mercoledì 10 febbraio 2010

Il Rovescio della Medaglia


Il Rovescio della Medaglia si formò a Roma verso la fine del 1970 dallo scioglimento del gruppo beat I Lombrichi.

Enzo Vita, Stefano Urso e Gino Campoli crearono il gruppo che ebbe nel ruolo di cantante prima Gianni Mereu (omonimo del chitarrista dei Logan Dwight), poi Sandro Falbo (da Le Rivelazioni) e infine Pino Ballarini, venuto a Roma da Pescara, dove aveva suonato con i Poema.
Il loro primo successo fu al Festival Pop di Viareggio nel 1971, e il gruppo divenne presto uno dei più famosi dal vivo in Italia nei primi anni ‘70.
Il primo album La Bibbia, uscito nel 1971, è fondamentalmente un ottimo album di hard-rock album con leggere influenze progressive, registrato dal vivo in studio ed accompagnato da un caratteristico libretto tondo a forma di medaglione
Il secondo, Io come io, un anno più tardi, prosegue nello stesso stile, con ambiziosi testi filosofici ispirati ai lavori di Hegel. Un album piuttosto breve (meno di 30 minuti) ma di nuovo un ottimo disco!
Nel 1973 venne aggiunto un quinto componente, il tastierista Franco Di Sabbatino, anche lui di Pescara, come Pino Ballarini, che aveva suonato brevemente con il Paese dei Balocchi.
Con un suono arricchito dalle tastiere, Il Rovescio realizzò il terzo album, Contaminazione, con l’aiuto del compositore argentino Luis Enriquez Bacalov, che aveva già lavorato con i New Trolls per il loro Concerto Grosso e con gli Osanna.
L’album è ovviamente in stile molto più vicino al prog sinfonico, e venne anche registrato in una versione cantata in inglese, pubblicata in diversi paesi stranieri, nel tentativo di lanciare il gruppo all’estero. L’album in inglese vene pubblicato anche in Italia solo nel 1975, quando il gruppo si era già sciolto.
Ormai il Rovescio era conosciutissimo per le esibizioni potentissime, sempre suonate al massimo volume possibile anche grazie ad un impianto di amplificazione unico. Questo è quello che si legge nelle note di copertina dell’LP Contamination (scritto originariamente in inglese): “La loro strumentazione è tra le più interessanti in Europa. L’impianto voci Mack da 6000 watt è quadrifonico ed equivale ad amplificatori a 36 tracce. La console è in realtà uno studio di registrazione portatile con filtri, compressori, ecc. La chitarra, la batteria e le tastiere hanno amplificatori da 900 watt. Le tastiere consistono in un organo verticale Hammond B, un harmonium, un Eminent per riprodurre i violini, due sintetizzatori VCS, un Harp 200 [probabilmente un ARP], e due sintetizzatori mini moog. È anche importante l’impianto luci. Ci sono 50 lampade che producono colori ed effetti speciali. Su uno schermo speciale dietro il gruppo, vengono proiettati diapositive e filmati, per produrre effetti musicali astratti.”.
Non male per un gruppo italiano, e nessun altro in Italia aveva un equipaggiamento live così potente!
Ma… nel dicembre 1973 il furto di quel grande e costoso impianto portò il gruppo vicino alla fine, Pino Ballarini partì per la Svizzera (sostituito per un breve periodo da Michele Zarrillo dei Semiramis) e gli altri continuarono come gruppo solo strumentale.
L’album dal vivo Giudizio avrai, pubblicato privatamente dal gruppo negli anni ‘80, contiene una registrazione relativa a questo periodo, con il suono del gruppo dominato dalle tastiere.
L’ultima uscita è un singolo nel 1975 (sulla sua copertina viene citato un nuovo album, che non uscì mai), poi il gruppo ebbe diversi cambi di formazione fino al 1977.
Il bassista Stefano Urso ha fondato gli Europe, autori nei primi anni ‘80 di un album (Bubble BLU-19609) e di alcuni singoli in stile pop/rock.
All’inizio degli anni ‘90 il chitarrista Enzo Vita ha riformato il gruppo con una formazione totalmente nuova pubblicando un nuovo CD intitolato Il ritorno, molto diverso dalla passata produzione e più commerciale, come il successivo Vitae (registrato prima).

Formazione
1970-73
Pino Ballarini (voce, flauto)
Enzo Vita (chitarra)
Stefano Urso (basso)
Gino Campoli (batteria)

1973
entra:
Franco Di Sabbatino (tastiere)

1974-75
come sopra senza Pino Ballarini
(Lastfm)



martedì 9 febbraio 2010

Opus Avantra


Gruppo unico nel suo genere, Opus Avantra hanno unito insieme musica classica contemporanea con avanguardia e leggere influenze di rock progressivo, con un risultato originale che qualche volta può risultare difficile per chi ama il prog più tradizionale. Il loro nome è tratto dai loro interessi principali, opera, avanguardia e musica tradizionale.

Formati in Veneto nel 1973 da un nucleo composto dalla soprano Donella Del Monaco (nipote del celebre tenore Mario Del Monaco), dal pianista-compositore Alfredo Tisocco, dal filosofo Giorgio Bisotto e dal produttore Renato Marengo, e con la collaborazione negli anni di tanti musicisti esterni, pubblicarono il primo album nel 1974, Opus Avantra - Donella Del Monaco (spesso chiamato Introspezione, dal titolo del primo brano) per la famosa etichetta Trident.
Considerato generalmente il loro lavoro più accessibile, l’album si basa su temi di ispirazione classica con arrangiamenti elaborati ed è dominato dalla bella voce da soprano della Del Monaco e con un buon uso del flauto, con un solo brano strumentale, Rituale. Il gruppo fece anche diversi concerti per promuovere l’album, nel Veneto e a Roma.

Donella Del Monaco è assente sul secondo album, Lord Cromwell (plays suite for seven vices), che prosegue nello stesso genere del primo, ed è sostituita da un coro di cantanti americani. L’ex batterista della Nuova Idea Paolo Siani suona in questo album, che come il primo contiene alcuni passaggi interessanti per chi ama una musica fuori dagli schemi convenzionali del rock.

Sia Alfredo Tisocco (insieme al Gruppo Italiano di Danza Libera in Katharsis del 1975) che Donella Del Monaco (con 12 canzoni da battello nel 1977 e Schoenberg Kabarett nel 1978) hanno pubblicato anche album individuali nello stesso stile, e il duo si è riunito con il nome Opus Avantra per un terzo album nel 1989, Strata, e un quarto nel 1995 uscito solo in CD, Lyrics.

Il 2008 ha visto la riunificazione degli Opus Avantra, con Donella Del Monaco, Alfredo Tisocco e Giorgio Bisotto, per dei concerti in Romania ed in Giappone, con una riproposizione di materiale da tutti i loro album.
La formazione comprende anche Valerio Galla (batteria e percussioni), Mauro Martello (flauto traverso), Anca Elena Botezatu (violino), Ioana Ionescu (violino), Alexandra Butnaru (viola), Violeta Loredana Dumitru (violoncello), e lo spettacolo è direttamente prodotto dalla rinata Cramps, che ha curato con Alan Walter Bedin le luci e la scenografia. Il concerto di Tokyo è stato utilizzato per il DVD Viaggio immaginario/Live in Tokyo 2008.
(Last fm)



lunedì 8 febbraio 2010

I miei ricordi musicali

Qualche anno fa ho messo sulla carta i seguenti ricordi.




Entrare in un negozio di strumenti musicali e’ una cosa affascinante, per chi ama la musica.

E questo e’ abbastanza scontato.

Quei piccoli laboratori in cui mi sono imbattuto nella mia vita avevano i connotati della normalità.

Come un negozio di abiti o televisioni degli anni 70 , i “miei” negozi di strumenti avevano dimensione ridotta e alcuni pezzi per ogni categoria, e chi offriva la merce aveva qualcosa di misterioso che chi vende pane non potrebbe mai ’ avere, nemmeno “costruendo “ una pagnotta a forma di violino.

Naturalmente io non faccio testo, essendo il mio un livello … .amatoriale, e avendo smesso di suonare per molti anni, una ” vacatio ” che non mi permette di fornire visioni oggettive.

Ma quando entravo alla” Casa della Musica”, al 1 piano di un vecchio stabile di via Pia, nel centro storico di Savona, gli occhi mi brillavano e le chitarre appese, in fantastica visione, erano Dei da venerare.

Noi ragazzi senza una lira in tasca entravamo, e con la scusa del plettro o del mi cantino passavamo delle mezze ore a girare in un silenzio tipico della biblioteca, nella speranza che nessuno ci cacciasse via .

E’ li che vidi la mia chitarra elettrica, quella che e’ sbattuta in faccia a chiunque attualmente entri in casa mia .

Suonavo da due mesi, e i miei genitori, vedendomi sul palco dell’oratorio col mio gruppo senza nome, si convinsero che avevo una carriera davanti e che era giusto fare qualche sforzo per un acquisto appropriato.

Girando per quel negozio vidi appesa una chitarra di legno marrone, con la forma di una Gibson Les Paul, ma piatta come una Fender, e ovviamente mi occupai solo dell’estetica e della somma a disposizione.

Era una Framus che mamma e papà pagarono 50 mila lire, usata.

Non sono mai riuscito a far uscire granché da quella chitarra e il suono non mi e’ mai piaciuto.

Forse era colpa di quell’amplificatore valvolare, con una testata con su scritto Pioneer Steelphon, con solo effetto distorsione e riverbero, ripitturato di nero da mio padre , ma suoni decenti non ne ho mai sentiti.

E mi sono convinto che la colpa fosse della chitarra, dei pick up, delle corde … santa ignoranza!!!

Da poco tempo ho scoperto che la Framus non e’ l’ultima delle chitarre, e i modelli “vintage” fanno parte di una specie di museo, in Germania.

Il mio attrezzo, con tanto di matricola incisa sul manico, non e’ rintracciabile e non risulta nella lista delle chitarre del tempo.

Io ho ripreso a suonare con una certa frequenza, in casa, e nonostante un bel multieffetto , il suono continua a non soddisfarmi.

Ma quella chitarra, comprata in quel piccolo negozio non e’ paragonabile a nessun’altra, per i ricordi che mi evoca , per quei valzer odiati che ho dovuto suonare, per “Samba pa ti” , per “Sereno e’ , per “Love Like a Man”.

Poi il buio.

La Casa della Musica chissà che fine a fatto!?

Le alternative, di simile hanno solo la ridotta superficie e la materia trattata.

Un paio di anni fa, un mio collega ex Gibsoniano mi ha raccontato di come si servisse in un certo magazzino del Piemonte.

Non più per lui, ma per il figlio.

Un magazzino…

Dalla Casa della Musica al magazzino … dal negozio di TV all’Iper Mercato.

Non e’ l’unico a parlarmi in termini entusiastici del negozio.

Nessuno mi esalta i prezzi contenuti, ma tutti descrivono la quantità, la possibilità di scegliere, l’ambiente, l’atmosfera da elite, la musica che scatta non appena si vede la scritta :

Magazzini M.…” , all’uscita dell’autostrada.

E così , alla prima occasione, trovandomi sulla strada di ritorno verso casa dopo un viaggio di lavoro, metto la freccia ed esco a Bra.

Sono solo ed e’ questa la condizione di massima libertà per visitare ambienti del genere.

L’impatto e’ forte.

Abituato ai negozietti di un tempo, forse solo caratteristici della mia vita provinciale, le dimensioni dell’edificio mi turbano.

Ma da che parte si entra?!”

Seguo le indicazioni e trovo la porta giusta.

A pianterreno c’e’ il “Tuttotastiere” , nuovo ed usato.

Ma prima salgo su all’attico.

Entro e … rimango a bocca aperta.

E’ un giorno feriale, un pomeriggio, attorno alle 16.

Teoricamente e’ un buon momento per queste visite.

I suoni arrivano da ogni parte .

E come se io fossi l’elemento centrale, colpito da tutte le direzioni, ma con tipologia di suoni ed entità differenti.

Ci sono cabine di prova, ma la maggior parte delle esecuzioni improvvisate avviene in maniera udibile da tutti i visitatori.

Ovunque chitarre di ogni genere … .piccole, medie, 12 corde, acustiche, classiche … ogni ben di Dio.

Batterie sparse in lungo e in largo ... tradizionali, elettroniche, percussioni, accessori.

Mandolini, fiati, nuovo, usato, ampli.

Personale tecnico indaffarato e dall’apparenza professionale.

E poi le “isole” a tema.

E i temi per me sono due e mi smuovono le viscere.

Il primo, quello che in me lascia il segno, e’ il mondo” Gibson”.

Non conosco l’evoluzione degli ultimi anni, ma una Gibson era il sogno proibito della mia adolescenza.

Ho due immagini sopra le altre.

Nei miei pomeriggi inizio seventies , almeno per un certo periodo, ho presenziato assiduamente alle prove di un gruppo che si chiamava “Il Sigillo di Horus”.

Per noi alle prime armi quei musicisti apparivano come mostri di bravura e noi 4 o 5 venivamo tollerati come spettatori non paganti.

Un giorno rimanemmo folgorati da una presenza importante per quei tempi, un musicista che aveva già fatto dischi e persino un film.

Si chiamava, e si chiama ancora, Joe Vescovi.

Era di Savona, e suonava nei Trip, gruppo di un certo rilievo nel panorama nazionale del Progressive italiano.

A volte lo si scorgeva in giro per il centro città , con i suoi capelli biondi lunghissimi e la sua barba bionda , muoversi con lentezza mentre gli sguardi dei ragazzi più aggiornati, musicalmente parlando, erano tutti per lui che, conscio del ruolo, alimentava l’alone di mistero.

Non esagero … avrebbe potuto fare la parte di Gesù in un qualsiasi musical a sfondo artisticocristiano.

Quel pomeriggio il Sigillo di Horus , al cospetto di quel mito di Joe, e davanti a noi ragazzi intimoriti, presentò il suo progetto rock.

Ho vagamente il ricordo di una stroncatura del tipo:”Questa e’ roba che non tira più … la fanno già in molti … meglio provare con quel tal pezzo … più commerciale, piu’ orecchiabile”.

Questo e’ quello che ricordo … spero che nessun protagonista del tempo si offenda al cospetto delle mie inesattezze.

Quei ragazzi avevano anche strumentazione adeguata.

Impianti voce importanti, amplificatori megagalattici, strumenti di qualità.

Ma a me interessava la chitarra.

Quel chitarrista, che ogni giorno vedevo passare dalle mie parti, e che assumeva autorevolezza ai miei occhi per il solo fatto di suonare in un gruppo, aveva una Gibson.

Era una Les Paul …. mi pare … deluxe, color oro.

Col tempo ci venne concesso un minimo di confidenza e quel bravo chitarrista, che oggi di mestiere dovrebbe fare il magistrato, mi raccontò un aneddoto , che ancora oggi propongo quando parlo dei prezzi attuali delle chitarre, in rapporto al passato.

Non so se la questione fosse in questi termini, o se fosse una favola rivolta verso un sprovveduto come io ero, ma mi raccontò che in quel periodo, probabilmente coincidente con i 18 anni, il padre gli avesse domandato cosa preferisse come regalo, forse per l’ottenimento della maturità’.

La scelta proposta era tra una Fiat 600 e la Gibson.

E lui scelse.

Ora con i soldi di una Gibson non compri certo una Panda!

La seconda immagine mi riporta ad un settembre del 73 , ed io ero in villeggiatura a Bossolasco, paese delle Langhe.

I fermenti delle nuove musiche erano nell’aria ed i tipi trasgressivi prolificavano.

Una ragazzina che anni prima mi aveva fatto piangere, improvvisamente si era accorta che esistevo ancora e passò tutto il pomeriggio con me.

Sino a che arrivarono due musicisti, amici degli amici, freschi dall’Inghilterra.

Era le 8 di sera quando comparvero e sembravano due rock star.

Mi colpirono due cose.

La prima.

Da quel momento Paola non mi guardò più.

Che doloreeeeeeee.

La seconda.

Avevano due custodie rigide che aprirono per mostrarci due Gibson nuove fiammanti, con le corde allentate. Era quello lo scopo del viaggio Oltremanica, ed ora i totem erano ben in vista.

Impossibile spiegare cosa significa avere una chitarra da guardare, da toccare, da accarezzare.

Parlo ovviamente per i “malati” come me.

Il rapporto diventa simbiotico e, senza voler scomodare lo studio della simbologia ed il suo rapporto con la nostra psiche, la chitarra, per un chitarrista, diventa il proprio prolungamento, materiale e spirituale.

In questo negozio posso prendere la Gibson che voglio, attaccarla ad un ampli, magari valvolare, e provare, svisare, giocare.

Lo fanno tutti , in contemporanea.

Nessuno si guarda in faccia, ma l’orecchio e’ teso e i commenti muti si sprecano.

Cavolo se e’ bravo quello”. “Quello e’ un bassista con le palle!!!”

Uscirebbero delle belle jam session!

Non ci sono graduatorie di merito e ci si sente tutti suonatori, ma la testa e il cuore sono divisi tra ciò che accade attorno e lo scopo vero e proprio, cioè il test alla chitarra.

La seconda isola a tema riguarda “Fender”.

Meno fascinoso per me, ma legato a tanti suoni antichi.

Jimi Hendrix su tutti.

Era il 6 settembre quando nel solito paese delle Langhe si sparse la notizia della sua morte.

Avevo Jimi ben impresso perchè da poco avevo visto Woodstook.

E io ricordo Hendrix dotato di Fender e basta.

In questi giorni sto leggendo la sua biografia ed ho acquistato un film in lingua originale di molti anni fa.

Jagger, Clapton e Towsend , nelle interviste post morte, sembrano bambini.

La cosa che al momento mi ha colpito di più ( sono ad ¼ del libro) e’ la passione che un uomo e’ capace di mettere nelle cose che ama.

La passione che tutto trasforma e tutto modifica, e fa si che anche rifiuti della società (così mi e’ apparso nella biografia Jimi) possano dimostrare valori assoluti …. con un minimo di fortuna che li mette al posto giusto nel momento giusto.

Questa dovrebbe essere per me un’ importante linea guida per i nostri figli.

Segui una passione, se hai la fortuna di averne una…”

Difficile capire qualcosa in mezzo a tanto ben di Dio.

Ringrazio per la prova strumento e, frastornato, mi dirigo verso l’uscita, bypassando anche il locale tastiere.

A questa visita ne seguiranno altre.

L’acquisto di un flauto traverso seguirà quello di una travel guitar e altro ancora.

Ad ogni visita una compera.

Quest’estate ero in quel di Frabosa Soprana, nel cuneese, luogo in cui passo molte vacanze estive ed invernali.

Partiamo con due macchine, bambini e genitori, con direzione Bra, a non più di trenta minuti di strada.

E’ pieno agosto e, arrivati davanti all’entrata scopriamo che e’ giustamente chiuso per ferie.

Riapertura il 24.

Ritorno dopo qualche giorno, con tre bambini e un altro genitore.

Tutti loro amano la musica, ma nessuno ha dimestichezza con la creazione dei suoni.

Incominciamo a girare per i locali semivuoti di visitatori, ma stracolmi di strumenti .

Osservo i miei accompagnatori e li vedo interessati …. anzi affascinati, dal contesto.

Mi convinco sempre di più della magia della musica e di ciò che di pulito ruota attorno (non tutto credo).

Provo una chitarra acustica in un box isolato.

Loro quattro mi guardano muti, in religioso silenzio, come se fossi Segovia.

La chitarra provata mi soddisfa ed il prezzo mi sembra giusto.

La prendo.

“Aspetta papà, lo sai che la mamma si lamenta sempre di tutte le cose che porti a casa!!”
”Hai ragione , la chiamo e le spiego che e’ questione di vita o di morte.”. “Maura … sono qui ….ho provato una cosa fantastica …. ti dispiace se la prendo ? “

Dopo tanti anni e’ abituata alle mie manie.

Messo da parte il nuovo attrezzo, posso provarmi una Gibson … ancora quella.

So che tra un po’ me ne comprerò una … ora ho un garage dove mettere tutti i miei cimeli!!

Scelgo nel mazzo la chitarra da provare, senza fingermi un intenditore.

Metto un po’ di distorsione, un po’ di delay e percorro la tastiera, con i miei enormi limiti tecnici.

I suoni sporchi mascherano gli errori e i miei accompagnatori mi guardano come ipnotizzati. Sembro quasi bravo e l’esaltazione fa aumentare la mia velocità.

Sono davanti al mio piccolo pubblico, ho in mano il mio sogno e sto duettando a distanza con altri “colleghi”… o antagonisti.

Nel film”Missisipi Adventure , l’attore Ralph Macchio sfidava a duello il chitarrista/diavolo Steve Vai , allora semi sconosciuto, e lo batteva sul suo stesso campo.

Anche io mi immagino duellante, ed essere in quel posto, con tale strumento tra le mani, mi fa sentire parte integrante dell’elite, di quel gruppo ristretto di persone che e’ in grado di prendere in mano una chitarra, una batteria , una tastiera, un flauto e farne uscire almeno uno …. dico uno... suono decente.

Qualche giorno fa, trovandomi in una casa dove era presente un basso (Fender anche questo) l’ho imbracciato (sto parlando di quello di mia nipote 18 enne, impossibilitata a negare un favore allo zio) e ho iniziato a muovermi sulla tastiera.

Mia figlia mi ha guardato stupita ed ha aperto i suoi occhioni enormi:

“Papa’, ma tu suoneresti anche una cornamusa?!!!”

Si, se l’avessi proverei a suonarla e qualche cosa ne uscirebbe … almeno una nota decente.

A Savona continuano ad esistere negozi non molto forniti.

Mia moglie continua a capirmi e a venirmi incontro, ma e’ contenta che il magazzino di Bra sia relativamente lontano … in inverno.

A ciascuno la propria croce.

venerdì 5 febbraio 2010

Aqualung, di Lorenzo Costantini


Propongo oggi un altro ricordo "tullico" di Lorenzo Costantini


L'approssimarsi dell’anniversario (il 38°) dell’uscita di "Aqualung" ci da anche lo spunto per parlare della musica dei Jethro Tull, che con questo album...."

Aqualung: La musica dei Jethro Tull


L’anniversario (il 35°) dell’uscita di Aqualung, che gli OAK celebrano riproponendo dal vivo l’esecuzione integrale dell’album, ci da anche lo spunto per parlare della musica dei Jethro Tull, che con questo album raggiungono una delle loro “vette” più alte nella composizione ed esecuzione musicale. Ma non solo, Aqualung è anche il primo concept album dei Jethro, nonostante Ian Anderson, forse per lasciare un’aura di mistero, non ha mai confermato questa definizione.

Eppure, anche se è vero che l’album non narra di una storia unitaria, a giudicare dai testi, da come l’album è suddiviso (il lato 1: Aqualung, il lato 2: My God), dalle note di copertina in cui sono riportati i “comandamenti” in versione andersoniana, si intuisce che le intenzioni di Ian Anderson sono quelle di creare una sorta di “saga”, con due storie parallele: la prima del “barbone” Aqualung e del suo mondo popolato anche da “cross-eyed Mary”, la seconda in cui si introduce una sorta di anti-religione.

Però non tutti i brani dell’album sono riconducibili al “concept” generale, forse all’ambizione iniziale è mancato il materiale per completare la saga e magari proseguirla, visto che l’album successivo (Thick as a brick) cambia decisamente tema, anche se permane una critica, più sociale e meno dissacrante, contro il mito del successo a tutti i costi perseguito dal “wise-man” di turno, magari anche sotto l’influenza bigotta della morale religiosa.

Alla fine conviene concordare con Ian Anderson: la verità assoluta non esiste e mai come in questo campo ognuno ha diritto alla propria, che comporta il modo in cui ci siamo avvicinati a questa musica, le sensazioni che ne abbiamo tratto, le emozioni che abbiamo provato ascoltandola. Quello che ricordo dell’epoca è che, mentre il concerto del Brancaccio del ‘71 mi lasciò un’immagine dei Jethro Tull prevalentemente trasgressiva, l’ascolto successivo di Aqualung mi trasmise anche una maestosità della musica più propria della musica classica che di quella rock: questi sono i Jethro Tull, sempre pronti a stupirci e a spiazzarci quando pensiamo di averli ormai compresi del tutto!

Ma oltre a parlare dell’album in generale mi vorrei addentrare nell’analisi di un brano che ritengo emblematico e rappresentativo della migliore produzione anderson/tulliana: il brano in questione è “My God” e la versione di riferimento è quella dell’LP Aqualung. Il brano, come quasi tutta la produzione dei JT, è stato scritto da Ian Anderson e risulta depositato da “Ian Anderson Music Ltd/Chrysalis Music Ltd” nel 1971 (contemporaneamente all’uscita dell’LP Aqualung), anche se in precedenza il brano era stato eseguito live in più occasioni, a partire dal lungo tour negli USA (17 aprile - 6 giugno 1970), con un arrangiamento alquanto diverso da quello poi definitivamente registrato e inciso su vinile (durata del brano: 7’12”).

My God può essere considerato esemplificativo della musica dei JT e anche del loro particolare modo di avvicinarsi al progressive. In questo brano si fondono le atmosfere e le sonorità acustiche con quelle più hard (rock) e il flauto, in quanto strumento identificativo del sound del gruppo, vi riveste un ruolo preminente. Altra caratteristica che qui ritroviamo è lo sviluppo di nuove forme, più ampie ed espressive, risultato di una ricerca volta ad inserire nel rock alcuni tratti armonici della musica sinfonica, mutuando da questa, ad esempio, l’andamento in 6/8 del tempo di base o l’accompagnamento, con tanto di canti gregoriani, della sequenza finale del solo di flauto che conclude la parte centrale del brano. L’apertura del brano si affida alla chitarra acustica, che sviluppa un preludio in forma libera su un pedale di LA, con un’interpretazione che anche nella susseguente entrata della voce e del piano, volutamente sottolinea l’andamento classico/liturgico della composizione, in coerenza con il contenuto dissacrante del testo.

A proposito del ruolo della chitarra acustica nella musica dei JT è interessante notare come questa, insieme ad altri strumenti acustici, abbia assunto un ruolo crescente affiancandosi al flauto come elemento caratteristico di questo genere musicale. Si veda a tale proposito una interessante analisi fatta da Roger L. Anderson: Ian Anderson's acoustic guitar in the early recordings of Jethro Tull (University of Wisconsin – 1988).

Tornando a My God è da sottolineare il possente riff di chitarra elettrica, che pur sviluppandosi sulla tradizionale scala blues nella tonalità di LA (La-Do-Re-Mib-Mi-Sol), risulta di grande effetto perché parte dal Mi come nota iniziale ed è sistemato ritmicamente in maniera molto interessante rispetto alla scansione del tempo in 6/8, con la maestria di chi evidentemente sa molto di composizione e di armonia. Altra caratteristica, che poi si ritrova in molta della musica dei JT, è l’uso molto intelligente delle dinamiche nel contrasto tra voce/strumenti acustici e strumenti ritmici/elettrici. Infatti, come scriveva Gianni Martini in Speciale Chitarre n. 3 del 1988 (da cui ho tratto interessanti spunti per questo articolo): “ ….. quando i Jethro Tull vennero per la prima volta in Italia, al Teatro Smeraldo(1) a Milano nel febbraio 1971, aprirono il concerto proprio con My God e l’uscita collettiva del gruppo a volume “tostariello” mi spazzolò la testa per benino ….. .

Roma, aprile 2006

(1) Nel loro primo tour italiano i Jethro Tull suonarono il 1° feb. 1971 al teatro Smeraldo di Milano e il 2 feb. 1971 al Teatro Brancaccio di Roma.



mercoledì 3 febbraio 2010

Louisiana Red



Le sue esuberanti performance, una personalità incontenibile e una tormentata storia di vita rendono Louisiana Red (vero nome Iverson Minter) uno dei bluesman più interessanti fra quelli che attualmente vivono in Europa.

Lousiana non suona blues ma lo vive e lo ha vissuto attraverso la sua chitarra e la sua voce.
Con una tormentata infanzia alle spalle, la madre muore una settimana dopo il parto e suo padre viene linciato dal Ku Klux Klan quando aveva solo tre anni, le sue canzoni hanno sempre rispecchiato queste tragiche esperienze di solitudine e violenza.

Influenzato da grandi musicisti quali Muddy Waters, Lightnin’ Hopkins e Arthur Crudup ha cercato a lungo il suo personale stile e la sua forma d’espressione.
Quando si esibisce le sue canzoni esprimono il suo feeling con la tradizione, con le spontanee composizioni che ci riportano alle origini del Blues del Delta.

In una carriera che si estende per mezzo secolo ha suonato con grandi bluesman tra i quali ricordiamo B.B. King e Muddy Waters, ha collaborato con Peg Leg Sam, Johnny Shines, Roosevelt Sykes e Brownie McGhee e, a proprio nome, ha inciso con Black Panther, JSP, Orchid, L+R e Blues Beacon; ma per lui non è importante dove e con chi si esibisce, Lousiana Red utilizza sempre la stessa intensità ed entusiasmo ad ogni concerto sia che sia di fronte a 10.000 persone in un festival o in un piccolo pub.

I primi successi discografici arrivarono intorno al 1952, quando incide per la Chess sotto lo pseudonimo di Rocky Fuller. In effetti il vezzo di cambiare nome lo accompagna per diversi anni sotto nomi quali Guitar Red, Elmore James Jr., Walkin' Slim.

Negli anni 60 continua l’incessante attività discografica registrando per Atlas e Roulette mentre, agli inizi degli anni 70, relega la musica in secondo piano e diventa un attivista politico del movimento dei Black Muslims, combattendo la battaglia per i diritti civili.

Giunge per la prima volta in Europa nel 1975, al Montreaux Jazz festival, dove riceve un ottima accoglienza e critica che lo porta a dar vita ad un'incessante attività concertistica europea tanto da lasciare gli Stati Uniti per vivere in Germania.
Questo però non gli impedisce di continuare a collaborare con grandi musicisti (fra tutti Johnny Shines) e, soprattutto, di vincere nel 1983 il "
W.C. Handy Award" come miglior artista blues tradizionale.

Da allora le produzioni discografiche ed i tour si susseguono senza sosta e, nel 1997, si registra un grande e trionfale ritorno di Red sulle scene USA.

Costantemente alla ricerca di una nuova espressione del blues,
il suo stile “down home”, irruento ma creativo alla slide e il canto passionale e istintivo legato a testi molto spesso politicizzati, fanno di Louisiana Red un musicista interessante e forse sottovalutato nonstante la troppa politica e la quasi “insensata” produzione discografica.

sito ufficiale: www.louisiana-red.com

(Slang Music)


martedì 2 febbraio 2010

Cari Beatles....


Pubblico con piacere un articolo di Innocenzo Alfano


Cari Beatles, dal vivo non ci siamo

Mi sono spesso domandato come mai né i Beatles e né tanto meno i Rolling Stones, cioè i due gruppi rock più famosi di sempre, abbiano mai pubblicato un LP interamente dal vivo nel corso degli anni ’60. La risposta che mi davo, ogni volta che ponevo questo genere di quesito a me stesso, era che, in fondo, nessun gruppo musicale, rock o di altro tipo, è obbligato a pubblicare dischi dal vivo. Ovvio, solo che molti gruppi, negli anni ’60, lo facevano, e il fatto che quelli refrattari fossero proprio i più famosi di tutti contribuiva a tenere vivo il problema dentro la mia testa. Poi un giorno ho trovato la soluzione, che per quanto riguarda i Rolling Stones ho ampiamente articolato nel libro Effetto Pop, uscito alla fine del 2008. La risposta è più semplice di quello che uno si immagina, ed ha a che fare, a dispetto del successo e della fama che li circonda, con la modesta abilità tecnica dei musicisti delle due formazioni.

E’ vero che i Beatles, a differenza dei Rolling Stones, svolsero un ruolo importante e per certi versi decisivo nella fase di passaggio dal beat alla musica rock sofisticata che si affermò in Inghilterra, e poi in tutta Europa (compresa l’Italia), a partire dalla fine degli anni Sessanta. Ma se ascoltiamo senza pregiudizi alcune loro incisioni dal vivo realizzate nella prima metà del decennio – ed incluse nell’unico album live, peraltro postumo, del gruppo, intitolato “At The Hollywood Bowl” – noteremo i tanti difetti palesati dal quartetto di Liverpool nell’eseguire i passaggi strumentali più impegnativi. La performance di Roll Over Beethoven dell’agosto 1964, dal repertorio di Chuck Berry (incisa dal chitarrista nero statunitense nel 1956), ne è forse l’esempio migliore. E neppure si salva, a ben vedere, la versione in studio dello stesso brano pubblicata nel novembre del 1963. Anche in questo caso le parti di chitarra, soprattutto quelle più intricate, risultano alquanto approssimative e lontane dalla brillantezza e precisione esibite da Chuck Berry sette anni prima.

Non è dunque un caso se i Beatles ed i Rolling Stones siano state tra le poche formazioni rock a non aver pubblicato nessun LP dal vivo durante tutti gli anni ’60. Il fatto è che per pubblicare un disco dal vivo i componenti di qualsiasi band dovevano (e dovrebbero) essere in grado di suonare, dal vivo, buona musica, dimostrando nel contempo di possedere qualche qualità come strumentisti. Ma né i cinque membri dei Rolling Stones, né i quattro componenti dei Beatles erano dei musicisti particolarmente brillanti. I Rolling Stones, come tutti i fans di questo gruppo sanno, pubblicarono il loro primo long playing interamente dal vivo solo dopo aver ingaggiato il bravo chitarrista Mick Taylor al posto di Brian Jones, mentre i Beatles si astennero del tutto dal pubblicare materiale live perché quello che avevano registrato durante le loro numerose tournée della prima metà del decennio era considerato di qualità audio scadente, dopodiché nel corso dell’estate del 1966 decisero di rinunciare in via definitiva ai concerti in pubblico e così il problema non si ripropose più. In realtà, come ben dimostra il 33 giri “At The Hollywood Bowl”, la qualità delle registrazioni dei concerti dal vivo dei Beatles riferite alla metà degli anni Sessanta non è affatto così scarsa come si è sempre sostenuto. Il problema, come si evince dall’ascolto di questo LP, è invece un altro, e cioè che nel 1965 i Beatles suonavano un tipo di musica che era già fuori moda rispetto agli interessi e ai gusti manifestati dalle migliori formazioni rock allora in circolazione. Interessi che riguardavano ormai il rhythm’n’blues – eseguito lasciando un ampio spazio alle parti solistiche – piuttosto che il rock’n’roll e la canzone melodica con strofa, ritornello e ponte. E i Beatles, in fatto di rhythm’n’blues, e soprattutto di parti solistiche, non avevano molto da dire. Per una conferma dell’assunto si ascolti Yer Blues dall’album doppio “The Beatles”, pubblicato nel 1968, e si faccia attenzione ai due assolo di chitarra elettrica eseguiti verso la fine del brano; un brano che, giusto per rimanere in tema di incisioni live, venne registrato per l’appunto in presa diretta, cioè dal vivo sebbene all’interno di uno studio di incisione discografica piuttosto che in un club o dentro a uno stadio. Chi non è un fan sfegatato di McCartney e soci si accorgerà subito, ascoltando Yer Blues, che la capacità solistica di George Harrison e (soprattutto) di John Lennon a contatto con un genere come il rock-blues – ossia l’unione della tipica esuberanza rock con gli schemi classici del blues, molto in voga in Gran Bretagna tra il 1966 ed il 1970 – era abbastanza limitata. Lo stesso pezzo venne riproposto, poco tempo dopo la sua pubblicazione su LP, dal solo John Lennon nell’ambito del Rock’n’Roll Circus, uno spettacolo rock televisivo organizzato dai Rolling Stones e trasmesso nel periodo di Natale del 1968. Lennon, autore del testo, in quel caso si fece però saggiamente accompagnare dal batterista della Jimi Hendrix Experience Mitch Mitchell e dall’esperto chitarrista blues, nonché ex membro dei Cream, Eric Clapton, il quale si occupò delle parti solistiche nobilitando una composizione che, così com’era nella sua versione originale, lasciava parecchio a desiderare. A proposito, e per concludere, ricordiamo che Eric Clapton è uno che negli anni ’60 ha contribuito, con tre diversi gruppi, alla realizzazione di ben cinque long playing dal vivo, di cui il primo registrato (e pubblicato) con gli Yardbirds nel lontano 1963. Di questi cinque ne consiglio, agli appassionati di musica rock che si entusiasmano ascoltando parti solistiche brillanti e ben eseguite, due incisi con i Cream, entrambi nel 1968: “Wheels Of Fire – Live at the Fillmore” e “Goodbye”. Tutta un’altra musica…

N. B. Articolo pubblicato su “Apollinea”, Rivista bimestrale del territorio del Parco Nazionale del Pollino, Anno XIV – n. 1 – gennaio-febbraio 2010, pag. 38.





lunedì 1 febbraio 2010

Robben Ford


La carriera artistica e il ventaglio di collaborazioni di Robben Ford, uno tra gli indiscussi miti chitarristici ancora in circolazione, è davvero impressionante.
Impossibile etichettarlo o incatenarlo ai limiti di un genere: sa suonare e cantare il blues con grande classe, ma il suo percorso artistico prevede diverse tappe nel jazz, nella fusion e nel funky.
Nato e cresciuto a Ukiah in California, si avvicina alla studio dello strumento da autodidatta all’età di 13 anni, ispirandosi alla figura di Mike Bloomfield.
Appena maggiorenne si sposta a San Francisco, dando vita con l’aiuto dei suoi due fratelli alla Charles Ford Band, in onore del padre.
Il suo talento non passa però inosservato, tanto da attirare su di sé le attenzioni del celebre armonicista Charlie Musselwhite, che lo ingaggia per la sua band.
Rientrato nelle fila della Charles Ford Band, arriva nel 1972 l’esordio discografico del gruppo per la Arhoolie. L’ascesa artistica di Robben è ormai un crescendo inarrestabile: avvia un felice sodalizio con il leggendario cantanteJimmy Whiterspoon, e poi ancora collaborazioni con Tom Scott, George Harrison, Joni Mitchell e Muddy Waters.

Nel ’79 vede la luce il primo lavoro a proprio nome: “Inside Story”, a cui partecipano gli stessi musicisti con cui condivide più tardi l’avventura targata Yellow Jackets, di cui è membro fondatore. La band è caposcuola nel mondo della fusion, e Ford vi suonerà sino ai primi anni ‘80. Da qui inaugura una stagione che lo vede impegnato come session-man e gli apre le porte per una dorata carriera solista: un’esperienza fondamentale che lo mette a contatto tra gli altri con Burt Bacharach e Randy Crawford, e culmina con la presenza nel tour di sua maestà Miles Davis.
Dalla metà degli anni ‘80 Robben ritorna alle proprie radici. Forma uno straordinario blues trio con il bassista Roscoe Beck ed il batterista Tom Brechtlein, meglio conosciuti come The Blue Line.
E’ con questa band che Ford raggiunge la definitiva consacrazione mondiale, dando vita ad una apprezzata produzione discografica, al cui interno trovano spazio autentiche gemme quali il celeberrimo album “Talk To Your Daughter”.

Negli anni ‘90 il fuoriclasse della sei corde registra per la Blue Thumb Records, facendosi accompagnare in studio e dal vivo da una cerchia di nuovi musicisti, come accade per le session di studio ed i tour degli album “Tiger Walk” e “Supernatural”. Il 2002 vede la pubblicazione dell’album “Blue Moon”, per il quale sono chiamati a raccolta i fidati compagni Brechtlein e Beck, che lo accompagnano sia in studio che dal vivo, per donare nuova vita alla formula vincente di tanti successi.
Pur abbracciando esperienze e generi musicali diversi, Ford sostiene che al centro della sua musica vi sia sempre il blues, che rimane ancora il miglior luogo dove imparare a suonare la chitarra. Visti i risultati da lui raggiunti non resta che credergli.
(Slang Music)
sito ufficiale: www.robbenford.com


Line up:
Robben FORD - voice, guitar
Travis CARLTON - bass
Anastios PANOS - drums


venerdì 29 gennaio 2010

Cek Deluxe


I Cek Deluxe nascono nel 2007 con:
Cek alla chitarra / voce, Pietro Maria al basso / cori, Slim Batteria / cori.

Numerosi i concerti nel nord Italia e Svizzera dove sul palco portano un mix di Blues e Rock

Nel 2008 il nuovo album "Hanging Bags" composto da canzoni originali, autoprodotto /distribuito, crea un notevole interesse attorno alla band che inizia un intenso tour estivo che si è concluso a Marzo 2009 con il loro primo tour in U.S.A.
I Cek Deluxe sono stati apprezzati in numerosi concerti a Memphis, Indianola, New Orleans, Austin e in Canada a Sault Ste. Marie.
L'occasione che li ha portati in America è stata la partecipazione di Cek all'I.B.C 2009 a Memphis dopo aver vinto la selezione italiana fra 60 concorrenti.

sito ufficiale: www.myspace.com/cekblues
(Slang Music)

Line-up:
Cek DELUXE - chitarra, voce
SLIM - batteria, cori
Pietro Maria TISI - basso, cori


Per saperne di più:


Discografia

FOUR HAMMOND FLOORS (1998)

DEMO BLUES (2000)

BROKEN AND HUNGRY (2002)

I JUST DON'T KNOW
(2005)


HANGING BAGS (2008)




giovedì 28 gennaio 2010

Tolo Marton

"Dopo averlo sentito suonare, sono tornata a vederlo ogni volta che potevo”, così la giornalista Sharon Jones scrive di Tolo su Austin Arena Magazine (aprile 95).

La rivista Chitarre, nei pubblicare lo spartito del suo pezzo “Alpine valley” descrive molto bene lo stile di Tolo Marton quando dice: “In questa parte del brano, i suoni che TM riesce a produrre con la sua chitarra non sono trascrivibili in note”.

Alcuni lo collocano tra i chitarristi rock, altri blues, altri addirittura country... è tutto e niente di tutto questo: Tolo è in realtà un virtuoso della chitarra, capace di trasmettere tutto ciò che ha dentro senza gesti, senza mosse, senza mimica da palcoscenico ma esclusivamente con i suoni che escono dalle sei corde.

Viene considerato il chitarrista italiano che ha più classe, che non si ripete mai durante i suoi concerti, neanche a distanza d pochi giorni. La fantasia e I’improvvisazione sono evidenziate nei brani originali e negli assoli.

Sempre più spesso, quando viene presentato vengono usate espressioni del tipo:
la chitarra magica di TM”, “la magia delle sei corde”, “TM, la magia nelle mani”, che dimostra che per molti sembra che ci sia qualcosa di magico nel suo modo di suonare.
Anche se la magia non centra, la sua vittoria aI Jimi Hendrix Electric Guitar Festival, concorso mondiale svoltosi a Seattle (U.S.A), nel ’98, è stata sicuramente clamorosa!
La manifestazione era stata organizzata dalla Hendrix Family, assieme alla Fender Guitars, Aiwa e Guitar Player Magazine. L’aver ricevuto il primo premio direttamente dalle mani di Al Hendrix, padre di Jimi, ha posto su Tolo quell’attenzione che fino a prima gli riservavano solo i tanti appassionati che lo seguono da sempre.

Le influenze di Tolo? Fra i chitarristi: Nils Lofgren, Rory Gallagher, Jimi Hendrix , B.B. King, Charlie Christian, Eric Gale, Santana, J.J.Cale. E più in generale: Paul Simon, Joni Mitchell, Doors, Jimmy Smith, Jerry Lee Lewis, Miles Davis, Henry Mancini, Cream, Ennio Morricone , musiche da film e chissà cos’altro ancora.


Lo stile: CLASSIC ROCK

Lo stile e il repertorio di Tolo Marton si basano su brani originali. Temi e sonorità riprendono quel filo interrotto dalle case discografiche all’inizio degli anni Settanta, che porta al suono che cambiò la faccia alla musica rock. Nessuna nostalgia ma soluzioni nuove, improvvisazioni senza limiti di genere, lunghe Jam-session e interplay tra i musicisti.

In questa ottica non può mancare la reinterpretazione di alcune cover, non solo di Hendrix, dove si rincorrono linguaggi rock, blues, country, psichedelia, melodia e silenzi, in un lungo viaggio che spesso termina con quel pezzo del treno. Al di là delle etichette, la chitarra di Tolo è poco prevedibile ed è difficile sapere che cosa può riservare. Forse un invito a chiudere gli occhi per vedere con le orecchie.

Nel 1999 Tolo ha dato vita assieme ad altri 5 chitarristi, tra i quali il chitarrista classico Massimo Scattolin, al progetto “Guitarland – Sei corde senza confini”, che con concerti, seminari e dischi si propone una fusione di generi e stili (classica, jazz, flamenco, country, latino...).
Da segnalare il recentissimo debutto di Tolo nel mondo della musica classica, quando é stato invitato a suonare la sua “Alpine valley” in cattedrale accompagnato dall’Orchestra sinfonica di Treviso. Sicuramente un’esperienza unica che non viene mai riservata ad un chitarrista elettrico.

Da dicembre 2001 Tolo partecipa allo spettacolo teatrale “Carta Bianca” con l’attore Marco Paolini e il violoncellista Mario Brunello. Un’esperienza “all’insegna della interazione fra parole e suoni, che dimostra che una vera e riuscita commistione può nascere solo dalla metamorfosi dei materiali, non dal loro ibrido accostamento” (G.Satragni,La Stampa).

Marzo 2002. Inizia la collaborazione con il batterista dei Deep Purple Ian Paice, con cui suona dal vivo in più concerti, in uno dei quali partecipa anche l’attuale tastierista dei Deep Purple Don Airey, oltre a Maurizio Feraco al basso.

Ottobre 2002. Finalmente esce il doppio live CD “DAL VERO”, distribuito da Azzurra Music.
Un disco che fotografa fedelmente un tipico concerto di Tolo Marton con i Lostiguana, e dove è presente in 2 brani anche Ian Paice. Riportiamo qui alcuni passaggi della recensione di Flavio Brighenti di questo CD, uscita su ”MUSICA” di Repubblica: “... freschezza di ispirazione, nobiltà del fraseggio, visionarietà di scrittura. ...Marton fa dialogare in splendida armonia il gusto melodico e l’invenzione virtuosa, coltiva l’immaginario della musica popolare e quello del cinema, coniuga roots rock e Morricone. ...Bella testimonianza di stile, classe e passione”.

Il 1 gennaio 2003 si esibisce in diretta su RAI International in una trasmissione dal titolo “SOS Argentina” a favore dei bambini di quel paese che viene diffusa in diretta in 33 paesi.

sito ufficiale: www.tolomarton.com

(Slang Music)



mercoledì 27 gennaio 2010

Ana Popovic


Il 2006 ha visto Ana Popovic intraprendere una ricca tournee, durante la quale si è esibita in 80 tappe negli Stati Uniti ed altre 50 in Europa.

Tra queste, è particolarmente significativo il concerto tenuto nell’ambito di “Blues Cruise”, leggendaria crociera all’in-segna del blues che ogni anno riunisce i migliori artisti del momento.
È la prima artista europea ad essere mai stata invitata ad esibirsi insieme alla sua band al completo.

Grazie alle sue elettrizzanti performances è riuscita ad affermarsi come una delle principali figure blues europee e anche come una delle migliori chitarriste.
A febbraio del 2006 è stata nominata dai lettori di “Blues Wax Magazine” per il premio “Blues Artist of the Year” (tra gli altri nominati spiccano i nomi di Tab Benoit e Joe Bonamassa). A luglio ha ricevuto l’incredibile numero di sei nomination per il premio “Living Blues 2006”, tra cui quelle per “Miglior DVD Blues del 2005” (Ana! – concerto live ad Amsterdam), “Miglior musicista dal vivo”, “Miglior artista blues femminile” e per “Musicista più distinto (chitarra)”.

Popovic, nata a Belgrado, attualmente vive in Olanda e ha all’attivo due album registrati in studio, uno registrato dal vivo (disponibile anche in DVD) e una storia piena di festival “tutto esaurito” di musica jazz, pop e blues in tutto il mondo.
È l’unica artista europea ad essere stata nominata per il premio “WC Handy Award” ed è la vincitrice di uno dei premi Francesi più storici e rinomati – “Jazz à Juan Revelations”, a Juan Les Pines (2003). Inoltre, è stata nominata per il “Miglior album Blues” al Jammie Awards a New York (2003).

Durante il 2006 Ana e la sua band sono impegnati in una serie di concerti in Spagna, Portogallo, Germania, Belgio e Olanda, tornando poi, a gennaio 2007, negli Stati Uniti per un’esibizione al Sundance Film Festival a Utah dove, tra gli altri, si esibiscono anche John Mayer e Sheryl Crow.

Il 2007 è un anno importante, entra a far parte del gruppo degli artisti affiliati alla Delta Groove Productions di Los Angeles per la quale realizza l’album
Still Making History prodotto da David Z e John Porter. Quest’ultimo vincitore di Grammy Award e famoso per collaborazioni con grandi nomi quali B.B.King, Buddy Guy, Los Lonely Boys, Bonnie Raitt e Keb’ Mo.
Seguono numerosi concerti sia in Europa che in Russia e Messico, ben sette intensivi tour negli USA dove divide il palco con famosi artisti incluso il leggendario Buddy Guy, e un tour in Germania con il famoso chitarrista Jan Akkerman.
Nell’ottobre dello stesso anno il suo lavoro debutterà nelle Billboard Blues Chart all’ottavo posto a fianco di Stevie Ray Vaughan salendo poi fino al quarto.

Nel 2008 il suo album
Still Making History viene remixato a Los Angeles dal famoso produttore Rudy ‘Mayru’ Maya.
Dopo avere dato alla luce il figlio Luuk parte per un tour di 5 settimane negli Stati Uniti e Canada condividendo lo stage con Jonny Lang, Ronnie Earl, Los Lobos.
A luglio dello stesso anno il suo lavoro arriva al terzo posto nelle classifiche Americane rimanendoci per ben 19 settimane.

Il 2009 inizia con la seconda partecipazione alla leggendaria Rhythm & Blues Cruise con Susan Tedeschi, Larry McCray, Bob Margolin e molti altri.
Partecipa anche al documentario
Turn it up di Robert Radler riguardante tutti i migliori chitarristi del mondo.

sito ufficiale: www.anapopovic.com


Line-up:
Ana POPOVIC (YU) - Guitar, vocals
Ronald JONKER (NL) - bass
Kommer VAN DER SLUIS (NL) - drums
Special guest:
Michele Papadia (ITL) - keys


(tratto da Slang Music)


lunedì 25 gennaio 2010

Pentangle


I Pentangle, insieme a Fairport Convention e Steeley Span, sono da annoverare tra i principali esponenti del cosiddetto folk revival anglosassone (un’etichetta un po’ infelice che denota un inedito approccio, all’insegna del jazz e del blues, con cui si rileggono i brani tradizionali, britannici e non solo, anche conosciuto come british folk).
Si formano nel 1967 in Inghilterra.
Ne fanno parte: John Renbourn (Londra, 8 agosto 1944) e Bert Jansch (Glasgow, 3 novembre 1943), chitarristi che hanno già alcuni dischi alle spalle come solisti, oltre ad uno insieme (Bert e Jhon). La band è completata da Jacqui McShee, cantante folk con una certa fama, che ha già collaborato con Renbourn , Danny Thompson, e Terry Cox, rispettivamente contrabbassista e batterista, provenienti dal gruppo Alexis Korner's Blues Incorporated e di formazione jazz.
Nel 1968, pubblicano il primo album, The Pentangle.
Sebbene siano tutti molto giovani, riescono a miscelare in modo unico le loro già eccelse capacità musicali.


Alla fine dello stesso anno esce invece Sweet Child, un album doppio contenente un disco live registrato alla Royal Albert Hall di Londra e uno in studio. Ancora una splendida dimostrazione di come i membri dei Pentangle sappiano fondere i loro diversi background musicali in uno stile unico.
Nel 1969, sfornano quello che sarà il disco di maggior successo: Basket Of Light.
Il singolo, Light Flight è un vero e proprio volo musicale: riscuote notevole successo, oltre che per la sua straordinaria bellezza, anche grazie alla trasmissione televisiva inglese che lo sceglie come sigla.
Meno importanti gli spunti jazz, prevalgono le ballate.
Il 1970 è l’anno di Cruel Sister: in questo lavoro fanno la comparsa le chitarre elettriche.
Nel 1971, esce Reflection mentre nel 1972, pubblicano Solomon's Seal, il loro sesto e ultimo album: il gruppo si scioglie nell’anno successivo.
La reunion degli anni ‘80, senza Cox, infortunato per via di un grave incidente stradale, al di là dell’innegabile valore nostalgico, poco aggiunge, sul piano artistico, a quanto detto dalla band nei primi 6 anni di brillante carriera.

Light Flight




Citazione el giorno:

"Quelli che conoscono la tempesta si annoiano con la bonaccia" (anonimo).



sabato 23 gennaio 2010

24 gennaio a Varazze

venerdì 22 gennaio 2010

Beggar's Opera


Beggar's Opera fu un gruppo scozzese di rock Progressive melodico, che ebbe un effimero momento di notorietà agli inizi degli anni '70, rivaleggiando con i Nice e gli ELP, nel riarrangiare celebri brani di musica classica in chiave moderna.
Il nome della band è preso in prestito dall'opera del poeta inglese John Gay (1728).
Pubblicati i primi quattro album in Inghilterra, sullo stile pop sinfonico, nel 1973, i Beggar's si trasferirono in Germania, dove pubblicarono altri due LP, prima di separarsi nel 1976.
Bravura tecnica dei componenti fuori discussione, ma risultato troppo accademico.


Riscuoteranno comunque un buon successo, anche se momentaneo, soprattutto in Europa.

Formazione
Martin Griffiths (voce)
Alan Park(tastiere)
Ricky Gardiner(chitarra, voce)
Marshall Erskine(basso, fiati)
Virginia Scott(tastiere)
Raimond Wilson(batteria)
Con Waters of Change, Gordon Sellar prende il posto di Marshall Erskine come bassista.

Discografia
Act One (1970);
Waters of Change (1971);
Pathfinder(1972);
Get Your Dog Off Me (1973):
Sagittary (1976);
Beggars Can't Be Choosers(1977);
Lifeline (1977).

Raymonds Road

mercoledì 20 gennaio 2010

Curved Air


Curved Air fu un gruppo inglese di buon livello, che ha il merito di aver creduto prima di altri al connubio di rock e musica classica.
I Curved Air (nome tratto dal titolo di un celebre album di Terry Riley) nascono da Darryl Way (violino), Francis Monkman(tastiere/chitarre) e il batterista Florian Pilkington-Miksa, ai quali si unisce poi la cantante Sonja Kristina, famosa per aver preso parte al musical “Hair”.
Il primo album è “Air conditioning”(1970), forte di brani come “Vivaldi” (disinvolta rilettura barocca), che registra subito buone vendite e impone la band come una delle novità più stimolanti del progressive britannico.
Nel successivo “Second album”(1971), la band (con l’uscita del bassista Robert Martin rilevato da Ian Eyre) gioca ancora bene le sue carte, puntando sulla voce duttile e cristallina di Sonja Kristina e sui virtuosismi del violino di Way. Molto bello l’attacco di “Young mother”, tra spirali di synth e controtempi ritmici prima del cantato, ampio e solenne, secondato dal violino e molteplici effetti elettronici che punteggiano un po’ tutto l’album. Più in chiave di rock-song sono “Back street luv”, e la sincopata “You know”, con la chitarra elettrica di Monkman in evidenza. Il momento più raffinato è però “Puppets”, seducente ballata punteggiata da un gioco percussivo e la bella voce della Kristina che spicca s’un morbido tappeto di pianoforte e mellotron. Il gruppo dilata i tempi nel finale “Piece of mind”, quasi tredici minuti nei quali si respira aria di fusion, tra trame sinistre e ossessive di violino, ritmiche irregolari e un crescendo d’intensità davvero intrigante attorno al canto.


Il seguente “Phantasmagoria”(1972) è però l’ultimo atto del primo periodo.
In diversa formazione, col giovane enfant-prodige Eddie Jobson al violino, i Curved Air incidono il solo “Air cut”(1973). L’organico originale si ritrova invece per “Curved Air live”(1975).
Dopo l’abbandono di Monkman, la Kristina e Way si uniscono al futuro Police Stewart Copeland per incidere “Midnight wire”(1975) e infine “Airborne”(1976), vero atto finale della band.
(Last.fm)
official site:

http://www.curvedair.com/



martedì 19 gennaio 2010

Neil Young


Neil Perceval Young nasce a Toronto il 12 novembre 1945.
Si trasferisce a metà degli anni sessanta a Los Angeles dove forma con Stephen Stills i Buffalo Springfield, destinati a diventare uno dei gruppi di punta della scena folk-rock californiana. Tra le canzoni da lui scritte per il gruppo, è da ricordare la classica “Mr. Soul”.
Young lascia i Buffalo Springfield per realizzare il suo primo album solista a inizio del 1969 (Neil Young). Lo stesso anno recluta dal gruppo The Rockets il chitarrista Danny Whitten, il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina ribattezandoli Crazy Horse, e con questa formazione realizza il suo secondo lavoro solista: Everybody Knows This Is Nowhere.

Dopo essersi unito al trio Crosby, Stills & Nash negli album Déjà Vu e Four Way Street (dal vivo), e aver fatto uscire un terzo disco solista (After the Gold Rush), raggiunge infine la testa delle classifiche di vendita americane con l’album Harvest e il singolo Heart of Gold nel 1972.
A questo periodo di successo commerciale fa seguito un periodo di crisi e depressione, dovuto anche alle morti per overdose del chitarrista dei Crazy Horse, Danny Whitten, e di Bruce Barry, un roadie del suo entourage cui sarà dedicata Tonight’s the Night. Questa crisi si ripercuote nella musica che Neil Young registra in quegli anni e soprattutto nell’atmosfera e nei testi di album come Time Fades Away, Tonight’s the Night e On the Beach. Questi albums, per tali motivi, furono al tempo degli insuccessi commerciali nonché oggetto di aspre accuse da parte della critica, ma col passare degli anni furono ampiamente rivalutati.
Nel 1976 registra l’album Long May You Run che lo vede riunito con il vecchio compagno di avventura Stephen Stills.
Nel 1978 è in tour con lo spettacolo Rust Never Sleeps, di nuovo accompagnato dai Crazy Horse. Da quello spettacolo ha origine l’album omonimo, in cui Young si confronta con la filosofia punk in auge.
Gli anni ottanta rappresentano per il musicista canadese un periodo di sperimentazione anti-commerciale. Nel 1980 il cantautore canadese registra Hawks & Doves, intriso di un country atipico, rilassato nella prima parte ed invece straniante nella seconda. Re-ac-tor (1981) fa una virata a 180° e pur rimanendo ancorato con l’uso della voce in territori quasi country sconfina musicalmente in ambiti punk-metal (‘Shots’). Nello stesso anno abbandona la sua vecchia casa discografica Reprise e firma un contratto per la Geffen Records. La libertà artistica concessagli dalla nuova etichetta gli permette di realizzare una serie di lavori che gli alienano sia il favore della critica che quello dei vecchi fan, e lo vedono sperimentare su territori musicali disparati, come la musica elettronica (“Trans” 1982 e “Landing on Water” 1986), il rockabilly (“Everybody’s Rockin’ 1983), il country di Nashville (“Old Ways” 1985), la new wave e il rhythm and blues (“This Note’s For You” 1989). Tali album crearono, vista la loro atipicità nei confronti della produzione precedente di Young, degli attriti con la Geffen, che voleva lo Young degli anni sessanta e settanta. Tali divergenze spinsero il cantautore canadese a ritornare alla Reprise e con tale casa discografica, paradossalmente nel 1989 riprende lo stile musicale a lui più usuale con l’album Freedom, trainato dal video del singolo Rockin’ in the Free World.
L’anno successivo si riunisce con i Crazy Horse per la registrazione di Ragged Glory, per il cui tour promozionale chiama ad aprire i suoi concerti il gruppo di rock d’avanguardia Sonic Youth, fatto che gli assicura una buona popolarità anche nei circuiti del rock alternativo dei primi anni novanta. In questo contesto esce l’album “Arc / Weld” (1991), considerato da diversi critici uno dei migliori album dal vivo della storia del rock.
Ormai considerato una sorta di “padrino” della scena grunge, Young opta per un ritorno alle atmosfere acustiche del suo best-seller Harvest con l’album Harvest Moon nel 1992. Nel 1994 il suo legame con il grunge viene ribadito da Sleeps With Angels, album dedicato alla memoria di Kurt Cobain e dalla collaborazione con i Pearl Jam, che sfocia nella pubblicazione di Mirror Ball (1995).
La seconda metà del decennio lo vede collaborare ancora con i Crazy Horse nell’abum Broken Arrow (1996) e con i compagni di un tempo Crosby, Stills & Nash. Nel 1997 viene realizzato il live Year of the Horse e un film-documentario omonimo sul suo tour con i Crazy Horse, diretto da Jim Jarmusch. Per il regista, due anni prima aveva scritto la sperimentale colonna sonora del suo film Dead Man OST.
Il nuovo millennio inizia con l’abituale folk-rock in Silver & Gold (2000), nello stesso anno esce il live Road Rock Vol. 1, il primo senza i Crazy Horse, supportato da una band di amici e parenti (chiamata appunto Friends & Relatives). Dopo aver contribuito nel 2001 al concerto “America: A Tribute To Heroes” con la cover “Imagine” di John Lennon, prosegue poi con la dissertazione di Are You Passionate? che vede la collaborazione con Booker t & The MG’s.
Tra i suoi progetti recenti il più ambizioso è sicuramente il lungo Greendale (2003), un concept-album sulla vita in una piccola città americana di provincia. Nello stesso anno, in agosto, i fan ricevono una gradita sorpresa, infatti dopo lunghe insistenze vengono finalmente pubblicati e rimasterizzati in alta qualità sul supporto Cd quattro album su sei mancanti (detti “missing six”)nella discografia che finora erano (difficilmente) reperibli solo sul vinile. Essi sono: l’importante On the Beach, American Stars ‘n Bars, Hawks & Doves e Re-ac-tor. Rimangono, ad oggi, ancora su LP i soli Time Fades Away e il trascurabile Journey Through The Past.
Nel 2005 viene colpito da aneurisma cerebrale, ma questo non gli impedisce di pubblicare un nuovo album, l’acustico Prairie Wind. Nel 2006 esce l’album molto politicizzato Living With War. Quest’ultimo album è un urlo rabbioso contro il presidente Bush, la sua politica e la guerra in Iraq. È prevista a breve la pubblicazione, a scaglioni, dei suoi immensi archivi.



lunedì 18 gennaio 2010

George Baker


Era il 1970, e nella top ten dei 100 dischi più venduti dell'anno George Baker era presente con Little Green Bag.

George Baker ( 8 dicembre 1944) è un cantante e cantautore olandese, nato da madre olandese e padre italiano.

È stato il leader del gruppo pop dei George Baker Selection e ha poi proseguito la sua carriera musicale da solista.

Nel 1967 George Baker si unì al gruppo dei Soul Invention che più tardi cambiò il proprio nome in George Baker Selection. Il loro singolo di debutto "Little Green Bag", contenuto nell'omonimo album, ebbe un grande successo e raggiunse il numero 21 della famosa classificaBillboard Hot 100.

Nel 1972 la band aveva già venduto 5 milioni di dischi.

Il loro quintoalbum Paloma Blanca uscì nel 1975, e il singolo "Una Paloma Blanca" raggiunse la vetta delle classifiche musicali di diversi paesi nel mondo.

Verrà poi ripresa come cover di successo da altri artisti, tra le quali la più nota è forse quella di Demis Roussos.

Nel 1978 la band, dopo aver venduto oltre 20 milioni di dischi, si separò perché "la pressione era diventata troppa". Qualche anno dopo, nel 1985, Geroge Baker formò una nuova George Baker Selection che rimase unita sino al 1989. Il nuovo gruppo rilasciò una dozzina di album oltre a diverse compilation.

Nel 1992 la canzone "Little Green Bag" venne usata da Quentin Tarantino nel suo film Le Iene, e di nuovo il singolo cominciò a vendere in molti paesi.

La carriera da solista di Baker ebbe inizio a metà tra le esperienze con le due band George Baker Selection, ovvero tra il 1978 e il 1985, e poi proseguì ininterrottamente dal 1989 in poi.Come solista George Baker ha pubblicato 10 album, l'ultimo nel 2000.


venerdì 15 gennaio 2010

Jaco Pastorius


John Francis Pastorius III (Norristown, Pennsylvania, 1 dicembre 1951 - 21 settembre 1987) conosciuto come Jaco Pastorius, è stato un notissimo bassista di musica fusion.
Suonava generalmente un basso elettrico fretless (senza tasti). Con il suo stile particolare è riuscito a caratterizzare lo strumento come solista, e ridefinire il ruolo del basso elettrico nella musica, suonando simultaneamente melodie, accordi, armonici ed effetti percussivi.
Per numerosi bassisti è un importante punto di riferimento.

Nato a Norristown (Pennsylvania), Pastorius crebbe a Fort Lauderdale (Florida) dove si avvicinò alla musica suonando la batteria verso la quale era molto portato. A causa della frattura di un polso, cominciò a suonare il basso elettrico, prediligendo i generi rhythm and blues e pop e guadagnandosi la fama locale.
Dal 1976 la sua fama iniziò ad espandersi a livello internazionale con l’album
Jaco Pastorius; nello stesso anno iniziò a suonare con gli Weather Report in due brani dell’album Black Market, e stabilmente dall’album Heavy Weather (1977), pubblicando poi diversi album. Nello stesso anno collaborò con Pat Metheny e Bob Moses nell’album Bright size life.
Nel tour che segue l’uscita di
Heavy Weather, in concomitanza con le prime manifestazioni dei suoi disturbi psichici, Jaco cominciò a far uso di alcolici, che fino allora aveva sempre ripudiato a causa dell’alcolismo di suo padre, e di cocaina.
L’anno successivo sempre con i W.R. suonò in
Mr Gone (1978), poi nel live 8:30 (1979) e in Night Passage (1980).
A causa della crescente tensione con Joe Zawinul, Jaco lasciò i Weather e iniziò una carriera da solista, pubblicando
World of mouth .

Suonò in vari album di Joni Mitchell: Mingus, Hejira e Shadows and lights con Metheny, Michael Brecker e Don Alias.
Le dipendenze da alcolici e droghe accentuarono il suo squilibrio mentale (disturbo bipolare); le sue relazioni con i manager dell’industria discografica e i gestori dei locali peggiorarono al punto da non trovare nessuno disposto ad ingaggiarlo per un concerto.
Jaco trovò la morte il 21 settembre 1987, in seguito ad un brutale pestaggio da parte di un buttafuori di un locale di Fort Lauderdale. Giorni prima, era il 12 settembre, Jaco, ubriaco fino all’eccesso, venne cacciato da un concerto di Santana al Sunrise Music Theatre per continui fastidi ed interruzioni. Egli vagò per tutta la notte fino a trovare il “Midnight Bottle Club”, locale malfamato alla periferia di Fort Lauderdale.
Sebbene gli fosse stato impedito di entrare, dato che l’accesso era riservato ai soci, il bassista insistette nonostante le negazioni del buttafuori,
Luc Havan. Finchè quest’ultimo, esperto in arti marziali, picchiò violentemente Pastorius con diversi colpi di karate. Quando la polizia arrivò sul posto trovò il musicista steso a terra, morente con il cranio fratturato e con gravi ferite. Havan fu arrestato per omicidio di secondo grado e condannato a ventidue mesi di carcere e cinque anni di libertà vigilata. Dopo quattro mesi fu rilasciato per buona condotta. Dopo nove giorni di coma Pastorius morì ed il mondo della musica perse uno dei più talentuosi bassisti della sua storia.


Curiosità

Il primo incontro con Joe Zawinul avvenne nel 1975 quando Jaco era ancora sconosciuto, Zawinul ricorda che la conversazione si svolse più o meno così:

Pastorius: “Seguo la tua musica dai tempi di Cannonball Adderley e mi piace molto”.
Zawinul: “Cosa vuoi?”
Pastorius: “Mi chiamo Jaco Pastorius e sono il più grande bassista del mondo”.
Zawinul: “Togliti dai piedi, imbecille”

Ma alla fine Pastorius riuscì a consegnargli un nastro. Zawinul lo apprezzò, ma gli disse che i Weather Report avevano già un bassista. Quando Alphonso Johnson lasciò i Weather Report, Zawinul si ricordò di Pastorius che pochi giorni prima gli aveva inviato una versione preliminare del brano “Continuum” (dal suo primo album) nel quale aveva apprezzato il suono morbido e rotondo del suo basso, confondendolo con un contrabbasso. Senza sapere che Jaco usasse un fretless, Zawinul gli telefonò e gli disse: “È molto bello il brano che mi hai mandato. Hey, ragazzino, suoni anche il basso elettrico?”.

(Tratto da last.fm)


giovedì 14 gennaio 2010

Audience


Gli Audience nacquero nel 1969 dalle ceneri di una soul band semi-professionale chiamata Lloyd Alexander Real Estate che comprendeva tutti i membri dei futuri Audience, con l'eccezione di Connor, che entrò nel gruppo dopo la partenza di John Richardson.
Dopo qualche settimana di prove, gli Audience avevano già firmato un contratto di incisione con la Polydor, con la quale registrarono il loro primo album Audience.
Alla fine dell'anno, l'album era già acclamato dal pubblico e dalla critica.
Il gruppo fu notato da Tony Stratton-Smith, direttore della Charisma Records, che li prese come gruppo di spalla al tour dei Led Zeppelin, associandoli alla sua etichetta.
Gli Audience registrarono tre album per la Charisma: il primo album Friends Friends Friend fu interamente curato dal gruppo, sia per l'incisione che per la grafica di copertina.
Per gli altri due si avvalsero del celebre produttore Gus Dudgeon, che per i successivi House on the Hill e Lunch volle far curare i disegni di copertina dall'altrettanto celebre studio di design Hipgnosis.
Seguirono tre anni di di continuo lavoro con un buon successo: tuttavia, un tour americano con Rod Stewart e The Faces, anche se riuscito, portò alcuni problemi che provocarono la fuoriuscita di Gemmell dal gruppo prima di terminare l'album "Lunch", che fu completato con la collaborazione dei Rolling Stones e dei Mad Dogs and Englishman.




A seguito della defezione di Gemmel, la band arruolò due nuovi elementi: Pat Charles Neuberg al sassofono e Nick Judd al pianoforte elettrico.
La nuova formazione non funzionò e Williams, l'autore di quasi tutti i testi, se ne andò otto mesi più tardi.
Quando Nick Judd ricevette un'offerta dai Juicy Lucy, la band si sfasciò. Judd se ne andò, unendosi successivamente ad Alan Brown, The Andy Fraser Band, Brian Eno, Frankie Miller e gli Sharks. Keith Gemmell si unì da principio agli Stackridge, poi si occupò di colonne sonore e infine si unì alla Pasadena Roof Orchestra, dove suonò per quattordici anni. Trevor Williams si unì ai Nashville Teens, che lasciò dopo poco. Tony Connor, dopo una parentesi con gli Jackson Heights, si unì agli Hot Chocolate, con cui è rimasto.
Nel 2004, Howard Werth, Keith Gemmell e Trevor Williams ritornarono sulle scene, sostituendo Tony Connor con il batterista e vocalist John Fisher, tenendo dei concerti in Germania, Italia, Canada e Regno Unito e registrando un album dal vivo per la Electric Record dal titolo alive&kickin'&screamin'&shoutin' .
Durante questo periodo, Gemmell registrò due album da solo, "The Windhover", inspirato ad un poema di Gerard Manley Hopkins, e "Unsafe Sax".
Gli Audience stanno attualmente considerando il loro futuro, a seguito della morte di John Fisher, avvenuta il 27 settembre 2008 .
Discografia
1969 Audience (Polydor)
1970Friends Friends Friend (Charisma)
1971 House on the Hill (Charisma)
1972Lunch (Charisma)
2005alive&kickin'&screamin'&shoutin (Eclectic Discs)

Sito ufficiale:http://www.audienceareback.com/





Citazione d'autore:

"La costanza di un'abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità" (Marcel Proust)



mercoledì 13 gennaio 2010

L'uomo a una dimensione



L'uomo a una dimensione
l'EP d'esordio di
Paolo Toso
da oggi su iTunes e Amazon.com

Dopo il successo di critica e di pubblico (con un passaparola d'eccezione via internet) del singolo Il principe dei matti, lanciato in download esclusivo su www.rockoff.it e ora scaricabile grauitamente in creative commons su jamendo.com, è da oggi disponbile in formato digitale su iTunes e Amazon.com l'EP L'uomo a una dimensione, esordio ufficiale del cantautore Paolo Toso.

Cinque pezzi che anticipano tutto il sapore dell'album che uscirà in inverno
e che confermano Paolo come un artista moderno, ma vicino alla tradizione italiana e francese (con un pizzico d'America), essenziale nell'arrangiamento delle sue melodie e toccante nelle liriche introspettive e disincantate.

Paolo Toso
, piemontese classe 1968, ha militato a cavallo degli anni ‘80 e ‘90 in varie formazioni di rock italiano e new wave, consolidando così una vasta esperienza live. Solo nel 1995 approda in studio con il progetto Neogrigio (che si ispirava equamente a Diaframma e CCCP) ottenendo successo e attenzione con Rock Targato Italia, raggiungendo la finale e la compilation (allora in compagnia di Marlene Kuntz, Scisma, Ligabue, ecc…).

Paolo è attualmente impegnato nella preparazione di un tour promozionale (di cui a breve vi invieremo un comunicato ad hoc) ed è disponibile per interviste telefoniche.

Per recensioni inviate la mail del vostro account iTunes e riceverete una copia in regalo da scaricare gratuitamente.

Hanno suonato con Paolo: Paul Stephen Borile (basso acustico ed elettrico), Massimiliano de Lorenzi (piano e tastiere), Alessandro Morbelli (percussioni)


Tutti i brani sono stati registrati da
Alessandro Zunino presso il Whoopsound Studio tra febbraio e maggio 2009.

Foto:
Germana Lavagna (
www.germanalavagna.com)

Produzione artistica ed esecutiva:
Gabriele Lunati

Ufficio stampa, management e promozione:
glunati@gmail.com / +39 335 6674854


Tutte le info e foto su Paolo Toso
www.myspace.com/paolotosoweb
http://www.rockoff.it/view_artist_profile.php?uid=1270
http://www.facebook.com/home.php#/pages/Paolo-Toso/81421314058

http://www.rockoff.it/view_artist_profile.php?uid=1270






martedì 12 gennaio 2010

Michael Hedges


"Michael Hedges rappresenta per i chitarristi acustici ciò che Jimi Hendrix è per quelli elettrici, ovvero l'innovazione, l'inventiva, la diversità, la rinascita di uno strumento musicale dopo un lungo periodo di torpore. Ed è davvero triste dover sottolineare come entrambi siano prematuramente scomparsi, lasciandoci privi di trascrizioni originali, Guitar Books o raccolte antologiche che ci avrebbero aiutato a capire come suonare questo o quel brano, senza necessariamente slogarsi le dita.

Quando agli inizi degli anni '80 Michael Hedges cominciò a proporre al grande pubblico la sua incredibile ed innovativa tecnica chitarristica, non esisiteva ancora la New Age, cui Hedges più volte è stato impropriamente affiliato, e il fingerstyle era un genere in embrione. La chitarra ascustica era stata a lungo sulla ribalta grazie ai Beatles, a CSN&Y e James Taylor, ma soffriva in quel periodo del disinteresse del grande pubblico, forse attratto da altri tipi di strumenti.

La comparsa sulle scene di Michael Hedges fu quindi un vero punto di svolta. Le nuove tecniche da lui introdotte - uso estensivo di accordature alternative e aperte, tapping a due mani, chitarra percussiva - permettevano il raggiungimento di sonorità inesplorate e davano vita a brani di ampio respiro, per i quali sembrava addirittura impossibile affermare che il loro interprete suonasse "solo" con due mani."

Nasce a Mendocino, California, il 31 dicembre 1953, ma cresce in Oklahoma. A 4 anni inizia a suonare il pianoforte e dopo, alle scuole superiori, studia clarinetto e violoncello. Si iscrive alla Phillips University dove studia composizione ed inizia a suonare chitarra classica e flauto. Poi frequenta il Peabody Conservatory per conseguire il diploma in composizione elettronica. Nel 1980 studia computer music alla Standford University.

Dopo esser stato notato da William Ackerman durante un concerto, stipula grazie allo stesso Ackerman un contratto per l’etichetta discografica Windham Hill Records. Incide quindi nel 1981 Breakfast in the Field ed inizia a sviluppare nuove tecniche chitarristiche percussive e a far uso del tapping.

Nel 1984 incide Aerial Bundaries, che gli varrà una nomination al Grammy, e nel 1987 esordisce con l’harp guitar e incide Live on the double planet. Nel 1990 incide Taproot dove è anche cantante, e nel 1994 The road to return, dove aumentano le parti cantate ed introduce l’uso della chitarra synth e della chitarra elettrica.

Ultimo album sarà Oracle nel 1996.

Morirà in un incidente d’auto il 2 dicembre 1997. Torched, album postumo uscirà nel 1999, grazie al contributo del suo precedente manager Hilleary Burgess e degli amici David Crosby e Graham Nash.



lunedì 11 gennaio 2010

Atomic Rooster


Gli Atomic Rooster nascono nel 1969 su iniziativa di Vincent Crane e Carl Palmer, che già suonavano insieme nei Crazy World di Arthur Brown.
A Crane(tastierista) e Palmer(batterista) si aggrega il bassista Nick Graham.
Così assestato, il trio incide il suo primo disco, che porta come titolo il loro stesso nome, e che la critica considera il loro miglior lavoro.
La musica è riconducibile a un certo rock duro con risvolti satanici (modello che riprenderanno poco dopo i Black Sabbath).
Subito dopo l’incisione, a breve distanza l’uno dall’altro, Graham e Palmer se ne vanno.
Palmer raggiungerà Keith Emerson e Greg Lake per dare vita ad uno dei più famosi gruppi di rock progressivo degli anni ‘70.
Crane raduna attorno a sé altri musicisti e prosegue azzeccando nel 1971 un paio di brani che oltre ad accrescere la fama del gruppo, regalano un certo riscontro commerciale.
Dura poco, però. I dischi che seguono non si discostano molto dalla sufficienza; ma le difficoltà sono soprattutto di carattere personale, a causa dei disturbi caratteriali di Crane che lo portano a cambiare in continuazione i musicisti attorno a sé. In tal modo non si crea il necessario affiatamento e la qualità del gruppo scade sempre più.
Per di più nel 1975, durante una tournée degli Atomic Rooster in Italia, Crane si defila con la cassa, piantando in asso gli altri.
Tra i musicisti rimasti a piedi si trova Rick Parnell, batterista, che deciderà di conseguenza di fermarsi in Italia e finirà per suonare prima con i Nova e poi coi New Trolls.
Da ricordare, come artisti di passaggio, Ginger Baker (batterista, ex Cream) e Chris Farlowe, cantante che raggiungerà una certa fama collaborando con altri musicisti celebri (notevoli soprattutto le sue prestazioni nei Colosseum).


Gli anni succesivi vedranno Vincente Crane coinvolto in diversi progetti, tra i quali un altro album con Arthur Brown e una collaborazione con Peter Green, oltre alla partecipazione al musical Rocky Horror Show.
Tra il 1984 e il 1986 entrerà a far parte dei Dexy's Midnight Runners coi quali andrà in tour in Europa. Ma la sua vita turbolenta e i problemi psichiatrici lo porteranno al suicidio nel febbraio del 1989 .








venerdì 8 gennaio 2010

Emilíana Torrini


Cantante dalla voce particolare, dotata di un forte potere di suggestione, Emiliana Torrini ha una personalità nella quale si mischiano felicemente fascino, innocenza e maturità, sicché chi la incontra può restare colpito, secondo i casi, per il suo portamento da diva o per l’atteggiamento da quieta narratrice della vita quotidiana.
Questi contrasti emergono con brillanti effetti nel suo album d’esordio, Love In The Time Of Science, prodotto da Roland Orzabal (Tears For Fears) e costituito da 11 brani, di cui sette scritti dalla protagonista insieme a Eg White (di Eg & Alice).
Per la realizzazione dell’album Emiliana ha trascorso un anno in Inghilterra, a Bath, dove ha potuto concentrarsi sulla composizione e sulle registrazioni: una soluzione ideale, perché Londra – troppo rumorosa, troppo affollata, troppo anonima – l’aveva messa un po’ a disagio. «Quanta più gente mi sta intorno, tanto peggio mi sento», dice candidamente.
Uno dei brani di Love In The Time Of Science, lo sbalorditivo Dead Things, è stato accompagnato da un videoclip estremamente fantasioso anche se ingannevolmente semplice, diretto da Sophie Muller.
Emiliana, che ammette di avere una propensione per il dramma, descrive la canzone come «l’avvertimento che avvenimenti tragici sono sempre dietro l’angolo, non importa su quale scala: una spaventosa eruzione vulcanica come quella che distrusse Pompei o uno strappo nel maglione preferito».
Emiliana Torrini è nata 21 anni fa da un’insolita coppia: il padre italiano, gestore di ristoranti costantemente in viaggio attraverso l’Europa, e la madre islandese.
Si può così spiegare la dinamica miscela caratteriale che emerge dalla sua personalità. E si comprende anche perché parla fluentemente tedesco, danese, inglese, italiano e islandese. Trasferendosi da un paese all’altro, in visita a parenti sparsi qua e là per l’Europa oppure al seguito del padre (impegnato per due anni nella missione di insegnare ai tedeschi le meraviglie della cucina italiana), Emiliana ha assorbito conoscenze, ambienti e racconti fuori della portata della maggior parte dei ragazzi: «Una faida famigliare originatasi nel 13º secolo, una nonna che folle di gelosia si lanciò in acque infestate dagli squali…».
Non c’è da stupirsi se ha sviluppato una vivida immaginazione. Essere mezza italiana e mezza islandese ha influito sul suo approccio alla musica: «Mio padre ha sempre ascoltato canzoni italiane, belle e brutte, e mia madre ha sempre accettato qualsiasi musica, purché legasse bene con il suo rumoroso aspirapolvere. La mia nonna materna, però, mi ha fatto conoscere il jazz tradizionale e i miei parenti in Italia amano l’opera lirica. Dai miei famigliari sono stata inoltre introdotta ai climi tenebrosi del folk dell’Europa del nord e agli aspetti melodrammatici della canzone napoletana. Tuttavia, ero anche una teenager che seguiva gli stessi trend musicali che appassionavano i suoi coetanei».
Love In The Time Of Science offre diversi episodi di notevole intensità e sensibilità: l’emozionante To Be Free (di cui sono stati effettuati remix da Future Shock, Dillon & Dickens, Raw Deal e Jadell), i teneri e inquietanti Wednesday’s Child e Dead Things, i coinvolgenti Unemployed In Summertime e Easy dalla sciolta struttura narrativa, l’introverso Fingertips.
Gli arrangiamenti, prevalentemente elettronici con un accorto impiego delle percussioni, sostengono efficacemente la vocalità di Emiliana Torrini, che varia da toni sognanti a interventi vibranti e incisivi, inserendola in atmosfere di volta in volta raggelanti, eteree o calorosamente avvolgenti.

Dead Things





Citazione d'autore:
"La morte non è nulla per noi, giacché quando noi siamo, la morte non c'è, e quando c'è non siamo più." (Epicuro)


mercoledì 6 gennaio 2010

Bonnie Raitt




Bonnie Raitt (Burbank, 8 novembre 1949) è una cantante statunitense.
Vive e cresce in una famiglia che, senza alcun dubbio, ha determinato in lei un grande stimolo musicale: la madre Marjorie Haydock è infatti un’ottima pianista, mentre il padre John Raitt è un’acclamata star dei musical a Broadway.
Fin da piccola, Bonnie si appassiona al suo amatissimo strumento, la chitarra, che nel corso degli anni imparerà a suonare con lo slide, fino ad essere riconosciuta oggi come una tra i/le più autorevoli interpreti di questa particolare tecnica.



In tutti i suoi dischi che, specie nei primi anni, erano un mix di brani di vari autori, è sempre stata presente una marcata, sentita e profonda passione blues, con venature folk, country e rock. Progressivamente, nel corso degli anni, Bonnie ha introdotto nei suoi LP anche brani composti di proprio pugno, e appoggiandosi, di volta in volta, ad artisti e strumentisti di prim’ordine.
Per quanto riguarda i premi discografici, il suo album “Nick of Time” vince 3 Grammy Award;
un Grammy le viene accreditato inoltre per il duetto con John Lee Hooker in “I’m in the Mood”.
Il 3 marzo del 2000 viene inserita nella Rock and Roll Hall of Fame.


lunedì 4 gennaio 2010

Captain Beefheart



« Non voglio vendere la mia musica.....

vorrei regalarla, perché da dove l'ho presa non bisogna pagare per averla. »(Don Van Vliet).

Più mi occupo di musica e più mi accorgo di avere lacune immense.
Captain Beefheart è uno nome che ho in testa da sempre eppure…non conosco niente di lui.
Leggendo una delle biografie di Frank Zappa (vado avanti a rilento e sarò circa a metà) il nome di Don Vliet emerge in continuazione.
L’immagine che traggo dal libro è quella di un genio , stimato enormemente da Zappa (non mi sembra una cosa frequente), confusionario e sconclusionato, forse incompreso.
Autoritario, accentratore , capace di “rinchiudere” in casa la sua band, per 8 mesi , periodo durante il quale gli manca l’ispirazione.
Ho iniziato ad interessarmi a lui e alla sua musica e ho preso dalla rete un po’ di notizie che propongo a seguire.

Captain Beefheart, pseudonimo di Don Van Vliet, nasce a Glendale, in California, il 15 gennaio 1941.
antante,musicista e pittore, è tra i precursori e maggiori esponenti del rock sperimentale statunitense.
Personaggio fra i più pittoreschi che la storia del rock ricordi, Captain Beefheart, nemesi di Frank Zappa, con il suo peculiare rock-blues ha firmato alcuni capolavori degli anni ’60 e, forse, dell’intera musica rock.
Troppo lontano dalle classifiche per poter essere considerato dal grande pubblico, la sua produzione appare in crescendo, per raggiungere il culmine nel 1969, con lo straordinario Trout Mask Replica.
Musicista completo, dotato di mezzi espressivi inusitati e di una fantasia che trascende i generi, realizza nel 1965, “Mirror Man” , nel quale la sua arte risulta ancora in uno stato embrionale, con una forte matrice blues.
Il suo primo capolavoro, anch’esso omaggio al blues, è datato 1967.
"Safe As Milk" può essere considerato tranquillamente uno dei massimi capolavori della storia del rock, in virtù di una varietà di stili che si dipanano in un unico disco.
In un certo senso appare il punto di partenza e di arrivo di tutto il rock delle origini, musica totale nel vero senso del termine.
L’album passa da brani spiccatamente blues sino ad arrivare ai primi vagiti dell’hard-rock , utilizzando frasi musicali sconnesse, canto killer, violino lamentoso, gusto per i contrappunti, manipolazioni elettroniche .
A questo si alternano frasi più melodiche ,fraseggi di chitarra sconnessi e suoni quasi esotici .
Nessun brano sembra predominare sull’altro, sono tutti piccoli gioielli di musicalità e genialità, che sembrano aprire la strada ad un rock diverso, ben altra cosa rispetto a ciò che si suonava in quegli anni.
Beefheart, infatti, ripartiva dalle stesse origini musicali di certi suoi coetanei (Byrds e interpreti dell'acid rock di San Francisco e di Los Angeles, ma li rivisitava con una genialità tutta sua.
I brani di questo album diventeranno tutti dei classici del rock, ma sembrava che Beefheart li intendesse solo come prove generali di qualcosa di molto più importante.
"Trout Mask Replica" uscirà nel 1969 ed avrà lo stesso effetto di un colpo d’ascia in un mare di ghiaccio.
Il disco è l’esatto contrario di tutto ciò che la logica, il buon gusto ed il buon senso musicale potessero suggerire.
Non è solo un esperimento musicale, una pura trasgressione, un’ode al caos.
E’ il tentativo di ripristinare un nuovo ordine musicale, facendo a brandelli tutto ciò che in precedenza fosse stato inventato.
Rumore e dissonanza ovunque.
Ne deriva un’opera impossibile ed inconcepibile, specialmente se osservata muovendo dagli stilemi classici del rock.
Melodia e ritmo vanno per conto loro, ogni musicista ha la massima libertà espressiva.
In questo si riscontrano non pochi parallelismi con certo free-jazz.
Al pari di "Safe As Milk", nessun brano predomina sull’altro.
Il disco deve essere considerato come un unico blocco di canzoni, nel quale hanno rilevanza anche le performance vocali ,come quelle strumentali e distorte, passando per brani di difficile catalogazione.
Di indubbio minore impatto le successive prove di Captain Beefheart, che, incompreso dal grande pubblico, si ritirerà a vita privata, dedicandosi alla pittura.
L’arte di Beefheart farà non pochi proseliti, e sarà fonte d’ispirazione di molti musicisti a venire.
Van Vliet attualmente vive nel Sud della California, e soffre da alcuni anni di sclerosi multipla.
All'inizio, la sua carriera di pittore venne vista dalla critica come l'ennesima trovata egocentrica
a di un musicista rock.
Col passare degli anni, però, i suoi dipinti (così come con la musica), sono stati reputati molto innovativi ed alcune sue opere sono state esposte in musei molto importanti (su tutti il MoMA) e vendute a prezzi particolarmente alti.

video


Le ultime parole famose:

"Il decollo verticale è necessario solo al circo"(Petr Vasilvevich Demetiev, Riferimento: Ministro dell'Industria aeronautica russa, 1960".



sabato 2 gennaio 2010

Red Phoenix Blues all'Osteria del Vino Cattivo


Un pò di tempo fa ho scritto qualcosa su i Red Phoenix Blues, gruppo genovese neonato, ma composto da validi musicisti di esperienza:

Non li avevo mai sentiti dal vivo, nonostante l'amicizia che mi lega a loro, e l'occasione è arrivata ieri, primo giorno del nuovo anno, a Cairo Montenotte, Osteria del Vino Cattivo.



Conoscevo il locale per averci passato qualche serata con amici, ma non avevo mai ascoltato della musica dal vivo.
Spendo sempre volentieri parole per questi luoghi dove si respira un minimo di aria da antico pub inglese, dove è possibile ascoltare musica senza tempo che riesce a interessare anche i più giovani.
Di solito non tutti i presenti sembrano interessati a ciò che accade, musicalmente parlando, ma se i musicisti sono di qualità e l'amalgama è buono, il coinvolgimento è la più logica conseguenza.
Ed è quello che ho visto ieri sera: un avvicinamento magari casuale per passare una serata in compagnia, davanti ad una birra, si trasforma in occasione per lasciarsi coinvolgere e trascinare da un blues o da un brano rock.
Un plauso quindi a chi organizza questi eventi, nello specifico L'O.D.C.T.
Il gruppo di Giacomo Caliolo, Antonello Palmas e la giovane sorpresa Elisa Pilotti si presenta con grande umiltà, a dispetto dell'esperienza di cui i singoli membri possono vantare.
Il repertorio è quelli dei "grandi": ZZ TOP, Clapton, Robert, Robert Johnson, Eric Johnson, Robben Ford, Steve Ray Vughan.
Ma tra un brano e l'altro appare il vero progetto del gruppo.
Due sono le proposte inedite, che nei piani dei RPB dovrebbero fare parte di un prossimo CD.
Musica godibilissima e grande abilità di tutti i musicisti.
Jack canta e utilizza la sua Fender del 1977 con maestria, partendo dall'utilizzo del bottleneck sino alla vibrazione manuale del ponte fisso, passando per una serie di "effetti", che saranno poi oggetto di simpatica discussione con l'amico Albertino.
Davvero bravo.
Antonello, è una bella sorpresa. Grande senso ritmico e fraseggi complessi su trame tutto sommato semplici come quelle che costituiscono il blues. E' anche un bassista "da vedere" e sul viso, durante la performance, si può leggere il suo modo di vivere il brano.
Bravissima Elisa, per niente intimorita dalla presenza di due musicisti di lungo corso.
"Picchia" con decisione, e costituisce la spina dorsale del gruppo. Una formazione a trio classico richiede la partecipazione completa di tutti, senza pause o momenti di attesa, e anche la batteria assume un ruolo che va oltre la ovvia competenza, cioè parte della sezione ritmica.
Bello e coraggioso il suo assolo, davanti a un pubblico che poteva forse non essere abituato, ma che alla fine è stato"scosso" e scaldato da questi tre musicisti genovesi.
Io credo che la modestia nel porsi vista ieri debba al più presto essere sostituita dalla consapevolezza che i progetti vanno a buon fine, quando c'è qualità, idee e impegno.
Per me è sempre lodevole vedere uomini e donne che, nonostante importanti esperienze pregresse, trovano lo stimolo per rimettersi in gioco continuamente... ma forse è proprio questa la magia della musica di cui tutti parlano!
Come accennato, a fine serata si apre il siparietto "tecnico", dove il nostro caro Albertino Caroti, giovane chitarrista "purista" blues savonese, redarguisce simpaticamente Giacomo Caliolo per l'utilizzo degli effetti e il non utilizzo di un ampli valvolare. Jack sta al gioco che propone Albertino e la serata tra amici termina con soddisfazione comune, come sempre accade quando c'è di mezzo la buona musica.

Uno dei brani inediti...


giovedì 31 dicembre 2009

Gong


Nei primi anni 70, quando ero alla costante ricerca di musica nuova, seguii il consiglio di un mio compagno di scuola che mi propose “Angel’s Egg “ dei Gong.
Posseggo ancora quell’incredibile vinile, un po’ “massacrato”, ma ancora ascoltabile.
Ed io lo ascolto.
Nel cercare di proporre qualcosa di Daevid Allen e soci ho trovato qualche difficoltà .
La storia è molto intricata e non è possibile raccontare “troppo”, in un blog che dovrebbe fornire “una lettura in pillole”.
Ho provato a riassumere qualcosa trovato in rete, tagliando e ricucendo con ago, filo e tasti.
Spero che ne risulti una lettura chiara e, soprattutto, che nasca la voglia di avvicinarsi alla musica dei Gong.
Il progetto dei Gong, rock band capitanata da Daevid Allen, si riassume nella Trilogia di “Radio Gnome Invisibile” .
Musicalmente parlando, la trilogia raccoglie e amalgama tutto ciò che nei primi anni 70 era possibile ascoltare. Un ibrido per eccellenza dove la psichedelia della San Francisco Bay miscelata al Canterbury inglese fanno da matrice; le visioni strampalate di Allen unite alla poesia surrealista della moglie Gilli Smyth sono l'altro marchio di fabbrica; tastiere, fiati e bonghetti le tessere mancanti di un incredibile mosaico di suoni. Anche se per definizione confinati sempre in un ambito underground, nel 1971, con il loro terzo disco "Chambert Electrique" , arriva il loro primo successo commerciale. Un album quest'ultimo che, secondo leggenda, venne registrato esclusivamente durante le notti di luna piena dell'estate di quello stesso anno. Sarà proprio "Chambert Electrique" a preparare il terreno al successivo "Radio Gnome Invisible", registrato nella stessa fattoria-studio e (sembra) con rituali analoghi.
La trilogia di "Radio Gnome Invisibile" rappresenta fondamentalmente un inno al libero pensiero. Quasi ad emulare la Torre di Babele, si materializza come un tentativo di raggiungere qualche divinità attraverso una sorta di "mastodontica congiunzione tra le arti". Anche se la musica dei Gong nasce come influenzata dalla Psichedelia "primordiale" (quindi Syd Barret e Grateful Dead in primis), ciò che alla fine esce dal cilindro, di primordiale o classico ha veramente poco. La risultante è una musica che può essere definita in mille modi ed in altrettanti modi opposti senza mai sbagliarsi. È un rock pesantemente spruzzato di misticismo, medioevale, eroico, fiabesco e hippie; allo stesso tempo intriso in atmosfere bucoliche, fatate, spaziali e surreali. Sicuramente un sound di difficile caratterizzazione e descrizione.
Facciamo un passo indietro, torniamo nella seconda metà degli anni sessanta dove, alla soglia della trentina Daevid Allen, australiano, trapiantato e musicalmente cresciuto in Inghilterra in quel di Canterbury, dopo aver sposato la poetessa inglese Gilli Smyth, decide di rompere con la sua band di allora: i Soft Machine di Robert Wyatt. Di quest'ultimo criticherà a più riprese una eccessiva immobilità artistica ed una scarsa propensione alle innovazioni. Successivamente, nel 1967, Allen insieme alla moglie ed altri musicisti, si insedia vicino Parigi, in aperta campagna, in una fattoria che verrà convertita ad una sorta di centro dedicato alla ricerca musicale. Da questa convivenza, si svilupperà dopo alcuni aggiustamenti la prima line-up dei Gong.
Nel gruppo, ogni componente è chiamato con un proprio nickname, a sua volta diverso dal nome dei personaggi che interpretano nei dischi. Inoltre, per creare ancora più confusione, i nomi degli strumenti sono sempre associazioni fantastiche, quasi mitologiche come: spermguitar, space wisper, dog foot e così via. Questo però non deve far pensare ad una loro approssimativa attitudine musicale, tutti infatti avevano un background classico e tutti, seppur nell'improvvisazione, sapevano dove volevano andare.
Comunque, in ordine decrescente di "sballamento", i Gong di Radio Gnome Invisible, con i loro bravi nick sono:
· Daevid Allen - Bert Camembert (chitarra, voce - local vocals, lewd)
· Gilli Smyth - Shakty Yoni (voce - space wisper, orgone box)
· Steve Hillage - The Submarine Captain o Stevie Hillside (chitarra solista - spermguitar, slow whale, sideral slideguitar, dog foot)
· Tim Blake - High Tea Moonweed o Francis Bacon (organo e tastiere - VCS3 box, Cynthia size A, crystal machine)
· Didier Malherbe - Bloomdido Bad de Grasse (sax, flauto - split sax, soprasax, so floot)
· Mike Howlett - Mista T Being (basso - aqualung bass)
· Pierre Moerlen - Dierre de Strasbourg o Lawrence the Alien (batteria, percussioni - drumbox kicks & knoks)
Radio Gnome Invisible. La storia
A cavallo tra il 1973 ed il '74 vengono pubblicati su etichetta Virgin i tre album facenti parte della trilogia. Nell'ordine: "Flying Teapot", "Angel's Egg" e "You".
Nelle intenzioni della band c'era sicuramente l'obiettivo di realizzare qualcosa di molto simile ad una commedia per orecchie, l'output non andrà molto distante.

A dispetto del precedente "Chambert Electrique" che aveva imposto la band anche tra il grande pubblico, "Radio Gnome Invisible" fu concepito come un prodotto di "pura controcultura fortemente intellettuale"; destinato a nicchie di seguaci votati alle "pure sperimentazioni", un prodotto in tutto e per tutto refrattario alle mode. Centrerà in pieno tutti gli obiettivi; i tre dischi si collocano ben oltre la definizione di concept album, ma allo stesso tempo si presentano come un'opera troppo raffinata e strutturata per essere definita solo provocazione artistica. Tre dischi in grado di consacrare i Gong come band di culto in maniera quasi imprevista, quasi ci fossero molti più "fuori di zucca" di quanto preventivato.
La Parigi del finire dei Sixties, musicalmente non era certo avara di ispirazioni: un ombelico "globale" dove confluiva di tutto: musica classica, free jazz, musica balcanica e araba. Da questa metropoli i Gong assorbiranno tutto, anche il lato oscuro, cominciando dai concetti politico-filosofici di anarchia (un loro chiodo fisso), la loro volontà di evitare ogni forma di snobismo, per finire al rifiuto dell'identità borghese. Anche il teatro parigino, con le sue lezioni di melodramma, mimo e prosa, esercitò un forte ascendente sui nostri.
"Radio Gnome Invisible" introduce la storia e i personaggi nel primo atto "Flying Teapot". Si racconta di una "teiera volante" - flying teapot appunto - proveniente dal pianeta Gong che atterra sulle montagne del Tibet per incontrare tre rappresentanti del pianeta Terra (Mista T Being, Fred The Fish e Banana Ananda). La teiera volante trasporta "Pot Head Pixies": piccole creature verdi con minuscole antenne piantate in testa costantemente connesse alle trasmissioni radio di Radio Gnome Invisible provenienti, neanche a farlo apposta, dal pianeta Gong (per la cronaca situato al settimo cielo in una zona dell'Universo sconosciuta ai nostri astronomi troppo primitivi). La missione dei Pot Head Pixies è quella di preparare il pianeta Terra all'arrivo di una numerosa colonia di Gonghiani prevista per il 2032. La storia prosegue poi con gli altri due dischi e con le avventure del nostro rappresentante terrestre Zero The Hero sul pianeta Gong.
Tutto questo è arricchito, a volte sovraccaricato, da continue allusioni dove la normalità è la non normalità. Banana Ananda per esempio viene presentato come l'orso Yogi che vive nella sua caverna tibetana ed usava la frase "banana nirvana manana" per entrare in trance. Oppure la descrizione del misterioso scudo di forza impenetrabile che circonda gli Octave Doctors che a loro volta apparivano come occhi giganti incaricati di proteggere il pianeta Gong.
Autentici bombardamenti e veri e propri loop di allusioni sono anche le descrizioni del booklet di "Angel's Egg" e le liner notes che confondono ancor di più. Volontariamente le informazioni necessarie a capire la storia sono state frazionate e nascoste in contesti diversi. A nessuna curiosità viene data una risposta comprensibile, piuttosto, la risoluzione di un dubbio ne genera a sua volta altri. Poi, come se non bastasse, sia le liner notes che i testi contengono molto slang e numerose parole sono inventate o scritte secondo fonetica. Giudicando da quest'ottica, sembra che la band si trovasse dentro una specie di "turbolenza psichedelica", febbricitante, delirante e allucinata da tutto questo contorno.
La trilogia, e a questo punto sembra superfluo dirlo, nella sua monumentalità rappresenta una delle più grandi rock opera di sempre. Due ore e mezzo di dissonanze spaziali, vibrazioni viscerali dell'universo, evocazioni ultraterrene, riferimenti "trippati" dove l'immaginazione è stata spinta (da chi e con che cosa lo si può sospettare...) davvero al limite. Due ore e mezzo dove si condensa l'anima di una band al proprio apice creativo.





Citazione del giorno:

"Ho trovato l'eternità: è il Sole in comunione con il Mare" (Arthur Rimbaud)


martedì 29 dicembre 2009

SEMIRAMIS - Dedicato a Frazz


Utilizzo una vecchia recensione di Ciao 2001, scritta da Enzo Caffrelli, per raccontare qualcosa dei Semiramis, gruppo in cui all'epoca militava un certo Michele Zarillo, diventato poi il melodico cantante conosciuto.

SEMIRAMIS

Dedicato a Frazz - Trident (1973)

A dispetto dell'unica esibizione dal vivo cui mi è stato possibile assistere, i Semiramis si presentano con un disco, che dovrebbe facilmente imporli all'attenzione del nostro pubblico.

Il quintetto, guidato dai fratelli Michele (chitarre e canto) e Maurizio Zarrillo (tastiere) si porta dietro ancora il retaggio tipico dei gruppi italiani, specie il difficile inserimento della voce e dei testi nelle musiche (ma perché cantano ancora tutti come Nico Di Palo?), uniti alla fatale immaturità degli esordi.

Ma la musica dei Semiramis è vivace e per certi versi originale: i testi sono buoni, le carenze di ritmica e di fusione quasi assenti, e semmai mascherate dalla ricchezza di corde e tastiere, legate e sovrapposte con molto gusto e padronanza di mezzi. Una ricchezza espressiva, che a parte il sint e l'Eminent facente veci del mellotron, è sottolineata dal vibrafono, affidato al batterista Paolo Faenza, ed alle campane, la famigerate "tubular bells" del bassista Marcello Reddavide, e dalla presenza di un altro ragazzo, Giampiero Artegiani, che affiancano ora l'uno ora l'altro leader alla chitarra acustica, alle dodici corde o al sint.

Le chitarre amplificate, tranne qualche scoria di hard rock, non sono fuori posto nel clima generale delle composizioni e della esecuzioni, piuttosto eterogenee, I brani migliori: "La bottega del rigattiere", "Uno zoo di vetro" (con un esplicito richiamo a Mike Oldfield), e "Per una strada affollata", dai delicati intermezzi acustici (anche i Genesis hanno insegnato parecchio).

Bello il disegno interno della copertina di Gordon Faggetter, l'ex batterista di Patty Pravo, oggi designer di successo: Gordon la sa lunga sulla pittura metafisica e sul surrealismo, ed il suo quadro ricorda "In the wake of Poseidon" dei King Crimson.

Enzo Caffarelli



I Semiramis sono un gruppo italiano di rock progressivo, provenienti da Roma.
Formatisi nel 1970, il gruppo arriva alla sua prima incisione nel 1973, incisione che resterà anche l’unica della loro carriera.
La prima formazione (che ancora non aveva un nome vero e proprio) comprendeva Maurizio Zarrillo alle tastiere, Marcello Reddavide al basso, Memmo Pulvano alla batteria e Maurizio Macos alla voce, tutti quindicenni. Due anni dopo il cantante abbandona il gruppo e viene sostituito da Michele Zarillo, fratello di Maurizio, che ricopre anche il ruolo di chitarrista.
Sceltisi il nome Semiramis, dalla famosa regina di Babilonia, il gruppo svolge una buona attività live e nel 1973 si appresta ad incidere il primo album. Pulvano è però costretto a lasciare il gruppo, non riuscendo più a conciliare gli impegni musicali con quelli del suo vero lavoro (era l’unico ad avere un posto fisso), e chiude la sua carriera di musicista.
Il suo posto viene preso da Paolo Faenza e viene aggiunto anche un altro tastierista Giampiero Artegiani. Con questa formazione viene dunque realizzato Dedicato a Frazz, in puro stile progressivo con influenze mediterranee come d’altronde succede a quasi tutti i gruppi italiani.
A tratti non perfettamente curato e con la voce di Zarrillo ancora grezza e poco incisiva, l’album è comunque considerato nel suo genere tra i migliori prodotti dell’epoca.
L’anno dopo i Semiramis preparano il loro nuovo disco, ma come successe a molti altri gruppi di quei tempi, l’album non uscì mai ed il gruppo si sciolse. Gli unici a restare nell’ambiente sono Artegiani, autore di alcuni dischi pop, e Michele Zarrillo, che diventerà cantante melodico di un certo successo negli anni ‘80 e che vanta diverse partecipazioni al Festival di Sanremo.

Discografia:
1973 - Dedicato a Frazz

Ultima formazione:
Maurizio Zarrillo - tastiere
Michele Zarrillo - voce, chitarra
Marcello Reddavide - basso
Paolo Faenza - batteria
Giampiero Artegiani - tastiere


lunedì 28 dicembre 2009

Amazing Journey: The Story of The Who

Sotto l’albero di Natale ho trovato, come al solito, stimoli musicali.
Nella letterina di metà dicembre metto sempre qualche libro e qualche DVD o CD.
A volte scrivo anche i dettagli dei miei desideri, ma in altre occasioni lascio che l’intuito dei miei familiari coincida con qualche mio desiderio, e magari lo superi.
Anche quest'anno sono rimasto soddisfatto.

"L’oggetto" musicale di cui vorrei raccontare oggi è un doppio DVD, “Amazing Journey: The Story of The Who”.





Dei The Who ho scritto spesso da queste pagine, essendo uno dei miei gruppi preferiti, sicuramente il n. 1 in ambito rock (in senso generale, senza sottocategorie).
Il gruppo ha caratterizzato la mia fanciullezza (quando ho ascoltato “Substitute” la prima volta, avevo 8 anni!!) e quando nel 2007 sono riuscito a vederli (col mio cucciolo di 10 anni)ho provato emozioni fortissime, che non sono state minimamente intaccate dai temporali e dalla perdita dela voce di Roger Daltrey.
Pete Townshend è il mio modello di musicista.
Il doppio DVD racconta la storia di questa band, nei singoli e nell’insieme.
E’ un bel racconto per chi, come me, conosce bene quel mondo musicale, ma credo sia gradevole anche per chi poco lo conosce e desidera approfondire.
Ci sono filmati inediti, e rivedere gli Who a sedici anni sul palco provoca una forte nostalgia.
Rivivere quei momenti in bianco e nero, riporta alla magia di quei giorni, in un mondo di cui sentivamo parlare, ma non potevamo toccare con mano. Le prime ribellioni, le prime musiche “diverse”, giovani vite che diventavano improvvisamente portatrici del cambiamento culturale naturale a pochi anni dalla fine della guerra.
Mi sono ritrovato in quegli abiti, in quegli atteggiamenti, in quei suoni che per me erano elementi assorbiti di rimbalzo.
E poi i veri protagonisti, The Who, uno per uno, gli ormai assenti e i presenti, i drammi e la voglia di continuare, grazie alla necessità di creare musica.
E che dire della tragedia di Cincinnati, nel 1979, raccontata dai protagonisti!

Un bel lavoro che consiglio a tutti gli amanti della musica, meno giovani e giovani.
L'acquisto in negozio tradizionale porta ad una spesa nota, per un doppio DVD, ma in rete si può trovare a basso prezzo, tra 7 e 15 €.

La scheda:
Titolo: Amazing Journey: The Story of The Who
Regista: Paul Crowder Murray Lerner
Attori: The Who
Produttore: Universal Pictures
Anno di produzione: 2007
Durata: 210
Sottotitoli: Cinese, Danese, Finlandese, Francese, Inglese per non udenti, Islandese, Italiano, Norvegese, Olandese, Portoghese, Spagnolo, Svedese
Formato audio: Inglese (Dolby Digital 5.1)
Contenuti: dietro le quinte (making of),speciale,interviste
Data pubblicazione: 21 Novembre '07



mercoledì 23 dicembre 2009

Shirley Ann Manson


Shirley Ann Manson è una cantante, chitarrista, modella e attrice scozzese, famosa come frontwoman del gruppo statunitense dei Garbage.

Seconda di tre figlie di un genetista e di una musicista, all'età di 7 anni si iscrive alla "City of Edimburgh Music School", dove inizia a suonare il pianoforte.

A scuola è fatta oggetto di episodi di bullismo, viene infatti presa in giro per i suoi capelli rossi e per i suoi occhi giudicati troppo grandi. Questo la getta in una profonda depressione (ricordata in Only happy when it rains) e la spinge a forme di autolesionismo.
Il primo gruppo in cui entra a far parte è quello degli Autumn 1904 and Wild Indians, ma è solo con il gruppo dei "Goodbye Mr. Mc Kenzie" (nel quale è sempre tastierista), di cui fa parte dai 16 anni, che ottiene un certo successo.
Dopo lo scioglimento del gruppo, nel 1992, Shirley fonda (con altri due membri dei Goodbye Mr. Mc Kenzie) gli Angelfish, dove lei è anche cantante. Gli Angelfish pubblicano nello stesso anno un omonimo album, lanciato dal singolo Suffocate Me.
Nel 1993 tre famosi produttori statunitensi stanno creando un nuovo gruppo: cominciano a scrivere musica e testi, ma gli manca una vocalist.
Una sera però Steve Marker, guardando 120 minutes su MTV, vede il video di "Suffocate me". Marker rimane subito impressionato e colpito dalla voce di quella ragazza, tanto che lui e gli altri membri del gruppo la vollero per farla diventare una di quelli che si chiameranno Garbage.
Appena entrata nel gruppo inizia subito a modificare i testi delle canzoni già scritte da Vig e Marker: il lavoro darà vita all'albumGarbage, che uscirà nel 1995, sulla scia di singoli come Only happy when it rains, Stupid girl e Milk.
L'album venderà 5 milioni di copie, ottenendo il disco di platino in USA, Gran Bretagna e Australia.
Nel 1998 esce il secondo album della band, Version 2.0, dove Shirley è autrice dei testi e suona la chitarra in alcune tracce.

In questo periodo il gruppo crea la colonna sonora del film The world is not enough, della serie diJames Bond.

Dopo una breve parentesi come modella per Calvin Klein, Shirley torna a lavorare a un nuovo album, il sensuale Beautifulgarbage, uscito nel settembre del 2001, dal quale vengono estratti singoli come Cherry lips e Androgyny. In quel periodo però si manifestano dei dissidi interni al gruppo, che poi causeranno un temporaneo scioglimento (2003); contemporaneamente Shirley deve subire un intervento chirurgico a causa di alcuni noduli alle corde vocali (per mesi non potrà cantare). Ma «quasi magicamente» (come ha affermato lei stessa) il gruppo si ricompone, per incidere Bleed like me, quarto album della band.

Finito il tour di Bleed like me, voci insistenti parlano di scioglimento del gruppo, mentre ufficialmente i membri della band parlano solo di progetti solisti per ognuno di loro.

Manson è stata scelta nel 2008 per la parte di Catherine Weaver nel telefilm Terminator: The Sarah Connor Chronicles.





martedì 22 dicembre 2009

Assolo di Gianni Leone



Una chicca.
Assolo di "INTRODUZIONE" (tratto da YS del Balletto di Bronzo).
Registrato dal vivo da Gianni Leone all'organo Hammond c-3 al Centrale del Tennis.
Roma, luglio 2003.





domenica 20 dicembre 2009

Flying Burrito Brothers


I Flying Burrito Brothers furono la naturale conseguenza .......
della rivoluzione country-rock cominciata da Gram Parsons (già presente su questo blog) nel 1968.
Alla tormentata storia del complesso hanno preso parte in tempi diversi parecchi personaggi importanti del country-rock.
La prima formazione del gruppo (ottobre 1968) comprendeva Parsons (canto), Chris Hillman dei Byrds (basso e mandolino), Chris Ethridge (basso), Pete Kleinow (steel guitar).
I primi due dischi, impostati da Parsons e Hillman, sono suonati con entusiasmo e spontaneita`, soprattuto il primo, "Gilded Palace Of Sin "(1969), una raccolta di canzoni country apocalittiche che parlano di solitudine, teppismo, droga, sesso adolescenziale e crisi esistenziale, cantate da
Parsons con la sua voce cristallina e disperata ("Sin City", dove profetizza, con un tono da predicatore moribondo, la distruzione della citta` del peccato ad opera di "The Lord's Burning Rain"), accanto a stornellate piu` facili (Christine`s Tune, My Uncle).
E` il capolavoro del country d'autore di Parsons, che trova modo di dare forma concreta ai fantasmi interiori della sua tormentata psiche.
Dal suo agghiacciante spaccato morale, Los Angeles emerge come un inferno di degradazione e alienazione, un buco nero dei sentimenti dove l'individuo e` condannato alla solitudine eterna e sempre piu` acuta, un luccicante "palazzo dorato del peccato".
L'album rimarra` forse il capolavoro del country-rock.
Il successivo Deluxe (1970), che annovera il chitarrista Bernie Leadon degliEagles, ritorna invece al sound dei Byrds, con le armonie vocali a tre voci e le chitarre piu` jingle-jangle che country (Cody Cody).
Inediti del periodo compariranno anche su Sleepless Nights (1976).
La vita scapestrata costa a Parsons il posto nel complesso, che viene preso dal cantante e chitarrista Rick Roberts, autore di qualche buona ballata (Colorado) su "Flying Burrito Brothers" (1971).
Il gruppo rischia pero` di affondare nella ragnatela dei troppi talenti, e non stupisce che riesca meglio dal vivo, sull'effervescente " Last Of The Red Hot Burritos "(1971), con Byron Berline scatenato al violino nel Dixie Breakdown e nell'Orange Blossom Special.
Qui prevale l'anima bluegrass, i virtuosismi incantano e trascinano.
Naturalmente e` rimasto poco dell'animo tormentato di Parsons.
Questo e` il country-rock per le masse, non quello per la catarsi personale.



Gli atteggiamenti irriverenti valsero loro l'appellativo di "country-punk".
In quest'immagine, piu` che nella musica, sta il loro contributo piu` importante alla nascita del nuovo genere.
"Close Up the Honky Tonks "(1974) e` un'antologia.
Leadon lascio` per formare gli Eagles, Hillman si aggrego` ai Manassas di Stev Stills, e, dopo due anni, anche Roberts lascio` il gruppo per formare i Firefall.
Berline suonava anche con i Country Gazette, formati nel 1971.
Chris Ethridge e Pete Kleinow riformarono i Flying Burrito Brothers, che registrarono "Hot Burrito "( 1975), "Flying Again" (1976)," Airborne" (1976).
"Sin City" (2002) e` un'antologia, comprendente per intero i primi due album.
Hillman terra` viva l'idea di quel country-rock intellettuale sui suoi dischi solisti "Slippin Away" (1976) e "Clear Sailin" (1977), e poi la portera` al successo con la Desert Rose Band (One Step Forward, 1987; He's Back and I'm Blue, 1988; I Still Believe in You, 1988).

video

Citazione del giorno:
"Quello che ci piace negli amici è la considerazione che hanno di noi" (Tristan Bernard)

mercoledì 16 dicembre 2009

Fiona Apple



Nata e cresciuta nell’Upper West Side di Manhattan, New York, la giovane Fiona Apple si impone all’attenzione del mondo musicale con il suo primo album, il delicato e intenso Tidal, uscito per la Sony Music nel 1996 e motivo di paragoni con altre giovani cantautrici statunitensi (Alanis Morissette, Tori Amos, Leah Androne, Danielle Brisebois). Le ottime recensioni pubblicate da testate come Rolling Stone, Time e New York Times vengono affiancate dal grande successo riscosso durante il Lilith Fair Tour e da un Grammy Award conseguito nella categoria “Best New Artist in a Video”. Nel 1999 esce il suo nuovo album, When The Pawn..., prodotto da Jon Brion. Tra i vari progetti collaterali, Fiona Apple contribuisce anche alla realizzazione della colonna sonora del film “Pleasantville”.

Sei anni dopo il suo secondo album, Fiona Apple torna con Extraordinary Machine, un disco che era diventato un caso: registrato nel 2002, era infatti stato rifiutato dalla sua etichetta a causa dell'assenza di brani commerciali ma, dopo una campagna online dei sostenitori della cantante e anche per il fatto che una versione del lavoro era emersa su Internet, la Sony decise di pubblicarlo dopo avere imbarcato a bordo il nuovo produttore Mike Elizondo(2005).

Nel 2006 interpreta una cover di Sally's song inclusa nell'edizione speciale della colonna sonora del film prodotto da Tim Burton Nightmare Before Christmas.

Nel filmato a seguire la vediamo accompagnate dal famoso mandolinista Chris Thile.


video




martedì 15 dicembre 2009

Quatermass




I Quatermass si formano a Londra nel 1969...


... per opera di tre musicisti già molto attivi in varie band o come session man: il tastierista Peter Robinson, il cantante\bassista John Gustafson e il batterista Mick Underwood. Un anno dopo esce il loro primo ed unico album (se si esclude l'effimero The Long Road pubblicato nel 1990 come Quatermass II), l'omonimo Quatermass. Per descrivervelo, propongo la recensione pubblicata da un nuovo amico (con il nick di Charterhouser) su Prog Archives .


"I Quatermass sono tra i miti della scena "underground" degli anni '70, anche se non vendettero molto e non poterono quindi pubblicare altri dischi dopo il primo, omonimo album. Fu un peccato, poiché sicuramente avevano talento e non ricevettero per quando avevano seminato.
Attorno a loro si creò un discreto interesse tra gli ascoltatori di progressive, che diedero loro l'attenzione che meritavano. Molti salutarono il disco come un capolavoro, talvolta acclamandoli come superiori agli Emerson Lake & Palmer, che guadagnarono in quegli anni un notevolissimo successo con una formazione analoga (basso e voce- tastiere- batteria) e idee affini.
"Quatermass " è ritenuto un buon album, anche se la fama di pietra miliare potrebbe essere inadeguata. Ci sono certamente delle buone idee e innegabili capacità tecniche, specialmente nei casi del tastierista Peter Robinson e del batterista Mick Underwood.


Ci sono delle ottime canzoni come “ Post War Saturnday Post”, che sembrerebbe inizialmente un tradizionale brano blues, ma è lacerato dai bizzarri ed alienanti assoli di Robinson, dalla maestosa introduzione ai suoni robotici della conclusione. Gustafson sembra in generale allineato ai canoni del blues rock nel canto( si sentano Up on the Ground e Gemini per credere, dove il cantante riempie i versi di vocalizzi urlati e ruvidi) ma le composizioni sono rese preziose dalle jam del gruppo, che vedono protagonisti Robinson e Underwood. Non mancano le canzoni più brevi: l'orecchiabile “Black Sheep of the Family” e la rilassante “Good Lord Knows”, avvolta negli archi, e persino ” Entropy”, che apre e chiude l'album in un'atmosfera irreale.
Sfortunatamente la jam strumentale “Laughin' Tackle” è troppo confusa e disordinata per resistere alla prova del tempo, girando su se stessa senza trovare un'idea precisa da sviluppare.
Globalmente, Quatermass è un buon esordio, ma il gruppo stava ancora cercando di codificare il proprio stile, ed è triste che non abbiano avuto le possibilità di “completarsi”, perchè probabilmente avrebbero inciso dischi ancora più soprendenti ed omogenei. In ogni caso hanno dato prova del proprio valore anche come session man per molti altri artisti, diventando affermati e riconosciuti.
Quatermass rimane un buon ascolto, in particolare per chi cerca dei bei suoni di tastiera."


Black Sheep Of The Family

video



Citazione del giorno:

"Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall'io." (Albert Einstein)


venerdì 11 dicembre 2009

Stadio dei Marmi, Roma, giugno 1972


Gianni Leone ci regala un altro dei suoi ricordi.


Stadio dei Marmi, Roma, giugno 1972.
Nella storia del Balletto di Bronzo, Roma ha sempre avuto un ruolo importante, se non addirittura fondamentale. Potrei raccontare decine e decine di aneddoti incredibili, di retroscena mai rivelati prima, di fatti ed eventi “storici”. La prima formazione del Balletto realizzò l’album “Sirio 2222” proprio alla RCA, tanto per cominciare. Io per un breve periodo mi unii al gruppo come tastierista -pardon- organista e cantante e facemmo una serie di concerti in tutta Italia suonando i brani del loro primo album. Quanti incontri tra i corridoi, alla mensa e al mitico (sì, mi si conceda di usare questo odioso e logoro aggettivo) bar della RCA!… Lucio Dalla, grande ammiratore del Balletto… Renato Zero che, dopo aver visto il nostro chitarrista Lino Ajello girare con una gallina al guinzaglio, spudoratamente cominciò a farlo anche lui… Ma vorrei raccontare qualcosa della “mia” formazione, quella dell’album “YS”. Mi vengono in mente tantissimi episodi, concerti fatti in locali che non esistono più (il VUN-VUN all’EUR, il TOTEM…), “Controcanzonissima ‘72” al PIPER, con tutti i gruppi del Prog (allora “Pop”) italiano… Voglio però rievocare le 4 serate del “Secondo festival delle avanguardie e nuove tendenze” che si svolse allo Stadio dei Marmi al Foro Italico i giorni 1, 2, 3, e 4 giugno del ’72. C’eravamo davvero tutti. Noi del Balletto ci sentivamo particolarmente eccitati: “YS” era stato appena pubblicato e aveva avuto ottime recensioni. C’era anche la RAI che riprendeva, una sera sì e una no. Il Balletto capitò in una serata “no” , ma noi non battemmo ciglio poiché, da autentici “freaks”, non ci fregava assolutamente nulla di apparire nella disprezzata e odiata Televisione di Stato. Dietro le quinte c’era un fermento indescrivibile… Ancora oggi conservo amicizie nate in quei giorni: Gianfranca Montedoro, Umberto Santucci e le coriste Cinzia e Paola dei Living Music, sempre presenti persino ai recenti concerti del Balletto a Roma; i ragazzi del Banco, coi quali ancora ci s’incontra in tante occasioni (abbiamo anche fatto un concerto memorabile a Rio de Janeiro 4 anni fa); Stefano Urso, bassista del Rovescio della Medaglia, che continuai a frequentare per anni… Ricordo un Alan Sorrenti piangente dopo la sua prima esibizione in pubblico, sommerso dagli ululati e dai fischi (eh sì, non aveva azzeccato nemmeno una nota, poverino: tutte calanti o crescenti, se non addirittura clamorosamente stonate. Note intonate: rarissime, e così avrebbe continuato a cantare per tutti gli anni successivi), confortato con la manina sulla spalla dal suo produttore Corrado Bacchelli (che era produttore anche del Balletto e, ahimè, continuò ad esserlo anche durante il mio periodo da solista - LeoNero)… Tutti ammirarono la mia “mise”: stivali al ginocchio Sado-Maso di cuoio dorato, calzamaglia nera, bolerino di paillettes color turchese, tutto realizzato su misura espressamente per me (allora la Moda non era ancora diventata… di moda: le cose bisognava inventarsele o realizzarsele da soli) e, naturalmente, chili di bigiotteria. Uno dei presentatori era un certo “Teo Teopoli”, leggo su una vecchia recensione recuperata dal mio archivio… Che fosse Teocoli? Mah!… Tra il pubblico si videro anche personaggi noti e importanti. La sera che suonammo noi, per esempio, notai tra gli altri Shel Shapiro dei Rokes. Che buffo: solo pochissimi anni prima io ero un bimbetto che andava ai concerti dei Rokes e gridava: “Shel!! Sheeeel!!”, ma quella sera invece ero io ad esibirmi su quell’immenso palco di fronte a lui. La cosa che mi meravigliò molto fu che in fondo non rimasi turbato più di tanto dalla sua presenza: ormai cominciavo a sentirmi un po’ “star” anch’io!..
Gianni Leone

giovedì 10 dicembre 2009

Fabrizio Fedele


L'arrivo della Prog Family degli Osanna, a Savona, mi ha regalato nuove conoscenze significative:
http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Osanna%20a%20Savona
http://athosenrile.blogspot.com/search/label/David%20Jackson

Questa famiglia delle meraviglie non è solo piena di artisti/miti maturi, ma il 50% è composto da giovani talenti che ho avuto la fortuna di vedere e ascoltare da vicino.
Uno di questi è Fabrizio Fedele, di mestiere chitarrista, sotto diverse forme e con diversi gruppi, scrittore... e sicuramente molto altro.
E' appena uscito un suo disco, Brotherhood of the Wine, di cui ho inserito a fine post una delle tante presentazioni, quella di Rosario Scavetta.


Nonostante la giovane età Fabrizio può vantare una grande esperienza e per scoprire qualcosa in più di lui, ho provato a porgli qualche semplice domanda che contribuisce a formare un quadro che, pur non essendo esauriente, dovrebbe stimolare la curiosità e portare sulla strada dell'approfondimento:

L'intervista

A marzo, nel corso della presentazione di “Prog Family”, ho ascoltato Lino Vairetti dire che i musicisti dei nuovi Osanna incarnavano il vero spirito prog, quello che lui cercava.Cosa vuol dire per te, musicista anagraficamente lontano dalla musica progressiva, ascoltare, suonare e incarnare quella musica di inizio anni 70? Premetto che sfondi una porta aperta. Per me esistono due cardini, inscindibili e imprescindibili, nella musica pop (nell’accezione “popular”) di sempre: Jimi Hendrix e The Beatles. Quindi quel sound, quelle sonorità chitarristiche e non solo mi affascinano da sempre. Se ascolti Tomorrow Never Knows dei Beatles, su Revolver del ’66, capirai a pieno di cosa parlo. Il suono della band, il drumming di Ringo Star… sublimi!

Leggendo le note biografiche Fabrizio Fedele appare come un soggetto iperattivo, che spazia dalla musica alla scrittura, tra differenti gruppi e lavori diversi. Cosa pensi della mia banale teoria che il massimo a cui possiamo aspirare è far coincidere il lavoro con le passioni quotidiane? E’ esattamente ciò che faccio: la mia passione è il mio lavoro e viceversa. Qualcuno diceva “se ami il tuo lavoro non lavorerai un solo giorno della tua vita”. Beh, approvo in pieno. Tutti i progetti in cui m’immergo sono quasi sempre progetti “d’amore”.

Mi spieghi quale tipo di equilibrio occorre cercare in un gruppo quando dei giovani, seppur talentuosi, devono relazionarsi con mostri sacri della musica italiana e internazionale? Ah, saperlo! La chimica degli elementi (quelli della band, dico) è fondamentale. Sono profondamente convinto che la musica nasca e si faccia prima di salire sul palco. Se non c’è alchimia tra gli stessi componenti della band credo non accadrà mai nulla di veramente magico su nessun palco. Poi, il talento e la creatività fanno il resto.

Poter vivere di musica, di questi tempi, può anche voler dire scendere a importanti compromessi. Ti è mai capitato di avere preso una decisione esclusivamente “commerciale”, di cui poi ti sei pentito? Mai! Ecco perché non ho una lira (rido profondamente).

Suonare in un gruppo importante e realizzare un tuo album personale, credo siano cose che in maniera diversa diano enormi soddisfazioni. Ma qual è il vero sogno di Fabrizio Fedele? Continuare a vivere di musica! Per sempre!

Brotherhood of the Wineè la tua ultima opera. Cosa rappresenta per te: una continuazione, una maturazione, una novità? A questo non so rispondere. Ma forse è un po’ tutte e tre le cose che hai appena detto. Credo però sia più giusto che rispondano i fruitori attenti a questo. Io mi sento lo stesso di sempre. Scrivo, compongo, registro e lo faccio cercando di cesellare tassello per tassello affinché il lavoro sia perfetto almeno alle mie orecchie esigenti. Quello che poi ne viene fuori è semplicemente musica…

Credo che le canzoni, i racconti e le poesie, richiedano momenti differenti di ispirazione, e anche il tipo di concentrazione sia di diversa natura. Qual è la tua esperienza in proposito? Stati d’animo. E voglia di raccontare. Agitare bene prima dell’uso… et voilà!

Qual è il ricordo più bello, musicalmente parlando della tua storia musicale? Tutte le sante volte che salgo su di un palco. E il prossimo sarà ancora più bello… almeno me lo auguro!

Riesci ad avere una sorta di separazione tra lavoro e vita privata? Questo dovresti chiederlo a mia moglie. A parte gli scherzi, è veramente difficile scindere le due cose. I miei migliori amici sono musicisti, giornalisti musicali, scrittori. Mia moglie danza e ama fotografare rock shows (la maggior parte dei miei scatti sono opera sua, lo stesso Lino Vairetti ne sa qualcosa). Per cui anche nella vita privata è difficile che non si parli di “lavoro”.

Cosa regala Napoli a un musicista, qualunque sia la musica che lo appassiona? Il background formativo. La grinta. E soprattutto la voglia di lasciarla. Quando nasci in una metropoli difficile come la mia devi imparare a difenderti. Io lo faccio con la mia strato e i miei ampli valvolari sparati a tutto volume.



La Presentazione dell'Album
Un nuovo viaggio sonoro per il trentottenne musicista napoletano: 11 tracce sospese tra gli echi di John Fante, l’esperienza-prog con gli Osanna e l’omaggio a Carlos Santana. In una lettera all’amico giornalista Carey McWilliams del 1974, il grande scrittore John Fante descrisse gli elementi-chiave del suo romanzo La confraternita dell’Uva, la storia di Nick Molise e “di quattro italiani vecchi e ubriaconi” come amava definirla lo stesso Fante.
Ed è proprio una leggera variazione del titolo originale di questo libro a dare il nome al quarto album di FABRIZIO FEDELE, Brotherhood of the Wine. Il trentottenne musicista napoletano - chitarrista, compositore, autore di colonne sonore e scrittore – giunge al suo quarto capitolo discografico completando idealmente il percorso affrontato con i precedenti THE INVISIBLE PART OF ME, IF I HAD MECHANICHAL WINGS e GLUE.
Il disco è stato prodotto e registrato dallo stesso Fedele presso il suo Cellar Studio, mentre il mastering è stato affidato a Steve Fallone del prestigioso studio statunitense Sterling Sound di New York. Otto tracce composte dal chitarrista e tre riletture d’autore, Bella del leggendario Carlos Santana e gli strumentali Variazione VI e Variazione VI (reprise) firmata negli anni Settanta dal Premio Oscar Luis Bacalov e dagli Osanna, formazione di cui Fedele è oggi chitarrista ufficiale.
Ed è proprio la voce di Lino Vairetti, frontman storico degli Osanna, nel brano Danzami negli Occhi, composto da Fabrizio Fedele ad aprire Brotherhood of the Wine: lo stesso brano è poi riproposto con un testo in lingua inglese – The Patchwork Lion – nell’intepretazione vocale di Fedele come ultima traccia del disco.
Pubblicato dall’etichetta Afrakà e distribuito dalla BTF, Brotherhood of the Wine è un disco ambizioso sotto il profilo sonoro e compositivo, impreziosito da una bella copertina e da un delicato artwork dell’artista Lucia Franciosa. Questi i musicisti che hanno preso parte alla lavorazione del disco: IRVIN VAIRETTI e SOPHYA BACCINI (backup vocals), SIMONA COSCIA FEDELE (french vocal), NELLO D’ANNA (electric bass), FABIO CENTURIONE (violoncello), ADRIAN EVANGELISTA (glass percussion / Hammond organ), ENZO VACCA (electric bass), PINO CICCARELLI (saxophone), MARCO CALIGIURI (drums), SASA’ PRIORE (Hammond organ / Rhodes piano) e i due compnenti del FABRIZIO FEDELE TRIO SERGIO SCALETTI e PINO REGA (coautore del brano Rush of Blood).



sabato 5 dicembre 2009

Domenica 6 dicembre....


Cliccare sull'immagine per ingrandire


venerdì 4 dicembre 2009

Chris Thile


Ho appena conosciuto Chris Thile...

e non posso fare a meno di raccontare qualcosa di lui. Le immagini parleranno più di ogni descrizione di questo 27enne , ex Nickel Creek. Spero che gli occasionali lettori saranno invogliati a ricercare il lavoro di questi musicisti , davvero incredibili.

Utilizzo una vecchia descrizione di Alfredo De Pietra per descrivere il personaggio.


"Il termine “enfant prodige” è sempre stato visto con una buone dose di perplessità e scetticismo nel campo musicale: tranne rare eccezioni, quasi sempre tutta l’abilità dei bambini prodigio si risolve in puro sfoggio di una abilità tecnica fine a se stessa, senza la presenza di una “sostanza” artistica apprezzabile.
Il giovanissimo mandolinista americano Chris Thile costituisce in questo senso una piacevole eccezione.
Provate un po’ a immaginare la scena: il piccolo Christopher Scott Thile alla tenera età di due anni viene portato da mamma e papà in una di quelle pizzerie americane con la band che suona dal vivo in sottofondo musica bluegrass.
Il piccolo Chris osserva e sente suonare il mandolinista della band, John Moore e…ad onta dell’età il pargolo prende la decisione della sua vita: il mandolino sarebbe stato per sempre il suo compagno inseparabile.
Sogni di un bambino? iente affatto!
Invece di chiedere trenini e costruzioni, il piccolo Chris desidera, vuole, pretende un mandolino.
All’età di cinque anni i genitori, esausti per le continue richieste del piccolo Chris, decidono finalmente di accontentarlo, e gli regalano il tanto agognato strumento: da allora in poi non vi è stato un solo giorno in cui Chris Thile non sia stato con il mandolino tra le mani. E i risultati si iniziano ben presto a vedere: all’età di otto anni si affiancano a questa giovane promessa i coetanei Sara Watkins al fiddle e Sean Watkins alla chitarra: è la nascita del gruppo Nickel Creek.
A 12 anni Chris viene scritturato dalla Sugar Hill Records, ed il suo primo album, Leading Off, desta grande scalpore nell’universo dei mandolinisti americani. La musica dei Nickel Creek è stata descritta con toni iperbolici dal New York Times, e il TIME Magazine si è spinto a parlare di Chris, Sara e Sean in termini di “Music Innovators for the Millennium”.
Oggi Chris Thile non è più considerato semplicemente un bambino prodigio, e il suo nome figura a ragione tra i grandi del mandolino mondiale, a prescindere dai generi musicali. Se infatti è vero che la sua origine è ragionevolmente da collocare nella bluegrass music, è innegabile che nella sua musica siano presenti le più svariate influenze, dal jazz al rock alla musica classica, con una sostanziale vena “celtic”, nettamente percepibile del resto anche nelle incisioni con i Nickel Creek.


Ciò che colpisce maggiormente in questo incredibile talento musicale sono, a parte la sensazionale abilità tecnica, la versatilità e il gusto presenti nelle sue registrazioni: non si può parlare esclusivamente di bluegrass né comunque, a ben vedere, di un ben definito genere musicale. Non a caso la critica musicale di giornali come USA Today e il Chicago Tribune si è espressa, a proposito di Chris Thile, in termini di “acoustic innovator” e di “future Of American acoustic music”.
A onore del mandolinista va inoltre il merito di non essersi montato la testa, nonostante la giovane età e le lusinghiere definizioni che già da qualche anno accompagnano la sua musica. Thile ammette infatti serenamente di comprendere bene di trovarsi ancora in una fase iniziale del suo sviluppo artistico:

Cerco sempre di migliorare la mia conoscenza della tastiera, di impadronirmene sempre meglio da un punto di vista tecnico. Da questo punto di vista i miei modelli sono i pianisti e i violinisti classici e i sassofonisti jazz. Alla base della mia filosofia musicale vi è il continuo miglioramento, non tanto da un punto di vista tecnico, ma in funzione di una migliore espressione delle mie tendenze artistiche. A chi mi chiede quali siano le mie influenze musicali, posso mostrare la musica che ascolto in macchina: Pat Metheny, J.S. Bach, Radiohead, Bela Fleck…”


Recentemente è stato pubblicato, sempre dalla Sugar Hill Records, il terzo CD di Chris Thile, intitolato Not All Who Wander Are Lost, ovvero “Non tutti quelli che vagano si sono persi”. La spiegazione di questa altrimenti sibillina affermazione è nelle note di copertina redatte dallo stesso mandolinista:

Il concetto alla base di questo album è che comunque è sempre meglio vagare insieme a qualcuno, che non da soli. Certo, mi piace comporre, ma arrangiare, provare e alla fine registrare la mia musica assieme a questi musicisti è stato per me il classico sogno che si avvera! Sono infatti cresciuto musicalmente ascoltando la loro musica, e suonando insieme a questi grandi musicisti ho cercato di capire cosa ci accomuni e cosa d’altro canto li renda così unici: ci unisce il gusto dell’esplorazione musicale, e ciò che li diversifica è quello che ciascuno di loro riesce a offrire e il modo in cui ci presenta la propria individuale esperienza artistica. La musica di questo CD rappresenta ciò che ho osservato, sperimentato e creato grazie a queste grandi collaborazioni”.

E ad osservare la line-up di questo CD ci si rende conto che ad accompagnare Chris Thile in questa sua nuova avventura discografica è presente il meglio della new acoustic music americana: in varie formazioni sono infatti presenti Bela Fleck al banjo, Jerry Douglas al dobro, Stuart Duncan e Sara Watkins al fiddle, Edgar Meyer e Byron House al basso, Bryan Sutton e Sean Watkins alla chitarra e Jeff Coffin al sax tenore.
Sul CD è presente il brano “Big Sam Thompson”, tratto da Not All Who Wander Are Lost, evidente esempio dell’importanza della celtic music nell’esperienza artistica di Chris Thile: il brano è dedicato a un antenato di Chris, a quanto pare star del baseball americano degli inizi del secolo scorso. Per stessa ammissione di Chris inspiegabilmente nel suo cervello vi è una curiosa associazione mentale tra il baseball e la musica celtica!
Ad accompagnare il mandolinista in questo “Big Sam Thompson” sono Sean e Sara Watkins, ovvero il resto dei Nickel Creek, e Byron House al basso. È una fiddle tune che parte con una lenta e malinconica presentazione del tema per poi scatenarsi liberamente fino a un travolgente finale: energia allo stato puro, e chiara dimostrazione delle grandi qualità di compositore, arrangiatore e strumentista di questo ex bambino prodigio, dai più considerato ormai, giustamente, il nuovo messia del mandolino.



L'articolo risale a qualche anno fa per cui vediamo i fatti più recenti relativi ai Nickel Creek

Alla fine dell'estate del 2006 attraverso il loro sito ufficiale, i Nickel Creek hanno annunciato che entro la fine dell'anno non avrebbero più collaborato alla registrazione di un album e che il loro tour programmato per il 2007 sarebbe stato l'ultimo per un indefinito lasso di tempo. Secondo quanto afferma Thile, "è sempre stato naturale, ma ultimamente è diventato tutto meno naturale e correvamo il rischio di scioglierci come gruppo. Abbiamo preferito dividerci per un po' di tempo, intanto che il nostro rapporto è ancora buono."
Sean Watkins ha affermato che tutti i membri del gruppo sono pronti ad espandere i propri orizzonti musicali sperimentando nuovamente la vita reale, "quando sei in viaggio tutto il tempo e incontri le persone che amano la tua musica, non puoi sempre relazionarti con loro perché spesso certe situazioni non le vivrai mai. Dovremmo provare a scrivere canzoni che ci relazionino ad altre persone. Ho bisogno di uscire e vivere una vita diversa da quella che ho vissuto fino ad ora. Sono pronto a scrivere nuovamente di fatti reali".
L'ultimo tour dei Nickel Creek prima della temporanea separazione venne annunciato sul loro sito ufficiale il 13 febbraio 2007. In una recente dichiarazione, i Nickel Creek hanno affermato: "vogliamo fare tutto ciò in maniera positiva e compiere quest'ultimo passo prima della separazione. Vogliamo vedere i nostri fan ancora una volta e suonare con i musicisti che ci hanno ispirato per anni."


Raining at Sunset

video

Citazione del giorno:
"La terra ha musica per coloro che ascoltano" (William Shakespeare)

giovedì 3 dicembre 2009

Walter Trout


Walter Trout è un noto chitarrista blues nato nel New Jersey intorno al 1951.
Inizia la sua carriera musicale sul finire del 1960, e da giovanissimo milita nella band di Bruce Springsteen.

Trasferitosi successivamente a Los Angeles, per cercare altre opportunita’ nel mondo musicale, suona nella band di Percy Mayfield e di Deacon Jones, collaborando con John Lee Hooker and Joe Tex.

Ma la svolta decisiva avviene nei Blues Breakers di John Mayall, dove spesso è accompagnato da un altro mostro della chitarra blues virtuosa ma mai fredda, Coco Montoya.
Suona nella band di Mayall dal 1981 al 1989, senza incider alcun album.
Il suo stile è riconoscibile da subito, visto il suo virtuosismo, ma anche il suo sentimento da classico chitarrista blues.
Trout è anche autore di album particolarmente riusciti come ad esempio il suo debutto, Life in The Jungle, del 90, un bel mix di rockblues, in cui si avverte chiaramente l’influenza e la mano del maestro Mayall, su un artista ormai completo giunto alla maturità artistica.

Da ascoltare il Live: Trout Live del 2000.

Walter Trout Band

* 1990 Life In The Jungle (re-released in USA in 2002)
* 1990 Prisoner of a Dream
* 1992 Transition
* 1992 No More Fish Jokes (live)
* 1994 Tellin’ Stories
* 1995 Breaking The Rules
* 1997 Positively Beale St.

mercoledì 2 dicembre 2009

Brian Auger


Brian Auger, organista Hammond di grande talento, inizia la sua carriera professionale a Londra nel 1963.
Due anni dopo forma il gruppo “Steampacket” dei quali fanno parte personaggi quali Long John Baldry, Julie Driscoll e Rod Stewart.
Nel 1967 con la stessa Julie Driscoll ha inizio l’esperienza “The Brian Auger Trinity”: la band riscuote un grandissimo interesse in Inghilterra e nel resto del mondo, pubblicano l’album “Open” e ottengono il primo posto nelle classifiche inglesi.
Il successivo “Save Me” raggiunge la vetta anche nella classifica di vendite in Francia.
The Brian Auger Trinity è il primo gruppo jazz-fusion a partecipare con grande successo ai più importanti festival jazz europei (Montreaux Jazz Festival e Berlin Jazz Festival).
Il suo primo tour negli Stati Uniti è del 1969, occasione in cui presenta l’album “Streetnoise” che viene considerato da pubblico e critica americano il primo album Jazz Fusion.


All’inizio dei ‘70 fonda gli “Oblivion Express”, che guida fino al 1975 pubblicando diversi album di successo (tra cui “Closer To It” e “Straight Ahead”) ed è protagonista di estenuanti tour in tutto Europa.
Si trasferisce quindi negli U.S.A. dove continua l’attività artistica, alternando situazioni di session-man e momenti di notevole vena creativo.
Ritorna in Europa e all’inizio degli anni ‘90, dopo diversi episodi da solista, con l’amico Eric Burdon forma il gruppo “Eric Burdon & Brian Auger Band” che registra nel 1993 il doppio CD live “Access All Areas”. Brian ha così una nuova svolta nella sua carriera che gli permette di ottenere ingaggi dagli U.S.A. al Messico, dal Giappone alla Svizzera.
Dai 1995 investe le sue energie nei nuovi “Oblivion Express”, con i quali ha registrato l’album “Voices Of Other Times” (1999) e con cui tuttora continua la sua interminabile attività live in Europa.


martedì 1 dicembre 2009

Bill Frisell


Bill Frisell nasce a Baltimora, Maryland, il 18 marzo 1951, ma passa molta della sua giovinezza a Denver, in Colorado.

Da ragazzo suona il clarinetto, frequentando poi la University of Northern Colorado per studiare musica.
Dopo la laurea, si trasferisce a Boston per studiare alla Berklee School of Music, esperienza che lascia per diverso tempo un segno nella sua produzione artistica.
Alla fine degli anni Settanta si sposta in Belgio dove conosce Manfred Eicher, il fondatore della ECM Records.
Pochi anni dopo, Frisell lavora proprio per questa casa discografica sia per album solisti sia come collaboratore di musicisti come Paul Motian e Jan Garbarek. Il suo lavoro con la ECM prosegue anche per tutti gli anni Ottanta, tanto da meritarsi il soprannome di "house guitarist".
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta realizza molti album con una grande varietà di artisti, non solamente provenienti dal mondo del jazz: tra loro si contano per esempio Ginger Baker, Marianne Faithfull, Elvis Costello, John Zorn e Tim Berne, nonché il compositore Gavin Bryars.
Scrive anche le musiche per i film muti di Buster Keaton e il suo album del 1996 , QUARTET vince il Deutsche Schallplattenpreis, il Grammy tedesco.
Nel 1989 Frisell si trasferisce a Seattle, dove realizza numerosi e fondamentali lavori. Tra questi GHOST TOWN (2000), seguito da BLUES DREAM – sempre dello stesso anno – e THE WILLIES, del 2002. EAST/WEST e RICHTER 858 vengono invece entrambi pubblicati nel 2005 Il suo ultimo lavoro – HISTORY, MYSTERY- è del 2008.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

RAMBLER 1984 ECM
SMASH & SCATTERATION 1984 Rykodisc
LOOKOUT FOR HOPE 1987 ECM
BEFORE WE WERE BORN 1988 Elektra
IS THAT YOU? 1989 Elektra
HAVE A LITTLE FAITH 1992 Elektra/Nonesuch
AMERICAN BLOOD/SAFETY IN NUMBERS 1995 Intuition
BILL FRISELL QUARTET 1996 Nonesuch
NASHVILLE 1997 Elektra/Nonesuch
GHOST TOWN 2000 Nonesuch
THE WILLIES 2002 Nonesuch
UNSPEAKABLE 2004 Nonesuch
EAST/WEST (live) 2005 Nonesuch
FURTHER EAST/ FURTHER WEST 2005 Nonesuch
HISTORY MYSTERY 2008 Nonesuch