domenica 21 gennaio 2018

Francesco Paolo Paladino-“Siren”


Francesco Paolo Paladino
“Siren”
Cantata Drammatica per Strumenti Marini

Mi appresto a commentare “Siren”, secondo atto della trilogia ideata da Francesco Paolo Paladino, dopo aver affrontato recentemente il primo episodio, “Ariae”.
Ancora una volta mi trovo davanti alla genialità dell’autore, innovatore e precursore dei tempi anche in fatto di modalità realizzativa, se si pensa che il suo utilizzo di collaborazioni in remoto risale a tempi non sospetti, quando internet era ancora un sistema in erba e sconosciuto alla massa.

Dopo l’aria arriva l’acqua, ed è lo stesso Paladino che, nell’intervista a seguire, ci racconta quale sarà il seguito, la fermatura del cerchio, oltre ad entrare in particolari relativi al presente, frammenti che mi sarebbe stato impossibile scoprire da solo.

Esistono a mio giudizio due modalità per l’ascolto. La prima fruizione un pò… “ignorante”, nel senso più vero - e non offensivo - del termine, ovvero un ascolto senza conoscenza, lasciandosi guidare dall’istinto, dalla pancia, dal sistema limbico, facendosi catturare dalle atmosfere, dal virtuosismo, dalla miscela di classicità e sperimentazione. Un viaggio ad occhi chiusi assaporando la bellezza estetica della proposta, sognando e risognando, inventando storie parallele, magari ripercorrendo strade abbandonate nel corso degli anni.

Ma sarebbe un peccato non cercare il vero significato, il messaggio, e una volta fatta chiarezza anche gli aspetti musicali cambiano contorno e sostanza.

Rumori del mare in un porto industriale di notte. Una sirena cerca la piccola figlia che ha perso. Il suo pianto emerge drammatico quando la ritrova in un container, ma il portale da cui è entrata si richiude automaticamente. Ritorna il rumore/silenzio industriale del porto. Strisciando, alcune sirene si radunano davanti al container dove Siren è rimasta intrappolata con la piccola figlia, e nel momento in cui rincuora ed assiste la piccola, comprende lucidamente quale sarà la loro fine, mentre il popolo delle sirene, al di fuori, intona canti di solidarietà”.

La mamma “… sfida l’uomo, sfida la legge assoluta, la cattiveria, l’avidità, la tossicità… cosciente del pericolo, cosciente della sorte che le spetta”.

Tutto questo si inserisce in un contesto attualissimo e le esigenze espressive di Paladino si sposano con l’attualità: SIREN” rappresenta il “mio aspetto femminile/materno di guerriero”, la dolcezza che sfregia più di una lama di rasoio. SIREN è il come avrei voluto una madre ed è come avrei voluto essere difeso da essa. SIREN è una “cantata” tutta femminile, una rivendicazione della forza femminile ed è una bestemmia contro l’insensibilità economico-sociale che riduce il nostro spazio vitale in dimensioni sterili”.

Va in scena un dramma, e con lo scorrere dei brani si acuisce la sensazione di solennità abbinata all’incedere tragico e a volte aulico, sino al silenzio totale che segue la muta disperazione.
L’ascolto, se si decide di lasciarsi coinvolgere, perde la dimensione temporale, il tutto agevolato dal susseguirsi delle tracce senza soluzione di continuità, e il mood onirico trasporta su una dimensione elegiaca che turba e smuove la coscienza.
Riduttivo parlare di musica, perché le componenti in gioco fanno pensare a qualcosa di più complesso, che necessita, forse, di sceneggiatura e proposizione teatrale: una storia, sentimenti ancestrali, suoni classici, voci sognanti, incastri sonori, sperimentazione e poi…. tante immagini che nascono dal nulla, in un contesto che l’artwork di Maria Assunta Karini contribuisce a dipingere a tinte vintage.

Tanti gli artisti che hanno dato contributo fattivo alla realizzazione di “Siren”, tutti evidenziati da Paladino nel corso dell’intervista.

Un altro lavoro mozzafiato, un nuovo album sofisticato e un pò elitario, ma la complessità delle proposte di Paladino non è la ricerca di una dimensione che debba giocoforza superare la normalità, non è eccessivo intellettualismo, ma piuttosto il raccontarsi attraverso tutte le forme d’arte disponibili, senza distinzione alcuna. L’incontro con il suo mondo non è poi complicato a patto che si decida di abbandonare ogni preconcetto per vedere… che cosa accade dopo: le risposte potrebbero essere semplici e sorprendenti.

Siren” è una storia antica, anche moderna, comune, ma… i mezzi usati per raccontarla fanno la differenza.
C’è un bene per la pancia ed uno per la mente, e questo disco - ma in generale tutta la musica di Paladino - appaga i sensi e al contempo l’intelletto.

Il terzo episodio - uscirà nel corso dell’anno - sarà quello di sintesi, aria e acqua che si trasformano in un nuovo contenitore musicale: e intanto godiamoci “Siren”, un lavoro pregevole e da condividere.



L’INTERVISTA

“SIREN” è la seconda tappa di una trilogia che nasce con “ARIAE”, Cd rilasciato pochi mesi fa: mi parli nei dettagli di questo nuovo capitolo?

Circa due anni fa ho iniziato a pensare ad un trittico musicale, qualcosa che potesse “disegnare i confini” del punto in cui ero arrivato. Passati i cinquanta è normale avere molto da ricordare! Io detesto ricordare, e la mia auto difesa era ed è continuare a creare, immergermi senza pensarci in nuove avventure. Ecco perché l’idea di una “trilogia” musicale non mi spaventava, anzi mi allettava. Da subito ebbi chiaro quali sarebbero stati i tre capitoli: “ARIAE” avrebbe descritto l’aria e la poesia dell’aria, una poesia fatta di minimalità, quasi eterea come appunto è l’aria. Il secondo capitolo avrebbe parlato dell’acqua e di storie d’acqua e così pensai a SIREN; il terzo capitolo - che sto terminando in questi giorni - avrebbe dovuto rappresentare il processo di “fusione” dell’acqua e dell’aria, della loro trasformazione in ghiaccio, e della trasformazione del ghiaccio nuovamente in aria e acqua: “ICEREPORT”
“SIREN” è la storia di una sirena madre che perde la sua piccola nata e la ritrova in un container contaminato di sostanze tossiche, in un porto industriale creato dagli uomini. Quando entra nel container, il portale si chiude automaticamente e nel momento in cui rincuora ed assiste la piccola nata, comprende lucidamente quale sarà la loro fine, mentre il popolo delle sirene, al di fuori, intona canti di solidarietà.

La musica “ambient” si coniuga con una storia precisa: cosa vuole sottolineare la metafora della “sirena e della sua piccola figlia”?

Se “ARIAE” era il tentativo di ridefinire i confini di un genere NEO-AMBIENT, “SIREN” coniuga quel risultato con le ballate marinare, l’opera lirica, i field recordings e la musica classica. Quando mi sono arrivati i contributi dei musicisti coinvolti ho effettuato un lavoro a dir poco chirurgico di dissezione e ricostruzione, trasportando anche frammenti brevissimi nella composizione base che io e Sean Breadin (musicista incredibile!) avevamo preparato. Alcune testure hanno subito un trattamento di velocizzazione (la chitarra di Tofani è stata sovraincisa e sovrapposta cinque volte a velocità differenti, ad esempio); la voce di Paola Tagliaferro è stata registrata realmente nella stiva di una piccola imbarcazione; la voce di Rita Tekeyan è stata frullata e ricomposta; un lavoro di creazione musicale attraverso l’oggetto stesso musicale e non lo strumento musicale. Ecco “SIREN” nasce dalla evoluzione del concetto di creazione musicale, e rappresenta per me il “mio aspetto femminile/materno di guerriero”, rappresenta la dolcezza che sfregia più di una lama di rasoio. SIREN è il come avrei voluto una madre ed è come avrei voluto essere difeso da essa. SIREN è una “cantata” tutta femminile, una rivendicazione della forza femminile ed è una bestemmia contro l’insensibilità economico-sociale che riduce il nostro spazio vitale in dimensioni sterili.

Mi parli degli ospiti? Chi ha collaborato alla realizzazione di “SIREN”?

Tu sai che io provengo dai Dobling Riders e che fin dagli anni ottanta abbiamo ideato la DOUBLING MUSIC, adottando collaborazioni a distanza prima ancora che internet facilitasse questo metodo compositivo. Ho rispolverato la lista degli amici, ne ho inseriti di nuovi e il cast si è realizzato quasi da solo. Una soddisfazione immensa riprendere i contatti con Sean Breadin con il quale circa dieci anni fa avevamo realizzato MUSICA - FIUTO; una gioia a riconnettermi con Riccardo Sinigaglia, (Futuroantico, Doublig Riders) con il quale sto attivamente lavorando per la terza parte della triologia; e poi Alistar Murphy, The Curator, grandissimo musicista neo prog; Paolo Tofani amico dello spirito incredibile e vero; Paola Tagliaferro altra amica dalla voce incredibile; Rita Tekeyan libanese dalla forza di uno splendido cedro; Arthuan Rebis con un’arpa magica e Nadi Paola Matrone con i suoni della sua anima affidati a percussioni di vetro e poi... Alison O’Donnell, immensa voce dei Mellow Candle, con la quale ho scritto il testo di “THE MOTHER” che lei ha interpretato magistralmente. E poi... Judy Dyble, un’amica vera, grandissima musicista che mi ha regalato il suono della sua autoharp... ma non vorrei dimenticare neppure il trio Cavalazzi, tre giovanissimi che hanno impresso in questo lavoro (e in ICEREPORT) un marchio indelebile ed uno spessore energetico eccezionale. Infine Maria Assunta Karini ha fornito la sua eclettica arte per donare immagini indimenticabili per le tre cover della trilogia. Qui le mani che tengono delle Sirene / Barbie è un’opera d’arte che lascia emozionati. Spero di non aver dimenticato nessuno...

Dal punto di vista tecnico e strumentale colpisce il connubio tra classicità e “manipolazione” dei suoni: come definiresti la tua attuale proposta musicale?

Caro Athos, non so proprio come definire questo risultato. Pensaci tu! Certo che oggettivamente ci troviamo davanti a qualcosa di spiazzante, di particolare e - forse - di nuovo. Forse un termine abbastanza adatto è “Neo Contemporaneo”, cosa ne dici? Anche se il termine appare molto paludato e può allontanare il potenziale ascoltatore, invece che invogliarlo... io propenderei per “music-art” dove, molto più semplicemente, si cerca di spiegare che l’ascolto non è solo qualcosa di leggero ma di un pochino più impegnativo...

Mi racconti qualcosa dell’artwork un pò… vintage e molto efficace?

Maria Assunta Karini è una delle poche artisti italiane a livello mondiale. Quando la critica ufficiale se ne accorgerà sarà sempre tardi. Le sue immagini sono geniali e quanto di vintage tu cogli è un modo disinibito di unire antico e moderno, come le tinte musicali di questo CD.

”ARIAE” aveva una dedica particolare e precisa: a chi hai rivolto il pensiero scrivendo “SIREN”?

Anche in questo caso penso alle donne, alle madri e a tutto il mondo che cerca di uccidere i ruoli che nascono dall’anima. Essere madre è un modo rivoluzionario di essere donna.

La trilogia può avere altri risvolti oltre alla dimensione “studio”?

Sarebbe bello poter fare girare i teatri del mondo con uno spettacolo con tanti ospiti e qualcosa che sia una sorta di cinema che si trasforma in teatro e in musica. Io una idea ce l’avrei anche, ma ci vorrebbe un vero produttore che di questi tempi è merce rarissima.

Lo hai già detto, ma delineiamo bene il futuro prossimo: da cosa sarà costituito il terzo episodio, previsto per il 2018?

Come ti dicevo, ripercorrendo il rodato circuito filosofico “tesi, antitesi, sintesi”, con il terzo ed ultimo episodio arriveremo al ghiaccio, ICEREPORT è infatti la fase finale dove l’aria fredda fa ghiacciare l’acqua e poi il ghiaccio si scioglie lasciando un eterno ripetersi di riti scientifici che stupiscono tutte le anime bambine.


 Grazie Francesco...










martedì 16 gennaio 2018

Tolo Marton-“My Cup Of Music”


La musica non è molto diversa dalla vita. Come nel vissuto, ci sono attimi di felicità, incertezza, serenità, angoscia, mistero, dubbio, relax, demoni, imprevisti… ecco, mentre tutto è calmo e si sta gustando una situazione ideale, può capitare qualcosa che cambia tutto in pochi istanti. Non l’avevamo previsto. E’ così che immagino la musica.

E’ questo il pensiero di Tolo Marton che accompagna l’album “My Cup Of Music”, 65 minuti di musica suddivisi su 18 brani, tutti strumentali tranne uno.
Pensi a Tolo e disegni un’immagine blues, rock, le Orme, Hendrix, la tecnica chitarristica… beh, nel suo nuovo disco c’è molto di più, c’è la sintesi di una vita, una riflessione fatta in totale autonomia, senza chiedere aiuto alcuno in fase realizzativa, dedicando il giusto tempo a se stesso per raccogliere le idee e costruire miniature musicali che diventano dediche, ricordi di persone care e memorie personali, e questa totale apertura fa emergere un Marton lontano dallo stereotipo che lo vede incasellato nella categoria dei “Guitar Heros”: il vero volto di Tolo, quello in cui si trova a proprio agio - almeno in questo momento della vita -, è racchiuso in questo incredibile disco che appare il più trasversale possibile.

Una sola cover, motivata da evento preciso - come racconta lo stesso Tolo a seguire - e tanti frammenti sonori che corrispondono a sentimenti intimi che erano in parte rimasti celati in questi anni, probabilmente perché non era ancora maturata la situazione ottimale, quella che consente di lasciarsi andare in modo totale: questo, come emerge dallo scambio di battute, è il suo lavoro più sincero.

Idealmente concepito con tre suddivisioni - Fantasy, Sentimental e Mistery -, “My Cup...” spiazza e incanta allo stesso tempo, con una modalità di ascolto che deve tralasciare ogni tipo di preconcetto, privilegiando la ricerca della piena sintonia con l’autore… in fondo non è difficile, le melodie che contraddistinguono le differenti tracce - è questo il fil rouge dell’album - si sposano alle skills di Marton e diventano pictures musicali che, una volta catturate, non ti abbandonano più.
Si può piangere o sorridere, immedesimarsi o stare alla finestra a guardare, e la chiosa iniziale di Tolo - “La musica non è molto diversa dalla vita…” - diventa per l’ascoltatore attento e sensibile il preludio ad un viaggio che, a quel punto, non è più un’esclusiva del chitarrista, ma appare come tesoro regalato alla comunità, momenti di vita in cui appare semplice trovare similitudini personali.
Troppo facile parlare bene di questo straordinario musicista, banalissimo sottolinearne i meriti storici, ma “My Cup of Music” ha un pregio superiore, quello del travaso spontaneo delle emozioni dell’autore verso l’ascoltatore, che in quel momento diventa fruitore di sonorità e atmosfere che vengono assimilate con semplicità, e una volta “dentro” restano intrappolate,  camminano, perlustrando l’intimo e smuovendo i ricordi.
Sì, la musica è memoria, e il disco di Tolo Marton mette in campo ogni tipo di sollecitazione, arrivando a colpire nel segno, non senza qualche momento di estrema tristezza.

L’intervista a seguire permette a Tolo di entrare nei dettagli e di fornire elementi preziosi per l’avvicinamento al suo nuovo lavoro, disco che consiglio calorosamente, per bellezza estetica e di contenuto: la sinossi musicale che presento nel video di fine post appare come efficacie e rappresentativa. Da non perdere!

Foto di Barbara Badetti

L’INTERVISTA

Come nasce l’idea che ti ha spinto a creare “My Cup Of Music”? Cosa ha fatto scattare la scintilla?

My Cup of Music” è un disco al quale avevo pensato per 15 anni. Credo sia il più sincero e importante album che ho registrato fino a oggi. Attraverso questo disco avevo bisogno di esprimere sensazioni e sentimenti che ho dentro da sempre, ma che fin’ora avevo rivelato solo parzialmente attraverso la musica che sono solito suonare. Una melodia alla portata di tutti, come mi è stato confermato dagli ascoltatori. Creare “My Cup of Music” era un sogno, un desiderio… quasi un dovere. E’ una dedica a tutte le persone che hanno cuore e pensieri tersi, accompagnati ad un velo di mistero.

Pensi a Tolo Marton e viene in mente un’espressività musicale ben precisa, ma il tuo nuovo lavoro mi pare non si lasci ingabbiare da alcuna etichetta e si presenti al contrario sotto la forma più alta di libertà… mi sbaglio?

Beh, sono sempre stato un musicista che non vuole essere ingabbiato da etichette, ho bisogno di suonare tante cose diverse altrimenti finisce che mi annoio. Poi, per questo nuovo disco in particolare, c’è molto romanticismo, malinconia, ma anche gioco scherzoso e imprendibilità. Ma l’elemento che lega tra loro le canzoni è assolutamente il tema, in particolare la melodia immediata. Molti mi hanno detto che restano spiazzati la prima volta che lo ascoltano. Diciamo che un pò lo sono stato anch’io quando l’ho riascoltato alla fine, dopo aver finalmente posato gli strumenti…

Anche dal punto di vista quantitativo “My Cup Of Music” appare come tanta sostanza: 18 brani suddivisi su 65 minuti di musica… hai raccolto tutto il materiale che avevi accumulato negli ultimi tempi o è una scelta ben precisa e funzionale al progetto?

In questi ultimi 15 anni ci sono state queste idee musicali che affioravano dal nulla, frammenti di melodie che registravo subito per non dimenticarle. Ho scelto quelle che in un certo modo appartenevano ad uno stesso mondo di melodie molto delicate ed evocative.

Mi pare che il tutto sia diviso in differenti sezioni: me ne parli?

Sì, ci sono 3 sezioni: Fantasy, Sentimental e Mistery, legate assieme da un filo conduttore. Non credo ci sia bisogno di spiegare poi il mood delle tre parti, perché i loro titoli già lo fanno immaginare. Ho ritenuto di dividere il disco in tre sezioni anche per “suggerire” all’ascoltatore di prendersi qualche pausa senza necessariamente doverlo ascoltare per intero subito. Se hai notato molti dei brani sono a soluzione continua, senza i classici 2 secondi che separano uno dall’altro. E’ stata una scelta voluta.

Il disco è pressoché strumentale (tranne “Vendo Musica”): è questa la dimensione che preferisci attualmente?

Direi che è venuto naturale in questo caso. Mi ero proposto molto tempo fa che prima o poi avrei realizzato un altro disco strumentale, alla stregua di One Guitar Band del 1983, che però conteneva generi più legati al country, swing e jazz. E’ stato un momento piuttosto lungo (almeno due anni) … Sì mi sento a mio agio in questa dimensione. Non per niente il titolo “My cup of music” riecheggia quel modo di dire inglese tipico “it’s not my cup of tea” che comunemente sta indicare quando non ci si sente a proprio agio o portati per una certa cosa o situazione. Ecco, invece con questa tazza di musica diciamo che mi sento bene, ma anche in altre dimensioni sonore, una per tutte è quella dell’improvvisazione.

In mezzo a tanti brani inediti proponi anche una cover: come è avvenuta la scelta?

E’ un vecchia ballata anni ’50 degli Everly Brothers (“So sad”), che mio fratello Paolo, di 10 anni più vecchio di me, mi fece ascoltare quando ero piccolo e che mi era sempre piaciuta. Lui è mancato purtroppo durante la lavorazione del disco. “So sad” è per ricordare un caro fratello che mi faceva ascoltare tanta musica, soprattutto classica.

Chi sono stati i tuoi compagni di viaggio? Chi ti ha aiutato nella realizzazione del disco?

Eh… nessuno, perché ho suonato tutti gli strumenti, come era già accaduto per l’album  “One Guitar Band” nel 1983. Ho scelto così perché mi sentivo più libero di lavorare in qualsiasi momento senza condizionamenti di sorta, ma anche di sperimentare soluzioni diverse senza alcuna fretta, “vedendo” già nitidamente come volevo fosse questo disco; quello che c’era da fare era registrare e non smettere finché non avessi potuto sentire ciò che vedevo. Mi parve logico che sarebbe stato inutile, stressante per eventuali collaboratori, fargli eseguire a bacchetta brani che dovevano essere esattamente come li immaginavo. Ecco perché ho lavorato in solitudine e nello studio di casa. Ovviamente gli strumenti principali sono le chitarre, molto le acustiche e classiche, che però qui sono state usate con voci diverse, come in una piccola orchestra. Pochissimi assoli e solo dove mi pareva giusto. Ci sono anche altri suoni molto leggeri per dare qualche tocco di colore. Dopo un anno e mezzo di attento ma piacevole lavoro, ho capito che era il momento di “posare il pennello”, perché tutti gli elementi erano finalmente al loro posto, come in un puzzle… un puzzle musicale, la mia tazza di musica era pronta!

L’attuale Tolo Marton è più acustico od elettrico?

Potrei dire entrambe le cose, soprattutto per il motivo che mi risulta più facile comporre con una sgangherata chitarra classica rispetto all’elettrica. Ma suonare dal vivo in acustico comporta qualche difficoltà in più rispetto all’elettrico, che resta la mia dimensione principale.

 “My Cup Of Music” è facilmente riproponibile dal vivo?

Direi con una certa difficoltà, ma è senz’altro proponibile, e già sto portando queste musiche in giro, a volte inserendole in un apposito momento durante i concerti elettrici. Capita anche di dargli uno spazio più consistente se il luogo è più adatto, ad esempio in un teatro o piccoli ambienti che non siano esattamente dei club dove si beve o si cena.

Quali sono i tuoi propositi musicali all’inizio di questo nuovo anno?

Sto pensando ad un nuovo viaggio per suonare negli Stati Uniti, e spero si concretizzi. Poi anche ad un nuovo disco rock, ma continuano a “visitarmi“ ancora melodie e non escludo che qualcuna potrebbe fare capolino in un progetto elettrico e più energetico. Un’ultima cosa… mi piacerebbe molto continuare a comporre, anche per altri e nei generi più diversi, perché è qualcosa che mi viene molto naturale. 


Fantasy Cup
1 I Gotta Get Rid / 2 Vendo musica / 3 Blackbird Song
Chet / 5 1974 / 6 Blue Sunday

Sentimental Cup:
 Liam Song / Espressione Miracle /  9 Where Do You Come from Little Baby / 10 Mero Mero / 11 Valentino 7 / 12 Flamica / 13 So Sad (To Watch Good Love) / 14 Wedding

Mysterious Cup
15 Iahahaiaa / 16 Suite and Bitt / 17 As It Is / 18 Red Box


Foto di Barbara Badetti


lunedì 15 gennaio 2018

Struttura & Forma: live al Teatro di Cicagna il 13 gennaio 2018


La band Struttura & Forma ritorna al Teatro di Cicagna dopo circa cinque anni, e propone l’album “One Of Us”, rilasciato un anno fa, con una nuova definizione musicale, giacchè il passaggio da ensemble strumentale a entità caratterizzata da un vocalist ha modificato l’assetto in modo sostanziale.
La nuova formazione prevede due membri originali - i chitarristi Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo -, Stefano Gatti al basso, Marco Porritiello alla batteria e due novità, il tastierista Pierluigi Genduso Arrighi e il cantante Giosuè Tortorelli: un vero “atto primo” quello a cui hanno assistito i presenti!
Il sunto della storia della band è racchiuso nei video a seguire, e sono gli stessi protagonisti a evidenziare i fatti salienti, comuni a molte band prog rock nate negli anni ’70 - in questo caso a Genova -, la cui attività è scemata verso la fine di quel decennio, sino ad arrivare a una reunion nel nuovo millennio - come accaduto a tanti gruppi dell’epoca - per effetto di una passione mai sopita, quella per la musica… per certa musica!
La scaletta prevedeva qualcosa di inusuale per un concerto singolo, ovvero una conduzione esterna ed un commento puntuale tra brano e brano, con siparietti fatti di aneddoti e storia vera. Personalmente credo che nel corso di un “concerto” l’utilizzo allargato della parola sia rischioso, e la mia chiosa è legata ad esempi drammatici di fallimenti clamorosi di cui sono stato testimone ma… sono sempre le persone che fanno la differenza, e devo dire che Gianmaria Zanier - era lui incaricato di guidare l’evento - ha saputo dosare con disinvoltura ironia ed elementi professionali, proponendosi anche come musicista in un brano; alla fine il tutto è risultato piacevole, e per una volta il suono e il verbo, alternati, non hanno portato a gesti di insofferenza da parte del pubblico, un’audience amica, certamente, ed è per questo che gli Struttura & Forma hanno deciso di trasformare l’evento in un piccolo racconto del prog, ovvero il loro DNA.

Si inizia con una clip da brividi, che parte dal protoprog dei Procol Harum e Moody Blues e, passando per i mostri sacri universalmente riconosciuti, arriva appunto a Struttura & Forma…


E da qui parte il live, ovvero la proposizione in toto dell’album “One Of Us”, più un inedito.
Gli S.&F. presentano il loro volto nuovo caratterizzato dal tocco vocale di Tortorelli, ma le caratteristiche sono molto precise, e si basano su elementi di rock e fusion miscelati a tempi composti, con un dialogo continuo tra le due chitarre, fatto quest’ultimo che garantisce la continuità col passato.

Tra i vari siparietti tra brano e brano c’è spazio anche per lo scrivente e per qualche ricordo antico e recente legato a personaggi che hanno fatto la storia della musica.
Ma, come anticipato, il racconto ha avuto largo spazio, e anche la presenza di alcuni ex membri della band ha contribuito a fornire un’atmosfera particolare e gradevole, un mood che ha ricordato a tutti il motivo primario per cui si faceva e si fa musica… la condivisione di ciò che si ama e si crea.


Nonostante le modifiche recenti alla formazione - Genduso e Tortorelli erano al loro esordio - al pubblico è arrivato un buon affiatamento e un “tiro” invidiabile, e occorre ricordare come la musica degli S.&F. sia unica nell’attuale panorama musicale italiano.
Ascoltiamo un medley musicale …


Un doveroso riconoscimento al contributo dato al disco dal precedente vocalist, Claudio Sisto, autore delle liriche di “One Of Us”, e a Beppe Crovella, presente nell’album come produttore e al mellotron.
E a proposito di Crovella, di storia del prog e di memoria, non poteva mancare “Lucky Man”, punto di passaggio tra passato e futuro, un nuovo percorso che si spera possa portare Struttura & Forma verso nuovi live e tante soddisfazioni.
Serata davvero piacevole! 

La scaletta... un pezzo di storia che resta...

lunedì 8 gennaio 2018

Van Morrison – “Versatile"

Articolo già pubblicato su faremusic.it

Van Morrison – “Versatile"

Versatile è il 38esimo album di Van Morrison e segue l'uscita della fantastica collezione di cover blues “Roll with the Punches” che risale a soli tre mesi fa. Anche in questo caso parliamo di brani storici, ma l’impegno si focalizza sugli standard jazz americani, con l’aggiunta di sei inediti di buona qualità.
Storicamente questi esperimenti non hanno funzionato con altri artisti rock: Rod Stewart, Bob Dylan, Boz Scaggs… tutte prove contrastanti e soggette a convincenti critiche. Ma a Morrison l’operazione va molto meglio, e tutto ciò è dovuto alla sua esperienza musicale, una storia che lo ha visto riproporre nel tempo, per decenni, standard jazz che lo hanno… preparato a dovere per questo lavoro di fine 2017: “Versatile” non sarà un pilastro della sua discografia ma nemmeno una mera operazione commerciale.
Per l’occasione Morrison si circonda di un settetto che include sassofoni, trombone, tastiere, chitarra, basso e batteria. La maggior parte dei brani sono stati registrati nella sua Irlanda e, soprattutto il materiale canonico,  si trasforma in vera sfida interpretativa.
Curiosamente il disco si apre con un pezzo originale intitolato "Broken Record", che mostra le capacità indiscutibili della sua band, ma poco altro. Si riprende rapidamente con una bella lettura di "A Foggy Day", di Gershwin, in cui emerge una buona fluidità di fraseggio e una certa empatia rispetto al brano originale. La sua adorazione per Chet Baker è ben nota, quindi non sorprende il fatto che interpreti "Let's Get Lost". L’interpretazione in questo caso è disinvolta, e offre tocchi di R&B ispirati a Jimmy Rushing pur conservando una precisa identità musicale. Mentre il suo intervento su "Bye Bye Blackbird" appare troppo personalizzato, risulta al contrario estremamente elegante e riuscita "I Get a Kick Out of You",  di Cole Porter. "Makin 'Whoopee" contiene un bel disegno blues, ma la voce di Morrison risulta eccessivamente artefatta.
Tra i suoi brani due sono nuovi, la piacevole "Take It Easy Baby" e la contemplativa, quasi spirituale, "Affirmation", uno strumentale con Sir James Galway ospite al flauto; pescando poi dal suo catalogo Morrison riarrangia meravigliosamente “I Forgot That Love Existed", "Start All Over Again" e "Only a Dream".
Una chicca è rappresentata dal nuovo volto che Morrison riesce a fornire al brano tradizionale "Skye Boat Song", che fonde l'anima con lo swing celtico, con il sax contralto che funge da driver incontrastato. "I Left My Heart a San Francisco" non aggiunge nulla alle versioni conosciute di Tony Bennett e Frank Sinatra, mntre le riletture di "The Party's Over", "Unchained Melody" e "They Can’t Take That Away from Me" sono esempi impeccabili della modernità che Van Morrison è riuscito a donare a pezzi di storia del jazz.

Versatile” ha i suoi lati deboli anche se probabilmente piacerà molto ai fan di lunga data, ma occorre sottolineare come Morrison si lasci avvolgere, brano dopo brano, da trame particolari, brani cantati come se fossero stati scritti da lui, con pieno coinvolgimento e convincimento, che alla fine diventa contagioso.

Un album che va a completare un curriculum invidiabile senza dare l’impressione di essere una forzatura, anzi, dando l’idea di  un contributo reale di modernità a standard jazz che spesso appaiono immutabili e intoccabili.



TRACKLIST

1. ‘Broken Record’ (Van Morrison)
2. ‘A Foggy Day’ (George Gershwin and Ira Gershwin)
3. ‘Let’s Get Lost’ (Frank Loesser and Jimmy McHugh)
4. ‘Bye Bye Blackbird’ (Ray Henderson and Mort Dixon)
5. ‘Skye Boat Song’ (Traditional. Arranged by Van Morrison)
6. ‘Take It Easy Baby’ (Van Morrison)
7. ‘Makin’ Whoopee’ (Walter Donaldson and Gus Kahn)
8. I Get a Kick Out of You (Cole Porter)
9. ‘I Forgot That Love Existed’ (Van Morrison)
10. ‘Unchained Melody’ (Alex North and Hy Zaret)
11. ‘Start All Over Again’ (Van Morrison)
12. ‘Only A Dream’ (Van Morrison)
13. ‘Affirmation’ featuring Sir James Galway (Van Morrison)
14. ‘The Party’s Over’ (Betty Comden, Adolph Green and Jule Styne)
15. ‘I Left My Heart in San Francisco’ (George Cory and Douglass Cross)
16. ‘They Can’t Take That Away from Me’ (George Gershwin and Ira Gershwin)



domenica 7 gennaio 2018

La nuova sede di Black Widow-L'inaugurazione del 5 gennaio: commento, foto e video


Dopo... VENTISETTE anni la Black Widow cambia sede: nessuna paura per chi arriva da fuori Genova o per chi pensava ad un connubio imprescindibile tra lo storico negozio e la location... la strada resta la stessa, Via del Campo, uno spostamento di pochi metri che permette un passaggio indolore, anche per i più tradizionalisti.
Spostarsi e allargarsi, utilizzando altre porzioni cittadine sarebbe stato semplice e rapido, ma al contempo improponibile, perchè "IL NEGOZIO" è parte integrante del centro storico, non di una via qualsiasi... proprio quella che anche dall'altra parte dell'Italia tutti conoscono attraverso le liriche di De Andrè.
Ma quello che ho segnalato come "NEGOZIO" è in realtà molto di più... centro socializzante, luogo di scambio di idee e di nascita di progetti, label discografica, collegamento col passato che, improvvisamente, diventa futuro.
Gli attori principali si chiamano Alberto, Massimo e Pino (superfluo indicare i cognomi!), e il 5 gennaio del 2018 sono stati testimoni di dimostrazioni di affetto considerevoli. L'occasione, of course, è arrivata con la data di apertura, o meglio, di trasposizione, tra i due punti di ritrovo, e quello nuovo rappresenta un notevole passo in avanti, per aumento dello spazio - elemento fondamentale quando si vuole migliorare la propria attività - e al contempo  slancio verso ciò che verrà, in un momento dove lo stato della musica non è certo il più felice possibile. Ma c'è musica e musica, e spesso è l'uomo a fare la differenza, i suoi propositi e le motivazioni conseguenti.

A seguire qualche immagine, una clip video e uno scambio di opinioni con Massimo Gasperini, così, tanto per ricordare e saperne di più!


AE-La sede storica di Black Widow, in Via del Campo, aveva il fascino della storia ma il grosso limite dello spazio limitato, se si pensa all’incremento delle vostre attività. Come si è concretizzato lo spostamento che, occorre sottolinearlo, è di pochi metri, e nella stessa via?

MG-Devo dirti che noi inseguivamo questa nuova sede da almeno 15 anni, ma con certi signori genovesi di antica memoria non è facile ragionare. Ecco perchè Genova nel suo centro storico è strapiena di negozi chiusi... questa gente preferisce, stupidamente, tenere chiuso piuttosto che dare i locali per affitti ragionevoli, è una cosa senza alcun senso logico ma è uno specchio dei disastri della nostra città. Evidentemente, dopo 4-5 gestioni assurde e fallimentari, devono aver pensato che era giunto il tempo di affidarsi a persone oneste e professionali. Certo non è stato facile lasciare la sede storica dove abbiamo vissuto per 27 anni, però dopotutto ci siamo spostati solo di un paio di metri, penso sia stato il trasloco più breve del mondo.  

AE-Esigenze organizzative, di vendita, di contatti musicali, di ascolto… cosa ha pesato di più nella vostra scelta?

MG-Tutto, sopratutto la possibilità di esporre i circa 20.000 dischi che avevamo nei magazzini, eppoi la possibilità per nostri clienti di sostare in un ambiente finalmente più spazioso e ricco di interesse, e per noi di lavorare meglio.

AE-La partecipazione nel giorno dell’inaugurazione ha dato l’idea dell’affetto che vi circonda: vi aspettavate un simile entusiasmo?

MG-Sì, ce lo aspettavamo, ne eravamo certi...ed anzi sono sicuro che se fosse stato di sabato, e senza questa terribile influenza, sarebbero venuti il doppio fra amici, fans, musicisti ed addetti ai lavori.
Ringrazio tutti i partecipanti, da Giorgio Usai, Martin Grice, Ettore Vigo, Paolo Siani, Pino “Caronte” Sinnone, Maurizio Cassinelli, Freddy Delirio dei DEATH SS, gli Spettri, Luciano Poltini, Pier Gonnella, Peso, Silvano Bottari dei Vanexa, i Blue Dawn, Fabio del Tempio delle Clessidre, Verdiano e Linda e figli dello studio MAIA, i GAS di Spezia, Marina Montobbio e consorte, gli Ancient Veil, Il Cerchio D'Oro, Tony Tears, Sandra Silver, Diego Banchero de Il Segno del Comando, Grazia Quaranta e consorte, Alfredo Bosh e compagna, Enrico della Bloodrock, i Melting Clock, Una Stagione all'Inferno, la pittrice Anna Ferrari, Piero di Editrice Zona, Riccardo Storti, Maru che ha realizzato alcune splendide copertine per noi, Ignazio che è più di un fratello e che ha costruito mobili unici per noi... tutti gli amici, collaboratori e  clienti che sono intervenuti o che ci hanno inviato messaggi ed auguri; ringrazio anche chi non c'è più ma c'è sempre stato vicino e ci segue ancora da lassù (Carlo e Bruno sempre nel mio cuore), eppoi non certo per ultimo, te caro amico Athos per tutto ciò che fai. 
ROCK ON.


AE-Dall’esterno, quindi guardano la prima vetrina che avete allestito, si ha una idea a mio giudizio chiara di quali siano i filoni musicali su cui state puntando in modo preponderante: potete evidenziare quali sono, a scanso di equivoci?

MG-Tu sai che il PROGRESSIVE è uno dei nostri punti di forza ma anche l' HARD ROCK; il DOOM,  l' HEAVY METAL, il FOLK ROCK, il DARK, il FUNK, e la PSICHEDELIA sono generi che amiamo e che trattiamo con passione ed entusiasmo.

AE-Con una nuova sede ed un anno appena iniziato, quali sono i propositi e i progetti per il 2018?

MG-Il primo proposito è di continuare e migliorare ciò che da sempre facciamo, ovvero offrire ai nostri clienti il materiale migliore possibile selezionato da noi in mezzo ad un mercato confuso e pieno di mediocrità. Nonostante ciò che dice un famoso negoziante di dischi genovese, per il quale comunque porto un grande rispetto e dove ho comprato più di 2000 dischi, a Genova ci sono ancora alcuni negozi di dischi e tutti meritano rispetto per ciò che fanno e per il loro coraggio. La Black Widow Records da 27 anni è uno di questi, siamo stati gli unici a credere sempre nel vinile anche quando ormai lo si voleva soppiantato dal CD, continueremo a produrre band famose o esordienti, se questI ci fanno vibrare il cuore, continueremo ad organizzare concerti e festival con la collaborazione dello studio MAIA, con i teatri Govi e La Claque, con L'Angelo Azzurro, con la Porto Antico e siamo pronti ad offrire la nostra passione e cultura a chiunque cercherà la nostra collaborazione in favore della musica ROCK che per noi più che una passione è uno stile di vita.