempi lontani, eppure i ricordi sono freschi e basta una picture per far scattare l’immediato sconvolgimento.
L’immagine che propongo riguarda la performance dei Jefferson Airplane, e al di là del brano e della valenza della band ciò che mi colpisce è l’inquadratura, con la band ripresa di spalle e un oceano di folla pronto ad interagire.
Cosa sarà di quelle vite? Quanti saranno ancora su questa terra? Cosa è rimasto di quei sogni giovanili? La musica resiste, non ha perso il suo smalto, e ascoltata oggi sembra… appena nata.

Ma cosa fecero i Jefferson Airplane? Chi erano? Cosa accadeva da quelle parti?

Nella baia di San Francisco si respirava un aria densa di cambiamenti, l'Lsd a quasi tutto il 66 era ancora legale negli Stati Uniti, e i giovani ne facevano un largo uso per spiccare voli pindarici multicolori; i Jefferson si fecero fin da subito portavoce di tanti fermenti e attraverso la loro musica veicolarono quella generazione verso l'abbandono di tutte le inibizioni fin lì represse da una classe sociale ancorata a rigidi e austeri principi di dottrina morale. Il loro "Surrealistic Pillow" fu il manifesto generazionale di quel periodo.

Marty Balin (19651971) Voce
Paul Kantner (19651973) Chitarra
Jorma Kaukonen (19651973)Chitarra
Grace Slick (19661973) Voce
Jack Casady (19651973)Basso
Spencer Dryden (19661970) Batteria





lunedì 14 agosto 2017

Nel ricordo di Roy Buchanan


Il 14 agosto del 1988 ci lasciava Roy Buchanan, considerato tra i 100 chitarristi più bravi di tutti i tempi. Il filmato che presento a seguire è "Sweet Dream", uno dei suoi pezzi più famosi, ma forse non rappresentativo delle enormi qualità chitarristiche di Roy.
Vediamo un minimo di biografia, trovata on line.
E' forse l'artista che ha avuto la carriera più difficile nella storia della musica ed è solo dopo l'uscita del suo primo album solista, nel 1972, che il pubblico si accorge di lui. Era però da oltre un decennio che Roy Buchanan suonava come session man, ruolo con cui si conquistò una fama quasi leggendaria. Nato a Ozark in Arkansas il 23 settembre 1939, figlio di un predicatore, cresce a Pixley in California ascoltando soprattutto gospel e folk. Inizia lo studio della steel guitar verso i nove anni poi a circa quindici anni si trasferisce prima a Los Angeles e poi a San Francisco. Nel 1958 entra a far parte del gruppo di Dale Hawkins, dove sta per tre anni e contribuisce a rendere "Suzie Q" un hit internazionale. Infatti l'assolo di chitarra inventato da James Burton viene ripreso e migliorato in modo eccezionale da Roy. Suona rockabilly e diventa musicista molto richiesto. Durante un tour a Toronto Roy incontra un giovanissimo Robbie Robertson che comincia a muovere i primi passi nell'ambiente musicale. Lo stesso Robbie Robertson ricorda: "Era grande, grandissimo, il miglior chitarrista che io abbia mai visto. Mi ricordo di avergli chiesto come aveva sviluppato il suo stile e lui mi rispose che era un lupo, per metà". Nel 1959 Roy riesce ad incidere anche alcuni singoli a suo nome. Nel 1962 partecipa insieme ad Al Downing al singolo di Bobby Gregg "The Jam", che entra nei Top 30 di quell'anno. Il 1963 è l'anno del trasferimento a Washington D.C., la città di sua moglie Judy, e quì suona nei clubs con varie bands da lui formate, ma le difficoltà a trovare ingaggi buoni lo costringono a lavorare part-time come barbiere senza però abbandonare la sua fedele Telecaster; in questo periodo affina sempre di più il suo personale stile chitarristico sperimentando suoni particolari con il feeback, il distorsore e il fuzztone. Fino alla fine dei '60 impartisce lezioni di chitarra e suona regolarmente al Crossroads Club di Bladensburgh nel Maryland, incide alcuni demos con la band del momento "The Sound Masters". Finalmente la stampa comincia ad occuparsi di Roy Buchanan e Rolling Stone lo definisce "Il miglior chitarrista sconosciuto del mondo", corre voce che anche i Rolling Stones lo vorrebbero con loro per sostituire Brian Jones. La Polydor che si comincia a muovere sul mercato americano lo mette sotto contratto e incarica il produttore Bob Johnston (Bob Dylan, Leonard Cohen) di occuparsi di Roy, affiancandolo ad un'altro emergente, Charlie Daniels. Pur senza aver inciso nessun disco Roy Buchanan riesce a fare il tutto esaurito alla Carnegie Hall; nel frattempo Tom Zito, dopo alcuni set di registrazioni, riesce a mettere insieme il materiale necessario per incidere il primo disco di Roy. Questo avviene nel settembre del 1972 ed il titolo è semplicemente "Roy Buchanan". Roy disse che la registrazione in studio durò soltanto cinque ore, ma ciò non impedì che fosse un ottimo album, un mix di Blues e Folk che rifletteva in pieno i trascorsi musicali di Buchanan supportato da assoli di chitarre limpidi e precisi. Le vendite dopo un anno raggiunsero la ragguardevole cifra delle 200.000 copie vendute. In verità il vero primo disco di Roy fu un'autoproduzione dei primi anni settanta, "Buch and The Snake Sretchers". Passato inosservato, raggiunse negli anni successivi notevoli quotazioni di mercato, mantenendo anche nella ristampa la sua originale confezione con il sacchetto di iuta. La Polydor visto il successo del primo disco pubblicò nel febbraio del 1973 "Second Album" il miglior disco in studio inciso da Buchanan, un perfetto connubio tra Blues e Musica delle radici, un successo di vendite con mezzo milione di copie. Il cruccio principale di Roy Buchanan è la scarsa propensione al canto, tanto che egli preferisce molto suonare brani strumentali, ma per motivi commerciali la casa gli impone di collaborare con dei cantanti e Roy ne cambia molti fino a quando non incontra Billy Price, un buon cantante con una spiccata tendenza alla musica nera. Con Price Roy, sempre nel '73, incide il terzo disco "That's What I Am Here For" mantenendosi sugli standard dei precedenti lavori. Con il quarto album "In Te Beginning" (in Europa con il titolo"Rescue Me") si hanno i primi segni di appannamento. Le cose vanno meglio con il successivo "Live Stock" registrato alla fine del '74 a New York, performance di notevole effetto. Nel Frattempo il contratto che lo lega alla Polydor si scinde e con l'Atlantic pubblica il suo sesto album "A Street Called Straight", seguito da "Loading Zone", lavori dignitosi ma molto lontani dai primi, con sonorità funky rock non particolarmente brillanti. Il secondo live, del '78, "Live In Japan", migliore del primo, contiene una versione stupenda di "Hey Joe", un grande omaggio a Jimi Hendrix. Nel 1980 è la volta di "My Babe" con l'etichetta "Waterhouse", lavoro da dimenticare; il momento più basso della carriera. Da questo momento Roy scompare dalla circolazione, assillato da problemi esistenziali, dall'alcol e dalla droga e si rifugia con la sua famiglia a Reston, in Virginia. Nel 1985 rientra in scena con un contratto con l'Allligator e pubblica i suoi ultimi lavori " When a Guitar Play The Blues" (1985), "Dancing on The Edge" (1986), "Hot Wires" (1987); ottimi dischi a cui si alternano tournees in Europa e in Australia, Roy sembra un uomo rinato ma purtroppo non è così, la dipendenza dall'alcol non gli evita di essere arrestato per ubriachezza ed il 14 agosto 1988 il nostro Roy s'impicca nella prigione della sua città. Scompare uno dei più grandi talenti chitarristici di tutti i tempi, sottovalutato da pubblico e critica, introverso e schivo, tormentato da problemi esistenziali ha vissuto una vita travagliata e sofferta come testimonia il brano "Dual Soliloquy" (sull'antologia Sweet Dreams) performance acustica di struggente carica emotiva.

Sweet Dream

giovedì 10 agosto 2017

Compie oggi 70 anni Ian Anderson


Compie gli anni oggi, 10 agosto, Ian Anderson, simbolo dei Jethro Tull.

E sono 70 tondi!

Anderson è genio assoluto, affabulatore, incantatore, innovatore, capace di rendere “rock” uno strumento prettamente classico come il flauto traverso, un chitarrista acustico eccelso, un vocalist straordinario e la sua voce, a ben vedere, è quella che manca di più ai fan sparsi nel mondo che, forse solo a posteriori, si sono accorti dell’assoluta importanza di quella timbrica calda e pastosa, insostituibile, che nessun aiuto artificiale potrà riportare ai fasti iniziali.
Ian Anderson è anche un saggio e previdente uomo di affari – cosa che quasi sempre è mancata alla giovani star degli anni ’70 –  e credo risalga già alla metà dei seventies il suo status di datore di lavoro della band, ovvero lui il capo e gli altri stipendiati, con le naturali differenze di compensi economici e di responsabilità.
Il gruppo è ancora molto seguito e anche in Italia esiste una cellula primaria – di cui in qualche modo faccio parte – che prevede un fanclub che ha a capo un Presidente – Aldo Tagliaferro – che è uno dei pochi con cui il buon Ian ha instaurato un rapporto di salda amicizia, con tutti i risvolti positivi del caso.
Impossibile riassumere una storia così complessa e una discografia sterminata, e allora provo a ripescare un mio vecchio pensiero riguardante quella musica che considero la colonna sonora della mia vita… il perché non mi è chiaro sino in fondo, ma indagare sarebbe persino doloroso.
Potrei raccogliere numerosi aneddoti e svariate conoscenze personali per descrivere i miei sentimenti, ma preferisco sottolineare un momento particolare su cui ho riflettuto spesso, perché ogni volta che riascolto “My God” – e mi capita con una certa frequenza – performata al festival dell’Isola di Wight, mi nasce una domanda spontanea.
Per inciso “My God”, che considero tra le più belle canzoni rock di tutti i tempi, fa parte di un album cult, Aqualung, che consiglio a tutti i giovani che non hanno mai avuto l’occasione di accostarsi alla musica dei Tull. Io ho provato in passato a diffondere il verbo, anche, con i miei figli, e devo dire che non sono rimasti indifferenti.
E ritorno all’episodio a cui accennavo.
Era il 30 agosto 1970, una domenica non comune, e i Jethro Tull anticipavano il set di Jimi Hendrix.
La manifestazione era già alla terza edizione, e molte altre sarebbero arrivate, ma quella è l’unica che si ricordi con grande enfasi.
La band di Anderson era già conosciuta per effetto di un secondo album strepitoso, “Stand Up” e quando salì sul palco, “Benefit”, il terzo lavoro, era in circolo da alcuni mesi.
Ma il pubblico di Wight, almeno in quell’occasione, non era numericamente parlando quello dei pub, dei teatri, delle realtà cittadine, ma, more or less, 600.000 persone!
Mi è capitato di chiedere banalmente a Clive Bunker, batterista in quell’occasione, cosa si provi a suonare davanti ad una muraglia umana, e la sua risposta, altrettanto scontata, ha evidenziato la totale “incoscienza da palco” che si innesca in quelle occasioni, quando mille o centomila fanno poca differenza.
Quei giovani, hippies e amanti del nuovo che stava arrivando, imbevuti dell’esperienze dell’estremo occidente musicale, avevano abitudini diverse, fatte di rock più o meno duro, di folk, di country, di contaminazioni varie, abituati a Hendrix e agli Who, Mitchell e Doors, Baez e Mody Blues, e forse non avevano idea di cosa volesse dire trovarsi al cospetto di una band sconvolgente, con un frontman unico che all’improvviso dava dignità rock ad uno strumento a fiato, suonato alla Roland Kirk, soffiato, parlato, usato come prolungamento dell’uomo e dell’artista, raccogliendosi su di una sola gamba.
Ecco, ogni volta che ascolto “My God” provo a mettermi nei panni di quei ventenni di 47 anni fa, e mi piace immaginare il loro stupore, per la novità e per la bellezza di un brano carico di significati, musicali e lirici.


Sono passati lustri, tanti, e i Jethro Tull hanno cambiato ogni pezzo usurato dal tempo, solo lui è rimasto al timone, Ian Anderson, l’antipatico, l’illuminato, o forse tutto il contrario. Noi amanti della sua musica ce lo coccoliamo, sempre pronti a ringraziarlo per quello che ha saputo regalarci: essere riconoscenti è il minimo che si possa fare in questi casi!




mercoledì 9 agosto 2017

In ricordo di Jerry Garcia



Esattamente 22 anni fa moriva Jerry Garcia, mente e braccia dei Grateful Dead.

Ecco una breve biografia tratta da "lastfm".

Jerry Garcia, all’anagrafe Jerome John Garcia (1 agosto 1942 - 9 agosto 1995) è stato un chitarrista e cantante statunitense famoso principalmente per la sua carriera con il gruppo di rock psichedelico dei Grateful Dead. Dopo aver suonato per poco il pianoforte divenne un eccezionale suonatore di banjo e chitarra. Ha partecipato a diversi altri progetti esterni ai Grateful Dead, in particolare la lunga collaborazione con il mandolinista David Grisman, amico di vecchia data di Garcia, di cui ci resta molto materiale inedito e postumo. Nel corso della sua carriera ha preso parte ad oltre 2000 concerti. Figlio di un’ infermiera e di un musicista, Garcia nasce nel’agosto del 1942 a Oakland, California, e gli viene attribuito il nome Jerry dal musicista Jerome Kern. All’età di soli 4 anni Garcia perde il dito medio della sua mano destra, amputato dal fratello Clifford per errore con l’accetta mentre tagliava della legna. Un anno dopo perde il padre che muore affogato mentre stava pescando. Dopo aver suonato per un po’ di tempo il pianoforte all’età di 15 anni riceve la sua prima chitarra come regalo di compleanno, appassionandosi subito allo strumento e iniziando a suonare senza ricevere nessun tipo di lezione ma andando a orecchio. Dopo aver abbandonato la scuola nel 1960 e aver prestato servizio nell’esercito, Garcia diviene amico del poeta Robert Hunter e insieme decidono di mettere su un duo, senza però concludere nulla. Garcia si appassiona al banjo e inizia a suonare bluegrass in molti gruppi locali. Conosce i Mother McCree’s Uptown Jug Champions (dove militano Bob Weir e Ron McKernan) e ne diviene in breve il chitarrista; sotto la spinta di Ron “pigpen” McKernan la band si sposta da sonorità bluegrass a sonorità sempre più elettriche, fino a cambiare il proprio nome in Warlocks e prendendo parte agli Acid test di Ken Kesey, che si riveleranno un esperienza fondamentale per il gruppo e per Garcia. Gia durante gli anni ‘60 i Grateful Dead si fanno notare nella scena psichedelica per le loro performance live, basate principalmente sul lavoro chitarristico di Garcia che con uno straordinario senso dell’improvvisazione rende ogni spettacolo un happening unico. Con gli inizi dei ‘70 il gruppo cambia stile, iniziando a suonare un folk rock disimpegnato: Garcia inizia a suonare anche altri tipi di chitarra, come chitarra acustica e steel guitar. Ora come non mai la collaborazione con Robert Hunter, iniziata nel 1968, durante la stagione psichedelica con Anthem of the sun incomincia a dare i suoi frutti migliori, con album memorabili come Workingman’s dead e American Beauty. La carriera con il gruppo procede negli anni ‘70 e ‘80 con dischi sempre meno frequenti, preferendo invece l’aspetto concertistico. Oltre che con i Grateful Dead e nei propri lavori da solista (iniziati nel ‘71 con l’album Garcia), Garcia ha suonato in altri gruppi, capeggiati da lui stesso, nati per soddisfare gli altri suoi interessi musicali, quali il blues o il bluegrass: ricordiamo soprattutto gli Old and in the way, con il mandolinista Dave Grisman, i Legion of Mary e la Jerry Garcia Acoustic Band. Il più importante tra i vari progetti sviluppati durante la sua carriera al di fuori dei Grateful Dead sembra essere la Jerry Garcia Band. Molto numerosi e importanti sono poi i dischi prodotti insieme all’amico Dave Grisman, con cui collaborava sin dai tempi dei Grateful Dead. Numerosissime sono poi le collaborazioni con altri musicisti: compare per esempio nel disco Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane come aiuto spirituale (e suonando anche in un paio di brani); suona nella colonna sonora del film Zabriskie Point con un improvvisazione per la cosidetta “love scene”; suona la steel guitar negli album degli amici New riders of the purple sage, collabora al primo mitico album solo di David Crosby, If I could only remember my name.
Jerry Garcia scompare il 9 agosto 1995 nel centro di riabilitazione dalle droghe Serenity Knolls, per un attacco di cuore durante la notte, aggravato da apnea notturna. Garcia era ben noto per il consumo di droghe fin dagli anni ‘60, a cui seguirono molti tentativi di smettere e altrettante ricadute.
Il giornale Rolling Stone, nella sua classifica dei migliori chitarristi di sempre, lo posiziona al 13° posto.
Ogni anno in California un piccolo gruppo di fan festeggia dal 2002 il Jerry Garcia Day.

I rimanenti membri dei Grateful Dead, per le rare volte in cui ancora si esibiscono come tali, hanno modificato il nome della band nel solo The Dead, per sottolineare che non può più essere lo stesso gruppo.

giovedì 3 agosto 2017

Nuova clip video della serata genovese dedicata a "Quadrophenia"


Della serata genovese dedicata, il 19 luglio, agli Who ho già scritto qualche giorno fa…


A completamento del mio commento arriva un’interessante clip realizzata da AntennaBlu Genova CN 16, una buona mezz’ora di video che, tra interviste, immagini e musica, riesce a fornire ulteriore angolazione all’interpretazione di una serata indimenticabile…



Ecco quindi tutto lo speciale dedicato alla The Who Night al Porto Antico di Genova, con "Quadrophenia" e la presentazione di "The Who e Roger Daltrey in Italia", libro di Antonio Pellegrini.