lunedì 11 dicembre 2017

Locanda delle Fate: ultimo atto del "Farewell Tour"-Asti, Teatro Alfieri, 9 dicembre 2017


Essere presenti il 9 dicembre al Teatro Alfieri di Asti ha determinato per molti la possibilità di aggrapparsi per sempre ad un pezzo di storia della musica, cosa non trascurabile per chi si sente parte di un movimento specifico, un po’ di nicchia, certamente, e proprio per questo di grande valenza.
Tutto era iniziato proprio nel salotto nobile della città, quarant’anni fa, quando la Locanda delle Fate si esibì per la prima volta davanti agli occhi di un diciassettenne, un “bimbo” che diventa uno dei simboli della serata. Sì, perché Max Brignolo era presente tra il pubblico, in adorazione in quel lontano ’77, mentre il 9 dicembre 2017 lo abbiamo trovato sul palco, chitarrista delle Locanda: un’immagine che racconta il passaggio di una vita, di più vite, di esperienze positive ed evidente dolore, perché la vita non fa sconti a nessuno.
Non credo che tutto il pubblico presente fosse costituito dai “duri a morire” del prog, più facile che il legame fosse costituito da analogie territoriali, da memorie condivise, da amore incondizionato per quei ragazzacci che hanno finito la loro esperienza live con quello che è stato nominato “Farewell Tour”, una serie di concerti di commiato culminati con due tappe brasiliane e con l’evento principe… tanto da chiudere il cerchio terminando nel modo più degno un ciclo indelebile, non solo per i protagonisti attivi.
Paradossalmente la musica non è stata l’elemento principale - è ovviamente un’opinione personale - ma i contributi che solitamente rappresentano un corollario - mi riferisco ai racconti, agli aneddoti, al rovistare nelle memorie - hanno preso il sopravvento e di fatto abbiamo assistito ad una cosa unica, con la presenza on stage di tutti i vecchi  “locandieri” (tranne Michele Conta), con un microfono che è passato di mano in mano tra i componenti attuali la band, e tutti hanno dato un contributo differente, tendente al “simpatico… forzato”, ma palesemente colorato di tristezza e rammarico: quando si chiude un capitolo del genere non è la musica che termina il suo corso, al contrario, attraverso di essa si rafforza il legame che esiste tra pubblico e artisti, ma… resta l’amaro in bocca, e viene facile immedesimarsi. E’ successo anche a me, comodamente seduto in prima fila, immerso tra i pensieri mentre lo show proseguiva, intento a capire cosa ci abbia lasciato realmente una vita scappata via in un attimo.
E alla fine il concerto diventa l’occasione per riflettere, sorridere amaramente, sentire dentro che i 5 gradi sottozero di Asti sono un minimo disagio se confrontato alla chiusura di una vicenda così importante.
E’ stata anche l’occasione per conoscere in modo sommario chi ha fatto parte della Locanda nel corso della sua storia (tutti visibili nel filmato a seguire), con un momento particolarmente toccante, quello in cui Alberto Gaviglio introduce Ezio Vevey, costretto dalla sua malattia ad una presenza “passiva”, ma davvero significativa.


Su palco per la foto di rito altre persone “importanti”, fan capaci di macinare oltre 9000 chilometri per assistere ad un evento magico, provenienti dall’estremo Oriente, così come dall’estremo Occidente.
Per una volta accantono la musica (ma nel video di fine articolo propongo un paio di brani…), certo di aver goduto di uno dei migliori concerti possibili in quel di Genova, un paio di mesi fa. In questa ultima occasione sono stato al contrario catturato da altro, da atmosfere rarefatte ed emozionanti, da attimi lontani dalla razionalità e carichi di sottile piacere. Quello che ho vissuto mi ha toccato profondamente, e credo di essere entrato perfettamente dentro alla serata, toccando con mano lo stato d’animo dei protagonisti, “rubando” qualcosa dal loro intimo e facendolo mio… anche io ho lasciato un pezzo di me al Teatro Alfieri, qualcosa che non tornerà più.
Concludo con parole non mie… nemmeno quelle solenni di Luciano Boero o Leonardo Sasso… nemmeno quelle del tastierista antico (Oscar Mazzoglio) o più recente (Maurizio Muha)… nemmeno quelle partecipate di Alberto Gaviglio… preferisco proporre il pensiero di Giorgio Gardino, uno che alle parole preferisce il percuotere le pelli, ma che evidentemente possiede il raro dono della sintesi: nella sua chiosa risiede il sentimento più diffuso di serata…

Ciao Locanda, grazie di tutto!




venerdì 8 dicembre 2017

John Lennon, Yoko Ono and The Plastic Ono Band



John Lennon, Yoko Ono and The Plastic Ono Band
Camera 1472, Queen Eizabeth Hotel, Montreal, 1 giugno 1969


Di sicuro non ero nè drogata nè altro. Andai da John una seconda volta perché conoscerlo era stata una bella esperienza e il posto era pieno di bella gente”. (Petula Clark)

Oggi la camera 1472, un appartamento d’angolo al diciassettesimo piano del Queen Elizabeth Hotel, nel centro di Montreal, è conosciuta come la “John Lennon Suite”. Chi prenota qui ha diritto a indossare pigiami esattamente uguali a quelli di John e Yoko, consumare a letto la stessa colazione da loro ordinata e ricevere, al momento del commiato, una stampa con il testo di Give Peace a Chance.
La canzone fu registrata all’interno della suite durante uno dei tanti “bed-in” contro la guerra organizzati dalla coppia e molto apprezzati dalla stampa.
All’improvvisata session presero parte un discreto numero di amici e sostenitori, fra cui anche la delicata Petula Clark che raccontò:

Ero a Montreal per una serie di concerti in inglese e francese . L’idea era di unire persone che parlavano lingue diverse, ma in teatro era guerra tutte le sere. Altro che dare una possibilità alla pace, come diceva la canzone di Lennon! Sapevo che John era in città , così anda daluiperchè volevo parlare con qualcuno che non mi conoscesse, qualcuno con cui confidarmi e magari scoppiare a piangere. Sentivo che fra me e lui poteva esserci una sintonia spirituale e non mi sbagliavo. Fu gentilissimo. In sostanza mi disse ...” vadano a farsi fottere…” , che mi parve un ottimo consiglio.
La prima sera non c’era praticamente nessuno, a parte John e Yoko sotto le lenzuola. Quando ritornai la seconda volta era pieno di gente, fra cui gli Smothers Brothers e Timoty Leary. John era seduto in quel grande letto con in braccio la chitarra e voleva che cantassimo tutti Give Peace a Chance.
Ci divertimmo parecchio. Nessuno si comportava da divo e l’atmosfera era piacevole. Non mi resi nemmeno conto che ci stessero filmando e registrando. Naturalmente la canzone piaceva a tutti e ci sentivamo in sintonia con i concetti che esprimeva: il desiderio che le cose andassero meglio e di riuscire a entrare in contatto con il nostro lato positivo”.
(Informazioni tratte da note di Mark Paytress)




giovedì 7 dicembre 2017

PFM-“Emotional Tattoos”


                                                                 PFM-“Emotional Tattoos
                                                                         Di Athos Enrile

Tutto ciò che riguarda la PFM fa rumore e atmosfera, perché la più grande rock band italiana crea sempre aspettativa e induce al commento, spesso condizionato da preconcetti ed eccessive sicurezze, qualunque sia la tendenza del giudizio.
Le band si evolvono, i musicisti e le esigenze mutano, e a ben vedere di quel nucleo antico denominato “Quelli”, trasformatosi poi in PFM, resta il solo Franz Di Cioccio. Certo, Patrick Djivas - entrato nel ’73 - è membro DOC, così come sono da considerarsi elementi di famiglia Lucio Fabbri - collabora dal ’79 - e Roberto Gualdi, da quattro lustri alter ego di Franz alla batteria, ma la proposta attuale regala un’immagine nuova del gruppo, e la mia convinzione è quella che non sia necessaria alcuna comparazione col passato, siamo di fronte a un nuovo volto, il cui intento dichiarato è quello di provocare “tatuaggi emotivi”, e se non ci si fa troppo condizionare dalla storia l’obiettivo si può raggiungere.
La band attuale si completa con Marco Sfogli alla chitarra, Alessandro Scaglione alla tastiera e Alberto Bravin a tastiera e voce.
Partiamo dagli elementi oggettivi: “Emotional Tattoos” - è questo il titolo dell’album - è uscito per l’etichetta InsideOutMusic/SonyMusic, pubblicato contemporaneamente in due versioni diverse tra loro, una italiana e una inglese.
Sono molteplici le possibilità di fruizione per soddisfare tutte le esigenze di appassionati e non: Nero 2LP+2CD (Vinile versione inglese e doppio cd italiano e inglese), EDIZIONE LIMITATA (solo per l’Italia) Trasparente arancione 2LP+CD (vinile e cd versione italiana), edizione speciale 2CD Digipak (cd versione italiana e inglese / International version), 2CD Jewelcase (cd in versione italiana e inglese / US version), CD Jewelcase (cd in versione italiana / disponibile solo in Italia), Digital album (cd in versione italiana e inglese).
La doppia conformazione in contemporanea è inusuale, legata alla necessità di percorrere immediatamente strade dalle direzioni diversificate che abbiano come mira il raggiungimento del pubblico lontano, cosa che sembrerebbe facile in questi tempi evoluti tecnologicamente, ma che necessita di cura dei particolari e conoscenza della richiesta, con una voglia di vinile che richiederebbe un capitolo a parte per gli aspetti di contorno che superano quelli meramente musicali.
L’anticipazione del video “Quartiere Generale” aveva fatto storcere il naso ai più rigidi amanti del prog italico, mentre i più cauti - e io sono tra quelli - hanno preferito aspettare, ascoltare per intero i due dischi, farsi un’idea da esprimere soltanto dopo una buona metabolizzazione.
Dopo tre giri di giostra ho realizzato alcune cose basilari:

1)La sezione inglese è quella che preferisco e la scelta della lingua può fare davvero la differenza, anche se credo che ci sia spazio per il miglioramento della pronuncia.
2)La miscela tra i brani pop e quelli più articolati rappresenta un buon equilibrio che appare come caratteristica precisa del disco.
3)La musica della PFM è questa, è altra cosa, un mondo che è progredito lasciandosi alle spalle la storia, senza rinnegarla, ma evidenziando che si può proporre qualità con ingredienti e attori diversi da quelli a cui si è abituati, perché gli artisti maturano, si evolvono, si lasciano, si compensano.

Ho trovato questo nuovo contenitore godibilissimo, e pensare che la PFM rilasci un disco di inediti dopo 14 anni - ma occorre contare anche “Stati di immaginazione” uscito nel 2006 - induce a credere in una nuova spinta all’azione, una rinnovata motivazione nel lasciare tracce indelebili, in un momento in cui la vendita dei dischi è fatto economicamente marginale, e solo il feticcio LP può contrastare tale fenomeno.


Le liriche riportano ad un buon impegno sociale e sono siglate da Di Cioccio e Gregor Ferretti, mentre Dzjivas ed Esperide hanno curato i testi inglesi, con una piccola incursione della vecchia amica - e conoscenza italiana - Marva Jan Marrow.
Copertina di Stefano e Mattia Bonora, così raccontata dalla PFM: “Sulla copertina si vede una fantastica nave spaziale guidata da Franz e Patrick, una nave che ci porta in luoghi mai esplorati prima, accompagnando il pubblico nel nuovo mondo PFM, dove la musica non ha solo un'identità ma si evolve e abbraccia molti generi. “Emotional Tattoos” è un album che lascerà emozioni sulla pelle”.

Brani come We're Not an IslandIl Regno, o So Long/ Mayday o ancora Freedom Square disegnano l’ampio scenario dove le skills personali emergono all’interno del progetto, delineando la nuova shape della PFM, la versione 2017, che non prevede rigidi schemi ed etichette ma piuttosto la creazione di una porta aperta che possa agevolare ogni tipo di contaminazione al di fuori delle ideologie musicali e dei paletti che un tempo era facile costruire, o farsi realizzare su misura da altri.
Il video a seguire, il secondo rilasciato, appare come buona sintesi degli intenti e delle nuove necessità espressive.


Tracklist:
1-01 We're Not an Island
1-02 Morning Freedom
1-03 The Lesson
1-04 So Long
1-05 A Day We Share
1-06 There's a Fire in Me
1-07 Central District
1-08 Freedom Square
1-09 I'm Just a Sound
1-10 Hannah
1-11 It's My Road
2-01 Il Regno
2-02 Oniro
2-03 La Lezione
2-04 Mayday
2-05 La Danza degli Specchi
2-06 Il cielo che c'è
2-07 Quartiere Generale
2-08 Freedom Square
2-09 Dalla Terra alla Luna
2-10 Le Cose Belle
2-11 Big Bang


sabato 25 novembre 2017

Giorgio "Fico" Piazza racconta la sua storia ad Alba


Nuovo incontro a carattere musicale ad Alba, il 24 novembre, promosso ancora dall’Associazione Alec Gianfranco Alessandria.
Ospite della serata Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista della PFM e testimone di momenti importanti della vita musicale italiana, attimi indelebili che hanno visto la sua vita incrociare quella di artisti entrati nella mitologia musicale, come Battisti, Mina, De Andrè, Stratos, Teocoli, Lavezzi, Mogol, Reverberi e così via.
Piazza ha chiuso con la musica professionistica tanto tempo fa, e per molti anni ha messo da parte il suo basso, in attesa che la fiammella scoccasse nuovamente. E l’occasione prima o poi arriva, e nel caso di “Fico” la data riporta ad un concerto benefico del 2011, momento in cui nascono le condizioni per ripartire, passo dopo passo, con cautela, ma con ritrovato entusiasmo.

Ora Giorgio suona contornato da giovani - è questa la sua missione - riproponendo l’antica musica della PFM che, a suo dire, riesce solo ora a suonare nella piena consapevolezza; la missione è quella di coinvolgere i suoi compagni di viaggio e il pubblico che, se vuole ascoltare i primi due album della PFM dal vivo, ha una sola occasione, andare ai concerti di Piazza e della sua band.


Per stimolare i ricordi e gli aneddoti racchiusi nella sua mente si è utilizzato il metodo della proposizione di immagini del passato e del presente, incrociate con filmati di repertorio, documenti interessanti - ed esposizione conseguente - che hanno suscitato molta curiosità e invogliato i presenti alla partecipazione, tra tutti Luciano Boero, uno che di musica se ne intende - così come i fratelli Terribile, anch’essi tra il pubblico - che ha permesso di sottolineare alcuni aspetti solitamente ad appannaggio degli addetti ai lavori.

Per oltre due ore un gruppo di persone si è ritrovato in una stanza a parlare di musica, con un ospite di eccezione che è riuscito a descrivere un mondo antico che non c’è più, volgendo però lo sguardo verso il futuro, in modo attivo, dando esempio concreto, e ancora una volta un ambiente carico di vinili ha esercitato il fascino giusto, favorendo la socializzazione e la creazione di momenti sereni. 
Un insegnamento… una strada da perseguire con tenacia.

Riviviamo frammenti di serata…




domenica 19 novembre 2017

Presentazione di "A New Chant", Acqua Fragile, a il Giardino Serenella di Savona


Un esperimento… è così che abbiamo voluto chiamarlo.
Erano lustri che non mi capitava di condividere l’uscita di un nuovo album con un gruppo di persone interessate all’ascolto - per loro il primo in assoluto -, traccia dopo traccia, cercando di andare oltre l’impatto iniziale, quello che può portare ad un gradimento immediato o ad una stroncatura senza alcuna possibilità di recupero.
Difficile che un album possa essere afferrato al primo giro, ne servono almeno tre per avere le idee più chiare, per sapere se al disco in questione verranno concesse ulteriori chance.
Ma il trovarsi in una stanza, con la passione per la musica in comune, permette di sviscerare i brani, ad uno ad uno, dedicandosi ai particolari - l’artwork, le liriche, gli aneddoti, le logiche tecniche e musicali… - alternando l’ascolto con le parole.
A New Chant”, dell’Acqua Fragile, è il lavoro utilizzato come cavia.
Perché proprio quello?
Beh, intanto è fresco di uscita - più o meno un mese - e quindi si resta sull’attualità; rappresenta poi il bridge che ricongiunge il 1974 (seconda uscita di A.F., “Mass Media Stars”) all’attualità, fatto che evidenzia come certi principi musicali possano resistere anche dopo un lungo periodo, senza che ci siano cedimenti verso alcuna moda. Provo a spiegarmi con un esempio concreto.
Uno dei motivi per cui l’Acqua Fragile non ebbe pieno successo nel periodo d’oro dei seventies - mi riferisco alla musica progressiva - fu l’utilizzo della lingua inglese, osteggiata dalla stessa etichetta discografica, perché in quel momento, forse, poco spendibile (non ricordo nessuna altra band dello stesso periodo esprimersi nella lingua di Albione). Bernardo Lanzetti, dopo un buon periodo passato in Texas per motivi di studio, era in grado di recitare il ruolo non facile del vocalist italiano che utilizza il verbo inglese, e in maniera decisamente sostenibile. Fu proprio questo il motivo che, tirando le somme, portò allo scioglimento dell’A.F., perché la PFM, scopritrice della band di Parma, pensò proprio a Lanzetti per ricoprire il ruolo di frontman, volendo essere maggiormente presente all’estero e con sicura credibilità: come rinunciare ad una simile occasione!



Un periodo di cinque anni, che di certo ha fatto curriculum, rappresentando vetrina significativa, ma probabilmente non proprio una fase di idillio.
Nel 1980 finisce l’avventura di Lanzetti nella PFM: quella dell’Acqua Fragile era terminata da tempo!

Arriviamo nel nuovo secolo quando, nel 2013, tutti i membri originali dell’ A.F. si ritrovano a Parma, su di un palco, per celebrare i 40 di attività di Lanzetti (il VOX 40 teneva conto del periodo intercorso dal primo disco omonimo, nel ’73, e il momento celebrativo, il 2013, 40 anni dopo) e scatta così l’idea di riprendere il vecchio cammino, cosa fattibile per almeno i 3/5 del gruppo (Lanzetti, Canavera e Dondi, mentre Campanini e Mori non risultano disponibili per una nuova avventura in studio). E' un grande successo...


... e le spinte che arrivano da ogni latitudine portano verso il nuovo progetto - quello di cui si è chiacchierato al Giardino Serenella il 17 novembre - quell'"A New Chant" che presenta un solido fil rouge che unisce la produzione antica all'attualità, compreso l'utilizzo dell'inglese, anche se per la prima volta l'A.F. propone una lirica in lingua italiana, contenente il messaggio basico, quell'amore per la musica che non può lasciar spazio a fraintendimenti e va quindi esposto nel modo più chiaro possibile.

Folto pubblico e occasione per ampliare l’argomento, partendo dalle origini, da quella specie di mix tra band, gli “Gli Immortali” e i “Moschettieri”, che portò alla costituzione di un gruppo cult di cui nessuno si è dimenticato.
Tanti i video proposti, gli aneddoti, le curiosità, con la distribuzione di un opuscolo contenente testi e credits, tanto per avere una traccia da seguire.


Non male come tentativo.
E alla fine un piccolo rinfresco, che sottolineo solo per testimoniare la nascita di un "nuovo prodotto",  un vino nato apposta per queste occasioni, il ProgSecco!


Nel sintetico video a seguire si potrà captare l’atmosfera creatasi nella serata.



E per chi fosse interessato ad una recensione dell’album rimando al seguente link:

http://athosenrile.blogspot.it/2017/10/acqua-fragile-new-chant.html


sabato 11 novembre 2017

Una serata dal titolo significativo: "NOI"




Una serata diversa dalle altre, un po’ a sorpresa, tanto da non essere in grado di fornire all’avvenimento un titolo, a priori, corretto… meglio aspettare la fine dell’esperimento e concordare, assieme, una definizione appropriata. Qualcuno si esprime di getto, senza riflessione alcuna, dando spazio alla spontaneità e sintetizzando l’esperienza appena vissuta: “Come potremmo definire la serata? NOI!”.

Un gruppo di persone, anime prive di legame personale, si ritrova in una stanza senza immaginare cosa accadrà… la presenza è solo sulla fiducia, o magari c'è voglia di tastare il campo.
Chi conduce sa dove vuole arrivare, ma ogni “puntata” ha una sua vita propria, e l’esito non è mai scontato.

Un libro nelle mani - "Scintille per l'eternità" - pagine da cui esce una storia, vera ma romanzata, un racconto che parla di vita, di musica, di grandi successi ed enormi delusioni. Clare Torry suggerisce qualcosa? E i Pink Floyd?
Le parole, toccanti, influenzano i presenti, e poi… l’ascolto, in silenzio, a luci basse, forse ad occhi chiusi, ma, per chi vuole, c’è un prisma proiettato su di un telo: è quello di “The Dark Side Of The Moon”, e una delle possibilità è quella di abbinare l’ascolto alla visione della parete, a quel punto carica di significati.


Dopo qualche minuto magico le “urla” di Clare terminano e, su precisa richiesta, tutti diventano attori, versando sulla carta ciò che hanno provato, con l’idea di realizzare uno scritto caratterizzato da elementi personali e un pò di didattica. E in questo gioco delle parti tutti ruotano attorno al posto di guida e tutti diventano driver, almeno per un attimo.

Incredibile come dallo stesso punto di origine possano nascere sensazioni opposte, estremi che sembra impossibile possano avvicinarsi.
Ma non è così.

Un nuovo ascolto incombe, e alla fine si ripropone il compito iniziale, ma con una differenza… la necessità di mediazione, il lavoro in gruppo teso a trovare una descrizione unica, che oltrepassa il normale personalismo.

Due team al lavoro, due modi differenti di perseguire l’obiettivo, che in ogni caso viene raggiunto da entrambi, ed è stupefacente realizzare che posizioni apparentemente impossibili da conciliare trovano un facile punto di incontro, frutto della ragionevolezza e del buon senso, quello che spinge a pensare che esiste sempre una via di uscita quando si agisce avendo una meta comune.

Ecco alcuni dei pensieri riportati…

“Le urla che illuminano la nostra parte conscia sono improvvisi e inaspettati… possono essere dolori liberatori o luci salvifiche.
Il prisma è lo specchio di una moltitudine di aspetti dell’anima.
La luce, senza preavviso, penetra, buca e si espande cambiando di aspetto, mutando ed evolvendosi.
E’ un brano che apre una porta e, senza regole, libera un’anima e la rende eterna: è la fusione, non programmata, di anima e arte”.

“La voce, inizialmente pacata, sale, esprimendo con energia sempre più incalzante i timori, le speranze, le emozioni più alternanti, per poi calare di intensità, rappresentando così la metafora della vita”.

E alla fine arriva qualche considerazione più… professionale, quella espressa da un’esperta di analisi dei comportamenti, che chiude la serata con le sue osservazioni, stimolando quindi un bel po’ di riflessioni.

Qualche pillola video… in attesa di nuovi, oscuri, magici, esperimenti!




domenica 5 novembre 2017

Una serata ad Alba, parlando di musica


Il 3 novembre ho passato una piacevolissima serata in compagnia di nuovi conoscenti, ad Alba, una fantastica cittadina in provincia di Cuneo.
Il tramite tra me e l’Associazione Alec Gianfranco Alessandria è Luciano Boero, cofondatore delle Locanda delle Fate, anch’esso residente in questo cento delle Langhe.
L’associazione è costituita da appassionati di musica, progressiva e non, e la sede costituisce la miglior location possibile se si pensa all’incredibile cornice di vinili che caratterizza le pareti.

Il mio compito era quello di raccontare qualche storia, aneddoti ed esperienze, molte delle quali condivise con alcuni dei partecipanti - quelli più o meno coetanei -, presenti come me a certi eventi antichi, esperienze incredibili e indimenticabili.
Per condurre la serata sui binari del rock, senza eccessiva nostalgia, ho utilizzato il mio book “Le ali della musica”, seguendo un canovaccio che mi ha permesso di ricordare alcuni degli episodi della mia vita, ai quali ho aggiunto stralci di video, testimonianze reali dei concerti di cui parlo nel libro.
La serata è volata via, e il pubblico ha dimostrato reale interesse, essendo di pieno gradimento l’argomento trattato.
Nel video a seguire propongo qualche minuto di serata, così, tanto per lasciare traccia dell’atmosfera familiare che si è venuta a creare.

Ed ora aspettiamo il prossimo appuntamento, quello del 24 novembre quando sarà presente il primo bassista della PFM, Giorgio “Fico” Piazza.

lunedì 30 ottobre 2017

"Rory Gallagher- il bluesman bianco con la camicia a quadri"- il libro di Fabio Rossi: intervista all'autore



Fabio Rossi è l’autore del libro di fresca uscita “RORY GALLAGHER- il bluesman bianco con la camicia a quadri”, Chinasky Edizioni.
Non esistono biografie complete nella nostra lingua e questo credo sia già utile a sottolineare il paradosso che appare evidente quando di parla di Gallagher: un artista fondamentale per il blues e per l’utilizzo della chitarra in generale, ridotto al minimo della visibilità in un periodo in cui i musicisti coevi hanno creato il proprio mito. Ma Rory non aveva bisogno di essere considerato un “Dio” - lo è diventato suo malgrado - perché il suo unico interesse era la musica, quella che creava attraverso la sua inseparabile Stratocaster. 
Lontano dallo star system, refrattario alla pubblicità spicciola, distante anni luce dalla facilità commerciale del 45 giri, fu innovatore e precursore dei tempi, stimato da tutti ("rischiò" anche di diventare un possibile Stones!), indicato persino da Hendrix come migliore nel mondo; portò avanti un disagio che culminò in una dipartita prematura a seguito di un trapianto di fegato.
Nessuna comparazione con gli artisti maledetti dell’epoca, ma il malessere interiore trovò sola attenuazione nello smodato uso di alcolici, tipico di quei tempi, spesso testimoni di miscele letali.
E poi un irlandese che non beve non si era mai visto! Già, un irlandese che fa blues, che trae ispirazione dai suoi maestri d’oltreoceano e raccoglie i gradi sul campo, prendendo le distanze da ogni tipo di visibilità a tutti i costi, favorendo al contrario la sostanza e il contatto con il pubblico. Un uomo semplice, differente in tutto e per tutto dai modelli imposti, musicista unico.
Dobbiamo ringraziare Fabio Rossi per il grande tempo dedicato alla raccolta documentale che, unita alla sua immensa passione, fanno sì che la vita di Rory Gallagher venga raccontata oggi in Italia con una sequenza logica e oggettiva, condita dai giudizi personali, con elementi di vita che si fondono al commento degli album, tutti vincenti, come evidenzia Rossi.
Il book è anche carico di aneddoti significativi che riguardano quel mondo ormai alle spalle, e che vale la pena di ricordare. 
Eccone uno particolarmente divertente.

L’aneddoto che segue è un’ulteriore testimonianza della “pericolosità” di Jerry Lee Lewis (The Killer), nonché un mirabile esempio delle doti umane che contraddistinguevano Rory Gallagher. Nel 1974 fu invitato a un concerto di Jerry al Roxy di Los Angeles. Tra gli spettatori c’era anche John Lennon che già solo con la sua presenza finì per oscurare il Killer. Rory rievoca così quell’incredibile serata: “Lennon si trovava a Los Angeles in quel periodo, i suoi capelli erano davvero corti, ma tutti lo riconoscevano e si voltavano a guardarlo mentre prendeva posto al Roxy. Inutile dire che questo fatto lo aveva “messo in ombra” e Jerry 47 Lee stava perdendo la testa. Iniziò a suonare Jerry Lee Rag, ma tutti stavano ancora guardando Lennon e parlando di lui. Improvvisamente Jerry Lee si fermò e iniziò a dire che i Beatles e i Rolling Stones erano “merda” e che nessuno poteva fare vero rock’n’roll nel modo in cui lo faceva lui. Lennon si divertiva e iniziò a incitare Jerry Lee gridando “sì, hai proprio ragione, i Beatles sono merda!”. La gente cominciò a ridere, ma Jerry Lee pensava che lo stesse insultando, così andò fuori di testa del tutto. Scansò il pianoforte sul palco e divenne una furia. Il clima nel Roxy era teso, la maggior parte delle persone lasciarono il locale temendo che Jerry Lee potesse andare pericolosamente fuori dai gangheri e usare una delle armi da fuoco che si diceva portasse sempre con sé, mentre gli altri rimasero lì per vedere che cosa sarebbe accaduto. Non avevo paura di Jerry Lee perché avevo lavorato con lui, ma tutti gli altri erano ovviamente molto spaventati. Non c’era nessun altro quando io e Tom O’Driscoll (suo amico e guardia del corpo non ufficiale) ci recammo nel camerino. Iniziammo a chiacchierare con Jerry rievocando le sessioni di registrazione. Tutto ad un tratto la porta si aprì ed entrò John Lennon. Ci fu un silenzio di tomba per un paio di secondi. Fissai Jerry Lee per vedere come avrebbe reagito. Tom non poté resistere a quest’opportunità, era stato un grande fan dei Beatles e non appena si avvicinò a Lennon si lasciò cadere in ginocchio, baciò la sua mano e disse: “Ho aspettato vent’anni per ottenere l’autografo del re del rock and roll”. Naturalmente questo scatenò una profonda ira in Jerry Lee che dapprima si tastò il calzino come per prendere la pistola e poi iniziò a guardarsi intorno per trovare qualcosa da gettare o rompere. Lennon, nel mentre, autografò rapidamente un pezzo di carta a Tom e poi, per stemperare la situazione, prese la penna e un altro pezzo di carta da Tom e andò da Jerry Lee. Fece esattamente quello che Tom aveva fatto con lui: si inginocchiò, baciò la mano di Jerry Lee e disse: “Ho aspettato vent’anni per ottenere l’autografo del vero re del rock and roll!”. Jerry Lee era felice: autografò il pezzo di carta, iniziarono a parlare e poi tutto andò bene. È stato un momento meraviglioso.”

Un libro scritto con molta cura, che ha il pregio di far convivere la testimonianza oggettiva con la giusta personalizzazione, dando luce ad un musicista che dovrebbe essere conosciuto da chiunque decida di avvicinarsi al mondo dei suoni.
Magnifiche le fotografie allegate.
Fabio Rossi con il suo scritto ci dà una grossa mano nell’opera di diffusione di Rory Gallagher, un uomo bianco di blues, un uomo, quasi sempre, con la camicia a quadri.



L’intervista a Fabio Rossi

Domanda d’obbligo: ti ho conosciuto come progger appassionato e ti ritrovo col blues nel sangue… quali sono i sentieri musicali che ami percorrere?

Sono un grande appassionato di musica da quasi mezzo secolo ormai, e spazio dal rock all’heavy metal, passando per il blues, la fusion, il progressive e il punk. Diciamo che ho una gamma di gusti piuttosto estesa che comprende anche la classica. A casa possiedo oltre un migliaio di titoli tra long playing, CD e DVD, nonché una cinquantina di libri sui generi citati e monografie di band e artisti famosi. Amo la musica, quella con la M maiuscola.

Il libro che hai appena rilasciato ha come fulcro la storia di Rory Gallagher, un uomo di blues, uno che ha lasciato il segno pur restando ai margini della grande visibilità, in un periodo in cui, qualcuno di importante ha detto, “… bastava essere giovani per essere delle star!”: ti sei fatto un idea precisa sul perché di questo successo a metà, nonostante il grande talento?

Questo tema è uno dei fulcri del mio libro. Appare incredibile che un talento puro come Rory Gallagher non si sia affermato come star di primo livello nel rutilante mondo del rock, basti solo considerare l’incondizionata ammirazione di tanti personaggi del calibro di Gary Moore, Jimmy Page, Brian May, Joe Bonamassa, The Edge e altri ancora. Lo volevano nei Rolling Stones e nel 1972 è stato premiato come miglior chitarrista; nonostante tutto ciò, e a fronte di una discografia eccellente, Rory Gallagher viene sovente relegato in secondo piano. Perché? Di certo lui era refrattario allo star system, detestava i 45 giri, i passaggi radiofonici, e non dedicava troppo tempo alla registrazione dei suoi album, tutti di valore ma nessuno in grado di essere ricordato alla stregua di “In Rock” dei Deep Purple o “II” dei Led Zeppelin. L’avidità e l’incapacità del manager dei Taste ha provocato lo scioglimento di una delle band più promettenti di quel periodo e i musicisti che hanno accompagnato Gallagher nella sua carriera non erano al suo stesso livello, oltre a non possedere il carisma giusto per cercare di centrare il successo pieno, insomma gente tipo Roger Glover o John Paul Jones. Come vedi alla tua domanda non è facile rispondere. Forse chissà, anche il fatto di essere irlandese potrebbe averlo penalizzato, ma sono solo congetture, resta la sua superba musica e il mio sforzo letterario è teso a farla conoscere il più possibile.

Perché hai deciso di focalizzare le tue idee su Gallagher? C’è qualcosa che ti ha colpito in modo particolare rispetto ad altri artisti coevi?

Per me Gallagher è sul podio come miglior chitarrista con Jimi Hendrix e Duane Allman. E’ un artista che ascolto da sempre senza mai stancarmi, e non sopportavo l’idea che nessuno in Italia si fosse mai degnato di dedicargli un libro. Ci ho pensato io!

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai trovato nel reperire documentazione e testimonianze?

Le difficoltà sono state molte, perché da noi si trova poco e niente. Ho dovuto setacciare il web e procurarmi le riviste dell’epoca, quasi tutte straniere, dove si parlava di lui. Ho acquistato anche alcuni libri in inglese da dove ho estrapolato molte delle testimonianze che ho poi inserito nel mio saggio. Una faticaccia, ore e ore a tradurre dall’inglese, ma il risultato finale penso sia soddisfacente.

Il blues è musica tecnicamente semplice ma che spesso è rifiutata quando è proposta da gente di pelle bianca… c’è diffidenza verso chi, qualcuno ritiene, non ha storicamente sofferto abbastanza per comprendere l’anima del blues: che cosa avevano in più Gallagher, Mayall, Clapton per essere accettati a pieno titolo?

Sono stati accettati perché erano dei veri e propri talenti e dove c’è il talento non conta il colore della pelle.

Gallagher è stato anche un innovatore, e sono memorabili, ad esempio, le sue performance col mandolino, uno strumento legato ad altre tradizioni: cosa ti ha sorpreso di lui studiandolo a fondo?

Gallagher era mostruoso con la slide, forse il migliore addirittura, ha abbracciato il jazz con i Taste (suonava anche il sassofono), il folk, il rock’n’roll, l’hard rock e naturalmente l’amato blues con risultati sorprendenti. “Going to my Hometown” è il pezzo maggiormente apprezzato dai fan che lo hanno visto dal vivo; ho raccolto le loro testimonianze inserendole nel libro e tutti ricordano vividamente il mandolino che primeggia in quel pezzo trascinante.


Esiste un album che ti sembra sia più importante di altri?

I tre live ufficiali: “Live! In Europe”, “Irish Tour ’74” e “Stage Struck”. Tre dischi imperdibili!

Scrivendo un libro come il tuo, una biografia, inevitabilmente si vive per un certo periodo in simbiosi col personaggio di cui si parlerà: cosa ti ha lasciato nel profondo questa esperienza?

Al di là della valenza artistica, Rory mi ha colpito per la sua semplicità, riservatezza e altruismo. Era davvero un’antistar, era uno di noi, era “il proletario irlandese”, era un grande e solo il fatto di essere andato a Belfast a suonare mentre tutti evitavano quella città per paura degli attentati fa di lui un mito. 

Come spiegheresti in poche parole ad un giovane la figura di Gallagher, provando a stimolare la curiosità che dovrebbe spingere ad un futuro ascolto?

In questo vuoto assoluto che permea l’universo delle sette note, un giovane deve solo guardarsi indietro e cercare di comprendere la filosofia di artisti veri come Rory Gallagher. Oltretutto la sua proposta musicale è davvero unica e merita attenzione da parte di chi non lo conosce ancora. Ci tengo a precisare che, come nel caso del mio primo libro sul rock progressivo, scrivo essenzialmente per i giovani affinché conoscano quali sono le loro radici e quello che per motivi anagrafici si sono persi.

Come hai pianificato la pubblicizzazione del libro? Sono state pianificate delle presentazioni?

Il libro è stato presentato il 7 ottobre a Cerea (Verona) nell’ambito dell’8° raduno Blues Made In Italy grazie all’interessamento dell’organizzatore Lorenz Zadro che ringrazio pubblicamente. Il 31 ottobre parteciperò al Rory Gallagher Italian Meeting 2017 che si svolgerà a Bologna presso la Sala “Serena 80”, l’8 dicembre si terrà il secondo festival italiano in onore dell’artista di Ballyshannon e mi troverete a Bergamo presso l’O’Dea’s Pub... insomma gli impegni sono tanti e se ne prevedono altri analoghi a Roma a fine dicembre e forse a Torino, Napoli, Livorno e Genova.


domenica 29 ottobre 2017

"Drug & Music"-2° puntata al Giardino Serenella


Non bastano certo un paio di ore per sviscerare il legame esistente tra droghe e musica, e per un minimo di approfondimento si è resa necessaria una seconda puntata al Giardino Serenella di Savona
A condurre nuovamente Mauro Selis, musicofilo ed esperto di dipendenze per motivi professionali.
Interessanti gli aspetti più scientifici e storici emersi, perché capaci di oltrepassare i luoghi comuni dando peso e sottolineatura a ciò che a volte appare sottovalutato, e quando brani musicali e artisti entrano in gioco nasce l’occasione per ripercorrere sentieri spesso dimenticati, che tornano a galla con piena forza.


Da Lou Reed e i Velvet Underground a John Lennon e Yoko Ono, passando per i Love di Arthur Lee, Tim Buckley, The Byrds, The Doors, Steppenwolf, The Other Half, Townes van Zandt… un lungo ventaglio di protagonisti che hanno legato la loro arte ad abusi più o meno consci.


Come sarebbe stata la loro musica se la loro vita fosse stata più lineare non ci è dato di saperlo, nemmeno immaginarlo, ma è certo che avremmo avuto più tempo per seguire un percorso evolutivo accorciato da uno stile di vita diventato per molti un esempio da emulare e che, ieri come oggi, appare totalmente condannabile e privo di alibi e e giustificazioni.
Nel video a seguire uno stralcio della serata, davvero piacevole, tra suoni e didattica.





giovedì 26 ottobre 2017

Gino Campanini (ex Acqua Fragile) racconta un pò di storie di musica...

Foto del debutto de I Moschettieri Gaetano, Maurizio, Franz, Gino.

Mi racconta Gino Campanini, chitarrista del’Acqua Fragile negli anni ’70…

Ho rivisto casualmente l'intervista che hai fatto all'Acqua Fragile nel 2013 a Parma, in occasione dei 40 anni di carriera di Bernardo Lanzetti


Io, Franz Dondi e Maurizio Mori, provenivamo da un gruppo che si chiamava I Moschettieri, eravamo tutti di Parma e quel ridicolissimo nome ci era stato imposto da un insegnante delle medie che era poi diventato il nostro manager. Era assolutamente fascista, con in testa i vari miti dell'uomo guerriero, e da lì deriva quello stupido nome.
Fu comunque grazie a lui che io e Franz cominciammo a suonare, e a 17 anni vincemmo un concorso nazionale che si chiamava Davoli Beat. Davoli era una vecchia e locale marca di amplificatori.
Tutto questo per arrivare a dire che I Moschettieri nel 1967 aprirono gli 8 spettacoli della prima tournee'italiana dei Rolling Stones: Roma, Bologna Genova Milano.
Per due volte al giorno, pomeriggio e sera, avemmo il privilegio di suonare prima di loro, di vederli arrivare nel sottopassaggio dei vari palazzetti dello sport con un grosso macchinone nero - successivamente chiamato limousine -, di intravederli nei loro camerini, di stare accanto a loro mentre prendevano un cappuccino al bar, di farci fare autografi vari, di giocare con Mick Jagger a flipper (Franz), di aspettarli facendogli da ala quando con gli strumenti in mano Brian Jones, Mick Jagger, Bill Wyman, Keith Richards e Charlie Watts uscivano dai camerini e salivano sul palco.


Insomma il massimo e impagabile privilegio di poterli vedere e ascoltare da due metri, cioè dal fianco del palco, dove neanche i carri armati avrebbero potuto spostarci.
Tutto questo ancora per dire che a 17 anni io, Franz Dondi, Maurizio Mori, Giacomo Fava e Gianni Ferrari eravamo fuori di testa. Personalmente rimane la cosa in assoluto più significante di tutta la mia vita, un ricordo indelebile di un ragazzino di 17 anni che 50 anni fa ha visto così da vicino i suoi idoli massimi!
Ed era tra l'altro l'inizio dell’attività di tanti altri gruppi: con noi, a parte Al Bano con Fiammetta (poteva mancare Al Bano?) c’erano i Trolls non ancora New, i Dada non ancora New ma già con Maurizio Arcieri e Pupo al farfisa e gli Stormi Six.
Altro che prog... iniziavano con il riff di “The last time” e dopo due secondi la gente era già impazzita, urla e pianti, i seggiolini divelti e ammucchiati al centro della platea, un casino incredibile, e noi sempre lì, con gli occhi fissi su di loro, i miei in particolare su Keith Richards che suonava giusto dal nostro lato.
BELLISSIMO! E ogni volta, dopo 45 minuti di concerto, quando se ne andavano, io e Franz salivamo di soppiatto sul palco per fare incetta di plettri, cavi per chitarra, qualsiasi cosa tovassimo.
Lavorammo due anni nelle varie balere, sempre con la solita locandina: “Di ritorno dalla tournee con i  Rolling Stones... questa sera i Moschettieri!!!”


Tra l'altro incidemmo un 45 giri dove c'era un pezzo scritto da un compositore dell’Ariston, etichetta dei Corvi, un brano che ancora oggi sarebbe molto molto bello, “Un'anima perduta”, un blues in italiano, orecchiabile, grintoso e soprattutto capibile.


Mi fermo qui,  sono stanco di sentire “prog e mica prog”. Tra l' altro con l’Acqua Fragile non pensavamo di suonare un genere così definito, seguivo i gusti di Canavera e Lanzetti che amavano i Genesis, i King Crimson ecc.


Ma ci è sempre mancato quel famoso pezzo da classifica, orecchiabile, ballabile e commerciale. Cosa sarebbe la PFM senza “Impressioni di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agoso, settembre, ottobre, novembre e dicembre?”.

A pensarci bene ho ancora due ricordi legati agli Stones. L’organizzazione aveva messo a disposizione dei gruppi spalla un pullman per gli spostamenti da una città all' altra: bene, lo usavamo solo noi, ancora minorenni e senza patente. Quando arrivavamo nei pressi dei palazzetti dello sport tiravamo tutte le tendine, tutti i ragazzi che aspettavano fuori pensavano che sul pullman ci  fossero gli Stones e partendo come forsennati ci correvano dietro. E noi giù a ridere da matti!
Poi ci venne in mente una cavolata per fare in modo che i giornali parlassero di noi.
Arrivati a Milano, all'ultima nota del nostro ultimo pezzo feci finta di svenire e mi lasciai andare per terra sul palco. Arrivarono subito persone in mio aiuto per portarmi di  sotto, e tra queste c’era Al Bano (poteva  mancare?). Io pur continuando la mia  mimica socchiusi appena appena gli occhi, io vidi lui e lui vide me, quindi, urlando che  stavo  facendo finta finì la storia. Naturalmente nessun giornale ne parlò!
E durante quella tournée sentii per la  prima volta la parola  Marijuana!