venerdì 10 agosto 2018

Compie oggi 71 anni Ian Anderson


Compie gli anni oggi, 10 agosto, Ian Anderson, simbolo dei Jethro Tull.

Anderson è genio assoluto, affabulatore, incantatore, innovatore, capace di rendere “rock” uno strumento prettamente classico come il flauto traverso, un chitarrista acustico eccelso, un vocalist straordinario e la sua voce, a ben vedere, è quella che manca di più ai fan sparsi nel mondo che, forse solo a posteriori, si sono accorti dell’assoluta importanza di quella timbrica calda e pastosa, insostituibile, che nessun aiuto artificiale potrà riportare ai fasti iniziali.
Ian Anderson è anche un saggio e previdente uomo di affari – cosa che quasi sempre è mancata alla giovani star degli anni ’70 –  e credo risalga già alla metà dei seventies il suo status di datore di lavoro della band, ovvero lui il capo e gli altri stipendiati, con le naturali differenze di compensi economici e di responsabilità.
Il gruppo è ancora molto seguito e anche in Italia esiste una cellula primaria – di cui in qualche modo faccio parte – che prevede un fanclub che ha a capo un Presidente – Aldo Tagliaferro – che è uno dei pochi con cui il buon Ian ha instaurato un rapporto di salda amicizia, con tutti i risvolti positivi del caso.
Impossibile riassumere una storia così complessa e una discografia sterminata, e allora provo a ripescare un mio vecchio pensiero riguardante quella musica che considero la colonna sonora della mia vita… il perché non mi è chiaro sino in fondo, ma indagare sarebbe persino doloroso.
Potrei raccogliere numerosi aneddoti e svariate conoscenze personali per descrivere i miei sentimenti, ma preferisco sottolineare un momento particolare su cui ho riflettuto spesso, perché ogni volta che riascolto “My God” – e mi capita con una certa frequenza – performata al festival dell’Isola di Wight, mi nasce una domanda spontanea.
Per inciso “My God”, che considero tra le più belle canzoni rock di tutti i tempi, fa parte di un album cult, Aqualung, che consiglio a tutti i giovani che non hanno mai avuto l’occasione di accostarsi alla musica dei Tull. Io ho provato in passato a diffondere il verbo, anche, con i miei figli, e devo dire che non sono rimasti indifferenti.
E ritorno all’episodio a cui accennavo.
Era il 30 agosto 1970, una domenica non comune, e i Jethro Tull anticipavano il set di Jimi Hendrix.
La manifestazione era già alla terza edizione, e molte altre sarebbero arrivate, ma quella è l’unica che si ricordi con grande enfasi.
La band di Anderson era già conosciuta per effetto di un secondo album strepitoso, “Stand Up” e quando salì sul palco, “Benefit”, il terzo lavoro, era in circolo da alcuni mesi.
Ma il pubblico di Wight, almeno in quell’occasione, non era numericamente parlando quello dei pub, dei teatri, delle realtà cittadine, ma, more or less, 600.000 persone!
Mi è capitato di chiedere banalmente a Clive Bunker, batterista in quell’occasione, cosa si provi a suonare davanti ad una muraglia umana, e la sua risposta, altrettanto scontata, ha evidenziato la totale “incoscienza da palco” che si innesca in quelle occasioni, quando mille o centomila fanno poca differenza.
Quei giovani, hippies e amanti del nuovo che stava arrivando, imbevuti dell’esperienze dell’estremo occidente musicale, avevano abitudini diverse, fatte di rock più o meno duro, di folk, di country, di contaminazioni varie, abituati a Hendrix e agli Who, Mitchell e Doors, Baez e Mody Blues, e forse non avevano idea di cosa volesse dire trovarsi al cospetto di una band sconvolgente, con un frontman unico che all’improvviso dava dignità rock ad uno strumento a fiato, suonato alla Roland Kirk, soffiato, parlato, usato come prolungamento dell’uomo e dell’artista, raccogliendosi su di una sola gamba.
Ecco, ogni volta che ascolto “My God” provo a mettermi nei panni di quei ventenni di 48 anni fa, e mi piace immaginare il loro stupore, per la novità e per la bellezza di un brano carico di significati, musicali e lirici.


Sono passati lustri, tanti, e i Jethro Tull hanno cambiato ogni pezzo usurato dal tempo, solo lui è rimasto al timone, Ian Anderson, l’antipatico, l’illuminato, o forse tutto il contrario. Noi amanti della sua musica ce lo coccoliamo, sempre pronti a ringraziarlo per quello che ha saputo regalarci: essere riconoscenti è il minimo che si possa fare in questi casi!




domenica 5 agosto 2018

Porto Antico Prog Fest 2018: il commento

Un nuova edizione del Porto Antico Prog Fest, la terza, è andata in scena il 3 agosto a Genova, Piazza delle Feste.
Ancora una volta l’aspetto organizzativo è stato curato dalla Black Widow Records, questa volta in collaborazione con la Cooperativa DOC-L’ARTE SI FA VALORE, la cui mission è stata ampiamente spiegata nel corso della serata: trattandosi di musica e del mondo che la circonda, sarebbe buona cosa curiosare sul sito di riferimento…


Il pubblico ha premiato la nuova idea di aggregazione delle band, partecipando in modo significativo e pronto a lasciarsi coinvolgere, sottolineando con entusiasmo le varie performance. Ma qual è la nuova formula proposta? La grande differenza rispetto al passato si sintetizza nella la presenza di due tribute band, non prese certo a casaccio, ma capaci di riportare al sound del prog originario, quello che ha aperto la strada a miriade di gruppi che ancor oggi si rifanno ai fasti dei seventies; nel caso specifico mi riferisco alla musica dei Genesis e dei Pink Floyd, ovvero due entità mitiche che, a distanza di quasi mezzo secolo, riescono ancora a emozionare fan di ogni età.
La dicotomia di giudizio quando si fa riferimento a musica inedita e a riproposizione di modelli del passato non trova mai un punto di incontro, ma ciò che Massimo Gasperini e soci hanno creato nell’occasione appare come un giusto equilibrio, l’utilizzo di musica di forte richiamo per poter regalare al contempo qualcosa di “nuovo”, con la speranza che l’effetto domino spinga ad allargare le conoscenze personali.
Occorre anche riflettere sul fatto che per ascoltare dal vivo la musica del "rock" del passato esista ormai una sola possibilità, quella che passa attraverso gruppi di musicisti, anch’essi fan, che vestono i panni di ELP o Gentle Giant e propongono le fondamenta del prog. Certo, occorre del talento e della predisposizione naturale, quelle doti di cui hanno goduto i presenti al Porto Antico Prog Fest.

Ad aprire le danze una band locale, gli Ancient Veil, nati dalle ceneri degli Eris Pluvia, artisti che, dopo un ventennio di sosta, sono ritornati nel 2017 con un album di inediti targato Lizard, e che, nel 2018, propongono ben due dischi: il primo è una rivisitazione dell’album omonimo del 1995 mentre il secondo racchiude il live de La Claque del 2017.
Il fil rouge tra il passato e il presente è rappresentato dal chitarrista e cantante Alessandro Serri e dal fiatista Edmondo Romano.
E’ un prog vivace e fresco quello che propongono e l’elemento importante, seppur ovvio, è la dimostrazione del ritrovato affiatamento e della sicurezza da palco, rapportata al concerto a La Claque, di cui sono testimone.
L’audience apprezza particolarmente la miscela di rock e folk in un set che… finisce troppo presto!
Alla fine sono proprio Serri e Romano a raccontare le loro impressioni e il nuovo percorso da poco inizato.
L’attuale formazione prevede inoltre Fabio Serri alle tastiere - già presente progetto originale -, Massimo Palermo - basso - e Marco Fuliano  alla batteria.


Un piccolo video a fine articolo racchiude particelle di festival, purtroppo inficiate dall’infelice posizione di registrazione, ma utili a presentare l’atmosfera di giornata.

In attesa del secondo gruppo c’è spazio per le parole, quelle che portano on stage Mauro Serpe - Panther & C. - e Diego Banchero, de Il Segno del Comando.

E arriva il momento dei milanesi Get’Em Out, ovvero la musica dei Genesis, in questo caso circoscritta all’era “Peter Gabriel”. E’ da subito un tripudio, e i presenti si immedesimano e provano a sostituirsi a Franco Giaffreda - voce e flauto -, che suscita la “compassione” dei presenti per l’utilizzo dei “vestiti di Gabriel” in una giornata di decisa afa e alta temperatura.
Unico rammarico rispetto al loro set è la presenza della luce naturale (erano all’incirca le 20) che ha penalizzato gli aspetti visual proiettati sullo schermo alla spalle, essendo il loro un progetto che ricalca nei particolari un periodo magico targato Genesis, e i dettagli ricercati non sono solo quelli musicali.
Era la seconda volta che li vedevo e penso che siano tra i migliori nel proporre una musica che, soprattutto dal punto di vista tecnico, presenta un alto tasso di difficoltà: l’audience ha gradito e cantato all’unisono le trame più conosciute… di più non si può volere!
Gli altri membri sono: Dario D'Amore - tastiere, chitarra acustica e voceRenato Giacomelli - batteria e voce - Gianfranco Oliveri - chitarre, basso, bass pedal e voce - e Gianluca Oliveri alla chitarra.
Alla fine Giaffreda/Gabriel si ferma a chiacchierare sul palco, raccontandoci del suo recente passato come chitarrista de Il Biglietto per L’inferno, soffermandosi sulla complessità della proposta genesisiana.


Ancora un siparietto con Paola Tagliaferro, artista completa, in procinto di rilasciare il suo album “Fabulae” di cui parlerò a breve. La sua proposta si colloca decisamente all’interno del mondo prog, essendo costituita da estrema libertà espressiva, avanguardia, sperimentazione e spiritualità.

E arriva il momento del prog napoletano, anche se Sophya Baccini può considerarsi una cittadina genovese, per il legame artistico e affettivo che la lega alla città.
Difficile inquadrarla tra i suoi tanti progetti; quello che propone a Genova nell’occasione è il Sophya Baccini’s Aradia, che oltre a lei - cantante e tastierista - prevede la presenza di altre tre donne - Marilena StrianoFrancesca ColapsIsa Dido - e il chitarrista Peppe Gianfredi.
Propongono un set incentrato sul loro secondo album, “Big Red Dragon”, ma non mancano le “divagazioni”, come “Music” di John Miles, particolarmente adatta alla situazione.
Sophya è un talento naturale, sia dal punto creativo che espressivo, ma in questo progetto un pò anomalo - quattro donne sul palco sono inusuali - emerge il sound gruppale, e la proposta innovativa viene valutata positivamente dal pubblico, pronto a far sentire il calore di cui l’artista ha sempre bisogno.
Performance di rilievo… davvero bravi. Anche in questo caso alla fine dei brani la piccola sosta permette di scambiare quattro chiacchiere con Sophya, visibilmente soddisfatta.


In attesa dell’arrivo del quarto ensemble salgono sul palco Fabio Nicolazzo e Laura Menighetti, ovvero Una Stagione all’Infernoche ha appena rilasciato l’album “Il mostro di Firenze”, pubblicizzato a dovere nell’occasione, quasi un obbligo trattandosi di un gruppo genovese dedito al prog.
Ultimo ospite Gianmaria Zanier, virtualmente conosciuto da tutti gli amanti del genere per il suo impegno in rete e in radio… uno di quelli da… ringraziare per il lavoro divulgativo quotidiano e instancabile!

A chiudere la kermesse gli Outside The Wall, ovvero il tributo genovese ai Pink Floyd.
Vediamo i loro nomi: Renato Pastorino (chitarre e voce), Mauro Vigo (batteria), Lorenzo Gazzano (tastiere), Fabio Cecchini (basso), Martin Grice (Sax) e Elisabetta Rondanina (voce).
Li avevo ascoltati pochi giorni fa nell’alessandrino, e anche in questa occasione ho trovato un sound vincente, aggettivo che significa fedeltà di proposta ed efficacia di un mix che si esalta attraverso la cura delle sfumature e la capacità chitarristica.
E’ bene sottolineare anche le doti canore della vocalist e il fatto che la band si avvalga di un musicista di lungo corso, quel Martin Grice di provenienza Delirium che diventa il valore aggiunto indiscutibile. A raccontarci sul palco qualcosa degli OTW è il drummer Mauro Vigo, impegnato in mille progetti rock.
Anche per loro grande successo e bis, non previsto dalla rigida scaletta.


Una giornata caldissima, toccata anche da un principio di nubifragio, tutti ingredienti che potevamo minarne il risultato.
E’ andato invece tutto bene, benissimo, e già si pensa alla prossima edizione!




mercoledì 1 agosto 2018

Che fine ha fatto Elio D'Anna?

Donald Trump e Elio D' Anna

Pochi giorni fa ho assistito ad un fantastico concerto degli Osanna, band che rispetto agli esordi ha subito naturali variazioni alla formazione ed è attualmente guidata da uno dei fondatori, Lino Vairetti.
Questo il commento alla serata…


Nell’occasione, i filmati storici proiettati riportavano, anche, ai primi Osanna, quelli che ho avuto l’opportunità di vedere da adolescente, almeno un paio di volte.
La domanda di un amico, a fine concerto, è la stessa che mi ero fatto anche io, tanto tempo fa, probabilmente una delle questioni più frequenti rivolte a Vairetti nel corso degli ultimi anni: ma che fine ha fatto Nello D’Anna, il fiatista originale?
Dopo un po’ di ricerca ho scoperto che D’Anna ha cambiato stile di vita e ambiente.

Lo intervistò qualche anno fa Cino Tortorella, alias Mago Zurlì…



Ma come si comportava Elio D’Anna sul palco a inizio anni ’70?

mercoledì 25 luglio 2018

Red Phoenix Blues Trio a Savona


Serata dedicata al blues quella del 24 luglio ai Giardini Serenella di Savona, con la presenza dei genovesi Red Phoenix Blues Trio, musicisti di lungo corso, sulla scena musicale da parecchi lustri.

Pubblico cospicuo costituito da molti musicisti e location perfetta per una performance blues di mezza estate.

Questa la formazione: Enrico Fiorito alla batteria e percussioni, Antonello Palmas Cotogno al basso elettrico e Giacomo Caliolo alle chitarre e voce.

La band non si esibiva da un paio di anni, ed è stata questa l’occasione per ascoltare dal vivo parte del loro lavoro in studio, l’album “Illegal Blues”, miscelato a grandi successi americani, attingendo ad un repertorio trasversale, fatto di brani di Robert Johnson, ZZ TOP, BB King e Steve  Ray Vaughan.

Apprezzamento incondizionato per un genere tutto sommato di nicchia, ma amato da una vasta audience, come dimostrato anche in questa occasione.

Non è mancato il ballo, seppur isolato, a coronamento di una serata stile Beale Street, la via di Memphis dove il blues è l’elemento vitale, per musicisti e passanti occasionali.

Ora l’argine è rotto e la speranza è quella di poter rivedere con una certa frequenza gli RPBT, magari ancora ai Serenella…

Ecco la testimonianza video…




martedì 24 luglio 2018

Big One a Savona il 22 luglio: commento e video


I Big One, la più importante tribute band dei Pink Floyd a livello europeo, rinnovano l’appuntamento con Savona e con la Fortezza del Priamar, luogo che ha ospitato in passato alcuni mostri sacri del rock.

L’artefice degli ultimi concerti della band veronese nella nostra città è Massimiliano Rossi, molto attivo in ambito musicale e ormai innamorato perdutamente della musica dei PF.
E’ lui che li ha proposti la scorsa estate e, dopo il mezzo insuccesso legato alle intemperie estive, è riuscito a creare una nuova occasione a distanza di un paio di mesi, in un luogo “protetto”, il Teatro Chiabrera.
A sorpresa, dopo un anno esatto, ecco il nuovo evento - il quarto a Savona - e ancora una volta il pubblico risponde alla grande. Tutto questo è accaduto il 22 luglio.


Non è stata una serata facile per svariati motivi, in primis una nuova minaccia di pioggia, con forte presenza di lampi che hanno condizionato durante tutta la performance l’umore dei protagonisti, una tensione logorante nata a inizio giornata - e forse prima -, e occorre sottolineare, per i non addetti ai lavori, che la strumentazione presente su un palco non protetto rappresentava un valore economico notevole, non solo affettivo, certamente da proteggere.
E poi una serie di problemi tecnici - di cui non parlerò - che si possono sintetizzare col fatto che la band ha iniziato la sua performance senza alcuna traccia di soundcheck, cosa impensabile per qualsiasi gruppo, a maggior ragione per chi cura i dettagli dei suoni che dovranno trovare la quadra con gli aspetti visivi (video e luci).
Ma alla fine tutto è andato per il meglio, almeno per gli spettatori, che non sono quasi mai dei tecnici - per fortuna! - e godono dello spettacolo nel suo insieme, soprattutto se, come in questo caso, la memoria viene sollecitata in continuazione.
I Big One sono stratosferici! Li presento nella formazione attuale:
Leonardo De Muzio (chitara solista e voce), Luigi Tabarini (chitarra basso e voce), Stefano Righetti (tastiere), Stefano Raimondi (batteria), Marco Scotti (sax e chitarra) Debora Farina e Manuela Milanese (cori).
Aggiungo l’uomo in più, il factotum Gian Paolo Ferrari, prezioso quanto gli altri componenti del gruppo.


Il set che propongono è vario se messo in relazione a quello di dodici mesi fa (quarantennale di “Animals”), così come testimoniato dalla scaletta a seguire, suddivisa su due tempi separati - con il solo taglio del primo bis, “A Great Day For Freedom”, dovuto alla paura di una pioggia imminente.


E’ un totale susseguirsi di emozioni, con salti temporali importanti e un coinvolgimento che cresce mano a mano che i brani si rincorrono, dopo un avvio abbastanza guardingo.
E’ il solito grande De Muzio a condurre la danza, e per la prima volta lo vedo utilizzare, tra le altre chitarre, una Gibson Les Paul De Luxe, poco gilmouriana, ma solo per l’immaginario comune, giacchè i suoni che ne fuoriescono sono da brividi: forse più che lo strumento conta il musicista!


La solita certezza il drummer Raimondi, mentre l’altra metà della sezione ritmica, Tabarini, si mette in evidenza, anche, per le sue capacità vocali. Incredibile il lavoro tastieristico di Righetti mentre appare fondamentale l’intervento delle due coriste.


Menzione a parte per Marco Scotti che ha allargato sempre di più i suoi interventi rispetto alla prima volta in cui lo vidi, passando dai sax alla dodici corde e all’elettrica.


I 30 minuti di video che propongo a seguire daranno la dimensione della loro prova.

Alla fine tutti contenti, Max in primis, anche se certe giornate mettono a dura prova la salute di chi agisce, ma almeno in questo caso la nave è arrivata in porto… quel porto savonese a cui i Big One non possono più rinunciare!

Vediamo cosa è accaduto...

domenica 22 luglio 2018

Beggar's Farm con Martin Barre a Borgoratto (AL) il 20 luglio

Martin Grice e Martin Barre

Il luogo è Borgoratto, nell’alessandrino, terra natia del Maestro Franco Taulino, l’uomo che, nel tempo, ci ha permesso di vedere eventi da far luccicare gli occhi.
In questo caso siamo ospiti di un paesino di 600 anime, fascinoso e ammaliante, che fa immaginare una qualità della vita invidiabile, una dimensione a misura d’uomo che apparentemente stride con il rock che sta per arrivare.
Prendo come simbolo i due Martin di serata, Barre e Grice. Cosa hanno in comune?
Intanto sono nati nello stesso paese, l’Inghilterra, e in modi e tempi diversi hanno partecipato attivamente alla costruzione delle fondamenta del rock - evito tutte le categorie possibili - e continuano a regalarci, sul palco e oltre, prova della loro maestria.
Condividere la patria e i successi musicali vuol dire molto!
Martin Barre è stato il guitar hero dei Jethro Tull, per svariati lustri, sino a che il padre padrone Ian ha dato via alla rivoluzione, probabilmente l’ultima.
Martin Grice, fiatista, dopo aver vissuto la Londra di fine anni ’60 - tra Bill Wyman e Jimi Hendrix - ha legato per sempre il suo nome ai nostrani Delirium, di cui è ancora colonna portante.
Perché mi dilungo su parte dei protagonisti della serata benefica del 20 luglio? Beh, è giusto sottolineare la caratura degli eventi che Taulino riesce da sempre a creare da queste parti.
Beneficienza, quindi, come elemento traino, in questo caso si parla di aiutare il LILT, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori: cos’altro aggiungere!

La dimensione è quella della sagra di paese, una festa dove il cibo di qualità unisce la gente, in attesa del concerto fantastico, nella speranza che il cielo minaccioso lasci vivere il momento magico, nel ricordo di quanto accaduto qualche anno fa ad Oviglio - a pochi chilometri di distanza - con gli stessi protagonisti, e un temporale che minò - ma non impedì - la performance delle band.

Ad aprire un tributo ai Pink Floyd, i genovesi Outside The Wall.



Si introducono da soli, nel medley video a seguire, dando subito dimostrazione del loro affiatamento e provocando nel pubblico la voglia di partecipare.
La musica dei P.F. è tra le più riprodotte e ricercate dall’audience, ma occorre una particolare sensibilità - e gusto musicale - per ricreare le atmosfere sonore che hanno da sempre caratterizzato il gruppo inglese, e gli OTW si dimostrano all’altezza della situazione, con il tocco in più del già citato Martin Grice.
Li rivedremo tra pochi giorni a Genova, al Porto Antico Prog Fest… ma nell’attesa ascoltiamoli a Borgoratto.


E arriva il momento topico. Chi come me segue da tempo la Beggar’s Farm sa che non esiste di meglio per riproporre la musica dei Jethro Tull e, soprattutto, per mettere a proprio agio tutti i grandi ospiti che periodicamente si succedono sui loro palchi: alte skills e amore per la cura dei dettagli, una situazione operativa che fa la differenza, in tutti i campi.


In questo caso mi viene da dire qualcosa in più, visto che poche ore prima avevo pubblicato il commento di un vecchio fan dei JT, susseguente ad un recente concerto italiano di Ian Anderson & Friends. Chiosa sardonica basata sul fatto che catturare uno dei tanti volti di Ian non provochi più alcuna emozione, e tra i tanti motivi c’è sicuramente il repertorio limitato e sempre uguale, calato sulle attuali possibilità vocali di sua maestà Mister Anderson. 
Di sicuro non si può parlare di monotonia nel caso delle proposte incluse nei set della Beggar’s, giacchè certi brani sono davvero delle chicche (a fine post è possibile prendere visione della scaletta).
Si varia in modo ampio tra i vari album dei JT, andando a toccare atti davvero inusuali, come accaduto con Steel Monkey e, soprattutto, Sealion, voluta fortemente dal chitarrista acustico e vocalist Mauro Mugiati.
Ricordo gli altri elementi della band: Sergio Ponti alla batteria, Kenny Valle alle tastiere, Daniele Piglione al basso e Brian Belloni alla chitarra elettrica, accanto, in questo caso, ad un Martin Barre in perfetta forma, che proporrà anche alcuni suoi brani con l’intervento della bravissima Paola Gemma - con cui mi scuso per la mancata testimonianza video -, altra vocalist della Beggar’s Farm.
Martin si muove come un adolescente e ci riporta indietro nel tempo, con svisate di antica memoria che potrebbero far cadere qualche lacrimuccia.
Per un breve spazio il tempo si ferma e un’intera vita scorre davanti rapidamente… un film che va oltre il mero elemento musicale.

Che dire della Beggar’s… grandi musicisti, grandi professionisti, grandi appassionati di musica, con un leader capace di condurre in porto la nave, in qualsiasi condizione.
Ma forse, anche in questo caso, l’ascolto può semplificare le cose.



Il concerto è finito, qualche foto di rito per ritornare fanciulli e qualche saluto sincero e sentito.
Il pubblico scema lentamente mentre arrivano le prime gocce di pioggia… la serata perfetta, per una volta baciati, questa volta, dalla fortuna!




giovedì 19 luglio 2018

Osanna live a Piacenza il 17 luglio: il resoconto


All’interno della manifestazione “Estate al Farnese” - una serie di eventi musicali previsti tra luglio e settembre a Palazzo Farnese di Piacenza - è andata in scena il 17 luglio una superlativa serata dedicata alla musica progressiva italiana, organizzata da Max Marchini e Massimo Orlandini, sicuramente coadiuvati da collaboratori operatori del settore, ma sono loro i primi a salire sul palco per una presentazione dell’intera kermesse.

Vorrei anticipare che, contrariamente a quanto faccio normalmente, sarà cospicua la parte video che pubblico a seguire, perché credo valga la pena lasciar parlare i protagonisti, giacchè non penso ci siano parole che possano spiegare esaustivamente quanto vissuto a Piacenza.
Lino Vairetti, leader degli Osanna, a fine concerto sarà un pò critico, avendo forse in testa frammenti di imperfezione che solo chi è sul palco può vivere e sottolineare, ma il pubblico presente ha davvero goduto di una serata magica, che personalmente non vivevo da tempo.
Ma andiamo con ordine, partendo dal contesto, perché l’ambiente e l’atmosfera sono spesso parte della performance, e Palazzo Farnese presenta il fascino della storia e delle cultura cittadina… storia e cultura, stessi ingredienti che ritroveremo nella musica della serata.


Ad aprire la scena una band veneta nata negli anni ’70, e che solo recentemente ha ripreso il percorso interrotto tanti anni fa.
Sto parlando dei Sezione Frenante, e per chi volesse saperne di più propongo il mio commento al loro album e l’intervista che mi hanno rilasciato nel febbraio scorso:


Ovviamente non avevo idea della loro resa live, e trovare corrispondenza tra la perfezione consentita dalla fase in studio e l’atteggiamento da palco mi ha pienamente soddisfatto.
Formazione sufficientemente classica per il prog, con una sezione ritmica formata da Sandro Bellemo al basso e Alessandro Casagrande alla batteria, Mirco De Marchi alle tastiere, Antonio Zullo alla chitarra e Luciano Degli Alimari alla voce.


Suono amalgamato, tempi composti e trame accattivanti utilizzate per presentare il loro racconto, Metafora di un Viaggio”,  un “… concept album ispirato al viaggio poetico di Dante Alighieri, utilizzato come metafora per dare un giudizio obiettivo sulla figura umana e sulle sue possibilità, una sorta di parallelismo che risulta molto attuale”.

Il pubblico gradisce incondizionatamente una musica che rientra perfettamente negli schemi del prog seventies, senza apparire appesantita dal tempo passato.
Ecco uno stralcio di esibizione… davvero bravi!


Rapido “cambio di palco” e arrivano gli Osanna.
Non sono per me una novità, avendo avuto la possibilità di vederli sia nella formazione originale che in quella recente, sono quindi conscio di cosa sta per accadere...
Difficile delineare in modo categorico la “Prog Family” di Lino Vairetti, perché inserire la band in una casella ed etichettarla appare riduttivo: rock, melodia mediterranea, tradizione, cultura, folk, jazz, ritmo e teatralità sono alcuni degli ingredienti che contribuiscono a creare la miscela del loro sound, ma ciò che hanno raggiunto in questo momento del loro percorso appare quanto di più coinvolgente si possa richiedere ad una performance live.

Lino è circondato quasi esclusivamente da giovani musicisti, e l’incontro tra generazioni provoca in questo caso una produzione esplosiva.
Ad alimentare la suggestione nel corso del concerto, la proiezione continua di immagini che, pur essendo in sottofondo, raccontano 50 anni di musica e di vita.

Si parte con una prima tranche al fulmicotone, caratterizzata - come capiterà per tutto il resto del concerto - dalla modulazione tra antico e anni recenti (Pazzariello-Fuje ‘a Chistu Paese, Intro animale, Mirror Train e Taka Boom), una bomba di energia con rapidi cambiamenti di tempo e lingua, e con particolare cura degli aspetti visual: le maschere rock sono on stage e ciò che stanno per proporre lascerà il segno.
Vediamo i ruoli.
Oltre al fondatore Lino (voce chitarra e armonica) troviamo il figlio Irvin (sintetizzatore e voce), Sasà Priore alla tastiere, Pasquale “Paco” Capobianco alla chitarra (l’ultimo entrato, ma con il gruppo ormai dal 2011) e una sezione ritmica da brividi, con il più “maturo” Gennaro Barba e Nello D’Anna.

Il secondo step è un altro… colpo basso, in bilico tra il ’71 e gli anni recenti (In un vecchio cieco, Vado verso una meta e Ce vulesse).
Non lo commento, ma… lo propongo!


Il centro dell’esibizione tocca il cuore e la memoria: gli Osanna omaggiano Luis Bacalov e propongono Preludio, Tema, Variazione e Canzona, ovvero la colonna sonora del film Milano calibro 9, rilasciata nel 1972, e nell’occasione eseguita con le immagini del film alle spalle della band.
Anche in questo caso lascio che siano le immagini a parlare…


E arriva il momento dell’ospite, che coincide con un contributo al prog e il ricordo di chi non c’è più.
Sale infatti sul palco Annie Barbazza, giovane talento in piena ascesa, che nell’occasione contribuisce alla riproposizione di un brano storico, L’uomo, facente parte dell’omonimo album di esordio, del 1970. Ma non basta: gli Osanna ci regalano un “medley prog”, che permette di toccare le origini del genere in Italia, sfiorando il BANCO - con il pensiero rivolto a Francesco Di Giacomo -, la PFM (tra il pubblico era presente Giorgio “Fico” Piazza, prossimo protagonista a Palazzo Farnese ) e gli Area.

Ecco il video relativo.


Si prosegue con altri brani che comprendono un largo spazio temporale (a fine post includo la scaletta di serata), e il risultato è sempre entusiasmante, sottolineato da un’audience sempre più calda e coinvolta, che spingerà fortemente per il canonico bis, che vedrà sul palco tutti gli attori protagonisti della serata.

Credo sia inutile andare alla ricerca di dettagli tecnici e sfumature per intenditori (così come sottolineare le incredibili skills dei musicisti): un concerto perfetto è quello che riesce a realizzare un rapporto osmotico tra palco e platea, una sorta di influenza reciproca che porterà i musicisti a dare il meglio e i partecipanti a godere di ciò che vedono e ascoltano, diventando anch’essi protagonisti.

Le nuove leve, assistendo al concerto degli Osanna del 17 luglio, avrebbe potuto usare la frase… questi spaccano…; gli addetti ai lavori avrebbero optato per… hanno un tiro della madonna…; io mi limito a dire che da tempo non partecipavo ad un concerto così entusiasmante, anche se immagino che il perfezionista Vairetti avrà trovato un sacco di difetti alla performance!
Questi sono gli Osanna, da vedere assolutamente, così come è da seguire il calendario di ESTATE AL FARNESE.

Un plauso enorme agli organizzatori!