sabato 16 gennaio 2021

Elvis: International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973


International Center, Honolulu, Hawaii, 14 gennaio 1973

Dopo una lunga assenza, Elvis Presley aveva fatto la sua riapparizione televisiva nel 1968.
Nel frattempo aveva adattato il suo stile alle clientele sofisticate di alberghi e casinò e ciò gli aveva consentito di trionfare anche sui palchi di Las Vegas.
Era l’artista più celebre al mondo ma ne lui ne il suo manager, il “Colonnello” Tom Parker, avevano intenzione di metter il naso fuori dagli USA.
Ecco allora l’idea totalmente nuova di un concerto trasmesso via satellite: con 2 ore di esibizione Elvis si sarebbe fatto ascoltare in ogni angolo del pianeta.

I risultati gli dettero ragione: gli spettatori furono più di quelli che avevano assistito allo sbarco sulla luna nel 1969 e in Giappone un incredibile 98% dell’audience televisiva si lasciò incantare da quell’americano trentottenne in abito attillato e candido che, dal palco di Honolulu, alternava veloci rock’ n’roll a strazianti ballate sentimentali.
Se un simile evento entrò subito nella storia, pochi si resero conto dell’inferno privato che Elvis pubblico in canzoni come “You Gave Me A Mountain”, “It’s Over” e “ I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams.
Qualche mese prima la moglie lo aveva lasciato per un altro uomo portando con sé la figlia.

Anche in compagnia di due miliardi di persone, Elvis Presley restava imprigionato nella “strada solitaria” da lui cantata in “ Heartbreak Hotel.



Il concerto in numeri:
-4 giorni di prove
-23 canzoni
-13 chili persi nella preparazione del concerto
-8000 gli spettatori presenti all’ Honolulu International Center
-85000 dollari raccolti per la ricerca sul cancro
-1 milione di dollari il compenso di Elvis Presley
-2,5 milioni i costi di produzione
-1,1 miliardi gli spettatori in tutto il mondo

(Note estratte da una raccolta di Mark Paytress)


venerdì 15 gennaio 2021

Nel ricordo di Captain Beefheart



« Non voglio vendere la mia musica... vorrei regalarla, perché da dove l'ho presa non bisogna pagare per averla. »(Don Van Vliet).

Il 17 dicembre del 2010 ci lasciava Don Van Vliet, meglio conosciuto come Captain Beefheart
Van Vliet soffriva di sclerosi multipla, malattia che divenne aggressiva negli ultimi anni della sua vita, passati nel sud della California. Aveva 69 anni. 

Per ricordarlo ripropongo un post di qualche tempo fa.

Leggendo una delle biografie di Frank Zappa il nome di Don Vliet emerge in continuazione.
L’immagine che traggo dal libro è quella di un genio, stimato enormemente da Zappa (non mi sembra una cosa frequente), confusionario e sconclusionato, forse incompreso.
Autoritario, accentratore, capace di “rinchiudere” in casa la sua band, per otto mesi, periodo durante il quale gli manca l’ispirazione.
Ho iniziato ad interessarmi a lui e alla sua musica e ho preso dalla rete un po’ di notizie che propongo a seguire.

Captain Beefheart, pseudonimo di Don Van Vliet, nasce a Glendale, in California, il 15 gennaio 1941.
Cantante, musicista e pittore, è tra i precursori e maggiori esponenti del rock sperimentale statunitense.
Personaggio fra i più pittoreschi che la storia del rock ricordi, Captain Beefheart, nemesi di Frank Zappa, con il suo peculiare rock-blues ha firmato alcuni capolavori degli anni ’60 e, forse, dell’intera musica rock.
Troppo lontano dalle classifiche per poter essere considerato dal grande pubblico, la sua produzione appare in crescendo, per raggiungere il culmine nel 1969, con lo straordinario Trout Mask Replica.
Musicista completo, dotato di mezzi espressivi inusitati e di una fantasia che trascende i generi, realizza nel 1965, “Mirror Man” , nel quale la sua arte risulta ancora in uno stato embrionale, con una forte matrice blues.
Il suo primo capolavoro, anch’esso omaggio al blues, è datato 1967.
"Safe As Milk" può essere considerato tranquillamente uno dei massimi capolavori della storia del rock, in virtù di una varietà di stili che si dipanano in un unico disco.
In un certo senso appare il punto di partenza e di arrivo di tutto il rock delle origini, musica totale nel vero senso del termine.
L’album passa da brani spiccatamente blues sino ad arrivare ai primi vagiti dell’hard-rock , utilizzando frasi musicali sconnesse, canto killer, violino lamentoso, gusto per i contrappunti, manipolazioni elettroniche .
A questo si alternano frasi più melodiche ,fraseggi di chitarra sconnessi e suoni quasi esotici .
Nessun brano sembra predominare sull’altro, sono tutti piccoli gioielli di musicalità e genialità, che sembrano aprire la strada ad un rock diverso, ben altra cosa rispetto a ciò che si suonava in quegli anni.
Beefheart, infatti, ripartiva dalle stesse origini musicali di certi suoi coetanei (Byrds e interpreti dell'acid rock di San Francisco e di Los Angeles, ma li rivisitava con una genialità tutta sua.
I brani di questo album diventeranno tutti dei classici del rock, ma sembrava che Beefheart li intendesse solo come prove generali di qualcosa di molto più importante.
"Trout Mask Replica" uscirà nel 1969 ed avrà lo stesso effetto di un colpo d’ascia in un mare di ghiaccio.
Il disco è l’esatto contrario di tutto ciò che la logica, il buon gusto e il buon senso musicale potessero suggerire.
Non è solo un esperimento musicale, una pura trasgressione, un’ode al caos.
E’ il tentativo di ripristinare un nuovo ordine musicale, facendo a brandelli tutto ciò che in precedenza fosse stato inventato.
Rumore e dissonanza ovunque.
Ne deriva un’opera impossibile ed inconcepibile, specialmente se osservata muovendo dagli stilemi classici del rock.
Melodia e ritmo vanno per conto loro, ogni musicista ha la massima libertà espressiva.
In questo si riscontrano non pochi parallelismi con certo free-jazz.
Al pari di "Safe As Milk", nessun brano predomina sull’altro.
Il disco deve essere considerato come un unico blocco di canzoni, nel quale hanno rilevanza anche le performance vocali ,come quelle strumentali e distorte, passando per brani di difficile catalogazione.
Di indubbio minore impatto le successive prove di Captain Beefheart, che, incompreso dal grande pubblico, si ritirerà a vita privata, dedicandosi alla pittura.
L’arte di Beefheart farà non pochi proseliti, e sarà fonte d’ispirazione di molti musicisti a venire.
All'inizio, la sua carriera di pittore venne vista dalla critica come l'ennesima trovata egocentrica di un musicista rock.
Col passare degli anni, però, i suoi dipinti (così come con la musica), sono stati reputati molto innovativi ed alcune sue opere sono state esposte in musei molto importanti (su tutti il MOMA) e vendute a prezzi particolarmente alti.





giovedì 14 gennaio 2021

Il dramma di Adriano Urso

Sono rimasto molto colpito da questa storia di cui oggi hanno parlato e scritto tutti i media e riguarda un dramma non per tutti evidente, quello che relativo alla perdita della dignità conseguente alla mancanza di lavoro, anche se la tragedia che ha colpito Adriano Urso non pare strettamente legata a problemi economici. E quando passione e attività primaria coincidono, il non poter alimentare una delle due componenti porta ad un disagio che pare privo di confini.

Adriano era un pianista jazz molto noto ed era considerato, insieme al fratello Emanuele - conosciuto come King of Swing, anche lui jazzista - uno degli artisti più talentuosi del panorama romano.

Ho avuto modo di ascoltare una breve intervista che oggi ha rilasciato Emanuele, dalla quale emerge un quadro familiare ben preciso: “ragazzi” antichi i due fratelli, probabilmente fuori dal tempo sin dal periodo scolastico, lontani dalle mode del momento e amanti della musica del passato, così come di tutti quegli aspetti che potrebbero tranquillamente definirsi retrò.

Utilizzo di auto d’epoca, vestiti di un’altra epoca, linguaggio di un’altra epoca.

Abituato ad esibirsi quotidianamente in differenti contesti, Adriano aveva all’improvviso perso la sua musica la scorsa primavera, ritrovandola in estate ma rimanendo nuovamente senza da ottobre in poi.

Emanuele e Adriano Urso

Emanuele sottolinea come il vivere tutti assieme in una grande casa - immagino in famiglia - eliminasse l’urgenza immediata di avere entrate utili al sostentamento, ma il bisogno di incontrare la "sua" gente e alimentare lo status di “uomo che vive nella notte”, lo aveva spinto a trovare una sorta di impiego come “rider”, lui, diplomato in violoncello e laureato in Farmacia, un grande musicista, non solo un pianista… un musicista!

Fra gli appassionati uno ha ricordato:

«Quando suonava si stava improvvisamente zitti ad ascoltarlo».

È morto all’età di 41 anni, mentre cercava di consegnare cibo a domicilio, tradito dalla sua Fiat 750 d’epoca, costretto a spingerla inutilmente con l’aiuto di due passanti, sino a che il cuore ballerino - che il giorno successivo avrebbe dovuto essere oggetto di controllo - è scoppiato.

Un infarto, forse causato dallo sforzo fatto e dal freddo intenso che non gli ha lasciato scampo.

Morire, di questi tempi, non fa notizia, nemmeno se sei un giovanotto di quarant’anni, ma riesco a far mio il grande dolore di chi improvvisamente resta a mani nude, privato di ciò che ha di più importante, e se parliamo di musica e dintorni non si può chiudere gli occhi davanti ai tanti professionisti che, ultimamente, hanno perso… la professione.

Lascio agli esperti - politici, sociologi, scienziati e antropologi - la ricerca delle cause profonde, mi limito a prendere atto delle conseguenze e mi intristisco.

Quando la nebbia cala e offusca la mente la razionalità perde valore. Rivela un’amica di Adriano:

Prima di Natale mi hai scritto che d’ora in avanti avremmo suonato solo per noi, che anche con la fine dell’epidemia non sarebbe cambiato nulla. Senza musica eri perso, vedevi tutto nero”.

Ecco chi era e cosa era in grado di fare…





mercoledì 13 gennaio 2021

Aretha Franklin-Los Angeles, 13-14 gennaio 1972


Aretha Franklin

New Temple Missionary Baptist Church, Los Angeles, 13-14 gennaio 1972

Farò un disco gospel per dire a Gesù che non posso portare questo fardello da sola

Qualcuno lo definì giustamente un matrimonio combinato in cielo. La regina del Soul ritornava alla sua chiesa.
Figlia di una cantante gospel e di un ministro del culto ben noto a Detroit, il reverendo CL Franklin, Aretha affondava profondamente le sue radici artistiche nel canto spiritual.
A 14 anni aveva inciso un album d’esordio intitolato The Gospel Sound Of Aretha Franklin, ma ben presto era stata tentata, complice il produttore John Hammond, dal mondo della canzone secolare.
Il successo commerciale arrivò solo alla fine degli anni ’60 con una serie di stupefacenti album R&B, dopodiché Aretha decise di ritornare alle origini per incidere quello che è stato spesso definito uno dei migliori dischi gospel mai realizzato. Accompagnata dal Southern California Community Choir, diretto dal vecchio amico di famiglia James Cleveland, la cantante registrò due concerti alla New Temple Missionary Baptiste Church di Los Angeles.

Come prevedibile, il grosso del repertorio consistette in reinterpretazioni di motivi tradizionali quali What A Friend We Have In Jesus o gli straordinari dieci minuti di Amazing Grace (che ispirarono il titolo del lavoro). Ma a rendere davvero indimenticabili quelle esibizioni fu la disinvoltura con cui vennero inserite in scaletta alcune celebri canzoni pop, in particolare You’ve Got A Friend di Carol King e Wholy Holy di Marvin Gaye, qui rivestite di una valenza tutta spirituale.

Verrà ricordato come l’apice della carriera di Aretha” dichiarò Hammond, che tuttavia non avrebbe più lavorato con lei.

Da “Io c’ero” di Mark Paytress.



lunedì 11 gennaio 2021

Black Spirit


Tutti i membri dei Black Spirit erano italiani che lavoravano in Germania, a Volksburg.
Formatisi nel 1970, tennero i loro primi concerti nel 1971, con un buon successo di pubblico.

Fu nel 1973 che decisero di registrare una demo su cui lavorare per sviluppare ulteriori idee, ma il nastro fu… sottratto dal loro tecnico del suono, Johnny Pesce, quando lasciò il gruppo, e il tutto si trasformò in album nel 1978, quando Pesce riuscì a farlo pubblicare da una etichetta specializzata in rock progressivo, la Brutkasten.

Negli anni Novanta l'album, intitolato semplicemente “Black Spirit”, fu ripubblicato da Kissing Spell nel Regno Unito e (su CD) da Ohrwaschl (Germania).

Le note sulla copertina contengono alcuni errori, dato che Pesce è accreditato come batterista (non suonava nella band ed era solo un tecnico del suono) e si evince che le registrazioni risalgono al periodo che va dal 1969 al 1978 (in realtà sono tutte del1973).
L'album rientra principalmente nel filone hard rock, in stile Black Sabbath, cantato in inglese e con alcune influenze rock-blues, molto lontano dal tipico suono italiano.

I Black Spirit continuarono a suonare fino al 1978, cambiando alcuni batteristi dopo che Piras lasciò il gruppo nel 1974, e realizzarono molti concerti, soprattutto nella zona di Amburgo. Intorno al 1974 suonarono anche in Danimarca e Norvegia.

Dopo lo scioglimento il bassista Giovanni Granato tornò in Sicilia, il batterista Gianni Piras rimase in Germania per continuare a suonare, mentre il chitarrista Nicola Ceravolo e il tastierista e vocalist Salvatore Curto si trasferirono in Norvegia.
Proprio in Norvegia Curto pubblicò, nel 1983, un album in stile disco/pop.

L'album è dotato di una copertina apribile ed è ora molto difficile da trovare ed è costoso, perché era stato ristampato in numero limitato.



Una ristampa in vinile uscì per l'etichetta inglese Kissing Spell nel 1994, con una copertina singola con un design diverso.



L'unica ristampa ancora oggi disponibile è su CD, dell'etichetta tedesca Ohrwaschl.


Tracce:

Crazy Times - 8:19
Punk Rock'n Roll - 6:30
Nicolino - 7:32
Who Are You? - 2:39
Old Times - 12:14

Formazione:

Salvatore Curto (voce, tastiere)
Giovanni Granato - (chitarra, basso elettrico)
Gianni Piras - (batteria)
Nicola Ceravolo Chitarra



domenica 10 gennaio 2021

Ricordando Jim Croce


Nasceva il 10 gennaio del 1943, a  Philadelphia, Jim Croce.
Croce fu un folksinger che divenne una rarità nel circuito folk di New York, dal momento che cantava semplici ballate "blues" che raggiungevano il cuore più che il cervello.
Dopo un album incerto registrato con la moglie, "Jim & Ingrid Croce" (1969), il suo talento sbocciò su “You Don't Mess Around with Jim” (1972) e con i singoli “You Don't Mess Around with Jim” e “Operator”.

Con "Life And Times" (1973) continuò su quella strada.
Croce ha scritto alcune delle più belle melodie dell’epoca e la sua maturazione era ancora in corso quando morì in un incidente aereo, in fase di decollo, il 20 settembre del 1973.
Una scomparsa prematura  (assieme al suo amico chitarrista Maury Muehliesen, con lui nel filmato a seguire), gli impedì di diventare ciò che Simon e Garfunkel erano stati per la generazione precedente.

Subito furono rilasciati “I've got a name” - che, registrato durante l'estate diventò disco d'oro -
 e la raccolta “Photographs and Memories”.

Moltissime le operazioni discografiche dopo l’uscita di scena, per cui non è possibile stilare una sua discografia completa.

Jim Croce resta uno degli ultimi menestrelli vagabondi che racconta storie di gente e di emozioni, e sa dividersi tra una melodica vena di malinconia ed il vecchio sogno americano.
Resta ancora oggi una vera e propria "icona" del panorama musicale americano e vanta una lunghissima schiera di affezionatissimi estimatori, Italia compresa.

I'v got a Name




sabato 9 gennaio 2021

DAVIDE CRUCCAS - “Ballate fra terra e cielo”

DAVIDE CRUCCAS

“Ballate fra terra e cielo”

2020 – GTCD006 – G.T. MUSIC 

Nella musica, così come nella vita, gli sforzi e l’impegno, alla lunga, dovrebbero ripagare.

Certo, ci vuole talento per comporre un brano musicale o far parte, come strumentista, di una band di successo, ma anche per diventare un grande chirurgo o un super carpentiere, servono attitudini, impegno ed esperienza.

Questo inizio, forse fuorviante, mi serve a sottolineare come Davide Cruccas - che non avevo mai avuto opportunità di ascoltare - abbia alle spalle una lunga gavetta fatta di sangue e sudore, sacrifici e perseveranza. Al mestiere di “cantautore” ci è arrivato per gradi, quasi in punta di piedi, dopo anni di blues nei pub piemontesi e performance da strada londinesi: nulla capita per caso.

Come ho più volte sottolineato negli ultimi tempi, la figura del cantautore ha perso -fortunatamente a mio avviso - il significato che fu il marchio di fabbrica dei seventies italiani, quel diventare bandiera di un movimento molto politicizzato, spesso un’élite che ha mantenuto tale status nel tempo.

Ma ogni rappresentazione espressiva è figlia del periodo in cui nasce e prolifica, e oggi riproporre tale modello antico attraverso forze fresche rappresenterebbe un ossimoro.

Molto meglio tornare all’etimologia del termine cantautore, che si può sintetizzare nella figura di chi costruisce e a seguire propone la sua creazione.

Cruccas mi ha convinto da subito attraverso la sua freschezza e genuinità, mi piacciono i suoi racconti, la sua verve, la sua malinconica linearità, ma è certo che tutto questo non mi avrebbe colpito se non ci fosse stata piacevolezza di ascolto, atmosfere accattivanti e una voce che resta impressa.

A fine articolo propongo una bignamica biografia estrapolata dal comunicato stampa ufficiale, ma proverò a descrivere, passo dopo passo, l’album che ho tra le mani, “Ballate fra terra e cielo”, rilasciato la scorsa primavera.

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Apre il disco “Storia di un cantante disoccupato”, una ballad veloce di facile appeal, autobiografica ma applicabile ad una marea di anime, musicisti e non: “Fin troppo semplice sentirsi miseri, io sono ricco e non si vede e non ho mai leccato nessun piede”.

Segue “Nelle mie tasche”, musicalmente impreziosita dall’intervento prolungato del violino. Capita che le salite che affrontiamo quotidianamente siano addolcite da porzioni di strada pianeggiante: sono quelli gli attimi in cui tutto appare sotto un’altra luce, la positività si fa largo tra le tante ombre oggettive e basta poco per arrivare a sfumature tenui, capaci di scacciare l’oscurità. Coinvolgente il ritornello: “Grazie per questa giornata di sole, per sempre la ricorderò, ho un libro nuovo e domani se piove di pagine mi coprirò, voglio cantare ma non ho parole, domani le inventerò…”.

Come Charlie Brown” racconta di sogni disattesi e di progetti che non si sono realizzati, ma la delusione non demolisce i sani principi ed essere considerati un loser non è la peggiore delle cose se si posseggono determinazione e testardaggine, come accade  da sempre a Charlie Brown: “Solo, sei rimasto solo come Charlie Brown, credi ancora agli aquiloni e perdi al volo tutte le occasioni; forte sei rimasto forte come Charlie Brown, credi ancora nella gente e non cadrà la tua stella perdente…”. Pezzo musicalmente melanconico che rispecchia il tema proposto, sonorità acustiche delicate che lasciano addosso un mood nostalgico.

Un altro inverno” tratta il tema della lontananza rispetto ad affetti e alla terra amica, nella ricerca di sé stessi e della realizzazione personale, o forse solo della comprensione dei propri desideri reali, non sempre comprensibili: “Passerà un altro inverno sopra l’autobus delle sei, passerà un altro giorno che oggi smetto e non smetto mai, passerà un’altra notte sveglio presto pensando ai guai…”. Un gradevole arpeggio iniziale dà il via ad una ritmica che ben rende l’idea del movimento, con un virtuoso gioco vocale finale che evidenzia le skills dell’autore.

Quando si guarda indietro, al tempo passato, viene automatica la ricerca del bilancio e spesso nasce naturale la domanda: “Che me ne faccio” … delle stesse risposte alle solite domande: “Che me ne faccio, dicevi, di questi 20 anni, e ridevi, ridevi, poi alzavi il braccio alla luna, brindavi, che favola eri…”. Arrangiamento sontuoso per un brano riflessivo e stimolante per la mente.


Siamo ancora vivi” rispolvera il passato blues di Cruccas e affronta il problema di chi è costretto a lasciare la propria terra per “provare a vivere”: “Eravamo stanchi, coi vestiti sporchi, in balia dei venti tra i capelli bianchi, fermi in mezzo al mare… ci odieranno, ci useranno, non avremo niente ma saremo vivi… ci hanno tolto tutto ma siamo ancora vivi…”. Sonorità lancinanti per un tema drammatico che la musica può solo sottolineare.

Ballata fra terra e cielo” fornisce altri spunti interessanti ed evidenzia la caducità delle nostre vite, quelle che nell’età dell’illusione viviamo come se il futuro fosse un presente replicabile all’infinito, salvo poi capire che così non è, come accade al protagonista della canzone che trova la saggezza nel momento della maturità e nel confronto con un padre, un tempo, forse, difficile da comprendere:  “Passeremo sopra a questo mondo, la sciocchezza di un momento, si sorride e si va via, qualche sogno resta nel cassetto, vecchi amori dentro al petto e finché batte siamo qua…”. La musica prende un altro andamento, tra folk e prog, un connubio che riporta alla combinata PFM/De André.

Sogni sbagliati” sono quelli che, spesso, caratterizzano gli inizi di un percorso, quando non si ha coscienza delle prove a cui si sarà sottoposti cammin facendo. Basterà una fotografia per alimentare i ricordi e accorciare spazi temporali immensi e a quel punto verrà voglia di fuggire dal dolore che un frammento del passato è in grado di causare: “Passa un ricordo e mi porta via, ho le ginocchia sbucciate medaglia al valore al mio dire la mia…”. Melodia che può far sanguinare i più sensibili e virtuosi.

Chiude l’album “Il re della pioggia” una poesia conclusiva la cui bellezza lascio giudicare al lettore presentata a seguire in una forma basica, voce e chitarra:

https://www.youtube.com/watch?v=ypRi_6Bkp_o&feature=emb_logo


Concludendo… un disco carico di significati, musicalmente molto curato, semplice, diretto, rispettoso della forma canzone, un bilancio di vita in cui risulterà facile riconoscersi.

Aggiungerei non semplice, perché l’ascolto attento, tra musica e liriche, porta ad una razionalità che fa male, ad una dimensione umana votata all’insoddisfazione; i momenti di luce intensa, in linea generale, esistono, ma sono davvero poca cosa rispetto a quella nebbia che a volte cala e offusca la vista, un’opacità rispetto alla quale ci si trova spesso impotenti.

Potrà essere d’aiuto, in quei momenti, ascoltare una canzone? Beh, non sarà risolutiva ma diventerà comunque un nutrimento per chi ne usufruirà e una "testimonianza per sempre" per chi l’avrà creata.

Un bell’album per Davide Cruccas.


BIOGRAFIA SINTETICA

Da sempre appassionato di canto, con una voce potente ed espressiva, chitarrista autodidatta, un approccio musicale che spazia dal blues al folk alla canzone d’autore, Davide Cruccas decide di cimentarsi come cantautore nel 2008 con la produzione del primo EP.

Nel 2009 la passione per la musica lo porta a mettersi in gioco come busker per le strade di Londra, un’esperienza di tre anni nei quali espande il suo panorama artistico e registra una demo in lingua inglese, partecipa a numerosi open-mic e viene ospitato in diverse trasmissioni radiofoniche londinesi col suo trio folk-rock (chitarra, violino e fisarmonica).

Nel 2012 rientra in Italia continuando a portare in giro la sua musica in numerosi live, anche come opening act per artisti più affermati (Claudio Lolli, Zibba e Almalibre).

Dopo qualche anno di pausa ricomincia a scrivere nuovi testi, e nel 2019 decide di entrare nuovamente in studio per registrare l’album “Ballate fra terra e cielo”, contenente 9 brani.


TRACKLIST

01. Storia di un cantante disoccupato (03:49)

02. Nelle mie tasche (02:46)

03. Come Charlie Brown (03:40)

04. Un altro inverno (04:35)

05. Che me ne faccio (02:50)

06. Siamo ancora vivi (04:28)

07. Ballata fra terra e cielo (03:58)

08. Sogni sbagliati (04:02)

09. Il re della pioggia (02:38)

Prodotto da Davide Cruccas, Paolo Rigotto e Vannuccio Zanella, e distribuito da G.T. Music distribution, “Ballate fra terra e cielo” è disponibile in CD e in formato digitale.


Contatti e link utili:

davidecanta@gmail.com

www.youtube.com/davidecruccas

www.soundcloud.com/davidecruccas

https://www.facebook.com/cruccas.davide





giovedì 7 gennaio 2021

La Seconda Genesi


La Seconda Genesi fu un gruppo della provincia di Viterbo diventato celebre tra gli appassionati del prog italiano per uno dei più costosi (e ricercati) LP del genere, “Tutto deve finire” (Picci Records - Roma), pubblicato nel 1972 in sole 200 copie - tutte con copertina diversa -, che ha avuto una ristampa in vinile solo trent'anni dopo la sua prima uscita.

La band, fondata dal chitarrista Paride De Carli nel 1971, era formata da cinque elementi: oltre a De Carli, il tastierista e cantante Alberto Rocchetti, il fiatista Giambattista Bonavera (entrambi ex “Rokketti”), il bassista Nazzareno Spaccia e Pier Sandro Leoni alla batteria.

Interessanti le note di copertina del disco che spiegano il nome della band:

E se la notte e il grande silenzio cadessero ad un tratto su un mondo privo di qualsiasi forma di vita? E se il tempo trascorresse per millenni? E se infine l’ira di Dio si placasse e la sua mano tornasse a far risplendere il sole, ricreando ancora esseri umani fiori ed animali? Così fantasticando Paride De Carli e i suoi amici hanno trovato il nome col quale battezzare il loro gruppo, cioè: Seconda Genesi”.

Registrato presso gli studi Titania di Roma, l'album conteneva otto brani, tutti firmati da Bonavera e dai produttori Cassia e Lucchetti.

Era piuttosto breve (poco più di mezz’ora) e fu il risultato di un'unica session di otto ore in presa diretta in cui pare che durante certi passaggi il batterista non riuscisse neppure a sentire il resto della band. Una corsa al risparmio che però fu fortunatamente compensata da un eccellente resa acustica, e soprattutto da una veste grafica che fece epoca.
Nonostante la produzione non eccellente l'album è molto bello, con ottimo uso di flauto, organo hammond e chitarra in primo piano.



Lo si può considerare uno dei dischi più rari del progressivo italiano, quotato oggi sul mercato del collezionismo oltre 1100 euro, con una copertina che rappresentò il primo esempio prog dell’applicazione discografica di una classica tecnica underground che, opponendosi idealmente alla mercificazione seriale dell’arte, prevedeva per ciascuna stampa la smaltatura manuale di un cartoncino bianco in Kromekote con inchiostri di colore casuale e diverso, generando così esemplari unici e differenti l’uno dall’altro.

Negli anni ’90 è stato riscoperto e ristampato in CD e diffuso anche fuori dall'Italia, ottenendo un buon successo soprattutto in Giappone.

Nella breve storia il gruppo partecipò ad alcuni festival pop, tra cui quello di Villa Pamphili in cui presentò l'intero album, ma furono penalizzati da una promozione modesta e tornarono rapidamente nell’anonimato.

Ascoltiamolo...


Tracce:

Ascoltarsi nascere - 5:35
L'urlo - 4:41
Se Ne Va Con Noi - 2:36
Vedo Un Altro Mondo - 3:38
Dimmi Padre - 8:02
Breve Dialogo - 1:14
Giovane Uomo - 1:54
Un'infanzia Mai Vissuta - 3:25




martedì 5 gennaio 2021

CROMOLUX-“Dust Of The Time”


Commentare il progetto dei CROMOLUX mi riporta all’essenza della (M)usica, alla passione vera, alla sfida contro tutto e tutti pur di alimentare necessità basiche, alla voglia di creare e condividere.

La zona di “lavoro” è quella di Alba e dintorni e la storia che viene presentata in questo articolo profuma di un basso Piemonte che regala soddisfazioni da ogni punto di vista, un tessuto sociale molto attivo in cui nasce una band che, dal 1983, non ha mai cessato la propria azione.



L’intervista a seguire, realizzata col batterista Enzo Patri, permette di entrare nei rivoli di un’incessante attività che, nel tempo, ha assunto una dimensione sempre più professionale e autarchica, tanto che il nuovo album, “Dust Of The Time”, nasce e viene rilasciato come produzione propria, ad eccezione del mastering finale.

A fine chiacchierata viene fornita la modalità che permette di acquisire l’album, tenendo conto che la stampa del CD prevede, come nelle occasioni precedenti, un numero limitato di copie che verranno regalate a chi lo richiederà anche se, nel caso specifico, le eventuali donazioni saranno devolute in beneficenza.    

Vediamo qualche nota generica partendo dalla sintesi del mio feeling successivo all’ascolto.

“Dust Of The Time” è una cartolina sonora che riporta al passato, una sorta di pop di estrema qualità che rispecchia i tempi di avvio della band e che ha mantenuto il mood di quei giorni, capace di lasciare in tutti quelli che hanno vissuto quel periodo una devastante - almeno per me - nostalgia.

I brani, presi singolarmente, potrebbero vivere di luce propria, ma approfondire la proposta porta ad avere una visione concettuale che è poi quella di Biagio Cairone, autore della quasi totalità delle liriche, pensieri che riportano al quotidiano che, per un osservatore esterno quale io sono, presentano gli stilemi di un importante bilancio personale.

La lingua utilizzata è quella inglese, che è certamente di grande appeal, ma va segnalato che i testi sono stati pensati nella nostra lingua e solo successivamente tradotti. In ogni caso il booklet contenuto nel CD presenta la traduzione per ogni canzone.

Provo a delineare la scaletta, costituita da nove episodi, utilizzando il metodo step by step.


Si apre con “Desire” e arriva una significativa sorpresa, la vocalità di Cairone ricorda quella di David Bowie, così come l’atmosfera generale.

Un testo molto poetico che evidenzia la passione che nasce tra un uomo e una donna, un disegno che diventa struggente quando l’uso della chitarra elettrica tocca gli anfratti della psichedelia.

 

A seguire “Sign Of The Moon” e va segnalato come certi elementi “naturali” e quasi mistici (il sole, la luna) abbiano ruolo preminente nella narrazione, tanto da caratterizzare l’immagine di copertina.

Musicalmente parlando siamo al cospetto di una ballad quasi west coast che sfocia in un modus floydiano molto coinvolgente, mentre la luna diventa testimone di un atto finale, di un amore che scema, di una luce scomparsa, in attesa di un nuovo giorno.


Silent Walk” apre ad un mood distopico che è sentiero del disco.

We are sitting now on the edge of the sky, watching the life that’s moving under our feet; close your eyes, it’s only way to really see the truth, because tomorrow you know we’ll be gone from here”.

Ritmo lento e regolare, voce cavernosa e lungo assolo gilmouriano, il tutto a disegnare un’ambientazione tra sogno e angoscia.



Burned Man” sarebbe stata una potenziale hit in tempi remoti.

La sensazione che il tempo dei sogni sia finito e che, dopo tanti errori, non ci sia più la possibilità di voltare pagina: rimpianti e rimorsi tangibili sottolineati da un ritornello vincente e da arrangiamenti ad ampio respiro, dove i fiati contribuiscono alla creazione di uno spleen impossibile da tenere alla larga.

 

Rilevante il duetto vocale in “Fly”, pezzo acustico e intimistico, con un finale struggente che prende il largo, tra arpeggio di chitarra e tromba, un’ambientazione in un formato bianco e nero.

Un mondo visto dall’alto, col giusto distacco, con il cuore e la mente libera, in uno stato di moderata follia che annulla il pregresso e crea serenità: “I, here alone, in this madness of the fly I can see the clouds touch my legs, touch my heart”.

 

Melanconico è “1961”, un brano di oltre sette minuti che propone il tema della lontananza dagli affetti legata alla necessità di sostentamento: un treno che corre nella notte, tanti uomini tutti uguali pronti a scavare nelle budella di una montagna, il cuore rimasto nel luogo di origine ma con un obiettivo che mantiene vivi.

Meravigliosa la seconda metà del pezzo, completamente strumentale, sognante, capace di disegnare il concetto di viaggio, tra disperazione e speranza.

 

E arriviamo alla title track, “Dust of the time”, giustamente rappresentativa dell’intero album.

Ora lasciatemi tranquillo, io chiuderò gli occhi alla fine del giorno, abituatevi senza di me; ho vissuto tanto che un giorno dovrete per forza dimenticarmi, ma non crediate che io muoia, ma accade il contrario, che sto per vivere…”.

Non è mai facile decodificare i pensieri di chi scrive e lascio all’interpretazione personale questa “polvere del tempo”, un incedere musicale sontuoso che scava nelle profondità dell’ascoltatore virtuoso.

L’utilizzo, nel finale, di un apporto esterno estratto da un documentario della BBC dedicato a George Orwell, contribuisce concettualmente a sottolineare la necessità di eliminare quella nebbia che ogni tanto appare nelle nostre vite, capace di incantare, di offuscare la mente e di allontanare la ragione.

 

Il brano numero otto si intitola “Raining Light”.

Anche in questo caso troviamo una dicotomia che divide il cantato dallo strumentale, rimarcando un’altra caratteristica del disco che è più tipica della musica progressiva, ovvero la proposizione di brani lunghi - un terzo superano i sette minuti - entro i quali è possibile abbinare il messaggio alla voglia di dilatare gli aspetti musicali.

Il concetto di “pioggia di luce” e di “gocce brillanti” in caduta libera conducono ad un pensiero positivo per il finale della storia.


La conclusione è affidata a “Red”, l’episodio più lungo.

Il colore scuro invade ogni angolo della terra, mentre ciò che tutti sognano è un mondo colorato, perché la nostra vita ha bisogno di tutte le sfumature esistenti.

Una chiusura che abbina la visione realistica alla speranza che ci sia ancora spazio per una completa libertà, quella di cui parla il protagonista aggiunto, Martin Luther King.

Una canzone che potrebbe essere un manifesto, capace di toccare il cuore e la mente.

Davvero un bell’album, alla faccia dei “musicisti nei ritagli di tempo”.

Un vero viaggio, un vero concept, un vero percorso fatto di parole importanti e di sonorità  significative.

Un piacere averlo ascoltato e averne scritto.

Per i dettagli rimando all’intervista realizzata con Enzo Patri, titolare della sezione percussioni.

 


Partiamo dalla band e dalla storia: come e quando siete nati, con quale obiettivo e cosa avete realizzato sino ad oggi?

Ci siamo formati alla fine del 1982 esibendoci per la prima volta dal vivo nel 1983. La formazione comprendeva due chitarre, tastiere, basso e batteria. Proponevamo alcune cover e brani composti dal nostro chitarrista Biagio. Alcuni testi erano in italiano e altri in un inglese un po’… improvvisato! Da allora Biagio Cairone, Ezio Bogliolo, Enzo Patri e Alberto Flori hanno continuato fino ad oggi a suonare con la denominazione CROMOLUX. Negli anni hanno fatto parte del gruppo, in aggiunta ai su menzionati, altri chitarristi, percussionisti, cantanti, fiatisti. Gli ingressi più significativi sono senz’altro stati quelli di: Paolo Ciliutti (chitarre e voce, durante i primi anni), Bruno Battaglino (voce e flauto per oltre una ventina di anni) e Alfredo Ottaviani (chitarre e cori dai primi anni 2000). Agli inizi degli anni Ottanta, poco più che ventenni, non ci ponevamo alcun obiettivo se non quello di suonare (soprattutto dal vivo). Da considerare anche che in quegli anni le documentazioni sonore sono rappresentate esclusivamente da alcune cassette audio con materiale qualitativamente molto scadente, per cui poco resta di quel prolifico periodo. Nel 1996 vengono registrati due brani nello studio di Emanule Ruffinengo (in seguito produttore e arrangiatore con Area, Pooh, Ornella Vanoni, Chick Corea…) poi pubblicati ufficialmente sulla cassetta “A place to survive”, panorama delle band del cuneese. Con l’avvento del cd e la possibilità di registrare a costi molto contenuti, la nostra produzione è avvenuta sempre in modo autonomo: “Finisterre” (2004), “Il confine” (2009), “Anima persa” (2015) e quest’ultimo “Dust of the time” (2020). Il tempo è trascorso ma noi abbiamo comunque sempre continuato a provare quasi una volta a settimana per il gusto di ritrovarci e penso che le motivazioni siano ben espresse da Biagio: “Se siamo ancora insieme è perché il piacere di suonare è per noi privo di velleità”, e da Ezio: “Il successo della nostra unione è dato dalla musica: abbiamo il semplice piacere di farla”.

 

Il nome che avete scelto per la band ha una motivazione precisa?

Nasce da un particolare tipo di carta tipografica usato negli anni Ottanta. A noi piaceva.

 

Da chi è composta la vostra formazione?

In questo ultima produzione da: Biagio Cairone (chitarre, voce, tastiere), Alfredo Ottaviani (chitarre, armonica, cori), Ezio Bogliolo (tastiere), Enzo Patri (batteria), Alberto Flori (basso). Come riportato nelle note di copertina i brani sono stati composti tutti da Biagio Cairone, così pure i testi, ad eccezione di “Fly”. Tutti gli arrangiamenti sono di Biagio, Alfredo ed Ezio.

 

Avete avuto nel tempo la possibilità di esibirvi dal vivo?

Agli inizi abbiamo fatto parecchi concerti, soprattutto in provincia. Erano gli anni che ad Alba non c’erano manifestazioni musicali e noi nel 1983 ci siamo inventati “RICCAROCK” in un salone parrocchiale a Ricca d’Alba. Verso la fine degli anni Novanta abbiamo ridotto notevolmente le nostre uscite. L’ultima è stata per il trentennale della band nel 2012. Abbiamo invitato a suonare sul palco molti degli amici che avevano collaborato, riproponendo una scaletta che ripercorreva un po’ la nostra storia.

 

Avete appena realizzato un CD di brani originali: quali sono i contenuti lirici?

Giro direttamente la domanda a Biagio. “I temi trattati sono spesso autobiografici: l’amore e i rapporti con gli altri, esperienze di vita e ricordi indelebili del passato. Sensazioni vissute di gioia e felicità ma anche di rabbia, malessere, confusione. Riflessioni sul mondo che ci circonda con i suoi colori, profumi, suoni, umori. Molte volte vengono citate la luna e il sole, ed è per questo che ho proposto agli altri la rappresentazione del sistema solare per la copertina”. Anche in questo CD, come già accaduto in passato, sono stati inserite sezioni con voci fuori campo: un estratto di un documentario della BBC su George Orwell in “Dust of the time” o la voce di Martin Luther King nella conclusiva “Red”.

 

Come definireste la vostra musica a chi non l’ha mai ascoltata?

Difficile da definire! Abbiamo iniziato suonando cover di rock e poi quasi subito Biagio ha incominciato a proporre brani propri; nella composizione è naturalmente influenzato da quanto ha ascoltato nei vari periodi. Ad oggi pensiamo che Biagio abbia composto la musica di almeno 200 brani di cui molti sono stati regolarmente provati e suonati. Generalmente i nostri pezzi possono essere etichettabili come Pop-Rock con derivazioni Prog, dove sono sempre presenti i testi ma viene concesso molto spazio alle parti strumentali con assoli di chitarre o inserti elettronici.

 

I testi sono in lingua inglese: da dove nasce la scelta?

Per parecchi anni nella band era presente un cantante che componeva i testi e li eseguiva in italiano. Da questo CD siamo tornati agli inizi, quando la voce era Biagio, che per l’occasione ha scritto anche i testi e ha preferito cantarli in inglese perché ha ritenuto che tale lingua sia particolarmente adatta all’impiego nel genere musicale che proponiamo. Sono stati scritti in italiano (infatti ci sono le traduzioni a fronte di ogni brano) e poi tradotti in inglese. Potremmo poi disquisire su come sia più facile cantare in lingue come l’inglese dove le parole sono spesso costituite da una o due sillabe, oppure come un termine breve possa racchiudere il significato di più parole in italiano, o, ancora, come le parole tronche (in italiano terminano tutte con una vocale…) siano più facili da cantare. Questo è però un discorso troppo tecnico in cui eviterei di entrare!

 

Nel progetto compaiono alcuni ospiti: sono collaboratori di lungo corso? Che ruolo hanno avuto?

Per la prima volta abbiamo invitato questi amici che hanno contribuito perché c’era necessità di una doppia voce femminile (Fabiana in “Fly”) e di fiati “veri” e non campionati (Matteo in “Fly” e “Burned Man” e Francesco in “Burned Man”).

 

Ho captato che siete molto autarchici e fate tutto in proprio, dalla creazione sino alla distribuzione passando per registrazione e arrangiamenti: precisa scelta o necessità contingente?

Per parecchi anni abbiamo pagato affitti in sale prove in condizioni spesso precarie, posti in cui portavamo gli strumenti ogni volta. All’incirca nei primi anni del 2000 abbiamo allestito una nostra sala, ricavata all’interno di un capannone industriale di proprietà di uno di noi. Questa è diventata la nostra “casa/studio” (disponibile solo ad un’altra band dove militano alcuni di noi) e l’abbiamo dotata di tutto ciò che serve per provare e anche per registrare in qualsiasi momento si decida di farlo. Non siamo quindi condizionati da giorni, orari, ecc. per cui con molta calma (un po’ di alcol, nicotina e molte parole…)  proviamo i vari brani e poi decidiamo quali possono essere registrati in multitrack digitale. Seguono tutte le fasi di missaggio, equalizzazione, sovraincisioni e naturalmente gli arrangiamenti che spesso sono suggeriti dopo i numerosi ascolti dei pezzi. Solo l’ultimo passaggio prima dell’incisione, il cosiddetto “mastering”, viene affidato a studi professionali per ottenere il master definitivo, sempre sotto il nostro diretto controllo. La distribuzione è la cosa più semplice: infatti i nostri cd (la stampa ne prevede almeno 300 copie) sono sempre stati regalati a chi ne ha fatto richiesta senza pretendere alcuna somma, salvo in alcuni casi, come quest’ultimo, per scopi benefici.

 

Anche l’artwork è molto curato e così il booklet annesso che presenta anche le traduzioni dei testi: chi ha seguito questi aspetti?

Abbiamo sfruttato la risorsa interna: Biagio, infatti è un grafico molto apprezzato in zona ed in passato ha collaborato alcune volte alla realizzazione di copertine di dischi e cd. Sua è la creazione della copertina dell’LP “Forse le lucciole non si amano più” (1977) del gruppo prog LOCANDA DELLE FATE. Abbiamo inoltre deciso per la traduzione dei testi in italiano perché ci pareva giusto dare importanza e accessibilità alle liriche scritte da Biagio. Nella realizzazione grafica ha collaborato anche Andrea, figlio di Biagio.

 

Come hai già indicato avete stampato un numero di copie limitato: come sarà possibile ascoltare “Dust of the time”?

Per un brano è stato creato un video (SILENT WALK) che si può vedere su Youtube   https://youtu.be/YPBwZWDLAt0. Le copie che non sono state ancora distribuite possono essere richieste su whatsapp al 3394479799. Le regaliamo, ma se qualcuno vuole fare un’offerta di almeno 5,00 euro, contribuirà alla raccolta fondi per la Comunità l’Accoglienza di Ricca d’Alba.