martedì 2 giugno 2020

Patto


Patto è stato un gruppo musicale nato a Londra nel 1970, fondato dal cantante Michael Patrick McGrath (in arte Mike Patto) e formato dal batterista John Halsey, il chitarrista Ollie Halsall e il bassista Clive Griffiths. Il loro stile, aspro e sofferto, fonde rock e blues adottando le armonizzazioni del jazz.

I Patto avevano le loro origini nei Bo Street Runners, band fondata durante la metà degli anni Sessanta in cui militavano Mike Patto e Ollie Hallsall. In seguito all'entrata di John Halsey, Clive Griffiths e Chris Holmes, il gruppo venne rinominato Timebox e incise alcuni 45 giri. In seguito alla dipartita di Holmes, la band venne rinominata Patto, che incise i due album, “Patto” (1970) e “Hold Your Fire” (1971) per la Vertigo.


Entrambi i dischi, così come il seguente “Roll 'em, Smoke 'em, Put Another Line Out” (1972), uscito per la Island, furono accolti molto positivamente dalla critica e dagli appassionati, ma ricevettero scarsi riscontri commerciali.

Il gruppo si sciolse nel 1973 dopo aver inciso un quarto album intitolato “Monkey's Bum” (che rimase inedito fino al 1995). Halsey entrò a far parte dei Decameron, Hallsall collaborò con gli Scaffold, mentre Patto si unì per qualche tempo agli Spooky Tooth, ai Centipede ed entrò a far parte dei Boxer dei quali faceva anche parte Halsall.

Patto morì poco tempo dopo, nel 1979, per un tumore alla gola.


Formazione:

Michael Patrick McGrath (Mike Patto): voce - piano
Peter Ollie Halsall: chitarra - piano - vibrafono
Clive Griffiths: basso
John Halsey: batteria


Discografia:

Album in studio
1970 - Patto
1971 - Hold Your Fire
1972 - Roll 'em, Smoke 'em, Put Another Line Out
1995 - Monkey's Bum

Live
2000 - Warts and All

lunedì 1 giugno 2020

Ohio Express, la band dell'indimenticabile “Yummy Yummy Yummy”


Nel pieno periodo beat, quando in Italia imperversavano le cover delle canzoni famose provenienti dall’America e dall’Inghilterra, era usuale sentire anche l’opposto, ovvero cantanti/gruppi stranieri che si esprimevano in lingua italiana, per avvicinarsi maggiormente ad un mercato/pubblico che si stava rapidamente evolvendo.

Tra questi gli Ohio Express, che nel 1968 entrarono prepotentemente nelle nostre case con un brano di facile presa, “Yummy Yummy Yummy”, sigla di una trasmissione per ragazzi all'epoca molto seguita, “Chissà chi lo sa”, condotta da Febo Conti.


“Yummy Yummy Yummy” fu pubblicato come singolo nel maggio del 1968. Ecco la versione inglese...


Ma quale storia si cela dietro la band?

Ho raccolto a fatica un po’ di cronologia.

Gli americani Ohio Express si formarono a Mansfield, Ohio, nel 1967.

Anche se commercializzata come una band, sarebbe più preciso dire che il nome "Ohio Express" serviva come marchio utilizzato da Jerry Kasenetz e la Super K Productions di Jeffrey Katz per pubblicare la musica di un certo numero di artisti.
Le canzoni più conosciute degli O.E. erano in realtà il prodotto di un assemblaggio realizzato in studio da musicisti che lavoravano fuori New York, tra cui il cantautore Joey Levine.

Molti altri successi dell'Ohio Express erano opera di diversi gruppi musicali non collegati, tra cui i Rare Breed. Inoltre, una versione “itinerante” parallela, completamente separata dagli Ohio Express, apparve in tutte le date dal vivo e registrò alcune delle tracce dell'album della band.

Gli inizi: The Rare Breed (1966-67)

Chi furono i The Rare Breed?

Il primo disco accreditato all'Ohio Express fu “Beg, Borrow and Steal”, che divenne una Top 40 hit negli Stati Uniti e in Canada alla fine del 1967. Lo stesso disco era stato inizialmente pubblicato dai Rare Breed all'inizio del 1966 per la Attack Records, ma non riuscì ad avere successo a livello nazionale, anche se entrò nelle classifiche regionali, nel New Hampshire e nello Utah.


I Rare Breed pubblicarono un altro singolo nel 1966 per la Attack, “Come and Take a Ride in My Boat”, ma anche questo trovò solo una dimensione "regionale".
A seguito problemi con l’etichetta di riferimento il gruppo smise di esistere in quella conformazione.

La registrazione originale di "Beg, Borrow & Steal", cantata originariamente dall'ex membro Michael Fenneken, fu poi rimixata e ristampata per la Cameo Parkway Records, accreditata all'Ohio Express (un nome del quale la Super K Productions controllava tutti i diritti). Il singolo arrivò alla prima posizione a Columbus, Ohio, e diventò gradualmente un successo in tutto il Canada e negli Stati Uniti, nei mesi successivi.

Il cofanetto “Nuggets” (che include "Beg, Borrow and Steal") chiarisce che i Rare Breed provenivano da New York o dal New Jersey, ma non offre altri dati significativi.
Tuttavia, un'intervista del 2003 identifica i membri dei Rare Breed come: John Freno (voce, chitarra), Barry Stolnick (tastiere), Joel Feigenbaum (ritmo), Alexander "Bots" Narbut (voce York, basso) e Tony Cambri a (batteria di Brooklyn).


Sir Timothy e i Royals prendono il sopravvento (1967)

Senza alcun gruppo disponibile a promuovere il singolo suonando date dal vivo, la Super K Productions assunse una band di Mansfield, Ohio, conosciuta come Sir Timothy & the Royals e li rinominò Ohio Express. La formazione era composta da Dale Powers (voce, chitarra solista), Doug Grassel (chitarra ritmica), Dean Kastran (basso), Jim Pfahler (tastiere) e Tim Corwin (batteria).
Il gruppo fece un tour come Ohio Express, e i loro impegni itineranti resero difficile la registrazione di un nuovo singolo che seguisse "Beg, Borrow and Steal". Dei membri del gruppo "ufficiale" solo Dale Powers (voce solista) appare nel secondo singolo accreditato all'Ohio Express, “Try It”, più tardi coverizzato dagli Standells. Il singolo si fermò ben al di fuori della Top 40 degli Stati Uniti, raggiungendo la posizione numero 83.

Registrarono ben presto un album chiamato “Beg, Borrow and Steal”, un mix che comprendeva la title track dei Rare Breed con tracce registrate dal gruppo “live” dell'Ohio Express, così come altre registrate dai musicisti dello staff dei Super K con la voce dei Powers. L'LP uscì per la Cameo-Parkway Records di Filadelfia nell'autunno del 1967.
Sfortunatamente l'etichetta discografica andò in bancarotta poco dopo e fu acquistata dal magnate della musica Allen Klein, che ancora oggi possiede i master.

Due canzoni dell'album - “I Find I Think of You” e “And It's True” -, furono registrate dai The Measles, guidati da Joe Walsh.
Inoltre, i Measles registrarono una versione strumentale di “And It's True” (ribattezzata "Maybe") che fu posta sul lato B del singolo “Beg, Borrow and Steal”.

Gli anni di Joey Levine (1968-69)
Joey Levine racconta (17 maggio 2008)

L'Ohio Express si trasferì quindi nell'etichetta di casa del bubblegum pop, la Buddah Records. Allo stesso tempo Joey Levine (che aveva co-scritto “Try It”) era pronto per presentare nuovo materiale per l'Ohio Express, per volontà della Super K Productions. Registrò una versione demo del brano "Yummy Yummy Yummy" con musicisti dello staff dei Super K. Tuttavia, il capo di Buddah, Neil Bogart apprezzò la demo, tanto da rilasciare il disco così com'era, con la voce di Levine intatta e nessun input dalla versione “da viaggio” dell'Ohio Express. La canzone diventò un grande successo internazionale, raggiungendo il 4° posto negli Stati Uniti, il 5° nel Regno Unito e Irlanda, il 7° in Australia e il 1° in Canada. Due mesi dopo la sua uscita aveva venduto oltre un milione di copie, e gli fu concesso lo status di disco d'oro dalla R.I.A.A. nel giugno 1968.


Il successo di "Yummy Yummy Yummy", guidato da Levine, stabilì un modello per l'Ohio Express. Pubblicarono quattro LP e una moltitudine di singoli per Buddah tra il 1968 e il 1970, ma il gruppo "ufficiale" che appare sulle copertine degli album e agli spettacoli dal vivo non ha contribuito con una sola nota ai loro 45 giri di successo.
L'anno successivo l'uscita di “Yummy Yummy…”, tutti i singoli dell'Ohio Express furono scritti e cantati da Levine, con accompagnamento musicale di anonimi session man di New York. In base a questo accordo, nel 1968 e 1969, il gruppo segnò altri tre colpi top 40 negli Stati Uniti, in Canada e in Australia con “Down at Lulu's”, "Chewy Chewy" e "Mercy".
“Chewy Chewy” vendette due milioni di copie.  


In questo periodo il nome del gruppo perse definitivamente l'articolo davanti, diventando "Ohio Express".

Non ci sono occasioni conosciute in cui Levine si esibisce con il quintetto "ufficiale" dell'Ohio Express, dal vivo o in studio.
I cinque ragazzi dell'Ohio, nel frattempo, potevano essere ascoltati solo su alcune delle tracce dell'album. Presumibilmente, il gruppo itinerante non fu nemmeno informato dell'esistenza di "Chewy Chewy", il nuovo singolo che era uscito con il loro nome - e quando i fan lo richiedevano negli spettacoli dal vivo non erano in grado di suonarlo.

Tracce "riciclate" (1968-70)

La Super K Productions spesso riciclava tracce da una produzione ad un’altra, emettendo esattamente la stessa registrazione con due diversi nomi di band. Oltre alla hit dell'Ohio Express, "Beg, Borrow and Steal" (inizialmente accreditata ai Rare Breed), i fan poterono notare che altri pezzi dell'Ohio Express B-sides e tracce dell'album erano stati accreditati ad altri artisti dell’etichetta Super K.
Alcuni esempi sono rappresentati dal lato B del singolo "Sausalito" - “Make Love Not War” - originariamente pubblicato dai Road Runner, dalla Music Explosion, e la traccia “Shake”, del 1970, inizialmente pubblicata da Kasenetz Katz Super Circus.

L'era post-Levine (1969-70)

Dopo cinque singoli consecutivi scritti e cantati da Joey Levine (quattro dei quali di successo negli Stati Uniti e in Canada), il musicista era insoddisfatto del ritorno economico derivante dal suo contratto e lasciò la Super K Productions all'inizio del 1969. L'etichetta si rivolse così ad altri musicisti per scrivere, produrre ed eseguire singoli a nome Ohio Express: nessuno però era parte del quintetto scelto per i tour.
Dopo che Levine se ne fu andato, gli Ohio Express non entrarono mai più nella top 40 del Nord America. 
Nel 1970 il modello era ormai consolidato, e nel 1972 il nome del gruppo Ohio Express fu ritirato.

Nel 1975, Kasanetz e Katz misero insieme per un breve periodo una nuova band dal vivo con il nome di Ohio Express. Si esibirono nei club di Long Island con una formazione che comprendeva John Visconti alla voce e chitarra ritmica, Irv Berner alla chitarra solista e voce, Elliot Schwartz alle tastiere e voce e Angie al basso. Len Napolitano suonò la batteria per diverse esibizioni.

Anni dopo Tim Corwin rimise in piedi un'altra versione della band iniziando ad esibirsi a livello nazionale e all'estero. Mantenendo attiva la band, nel 1999 presentò la richiesta di utilizzo del marchio “Ohio Express”, ma non ottenne il consenso delle etichette discografiche che possedevano i diritti sul nome.
La band negli anni 2000 si è esibita a Las Vegas, in altri casinò, e più recentemente (2012) Corwin ha fatto un'apparizione su Cologne Television, eseguendo "Yummy Yummy Yummy".

A metà degli anni Settanta si unì il chitarrista dei Mansfield Mike Brumm e rimase nel gruppo fino alla fine degli anni 2000.

L'Ohio Express più recente

Una nuova versione itinerante di The Ohio Express fu rimessa in piedi negli anni Ottanta. Successivamente, una formazione guidata dal batterista originale Tim Corwin alla voce, John Baker (chitarra solista), Andy Lautzenheiser (basso), Bill Hutchman (batteria), Jeff Burgess (tastiera) e Warren Sawyer (chitarra ritmica e tastiere) iniziò a proporsi in tour nel circuito oldies.

Il 23 luglio 1988 il quintetto originale formato da Powers, Kastran, Grassel, Pfahler e Corwin, si riunì per un "concerto celebrativo dei 20 anni”, al Renaissance Theater nella loro città, natale, Mansfield.

Due dei membri originali del gruppo itinerante sono morti: il tastierista/cantante/cantautore Jim Pfahler il 10 marzo 2003 (54 anni) e il chitarrista ritmico Doug Grassel il 21 settembre 2013, all'età di 64 anni.

Il bassista Dean Kastran ora suona il basso e canta nel gruppo Eggerton-Kastran (alias E.a., EKG) - un duo acustico con il cantante/chitarrista Denny Eggerton - e con una band di cinque elementi, i Caffiends, entrambi i progetti con sede a Mansfield, Ohio.
Dale Powers è ora un evangelista di musica cristiana con sede a Mansfield, Ohio, e ha fondato una sua etichetta discografica e sito web per diffondere il suo credo.
Dean Kastran suona il basso nella Race Ministries Band e ha registrato tracce con Dale nel suo album di canzoni originali intitolato "The Journey Within!".


Indimenticabili, nonostante i poco simpatici trucchetti commerciali che il pubblico, soprattutto di quei tempi, non poteva conoscere ne immaginare!

Album
Beg, Borrow and Steal - 1967
Ohio Express - 1967/1968
Chewy Chewy - 1969
Mercy – 1970

Compilation
The Very Best of The Ohio Express - 1970
The Best of The Ohio Express - Yummy Yummy Yummy - 2001
Collegamenti esterni

Ultima versione…



domenica 31 maggio 2020

30 maggio 1972: VDGG a Genova... il mio primo concerto

VdGG-fotografia fornita da Oliviero Lacagnina, tastierista dei Latte e Miele

Esattamente 48 anni fa, a sedici anni e un giorno, assistevo al mio primo concerto, quello dei Van Der Graaf Generator, preceduti dalla “spalla” Latte e Miele.

Era il pomeriggio del 30 maggio del 1972 e mi trovavo a Genova, al Teatro Alcione.
Ripropongo - ancora una volta - il mio ricordo di quel felice attimo lontano...
A fine post, presento una lunga lista di concerti che la band, e il solo Hammill, tennero in Italia in quell’anno.
Aggiungo anche un prezioso reperto audio, che riporta alla presentazione originale di quel giorno (un grazie a Claudio Milano).


IL RICORDO
(2010)

Sono riuscito a risalire a una data importante. Importantissima per chi è cresciuto a pane e musica: mi riferisco al primo concerto a cui ho assistito.
Mi sono “formato”, da tutti punti di vista, nei primi anni '70 però… non ero abbastanza grande per possedere una buona autonomia di movimento, e tutti i concerti a cui ho avuto la fortuna di assistere erano realmente “sudati”.

Ricostruire il primo concerto è cosa emozionante, ma pressoché impossibile, perché sto parlando del 1972 , trentotto anni fa.
Non esistevano le videocamere e l’ultima cosa che poteva venirci in mente era quella di utilizzare ingombranti apparecchi fotografici e quindi… l’archivio è la mia sola memoria.

Leggendo “Codice Zena”, di Riccardo Storti, ho anche scoperto che quel mio iniziale approccio è anche considerato il primo passaggio del prog internazionale da Genova.
Sto parlando dei Van Der Graaf Generator, Teatro Alcione, 30 maggio 1972. 
Sarebbe stato bello avere coscienza di ciò che stava accadendo, avere l’idea che si stava vivendo in prima persona un pezzettino di storia.
Tutto è relativo, e il termine “pezzettino” si può ingigantire a dismisura, a seconda del punto di vista.

Avevo 16 anni, ed ero impregnato e invaso da quella musica che ascolto ancora oggi.
I veicoli informativi erano per me Ciao 2001 e “Per Voi Giovani”.
Indimenticabile quel pomeriggio in cui ascoltai la recensione radiofonica di Pawn Hearts, un racconto talmente efficace che arrivai al concerto con le idee già chiare su cosa dovessi aspettarmi.
Sino a quel 30 maggio non avevo mai pensato che ciò che ascoltavo sul vinile poteva trasformarsi in un concerto.
Sottolineo il 30 maggio, perché la proposta mi venne fatta all’uscita da scuola, con poche ore davanti per convincere i genitori.
Lo spettacolo iniziava alle 16. Eh sì, pomeriggio e sera a quei tempi!
Non so perché ma ottenni il permesso facilmente: ”... dai mamma, siamo in tanti…”
Con 2000 lire in tasca (mi pare che l’entrata fosse 1500) mi ritrovai in nutrita compagnia sul treno che da Savona portava a Genova. Ricordo una grande emozione.
Ora è relativamente facile avere contatti e pseudo amicizie con miti musicali, ma in quei giorni lo spazio esistente tra un ascoltatore e un artista che “girava” su vinile e splendeva su Ciao 2001 era abissale.

Dalla stazione Brignole al teatro, forse un paio di chilometri, l’agitazione aumentò e questo stato d’animo mi ritorna al solo pensiero di quel giorno. Ricordo persino che indossavo una maglietta verde, girocollo e… capelli lunghissimi.
Non ho memoria invece dell’ambiente, di quelli che allora venivano definiti “capelloni”, termine negativo per chi lo adoperava, elemento di vanto per chi invece lo subiva.

La pittoresca ”corte dei miracoli”, che tanto avrebbe colpito successivamente un ragazzetto come me, quel giorno fu nascosta dall’essenza, dal significato profondo della partecipazione ad un evento da brividi.
Forse i biglietti non erano numerati, ma le poltrone erano molto comode, niente a che vedere con la vita hippie che stava prendendo forma anche in Italia.
Ma a ben vedere i V.D.G.G. non sono stati per me i primi.
A fare la spalla - si diceva così un tempo - c’erano i Latte e Miele, e la prima immagine che ho di quel palco è un batterista giovanissimo, capelli lunghi, occhialini tondi e denti sporgenti. Era Alfio Vitanza, ovviamente.


VdGG-fotografia fornita da Oliviero Lacagnina, tastierista dei Latte e Miele

Ricordo solo di aver pensato all’accostamento con ELP, per effetto di un trio dallo stampo classicheggiante. Poi il teatro si oscurò.
Un fascio di luce fu proiettato al centro del palco dove c’era una sedia su cui era seduto Peter Hammill con la sua chitarra appoggiata alla gamba destra.
Partì l’arpeggio di "Lemmings" e ancora ora, mentre scrivo, mi sembra di sentirlo.
Non mi sono rimasti altri dettagli di quel pomeriggio, solo le atmosfere rarefatte create dai sax di David Jackson, fuse alla perfezione con le tastiere (e il basso) di Hugh Banton, e la particolarissima ritmica di Guy Evans.
Impossibile spiegare cosa volesse dire sentire la voce di Hammill in quei giorni, qualcosa di irreale, capace di condurre ad un’involontaria introspezione. Già di per sé uno strumento globale.

E se ora mi fosse chiesto quale immagine idealizzo immediatamente, pensando a quel 30 maggio lontano, beh, mi vengono alla mente i colori azzurro e nero, delle stelle, degli omini sospesi nel vuoto… ecco la copertina di un disco in vinile aveva questa capacità, dare la forma e il colore a uno dei momenti significativi della vita.
Esagerazione? Sopravvalutazione di fatti in realtà insignificanti?
Forse, ma sono contento di poterlo in qualche modo raccontare.


Il 5 agosto dello stesso anno assistetti ad una nuova performance dei Van der Graaf Generator, questa volta al Palazzetto dello Sport di Albenga, nell’entroterra savonese: un altro grande evento che, oltre alla musica, mi permise di vivere alcuni momenti per me significativi precedenti all’evento, in particolare l'osservazione di una partitella di calcio della band e dei tecnici al seguito.

È stata anche l’occasione in cui “scontrai” David Jackson e la mano rimase intrisa del suo sudore legato al post-concerto, e quando in tempi recenti ho ricordato l'aneddoto a David abbiamo riso insieme delle manie di un sedicenne pieno di amore per la musica!


Van Der Graaf in Italia nel 1972 


08 FEB 72 Italy, Milan, Teatro Massimo (2 shows)
09 FEB 72 Italy, Rome, Piper Club
10 FEB 72 Italy, Turin, College Club
11 FEB 72 Italy, Reggio Emilia, Fifty Fifty Club
12 FEB 72 Italy, Novara (Prato Sesia), The Pipa
13 FEB 72 Italy, Verona (San Martino Buonalbergo), Lem Club (2 shows)
14 FEB 72 Italy, Florence, Space Electronic
15 FEB 72 Italy, Ravenna (Lugo di Romagna), Hit Parade Club (2 shows)

20 MAY 72 Italy, Pesaro, Palasport
21 MAY 72 Italy, Brescia, Travagliato, Super Tivoli (2 shows)
22 MAY 72 Italy, Treviso, Teatro Garibaldi
23 MAY 72 Italy, Alessandria (Sale), Teatro Sociale
24 MAY 72 Italy, Reggio Emilia, Palasport
25 MAY 72 Italy, Ravenna, Teatro Astoria
26 MAY 72 Italy, Rome, Festival Villa Pamphili
27 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
28 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
30 MAY 72 Italy, Genoa, Teatro Alcione (2 shows)
31 MAY 72 Italy, Novara (Suno), Parco Meulia

01 JUN 72 Italy, Siena, Palazzetto Virtus
02 JUN 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)
03 JUN 72 Italy, Verona, Lem Club
04 JUN 72 Italy, Venice (Sottomarina), Ciquito Club


29 JUL 72 Italy, Ravenna, Jolly Club (2 shows)
30 JUL 72 Italy, Viserba, Club dell'Estate
(30 JUL 72 Italy, Milano Marittima (2 shows)
31 JUL 72 Italy, Monselice, Lago Delle Rose

01 AUG 72 Italy, Cardano al Campo, Nautilus Club (2 shows)
04 AUG 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)
05 AUG 72 Italy, Albenga, Palazzo dello Sport (2 shows)
06 AUG 72 Italy, Rimini, La Locanda del Lupo (2 shows) 

PETER HAMMILL SOLO

08 DEC 72 Italy, Bologna, Palazzo dello Sport (2 shows)
09 DEC 72 Italy, Finale Emilia, Teatro Sociale
11 DEC 72 Italy, Padova, Teatro Corso (2 shows)
12 DEC 72 Italy, Verona, Teatro Ristori (2 shows)
13 DEC 72 Italy, Ferrara, Teatro Verdi (2 shows)
14 DEC 72 Italy, Latina, Teatro Giacobini (2 shows)
15 DEC 72 Italy, Terracina, Teatro Traiano (2 shows)
16 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
17 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
18 DEC 72 Italy, Piombino, Teatro Metropolitan (2 shows)
19 DEC 72 Italy, Arezzo, Teatro Politeano (2 shows)
20 DEC 72 Italy, Foligno, Teatro Clarici (2 shows)
21 DEC 72 Italy, Prato, Teatro Politeano (2 shows)
22 DEC 72 Italy, Lucca, Teatro Moderno (2 shows)

sabato 30 maggio 2020

Mott the Hoople


Riesumo un vecchio post per ricordare i Mott the Hopple...

Fondati dal chitarrista Mick Ralphs, i Mott the Hoople erano inizialmente una band hard-rock blueseggiante, ma la voce di Ian Hunter (una chiara imitazione di Bob Dylan) fece la differenza rispetto alla media del genere.



Mott the Hoople” (Atlantic, 1969) ispirato da ” Blonde On Blonde” di Bob Dylan, contiene la loro solenne “Rock and Roll Queen” e la lamentosa “Sweet Angeline” di Hunter.

La band transitò poi verso uno stile più blando, con una serie di album mediocri: “Mad Shadows” (1970), “Wildlife” ( 1971), ed il più hard-rock di tutti, “Brain Capers” ( 1972).
Il glam rocker David Bowie lì salvò offrendo loro “All The Young Dudes” (1972). 
Mott” (1973) conteneva “The Ballad Of Mott The Hoople”, il trascinante “All The Way From Memphis”, “Honaloochie Boogie” e un inno proto-punk, “Violence”.

Ben presto Hunter lanciò la sua carriera solista con un libro, Diary Of A Rock Star; Ralphs lasciò il gruppo per formare i Bad Company, mentre una nuova formazione, con Luther Grosvenor alla chitarra e il tastierista Morgan Fisher, registrò “The Hoople” (1974).
Gli ultimi album dei Mott The Hoople furono “Drive On” (1975) e “Shouting And Pointing” (1976).


Spostatosi a New York, e assoldato Mick Ronson alla chitarra, Hunter riscosse molto più successo rispetto al gruppo con “ Ian Hunter” (1975).
“Overnight Angel”s (1977) fu il suo ultimo decadente album ma, in termini di valore artistico, “You're Never Alone With A Schizophrenic” (1979) fu il vero affare di successo.
Le pose da ribelle diedero ad Hunter le attenzioni della generazione punk. “Shades” (1979) è una retrospezione a Ian Hunter e “Welcome To The Club” (1980) è un album dal vivo.
Hunter e Ronson continuarono a cooperare con “Short Back N Sides” (1981), “All Of The Good Ones Are Taken” (1983), “Y U I Orta” (1989).

Ronson morì di cancro nel 1993. La morte del partner aiutò sorprendentemente Hunter a creare uno dei suoi migliori album da solista, “Dirty Laundry” (Norsk, 1995).
Il tastierista Morgan Fisher continuò a creare uno dei tipi di musica più avventurosa sul pianeta con “Hybrid Kid”s e “Claws” (1980), due album eccentrici che predatarono gli anni ‘90, e “Miniatures” (1980), un lavoro per 50 esecutori (tra cui Lol Coxhill, Fred Frith, Robert Wyatt, Robert Fripp, Pete Seeger, etc), a ciascuno dei quali venne assegnato solo un minuto.

Band significativa!

venerdì 29 maggio 2020

Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.

Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno: L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".

Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.

Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.

Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.

" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.

Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.

"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.

Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .

La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

giovedì 28 maggio 2020

YES-"Awaken"


Una delle canzoni che più mi emozionano in assoluto è “Awaken”, produzione YES, inserita nell’album “Going for The One”, un esempio di disco perfetto.

In questo articolo riproporrò la genesi del brano attraverso le parole di Jon Anderson, la miglior traduzione che ho trovato (Genesis Forum Italia) e, naturalmente, il video relativo al brano.

Awaken” è un brano unico, una di quelle canzoni che, dopo averle ascoltate, ti viene da dire:
"Oh, mio Dio, sì, la musica può durare per sempre!
Jon Anderson


Come nacque il brano all’interno di “Going for the One”?
Ricorro al pensiero di Jon Anderson…

Dovevamo iniziare le registrazioni a Montreux, in Svizzera, con il tastierista dell'epoca che era Patrick Moraz, in quel momento in Brasile per sposarsi. Quando rientrò le cose non sembravano andare per il verso giusto, e gli accadimenti della sua vita si riflettevano sul lavoro, con un chiaro deficit di concentrazione. Così all'improvviso, Brian, il nostro manager, se ne uscì con una frase del tipo: "Beh, penso che Rick Wakeman voglia tornare nella band." E così fu.

Ricordo che ero al lavoro su di un brano con Steve Howe, quello che alla fine chiamammo "Awaken".  Steve, nella sua camera da letto in un Holiday Inn, inventò il riff principale della canzone.  Andai a fare colazione e al ritorno lui era ancora focalizzato su ciò che aveva da poco creato. Io entrai nella stanza e gli chiese se potesse cambiare tonalità, e incominciai a cantarci sopra. Registrammo quella prima sessione e poi quella successiva.
Passò poi agli accordi - otto o nove - e io buttai già un testo al volo… "… Il lavoro dell’uomo che vuole raccontare la storia del mondo riconquistando il fiore del frutto del suo albero".
Iniziai a cantarlo subito, e registrammo anche quello.
Nacque così “Awaken”, nel giro di 15 minuti, in una camera da letto di un Holiday Inn.

Un anno dopo, a Montreux, Rick era lì con noi e iniziammo a lavorarci.
Chris Squire - talento incredibile - realizzò una incredibile linea di basso, e a un certo punto io chiesi a Rick di fare anche lui un “solo”. Ne provò alcuni che registrammo, ma sembravano non funzionare. Mancava qualcosa. Così proposi di cercare un organo da chiesa, e ne trovammo uno a Vevey, non lontano da Montreux.
In quella bellissima chiesa provammo qualche registrazione per ottenere il suono e l’atmosfera dell’assolo che è nel bel mezzo di "Awaken".

Un mio amico, l'ingegnere dello studio di registrazione di Montreux, mi disse che in Svizzera esistono linee telefoniche perfette, e che avremmo potuto mettere un piccolo mixer in chiesa e una spina nel sistema telefonico, e sentire il tutto nello studio, a 10 miglia di distanza da Montreux. Quindi registrammo l'assolo che si sente in "Awaken" simultaneamente, mentre Chris, Alan e Steve, a Montreux, stavano eseguendo le loro parti. Che magia per qui tempi!



Un testo profondo, frutto delle riflessioni e della ricerca spirituale di Anderson…

AWAKEN
(J. Anderson S. Howe)
da Going for The One -1977- YES
(Il Risveglio)

Una forte vibrazione si dirige verso il sole
Oh, lascia che il mio cuore sogni nel passato
Un luogo dove un uomo mortale come me potrebbe vivere

Mi piacerebbe che il sole rimanesse immobile
E arrivasse a toccare la nostra intima ed antica essenza
Di uomini mortali come noi
Noi possiamo essere qui ora
Possiamo esistere qui adesso

Risveglio di soli, alte maree che si avvicendano
Sogni benigni e terribili accadono qui
Le masse si toccano, le stelle, i suoni, le ere si susseguono

Le imprese dell’uomo mostrano come è possibile modificare
La nostra esistenza nella storia
Il fiore dal frutto sta rifiorendo nel suo albero
Ogni cosa sta rifiorendo
Tutto si rigenera in te

Le imprese dell’uomo scaturiscono da un fuoco
che divampa con la sua cieca furia ardente,
per vedere che il calore della sua stessa essenza
è già una promessa della visione nitida
di ciò che vuole raggiungere.

Il Signore delle Immagini e dei Suoni
sta proiettando una luce su di te:
ascoltare nel buio ci collega ad un tunnel
che ci fa uscire da una normale esistenza
per dirigerci ad una sfida
come se i nostri occhi vedessero d’incanto
rimarginarsi una ferita appena inferta

le imprese dell’uomo sono state condotte lontano
dalla via fino ad allora percorsa entro i limiti
così che tutto è stato lasciato apposta per te
tutto è stato lasciato apposta per te
tutto è stato lasciato apposta per te ora, adesso

Il Signore della Luce
Nel puro accadere degli eventi,
dove esiste un incrocio di vie che si intrecciano tra loro,
ha disposto un piano così vicino a te
che si risveglia nel tuo cuore

Il Padrone delle Anime ci spinge a entrare in contatto
La nostra giovinezza impenetrabile chiede da lontano
Che il pensiero possa rappresentare il punto di incontro
Con tutto ciò che è chiaro
Sii onesto con te stesso
Non c’ è alcun dubbio

Il Padrone del Tempo
Ci spinge a navigare sopra tutte le nostre terre
E, non appena vedremo tutto più vicino,
dovremo dire addio a tutto quanto

Una forte vibrazione si dirige verso il sole
Oh, lascia che il mio cuore sogni nel passato
Un luogo dove un uomo mortale come me potrebbe vivere

Mi piacerebbe che il sole rimanesse immobile
E arrivasse a toccare la nostra intima ed antica essenza
Di uomini mortali come noi
Noi possiamo essere qui ora
Possiamo esistere qui adesso

Come il tempo io sono corso via
E ho girato attorno
E tu mi stavi sempre vicino

Come il tempo io sono corso via
E ho girato attorno
E tu mi stavi sempre vicino