domenica 5 aprile 2020

Røsenkreütz-“Divide et Impera”


Røsenkreütz-“Divide et Impera”
(Opal Arts e Andromeda Relix)

Circa sei anni fa, commentai l’album di esordio dei Røsenkreütz, “Back To The Stars”, e a distanza di tanti anni un paio di pezzi di quel disco fanno parte della mia usuale playlist, insomma, brani che ascolto con continuità. Non può essere casuale!
Con questa premessa mi avvicino al nuovo lavoro di Fabio Serra, anima e testa del progetto.
Gli ho posto qualche domanda per capirne di più e a seguire è fruibile il prodotto della nostra chiacchierata.

Parto da qualche elemento oggettivo: “Divide et Impera”- è questo il titolo - al contrario del precedente è un concept album le cui tracce sono legate tra loro dal tema del “controllo”, come dice l’autore otto “mini film” che trattano lo stesso argomento da differenti punti di vista.
Tra i motti di Serra c’è anche il tradizionale “squadra che vince non si cambia” e quindi, oltre all’autore (chitarre, tastiere e voce), troviamo Gianni Brunelli alla batteria e percussioni, Gianni Sabbioni al basso e stick, il cantante Massimo Piubelli (già voce solista dei Methodica) e Carlo Soliman al piano e tastiere; il tutto trova valore aggiunto nella presenza di Eva Impellizzeri alla viola, tastiere addizionali e cori.
Il naturale contenitore degli ospiti vede l’ausilio della sezione d’archi degli Evequartett guidati dalla Impellizzeri, di Daniela Pase ai cori aggiuntivi e del rapper londinese Flamma.

Otto tracce, suddivise su quasi sessantatré minuti di musica, che si focalizzano su aspetti sociali rilevanti, con un titolo eloquente che prova a ricordare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova solo a chi li vuole dominare. E il controllo delle masse passa attraverso la dicotomia fideistica, ma non solo quella religiosa, perché ogni argomento è utile per arrivare alla contrapposizione che tanto piace al “controllore”, e un po' di autoanalisi porterebbe a pensare a quanto incida nel quotidiano il controllo emozionale nella gestione delle nostre relazioni.

Tutto questo ci viene proposto attraverso un nuovo disco incredibile, dal respiro internazionale, e non solo per il cantato inglese, che aiuta, ma non è determinante per la mia definizione.

Si parte con i quasi otto minuti di “Freefall”, una ouverture gioiosa, perfetta introduzione di un vero album prog, con le tastiere in evidenza e la timbrica vocale di Piubelli che ricorda a quale punto ci eravamo fermati, ricomponendo il gap tra i due album: il miglior biglietto da visita possibile.

A seguire “Imaginary friend”, con Eva Impellizzeri in evidenza, un misto tra prog rock e tradizione classica che genera un clima di tensione positiva, degna della colonna sonora di un avvincente noir.

Da brividi “The Candle in the Glass”, sette minuti dominati dagli aspetti vocali/coristici, con la conduzione chitarristica che provoca lancinanti fitte musicali, un incedere lento e angoscioso - cullato dagli archi in azione - che rimane nel corpo a lungo, anche dopo il primo ascolto. 

I know I know” propone un ospite d’oltremanica, il già citato rapper londinese Flamma, il cui avvicinamento alla band viene svelato da Serra nello scambio di battute a seguire.
Il concetto di “rapper” potrebbe ingannare, il suo apporto in questo caso è pressoché quello del puro vocalist di qualità, e il brano realizzato è molto vicino alla tradizionale forma canzone, un rock che sfora a tratti sul metallico, ma di sicura presa.

La lunga “Aurelia” - oltre otto minuti - è una ballad che, partendo dal binomio tra l’arpeggio chitarristico e un cantato toccante, sfocia in atmosfere jazzistiche e tempi composti: meravigliosa!

Con “True Lies” arriviamo ad una ipotetica hit da band post prog, tendente al pop dei grandi gruppi americani della miglior tradizione, ma il tocco personale, unito alla potenza del ritornello, ne fanno uno dei pezzi che potrebbero avere un appeal trasversale.

Sorry And” è probabilmente il brano più “normale”, una canzone dove melodia e rock rallentato si fondono a venature di blues che mettono in evidenza le skills chitarristiche di Serra.

Potrei definire la finale “The Collector” una sorta di mini-suite - quindici minuti e mezzo - che conclude un album davvero notevole. Se “Freefall” rappresenta l’intro ad un contenitore ancora tutto da scoprire, giunti a questo punto si posseggono tutti gli elementi per delineare il disegno totale, e il brano conclusivo avvolge l’ascoltatore da tutti i punti di vista, e le didascaliche suddivisioni in generi e sottogeneri perderebbero ogni tipo di significato.
Un pezzo come questo dà piena contezza al termine “prog” e a quello di “piena soddisfazione musicale”, un appagamento personale che necessita certamente di buona sensibilità specifica da parte dell’ascoltatore, ma la misura dell’entusiasmo è sempre proporzionale alla qualità dello stimolo ricevuto.

Fabio Serra e i suoi friends - vecchi, nuovi e di passaggio - ci regala sessantadue minuti e mezzo di godimento musicale, una proposta varia che riporta a tratti ai miti della musica progressiva originaria, ma delimitare zone di conforto non appare in questo caso utile, perché la miscellanea di competenze fa sì che “Divide et Impera” possa far presa su un pubblico che non ama le divisioni - oggetto dell’album -, che non cerca la protezione dell’appartenenza di gruppo… quando la musica è di siffatta pasta non può che unire nel giudizio e nella necessità di condivisione.

Complimenti e grazie! Si dice che nulla accada per caso, e forse il rilascio del disco in questo preciso momento avrà una motivazione superiore.
E noi godiamoci la musica dei Røsenkreütz, nella speranza di assistere, molto presto, ad una loro esibizione live.


L’INTERVISTA A FABIO SERRA

Sono passati sei anni dall’uscita di “Back To The Stars”: a cosa è dovuto questo lungo periodo di assenza discografica? Che cosa hai/avete fatto, musicalmente parlando, dal 2014 ad oggi?

Il tempo lungo è dovuto ad alcune cose. In primo luogo, essendo questo progetto qualcosa che cerco di mantenere più “autentico” possibile, ho scritto quando ritenevo di avere qualcosa da dire, in modo che il brano risultante fosse qualcosa di vero, espressione reale di una voglia di comunicare e non semplice “mestiere”. Alcuni dei brani derivano anche qui da tracce/idee lasciate sedimentare nel tempo e poi recuperate e sviluppate, altri invece scritti completamente ex novo.
In secondo luogo, c’è il problema di dover fare i conti con la vita reale: di prog (o generi simili) come sappiamo non si campa, e quindi essendo un po’ tutti professionisti o semi professionisti abbiamo delle priorità lavorative che ti allontanano da ciò che avresti voglia di fare.
L’album poi sarebbe stato pronto anche un paio di anni fa abbondanti, ma poi si sono inserite delle difficoltà familiari che purtroppo mi hanno fatto rallentare drasticamente la realizzazione.
Aggiungi anche il fatto che avere uno studio di registrazione è un’arma a doppio taglio, perché spesso ti fai scrupoli di coscienza tra quello che vorresti fare e quello che devi fare per scadenze o altro.
Nel frattempo abbiamo fatto qualche concerto (pochi a dire il vero) e preso parte con un brano a un progetto che è stata una sfida, realizzando per la Compilation “Prigionieri 1988-2018” la cover del brano “Cuore di Vetro” dei Litfiba… come dicevo una sfida perché non ho mai seguito o particolarmente apprezzato la musica italiana, non conoscevo l’originale ed è stato poi interessante trasformare musica che non mi coinvolgeva particolarmente in qualcosa di più vicino alle mie corde; una specie di escursione fuori dalla “comfort zone”, che tutto sommato ha dato un risultato interessante, almeno credo.

Possiamo fare un piccolo sunto delle soddisfazioni legate all’esordio del 2014?

Sicuramente aver conosciuto tanta gente simpatica e interessante da tutto il mondo, aver stretto amicizie, tante belle recensioni, particolarmente dall’estero, a tratti sorprese (diciamo che in pochi si aspettavano un lavoro così da una band italiana), l’aver ritrovato la voglia di andare avanti e scrivere altro materiale (come sai faccio questo di mestiere, anche se in altri ambiti, e la cosa da un lato ti regala molta esperienza ma dall’altro ti toglie energia e tempo per fare ciò che ti piace  o senti veramente) e, non ultimo, aver avuto la possibilità/occasione di tornare su un palco dopo molti anni suonando musica mia.

Anche in questo caso l’etichetta a cui ti sei appoggiato è Andromeda Relix/Opal Arts: connubio ideale per la tua idea di musica?

Certo, con Gianni Della Cioppa siamo amici da oltre 35 anni, per cui unire la mia visione alla sua diventa un processo abbastanza naturale.
Sappiamo tutti come la discografia sia giunta a una dimensione irrisoria al giorno d’oggi, per cui per me è più importante conservare l’integrità di queste cose che faccio, essenzialmente per mia soddisfazione personale e, se possibile, rientrarne nei costi di produzione, che comunque non sono mai uno scherzo; poi se ne nasce qualcosa di più ben venga ovviamente.

Uscirà a breve “DIVIDE ET IMPERA”, puoi spiegare la scelta del titolo?

È un titolo abbastanza eloquente e specchio dei tempi nei quali viviamo: l’antico adagio latino è quanto mai attuale; gente divisa da tifo calcistico, fedi religiose, politiche, gusti musicali, vegani/carnivori etc. etc., e l’unico risultato è solo un maggior controllo sulle masse che, oltretutto, son sempre più tenute nell’ignoranza.

A differenza del lavoro precedente siamo di fronte ad un concept: puoi raccontarmi qualche dettaglio?

Certamente, e mi riallaccio alla domanda precedente. L’album è concepito non come un concept classico con un’unica storia sviluppata lungo i brani del disco, ma come una specie di film a episodi che gravitano attorno al tema centrale del “controllo”.
Questo può essere interpretato sotto molteplici aspetti, come il controllo delle emozioni, il perdere il controllo in una relazione sentimentale, la religione come arma di controllo, la televisione, etc.
Ho trovato affascinante creare queste storie, alcune di senso generale, altre più specifiche e incentrate su una persona come protagonista, che affrontassero il tema comune da punti di vista diversi.
È un disco a tratti più duro del precedente, anche se rimane molto enfatizzato l’elemento “canzone” e i testi sono stati ancora più curati che nel primo, probabilmente anche per quella che, spero, sia stata una evoluzione. Qualcuno mi ha fatto notare che in questi brani c’è molta violenza e morte: probabilmente è vero ma è anche vero che sono due elementi che fanno parte della vita e il controllo passa spesso attraverso questi aspetti.
Desidero anche ringraziare il prezioso aiuto di Antonio De Sarno, già ben conosciuto nell’ambiente prog, che mi ha dato una mano nel processo di revisione delle liriche, limando certe cose che, non essendo io madrelingua, o non erano esattamente a posto o suonavano un po’ “strane”.

Cosa mi dici della squadra che ti accompagna, tra “vecchi”, nuovi e ospiti?

Squadra vincente non si cambia! Ci sono tutti gli elementi del precedente album con i quali c’è un rapporto di amicizia da molti anni: Gianni Brunelli alla batteria e Gianni Sabbioni al basso e allo stick sono una sezione ritmica efficacissima, che riesce al volo a interpretare e fare proprie le idee che gli propongo in fase di scrittura e arrangiamento; Massimo Piubelli, forte dell’esperienza con la sua band principale (gli amici dei Methodica) è cresciuto ulteriormente per capacità interpretativa, particolarmente dopo i tour europei fatti assieme a Queensryche e Fates Warning, e pure con lui si è rinnovata un’intesa artistica molto fluida ed efficace; Carlo Soliman interviene principalmente al pianoforte in studio (il resto delle tastiere per esigenze organizzative me le sono gestite io) ma rimane un elemento fondamentale per la live band; come sesto elemento è entrata a far parte dell’organico Eva Impellizzeri alla viola, seconde tastiere e cori, una preziosissima aggiunta che ha permesso di caratterizzare ulteriormente il sound, proprio per la particolarità del suo primo strumento, decisamente meno usato rispetto al violino ma con una sua unicità.
L’inserimento di Eva è stato inizialmente deciso per semplificare i live, in quanto i nostri dischi sono abbastanza “densi” e non abbiamo fatto mai mistero di utilizzare qualche backing track per coprire parti che fisicamente in cinque non potevamo fare. Questo però comporta molto lavoro extra e altre problematiche (suonare a click su brani da 18 minuti con svariati cambi di tempo e metrica non è esattamente una passeggiata) per cui abbiamo deciso di limare il più possibile tali backing tracks, motivo per il quale nelle prossime apparizioni live ci affiancherà anche Daniela Pase ai cori, che nel disco ha contribuito su alcuni brani.
Come altri ospiti abbiamo poi l’Evequartett, un quartetto di archi capitanato dalla nostra Eva Impellizzeri, che propone degli interessanti concerti di brani classici rock riarrangiati proprio per tale formato: tutti musicisti eccezionali che probabilmente vedete ogni tanto o in tv o in altri concerti in giro per l’Italia.



Infine, c’è l’ospite “atipico”, ovvero il rapper londinese Flamma; la collaborazione è nata casualmente: per il brano “I Know I Know” avevo pensato più a una parte recitata che, però, essendo in inglese, necessitava di un attore madrelingua che non sono riuscito a trovare in tempi e modalità utili. Ho chiesto una mano al mio amico Enrico Pinna (ex Karnataka) chiedendo se conoscesse qualcuno per realizzare tale parte e mi ha proposto questo ragazzo che registra spesso nel suo studio a Londra. Devo dire che all’inizio sono rimasto un po’ spiazzato, perché avevo in testa un’altra cosa, poi invece ho trovato molto interessante il suono della sua voce, il flusso ritmico e l’accento molto particolare e ho capito che era perfetto per la parte.

Non ho ancora potuto “toccare” il nuovo album… mi parli dell’artwork?

Ho voluto curare al massimo anche questo aspetto dell’album, perché trovo che un’opera che si cerchi di presentare come “autentica” debba avere una veste grafica ricca e pertinente, pertanto ho cercato di riproporre il format del precedente con una copertina abbastanza emblematica e un booklet molto ricco, con uno scatto relativo a ogni brano.
Per la front cover ho trovato un lavoro meraviglioso dell’artista francese Christophe Dessaigne, in arte Midnight Digital, che mi ha conquistato subito per l’alto impatto simbolico e per come si sposava perfettamente al titolo e al contenuto del disco. Tra l’altro Christophe è autore anche della copertina di “The Guilt Machine”, progetto creato da Ayreon Lucassen.
Per il booklet ho avuto la fortuna di entrare in contatto con questa artista strepitosa, Lara Zanardi, che gentilmente mi ha concesso l’uso di diversi scatti tratti dal suo catalogo e che insieme abbiamo individuato, collegati ai significati dei singoli brani. Lara ha un gran talento e sensibilità e credo/spero se ne sentirà parlare in futuro. C’è anche uno scatto di Alfredo Montresor, autore di quelli del primo album, che però era impossibilitato a partecipare al progetto e mi ha quindi presentato Lara.

Un nuovo progetto porta sempre una evoluzione: che tipo di continuità/differenza esiste tra i due album dal punto di vista meramente musicale?

Trovo “Divide et Impera” un disco più “maturo” e coerente rispetto a “Back to the Stars” (del quale sono comunque molto orgoglioso). I due aggettivi che ho utilizzato rispecchiano il fatto che è un lavoro nato in un lasso di tempo molto più breve rispetto a BTTS, e poi che c’è stata un’evoluzione stilistica e personale. Sono sempre io (chi ha sentito in preview l’album spesso mi ha detto “si sente che sei tu”) però sono una persona diversa rispetto a quando ho scritto il primo, e quindi c’è dentro un certo percorso.
Musicalmente direi che è stato sviluppato ulteriormente l’elemento “canzone”, non tanto inteso come tentativo di strizzata d’occhio al fine di avere la “hit”, quanto di avere delle unità musicali ben definite cercando di evitare il più possibile parti inutili: diciamo che anche dove ci sono sezioni strumentali o dilatate sono comunque finalizzate  a raccontare qualcosa e non a “suonarsi addosso” e, inoltre, ho prestato attenzione in fase di arrangiamento a non sovraprodurre l’album per semplificare poi la riproposizione dal vivo.
Mi è piaciuto poi poter integrare anche la sezione di archi vera che trovo abbia dato molto respiro ed emozione, anche se per brevi interventi. Come elemento comune al primo c’è poi sempre una certa cura nelle voci e nei cori e, infine, come altra evoluzione personale, citerei il fatto di essermi lanciato a cantare un paio di cose soliste; beninteso, Massimo è eccezionale, ma per quei brani mi ero innamorato dei provini che avevo fatto in origine a tal punto da decidere di provare a farle proprio io, anche per un particolare legame ai testi dei brani in oggetto.

Come vedi il futuro della musica progressiva?

Domanda molto difficile: negli anni ho visto uscire tanta roba che, per quanto molto ben realizzata, trovo sia molto di “maniera” e messa giù per compiacere un certo pubblico.
Non è un mistero che gli appassionati di prog spesso sono abbastanza conservatori, il che è un controsenso visto come nacque il genere a suo tempo. Ricordo un’edizione di Veruno, occasione in cui si esibirono i Frost* (che personalmente stimo molto): vidi più di un sopracciglio inarcarsi e sentii anche diversi commenti di sufficienza, se non peggio.
Personalmente mi piacerebbe vedere molte contaminazioni e arricchimenti, non importa di che provenienza, così come mi piacerebbe sentire dei dischi che lascino qualcosa subito.
Non credo però che accadrà, perlomeno non nel grosso della scena, e temo continuerà a uscire molta roba “classica”, il che è un pericolo, nel senso che c’è il rischio che esaurite una o due generazioni di ascoltatori diventi qualcosa di museale e poco comprensibile per il nuovo pubblico che volesse avvicinarsi a questo mondo. Con questo non intendo dire che bisognerebbe fare dischi in 9/8 con il mellotron e ghali con l’autotune, ma sforzarsi di andare un po’ oltre certi clichè sì!

Il rilascio del disco è avvenuto il 21 marzo: sono stati programmati momenti di presentazione o concerti da proporre alla fine dell’emergenza sanitaria?

Al momento non c’è ancora nulla di programmato: stiamo riprendendo ora a suonare in sala prove per mettere in piedi quello che sarà lo show di presentazione dell’album; temo andremo ormai verso settembre/ottobre, specie considerata l’attuale situazione molto difficile creata dall’emergenza corona virus che ha fatto saltare praticamente tutte le programmazioni.
C’è comunque una gran voglia di portare sul palco “Divide et Impera” assieme a brani del primo album e, forse, qualche altra sorpresa!


BRANI:

Freefall 7:50
Imaginary friend 6:20
The Candle in the Glass 7:03
I know I know 6:25
Aurelia 8:20
06 True Lies 5:40
Sorry And 6:56
The Collector 15:28

FORMAZIONE:

Fabio Serra: chitarra, tastiere, basso, voce
Massimo Piubelli: voce
Gianni Sabbioni: basso
Gianni Brunelli: batteria
Carlo Soliman: piano e tastiere
Eva Impellizzeri: viola, tastiere e cori

OSPITI:

Evequartett - sezione d’archi
Daniela Pase - cori aggiuntivi
Flamma-rapper

ARTWORK:
La copertina presenta un magnifico lavoro dell’artista francese Midnight Digital e delle suggestive immagini della fotografa/artista Lara Zanardi per il booklet.
Divide et Impera” è una coproduzione Opal Arts e Andromeda Relix con la distribuzione GT Music.



venerdì 3 aprile 2020

Rencontre avec Louis de Ny


J'ai interviewé Louis de Ny, à l'occasion de la sortie de son nouveau livre dédié à Patrick Djivas, bassiste de la PFM: "Patrick Djivas, Via Lumiere".
Voici comment cela a satisfait mes curiosités...

Athos Enrile, Giuseppe Terribile, Louis de Ny, Gino Terribile

Peux- tu dire au public italien toi histoire liée à la musique progressive? D’où vient ton amour pour le prog?

Ce n’est pas original Athos, mais la musique, je suis tombé dedans tout petit. D’abord le classique (par mes parents) et puis le rock à l adolescence. Ce que tu écoutes à cette période de ton existence forme ton oreille et te conditionne pour le restant de tes jours. Par chance, pour moi comme pour beaucoup d’autres de la même génération, j’ai commencé par la pop des Beatles, puis le rock prospectif (on ne disait pas « progressif » à l’époque, rappelez-vous) allant de King Crimson à Pink Floyd en passant par Gentle Giant, Camel, Caravan, le hard rock de Deep Purple et Uriah Heep et encore Traffic, Jethro Tull ou les premiers disques de Queen. Le prog italien est venu assez vite même si je l’avoue les premiers contacts avec le chant en italien, via Banco del Mutuo Soccorso et Le Orme, m’ont un peu dérouté. Pour une raison assez floue mais sans doute liée à ce que j’écoutais à l’époque, j’ai d’abord été attiré par des groupes comme Museo Rosenbach, Biglietto Per l’Inferno, Il Balletto di Bronzo ou Alphataurus, qui étaient des formations développant dans leur musique un côté hard prog assez marqué. Mais j’ai aussi très vite adoré Delirium, Maxophone, la Locanda delle Fate, Quella Vecchia Locanda et... J’ai vraiment trouvé dans ce courant musical tout ce que je recherche dans la musique. Le prog italien est une sorte de melting pot parfaitement équilibré qui amalgame avec une sorte d’évidence tous les styles de musique que j’aime (baroque, rock, hard, pop, jazz et folklore méditérannéen). S’ajoute aussi à cela votre capacité, vous les italiens, à toujours être mélodiques. On dirait que chez vous c’est dans votre ADN.  Vous avez ce sens très naturel du beau et une évidente envie de vous faire plaisir mais aussi de faire plaisir en accouchant de belles chansons. Enfin, j’avoue que c’est le rock progressif italien qui me procure le plus de vibrations positives et de charges émotionnelles fortes. Çà ne s’explique pas vraiment de manière rationnelle en fait. Sans doute une question de sensibilité très personnelle.   

As-tu également eu une approche de musicien ou seulement d'auditeur?

A la base je connais et je lis la musique, je joue de la guitare et comme tous les adolescents, j’ai fait partie de groupes de rock éphémères et sans avenir !
Disons que je comprends mieux la musique que je ne la joue ! 

Peux-tu parler des livres que tu as écrits au fil des ans?

J’ai écrit des deux livres en français sur le rock progressif italien («Le Petit Monde du rock Progressif Italien» et «Plongée au cœur du rock progressif italien»). Je ne les ai pas écrit pour toujours raconter la même histoire (vous la connaissez mieux que moi en Italie) mais pour faire connaître le prog italien à plein de gens, pour faire partager ma passion et mes émotions pour cette musique et pour mettre en avant les musiciens. D’ailleurs dans mon deuxième livre («Plongée au cœur du rock progressif italien»), il y a toute une partie consacrée à 15 musiciens italiens connus qui s’expriment sur plein de sujets.
Le dernier livre est une biographie sur Patrick Djivas, le bassiste de Premiata Forneria Marconi.

Ton nouvel emploi est dédié à Patrick Djivas: pourquoi ce choix ?

C’était en fait assez logique pour moi. Je m’intéresse au rock progressif italien. J’écris sur le rock progressif italien (des livres mais aussi mon blog). Et il y a en Italie un musicien français, Patrick Djivas, qui joue dans un grand groupe de prog italien, Premiata Forniera Marconi et que j’admire. Alors évidemment c’était naturel que je fasse ce livre sur lui. 

Comment as-tu traité le sujet "Djivas"? As-tu seulement étudié les aspects techniques et musicaux ou tu es même entré dans la vie personnelle?

«Patrick Djivas, Via Lumière » est une biographie. C’est la vie de Patrick pendant plus de soixante dix ans d’existence. Donc çà a demandé des dizaines d’heures d’entretiens et de conversations, mais avec Patrick c’est facile car il connaît beaucoup de choses, il raconte bien et son esprit est très structuré. Les aspects techniques et musicaux ont été amenés et développés par Patrick lui-même, que ce soit sur la musique en général ou sur la basse.

Comment le livre a-t-il été reçu en France?

Bien. Il y a beaucoup de gens à me suivre mais aussi beaucoup de gens qui s’intéressent au rock progressif, donc çà se passe bien. Mais notre objectif (Patrick et moi) est d’avancer sur la version italienne. Nous espérons vraiment qu’elle pourra se faire et sortir. On est d’accord, Patrick est beaucoup plus connu en Italie qu’en France, donc c’est l’édition italienne qui nous intéresse. Nous cherchons un bon éditeur italien.
  
Comment jugez-tu la santé de la musique progressive?

Le rock progressif est passé en cinquante ans du statut de musique de référence à celui de musique élitiste faite pour une minorité de connaisseurs. C’est comme çà ! Dans notre société actuelle, le rock progressif est trop complexe et trop exigeant pour réussir à s’imposer et plaire au plus grand nombre.
Je crois dans ce mouvement musical quand je vois et j’entends de jeunes musiciens âgés de vingt cinq ans faire un rock progressif pur et inspiré. Mais je crois aussi que l’âge d’or est passé et définitivement terminé. C’était la période de l’aventure. C’est comme la conquête de l’ouest en Amérique. çà n’existe qu’une fois et après on fait vivre le mythe et on se raconte les belles histoires le plus longtemps possible.  

Je t'ai rencontré en Italie et je sais que le prog italien est important pour toi: quels sont les groupes du passé et les plus jeunes qui t'ont le plus impressionné?

Je ne peux pas répondre directement à la question Athos, il y a trop de groupes importants pour moi. Et si j’en cite et que j’en oublie, je vais me faire plein d’ennemis en Italie. Je vais te répondre en reprenant ce que j’ai déjà évoqué en France lors de conférences que j’ai faites sur le rock progressif.
Pour le rock progressif italien, je donne souvent trois points de repère correspondant à trois périodes distinctes et importantes du prog italien. Pour le golden age des seventies, je cite le deuxième album de Banco del Mutuo Soccorso («Darwin»), un LP parfait de la première à la dernière note, qui est incontestablement le point haut de la discographie des romains (je pourrais aussi citer « Uomo di Pezza » de Le Orme ou « L’isola di Niente » de la PFM). Ensuite, pour la renaissance du prog italien au début des années 90,  je parle du premier album de Finisterre car ce groupe de Gênes a vraiment eu l’ambition de redonner ses lettres de noblesse au prog italien au bon moment et « Finisterre », sorti en 1995, est clairement une oeuvre ambitieuse pour son époque. Enfin pour la période plus récente (les années deux mille), je choisis le premier album d’Il Tempio delle Clessidre. La formation d’Elisa Montaldo a réussi en 2010 à catalyser le meilleur de l’ancien et du moderne. En plus, on entend sur ce disque la voix poignante de Stefano Galifi qui donne une intensité incroyable à la musique. Voilà, je sais c’est très réducteur. Que mes amis italiens me pardonnent ce raccourci.  
 
As-tu eu l’occasion de faire des présentations de ton nouveau travail?

Des présentations étaient prévues en mai et juin en France et à Milan. Elles ont été stoppées net avec la crise du coronavirus et le confinement décidé en France et en Italie. J’espère que nous allons pouvoir replanifier de nouveaux évènements pour présenter le livre sur Patrick Djivas.
  
Quel sera ton premier acte musical à la fin de cette urgence sanitaire?

Aller très vite en Italie pour assister à un concert ou à un festival avec plein de groupes prog italiens !
En attendant je pense beaucoup à mes nombreux amis italiens et j’espère tous les retrouver bientôt, souriants et en pleine forme.
 Merci à toi Athos et merci à tous ces musiciens italiens qui nous donnent autant de bonheur. Portez vous bien et faites attention à vous.

INFO:




mercoledì 1 aprile 2020

Sintonia Distorta-“A piedi nudi sull'Arcobaleno”


I Sintonia Distorta ritornano all’impegno discografico dopo un lungo periodo di elaborazione di idee musicali e, a quattro anni da "Frammenti d’Incanto", propongono il nuovissimo “A piedi nudi sull'Arcobaleno”.

Nel mio metodo standard esiste, quando possibile, l’intervento diretto di chi crea, e anche in questo caso l’intervista a seguire risulterà utile alla comprensione che passa, anche, dalla conoscenza dei dettagli.

Parto dall’oggettività, evidenziando che il nuovo lavoro consta di sei brani che si dipanano su quaranticinque minuti di musica, con l’ultima traccia - “Madre Luna” - che è una rivisitazione di “Mother Moon”, scritta da Paolo Viani dei Black Jester per l’album “Diary of a Blind Angel” - testo di Loris Furlan -, rilasciato nel 1993. Viani è presente come guest ma, come vedremo, in altro brano.
Dal punto di vista “gestionale”, accanto ai punti fermi - la Lizard e il suo patron Loris Furlan - troviamo una novità importante, quella che vede Fabio Zuffanti in qualità di produttore artistico, e la sua mano/esperienza appaiono fondamentali nella realizzazione di questo contenitore di qualità assoluta.
E poi qualche ospite di alto lignaggio che si aggiunge al già citato Viani e che evidenzierò a mano a mano che il commento scorre.

Devo dire che “A piedi nudi sull'Arcobaleno”, rilasciato in piena crisi legata al corona virus, mi appare come un perfetto aiuto e stimolo alla riflessione, tra fatti concreti e metafore, una sorta di disco predestinato che riesce, in questo momento particolare, a fotografare esigenze primarie mortificate dalla routine e dalla cronica incapacità umana di afferrare i veri valori della vita. E se liriche importanti vengono inserite in “ambientazione prog”, beh, godiamoci il risultato!

Si parte con Solo un sogno (... dimmi che ti basta)”: la continua ricerca dell’effimero, di ciò che apparentemente colma i vuoti, un materialismo che supera ciò di cui si ha realmente necessità, suggerisce relazioni corrette e bisogno di circondarsi di positività, rincorrendo i sogni e i progetti che non sono caratteristici di una sola età e, se coltivati, sapranno indicarci la via maestra.
È questo il contenuto della prima traccia, quella che vede il primo ospite, Roberto Tiranti, che duetta alla voce con Simone Pesatori.
Dieci minuti molto tirati, con un crescendo che culmina in sonorità che riportano al seventies più marcato (la new entry Marco Miceli, fiatista, fa sentire da subito il suo peso), con riferimenti musicali ai “padri” del prog e l’utilizzo dell’elemento melodico, e quando l’importanza del messaggio incrocia una certa durezza sonora, il risultato può essere sorprendente. Di tutto ciò Tiranti è vero maestro.

A seguire la title track, “A piedi nudi sull'Arcobaleno” che, come ci viene raccontato, assume doppio significato se si far riferimento al brano o al disco in toto.
Quasi otto minuti per raccontare un dramma infinito, quello della violenza sulle donne: atteggiamenti che nascondono chissà quale dramma e chissà quale sofferenza, il tutto contenuto e soffocato, sino all’esplosione che reca in sé il tragico epilogo.
E mentre i giudizi di chi tutto sa inondano il momento doloroso, emerge l’immagine di un uomo ed una donna, a piedi nudi su un tappeto pieno di colori, mano nella mano, carichi di amore vero.
Secondo ospite, il chitarrista Luca Colombo, che realizza passaggi strazianti che procurano “ferite” figurate che sottolineano la gravità del tema affrontato.
Grande lavoro tastieristico di Gianpiero Manenti che produce un importante tappeto sonoro su cui si svolge la trama del racconto musicale.

Il terzo episodio è “Alibi”: l’alibi è una delle armi che l’uomo utilizza più frequentemente per trovare giustificazioni alle proprie mancanze, e attraverso i pretesti più o meno forzati diventa facile mezzo per riportare tutto sulla via dell’ortodossia, mostrando a seconda della necessità uno dei volti possibili, quelli che abbiamo imparato a modulare, o che emergono in modo istintivo/inconscio all’occorrenza.
Sette minuti di suoni in alternanza, tra pacatezza e rock duro, con la sezione ritmica (Fabio Tavazzi al basso e Giovanni Zeffiro alla batteria) sugli scudi, quasi a dettare le variazioni di personalità di cui si tratta nel brano.

Segue “Sabri”, il pezzo più corto dell’album, il più vicino alla forma canzone, una ballad toccante: “lei” è strappata troppo presto alla sua vita, un tempo però sufficiente a lasciare una forte immagine di positività, di “pulizia” estetica e interiore, un esempio per sempre, e la sua mancanza fisica viene colmata dal ricordo, che non è solo memoria, ma regala la possibilità di essere guida per il futuro… il suo sorriso è ancora presente e lo sarà per sempre.
La voce di Simone Pesatori appare estremamente incisiva, mentre Claudio Marchiori, con il suo arpeggio, apre la strada al “suo” vocalist.

La rivincita di Orfeo” vede alla chitarra un altro guest, il già citato Paolo Viani, e nell’arco di quasi dieci minuti va in scena il mito di Orfeo e Euridice: l’amore inossidabile, l’inganno, la morte, la caduta verso il punto più basso… ma capita che chi tira le fila delle esistenze conceda una seconda possibilità, e se si ha memoria degli errori commessi, sarà facile modificare i comportamenti, e l’amore, quello vero, riuscirà a diventare la fermatura del cerchio.
Pezzo tosto, dove la contrapposizione dell’elemento chitarristico al flauto molto “tullico” di Miceli, diventa tratto godibile e caratteristico.

La chiusura è affidata “Madre Luna” a cui ho già accennato: una assenza inaspettata, un affetto che viene a mancare in modo prematuro e che non sarà mai più presente fisicamente, ma chi ha lasciato traccia nei cuori resta tra noi e spesso diventa linea guida del nostro percorso, in attesa di un probabile ricongiungimento.
Brano da brividi, con una parte centrale in cui il sax di Miceli pennella note laceranti e un intervento corale de I Musici Cantori di Milano - diretti da Mauro Penacca - che produce pelle d’oca a iosa.

Un album davvero centrato, che musicalmente propone qualcosa che non andrebbe etichettato, in bilico tra generi differenti, con il tocco tipico di chi sa gestire l’elemento melodico inserendolo in contesti rockeggianti.
Gli argomenti sono davvero tosti, e i Sintonia Distorta diventano menestrelli, cantori, portatori di messaggi, raccontando storie che, prese ad una ad una, presentano una drammaticità spinta, ma i S.D. riescono disegnare un messaggio di ottimismo, senza il quale sarebbe difficile portare avanti un percorso con un minimo di obiettivo.

All’interno del bellissimo booklet sono presenti immagini incredibili, ne scelgo due che unisco, e che ci raccontano, in un caso, di un viaggio fatto di speranze e certezze verso la purezza che risiede nelle cose semplici; nell’altro caso un bimbo guarda negli occhi Madre Luna, uno sguardo che garantisce vicinanza continua e prolungamento degli affetti.



Fabio Zuffanti ci ha visto bene… molto bene!



L’INTERVISTA

A distanza di quattro anni dal vostro album di esordio, "Frammenti d’Incanto", possiamo riassumere le soddisfazioni che vi ha regalato?

Beh, “Frammenti” ci ha regalato davvero tanto! Innanzitutto, è stata la concretizzazione di un sogno, quello cioè di pubblicare, finalmente, un album “ufficiale”, ma da allora ad oggi è stato un susseguirsi di sorprese! È stato un disco accolto molto bene dalla critica di settore, che ha venduto discretamente bene (e ancora oggi lo fa!), che ci ha fatto conoscere addirittura all’estero e che è pure stato apprezzato da diversi musicisti e “addetti ai lavori”, in ambito prog ma non solo... mai ci saremmo aspettati un riscontro di questo tipo!

Proponete ora il nuovoA piedi nudi sull'Arcobaleno”: di cosa si tratta e cosa si nasconde dietro al titolo, abbastanza criptico?

L’album prende il nome da un brano in esso contenuto anche se assume, nei due casi, un differente significato. Il brano tratta, purtroppo, di un evento tragico, oltre che di una tematica, ahinoi, sempre molto attuale, come quella inerente alla violenza sulle donne.

Trasportato sull’album, invece, “A piedi nudi sull’Arcobaleno” vuole essere un messaggio positivo e la sua spiegazione è in qualche modo nascosta all’interno del package del CD. Vogliamo però lasciare la curiosità di questa “scoperta” a coloro che desidereranno accaparrarsi una copia!
Di cosa si tratta? Di un altro piccolo-grande “contenitore”, in cui confluiscono storie e riflessioni  personali, un po’ come è nel nostro stile… dalla denuncia agli attuali, effimeri, ideali all’invito a cercare di affrontare sempre, guardandoli dritti negli occhi, i propri fantasmi, passando per le considerazioni sul proprio modo di essere e di comportarsi, che molto spesso è, inconsciamente, una reazione alla maniera con cui il prossimo si approccia a noi stessi, e per arrivare al tributo verso persone care che ci hanno purtroppo lasciato…
Un altro “piccolo scrigno” in cui abbiamo riversato tutta la nostra passione per la musica, la nostra voglia di emozionarci e di emozionare. E se ciò succederà, sarà per noi - aldilà dei “numeri” e degli aspetti più commerciali - il miglior traguardo possibile che si possa raggiungere!

Rispetto al precedente rappresenta un’ideale continuazione o avete iniziato un nuovo cammino?

Il nuovo album ci piace considerarlo come una sorta di evoluzione (si pensa e si spera in senso positivo…) del predetto primo disco. Questo sia da un punto di vista compositivo e di arrangiamento, sia per quanto attiene la qualità della produzione e del sound. “Frammenti”, pur essendo come dicevo un buon disco d’esordio, portava ancora certe caratteristiche derivanti dal nostro background, e sonorità ancora un po’ “a cavallo” tra gli anni ’80-’90 e un certo prog seventies. Ambito in cui invece, soprattutto grazie al lavoro fatto insieme al produttore artistico, Fabio Zuffanti, e complice l’inserimento di flauto e sax del bravissimo Marco, si è finalmente e maggiormente delineato questo secondo lavoro.

Avete accennato alla regia di Fabio Zuffanti: come nasce la vostra collaborazione?

Nasce in maniera molto semplice e naturale, direi. A Fabio, che conoscevamo e apprezzavamo da un punto di vista artistico ma non personalmente, mandai nel 2015 una copia di “Frammenti d’Incanto”. Lo feci più che altro perché curioso di un suo parere e per potergli eventualmente “rubare” qualche consiglio o suggerimento. L’LP gli piacque molto e ne fummo contenti! Immaginavo però che i contatti si limitassero a quello scambio. Quando ci mettemmo all’opera per la preparazione dei brani da inserire in “Arcobaleno” Loris mi disse: “Beh, visto che gli siete piaciuti, perché non contatti Zuffanti e gli proponi un suo coinvolgimento nella produzione del nuovo disco?” Lo feci (in realtà senza aspettarmi granché) e la risposta fu: “Ne sarei felice!” E noi - credimi! - molto di più!

Nel disco sono presenti illustri ospiti: me ne parlate?

Come spiegavo poc’anzi, il primo disco fu molto apprezzato anche tra gli “addetti ai lavori”, al punto che ebbe un’ampia circolazione, arrivando anche alle “orecchie” di Roberto Tiranti e Luca Colombo. Avendo speso anch’essi parole positive, ed essendo per alcuni di noi veri e propri idoli, azzardammo - un po’ come spiegavo nel caso di Zuffanti - la richiesta di volerli coinvolgere. Richiesta accolta molto volentieri! (…e anche in questo caso ti lascio immaginare l’entusiasmo di saperli “nella squadra” insieme a noi!).
Nel caso di Paolo Viani fu invece leggermente diverso. Nel disco è contenuta una “rivisitazione” della bellissima “Mother Moon”, dei Black Jester, scritta dallo stesso Paolo e dal nostro discografico Furlan. L’idea iniziale perciò, condivisa con Loris, era quella di coinvolgere lo stesso “Paolone” in quel pezzo! Fu lui - persona molto garbata, gentile ed umile (prerogative direi valide per tutti i nostri guest) - che ci disse: “Ragazzi, sono ben lieto di partecipare al vostro progetto, ma preferirei lasciare a voi la libera interpretazione di quel pezzo, senza alcuna mia “interferenza”, perché non mi affidate la feat. su qualche altro brano del disco?”. E come dire “no” ad una persona e ad un talento del genere?
Last but not least, la presenza del maestro Mauro Penacca e dei “suoi” Musici Cantori di Milano. Sicuramente una delle esperienze più emozionanti che la realizzazione di “Arcobaleno” ci ha offerto. Per “Madre Luna” (la rivisitazione di Mother Moon) pensavamo al coinvolgimento di un coro di bambini, ed è stato grazie all’amicizia e alla stima che lega lo stesso maestro a Daniele Valentini, di Treehouse Lab (lo studio lodigiano scelto per le registrazioni e il mixaggio creativo curato da Fabio Zuffanti), che ciò si è potuto concretizzare. Assistere alla registrazione delle tante “voci bianche” del coro e alla direzione del maestro Penacca ha rappresentato davvero un momento indimenticabile!

Prosegue anche il connubio con la Lizard Records: anche su questo vi chiedo un commento.

Rispondo con una sorta di anticipazione: nell’ottobre 2020 “cadrà” il nostro anniversario, il 25° anno di esistenza dei Sintonia Distorta. Con Loris ci stiamo perciò confrontando già da tempo per organizzare qualcosa… forse una miniproduzione celebrativa, vedremo! Non aggiungo altro anche perché il tutto è ancora in fase di definizione.
Come vedi, il tutto avviene un po’ in modo automatico… c’è un’idea? Un progetto? “Ciao Loris, che si fa? Che ne dici?” E così è avvenuto per “A piedi nudi…”. Perché a Loris ci lega, (soprattutto per il sottoscritto) molto di più di un semplice contratto discografico. Loris è una persona cara. Un amico. E con gli amici le cose avvengono un po’ in maniera naturale… no?

Ho trovato la copertina affascinante e, sfogliando il booklet digitale, ho captato un insieme di immagini di forte impatto: chi ha curato l’artwork?

La cover e tutte le immagini contenute nel booklet sono state realizzate dall’ormai fidato After Spell Studios di Lodi. Agli amici Davide e Riccardo abbiamo fornito le indicazioni di massima circa il significato o la rappresentazione che, sia nel caso della copertina, sia nel caso delle immagini affidate a ciascun brano, si voleva ottenere. E dobbiamo dire che hanno colto nel segno!

Il disco è uscito in un periodo non certo adatto alla fase live ma, sperando di uscire rapidamente dal difficile momento, avete in testa una pianificazione di qualche presentazione?

Al momento purtroppo no. Il disastro da “coronavirus” ha, come per tutti, stravolto i piani. Avevamo in itinere un interessante progetto live da condividere con la band di Giorgio Fico Piazza ed eravamo in preparazione (anche le sessioni di prova sono al momento sospese) per il Festival canadese Terra Incognita: la nostra esibizione sarebbe prevista per il 16 maggio prossimo. Troppi “punti interrogativi” al momento….

Cosa deve fare l’appassionato di musica per acquistare il vostro album?

Per brevità ti riporto i siti di riferimento dei principali distributori per conto Lizard:
MaRaCash – www.maracash.com
GT Music – www.gtmusic.it
BTF – www.btf.it
Syn-Phonic – www.synphonicmusic.com

Ovviamente, è possibile ordinare il disco anche contattandoci direttamente:
a mezzo mail (m.waves@libero.it)
o via social network (facebook, messenger)

Ritorno sul difficile momento contingente e per concludere vi chiedo di lanciare un messaggio musicale che lasci un profumo di ottimismo…

Difficile usare le parole giuste in un momento in cui, in mezzo a tante superflue pubblicazioni da social network, c’è gente che ha perso o rischia di perdere persone care…
È però importante, nonostante ciò, armarsi di energie mentali positive, oltre queste sofferenze c’è ancora tanto amore di cui farsi portatori. Oltre ogni coltre scura e ogni temporale c’è sempre la possibilità di un nuovo “arcobaleno” … da percorrere tutti insieme… e “a piedi nudi”!


BRANI:

Solo un sogno (... dimmi che ti basta) - feat. Roberto Tiranti - 9:56
A piedi nudi sull'Arcobaleno - feat. Luca Colombo -7:49
Alibi - 7: 09
Sabri - 3:41
La rivincita di Orfeo - feat. Paolo Viani - 9:52
Madre Luna - feat. I Musici Cantori di Milano - 7:41

FORMAZIONE:

Simone Pesatori (voce)
Giampiero Manenti (tastiere, seconde voci, cori)
Claudio Marchiori (chitarra solista, acustica, ritmica),
Giovanni Zeffiro (batteria, seconde voci, cori)
Marco Miceli (flauto, sax)
Fabio Tavazzi (basso, cori)

OSPITI:

Roberto Tiranti-voce
Lica Colombo-chitarra
Paolo Viani-chitarra
Mauro Penacca e I Musici Cantori di Milano