lunedì 4 marzo 2019

Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto


Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto
 Genova, 2 marzo

Sabato 2 marzo ho rivisto un concerto “genovese” dopo lungo tempo; l’occasione era imperdibile: due band di area “prog”, concettualmente e generazionalmente distanti tra loro, ma unite da un amore certificato, quello di una musica specifica, ed entrambe con un nuovo album da proporre, di cui MAT parlerà nei prossimi giorni.
Era anche il momento dell’incontro tra amici, del ritorno di Paolo Siani nella sua Genova, della ritrovata verve di due antichi musicisti che, dopo qualche problemino fisico, sono apparsi sul palco grintosi più che mai: Marco Zocheddu e Martin Grice.

Serata condotta dal presentatore rock per antonomasia, Carlo Barbero, che fa gli onori di casa dal palco del Teatro Carignano.
Ancora una volta l’organizzazione è di Black Widow Records, etichetta con cui le due band hanno realizzato il nuovo progetto.

L’inizio di spettacolo è affidato alla Fungus Family, composta da:

Alejandro J. Blissett: Composer
Dorian Deminstrel: Lead & Backing Vocals, Acoustic Guitar
Carlo “Zerothehero” Barreca: Bass & Noises
Cajo: Drums
Claudio Ferreri: Organ, Piano & Keyboards
Alessio “Fuzz” Caorsi: Lead Guitar



Sul palco sono in cinque… il video a seguire sarà esplicativo.
Ho utilizzato l’inglese rispettando, almeno credo, il pensiero della band, che in quella lingua si esprime, e non potrebbe essere altrimenti se si prova a dare una collocazione più ampia alla loro musica, un rock psichedelico che sfocia nel prog per effetto della grande libertà espressiva, con sfumature che riportano ai Doors e a rivoli del Canterbury sound, e l’impressione è quella che una serata in piena libertà potrebbe condurre a performance interminabile, sulla scia di Jerry Garcia e soci.
Presentano tutto il nuovo “The Key of the Garden”, fatto di inediti, ma con due innesti “nobili”, cover abbastanza atipiche, ma di forte impatto: “See Emily Play” (dei Pink Floyd) e “The Weaver’s Answer  (dei Family).
Questa la scaletta di serata, seppur “mutilata”:


Sound potente, grande coesione e un’alchimia che si realizza grazie anche al “naturale” movimento da palco del frontman Dorian Deminstrel.
Una buona acustica e un gran lavoro del service hanno permesso di godere a pieno un set notevole.

Ecco qualche testimonianza, in attesa di un commento più approfondito del disco:


Un pò di sosta alla fine del primo step, con la possibilità di chiacchierare con altri musicisti presenti in platea, come Nico Di Palo e Enrico Casagni, quest’ultimo tra i fondatori delle Nuova Idea.

La ripresa vede un siparietto condotto da Carlo Barbero che mette in primo piano un Paolo Siani molto emozionato, che elenca i compagni di viaggio che si succederanno nell’arco della serata, alcuni dei quali presenti nell’album appena uscito, ‘’The Leprechaun’s pot of gold’’, che chiude la trilogia iniziata nel 2010 con “Castles, wings, stories and dreams” e proseguita nel 2016 con  Faces with no traces”.

La Paolo Siani ft NUOVA IDEA si è presentata on stage con Giorgio Usai all’organo, Roberto Tiranti al basso e voce, Marco Zoccheddu alla chitarra elettrica e tastiere, Martin Grice al sax e flauto, Nik Carraro alla chitarra elettrica, Paolo Tognazzi alla tastiere e il giovane vocalist Anthony Brosco, arrivato appositamente dall’Inghilterra per partecipare al primo atto del nuovo percorso. Naturalmente alla batteria c'è Paolo Siani, motore ritmico ma non solo, vista la titolarità del progetto.
Dai nomi elencati si evince come il mix anagrafico si sia trasformato sul palco in bridge tra un passato glorioso e incancellabile e il futuro, un orizzonte che, seppur aggiornato, non può prescindere dalla storia.
Questa la scaletta presentata…


Brani del nuovo disco e pezzi più datati che hanno visto una continua alternanza on stage dei musicisti, necessaria per produrre le varianti del caso, come il vecchio blues del 1970 dei Quatermass (“Post War Saturday Echo”, con Zoccheddu particolarmente ispirato alla tastiera), o un medley acustico - che ha visto Usai alla chitarra -, passando per il riff chitarristico incalzante de “La mia scelta”, con buon respiro per tracce caratteristiche e socialmente significative come “Cluster Bombs”.
Per lo spazio di un brano, ripetuto anche come bis, Anthony Brosco “ruba” il ruolo di frontman a Tiranti (la cui voce appare sempre più efficace…) e raccoglie consensi con il brano “Standing Alone”.

I giovani appaiono bene inseriti mentre i “veci” dimostrano energia invariata e voglia di progettare, il che fa ben sperare, e al di là del nuovo album, che mi ripropongo di ascoltare con calma, ciò che contava era sentir pulsare il sound della “nuova”… Nuova Idea, che passa per l’attuale filosofia musicale di Paolo Siani arricchita dalla collaborazione di un pugno di amici talentuosi, professionisti, che al Teatro Carignano hanno permesso ai presenti di assistere ad un viaggio nel tempo, un tempo che sembra non avere limiti precisi e ci permette di sognare ancora.

Meglio delle mie parole una ventina di minuti di musica…

giovedì 21 febbraio 2019

Thom Yorke-“Suspiria”


Thom Yorke-“Suspiria”

Ammetto che sono stato inizialmente influenzato dal giudizio di un esperto, musicista e melomane, che mi ha parlato in termini entusiastici di “Suspiria”, di Thom Yorke, definendolo l’album dell’anno: della serie… se lo dice lui vado sul sicuro. Beh, non so quali siano i criteri oggettivi che possano portare a decretare la perla del 2018, ma di sicuro il nuovo lavoro della voce solista dei Radiohead non può lasciare indifferenti.
Il progetto nasce come colonna sonora del remake del film di Dario Argento (1977), realizzato da Luca Guadagnino - uscito da poco nelle sale cinematografiche - che ha specificato: “Più che un rifacimento rappresenta un omaggio alla potente emozione che provai quando guardai per la prima volta il film originale”.
E’ quindi da poco in circolo il doppio LP - 25 brani in totale, 80 minuti -  distribuito dalla XL Recordings.
I musicisti che, saltuariamente, si mettono in proprio, sono spesso ossessionati dal ricordo della loro performance migliore ottenuta in gruppo. Le due uscite precedenti di Thom Yorke, elettroniche, realizzate nel 2006 e 2014 (The Eraser e Tomorrow's Modern Boxes), erano però piccoli esercizi in laptop, con melodie tipicamente funeste e testi ironici conditi da aforismi.
Nel 2013 Yorke ha anche pubblicato l’unico album del progetto Atoms For Peace (Amok) - supergruppo in collaborazione con Flea, dei Red Hot Chili Peppers - che appariva come una jam session catturata di nascosto e rovesciata su nastro, interessante soprattutto per il modo in cui emergeva una certa specularità rispetto al lavoro con i Radiohead.
In tutti questi casi la sensazione è che ci fosse una sorta di richiamo, di naturale necessità dei membri della sua band originaria, della capacità di “tessitura” dei fratelli Greenwood, del drumming ipercinetico di Phil Selway, passando per il supporto totale di Ed O'Brien.
Ma in “Suspiria” questo bisogno non si avverte, anzi, le trame appaiono come efficaci e abrasive, densamente strutturate e sinfoniche, sicuramente il miglior album solista di Yorke, se si è preparati ad ascoltare un lungo periodo di musica “oscura”, soprattutto strumentale, di una forza prorompente, che può tranquillamente brillare di luce propria, scostandosi dallo status di mera colonna sonora. 
Yorke, fuori dal suo tradizionale e confortante contenitore, sembra al cospetto di una sfida, un “mettersi alla prova”, e ne esce alla grande.
In una citazione destinata a essere proposta in ogni recensione di questo disco, Yorke ha evidenziato la forza della ripetitività musicale, capace di ipnotizzare l'ascoltatore: "Continuavo a dire a me stesso che è un modo per fare incantesimi. Quindi, mentre ero al lavoro nel mio studio stavo facendo incantesimi”.


Per venticinque anni lo stato d’animo più frequente abbinato al film “Suspiria” ha ruotato attorno ad un’ansia diffusa.
L’ascolto dell’album, già al primo approccio, rimanda invece alla supremazia della bellezza estetica, dell’equilibrio tra aspetti razionali e disordine entropico, anch’esso apprezzabile, se gestito.
Gli aspetti ritmici in mutazione hanno importanza notevole, così come qualsiasi lavoro di Yorke a partire da In Rainbows (2007), anche se esiste sovrabbondanza di figure ripetitive prodotte dall’utilizzo della tecnologia applicata alla musica.
Una musica che capta e propone suoni di vita vissuta - il secondo brano, "The Hooks”, presenta chiazze bagnate e grugniti, ma anche un calore oscuro, così come nella “ballata acquatica” "Unmade"- e ogni tanto incappa in strutture che riportano alla forma canzone - "Open Again" e "Has Ended" (la mia preferita) - e viene facile inserire il disco nel genere “ambient”, un mare di suoni fluttuanti che avvolgono l’ascolto e condizionano il momento contingente.

Per la complessità, la cura dei dettagli e l’impatto sonoro - ed emozionale -, voto massimo per Thom Yorke e il suo “Suspiria”, una colonna sonora destinata a rimanere nel tempo e a caratterizzare il lavoro di Guadagnino.

Il disco è stato anticipato dal singolo Suspirium, premiato come miglior brano originale alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia.


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TRACKLIST

1
01. 
A Storm That Took Everything - (01:47)
02. 
The Hooks - (03:18)
03. 
Suspirium - (03:21)
04. 
Belongings Thrown in a River - (01:27)
05. 
Has Ended - (04:56)
06. 
Klemperer Walks - (01:38)
07. 
Open Again - (02:49)
08. 
Sabbath Incantation - (03:06)
09. 
The Inevitable Pull - (01:36)
10. 
Olga's Destruction (Volk tape) - (02:58)
11. 
The Conjuring of Anke - (02:16)
12. 
A Light Green - (01:48)
13. 
Unmade - (04:27)
14. 
The Jumps - (02:38)

2
01. 
Volk - (06:24)
02. 
The Universe is Indifferent - (04:48)
03. 
The Balance of Things - (01:08)
04. 
A Soft Hand Across Your Face - (00:44)
05. 
Suspirium Finale - (07:03)
06. 
A Choir of One - (14:01)
07. 
Synthesizer Speaks - (00:58)
08. 
The Room of Compartments - (01:14)
09. 
An Audition - (00:34)
10. Voiceless Terror - (02:30)
11. 
The Epilogue - (02:46)



giovedì 7 febbraio 2019

The Who al Superbowl il 7 febbraio del 2010



Accadeva nel 2010...

Grande performance al Superbowl il 7 febbraio degli Who di Roger Daltrey e Pete Townshend, al Sun Life Stadium di Miami, nell’intervallo della partita che ha visto vincitori i Saints di New Orleans, al suono di Pinball Wizard e Baba O' Riley!

Suonare nell’intervallo della finale del Superbowl, in diretta nazionale, è un onore riservato solo a grandi artisti dal calibro di Paul McCartney, Prince e Bruce Springsteen. Quest’anno è toccato agli Who, leggende del rock inglese, che sono tornati in auge negli States grazie alle sigle TV dei vari CSI.
Il loro set s’è aperto in modo maestoso con Pinball Wizard, tra giochi di luce e raggi laser, seguito dalla monumentale Baba O’ Riley, in cui Townshend nel break urla, con la grinta di un tempo “It’s Only Teenage Wasteland!”. Non rinuncia a far roteare le braccia, roba da far invidia ai giovani colleghi. Daltrey sembra più compassato ma sempre carismatico.
Dietro i due rocker ultra-sessantenni si agita alla batteria il figlio d’arte Zak Starkey, classe '65, con una giacca rossa degna di Sgt Pepper’s, e il simbolo Mod del bersaglio sui piatti. E ancora in scaletta altri classici immortali come Who Are You Won’t Get Fooled Again.

La partita ha visto lo scontro tra i Saints di New Orleans e gli Indianapolis Colts. Si dice che Obama abbia puntato sui Colts, per scaramanzia. Ha avuto ragione. E’ arrivata la storica vittoria per i Santi di New Orleans, la città del jazz, del Mardi Gras che dopo l’uragano Katrina ha finalmente rialzato la testa.

venerdì 1 febbraio 2019

Fist Of Rage-“Black Water”

Fist Of Rage-“Black Water”
Andromeda Relix

I friulani Fist Of Rage hanno una storia consolidate, nonostante la giovane età.
L’inizio risale al 2004, con la proposizione degli iniziali amori rock, sfociata nel 2010 con il rilascio del primo album di inediti, “Iterations To Reality”, frutto dell’incontro con la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa.
La fortunata collaborazione porta ora all’uscita di un secondo capitolo, “Black Water”, a una distanza temporale ragguardevole, ma è probabile che la maturazione interna alla band, che passa anche attraverso modifiche alla line up, abbia richiesto riflessioni, o più semplicemente l’attesa del momento giusto. E anche questa situazione, vista con occhio esterno, ha significato preciso, in tempi in cui la tecnologia permette di “costruire” qualsiasi cosa, e in tempi minimi.
Per chi non conosce il gruppo, la semplice lettura della formazione suggerisce un potenziale genere - la doppia chitarra, il vocalist puro, sezione ritmica e tastiere -, un’immagine che traccia il percorso del rock tradizionale. Il primo ascolto chiarisce le idee: un frontman dalla voce incredibile (per rimanere entro i nostri confini ho trovato in Piero Pattay similitudini con Roberto Tiranti), un tappeto tastieristico di estrema qualità (Stefano Alessandrini), una percussione ritmica imponente (Saverio Gaglianese al basso e Alfredo Macuz alla batteria), e un caratteristico rimbalzo tra le due elettriche (Marco Onofri e Davide Alessandrini).

Hard rock con venature metal e qualche spruzzata di prog sono il mix proposto, condensato in un album che presenta il classico bilanciamento tra ritmo forsennato e ballad, e parlando di queste ultime occorre sottolineare la bellezza melodica di “Lost” e la chiusura perfetta, “September Tears”, caratterizzata dal duetto vocale tra Pattay e Giada Etro dei Frozen Crown.
I restanti brani sono energia allo stato puro, potenza espressa anche attraverso testi che urlano le problematiche della quotidianità che, sparate ad alta velocità nell’etere, diventano, almeno uno sfogo, per chi crea e per chi ascolta, e mi immagino che i live dei Fist Of Rage siano il condensato micidiale di tale idea.
Il brano che presento a seguire, “New Beginning”, mi pare perfetto per evidenziare il progetto della band, sintesi della loro musica e probabilmente dello status attuale: un nuovo inizio, qualche speranza, musicale e oltre!
Un disco da ascoltare attentamente, non solo per gli amanti specifici del genere.


Tracklist:
01. Just For A While
02. New Beginning
03. Between Love & Hate
04. Black Water
05. Mudman
06. Lost  
07. These Days
08. Awake
09. Set Me Free
10. September Tears

Line-Up:
Piero Pattay – Vocals
Marco Onofri – Guitar
Davide Alessandrini – Guitar
Saverio Gaglianese – Bass
Stefano Alessandrini – Keyboards
Alfredo Macuz – Drums

Link:

domenica 27 gennaio 2019

Neil Young – Roxy: "Tonight’s the Night Live"


Neil Young – Roxy: Tonight’s the Night Live
Articolo già apparso sul portale faremusic.it


Roxy: Tonight's the Night Live” rappresenta il sunto di una serie di concerti realizzati da Neil Young assieme ai suoi collaboratori del momento (Ben Keith alla pedal steel, Nils Lofgren al piano, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria), ovvero i Santa Monica Flyers, band con cui Young aprì le serate del Roxy Theatre di Los Angeles in un lontano settembre, con molteplici set in cui veniva proposto tutto l’album, da poco registrato. Era il 1973, ma ci sarebbero voluti altri due anni prima che “Tonight's the Night” esplodesse, perché percepito all’epoca come eccessivamente “buio” (anche dalla stessa Reprise Records, l’etichetta discografica), nei suoni e nelle atmosfere - partendo dai colori di copertina per approdare alle sonorità “tetre”-, ed è considerato il momento topico di quella che è considerata la “Trilogia del dolore”.

Racconta a questo proposito lo stesso Young nelle note di copertina:


Avevamo perso da poco Danny Whitten e il nostro roadie Bruce Berry per overdose di eroina, ci mancavano e li sentivamo nella musica ogni sera che suonavamo. Le tracce sono state registrate dal vivo, senza ripulirle. Per quasi un mese abbiamo registrato iniziando alle undici e suonando fino alle prime ore del mattino. Qualche volta avevamo un piccolo pubblico. Una volta venne Mel Brooks con alcuni amici. Abbiamo bevuto un sacco di tequila e ho scritto le canzoni di “Tonight's the night”. Avevamo nove canzoni e le abbiamo suonate un paio di volte tutte le sere per molto tempo fino a che non abbiamo pensato di averle imparate. Abbiamo finito di registrare e abbiamo deciso di festeggiare con un concerto in un nuovo locale aperto sul Sunset Strip, il Roxy. Siamo andati lì e abbiamo registrato per alcune sere, aprendo il Roxy. Conoscevamo davvero le canzoni di “Tonight's the night” dopo averle suonate per un mese. Quindi le abbiamo suonate di nuovo, dall'inizio alla fine, due set a notte per alcuni giorni. E’ stato grande."


Sul palco, dal vivo, gli stessi brani si ammorbidivano e, nel processo evolutivo, assumevano un tocco più leggero e abbordabile.
L’ascolto dell’album in studio provocava la sensazione che, a volte, Young e il suo team rodassero le canzoni mentre le registravano, una sorta di working in progress creativo, ma in questa testimonianza live i timbri cambiano ed emerge l’umore giusto, un buon compromesso tra arte e aspetti ludici, necessario quando si propone la propria musica.
Per chiunque abbia ascoltato l’album originale è sorprendente catturare in questo live Young e il suo gruppo che scherzano sul palco, evitando ogni riferimento al lutto di cui sopra.

E alla fine la registrazione diventa la testimonianza di come la musica di Neil Young abbia subito una costante evoluzione, caratterizzata da tragedie personali, da cadute e riprese che hanno determinato per il pubblico la creazione di un brand fascinoso, un’etichetta che è rimasta appiccicato al cantautore canadese.

Il disco è prodotto da Young e dall’indimenticato collaboratore di una vita, David Briggs, ed è uscito come esclusiva del Record Store Day il 21 aprile, per poi arrivare nei negozi in un’edizione standard in vinile, CD e digitale, a partire dalla settimana successiva.
Ma quali sono le considerazioni ufficiali relative al “Tonight's The Night” originale?
Può bastare per incuriosire il fato che nel 2003 la rivista Rolling Stone abbia inserito al 331º posto della sua lista dei 500 migliori album di sempre?

Io lo consiglio vivamente in questo “abito sconosciuto” ai più!

mercoledì 23 gennaio 2019

Eric Clapton The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973


Eric Clapton
The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973

All’inizio degli anni ’70 le sparizioni improvvise delle rock star non erano più una novità. Bob Dylan sfruttò un incidente motociclistico come pretesto per tre anni di assenza dalle scene tra il 1966 e il 1969.
I Beatles sfuggirono alle pressioni della celebrità post Sgt. Pepper per ritirarsi in un eremo alle pendici dell’Himalaya con il Maharishi. Ma la fuga dalla notorietà che Eric Clapton si era autoimposto era sfociata nell’incubo di una tossicodipendenza che minacciava di distruggergli non solo la carriera ma anche l’esistenza. “Entrare nel buio fu una necessità”, avrebbe spiegato tempo dopo.
L’amico chitarrista dei Who, Pete Townshend, molto colpito dalle recenti morti di Brian Jones e Jimi Hendrix, si rese ben presto conto della piega che stava prendendo la situazione e lo stesso fece Lord Harlech, padre di Alice Ormsby Gore, all’epoca fidanzata di Clapton. Insieme i due elaborarono un piano per far sì che “Dio” ritornasse al lavoro.

Dopo una settimana di prove nella casa di Ron Wood a Hampton Court, Eric Clapton si presentò sul palco del Raimbow di Londra insieme a uno strepitoso cast di accompagnatori fra cui Jim Capaldi, Steve Winwood, Ric Grech e Rebop, oltre naturalmente a Townshend e Wood. Anche fra il pubblico spiccavano volti noti come quelli di Paul e Linda McCartney, Elton John, Joe Cocker e Jimmy Page, ansiosi come gli altri 2000 spettatori di rivedere all’opera il guru della chitarra.


Date le precarie condizioni del protagonista della serata, sempre sul punto di dare forfait, venne deciso di battezzare l’improvvisato gruppo di musicisti con il nome di Palpitations. E le palpitazioni ci furono davvero, visto che Clapton si presentò in teatro pochi secondi prima di andare in scena. Barbuto e appesantito rispetto all’ultima apparizione in pubblico, il chitarrista esordì sulle note di Layla e a quel punto tutti cominciarono a rilassarsi.

Fu un concerto storico ma non strepitoso, come riconobbe anche l’interessato, che lo avrebbe poi definito “molto sotto la media”. L’abbondanza di chitarre sul palco appiattì un po' le parti strumentali di Clapton, mentre minori attenzioni ricevette al voce, divenuta più calda e sommessa.

In quel momento la cosa più importante era averlo recuperato alla musica!

Da “Io c’ero”, di Mark Paytress


La scaletta (o parte di essa)

Layla - 6:24 - (Clapton, Gordon)
Badge - 3:18 - (Clapton, Harrison)
Blues Power - 5:20 - (Clapton, Russell)
Roll It Over - 4:11 - (Clapton, Whitlock)
Little Wing - 4:36 - (Hendrix)
Bottle Of Red Wine - 3:51 - (Bramlett, Clapton)
After Midnight - 4:25 - (Cale)
Bell Bottom Blues - 5:26 - (Clapton)
Presence Of The Lord - 5:18 - (Clapton)
Tell The Truth - 5:52 - (Clapton, Whitlock)
Pearly Queen - 4:55 - (Capaldi, Winwood)
Key To The Highway - 5:46 - (Broonzy, Segar)
Let It Rain - 7:11 - (Bramlett, Clapton)
Crossroads - 4:18 - (Johnson)

Sul palco…
Eric Clapton - chitarra, voce
Pete Townshend - chitarra, voce
Ronnie Wood - chitarra, voce
Ric Grech - basso
Steve Winwood - sintetizzatore, voce
Jim Capaldi - batteria
Jimmy Karstein - batteria
Rebop Kwaku Baah - percussioni

venerdì 18 gennaio 2019

Claudio Sottocornola- "SAGGI POP Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo"




Claudio Sottocornola
SAGGI POP
Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo
(Marna, 2018)

Claudio Sottocornola propone un nuovo progetto letterario a distanza di due anni dall’uscita di “Varietà”. Ho tra le mani “Saggi Pop-Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo”, quasi 600 pagine che, alla soglia dei 60 anni - limite anagrafico che, solitamente, richiede sforzo di accettazione e necessità di bilanci - rappresenta, almeno per l’osservatore esterno, un perfetto sunto della vita e dell’opera del “Filosofo del Pop”. Sì, è questo l’appellativo ormai incollato al nome di Sottocornola, una sottolineatura che unisce caratteristiche e skills professionali ad aspetti apparentemente ludici - trattar di musica, spesso, appare come attività minore -, il tutto affrontato con approccio olistico, sino al calarsi nella parte, a mettersi in gioco in prima persona trasformandosi in narratore, artista, performer ed educatore specifico.
Il racconto storico musicale che impegna seriamente e quotidianamente l’autore - forse inizialmente corollario dell’attività principale - è diventato didattica e, mi spingo oltre, missione… non importa l’elemento anagrafico degli eventuali discenti, qualunque sia l’età resta forte l’esigenza di dare nobiltà e significato a una musica che per molti pseudo esperti è relegata al concetto di leggerezza estrema, di quell’effimero essenziale di cui Sottocornola ci racconta. E se queste “canzonette” - quelle “facili” da canticchiare, tanto amate dal popolo - vengono inserite nel contesto storico, sviscerate e accompagnate da un’analisi approfondita, si realizza che brani molto criticati per la loro semplicità - anche se di grande successo di vendita - si impregnano di nobiltà, magari indotta, che giustifica la grande considerazione dovuta a posteriori.
La razionalità che è tipica dell’età adulta è condizionata, se parliamo di musica, dal nostro vissuto, quello adolescenziale e precedente, quell’inzupparsi dell'atmosfera del momento, assorbendo ogni tipo di evento e profumo, un accostamento di immagini ed elementi sonori che ci seguiranno per sempre, stimolando memorie piacevoli e non, sviluppando odori e sentimenti, costruendo la nostra colonna sonora della vita.
Claudio Sottocornola ha vissuto la sua giovinezza in un periodo storico di grande rivoluzione musicale, influenzato da ciò che arrivava dal resto del mondo, vivendolo dall’interno per effetto della sua condizione  - occasionale - di studente decentrato (negli USA): il rock & roll, il blues, il beat, il prog, generi musicali molto diversi e apparentemente distanti dalla tradizionale canzone italiana, quella su cui maggiormente si concentra l’autore, quella raccontata in questo libro, quella che propone nelle sue famose “Lezioni-Concerto”.
In realtà i “Saggi Pop” di cui scrivo sono molto più completi e complessi, e gli argomenti affrontati diventano accerchianti, avvolgenti, elementi di riflessione che, uniti tutti i punti periferici, portano al focus, a una conclusione, e nonostante il book appaia a tratti una sorta di riepilogo di idee ed esperienze, rimane alla fine una specie di “trama da romanzo”, con un porto di arrivo ben definito. Che cosa troviamo all’attracco della nostra nave? Rubo tracce del commento finale di Marco Bracci: “Un libro che parla di noi, di noi che conosciamo il mondo attraverso l’arte, nelle sue accezioni e diramazioni più impreviste, e attraverso di essa impariamo che l’effimero è essenziale alla vita.”
Mi piace anche citare l’idea di “riconciliazione di opposti”, quella che nel libro è attribuita a titolo esemplificativo alla simbolica Marylin Monroe, donna meravigliosa in cui convivevano innocenza e seduttività. Dovendo fare opera di esemplificazione questa ricerca di armonia tra elementi contrapposti - tra vissuto e musica, tra cultura ed esperienza - trova soluzione nelle pagine di “Saggi Pop”.
Ermeneutica: è questo uno dei termini più utilizzato nel testo e nei commenti di presentazione, termine di origine filosofica che porta a interpretare l’esistenza umana attraverso l’analisi dei testi. Sottocornola ci conduce per mano in questo percorso, a tratti non semplice, e lungo la strada sviscera l’elemento canzone, soffermandosi sul ruolo della donna, sugli aspetti religiosi, sul divismo e sull’immagine, sul cinema, sul festival italiano per antonomasia, sull’evoluzione delle mode. Ad incrementare l’icasticità del suo pensiero l’autore propone interviste di cui è stato protagonista, la trasposizione delle sue famose “lezioni musicali”, e mette in mostra aspetti meno conosciuti del suo proporsi, le "Pop Ideas", disegni da lui realizzati di cui la copertina del libro è primo esempio.
La dedica con cui l’autore apre il suo lavoro è la seguente: “Agli educatori che hanno contribuito a formarmi come pensiero, volontà e cuore”. Il discepolo Sottocornola ha, da tempo, raccolto il testimone, e il suo status di studioso, intellettuale e pensatore, incrementa di valore per effetto della sua propensione alla condivisione, all’insegnamento, alla capacità di rendere evidente l’importanza di quel sottobosco culturale che si nasconde, ad esempio, dietro a pochi minuti di una canzonetta divenuta ormai insopportabile.
Insopportabile… sì, anche questo è lecito, perché se mettiamo da parte l’elemento razionale e ci lasciamo andare nel mondo fantastico dell’effimero, esaltazione e distruzione sono facce della stessa medaglia, quella riconciliazione degli opposti a cui accennavo che porta allo stato di entropia a cui il mondo tende in modo naturale.
Conoscendo personalmente Claudio Sottocornola ho apprezzato incondizionatamente “Saggi Pop…”, un libro che consiglio vivamente, anche se la musica non fa parte dl vostro quotidiano.


Ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, poeta, giornalista e scrittore, Claudio Sottocornola ha pubblicato saggi, opere poetiche, multimediali e musicali. Studioso del popular, tiene corsi presso la Terza Università di Bergamo, collabora con varie riviste e realizza ricerche di carattere interdisciplinare fra musica, filosofia e immagine, che propone a un pubblico trasversale attraverso le sue famose lezioni-concerto, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano, che lo vedono in azione come eclettico performer. Si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di “interpretazione”, alla cui luce indaga il mondo del contemporaneo, e per un approccio olistico e interdisciplinare al sapere.


Claudio Sottocornola:

Saggi Pop:

Synpress44 Ufficio stampa:

domenica 30 dicembre 2018

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco(Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.

Il giorno prima del concerto di Bologna Patty Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.

(Myke Paytress, “Io c’ero”)