lunedì 18 settembre 2017

ALICE TAMBOURINE LOVER live: resoconto del concerto al Beer Room


La recente serata al Beer Room di Pontinvrea -15 settembre -, nell’entroterra savonese, mi ha permesso di scoprire qualcosa che non conoscevo, nel senso dell’accostamento dei generi, ovvero… prendi qualcosa di consolidato, mettilo assieme, miscelalo, e ti verrà restituito qualcosa di fresco ed inusuale. Ovviamente non accade sempre così!
Davide Pansolin, al vertice dell’associazione culturale VINCEBUS ERUPTUM, propone sempre novità interessanti all’interno del filone che più ama, quello della psichedelia.
In questo caso era di scena un duo, uomo e donna, compagni sul palco e nella vita: Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli, gli ALICE  TAMBOURINE LOVER.
Andando a ritroso, spinto dalla solita curiosità musicale, sono approdato agli ALix, band atipica in ambito rock blues che ha lasciato in eredità ben cinque album, e dalla cui ceneri è nata una nuova entità, minimalista solo apparentemente, perché ciò che riescono a produrre copre ogni possibile spazio, e mi riferisco ovviamente alla fase live, quella dove la presa diretta, almeno in questo caso, non presenta compensazioni tecnologiche.

Alice è ”the voice” e, volendo fare accostamenti facili e roboanti, mi è venuto naturale - visto il contesto e il genere - immaginarla nelle vesti di Grace Slick, perché esiste anche una vaga somiglianza fisica. E poi la voce è straordinaria! Ma non basta, Alice suona la chitarra e utilizza incessantemente il metronomo dell’ensemble, quel tamburello usato manualmente ai tempi di ALix e ora comandato… con il piede destro.
Gianfranco non ha il permesso di cantare - così lui racconta scherzosamente a fine concerto - ma si dedica a chitarra e dobro, con una discreta pedaliera effettistica che potrebbe sembrare minimalista se la si comparasse a quella di certi aspiranti guitar hero odierni, ma sicuramente ridondante se si fa riferimento al blues.

Ma che tipo di musica salta fuori dal mix a cui facevo accenno?
Beh, il rock blues è il punto di partenza, ma i due artisti bolognesi devono aver fatto incetta di elementi psichedelici, assorbendo quintalate di album di Grateful Dead e Doors, con un pizzico di follia canterburyana riconducibile al mondo di Daevid Allen.
Musica in loop, a tratti ipnotica, con ricerca di sonorità e distorsioni naturali, con un discreto spazio per l’aspetto visual ma con tanta sostanza, un blues a tratti “acido”, la cui voluta ruvidità è addolcita dalle trame vocali che caratterizzano ogni brano.
E’ questa la novità di cui parlavo, una dilatazione di qualcosa di radicato nel tessuto culturale comune a cui si applicano i canoni della trasgressione e del viaggio mentale e musicale, e quando tutto questo lo si riesce a portare su di un palco, e viene percepito dall’audience, nasce una sorta di magia che avvolge i presenti, e il rapporto tra pubblico e musicisti diventa osmotico, con l’instaurarsi di un dialogo reciproco, tacito ma percepito chiaramente.
Gli ALICE  TAMBOURINE LOVER - la cui discografia conta il rilascio di tre album, dal 2011 ad oggi - suonano per poco più di un’ora ma al momento del commiato la richiesta del bis diventa qualcosa di più di un atto dovuto, e si aggiungono così altri due canzoni.

Bravi, molto bravi, e per chi volesse approfondire indico lo loro pagina facebook e un medley della loro performance...



domenica 17 settembre 2017

Steve Winwood-“Winwood: Greatest Hits Live”


Il leggendario Steve Winwood - cantante, polistrumentista e produttore, ha rilasciato il 1 settembre “Winwood: Greatest Hits Live”, il suo primo album live come solista. 
Sarà disponibile nel formato 2CD / 4LP e il kit in vinile includerà anche la possibilità del download digitale.

Winwood: Greatest Hits Live” è una raccolta di canzoni provenienti dagli archivi personali di Winwood, una scelta tra i suoi tanti spettacoli dal vivo. Sono 23 le canzoni selezionate da Winwood, le più amate, e permettono di offrire ai fan un ritratto musicale definitivo che racchiude 50 anni di attività. 

Dice Steve: "Sono entusiasta del progetto perché è il sunto delle registrazioni effettuate nei molti anni di attività, ed evoca molti ricordi, sia delle performance che delle reazioni suscitate nei fan che mi hanno sempre sostenuto. Penso possa essere considerato anche un tributo ai membri della band e all'equipaggio che ho avuto fortuna di avere con me sulla mia lunga strada. Le canzoni sono state scelte tra quelle che hanno avuto più riconoscimenti emotivi, e quindi spero che il disco possa riportare gli ascoltatori a momenti felici vissuti durante uno dei miei spettacoli”. 

Il pacchetto intero del gatefold - 2CD / 4LP - presenta materiale raro e inedito che tocca tutti gli aspetti del vasto catalogo di Winwood, inclusi gli arrangiamenti contemporanei della musica creata con lo Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith, e le sue registrazioni classiche. R & B, Jazz, Funk, Folk, Classic Rock, Pop e Afro-Caraibi e ritmi brasiliani, evidenziano la capacità unica di Winwood di fondere più generi in un'espressione musicale singolare e coesa, ed emergono le sue enormi capacita di strumentista poliedrico. 

Tra i brani troviamo “Gimme Some Lovin’”, “Back In The High Life Again”, “Can’t Find My Way Home”, “Arc Of A Diver”, “Higher Love”, “Roll With It”, “While You See A Chance”, “Dear Mr. Fantasy”, and “The Low Spark Of High Heeled Boys“, canzoni senza tempo.

 Per più di cinque decenni e con oltre 50 milioni di dischi venduti - iniziò all’età di 15 anni -, la figura di Steve Winwood resta primaria nel mondo del Rock 'n' Roll, un innovatore che ha creato alcuni dei più celebri successi del genere, e le sue abilità come compositore, vocalist e polistrumentista lo hanno reso uno degli artisti più stimati in assoluto. Winwood, considerato tra i più grandi cantanti di tutti i tempi, è anche un pluridecorato, tra Grammy Award, dottorati e comparsate al cospetto della Regina Elisabetta e di Obama, senza considerare il suo inserimento - con i Traffic - nella Rock and Roll Hall of Fame. Ma lui prosegue il suo cammino senza esitazione, continuando a creare musica, nuova e coinvolgente, conscio di essere uno degli artisti più importanti e influenti di tutta la musica popolare.


Winwood: Greatest Hits Live
CD1
1. I’m A Man
2. Them Changes
3. Fly
4. Can’t Find My Way Home
5. Had To Cry Today
6. Low Spark of High Heeled Boys
7. Empty Pages
8. Back In The High Life Again
9. Higher Love
10. Dear Mr Fantasy
11. Gimme Some Lovin’
CD2
1. Rainmaker
2. Pearly Queen
3. Glad
4. Why Can’t We Live Together
5. 40,000 Headmen
6. Walking In The Wind
7. Medicated Goo
8. John Barleycorn
9. While You See A Chance
10 Arc Of A Diver
11 Freedom Overspill
12 Roll With It

venerdì 15 settembre 2017

Ricordando Richard Wright



Il 15 settembre del 2008 ci lasciava, a 65 anni, Richard Wright, uno dei padri dei Pink Floyd, tastierista e compositore dopo l'uscita dal gruppo di Syd Barret.
Lo voglio ricordare con un articolo trovato in rete in quei giorni…

"Si è spento ieri Richard Wright, co-fondatore e tastierista dei sempre e per sempre leggendari Pink Floyd, «dopo una breve lotta contro il cancro», così la famiglia, tramite un portavoce, ne ha dato l'annuncio, senza fornire ulteriori particolari, ma chiedendo il rispetto della privacy. Richard William "Rick" Wright (questo il nome completo), era nato a Londra 65 anni fa, unico nella formazione originale della band britannica a non essere originario della provincia.
Da adolescente frequenta brevemente il London College of Music, formandosi alla musica jazz. Ma l'esperienza dura poco e presto si iscrive ad Architettura dove incontra due dei suoi futuri compagni, Roger Waters, autore di tutti gli anni migliori della band, e Nick Mason.
Nel 1963 nascono i Pink Floyd.
Con Waters, Wright e Mason c'è anche Syd Barrett (morto il 7 luglio del 2006, a 60 anni, dopo anni passati a inseguire i fantasmi della propria mente), che in seguito viene sostituito dal raffinato David Gilmour.
Ed è proprio dopo l'uscita di Barrett dal gruppo che Wright ne diviene il compositore melodico, dando l'impronta decisiva ad alcuni fra i brani più famosi come "A Saucerful of Secrets", "Echoes", e "Shine on You Crazy Diamond".
Suoi anche alcuni fra i pezzi di maggior successo commerciale: le due canzoni dell'album "Dark Side of the Moon", del 1973: "The Great Gig in the Sky" e "Us and Them", e "Keep Talking", tratta da "The Division Bell "del 1994.
Impossibile, poi, non ricordare "Sysyphus", dell'album "Ummagumma", del1969, e "Summer '68 ", dell'album " Atom Heart Mother", del 1970.
Durante la registrazione di "The Wall", del 1979 scoppia la bufera: Roger Waters chiede a Wright di andarsene.
La causa è lo scarso rendimento, causato, lo accusa, da un eccessivo uso di cocaina.
Wright smentisce, ma se ne va anche se continua a suonare nei concerti del 1980 e 1981 che promuovono l'album, ma solo come musicista.
L'album successivo, "The Final Cut" (1983), dedicato alla memoria del padre di Waters, morto ad Anzio durante la guerra e ultimo disco della formazione originaria, è l'unico a cui Wright non contribuisce come autore.
Ormai è definitivamente allontanato da gruppo.
Nel 1984 forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee.
Ma il primo album, "Identity", è un completo insuccesso.
Nel 1987 viene chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di "A Momentary Lapse of Reason" e poi formalmente "reintegrato" a pieno titolo come membro del gruppo con l'album "Delicate Sound of Thunder "(1988).
Nell'album successivo, "The Division Bell" (1994), scrive cinque canzoni e canta "Wearing the Inside Out.

Incoraggiato dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica il suo secondo album da solista, "Broken China", in cui tra gli ospiti appaiono talenti come Sinead O'Connor, Pino Palladino e Tim Renwick.


Nel frattempo gli screzi e le battaglie legali per il possesso del nome sembrano aver irrimediabilmente allontanato Waters dagli altri musicisti e sembra quindi un piccolo miracolo vederli di nuovo tutti e quattro, nel luglio del 2005, sul palco del Live 8, in Hyde Park.
L'anno seguente Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour, per collaborare con lui ancora una volta, al terzo album da solista di quest'ultimo, "On an Island", suonando in due brani.
Erano proprio loro i propiziatori di una possibile, futura reunion dello storico gruppo al completo.
Ma ora ogni sogno è svanito per sempre".



mercoledì 13 settembre 2017

Marillon in avvicinamento...


Tra circa un mese i Marillion faranno tappa a Milano, seconda data italiana del loro tour mondiale: un po’ di storia…

Marillion nascono nel 1978 ad Aylesbury – Gran Bretagna - e s’ispirano subito ai grandi gruppi progressive degli anni settanta ed in particolar modo ai Pink Floyd, Jethro Tull, Yes e primi Genesis. Hanno all’attivo ben diciotto album in studio, compreso l’imminente F.E.A.R. (9 settembre).
L’album di esordio con la EMI – Script for a Jester’sTear (1983) -  ottiene risultati commerciali che confermano la straordinaria presa della band sul pubblico. Il secondo, Fugazi(1984), rinforza ulteriormente la reputazione della band, che si conquista inoltre i favori della critica. Nel 1985 esce Misplaced Childhood - con gli hit singlesKayleigh e Lavender -  che raggiunge velocemente la prima posizione in classifica in UK e i primi posti in tutto il mondo, vendendo più di due milioni di copie e risultando il disco di maggiore successo commerciale della band. Due anni più tardi arriva ClutchingatStraws (1987), le cui vendite si avvicinano al disco precedente, ma durante il tour Fish, il cantante, abbandona il gruppo. Nel 1989 arriva Steve Hogarth (noto anche semplicemente come "H") nel ruolo di voce e frontman del gruppo.  I Marillion pubblicano Seasons End (1989), Holidays in Eden (1991), Brave (1994), in cui molti vedono il primo capolavoro dell'era di "H", Afraid of Sunlight (1995), This Strange Engine (1997) e Radiation (1998). Durante tutti questi anni i Marillion sono alla costante ricerca di nuovi suoni, cercando di non fossilizzarsi mai sul passato e provando a non ripetersi mai, continuando però a creare musica toccante e creativa, indipendentemente dal successo commerciale e non volendo rimanere imbrigliati all'interno dei confini di un genere.
Dal 1997, i Marillion comprendono per primi l’importanza di Internet e l'uscita dell'album marillion.com del 1999 fa da manifesto al lancio sia del nuovo sito web che dell'etichetta discografica. È inoltre rivoluzionaria l'idea di chiedere ai fan di finanziare i costi di registrazione del loro disco successivo, preordinandolo con 12 mesi di anticipo. L'operazione conquista i titoli delle testate giornalistiche più importanti nel 2001, ponendo le basi con dieci anni di anticipo all’ormai popolare crowdfunding. Più di 12.000 fan aderiscono all'iniziativa e un accordo supplementare viene raggiunto con la Emi per la distribuzione sul mercato mondiale dell'album Anoraknophobia.
Il tredicesimo lavoro della band, lo straordinario Marbles, viene pubblicato senza il sostegno di alcuna casa discografica. Il risultato vale l’attesa perché è considerato da molti addirittura come il loro più grande disco e anche la critica lo acclama come capolavoro. Il relativo singolo del 2004, You'reGone, arriva in settima posizione nella UK Singles Chart.
Il 9 aprile 2007 la band pubblica il quattordicesimo lavoro in studio, Somewhere Else, che segna il ritorno dei Marillion nella Top 30 inglese piazzandosi al 24º posto.
Il quindicesimo, intitolato Happinessis the Road, viene pubblicato il 20 ottobre 2008. Il 2 ottobre 2009 ARRIVA il 16º, LessIs More, una raccolta di brani rivisitati in chiave acustica e con nuovi arrangiamenti. Poi con Sounds ThatCan't Be Made, edito il 18 settembre 2012, la band torna a materiale totalmente inedito e riceve unanimi consensi da pubblico e critica, vincendo nel 2014 il premio Prog Awards come “Band dell’anno 2013” e nel 2015 come migliore “Evento Live 2015”.



domenica 10 settembre 2017

Il Cerchio d'Oro-"Il Fuoco sotto la Cenere"


A distanza di quattro anni dal pluridecorato “Dedalo e Icaro” (2013), Il Cerchio d’Oro propone il terzo episodio della sua più moderna vita musicale, quella che nel nuovo millennio ha visto nascere “Il Viaggio di Colombo” (2009), e ora il nuovissimo “Il Fuoco sotto la Cenere”.
Una cadenza ben precisa - quattro anni tra i vari episodi - che è dichiaratamente non voluta, frutto del contrasto tra l’enorme peso realizzativo che si cela - ai più - dietro ad un album di tale spessore e la mancanza di tempo che esiste quando la musica è passione e non mestiere.
Il nuovo album, targato ancora una volta Black Widow Records, presenta analogie concettuali rispetto ai lavori pregressi, ma anche novità legate a volontà precisa e ad atti organizzativi obbligati, come ad esempio la modifica della line up, che ha portato un nuovo combustibile, non migliore, diverso.

Ancora una volta un concept. Dice uno dei fondatori, Franco Piccolini:  “Non è un concept tradizionale, ma gli argomenti sono tutti collegati tra loro, una serie di favole, come si leggono ai bambini prima di dormire, ognuna diversa, ma tutte legate dallo stesso denominatore comune, il fuoco sotto la cenere, un fuoco reale o metaforico, pronto ad esplodere…”.

Sei brani inediti a cui si è aggiunta una cover a tema, di Ivan Graziani, “Fuoco sulla collina”, inizialmente concepita come possibile 45 giri, ma successivamente diventata parte integrante del disco, un omaggio al cantautore abruzzese a venti anni dalla sua scomparsa ma, a ben vedere, perfettamente dentro al tema proposto.
Per tutti i dettagli dei crediti ed un commento della band ai contenuti delle varie tracce rimando al seguente link: CREDITI E COMMENTO AI TESTI


Il sound generale suona come il tipico brand del Cerchio - a mio giudizio, questo, elemento di gran vanto -, con una creazione di parti vocali che non credo abbiamo pari nel prog attuale, dove le vocalizzazioni dei fratelli Terribile (altri due fondatori del gruppo) avvolgono la voce prettamente hard rock di Piuccio Pradal, e dove i lunghi brani, molto articolati e complessi, incontrano la melodia che addolcisce gli elementi tecnici esasperati, tipici del genere.
Ma a questa etichetta di fabbrica si aggiungono le novità a cui accennavo, prima fra tutte l’innesto di un nuovo chitarrista, Massimo Spica, capace di dare un contributo fondamentale sia in fase compositiva che di arrangiamento, e con lui il Cerchio trova per la prima volta la stessa chitarra che, dopo la registrazione, sarà presente anche nei live.
Vale la pena sentire il suo pensiero perché fa riflettere sul modo di creare musica al giorno d’oggi, almeno per alcuni:

Situazione stimolante… ho avuto la fortuna di arrivare nel “Cerchio” diversi mesi prima della concezione dell’album, per cui ho avuto il tempo di acclimatarmi, e ciò che mi ha più stimolato è che dall’inizio ognuno di noi aveva dei colori da portare che si sono successivamente mischiati, ed è nato un effetto domino creativo che ha portato a trovare gli incastri giusti; nel prog c’è molto cuore e in questo disco ce n’è tanto, ma è anche importante l’aspetto cerebrale, se non è esagerato, e tutto questo è nato proprio nel lavoro di gruppo, fatto in sala prove, assieme dall’inizio, in uno status dove non dovevi seguire un copione scritto da altri ma il tutto nasceva ed evolveva all’interno della collaborazione reciproca.”

Altro aspetto importante e la cura degli arrangiamenti musicali, ad opera di tutta la band, ma con il contributo importante di Simone Piccolini, co-tastierista, ovvero la freschezza inserita nel contenitore dell’esperienza. Simone e Franco, due tastieristi, una scelta anche coraggiosa… qualcuno ha detto: ”Quattro tastiere accese, non è facile trovare suoni che sono complementari… il gruppo con due tastieristi potrebbe spaventare, sia il chitarrista che il pubblico, e invece…
Beh, due elementi nuovi in un ensemble musicale portano obbligatoriamente aria nuova, e “Il Fuoco sotto la Cenere” non sfugge alla regola.

Sempre restando nel campo dei “suoni”, dai credits si osserva come l'apporto del fonico storico Enzo Albertazzi sia stato circoscritto, ma il suo lavoro di missaggio ha richiesto un impegno enorme, proprio nel tentativo di ricondurre il tutto al marchio tipico del Cerchio, che forse nessuno conosce bene come lui.
Rimanendo in tema di collaborazioni consolidate, si rimarca il ruolo di Pino Paolino che ha condiviso con Gino e Giuseppe Terribile il ruolo di paroliere.

Come accaduto per il disco precedente la band si è avvalsa di alcuni ospiti importanti, anche se occorre sottolineare come le scelte del Cerchio siano sempre funzionali ai brani realizzati e non rivolte al nome di spicco.
Un esempio concreto riguarda il brano “Per sempre qui” - parole e musica di Giuseppe Terribile - che vede la partecipazione vocale di Pino Ballarini -, canzone che per ammissione dello stesso ex vocalist del Rovescio della Medaglia risulta calata su di lui come un abito da sartoria.
Gli altri due guest sono il batterista Paolo Siani e il tastierista e vocalist Giorgio Usai - ex Nuova Idea - che forniscono il loro contributo nel pezzo più rock del disco, “Il rock e l’inferno”, con tanto di citazione finale per i Deep Purple (“Space Truckin’”).

Il mio pensiero…
In fase di chiacchiera approfondita mi sono accorto ancore una volta come, anche tra gli addetti ai lavori, lo stesso lavoro possa suscitare differenti reazioni. E meno male!

Ho trovato “Il Fuoco sotto la Cenere” estremamente complesso, nel senso che ho provato ad entrare nelle singole trame e ho realizzato la difficoltà che esiste nel mettere in logica sequenza certe fughe, cambi di ritmo, modifiche repentine delle trame, incastri vocali.
Ma estrema articolazione può significare anche bisogno di tempo per una sicura metabolizzazione, laddove il termine “metabolizzazione” serve a sottolineare l’arrivo ad una buona confidenza con i brani. Per me è stato così, e solo dopo il terzo ascolto il disco mi è diventato completamente… familiare.

Del fatto che sia un disco marcatamente del “Cerchio” ho già detto, ma personalmente l’ho trovato più “vintage” dei precedenti, nel senso che ho percepito atmosfere tipicamente seventies che mi hanno riportato al prog basico, miscela di puro rock e raffinatezze da virtuosi.

Gli aspetti lirici sono estremamente attuali, partendo dall’unico fatto realmente accaduto, l’incendio londinese del ‘600 (“Thomas”, di Gino Terribile) per arrivare al brano di Graziani, metafore di vita… fuoco e cenere, elementi legati l’uno all’altra: il fuoco produce la cenere e la cenere testimonia che c’è stato il fuoco, conservando a lungo la brace, in modo che il fuoco possa nuovamente accendersi, ardere, essere ravvivato… ; è questo un concetto che permea il tracciato disegnato dal Cerchio, e riconoscere il quotidiano, il vissuto, appare estremamente semplice.

Curato il booklet - con i doppi testi - e una copertina a mio giudizio molto adatta al vinile di prossima uscita, con una sorta di gioco ad uso degli ascoltatori che potranno ricercare nel disegno di Stefano Scagni - da un’idea di Marina Storace - gli elementi che riconducono ai titoli del disco.

Il Cerchio d’Oro attuale mi dà l’idea precisa delle coppie al lavoro: una sezione ritmica e vocale unica (Gino e Giuseppe Terribile), un “padre e figlio” formato da tastieristi, coesi e complementari (Franco e Simone Piccolini) e due chitarre - acustica e solista - che cesellano (Massimo Spica e Piuccio Pradal) e che forniscono “I due poli”, il prog melodico contrapposto ad un duro rock. Ma il sunto risulta essere un lavoro in cui la squadra sopperisce alle naturali predisposizioni del singolo a cercare l’evidenza personale, unico metodo collaborativo da usare per dare il senso all’impegno di anni passati sul pezzo, verso un obiettivo comune.

A cercare il pelo nell’uovo un bipolarismo lo si può trovare anche nei modelli proposti nel disco, e se è vero che “Thomas” risulta essere rappresentativo dell’intero lato progressivo della band, “Fuoco sulla collina” propone invece l’immagine più pop, quella che ha contraddistinto per molti anni il cammino dei gemelli Terribile… mai niente arriva per caso, nemmeno le cover apparentemente riempitive!

Un album notevole, apprezzabile, un’altra pedina in una scacchiera in cui Il Cerchio d’Oro ha ormai trovato posizione in pianta stabile tra i grandi del prog nazionale.

Il Cerchio d'Oro-"Il fuoco sotto la cenere": crediti e commento ai brani


IL FUOCO SOTTO LA CENERE-I BRANI COMMENTATI DALLA BAND

1) Il fuoco sotto la cenere: un percorso intimo nella mente di una persona che, come succede a quasi tutti noi, si deve confrontare con le disavventure e le problematiche quotidiane e alla lunga non riesce più a trattenere la rabbia, la propria forza interiore e l'inquietudine che covavano nel proprio animo. 
  
2) Thomas, l'incendio di Londra: poco da spiegare... l'incendio distrugge ma alla fine permette di intraprendere nuovi percorsi e nuova vita. Il fuoco è reale, la cenere anche, ma da questa cenere, rinasce una possibilità... quasi un'araba fenice. 

3) Per sempre qui: un ipotetico personaggio (nel quale si è identificato lo stesso interprete del brano e insieme a lui molti di noi) che ha passato buona parte della sua vita fuori della sua terra, dei suoi affetti, in cambio di prosperità e benessere; ma alla fine, il desiderio di tornare alle sue origini, il suo "fuoco sotto la cenere" ha prevalso su tutto il resto e l'ha spinto a ritornare. Se vogliamo, una sorta di moderno "Ma se ghe pensu" meno drammatico, ma intenso! 

4) I due poli: Il bipolarismo è quasi un passaggio obbligato nei nostri racconti. Chi più di un bipolare ha due aspetti in perenne conflitto tra di loro? Un carattere è "sotto la cenere" e puntualmente si trasforma in "fuoco" scambiandosi il ruolo. Un percorso destinato ad essere irrisolto ed infinito! 

5) Il fuoco nel bicchiere: storia di una dipendenza (dall'alcool), il tentativo di allontanarsi da questo fuoco che purtroppo, affiora di continuo e sembra sconfiggere il protagonista, pervaso dalla malinconia e dalla consapevolezza di non riuscire a spegnerlo. 


6) Il rock e l'inferno: Il rock è associato nella mente di qualcuno a qualcosa di diabolico, infernale, ma è soprattutto una comunicazione, il trasmettere uno stato d'animo. Anche noi del Cerchio, seppure non più giovani, abbiamo dentro questa fiamma e, come nel caso di questo brano, spunta fuori sotto le sembianze di un rock incalzante che ricorda i vecchi tempi.

7) Fuoco sulla collina (Ivan Graziani, 1979): Ammonizione ai giovani a non cadere nelle facili illusioni. Il protagonista della canzone è un ragazzo che, preso da ardore, confonde i fuochi del campo con una fantomatica battaglia per una giusta causa. L’uomo del sogno (Ieri ho soganto un giardino…) è proprio Ivan che richiama il ragazzo alla realtà, e lo stridente contrasto tra l’ipotetica battaglia e il duro lavoro del campo ha un significato molto chiaro. Non bisogna perdere tempo in utopistiche lotte, spesso orchestrate dall’alto, ma lavorare sodo (come è il lavoro dei campi) per raggiungere obiettivi prefissati.  


giovedì 7 settembre 2017

Video intervista a Luciano Boero, impegnato nel "Farewell Tour"


Come è noto a chi segue le vicende della prog music italiana e oltre, il 2017 è l’anno in cui la Locanda delle Fate terminerà le esibizioni live, salutando nel modo migliore possibile i fan che da sempre la seguono.
E’ nato quindi il “Farewell Tour”, proprio nella ricorrenza dei 40 anni dall’uscita di un capolavoro del prog italiano, Forse le lucciole non si amano più”, che fu realizzato per la Polydor nel ’77, con la produzione di Niko Papathanassiou, fratello del più celebre Vangelis.

Ho incontrato Luciano Boero, uno di fondatori della band di Asti, e ne è scaturita una chiacchierata interessante in cui il bassista della Locanda ha sottolineato le motivazioni del tour di addio, lanciando qualche messaggio per il futuro…



2017 Farewell Tour
21 gennaio – Torino – Suoneria (Settimo)
25 febbraio – Milano – Casa di Alex
13 maggio – Verona – Club il Giardino (VR Prog Fest Lugagnano)
21 luglio – Lu Monferrato (AL) – piazza San Valerio
8 agosto – Martirano Lombardo (CZ) – Piazza Matteotti (RocKOn 2017)
23 settembre – Roma – Planet Live Club (Aspettando Progressivamente 2017)
7 ottobre – Genova – Teatro Govi
9 dicembre – Asti – Teatro Alfieri – THE END (l’ultimo concerto)

PROBABILI ALTRE 2 DATE OLTREOCEANO, DA CONFERMARE


Ricordando Keith Moon...



39 anni fa moriva Keith Moon, leggendario batterista di The Who: era il 7 settembre del 1978.
Nel 2007 ho visto il loro concerto di Verona, con Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, alla batteria.
Fantastico Zak, ma come dice Pete Townshend: “Zak non è Keith, per molti versi è meglio, ma non è lui ”.
Ho sempre immaginato il mitico provino a lui concesso dagli Who (allora Detours) già esistenti, dove con grande spavalderia si esibiva devastando lo strumento e convincendo tutti che era la persona giusta per riempire il vuoto lasciato dal batterista precedente.
Lo voglio ricordare oggi e per farlo utilizzo un sunto di quanto “rubato” nel sito “Drum Club”, portale dedicato alla batteria.
Il seguente articolo è tratto da Psycodrummer, una rubrica ideata per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali, ma anche umani e biografici dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.

Per il mondo della musica rock, Keith Moon non è solo il celebre “batterista pazzo” degli Who, scomparso a causa di una morte prematura.
Sul suo conto circolano ancora oggi numerose leggende al confine tra mito e realtà, molte delle quali alimentate dagli aneddoti fantasiosi riportati dallo stesso Moon.
Un personaggio esplosivo, nato per essere una rock star, un attore, una celebrità, un intrattenitore indiscusso.
Ma quale volto si nascondeva oltre la maschera del clown? E chi era realmente l’uomo dietro ai tamburi degli Who?
Nato il 23 agosto 1946, sotto il segno del Leone, Keith Moon cresce a Wembley, il sobborgo più conosciuto di Londra, in una famiglia benestante ed unita. Anche se trascorre l’infanzia in un ambiente protetto e amorevole (è molto legato alla madre), il piccolo Keith dimostra un temperamento impetuoso e inquieto sin dai primi anni di scuola. Un suo vecchio compagno di classe confessa: “A quei tempi non avrei mai pensato ... "un giorno questo ragazzo diverrà famoso", ma credevo piuttosto che prima o poi sarebbe finito in prigione, perché era sempre coinvolto in tutte le risse”.
In realtà, la costante agitazione e irrequietezza di Keith sono tipici indicatori di iperattività, un problema che lo accompagna attraverso l’infanzia e l’adolescenza.
I problemi di Keith adulto possono leggersi come le conseguenze di un’iperattività infantile non curata; questi disturbi lo portano alla depressione, all’abuso di alcool e droghe, a comportamenti antisociali e violenti e all’instabilità psicologica (Borderline Personality Disorder).
Su suggerimento medico i genitori decidono di distrarre il ragazzo con la musica.
Lo iscrivono alla banda, dove gli viene affidata la tromba; lo strumento non sembra il più adatto per il ragazzo irrequieto, del tutto mancante della pazienza necessaria per esercitarsi.
I musicisti della banda non gradiscono particolarmente le ilari improvvisazioni di un giovane Moon alla tromba, così: “Mi diedero dei soldi per andarmene” - racconta il batterista con ironia - “e fu lì che scoprii per la prima volta che grazie alla musica si poteva guadagnare del denaro!”.
Gerry Evans è un amico d’infanzia di Keith, vive nel suo stesso quartiere e lavora presso un negozio di musica. E’ un batterista, ed un giorno gli propone di provare il suo drum set. Gerry rilascia una vivida testimonianza di quella occasione: “Non aveva mai suonato la batteria e voleva essere subito come Buddy Rich e Louis Bellson: era come vedere un folle libero dietro ai tamburi. Non aveva nessuna idea di quello che suonava. In pratica colpiva tutto quello che gli capitava a segno, producendo un gran frastuono. Era orribile. Cercai di fermarlo ed insegnargli qualche rudimento, qualche paradiddle, ma era come parlare ad un pazzo. Voleva solo fare un gran casino. Pensai tra me e me che non sarebbe mai diventato un batterista, figuriamoci un batterista professionista”.
Nondimeno, Keith Moon, il ragazzino squilibrato cacciato da scuola a 15 anni, trova quel giorno la sua ragione di vita: suonare la batteria e diventare una rock star.
Si fa acquistare un drum set dai genitori, suona come un pazzo in garage e prende saltuari lezioni da Carlo Little, il potente batterista di Screaming Lord Sutch.
Il suo primo gruppo sono i Beachcombers, e propongono un repertorio di classici rock’n roll e surf.
Quando viene a sapere che i Detours, la formazione emergente più in vista nei club della nascente cultura mod di Londra, sono alla ricerca di un batterista, si presenta ai provini con un vestito sgargiante laminato in oro.
Per nulla intimidito dalla differenza di età (è più giovane di 3 anni rispetto al resto del gruppo), suona con quella violenza, spavalderia ed energia che, negli anni, sarebbero divenute il suo marchio di fabbrica.
Alla fine dell’audizione il pedale della gran cassa è rotto e l’asta di un piatto è rovesciata.
Non è ancora entrato nel gruppo e già ha provocato dei danni. I ragazzi lo confermano per i futuri concerti.
E’ l’inizio della leggenda della band chiamata “The Who”.
Gli Who raggiungono il successo con il singolo “My Generation”, nel quale cantano “Spero di morire prima di diventare vecchio”, profezia che Keith Moon seguirà alla lettera.
Le esibizioni del gruppo sono celebri per intensità e volume.
Townshend e compagni sono i primi a distruggere gli strumenti al termine dei concerti.
Il più delle volte un indiavolato Moon getta i suoi tamburi - grancassa compresa - tra la folla.
Gli Who inaugurano anche lo stile di vita delle rock star, in particolar modo durante le tournèe negli States, dove distruggono le camere degli alberghi in cui alloggiano, tanto che vengono banditi a vita dalla catena di hotel “Holiday Inn”.
Proprio Moon si dimostra il più scatenato dei quattro, e si rende protagonista di numerosi esperimenti con delle bombe esplosive.
La leggenda narra anche di una Rolls Royce guidata dal batterista fin dentro alla piscina di un hotel, durante il party del suo ventunesimo compleanno.
Keith diventa presto celebre per i suoi travestimenti, per le bravate e per i continui eccessi: stringe un’intensa amicizia con i Beatles - specialmente con Ringo Starr – e, per la sua natura scherzosa, viene affettuosamente soprannominato “Moon The Loon”.


Durante gli anni del successo, Keith non riesce a vivere lontano dalla batteria e dagli Who.
Per sua natura, si rifiuta di fare esercizio sullo strumento in luoghi che non siano il palco, la sala prove o lo studio di registrazione.
Nelle sue ville sono parcheggiate decine di automobili costose (anche se lui non ha la patente di guida), ci sono giochi e intrattenimenti d’ogni genere, si trovano droghe ed alcolici in abbondanza; ma non c’è una batteria montata.
Per lui la batteria va suonata solo in compagnia: odia studiare o suonare da solo, così i lunghi periodi in cui gli Who non si trovano in tournèe si dimostrano devastanti per il suo allenamento e per la sua forma fisica.
I lunghi show di due ore e più, infatti, nei quali Keith brucia le tossine e suda abbondantemente (fino a perdere 3 kg per volta), sono per lui una vera e propria palestra, che gli consentono di sostenere il ritmo di vita devastante costituito da party notturni e infiniti drink.
L’ombra dell’alcolismo minaccia la vita del ragazzo terribile.
Nella storia di ogni rock star morta giovane, esiste un episodio o un momento cruciale in cui l’ingranaggio del successo si rivolta contro il suo beneficiario, e determina l’inizio di un lento declino verso il baratro della distruzione.
Per Keith, questo avvenimento è rappresentato dalla tragica morte del suo autista ed assistente personale, Neil Boland.
E’ lo stesso batterista ad ucciderlo involontariamente - investendolo maldestramente con la sua lussuosa Bentley - nel tentativo di portarsi fuori da una cerchia di teppisti infuriati e minacciosi.
L’episodio fatale getta sull’animo di Keith - già provato dall’alcool e dalle numerose turbe psichiche - un senso di colpa opprimente e un’ombra di depressione e solitudine che resteranno sempre lontani dalla sua immagine pubblica, ma che saranno evidenti alle persone che gli staranno vicine fino alla sua scomparsa.
In seguito all’interessamento di alcuni medici, lo stato psichico di Moon viene definito “un caso limite di personalità disturbata” (Borderline Personality Disorder).
Questa particolare condizione psicologica, definita dallo psichiatra Adolph Stern nel 1938, designa un paziente che non solo è al limite tra sanità e malattia di mente, ma si trova anche al confine tra neurosi e psicosi.
Senza dubbio le sue relazioni con le persone attorno a lui sono instabili ed intense, caratterizzate da un’alternanza estrema di idealizzazione e svalutazione; più volte tenta il suicidio (in più di un’occasione si taglia i polsi per attirare l’attenzione dei suoi amici); è notoriamente insicuro e afflitto dalla paura di restare solo; è soggetto a scoppi di rabbia incontrollabile e a frequenti periodi di dissociazione.
Kim Kerrigan, che sposa il batterista nel 1966, quando lui ha 19 anni e lei solo 17 (ed è già incinta della figlia Mandy) è una delle poche persone che può dire di avere conosciuto a fondo tutte le diverse personalità di Keith Moon.



Le sue insicurezze di fondo e la sua paura di essere tradito e di restare solo, si manifestano in una forma di assoluta gelosia nei confronti della bellissima moglie, che nel corso degli anni deve anche fare i conti con i suoi violenti attacchi d’ira. “Quando mi innamorai di lui” - ricorda Kim - “Keith era dolcissimo e gentile, spiritoso e affettuoso. Con il passare degli anni, e con il sorgere del problema della dipendenza dall’alcool, il marito e il padre tenero divennero una persona violenta e gelosa. Quando Keith era sobrio, rivedevo in lui la persona di cui mi ero innamorata, ma quando beveva si trasformava in una sorta di mostro”.
Dopo liti furiose, tre nasi rotti e riconciliazioni varie, Kim progetta una fuga da casa (portando con sé la figlia Mandy) quando Keith arriva a minacciarla con un’arma da fuoco, mentre spara in aria e la insegue con gli “occhi insani di un assassino”.
Nel frattempo, la progressione di Moon nel consumo di alcool raggiunge un punto di svolta, passando dall’abuso alla dipendenza.
Nel 1972 consuma due bottiglie di champagne e due bottiglie di brandy al giorno - spesso anche di più - e comincia a miscelare questi due liquori nello stesso bicchiere. Dimostra anche uno dei più gravi segni di dipendenza dall’alcool, il bisogno di cominciare la giornata con un drink.
Gli anni successivi lo vedono impegnato nella lotta contro la bottiglia: nella sua vita si alternano periodi di forzata sobrietà (con ricoveri in cliniche ed ospedali) e periodi di decadenza ed abusi.
Durante la sua residenza in California, nel 1975, dove registra un fallimentare album solista (“Two Sides Of The Moon”) e dove abita insieme alla nuova fidanzata Annette Walter Lax in una casa sull’oceano, Keith sviluppa anche la dipendenza dalla cocaina.
Proprio quando il batterista, ormai gonfio ed irriconoscibile, decide di dare una svolta definitiva al suo alcolismo, un incidente spezza la sua esistenza a metà.
A stroncarlo sono - per assurdo - proprio dei farmaci prescritti per curare la dipendenza dall’alcool.

Ultima sera



Egli ingerisce in quantità eccessiva delle pastiglie di chlormethiazole, assumendone una manciata in seguito ad un pasto notturno a base di carne e brandy. La morte lo coglie nel sonno il 6 settembre del 1978, all’età di 32 anni.



Keith Moon è passato alla storia per il suo stile unico e indisciplinato, manifestazione della sua personalità deviata e non di tecnica batteristica. Un drumming istintivo, del tutto mancante di chiarezza e coesione, eppure esplosivo, energico e soprattutto inimitabile.
Tanto che, dopo la sua scomparsa, neppure Kenny Jones, Simon Phillips e Zak Starkey (il figlio di Ringo Starr) riusciranno a rimpiazzarlo compiutamente.
Nella sua follia, è un incredibile precursore: già sul finire degli anni ’60, Keith inaugura la mania dei drum set customizzati e personalizzati, pieni di piatti e tamburi.
Adotta la doppia cassa per ripicca nei confronti di un batterista che, in tournèe, esibisce un kit più grande del suo. Abolisce del tutto l’utilizzo dell’hi-hat (fatta eccezione per le registrazioni in studio) e, dal vivo, lo rimpiazza con un crash.
Ogni cosa eseguita da Moon è rivolta al fine di divertire ed intrattenere: dal vivo cattura l’attenzione su di sé e, come un abile alchimista, trasforma la sua incontenibile energia in ottima musica. Suona in piedi, gira le bacchette nelle mani e le lancia in aria, oppure si piega all’indietro sul seggiolino fino a novanta gradi, ancorandosi con le gambe alle casse.
I concerti degli Who sono il suo show personale. Il suo volto è una smorfia continua: linguacce, occhi sbarrati, espressioni da pazzo scatenato.
E poi…entra in apnea e parte in uno di quei suoi irripetibili e continui rulli orchestrali.
Nessuno sa ancora come riuscisse a suonare timpani, piatti, tom e rullante in un solo passaggio.
Quando, a metà degli anni settanta, Zak, il figlio di Ringo, gli chiede indicazioni su come suonare un tipico ed elaborato fill “alla Keith Moon” sul suo piccolo set con soli due tom, Keith risponde regalando al ragazzo uno dei suoi immensi drum set con mille tamburi, dicendo: “Suonali tutti in un passaggio e vedrai”.

Zak Starkey ricorda così il suo eccezionale maestro: “Era assolutamente a corto di tecnica e suonava completamente ad orecchio. Non sapeva cosa fosse un paradiddle, ma quando era in forma lasciava tutti a bocca aperta. Normalmente devi prima conoscere le regole per poi poterle infrangere. Bhe, non credo che Keith abbia mai imparato le regole, ma continuava a farle a pezzi”.
Ricorda John Entwistle, bassista degli Who recentemente scomparso: “Keith non teneva il tempo particolarmente bene” - osservando come, suonando il basso accompagnato da lui - “dovessi spesso stabilire una media tra quel che suonava con la cassa e quello che faceva sul resto del kit per comprendere il suo tempo. Se si sentiva depresso le canzoni suonavano lente, se era eccitato le canzoni erano velocissime”.
"Era eccezionale” - conclude Entwistle - “ma credo che lo sarebbe stato ancora di più se solo si fosse seduto dietro ai tamburi ed avesse dato più corda al suo talento. Ma lui non ha mai provato a chiedersi perché fosse così bravo. Era solo un batterista naturale”.

C’è una lezione che i batteristi possono assimilare dai vari aspetti della vita di Keith Moon?
Possiamo forse azzardare un “elogio alla follia”, una lode alla travolgente carica di entusiasmo e talento che in Moon prendeva il sopravvento sulla tecnica e sulla disciplina.
In un’era di drum machines, metodi didattici, batterie campionate e session man con caratteristiche seriali, la speranza è che qualche giovane drummer possa raccogliere anche solo un briciolo della sua eredità e, a distanza di quarant’anni, dimostri l’attitudine e la pazzia necessarie ad infrangere tutte le regole..

Ancora una volta, nel nome di Keith Moon.