lunedì 16 gennaio 2017

Paul Roland – White Zombie



Paul Roland – White Zombie  - Realizzazione CD limitata e numerata
Dark Companion
  
White Zombie  è l’album in fase di rilascio di Paul Roland, artista britannico che ha esordito musicalmente in un periodo significativo, compreso tra la fine degli anni ’70 e l’inizio ’80, e che nel tempo è riuscito a diventare buon rappresentante di un filone che abbina la cultura più tradizionale ad elementi fantascientifici, al contempo capace di far propri aspetti che trascendono la materia e proseguono in profondità.
In questo caso specifico, se è vero che l’idea madre reca una firma certa, la squadra di accompagnamento, che supporta e interagisce con Roland, è tutta italiana: a seguire i protagonisti e i riconoscimenti ufficiali.

Sono diversi i modi che consentono la fruizione di un disco, e senza volermi addentrare in inutili dettagli mi sento di affermare che alla piena “non conoscenza” legata spesso al primo impatto, si può contrapporre la consapevolezza di ciò che si sta per ascoltare, ed è questa seconda modalità quella che considero di grande rispetto per chi crea e successivamente condivide. E di certo è la più soddisfacente.

Il progetto parte da lontano, dagli anni ’90, quando un giovane Roland, affascinato dal film “White Zombie”, del 1931 - con Bela Lugosi come protagonista -, pellicola di riferimento del cinema voodoo, inizia a scrivere le basi di quella che avrebbe dovuto essere la colonna sonora del film. Musica perlopiù strumentale, “con canti e cori che dipingevano la schiavitù di uomini ridotti dallo scienziato folle a zombie, automi per aumentare la forza lavoro nelle fabbriche”. Il tutto fu abbandonato per molto tempo, ma non dimenticato.
Il nucleo centrale è quindi composto da canti in francese-creolo, a cui successivamente sono stati aggiunti altri brani, creati da Roland dopo l’inizio della collaborazione con il “gruppo italiano” (Max MarchiniPaola TagliaferroAlberto Callegari…).
Una storia complessa, durata circa tre anni, di cui racconterò i dettagli nei prossimi giorni, con l’ausilio di uno dei protagonisti.
Questa piccola premessa è utile ad evidenziare l’entità del lavoro e la ovvia necessità di poterlo catturare nella sua essenza, senza banalizzazioni, avendo almeno idee basiche sugli intenti originali dell’autore.
Gli Zombie, quelli “veri”, sono legati alla religione del vudù - un misto di cattolicesimo e spiritismo africano - basata su elementi esoterici, sulla continua lotta tra il bene e il male, sui rituals, la moralità e gli elementi sociali: “Vudù” significa essenzialmente “spirito”, ed è proprio l’oltrepassare la materia che pare contraddistingua l’intero disco e, soprattutto, l’iter creativo, coinvolgente per tutti gli “attori”, tanto da diventare un’importante esperienza di vita.
E’ questo uno di quei casi in cui diventa imprescindibile l’elemento didascalico, perché potrebbe/dovrebbe scatenare la decisa interazione e il coinvolgimento, elementi che permettono di godere appieno di un album unico. Sì, unico!
Viviamo in un periodo poco florido per l’industria discografica, ma anche la fase creativa sembra essere un optional, e ciò riguarda anche i grandi della musica.
Il primo ascolto di “White Zombie” - preceduto dalle note informative di cui sopra - mi è bastato per dare forma ad un giudizio ben delineato che non si è modificato dopo i successivi due giri di giostra.
La positività del mio commento è legata alla creazione di un contenitore realmente innovativo ancorché fatto di essenzialità, e ciò che resta nell’aria - e perdura a lungo - è una sorta di mood magico costituito da una potente miscela di ingredienti che non appaiono soltanto tecnici, anzi.
I ritmi tribali (“Song Of The Black Toad”, “Ti Bon Voodoo”,  “Wanga Wanga”, “Sugar Mill Scene”, “Bitter Sleep”, “ Baron La Croix”, “Chant Of The Black Cokerel”, “Servant Of The Spirits”) sono esaltati da una voce caratterizzante come quella di Paul Roland - capace di riportare indietro nel tempo ma, soprattutto, di interpretare in modo quasi attorale la performance - coadiuvato nel compito specifico dalla “Gran Sacerdotessa” Paola Tagliaferro (e in un caso da Anna Barbazza), ma l’impressione è che l’incidenza dei singoli musicisti sia elevatissima, e non mi riferisco alle particolari skills di ognuno di essi, ma all’effetto “tassello giusto nel posto corretto” (e Paolo Tofani mi pare l’esempio più calzante).

La tracklist:

Sono rimasto particolarmente colpito dal brano “Wake Madelena Wake”, acustico e piuttosto intimistico, che si diversifica dal comune denominatore ritmico-sonoro ed esprime una pregevole delicatezza che penetra e… non ti lascia più…
Ma è il disco in toto che va afferrato senza sezionamento alcuno, godendo del puzzle che qualche anima superiore ha realizzato per noi, semplici fruitori del genialità altrui.
Un album da condividere, nella speranza di poter assistere, prima o poi, ad un live che, dalle premesse, appare come un’esperienza formativa.

E’ prevista anche la realizzazione di un EP singolo, “Mambo Jo”(edizione limitata di 300 pz), che vede la presenza di due inediti, con il già citato Paolo Tofani alla tricanta vena elettrica.

Un ventata di aria fresca tra tante venature di grigio…


IL TEAM nel dettaglio:

·         Acoustic Guitar, Lead Vocals  Paul Roland
·         Backing Vocals  Alberto Crosio, Claudio Milano, Priska, Warm Morning Brothers
·         Backing Vocals, Percussion  Sergio Nachira
·         Drums, Backing Vocals, Percussion  Annie Barbazza
·         Electric Bass  Alberto Callegari, Annie Barbazza (tracks: 5)
·         Electric Bass, Electric Guitar, E-Bow, Percussion  Massimo Marchini
·         Electric Guitar  Alessandro Austoni, Beppe Lombardo
·         Electric Guitar, Flute  Lorenzo Trecordi
·         High Priestess' Lead Vocals  Paola Tagliaferro
·         Lead Vocals  Annie Barbazza (tracks: 9)
·         Oboe  Camillo Mozzoni
·         Tricanta Veena  Paolo Tofani

·         Etichetta Unifaun production – Dark Companion records
·         Mixed and Mastered Alberto Callegari – Elfo Studios- Tavernago PC.
·         Foto cover Franz, foto booklet Pinco Palla.
·         Cover design Max Marchini.
·         High Priestess - Paola Tagliaferro



domenica 15 gennaio 2017

“I am changing”, di Ancient Veil: intervista ad Alessandro Serri e Edmondo Romano


E’ previsto per domani, 16 gennaio, il rilascio di “I am changing”, il ritorno discografico del progetto Ancient Veil. A breve proporrò il mio commento all’album, ma mi pare utile presentare in anticipo il pensiero dei fondatori della band, Alessandro Serri e Edmondo Romano che, sollecitati dalla mia curiosità, delineano un quadro interessante che racchiude un lungo periodo di vita e musica, entrando nei dettagli di un lavoro a mio giudizio imperdibile, fatto di passione, competenza, amicizia e… idee chiare.
Davvero una piacevole novità per me, che non avevo ascoltato la produzione pregressa, di Ancient Veil e Eris Pluvia, e conoscevo solo “l’ultimo” Edmondo Romano, più dedito al jazz, musica classica e tradizionale, tutte etichette - inutili - richieste dall'ortodossia musicale, che trovano la perfetta sintesi nel "contenitore progressivo".


Ecco cosa è emerso dallo scambio di battute…

Ath: Vorrei partire dal progetto “Ancient Veil” e da quello che lo ha preceduto, “Eris Pluvia”: mi raccontate un pò la storia?

Alessandro: Edmondo ed io ci siamo conosciuti in prima liceo ed abbiamo deciso di formare un gruppo, viste le molte affinità musicali, un po' come è accaduto a molti. Fin da subito abbiamo cominciato a sperimentare musicalmente utilizzando svariati strumenti, ad esempio io suonavo solo la chitarra, ma ho cominciato a suonare anche il flauto traverso, ed è da lì che è nato il nostro suono acustico che ci accompagna ancora oggi.

Edmondo: Abbiamo iniziato ad utilizzare strumenti per noi nuovi. Io personalmente ho iniziato a suonare il flauto dolce contralto (divenuto poi marchio di fabbrica e peculiarità dei nostri dischi) perché semplicemente Alessandro ne possedeva uno.

Alessandro: Il nome “Eris Pluvia” nasce quasi per caso. Un pomeriggio mentre piove registriamo un’improvvisazione con due flauti suonati dentro l'atrio del portone della nostra sala prove.

Edmondo: Possediamo la registrazione di quell’improvvisazione (come tantissimo altro materiale di quegli anni). Arrivato a casa faccio ascoltare il brano ai miei familiari ed io e mio padre inventiamo il nome. L’utilizzo del latino non era per noi cosa nuova, perché nella primissima formazione utilizzavamo questa lingua per i nostri testi.

Alessandro: Da questa improvvisazione parte il progetto “Eris Pluvia”, che sarà anche un quadro di Francesca Ghizzardi e successivamente una performance teatrale. Dopo anni, cambiando diverse formazioni si arriva nel 1990 alla realizzazione di un demotape intitolato “Pushing together” e subito dopo nel 1991 per l’etichetta francese Musea esce “Rings of earthly light”, quasi interamente composto da me e da Edmondo.

Edmondo: Il lavoro ottiene moltissimi riconoscimenti internazionali nell’ambito del new progressive, divenendo un piccolo disco di culto. E’ stato ristampato moltissime volte nel corso degli anni in differenti versioni (russa, polacca, giapponese, coreana…) e ci ha permesso di prendere parte a numerosi festival progressive.

Alessandro: Poco dopo l'uscita del CD io lasciai il gruppo per problemi personali e cominciai a dedicarmi a nuove composizioni. La band proseguì con Edmondo, ma anche lui da lì a poco decise nuovamente di unirsi a me per continuare quanto era stato interrotto. Pronti a ripartire con un nuovo CD come Eris Pluvia, siamo stati bloccati dai vecchi compagni che decisero nostro malgrado di tenersi il nome. Solite storie anche queste. Nonostante questo ostacolo decidemmo di creare un nuovo progetto ed insieme a mio fratello Fabio abbiamo dato vita a Ancient veil, così nel 1995  pubblicammo per la Mellow Records il CD omonimo. Dopo aver preso parte a diverse compilation - tributo sempre per la Mellow Records -, per parecchi anni ognuno di noi ha preso una strada diversa, fino al momento in cui non abbiamo deciso di riunirci per questo nuovo lavoro.

Ath: Sono abituato a vederti (Edmondo Romano) sotto una vesta molto specifica, in un ambito che passa dalla musica tradizionale al jazz, attraverso l’utilizzo dei tuoi fiati. “I’m changing” mi ha fatto scoprire nuovi amori in un campo dove regna la massima libertà di espressione, quello della musica progressiva: da dove nasce questa tua passione?

Edmondo:  Sono cresciuto in un ambiente familiare molto creativo, padre scrittore e critico teatrale, madre pittrice e creatrice di performance. I miei genitori erano giovanissimi, avevano appena vent’anni e in casa mia erano sempre presenti attori, registi, musicisti, ballerini… la musica era importante in ogni momento della giornata. Si ascoltava musica classica, musica antica, jazz e mio padre in particolare comprava tutti i dischi dei Beatles, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Emerson Lake and Palmer, Leonard Cohen, Tangerine Dream, musica jazz… solitamente il giorno di uscita, sono quindi cresciuto naturalmente immerso in questo genere, difatti quando più avanti ho conosciuto amici come Alessandro Serri, Fabio Zuffanti ed altri ai quali tutto musicalmente sembrava nuovo, per me invece molti ascolti facevano già parte del mio bagaglio culturale. Con Fabio e Alessandro  abbiamo nel tempo attivato uno scambio di dischi davvero imponente, ricercando davvero tutti i meandri esistenti della musica progressive e sperimentale, comprando dischi, scambiandoli, ma dobbiamo davvero ringraziare l’enorme fonte di vinili che ci prestava o vendeva lo zio di Alessandro Serri, davvero un divoratore di musica a tutto tondo. Comporre musica è stato un passo semplice e naturale. La mia principale attività dai dieci anni in poi è sempre stata quella di ascoltare musica, suonare e comporre (non che ora la cosa sia molto cambiata). Sono quindi sempre stato un onnivoro musicale, ascolto ogni autore scriva e componga con totale dedizione e sincerità, libero da schemi di “moda e modo”, e la differenza si avverte eccome. Mi fa piacere dire che questo, per ironia della sorte sia il CD numero 100 al quale prendo parte, e proprio assieme a molti musicisti con i quali ho iniziato.

Ath:  Mi raccontate l’anima dell’album?

Alessandro: Questo album raccoglie alcun brani tra i numerosi da me scritti in questi anni. Ho messo assieme momenti compositivi differenti: i primi anni degli Eris pluvia (Chime of the times) la fine degli anni ‘90 (I am changing) e gli ultimi periodi (Bright autumn dawn). Il risultato, pur essendo eterogeneo, segue comunque un filo logico musicale che lo rende molto simile ad un concept album, pur non portando avanti un'unica storia. Fondamentalmente sono andato molto a gusto musicale e sia Edmondo che Fabio mi hanno aiutato nella conclusione degli arrangiamenti e nella fase di produzione musicale ed artistica.

Ath: Possiamo considerarlo legato in qualche modo alla vostra produzione precedente?

Alessandro: Assolutamente si. Sono passati più di venti anni ma é come se questo silenzio non ci fosse mai stato. Ci siamo semplicemente ritrovati, ed abbiamo ritrovato lo stesso feeling dell'epoca e la stessa voglia di fare musica insieme.

Edmondo: Credo che quando si inizia con passione e sacrificio a scrivere musica assieme da giovanissimi, nasca un’alchimia difficile da spezzare o interrompere. Il nostro lavorare è nato da una forte voglia di comunicare la nostra musica, e per quanto questa fosse poi catalogata “dagli altri” in un genere ben preciso come il progressive rock, per noi era qualcosa di unico, e devo dire che in parte questa cosa siamo riusciti a comunicarla. Il suono che scaturisce dal lavoro di Alessandro e mio è riconoscibile, non ha importanza che piaccia a tutti o che tutti ne condividano le scelte compositive, ma è riconoscibile, quindi personale, e in un mondo di musica catalogata solo per generi, di cover band impersonali (fenomeno inesistente solo pochi anni fa perchè da tutti noi ritenuta espressione priva di valenza artistica), dove un algoritmo come quello di Spotify ti consiglia cosa ascoltare e tutti si rifanno a canoni passati… avere da molti anni un suono riconoscibile è sicuramente la migliore moneta che potessimo ricevere in cambio.

Ath: Chi vi ha aiutato nella realizzazione dell’album? Chi sono i compagni di viaggio?

Edmondo: ci siamo sempre avvalsi di musicisti amici, questo lavoro ne racchiude di nuovi e di “vecchi”. La cosa più interessante è che in questo “I am changing” abbiamo rilavorato con alcuni compagni che con noi avevano realizzato “Rings of earthly light”, o che comunque avevano fatto parte degli Eris pluvia, per esempio Valeria Caucino alla voce, Martino Murtas e Daviano Rotella alle percussioni, Mauro Montobbio alla chitarra. Abbiamo curato direttamente noi le registrazioni nei nostri rispettivi studi, io poi ho realizzato mix e mastering.

Alessandro: Sono tanti gli amici che ci hanno aiutato, ed ognuno di loro lo ha fatto con il cuore, per questo motivo siamo loro profondamente grati. Trovo giusto citarli tutti: John Bickham e Anna Marra alle voci, Massimo De Stefano al pianoforte, Marco Gnecco all’oboe ed al corno inglese, Sirio Restani alla english concertina, Elisabetta Comotto al flauto traverso, Roberto Piga al violino ed alla viola, Stefano Cabrera al violoncello, Stefano Marazzi alla batteria.

Ath: Mi parlate dell’artwork del CD, elemento basico per un lavoro prog?

Edmondo:  Ho sempre curato io la parte grafica dei miei lavori (sin dal mio primo CD, proprio il citato “Rings of earthly light” degli Eris Pluvia) non solo per l’aspetto creativo ma anche nella parte esecutiva. Per questo lavoro ho scelto due dipinti di Francesca Ghizzardi che, a parte essere mia madre, è una pittrice che io stimo molto per la sua forza d’immagine, profondità e capacità di comunicazione. Dipinge dagli anni ’60 e la sua produzione è vastissima. I suoi quadri li ho sempre trovati molto affini al mondo dei suoni e della musica, come a mio avviso si può vedere e provare osservando la copertina di questo “I am changing”.

Ath: Come nasce la collaborazione con la Lizard di Loris Furlan?

Alessandro: Grazie al consiglio del nostro amico Fabio Zuffanti che ci ha parlato di lui. Lo abbiamo chiamato al telefono e ci siamo trovati subito in perfetta sintonia su tutto!

Edmondo: Loris a me ricorda i “veri produttori di una volta”, quelli che credono fortemente in un progetto, attenti alla realizzazione di un CD. Quei produttori che investono in passione e che mettono a loro agio economicamente gli artisti, cosa a mio avviso davvero rara di questi tempi. Oramai molti “produttori” distribuiscono in modo meccanico i vari CD che producono, recuperando direttamente dagli artisti le spese vive sostenute per la stampa  con la famigerata formula delle “copie in obbligo di acquisto”, cioè il gruppo si ritrova obbligato a comprare un certo numero di copie per una cifra che corrisponde alle spese di produzione, in questo modo il produttore non ha corso nessun rischio economico. La mia esperienza mi ha fatto notare che questo tipo di rapporto crea una situazione di lassismo produttivo e l’assurdo risultato di disparità d’investimento delle parti: l’artista impiega creatività, passione, tempo, denaro… e segue ogni fase di realizzazione del CD; il produttore svolge l’attività di semplice intermediario. Siamo d’accordo che i dischi non si vendono più, allora forse bisogna produrne meno e scegliere con più coraggio quali “lanciare”. Nei creativi anni ’70 i mostri sacri del progressivi (e non solo) sono nati grazie alla totale sinergia artista/produttore, dove il produttore credeva e quindi rischiava insieme all’artista. Forse non tutto era così, ma in molti casi questo avveniva.

Ath: La produzione di musica progressiva - ma non solo - è sterminata: in che cosa si differenzia “I’m changing” dalle altre proposte, secondo voi?

Edmondo: Credo che indifferentemente dalla forma d’arte o dal genere l’unico modo per “differenziarsi” sia essere sinceri e se stessi, senza preoccuparsi delle mode o delle formule, dei canoni e neanche del fatto di “differenziarsi”. L’arte non è espressione egoica del proprio Io, ma ricerca umile del proprio profondo. Van Gogh, Klimt, Beethoven, Steve Reich, King Crimson, Marina Abramovic, Stanley Kubrick… non si ponevano il problema d’essere omologati o di piacere, casomai era il contrario, ricercavano il più possibile se stessi e quindi di conseguenza divenivano anche naturali innovatori. Anche seguendo questo percorso si può assomigliare a qualcosa di già esistente, ma noi siamo naturale conseguenza di tutto ciò che è stato creato.

Alessandro: Non ė per niente facile differenziarsi, il tentativo che facciamo ė quello di non copiare nessuno e di proporre quello che sentiamo e che ci piace. Cerchiamo il più possibile di usare strumenti acustici e di metterci in gioco, naturalmente, così come siamo. In tutti i modi spero che arrivi all'ascoltatore la sincerità e la gioia con cui tutto ė stato fatto

Ath: Sono state pianificate date di presentazione del disco?

Edmondo:  Sì, abbiamo deciso dopo 25 anni di riaprire assieme l’attività concertistica. Io Alessandro e Fabio stiamo mettendo in piedi un gruppo formato da musicisti professionisti tra Genova e Milano e con loro vorremmo iniziare una tournèe nei luoghi dove questo genere musicale ha ascolto, sale da concerto, Festival… Faremo sicuramente una data di presentazione a Genova, la nostra città, a La Claque venerdì 12 maggio, un concerto che vedrà la partecipazione di molti ospiti anche storici. Quindi… se volete contattarci per suonare dal vivo, noi ci siamo.

Ath: Quale potrebbe essere il futuro prossimo di Ancient Veil?

Alessandro: Come dicevo prima, abbiamo molti brani inediti, speriamo quindi di poter proseguire il discorso senza fermarci come ė successo in passato.

Edmondo:  Sicuramente il percorso non finisce qui, sono certo che in tempi brevi daremo alla luce un nuovo lavoro discografico, ci stiamo già pensando… per ora tutto è segreto.


venerdì 13 gennaio 2017

Paolo Siani & friends ft Nuova Idea – “Faces with no traces’’


Paolo Siani & friends ft Nuova Idea – Faces with no traces’’
Black Widow Records (CD/LP)


E’ da poco uscito il secondo album di Paolo Siani ft Nuova Idea dal titolo "Faces With No Traces", mentre un terzo è già in cantiere, e questa attività senza sosta si riallaccia probabilmente ai contenuti dell’album che presento oggi.
Paolo Siani ha una storia importante alle spalle, legata ad un rock preciso degli anni ’70, periodo in cui militava in una band divenuta storica, la Nuova Idea.
Il tempo è passato inesorabile, ma i vecchi compagni di viaggio, uniti a quelli più recenti, contribuiscono in modo sostanziale alla riuscita di questo album. Per non dimenticarne alcuno, a fine post sono riportati i crediti, e molto altro.
Il pensiero di Siani, evidenziato nell’intervista a seguire, chiarisce il motivo per cui è questo il momento giusto per non fermarsi, condizione che va oltre le ovvie passioni musicali: il tempo fugge, scorre ad una velocità insopportabile, e urge quindi lasciare qualcosa di concreto, un messaggio, un’idea, un’esperienza, tutte cose possibili e plausibili solo nel momento della maturità.
Ecco come mi appare ‘’Faces with no traces’’, un bel disco che mi rifiuto di incasellare in uno spazio precostituito, anche se i protagonisti del progetto forniscono indizi precisi.

Sono otto i brani, che si dipanano su circa quarantacinque minuti di musica, a cui occorre aggiungere tre importanti bonus track.
Il contenitore è molto vario, partendo dal misticismo introduttivo provocato dal duduk (strumento tradizionale armeno) suonato da Gevorg Dabaghyan per arrivare al momento acustico, “No one’s born a hero”, che vede la presenza di Paul Gordon Manners
Si prosegue con la parte più “dura” ed elettrica, quella di ’Welcome Aboard’’, che vede in prima linea Roberto Tiranti, fase che arriverà all’apice con ‘’Rockstar’’, traccia impreziosita dalla chitarra di da Ricky Belloni e dal virtuosismo del giovane Paolo Tognazzi.
E’ con “Black angel’s claws” che Paolo Siani inizia a proporre la sua voce, avvalendosi della collaborazione di Guido Guglielminetti al basso. Il brano è anche oggetto di due bonus track, nate nei prestigiosi Abbey Road Studios di Londra, frutto della collaborazione tra Leeroy Thornhill (X The Prodigy) e Alessandro Siani.
Ad ampio respiro la suite “Free the borders”, che prevede la partecipazione del Coro polifonico “Nuova armonia”, costituito da 40 cantanti femminili. 
Una vera chicca è rappresentata dalla riproposizione di un vecchio blues dei Quatermass, gloriosa band seminale nata a fine anni ’60 e scemata in breve tempo, anche se il loro album d’esordio è rimasto nella storia: “Post war saturday echo’’ è il titolo del brano, reso incredibilmente “vivo” dalla voce di Tiranti, dall’hammond di Giorgio Usai e dal pianoforte di Marco Zoccheddu.
Con “Three Things Paolo Siani si mette completamente a nudo, attraverso un video del bravo Matteo Malatesta, che mette in rilievo il toccante momento autobiografico; il video è l’oggetto di una delle bonus track .
Con il pezzo finale, lo strumentale ‘’Eriu’’, si arriva in Irlanda, in un’atmosfera magica creata dalla dagli archi  di Stefano Cabrera.

Una bella varietà di sonorità, impreziosita da una grande squadra al lavoro, ma ciò che dovrebbe emergere sono i messaggi, gli intenti che Paolo Siani ha elaborato in due anni di impegno, lontano dall’idea di creare un disco come richiesto dal mercato - ammesso che ormai questi canoni esistano - ma concentrandosi sui bilanci di vita, perché arriva il momento in cui tutto appare più chiaro, quando sembra di possedere risposte quasi certe, e diventa quasi un’urgenza condividere il proprio vissuto, quasi un atto morale e quindi doveroso. Essere musicista fornisce questa prerogativa, avere nelle mani la possibilità di lasciare il segno, e per sempre.
Per poter entrare nel profondo di Faces with no traces" occorre un po’ di tempo, ripetuti ascolti e magari l’aiuto del booklet, davvero bello ed esaustivo. Ma molto più semplicemente lo si può ascoltare lasciandosi andare, godendo dei mutamenti all’arrivo di ogni singolo episodio; i cambiamenti presuppongono coraggio o necessità, forse entrambe le cose: Paolo Siani può, probabilmente, spiegarci molte cose sull’argomento!


La motivazione in più...

Come per l’album precedente, ‘’Castles, wings, stories and dreams’’, insieme a tutti i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione di ‘’Faces with no traces’’ Paolo Siani raccoglierà fondi destinati all’Ospedale Pediatrico G. Gaslini di Genova, un centro di eccellenza che ospita piccoli e sfortunati pazienti provenienti da tutta Italia e non solo.


L’INTERVISTA

E’ da poco uscito il tuo album ‘’Faces with no traces’’: mi descrivi l’anima del progetto?

Difficile parlare delle cose che escono dalla tua ispirazione e che hai la fortuna di diffondere fuori dalle mura di casa tua. Potrei rispondere dicendo che l’anima del progetto è la mia passione per la musica e la continua gioia che mi crea scriverla.

So che il disco ha avuto una discreta gestazione: da dove sei partito e come è nata l’ispirazione?

Due anni ci ho messo a mettere insieme i brani di ‘’Faces’’: considera che per ogni brano scrivo la melodia, l’armonia, l’arrangiamento dove suono tutti gli strumenti e, naturalmente, il testo.

Gli ospiti sono tanti, alcuni dei quali tuoi compagni nel percorso musicale di una vita: mi parli della squadra che ti ha dato ausilio?

Questo è l’aspetto più gratificante del mio lavoro. Una volta terminato un brano lo immagino suonato dal vivo e cerco gli amici che ritengo possano accrescere il valore del brano stesso con la loro bravura e professionalità; anche lo scambio di files via web richiede tempo ma il risultato finale, senza falsa modestia, è comunque davvero appagante. La voce di Roberto Tiranti (oltre che la sua amicizia), gli assoli e la personalità di musicisti quali Carlo Marrale, Marco Zoccheddu, Ricky Belloni, Giorgio Usai, Guido Guglielminetti, il Maestro armeno Gevorg Dabaghyan giusto per citarne alcuni, sono fondamentali per il suono finale dei miei brani.

La sensazione che ho avuto dopo il primo ascolto è quella della realizzazione in musica di un bilancio di vita, una vetrina in cui emerge la saggezza derivante dall’esperienza? Ti ritrovi un po’ in questa immagine?

L’immagine di cui parli è senza dubbio il miglior complimento che tu possa farmi; tranne qualche volta in passato, non ho mai cercato il riff ‘ruffiano’ per andare incontro all’audience; piuttosto i miei testi sono l’espressione più sincera di quello che, alla mia età, rappresentano di più il mio modo di vivere e sentire le cose che ho intorno. Questo mi rende davvero libero di esprimermi al meglio, senza condizionamenti di nessun tipo, grazie anche alla lungimiranza della Black Widow Records che mai e in alcun modo ha posto delle condizioni nel compilare un album.

Come nasce l’idea di utilizzare un vecchio blues dei Quatermass?

Quasi per caso, nel senso che stavo ascoltando musica dei ’70 su youtube e, quando ho sentito il blues dei Quatermass sono rimasto folgorato, anche considerando le abilità vocali straordinarie di Tiranti.

E’ ipotizzabile una riproduzione live che possa vedere buona parte degli artisti presenti nell’album?

E’ il mio sogno da sempre, ma molto difficile da realizzare con i pochi mezzi che oggi sono a disposizione dei musicisti; viviamo un periodo di grandi ristrettezze economiche ma non dispero di trovare un produttore che sia in grado di organizzare una tournèe che possa definirsi tale, che immagino si possa fare nei teatri di tutta Italia e non solo. A questo proposito posso confessarti che sto scrivendo ‘’la sceneggiatura’’ (passami il termine) di un concerto che, oltre alla musica, contenga altri aspetti multimediali.

Come hai già anticipato l’album è nuovamente prodotto da Black Widow: in che formati è fruibile?

La Black Widow Records dapprima ha stampato il CD che contiene due tracce ROM (ascoltabili e visibili solo da computer). Poi è uscito il vinile a 33 giri ‘standard’ e in questi giorni è uscito il vinile a 33 in versione Limited che contiene oltre a gadgets di vario tipo anche un 7’’ con il Remix di Alessandro Siani e Leeroy Thornill (X-The Prodigy) e masterizzato agli Abbey Road Studios.

Molto suggestivo l’artwork: lavoro di gruppo o c’è solo la mano di Pino Pintabona?

Non ho dubbi nel rispondere a questa domanda: tutto merito di Pino Pintabona che ha scelto il grafico, l’impaginazione, il tipo di cartoncino, le foto e quant’altro; io mi sono semplicemente limitato a dare la mia sincera opinione durante tutte le fasi della elaborazione. Niente di più anche perché ritengo che ognuno debba fare il proprio lavoro con uno spirito di squadra molto intenso e piacevole.

Nel CD si trovano anche tre bonus, uno è un bellissimo video realizzato da Matteo Malatesta: quanto ti soddisfano gli aspetti visual nel tuo lavoro?

Matteo, vero talento genovese, ha realizzato tre prodotti ‘visual’. Il primo è il video di ‘’Three things’’ che ritengo molto coerente con le tematiche del breve testo e anche molto coerente con me. Poi ha realizzato un video con il remix di cui ho parlato prima con mio figlio Alessandro e Leeroy Thornhill e infine un trailer vero e proprio, con la presentazione di tutti i brani dell’album in forma sintetica ed efficace; questo mondo tra l’altro è un po’ lontano da me che preferisco concentrarmi sulla realizzazione del programma musicale ma riconosco senza difficoltà che è un veicolo importante per la promozione del mio album.

Nelle restanti bonus tracks (remix di uno dei brani del disco) si inseriscono due elementi importanti, tuo figlio Alessandro e… gli Abbey Road Studios: raccontami…

Alessandro è molto amico del grande Leeroy: di sua iniziativa ha ascoltato i miei brani, ne ha scelto uno (Black Angel’s Claws) e l’ha proposto per un remix a Leeroy appunto, che ha accettato di buon grado. Il risultato del loro lavoro, secondo me, è di assoluto valore e modernità, molto potente e originale. Per quanto riguarda gli Abbey Road Studio e chi ha fatto il mastering (Mr. Geoff Pesche) ti dico solo che non sono riuscito a trattenere le lacrime (di emozione) per aver potuto entrare negli studi più famosi del mondo e lavorare con professionisti che senza dubbio rappresentano il top per preparazione e professionalità.


Nelle note del CD ho trovato, ancora una volta, una citazione dell’Ospedale Gaslini di Genova: la solidarietà è ormai una costante nella tua attività di musicista…

Io ritengo di essere un uomo fortunato (nonostante le avversità e le contrarietà che mi si sono poste davanti durante il corso della mia vita) e credo che sia un dovere ancor prima che un piacere prendersi carico di problemi che riguardano i più piccoli e i più sfortunati, non è sufficiente che il musicista se ‘’la tiri’’ da filosofo di serie B e che denunci i problemi dal suo eremo senza mai affrontarli in prima persona, senza farsene carico.

Che cosa ci si può aspettare da Paolo Siani per il prossimo futuro?

Ultimamente sento il passare del tempo percorrendo una discesa sempre più ripida. Questa premessa per dire senza falsa retorica che sento la necessità di correre sempre più in fretta. Entro un mese o due registrerò in presa diretta l’ottavo brano del mio terzo album; sì, proprio così, gli altri sette li ho già quasi ultimati. Mi piacerebbe eguagliare i tre LP’s fatti dalla Nuova Idea negli anni ’70; ci saranno concerti ma solo alle condizioni che ti ho detto prima, e poi toccherà alla realizzazione della colonna sonora di un film mai girato. Consentimi di mantenere un po’ di riservatezza a questo proposito. GRAZIE.


TRACK LIST:
No One’s Born a Hero  5:51
Welcome Aboard   4:09
Black Angel’s Claws  6:40
Free the Borders  6:35
Rock Star  5:06
Post War Saturday Echo  7:25
Three Things  4:26
E’riu  6:22
Bonus CD ROM Tracks:
Three Things official Video
Black Angel’s Claws Remix
Black Angel’s Claws Remix (instr.)

LINEUP
Marco Abamo-el guitar
Ricky Belloni- el guitar
Marco Biggi-percussions
Federico Buelli-sax
Stefano Cabrera-strings arrangement
Andrea Calzoni-flute
Gevorg Dabaghyan-duduk solo
Diego & Fabio Gordi-choir arrangement
Guido Guglielminetti-el bass
Paul Gordon Manners-ac guitars & lead vocal
Carlo Marrale-ac & el guitars
Giangiusto Mattiucci-mellotron
‘’NUOVA ARMONIA’’ choir conducted  by M° Maurizio Ramera
Laura Capretti-soloist
Eva Feudo Shoo-cello
Roberto Tiranti-bass & lead vocal
Paolo Tognazzi-hammond organ
Giorgio Usai- hammond organ
Paolo Vacchelli-el guitar efx
Marco Zoccheddu-el piano & accordion

Mix Engineers: Marco Biggi & Marco Abamo at BMA Studio – Genoa Except for ‘’No one’s born a hero’’ recorded &mixed  at Falcon Studio – Montefiore Conca
Mastering: Elettroformati – Milan
Engineer  Alessandro ‘Gengy’ Di Guglielmo except for ‘’Black angel’s claws’’ mastered at Abbey Road Studios by Geoff  Pesche
Cover design: Alberto Boldrini
Executive producer for Black Widow Records: Pino Pintabona
Black angel’s claws Remix: L R P Thornhill & Alessandro Siani - Mixed at Fonologie Monzesi Studio – Monza by Max Faggioni
Mastered at Abbey Road studios – London - by Geoff Pesche
Thanks to:
Embassy of Armenia - Rome,  Armenian Cultaral Center in Venice Mr. Minas Lourian. Alessandro Siani for artistic supervision, Cavalli Musica.