giovedì 18 maggio 2017

The Samurai Of Prog-“On We Sail”


The Samurai Of Prog-“On We Sail”

A distanza di un anno dal rilascio di quel gioiello che è “Lost & Found”, i prolifici The Samurai Of Prog ritornano con un altro lavoro di grande spessore: On We Sail”.
Il mio commento accompagna il pensiero del gruppo, sintetizzato nell’intervista a seguire, ma penso basterebbe la visione/ascolto del video allegato per avere un’idea precisa di cosa contenga l’album, così come l’artwork di Ed Unitsky riesce ad aprire le porte a tutti i contenuti.
Parto proprio da Unitsky per dire che credo sia attualmente il più talentuoso ed efficace artista grafico applicato alla musica, un perfetto traduttore dei pensieri altrui, immagini che diventano storie di vita, come è verificabile nel filmato a cui accennavo.
Il contenitore TSOP è per me perfetto se parliamo di musica progressiva, e racchiude tutto ciò che rappresenta un’epoca irripetibile, con un giusto profumo di antico e una modernità dettata dal ruolo classico assunto dal genere.
Se volessimo trovare un difetto al progetto… beh, è facile, l’impossibilità di vedere la band dal vivo, per difficoltà legate alla lontananza dei tre componenti (Marco Bernard, Kimmo PörstiSteve Unruh) e per il fatto che i collaboratori sono sempre molti, e sparsi per il mondo: complicato riunirli per condividere il palco.

Anche “On We Sail” non sfugge a questa regola, e a fine articolo è fruibile la lista intera degli “ospiti”.
Ma i guest, contrariamente a quanto accade normalmente, hanno in questo caso anche uno spazio creativo e compaiono come autori, una sorta di collettivo aperto dove si può contribuire in modo totale, basta avere idee e qualità.
E le idee e la qualità abbondano in questo nuovo lavoro, sessantacinque minuti di musica suddivisi su nove fantastiche tracce.

Come si evince dallo scambio di battute con Steve e Kimmo, l’album si può considerare un concept, anche se nulla è stato pianificato in tal senso, ma è il feeling conclusivo che suggerisce una certa affinità tra gli episodi, il tutto disegnando un percorso che è quello della vita, fatto di enormi difficoltà attraverso le quali ci si fortifica e si prosegue, avendo ben chiaro quali sono i limiti umani e la posizione da mantenere rispetto al momento finale.
Questo concetto permette di partire dall’ultimo atto, il lungo brano “Tiger”, scritto totalmente dal “vecchio” collaboratore Stefan Renström, la cui prematura dipartita non ha impedito che anche lui fosse presente nel disco: “Non importa dove inizia il tuo viaggio, il grembo materno sarà la tua tomba finale…”. Toccante, di effetto… oltre all’autore (alle tastiere) e ai tre TSOP, troviamo Brett Kull alla chitarra elettrica, Daniel Fäldt alla voce e Roberto Vitelli (e non è l’unico italiano!) al Moog Taurus.
Apre l’album la title track, un viaggio a ritroso nel tempo, che vede in evidenza Kerry Shacklett - tastierista degli americani Presto Ballet - e il chitarrista serbo Srdjan Brankovic. Un inizio dalle atmosfere marcatamente seventies, con la voce di Steve Unruh molto vicina al colore vocale di Lanzetti dell’era “Acqua Fragile”.
Segue “Elements of Life”, liriche di Unruh e musica del tastierista argentino  Octavio Stampalía - Jinetes Negros -, un brano dove si evidenzia la commistione tra classico e rock e dove l’elettrica du Ruben Alvarez si intreccia con gli elementi più acustici, dando vita a quasi otto minuti di altro gradimento.

Con “Theodora” entra in campo un altro volto conosciuto ai progger italiani, il tastierista Luca Scherani (Coscienza di Zeno, Höstsonaten…), che realizza le musiche del brano (in cui suona) che permettono alla vocalist Michelle Young (Glass Hammer) di caratterizzare in modo indelebile l’atmosfera musicale proposta.

Ascension” è scritto e suonato dal tastierista David Myers; cinque minuti in cui il funky disegnato dal drummer Kimmo Pörsti e dal bassita Marco Bernard diventano la base per le ouverture di flauto e violino di Unruh e per i viaggi chitarristi genesisiani del chitarrista Jacques Friedmann.
La lunga “Ghost Written” - quasi dieci minuti - vede la presenza degli australiani  Sean Timms - tastiere, creatore delle musiche - e del vocalist Mark Trueack, che ricordiamo negli Unitopia.
Una melodia mediterranea applicata agli stilemi del prog permette di realizzare una sorta di quadro rock didattico, dove la parte solistica del già citato Alvarez trova ausilio nell’altro chitarrista, Jacob Holm Lupo.
Ancora un brano “lungo”, “The Perfect Black”, introduce un altro tastierista seminale italiano, che compone e propone la traccia: Oliviero Lacagnina (Latte & Miele). Segnalo anche il chitarrista classico Flavio Cucchi che va a completare la band in questo spicchio di rara bellezza, in cui l’anima classicheggiante di Lacagnina emerge prepotente e riporta ai primi ELP, a cui flauto e violino conferiscono maggior originalità.
Con “Growing Up” ritorna Kerry Shacklett, autore di musica e liriche, e la stanza si impregna di odore di tulliana memoria… cinque minuti e mezzo di folk inglese misto a rock tradizionale.
Ad anticipare l'altamente simbolica “Tiger” un pezzo di bravura di David Myers, un "solo" al pianoforte di quattro minuti, emozionante e coinvolgente che va a calmierare la forte tensione emotiva creatasi nel corso dell’ascolto dell’album, dall’inizio alla fine, come dovrebbe essere.

Che altro aggiungere… un album che non mi stancherei mai di ascoltare e che consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere!


L’INTERVISTA

Partiamo dai contenuti: che cosa avete inserito nel nuovo album, “On We Sail”? Esiste un messaggio che volete condividere con il mondo?

Steve: “On We Sail” contiene composizioni originali, totalmente nuove. Questa volta le collaborazioni sono diverse, con più di uno “scrittore”. Il messaggio si focalizza sul concetto del perseverare il nostro cammino attraverso le difficoltà e celebrare la vita di fronte alla mortalità.
Pensiamo che l’artwork di Ed Unitsky sia riuscito a trasmettere molto bene questo pensiero, e forse la sola visione della copertina riesce a mettere in evidenza questi temi e a fornire gli elementi per un primo giudizio.

Possiamo parlare di concept album?

Steve: In realtà l’album non era stato progettato in questo modo, ma esiste una somiglianza tematica, una coesione tra molti brani, per cui alla fine il feeling è quello del lavoro le cui tracce sono legate concettualmente. Ma soprattutto è destinato ad essere un disco di canzoni ambiziose, suonate e registrate con passione, che si percepiscono entusiasmanti ed emozionanti quando si ascoltano in sequenza, dall’inizio alla fine.

Possiamo considerare “On We Sail” un’evoluzione dell’album precedentemente pubblicato?

Kimmo: Penso di sì. E’ diverso dai nostri precedenti album, e questo credo sia una buona cosa! Direi che siamo riusciti a evidenziare maggiormente il nostro lato strumentale anche se, ovviamente, non manca la voce di Steve. Soprattutto, ci pare che le composizioni siano “forti”, e che quindi sia difficile sbagliare con un materiale di tale qualità. Anche se le canzoni provengono da diversi compositori sicuramente suonerà come un album dal brand TSOP, poiché in tutti gli episodi abbiamo attaccato il nostro "marchio" e "samurizzato" i brani!

Ancora una volta avete coinvolto molti musicisti: con quel criterio sono stati scelti gli “ospiti”?

Kimmo: Non è stato adottato un particolare criterio nella scelta dei guest… è accaduto e basta! Magari siamo stati impressionati da musicisti/cantanti che abbiamo ascoltato e li abbiamo invitati ad unirsi a noi per l’occasione! Occorre dire che Marco ha un’enorme conoscenza di artisti dediti al prog, e ha un grande talento nel trovare e proporre i candidati a me e Steve.
Ma a volte accade il contrario, e veniamo contattati da qualcuno che vorrebbe registrare con noi, e se tutto va bene…

Leggendo le note ufficiali ho visto che alcuni di loro sono anche coinvolti come autori, e quindi sembrano qualcosa di più che semplici ospiti!

Kimmo: Sì, siamo stati fortunati ad avere tutti questi artisti estremamente talentuosi, sia come musicisti che come compositori. Avevamo già lavorato molte volte con Octavio Stampalia e David Myers, e quindi eravamo consci dell'alta qualità del loro lavoro. David ha composto e suonato un brano di pianoforte acustico in tutti i nostri album, ma questa volta ha anche contribuito ad un pezzo completo, “Ascension”. Avevamo anche suonato con Oliviero Lacagnina, coinvolto nell'album “Decameron III”, e quindi siamo stati molto contenti di ricevere la sua eccitante “Perfect Black”, per questo album di TSOP.
E’ invece stata la prima volta che abbiamo coinvolto Sean Timms (Unitopia, Southern Empire), Luca Scherani (La Coscienza di Zeno, Hostsonaten) e Kerry Shacklett (Presto Ballet), che ha fornito due tracce.
Per ultimo, ma non meno importante, devo ricordare un nuovo apporto di Stefan Renström, il cui contributo in “Lost and Found” è stato enorme. La canzone di Stefan, "Tigers", chiude l'album, e spero che tu capirai il perché, quando lo sentirai... Siamo riusciti ad avere i file originali di Stefan e quindi abbiamo avuto modo di suonare con lui anche questa volta, l’ultima.

Riprovo con una domanda già fatta in passato, ma… i tempi cambiano! TSOP è un progetto tipicamente “studio”, per ovvie ragioni, ma… esiste una possibilità di vedere una vostra performance live, magari in Italia?

Kimmo: Sia io che Steve facciamo concerti con le nostre band. Sarebbe molto divertente farlo anche con i TSOP, ma non è molto semplice, tenuto conto delle distanze che ci dividono. Chissà, potrebbe accadere un giorno… vedremo!

“0n We Sail”  sarà rilasciato tra poco: sono previste presentazioni ufficiali?

Kimmo: Temo di no, poiché Steve è impegnato con i suoi progetti con Mark Trueack e Sean Timms e io e Marco stiamo già lavorando a un nuovo album.

Steve: Ma sicuramente promuoveremo l’album, perché siamo molto soddisfatti del risultato finale, anzi, pensiamo che potrebbe essere il miglior realizzato dai TSOP sino ad oggi, e la band sembra abbia davanti un buon futuro!


Tracklist
1. On We Sail (6:21)
2. Elements of Life (7:54)
3. Theodora (5:55)
4. Ascension (5:19)
5. Ghost Written (9:40)
6. The Perfect Black (9:30)
7. 
Growing Up (5:42) 
8. Over Again (4:06)
9. Tigers (10:34)

Total Time 65:01

The band
Marco Bernard / Rickenbacker bass
Kimmo Pörsti / drums and percussion
Steve Unruh / vocals, violin, flute, guitar

Guest musicians
Octavio Stampalía / keyboards
Rubén Álvarez / electric & acoustic guitars
Kerry Shacklett / keyboards, vocals, acoustic guitar
Srdjan Brankovic / electric guitars
David Myers / keyboards, grand piano
Jacques Friedmann / electric guitars
Luca Scherani / keyboards
Michelle Young / vocals
Sean Timms / keyboards
Mark Trueack / vocals
Jacob Holm Lupo / electric guitars
Oliviero Lacagnina / keyboards
Flavio Cucchi / classical guitar
Brett Kull / electric guitar
Daniel Fält / vocals
Roberto Vitelli / Moog Taurus pedals
Stefan Renström / keyboards, vocoder


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mercoledì 17 maggio 2017

"Bill Bruford, autobiografia alla batteria"


Oggi è il compleanno di Bill Bruford, un po’ di tempo fa lo ricordavo così, raccontando qualcosa del suo fantastico book, che consiglio a tutti gli appassionati di musica…
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Questo libro non avrà raggiunto il suo scopo se non sarà stato capace di attirare l’attenzione sul lavoro, a tratti brillante, del variegato gruppo di personaggi del quale racconta”.
Queste le parole conclusive del libro “Bill Bruford, autobiografia alla batteria” (Aereostella).
Ne ho sentito parlare la prima volta a Roma, a inizio novembre scorso, quando dal palco della “Prog Exibition” veniva pubblicizzato.
Un libro come tanti, una biografia comune, dove si ripercorre una vita di musica, con vicissitudini familiari, soddisfazioni e incidenti di percorso? Niente di tutto questo.
Eppure ogni autobiografia che si rispetti, da Clapton a Emerson, ha caratteristiche ben precise e nessuno si aspetta qualcosa di diverso!
E poi, cosa potrebbe mai dire un batterista?
Nell’immaginario comune il drummer ha un ruolo secondario perché lo si idealizza sempre come un ottimo esecutore, magari stratosferico, ma che "non ha dovuto studiare perché aveva il ritmo nel sangue", e Keith Moon è solo un esempio. Non è pensabile che chi picchia sui tamburi sappia comporre, o possa essere un leader, o ancora sia in grado di essere immediatamente accostato al nome della sua band.
Phil Collins e Franz Di Cioccio sono eccezioni, come capita in ogni rappresentazione del quotidiano, ma non ci sono molti altri esempi.
Questa che potrebbe essere una mia valutazione personale, e quindi criticabile, è avvalorata dal racconto di Bruford, che rende noto che le barzellette sui batteristi non passano mai di moda: “Com’è che chiami un tizio che va in giro con i musicisti?”.
Il book in questione mi è stato regalato a fine anno (ho forzato la mano scrivendo direttamente a Babbo Natale), ma l’ho terminato da poco. In questi mesi di andamento lento non ho perso occasione per pubblicizzarlo, con tutti e in ogni occasione, per la mia solita voglia di condivisione.
Credo sia in assoluto il miglior libro che abbia mai letto, rimanendo in ambito musicale.
Dopo quarant’anni di onorato servizio Bill Bruford appende le bacchette al chiodo e sente l’esigenza di fare un bilancio, come accade sempre quando si ritiene che sia arrivato il momento di mettere un punto e voltare pagina. Vedremo come.
Nelle mie considerazioni di uomo maturo ho costruito un assioma che può essere accostato alla parola “soddisfazione”, stato d’animo che si realizza e diventa duraturo nel tempo se si riesce a far coincidere lavoro e passione. I miei "amori" sono due, uno di tipo sportivo e l'altro “musicale”, ma nei miei lunghi sogni ad occhi aperti ho sempre scelto il palco, perché on stage ci si può “vivere” per molto più tempo, obliando i limiti fisici che molto presto arriveranno se si decide (e si ha occasione) di vivere facendo attività sportiva. Dopo aver afferrato la crudezza di pensiero di Bruford sul cosa significhi fare il musicista, i miei convincimenti sono crollati.
Una piccola immagine di Bill Bruford.
Esistono otto gruppi britannici, universalmente riconosciuti (a torto o a ragione) come i massimi esponenti della rivoluzione prog di inizio anni ’70 (in ordine sparso): ELP, Gentle Giant, Van der Graaf, Pink Floyd, Jethro Tull, Genesis, YES, King Crimson. Bruford è l’unico ad aver fatto parte di tre di loro, YES, Crimson e Genesis (anche se è stata una breve apparizione), seguito da Greg Lake (Crimson e ELP). E poi Gong, UK e Eartworks.
Eartworks significa jazz, il vero amore di Bruford, il gruppo da lui costituito dopo vent’anni di rock e a cui ha dedicato altri vent’anni, nonostante sia musica da “fare la fame”.
Improponibile il paragone tra due mondi, rock e jazz, tra due stili di vita, tra due tipi di compensi, tra differenti attenzioni da parte di pubblico e ambiente, tra opposti luoghi di esibizione, tra tipologie di tournée.
Tutto questo è ben sviscerato in un libro dal tratto colto e a sprazzi difficile da interpretare.
Un plauso va alla traduttrice, Barbara Bonadeo, che ho cercato invano sul web, sentendo l'obbligo di complimentarmi con lei. Da rimarcare la consulenza per il lessico musicale da parte di Riccardo Storti.
Ma perché mai un uomo “retto” come Bill Bruford decide di smettere?
Relativamente giovane, in buona salute, mai vittima di eccessi, con una famiglia regolare, con la stessa moglie di un tempo lontano, con buone amicizie… perché decidere di dedicarsi solo al riordino degli immensi archivi personali, fatti di migliaia di registrazioni sparse e accantonate nei cassetti più disparati?
Ecco una traccia interessante.

Un’altra città si risveglia. Vancouver? Taipei? Chicago? Persino prima di colazione ho troppo tempo per ruminare su questo rapporto che si sta guastando. Ultimamente litighiamo io e la mia batteria. Lei è troppo esigente. Credevo fosse inerte, se non ci suonavo sopra. Credevo fossi io a insufflarci dentro la vita e poi a tirargliela fuori, mentre lei se ne stava li immutabile, riconoscente. Lei che è il mio riflesso, e che era stata giovane, vivace, bella, e soprattutto sicura di sé, ora sembra un’ombra di ciò che è stata. Oh, certo, quando usciamo insieme, in mezzo alla gente, tutto sembra andare per il meglio. Siamo la coppia perfetta, io e la mia elegante Starclassic Bubinga. Lei è così affascinate nel suo nero totale con intarsi dorati, tutta in ghingheri. Danziamo per le telecamere con grazia infinita, sotto sguardi ammirati. Ava Gardner e il suo Frank Sinatra. Io suono, e la mia batteria canta dolcemente. Ma sotto le apparenze il nostro rapporto è corrotto fino al midollo. I millecinquecento montrealiani non sospettano niente, insieme abbiamo appena regalato loro uno spettacolo fantastico: rimarrebbero sconvolti nel sapere che, in realtà, la nostra storia d’amore mi sta indebolendo, che non reggo più le sue continue richieste. Qualcuno dovrà cedere”.

Milioni di chilometri percorsi, migliaia di performance di ogni genere, infinite interviste, enormi discussioni, compromessi ad ogni angolo, obblighi superiori ai piaceri, indigestioni di jet lag e tanto altro che nella vita di un comune mortale significano semplicemente stanchezza e voglia di serenità, fattori meno importanti in molti dei periodi della nostra vita, ma determinanti nel momento della saggezza.
Ma il book è molto più completo (e nemmeno troppo sentimentale) di come lo potrei descrivere io.
La struttura è davvero inusuale e Bruford suddivide i vari capitoli partendo da domande che pone a se stesso, del tipo… “Com’è lavorare con Robert Fripp?”, “Perché hai lasciato gli YES?”, “Vedi ancora gli altri”, “Dove prendi il tuo fantastico sound”.
Bruford risponde a delle semplici, disarmanti, domande (con risposte tutt’altro che semplici), evitate con cura per tutta la vita, forse per mancanza di adeguate risposte.
Alla domanda casuale: “Ma tu che lavoro fai?”, e alla ovvia risposta “sono un musicista”, di solito segue: “Sì, ma di giorno cosa fai?
Dice Bill:” Il music businnes sembra conoscere solo due stereotipi, e cioè il Dio del rock e quello che -una- volta: per un sacco di eccellenti musicisti il limbo è assicurato. Io ho trovato una via di mezzo. Ho lavorato duro in prima linea nell’Industria Dell’Umana Felicità per quarantuno lunghi e più che altro piacevoli anni, e vi assicuro che gran parte del lavoro l’ho fatto di giorno”.
Quattrocento pagine per raccontare la storia della musica secondo un uomo che l’ha vissuta in modo completo, contribuendo a innovarla, soprattutto nella sua principale specialità, quella delle percussioni.
Un musicista rock e jazz, di estrazione borghese, che non ha avuto bisogno di una fase di autodistruzione per trovare un ruolo all’interno del circo della musica, con una vita tutto sommato semplice, ma piena di significati e soddisfazioni. Sarebbe un vero peccato non divulgare al massimo il verbo di Bill Bruford!
Io l’ho fatto, lo sto facendo e lo farò, consigliando il libro a molti musicisti e appassionati di musica, ma anche a genitori “in possesso” di figli aspiranti musicisti.
Il mio collega Alberto, papà di Nicolas, un bravo batterista prossimo alla maturità scientifica, mi ha confidato che, vista la crisi in ogni tipo di settore lavorativo, non disdegnerebbe una carriera musicale per il proprio pargolo. Mentalità molto aperta.
In linea di principio mi sembra una buona cosa quella di perseguire (e lasciar perseguire) un sogno, anche se difficile (ma non impossibile) da realizzare. Però… gli ho consigliato vivamente: ”Bill Bruford, autobiografia alla batteria”, e so che è andato alla sua ricerca nella biblioteca più vicina a casa.
La lettura potrebbe sortire due effetti, uno opposto all’altro, ma penso valga sempre la pensa avere le idee chiare, e poi magari decidere di rischiare. Non sarà certo un libro scritto da un “antico” musicista inglese, che tutto ha visto e tutto ha avuto, ma lontano mille miglia dalla "normalità", a influenzare il giovane Nicolas, ma qualche riflessione sui differenti aspetti della vita del musicista la porterà sicuramente, e in questo senso il book di Bruford ha davvero una marcia in più, quella dell'insegnamento, da accompagnare alla altrettanto importante oggettività degli avvenimenti raccontati.
Alcuni amici romani, hanno intervistato telefonicamente Burford e mi hanno concesso l’utilizzo di uno stralcio della chiacchierata, quello relativo al libro autobiografico.

Intervista per il terzo degli speciali sulla carriera di Bill Bruford andati in onda nel programma radiofonico "Il Sabato di Punto d'Incontro" di TRS Radio.
Giampiero Frattali pone a Bruford domande di Glauco Cartocci e Donald McHeyre.


Ascoltiamo

lunedì 15 maggio 2017

Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles



Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965

"Now, ladies and gentlemen, honoured by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The Beatles!"


Fu l’apice della Beatlemania: 55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento intravedevano i Fab Four al di là del recinto di protezione.

A qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il risultato delle partite.

E’ stato il più grande concerto mai visto”, dichiarò entusiasta John Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.

Un attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana (una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.

Da Wall Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un veicolo li attendeva per portarli a destinazione.

Ma bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles tornasse a galla.

John Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando al piano un trascinante "I'm Down".

In realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano più semplici  artifici scenici . “Avevo sbiellato” ammise Lennon diversi anni più tardi.
(Note di Mark Paytress)


Set list

Twist And Shout
She's A Woman
I Feel Fine
Dizzy Miss Lizzy
Ticket To Ride
Everybody's Trying To Be My Baby
Can't Buy Me Love
Baby's In Black
I Wanna BeYour Man
A Hard Day's Night
Help!
I'm Down

domenica 14 maggio 2017

Finisterre e Ancient Veil in concerto a Genova il 12 maggio: il commento


Il venerdì sera è solitamente un buon momento per dedicarsi alla musica dal vivo che più si ama, ma certe situazioni vanno evidenziate, anche, per il loro valore simbolico, attimi che superano l’evento contingente rispolverando storie, momenti di vita, immagini che riprendono colore dopo aver patito il fisiologico sbiadimento temporale.
Il 12 maggio il Teatro La Claque, nel cuore antico di Genova, è diventato il luogo di ritrovo di musicisti di vecchia data, legati da amicizia consolidata, e aventi in comune l’amore per la musica progressiva, ma non solo quella: Finsterre e Ancient Veil.

I Finisterre nascono nel lontano 1993, e di quella formazione presentano ancora parte degli elementi originali: il pluridecorato Fabio Zuffanti (basso e voce), Stefano Marelli (chitarra e voce) e Boris Valle (piano e tastiere). Dell’attuale line up fanno parte il batterista Andrea Orlando (entrato a metà anni ’90)  e il tastierista Agostino Macor (annesso nel ’98).
Molte le apparizioni live in giro per il mondo, ma la band - la cui storia ha avuto interruzioni e riprese nel tempo - mancava da Genova dal 2004, e quindi l’episodio di due giorni fa appare davvero carico di significati.

Gli Ancient Veil hanno un punto di origine antico, quell’anno 1985 in cui prende corpo il progetto Eris Pluvia, fondato da Alessandro Serri (voce e chitarre) e Edmondo Romano (sax soprano, clarinetti e flauti), musicisti che a inizio anni ’90 creano una nuova situazione musicale esordendo con l’album omonimo, “Ancient Veil”, a cui seguirà una pausa lunghissima, venti anni, tempo durante il quale le strade musicali di Romano e Serri si separeranno. E’ quindi nel 2017 che, a sorpresa, rifiorisce l’ensamble, e nasce l’album “I’m changing”, presentato ufficialmente a La Claque. A completamento della band il bassista Massimo Palermo e il batterista Marco Fuliano.

Se è vero che la “latitanza live genovese” dei Finisterre è lunghissima, quella degli Ancient Veil è… totale, essendo stata la loro attività passata esclusivamente “studio”.
La nota positiva iniziale è legata all’affluenza, dato sempre incerto quando si tratta di eventi così particolari: locale è gremito ed è un piacere per tutti, non solo per gli artisti sul palco.

Iniziano i Finisterre, l’unico progetto di cui fa parte Zuffanti che non avevo mai avuto occasione di ascoltare dal vivo.
E’ l’occasione giusta per ripercorrere un po’ di storia, come dimostrato dalla tracking list che dirà molto ai fan della band:


Che dire… un tiro pazzesco! Non credo ci sia stato il tempo per lunghe sessioni di prove e non esiste una folta storia da palco ravvicinata, ma ciò che riescono a creare, probabile frutto di un amalgama antico, investe l’audience, magari non preparata ad un “avvolgimento sonoro” di tale portata.
Il viaggio a ritroso permette di afferrare le varie sfaccettature e inclinazioni di genere di artisti di grande qualità, con una sezione ritmica potentissima (Orlando e Zuffanti), un tappeto tastieristico in perfetto amalgama (Valle e Macor), e i percorsi solistici ed effettistici di Marelli, che divide la parte vocale con Zuffanti.
Sono un po’ in difficoltà nel delineare a parole i contorni della loro musica a vantaggio di chi ancora non la conoscesse, ma, rimanendo nel campo della totale libertà regalata dalla musica progressiva, l’immagine che mi viene naturale è l’aspettativa che prende al termine di un brano, in attesa di quello successivo: “… e adesso cosa accadrà?”.
Momento toccante quello che presento nel video a seguire, relativo al brano “Macinaacqua, Macinaluna”, dall'album di esordio, il cui “proprietario originale”, in qualità di vocalist, era Davide Laricchia, che lasciò subito il gruppo; ed è proprio Laricchia, presente per la reunion, a riprendersi il posto da titolare dopo ventitré anni.
E’ questa la parte che mi pare rappresentativa dell’ecletticità della proposta Finisterre: rock e poesia, istanze sociali e atmosfere sonore originali e variabili.
E chiudere una performance super convincente, rilasciando profumo di King Crimson e Genesis, stabilisce chiaramente un luogo di partenza che, a distanza di lustri, resta ancora il fondamento di un credo incancellabile.

Grande concerto, che scema nella speranza che i tanti progetti di Zuffanti and friends possano lasciare spazio al proseguimento di nuovi lavori targati Finisterre, con l'aggiunta di live che, da quanto visto, sanno rappresentare un modello unico, fuggendo dalla copia dei tanti “fratelli maggiori”.


E arriva il momento di Ancient Viel, di cui conosco perfettamente il nuovo album.
Primo live ed emozione palese: l’intento è anche quello di produrre materiale per un futuro disco dal vivo, il che presuppone settaggi tecnici in corsa, tra un episodio musicale e un altro.
Parto dalla fine, da un giudizio un pò critico di Edmondo Romano che mette in evidenza alcune imprecisioni legate alla "ruggine da palco" di una band priva di storia live, e ad alcuni inconvenienti tecnici. Il musicista, come ogni professionista, in qualsiasi campo lavorativo, tende al suo modello di perfezione, che nel caso del concerto, però, non trova quasi mai coincidenza con le aspettative del pubblico che, in quelle occasioni, non va mai a caccia della perizia tecnica; esemplifico: uno degli eventi più esaltanti a cui ho partecipato nel nuovo millennio è stato funestato da mille guai atmosferici e dalla perdita quasi totale della voce del frontman!
In questo caso non ci sono catastrofi da descrivere, ma piuttosto una performance che ha piano piano preso consistenza, passando dal rodaggio alla scioltezza totale, e posso dire di aver trovato piena soddisfazione personale - e il resto del pubblico ha manifestato lo stesso palese sentimento - nell’ascoltare le atmosfere comprese tra il rock e il folk di una band che potrebbe dare grosse soddisfazioni agli amanti del genere.
Vista l’occasione, così come accaduto con i Finisterre, c’è spazio anche per le parole e per il racconto di uno spicchio di storia, che trova evidenza quando l’ospite, Valeria Caucino, presta la sua voce nel brano “Chime of the time“, presente originariamente nel primo demotape degli Eris Pluvia risalente al 1990. O quando, proponendo Pushing togheter“, la bacchetta del driver passa nelle nani di Fabio Serri, all’epoca della creazione del brano... un bambino.
Una bella storia anche quella che vede sul palco una miscela dei due gruppi, in occasione di  In the rising mist“, quando le chitarre di Zuffanti e Marelli si uniscono a quelle di Alessandro Serri e di Marco Fuliano (che cambia ruolo nell’occasione), e ai fiati e alle tastiere di Romano e Fabio Serri.



L’ultima parte di spettacolo ha previsto quindi la presentazione di parte di “I’m changing”, quello che spero sia un nuovo punto di partenza, perché apprezzo particolarmente la mistura tra classico, rock e una sorta di folk anglosassone, genere composto in cui gli Ancient Veil dimostrano di essere particolarmente ferrati. e convincenti.
La scaletta...


Mi sono divertito e ho realmente apprezzato ciò che ho visto sul palco, e credo che il video seguente, che sintetizza un paio di tracce del nuovo disco, permetta di farsi un’idea precisa di quanto accaduto… un live riuscito, da tutti i punti di vista!



giovedì 11 maggio 2017

Led Zeppelin al Vigorelli



Led Zeppelin, Velodromo Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971

Ripercorrendo le antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente protagonisti e contesto: il Festival di Altamont o la Family di Charles Manson, tanto per parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo qualche ricordo negativo. Mark Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la sua versione dei fatti avvenuti a Milano, più di quarant'anni fa.

Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del glorioso Velodromo Vigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia dei Led Zeppelin in Italia. Con una decisione strana e infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare: la scelta era caduta su Aretha Franklin, Donovan, Moustaki, Leo Ferrè, Charles Aznavour e, per la sola data di Milano, i Led Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano, al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls, considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). Quella Grande Armèe doveva fronteggiare alcune decine di autoriduttori e “agitatori politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole del Corriere della Sera, e lo fece con grande impeto, impegnandosi con ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti, sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle 22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità era Stairway to Heaven, regolarmente in scaletta nel tour primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccò Black Dog. Dopo una versione ridotta di Dazed And Confused, passò a I’ve Been Starting Loving You e lì si udirono distintamente dei botti violenti: non era Bonham in azione, ma la polizia che sparava fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento). Robert Plant cercò di metterla sul teatrale e invitò i ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli spiriti, il gruppo attaccò Whole Lotta Love, in medley con il celebre assolo di Bonham, Moby Dick. A quel punto però l’aria si era fatta irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò la sua delusione ad Armando Gallo, inviato per Ciao 2001: “ Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un nostro concerto. Venendo al Vigorelli avevamo scherzato tra noi, vedendo tutte quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. 

I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero mai più messo piede dalle nostre parti.




lunedì 8 maggio 2017

Graham Bond: una vita breve, un'esistenza che ha lasciato il segno...


Ci lasciava l'8 maggio del 1974, a soli 37 anni, Graham Bond...

Burbera e corpulenta presenza della scena pop inglese dei primi anni ’60, Graham Bond è anche uno dei padri fondatori del british R&B.
Dopo aver iniziato come sassofonista jazz, mostrando una particolare devozione per Charles Mingus (Don Rendell Quintet), passa a cantare e a suonare l’organo quando si unisce al batterista Ginger Baker, al contrabbassista Jack Bruce e al chitarrista John McLaughlin (tutti usciti dalla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner) nella Graham Bond Organisation.
Sull’esempio del gruppo di Korner, il nuovo ensemble diventa una sorta di formazione aperta, in cui passano Jon Hiseman e Dick Heckstall-Smith, mentre Bond diventa il catalizzatore sia dei Cream che dei Colosseum.
Album come The Sound Of ’65 e There’s  A Bond Between Us impongono il R&B caotico e vitale della Graham Bond Organisation, mentre un’immagine più chiara del leader si trova in Solid Bond, dove il nostro si cimenta con il piano e l’organo, nonché con il sax alto, in reminiscenze jazzistiche (Doxy, di Sonny Rollins) e un focoso R&B da club. IL suo set dal vivo è rappresentato invece da Live At The Klook’s Kleek, registrato nella mecca del blues e del R&B londinese dell’epoca: un album dalla produzione primitiva e un sound crudo e sporco per un blues tinto di soul e jazz in grado di ammaliare l’ascoltatore.
Tecnicamente Bond è un innovatore: è il primo inglese a usare, in un contesto R&B, la combinazione di organo Hammond e speacker Leslie, ed è anche il primo ad usare una tastiera elettronica e a sperimentare con il Mellotron. Ma svela anche di avere una personalità inquietante e “demoniaca”, come dimostrano la passione per occulto e sette sataniche, e l’affermazione di essere figlio dell’anticristo Aleister Crowley.
Sciolta definitivamente la Organisation nel 1969, dopo aver lavorato per Ginger Baker come sessionman, Bond se ne va in America, sposa la cantante Diane Stewart e ritorna in Inghilterra, dove forma con Pete Brown i Bond & Brown, con cui incide Two Heads Are Better Than One (1972). Il flirt con l’occulto coinvolge anche la moglie, con la quale realizza, sotto il nome di Holy Magick, il disco omonimo e We Put Our Magick On You.
Ma intanto vita privata e attività professionale sono sempre più contrassegnate dal caos. Il satanismo si accompagna all’eroina, il matrimonio va a rotoli e gli affari finanziari sono nel marasma più totale.
Nel gennaio del 1973 Bond finisce in ospedale con un grave esaurimento nervoso, poi, l’8 maggio dell’anno successivo, muore in circostanze misteriose sotto le ruote di un treno alla Finsbury Park Station di Londra. Aveva 37 anni, e il giorno precedente aveva telefonato a “Melody Maker” per annunciare di essere definitivamente “ripulito”dalle droghe e pronto a lavorare di nuovo nella musica.

Tratto da “Rock Blues”, Mauro Zambellini





domenica 7 maggio 2017

DA CAPTAIN TRIPS - “ADVENTURES IN THE UPSIDE DOWN”


DA CAPTAIN TRIPS
“ADVENTURES IN THE UPSIDE DOWN”

Vincebus Eruptum

Adventures in the upside down è il nuovo album dei Da Captain Trips.
Raramente mi è capitato di avere risposte così esaurienti dai componenti di una band, e credo che l’intervista a seguire possa soddisfare tutte le curiosità che ruotano attorno ad un nuovo disco, o ad un nuovo gruppo.
Dalle parole si estrapola la loro vita musicale, il loro credo, i loro intenti, le idee che  sono alla base del nuovo lavoro - come ci spiegano, un concpet album -, e va da sé che comprendere  il legame tra i vari brani in un lavoro strumentale non è per niente semplice.

L’aiuto può arrivare dall’osservazione dell’interno booklet, realizzato da Roberto Bonadimani (“La copertina esterna del vinile raffigura un'onda gigantesca sottosopra, nella quale troviamo il capitano naufrago in preda ad una trasformazione in una manta che lo porterà alle avventure in un mondo parallelo, mentre all'interno ci sono nove tavole in cui Roberto illustra il viaggio del capitano dal naufragio al ritorno alla madre terra), ma essendo io solo in possesso delle tracce audio, non avevo la possibilità di chiedere ausilio al visual. E mi sono fatto aiutare!

I Da Captain Trips propongono il loro genere che di questi tempi potremmo definire di nicchia, anche se sono molti, nel mondo, i propositori di una musica nata una cinquantina di anni fa, in un contesto storico preciso e in paesi di riferimento come Stati Uniti e Gran Bretagna: parlo della musica psichedelica, legata all’espansione della dimensione interna, con l’utilizzo - mi riferisco alle origini - di sostanze ritenute liberatrici delle coscienze e utili per nuove esperienze di vita e musicali.
Di quel pensiero e di quello stile di vita è rimasta solo una traccia storica, ma pensare all’evoluzione e all’influenza musicale originata dalla San Francisco del 1965, con la creazione successiva di band e musiche immortali, porta a pensare che il mantenimento di certi standard - tecniche di registrazione, strumentazione, sperimentazione e completa libertà espressiva - sia ormai parte della nostra cultura, e chi ama questa musica - l’ascoltatore e il musicista - non sia da considerare  nostalgico, così come non lo è chi ama la musica classica.
Un album come Adventures in the upside down”, a mio giudizio, non può essere solo ascoltato. Se così fosse si sarebbe investiti da 44 minuti di musica, suddivisa su 7 tracce che colpiscono per le sonorità, per il modus acido, per la ripetitività alla Riley, per il viaggio dei singoli strumenti, che si fanno strada e poi si uniscono.
E questa è una modalità di ascolto, sicuramente appagante, ma probabilmente limitante, perchè... in questo caso il contenuto non basta, ma è necessario approfondire il valore della cornice, ricercare l’importanza di ciò che è invisibile ad occhio nudo, provare a soddisfare l’intelletto e non solo la pancia.
Ciò significa scoprire qualcosa in più, e dare vero significato alla chiosa "album concettuale".
Il “viaggio del Capitano” parte da un tempesta e, attraverso una trasformazione, porta a visitare paesaggi fantastici, ritrovando affetti, tornando poi alle origine - alle cose semplici che compongono la nostra vita e che spesso dimentichiamo -, concludendo con il volto rivolto al futuro.
Una splendida metafora della vita che non può prescindere da una fruizione completa dell’album… non solo musica, ma uno spicchio di arte che va raccontata e a cui va messa qualche didascalia.
Il disco “prende”, coinvolge, e riporta indietro la lancetta del tempo, a quei giorni  in cui tutto nacque.

Ma più delle mie parole è la  musica che racconta il mondo dei Da Captain Trips



L’INTERVISTA

Partiamo dal racconto della vostra storia: dove nascono e come si evolvono nel tempo  i DA CAPTAIN TRIPS?

Io (Cavitos), Fabio e Peppo ci conoscevamo da anni pur essendo di tre città diverse (rispettivamente Piacenza, Busto Arsizio e Lecco), e tutti e tre provenivamo da band del panorama underground italiano. Ci trovavamo ai concerti, andavamo ai festival all'estero insieme, ci scambiavamo musica e consigli sui vari gruppi, insomma, condividevamo questa grande passione che è la musica.
Siccome suonavamo i tre strumenti fondamentali per formare una band, nel 2009 abbiamo deciso di trovarci un sabato pomeriggio per divertirci, senza sapere di preciso cosa sarebbe successo. La cosa che ricordo di quel giorno sono le lunghe jam, in una sala prove caldissima, vicino a Lecco. Abbiamo cominciato ad improvvisare senza discutere di niente a priori, e siamo andati avanti così per qualche ora, ed è nata la band.
C'era un feeling particolare, come se avessimo suonato insieme da sempre, e uscivano naturali cose che nessuno di noi aveva mai fatto… da quella prima prova penso che siano nati praticamente tutti i riff per i pezzi che sono finiti sul primo Ep “Alljamed” (poi ristampato da Vincebus Eruptum nel 2014 in vinile con tre bonus track).
Dopo alcuni concerti abbiamo deciso di fare una session di registrazione all'Elfo studio di Piacenza, dove abbiamo registrato e mixato il nostro primo Ep in presa diretta in un giorno. Dopodiché abbiamo cominciato a suonare ovunque, dividendo il palco con band del calibro di Samsara Blues Experiment, White Hills, Yawning Man, Fatso Jetson, Vibravoid.
Dal vivo i pezzi si allungavano in jam spaziali e avvolgenti a seconda dell'atmosfera che si creava… era molto divertente, stimolante e grezzo.
Nel 2012 abbiamo sentito l'esigenza di aggiungere un sintetizzatore, perché volevamo esplorare territori più psichedelici, e così è entrato nella band l'amico sintetico Ema.
Il nostro primo disco, “Anechoic Chamber Outcomes I”, del 2013, uscito in CD per Phonosphera e in vinile per Vincebus Eruptum, è stato composto principalmente dal trio dell’Ep, e il sintetizzatore è stato aggiunto da Ema in un secondo tempo nel suo studio.  
Il disco ha cominciato a girare molto per i blog e le webzine e ha venduto molto bene, tanto da essere stato ristampato due volte in vinile.
Siamo stati invitati a suonare allo Psychedelic Network Festival di Wurzburg e allo Stoned Karma Festival di Dusseldorf quell'anno, con band del calibro di My Sleeping Karma, Monkey 3, Space Invaders, Nick Turner(Hawkwind), Oresund Space Collective e Vibravoid.
Ema poco dopo ci lascia per continuare i suoi progetti di musica drone e al suo posto entra Bachis. Registriamo tre tracce per lo split “Psychedelic Battles” con il gruppo gallese Sendelica.
Qui si può cominciare a sentire un lieve cambiamento, i pezzi sono sempre abbastanza liberi come arrangiamento e struttura, ma sanno dove andare a toccare, il sintetizzatore è più presente è acquista maggiore importanza. 
Questa collaborazione ci ha portato nell'estate 2015 a suonare in Inghilterra e Galles con i compagni di squadra Sendelica.
Alla fine del 2015 Fabio abbandona la band e al suo posto entra alla batteria Tommi (già presente nel progetto parallelo di Peppo “Electrospoon”). Con il suo ingresso il gruppo cambia, di conseguenza e si sposta su territori più sperimentali dando molta più cura alle sfumature dell'arrangiamento.

Spesso il nome che si assume è frutto di casualità e a volte è parte completa del progetto: come nasce il vostro?

Il nostro nome deriva da un romanzo di Stephen King del quale io sono un assiduo lettore. “Captain Trips” è un influenza che stermina il genere umano nel romanzo “L’Ombra dello scorpione”. Appena ho letto quel nome mi ha colpito molto e ho pensato: ”… che nome figo sarebbe per una band!”; poco dopo abbiamo cominciato questa avventura ed è stato naturale chiamarci così! L'aggiunta del "Da" significa che, con la nostra musica, l'ascoltatore entra nella nostra osteria psichedelica a degustare la nostra musica!

La vostra musica si rifà a modelli di cui non siete stati testimoni diretti per motivi anagrafici: da dove nasce questa passione per una musica sperimentale, psichedelica, avvolgente?

Anche non essendone stati testimoni siamo grandi consumatori di dischi e grandi amanti dell'improvvisazione, che in qualche modo ti porta a suonare musica psichedelica, avvolgente e ripetitiva. L'improvvisazione ti insegna ad ascoltare gli altri e a valorizzarli istintivamente.  La musica che amiamo è il blues, il krautrock, la psichedelia e il rock degli anni ’60 e ’70, senza tralasciare alcune cose degli anni ’80 e ‘90, tipo Loop, Spaceman 3, Brian Jonestown Massacre o Bevis Frond, tanto per citarne alcuni.
Personalmente la musica che reputo più stimolante è senza dubbio il Krautrock: band come Neu!, Can, Ash Ra Temple, Tangerine Dream, Faust, Popol Vuh e Cosmic Jokers guardano la musica in modo molto libero e totalmente diverso rispetto alla scena psych inglese per esempio.

Esistono possibilità che ciò che proponete, in futuro possa essere accompagnato da liriche?

Se capiterà l'occasione perchè no! Siamo sempre aperti a collaborazioni e sperimentazioni.

Il vostro nuovo album, “Adventures In The Upside Down!”, esce a distanza di quattro anni dal precedente full lenght “Anechoic Chamber Outcomes”: esiste un filo conduttore o delle analogie tra i due lavori?

Il nuovo disco, a differenza di quello precedente, si basa su un concept.  Abbiamo voluto provare questo nuovo approccio, ogni brano è connesso all'altro ed il disco si sviluppa in un racconto che ha come protagonista il nostro Capitano.
Rispetto al disco precedente le parti sono più strutturate e l'arrangiamento è stato curato nei minimi particolari, inserendo il sintetizzatore come strumento fondamentale rispetto al precedente disco.
Sicuramente la nostra musica è sempre visionaria, cerchiamo di immaginare avventure fantastiche del nostro capitano senza tempo che solca i mari di dimensioni dimenticate.

Mi raccontate i contenuti musicali del nuovo disco e il messaggio che attraverso la musica volete rilasciare?

Il nuovo disco è formato da sette brani in cui abbiamo cercato di scavare all'interno di noi stessi, per portare all'ascoltatore le nostre emozioni tramutate in paesaggi fantastici che il Capitano visita in questo suo trip. Partiamo da un intro molto calmo e avvolgente di synth e chitarra molto effettata che prepara alla tempesta (the calm and the storm) in cui il capitano naufraga per poi trasformasi in manta (Manta) e visitare paesaggi fantastici (Revelation), ricordando la cara amata (Dear Zahdia) fino a ritrovare la strada per tornare alla vita (Trepasses Bay, Peaceful Place) e alla madre terra (Mother Earth). In "Mother Earth", il lungo pezzo che chiude il disco e simboleggia il ritorno del capitano alla vita e alla madre terra, abbiamo come sottofondo delle riprese ambientali della natura, registrate e rilavorate da Ema (ex membro dei Captain), che unendosi ad un arrangiamento in chiave acustica riportano ad una sensazione di pace ottenuta da un uomo che riscopre la vita partendo dalle cose fondamentali che esistono da sempre, ma che spesso vengono dimenticate.
L'ultima parte del pezzo è tutta improvvisata in studio ed anticipa la prossima avventura del nostro capitano.

Chi sono gli ospiti del disco e come è avvenuta la scelta?

Lee Relfe dei Sendelica suona il sassofono in “Revelation”. Conosciamo Lee da qualche anno ed è capitato di fare qualche jam dal vivo con lui; riascoltando la registrazione delle prove, mi è sembrato naturale l'aggiunta di un sax in quel pezzo che ha melodie molto arabeggianti. 
Il riff di chitarra di “Mother Earth” è nato di fronte all'oceano in Bretagna, nel Finistère .
Ho delle registrazioni fatte con il mio zoom in cui si sentono onde del mare e grilli in sottofondo. Sapendo che Ema (ex membro) ha una banca dati di registrazioni ambientali fatte da lui, gli abbiamo chiesto di lavorarci su. Ema suona anche il synth Bucla in una sequenza di “Peaceful Place”.
L'altro ospite del disco è l'amico Basalle, che ha suonato una parte di sintetizzatore in The Calm and the Storm. 

Ho visto un’immagine della copertina attraverso lo schermo e mi è sembrata di forte impatto: mi raccontate qualcosa sull’artwork?

La copertina è opera del disegnatore/sceneggiatore di fumetti di fantascienza Roberto Bonadimani. Ho conosciuto Roberto ad una esposizione di fumetti sci-fi nella mia città, Piacenza. Sono rimasto incantato dalla bellezza dei suoi disegni e gli ho subito proposto una collaborazione. Siamo andati a trovarlo a casa e gli abbiamo proposto il concept per questo disco: la sua fantasia eccezionale ha fatto tutto il resto.
La copertina esterna del vinile raffigura un'onda gigantesca sottosopra, nella quale troviamo il capitano naufrago in preda ad una trasformazione in una manta che lo porterà alle avventure in un mondo parallelo, mentre all'interno ci sono nove tavole in cui Roberto illustra il viaggio del capitano dal naufragio al ritorno alla madre terra.


In che formato/i uscirà l’album?

L'album uscirà in vinile colorato (150 copie) e nero (200 copie) per Vincebus Eruptum, e in CD per Phonosphera.

Cosa mettono in mostra i DA CAPTAIN TRIPS nei loro live?

Non essendo dei sex simbol puntiamo sulla musica! Sicuramente il palco è il luogo dove ci sentiamo più a casa. I nostri live possono essere molto differenti l'uno dall'altro, improvvisando molto anche dal vivo, dipende tutto dal nostro stato psicofisico e dall'atmosfera che si crea all'interno del locale, le canzoni possono mutare ed espandersi o semplicemente essere quelle del disco. Quindi una cosa che potete sentire e percepire nei nostri live e lo specchio di chi ci sta davanti riflesso nelle nostre canzoni.

Che tipo di strumentazione utilizzate? Larga fedeltà all’analogico dei seventies?

Io sono un amante della strumentazione vintage ma vado più verso i sixties! La chitarra che ho usato nel disco dei Captain è una Mosrite del '67 completamente originale, suonata in Binson Hi Fi 40, un Echorec 2 e un Echo a nastro Dynacord. Mi piace pensare che comprando uno strumento vintage in qualche modo si assimili la sua storia, i posti dove ha suonato, i musicisti che l'hanno suonata.
Gli altri della band non sono fanatici come me, ma usiamo comunque strumentazione di ottima qualità, come nuovi sintetizzatori Moog e Morpho, Fender Precision.
Siamo comunque sempre alla ricerca di nuovi suoni… è una malattia.

La vostra discografia non si ferma ai due album che ho citato: che cosa avete realizzato dal 2013  ad oggi?

Prima del 2013 abbiamo registrato un l'Ep, “Alljamed” nel 2010 (venduto ai concerti come CDr) con 4 tracce, ristampato da Vincebus Eruptum in vinile nel 2014 con tre bonus track col nome di “In the Beginning”.
Nel 2015 “Psychedelic Battles”, split con il gruppo gallese Sendelica per Vincebus Eruptum.
Nel 2016 “Live at Immerhin-Wurzburg”, registrato a Wurzburg a maggio 2015, uscito per la tedesca Sunhair Records .

Che cosa vorreste vi accadesse nell’immediato futuro musicale?

Ci piacerebbe molto implementare i nostri concerti con dei visual per aumentare l'intensità della nostra musica. 



Elenco brani prima parte:

 A1 - The Calm and The Storm
A2 - Manta
A3 - Revelation 
A4 - Dear Zahdia 

Elenco brani seconda parte:

B1 - Trepasses Bay, The Peaceful Place
B2 - Mother Earth

Rilasciato il 30th of April 2017

Formazione:

Cavitos - chitarra
 Peppo - basso
Tommy – batteria e percussioni
 Bachis –Sintetizzatore e tastiere + basso in “Mother Earth


INFO
LP: VELP017 by VE Recordings
CD by Phonosphera Records

Art-cover by Roberto Bonadimani


DISCOGRAFIA DA CAPTAIN TRIPS

2013 “ANECHOIC CHAMBER OUTCOMES I” - LP (VE Recordings)/CD (Phonosphera Records)
2014 “IN THE BEGINNING” - LP (VE Recordings) collection of first EP and early tracks
2015 “PSYCHEDELIC BATTLES Vol.1” - LP (VE Recordings) split album with SENDELICA
2016 “LIVE AT IMMERHIN – WURZBURG” - LP (Sunhair Music)