sabato 19 luglio 2008

Johnny Winter


Martedì 15 luglio ho visto un concerto indimenticabile.

Johnny Winter, uno degli eroi di Woodstock , era a Savona, Fortezza del Priamar.

Qualche nota biografica.
Nato e cresciuto a Beaumont (Texas) la città famosa per la “corsa all’oro”, ascolta molto la radio locale diventando un cultore del Rock & Roll, del Blues rurale e Cajun.
Le tensioni sono molto forti nella città che aveva ospitato la più grave rivolta razziale nella storia del Texas, con l’esecuzione effettiva della legge marziale; ma Johnny è ben accetto nella comunità nera perché ritenuto sincero e genuinamente posseduto dal Blues.
Nel 1962 riesce a salire sul palco di B.B. King e suonare la sua chitarra, ricevendo grandi ovazioni dal pubblico.
Forma un power trio con il batterista Uncle John Turner e il bassista Tommy Shannon (in seguito solida colonna dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan), che lo assecondava nelle sue sfuriate selvagge eppure così legate alla tradizione.
Autenticamente devoto al Delta Blues, nelle sue vene scorre il Country Blues di Robert Johnson che mescola costantemente al British Blues–Rock e il Rock dell’America del Sud a la Allman Brothers.
Durante gli anni ’70 e ’80 il chitarrista e cantante albino, scheletrico e dedito alle droghe, si apprestava a rilanciare la carriera dei suoi idoli Muddy Waters e John Lee Hooker.
Ha il grande merito di aver introdotto il gigante Blues Muddy Waters alle nuove generazioni di ascoltatori producendo e suonando la chitarra in parecchi suoi album.
Le collaborazioni sono state di un tale successo che Waters si è spesso riferito a Johnny come al suo figlio adottivo. Winter ha lavorato con la Columbia più di un decennio pubblicando album memorabili quali “Johnny Winter And” (1970), “Still Alive and Well” (1973) e “John Dawson Winter III” (1974).
La sua recente nomination al Grammy con il disco della Virgin/EMI “I’m A Bluesman”, ha esteso ancora la sua già grande reputazione raccontando questa volta la sua stessa storia.

Ed ora le mie impressioni del concerto, già pubblicate su "MENTELOCALE".

Mai come in questa occasione il titolo della rubrica, “Io C’ero”, fu azzeccato.
E’ qualcosa di più che l’amore per il blues a farmi avvicinare a questo concerto.
Ricordo perfettamente quando, da adolescente, la copertina di Ciao 2001 proponeva la foto di Johnny Winter, musicista albino che, attraverso i lunghi capelli bianchi colpiva la fantasia di noi ragazzi,affascinati dai personaggi, non solo dalla musica.


E poi, trovarsi davanti un musicista che ha suonato a Woodstook non è roba per tutti .
Ma io c’ero!
Ancora una premessa…piacevole.
Mi ritrovo alla fortezza del Priamar ad una settimana di distanza dal concerto di Sheryl Crow e devo evidenziare un’enorme differenza di comportamento della security.
Non so se dipenda dall’organizzazione differente, o sia volontà dell’artista, ma qui sembra sia permesso tutto ciò che era noiosamente vietato qualche giorno prima.
E’ possibile fotografare, è possibile filmare e, ad un certo punto della serata, è possibile persino superare la barriera che divide il palco dalle prime sedie.
Tutto ciò provoca un “travaso “umano che aumenta sino a riempire a “tappo” lo spazio da “keep out”.
La gente ha voglia di ballare, di muoversi, di avere un contatto diretto con Johnny, ed alcuni si fanno fotografare dal basso, riempiendo l’inquadratura col chitarrista in piena performance.
Un ragazzo più ….agitato, riesce persino a guadagnare il palco e ad abbracciare il chitarrista , che continua , noncurante della dimostrazione di affetto, ed in questo caso gli addetti alla sicurezza intervengono , ma senza eccessiva rigidità.
Non c’e’ il pienone al Priamar , ed è un vero peccato che certe occasioni vengano buttate al vento. Ad aprire la serata un figlio d’arte, John Lee Hooker.JR.
Meriterebbe spazio adeguato perché non parlo di un comprimario del blues e, sul palco lui dimostra il suo valore.
Uomo di spettacolo, capace di coinvolgere un pubblico ancora freddo, dirige una band molto giovane (il chitarrista sembra un bimbo) che spazia dal blues al funky, passando per il R & B.
Dimostra in diverse occasioni di sapere di essere a Savona (non è scontato per chi viaggia e suona in continuazione) e di amare l’Italia.
Qualcuno dal pubblico (il solito esagitato che avrà poi il coraggio di salire on stage) gli grida :”Boom Boom Boom”, vecchio cavallo di battaglia del padre , e lui risponde:” Certo, 10 volte, 11 volte…” lasciando intendere ironicamente che non è previsto.
Ma alla fine “Boom..” arriverà , col pubblico pronto a battere le mani ritmicamente , accontentando il volere di Hooker.
Molto bravi e gente soddisfatta.
John si dirige verso il banco del merchandise, per firmare personalmente i suoi CD, mentre sul palco viene sistemata la sedia per Winter.
Passano pochi minuti ed ecco la nuova band.
Quattro musicisti che attaccano con grande vigore , con un bravo chitarrista che suonerà solo in 2 occasioni, inizio e fine concerto.
Al termine del primo brano viene annunciato, con estrema enfasi , l’arrivo di Johnny Winter.
E’ una grande emozione per me.
Arriva traballante , camminando con grande fatica.
E’ pelle ed ossa e sotto al suo cappello nero l’antica chioma non sembra aver perso il suo fascino.
Pare sia quasi cieco e pieno di problemi fisici , ma …è sul palco.
Spesso ho immaginato di poter realizzare i miei sogni, con una bacchetta magica, ed il dubbio è sempre stato…”calciatore o musicista?” Vedere un uomo avanti con l’età , pieno di acciacchi seri, dopo una vita condotta al limite, e soprattutto con tali fantastici risultati , mi fa pensare che questo sia un “grande mestiere”, capace di dare energia a chi lo pratica e soddisfazione a chi lo “subisce”.
Lo spettacolo inizia ed è un’evoluzione continua che porta da un primo atteggiamento distaccato di Winter (ma forse non è la parola giusta), sino ad una situazione di fluidità ed interattività tra noi presenti ed un uomo che , nonostante calchi la scena da più lustri, trova ancora il contenuto entusiasmo per fornire un grande spettacolo.
Le sue dita volano sulla sua particolare (bruttina ma efficace) chitarra e la velocità sulla tastiera provoca valanghe di note che nascondono qualche errore veniale.
Anche la voce perde ogni tanto la tonalità , ma mi pare mantenga una certa potenza e la timbrica di un tempo.
I sui famosi riff si susseguono mentre il suo blues ci pervade l’anima.
Arriva anche il momento del tributo ad Hendrix ed ancora una volta Woodstook ritorna tra di noi.
Ad un certo punto ha tutti ai suoi piedi, a pochi passi da lui.
E un’immagine molto bella, un segno che va oltre l’esibizionismo, debolezza umana, ma l’immagine diventa un’icona , col vecchio musicista idolatrato dai suoi sostenitori.
Certo, è un pubblico ben disposto, presente per amore del blues e di chi ne è stato protagonista attivo,ma la scena è da album dei ricordi.
Si arriva alla fine, lui si alza a fatica e si allontana salutando.
Ho pensato all’impossibilità di un bis, viste le difficolta’ nel camminare.
Ma Johnny è nuovamente tra noi e ci sciorina la tecnica di cui è forse il massimo esponente: la slide guitar.
Lo ammiro da pochi metri , provando sentimenti differenti: ammirazione per la grande abilità, stupore per la capacità di trasmettere emozioni, tenerezza immaginando alle difficoltà in cui si trova, felicità di poter dire, “anche io c’ero!”.
Indimenticabile.

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Le ultime parole famose:
"Scavare sotto terra per cercare petrolio? Siete pazzi?". (Gli esperti della compagnia mineraria per il primo progetto di trivellazione petrolifera, 1859)

venerdì 18 luglio 2008

Eric Johnson



Avevo sempre sentito parlare di Eric Johnson, ma ....

solo da poco sono riuscito ad ascoltarlo e a ...vedere le sue mani scorrere sul manico della chitarra.

Dal sito Fender ho ricavato queste note biografiche.

Eric Johnson è entrato di diritto nell'elite dei guitar heroes più importanti di tutti i tempi, e la sua innata creatività ha creato ben più di qualche sconvolgimento nel mondo delle sei corde.
E' riuscito ad ottenere, cosa assai rara, al contempo successo di pubblico e critica, un Grammy e la devozione incondizionata da parte dei suoi fan.
Ad ogni modo, la sua storia di chitarrista, tastierista, cantante, songwriter e produttore è sicuramente fuori dagli schemi tradizionali, è trova nel suo ultimo album "Bloom", edito da Favored Nations, il tassello fondamentale di una carriera strepitosa.
"Bloom" è composto da 16 nuovi brani che, nella migliore tradizione di Eric, coprono un'ampia varietà di stili, dal rock 'n roll di "Summer Jam" alla cover di Bob Dylan "My Black Pages", dall'ipnotica "Sea Secret" alla provocatoria "Sad Legacy" e alla country jam "Tribute to Jerry Reed".
Il suo talento sconcertante come songwriter e produttore, unito alla sua sconfinata abilità di chitarrista, raggiunge in questo album una nuova vetta: "Bloom non deluderà di certo i fan storici di Eric, anzi, porterà nuova linfa alle schiere di appassionati della sua musica.
Johnson nasce ad Austin, in Texas, città immersa nel blues e nel country, ma le sue influenze musicali sono molto più ampie, e ricoprono generi quali il pop, il rock, il jazz e la fusion.
I suoi album, dalla produzione sempre ineccepibile, vedono ripetersi equamente le tracce tra canzoni vocali e strumentali, e fra tutti i generi musicali citati.
Col tempo, da ragazzino, all'età di 16 anni, fu membro di una band chiamata Mariani, e all'età di 21 entrò negli Electromagnets, una band di ispirazione jazz-rock con un folto seguito di pubblico.
Fra il 1976 e il 1978 registrò il suo primo album, "Seven Worlds", che tuttavia non fu pubblicato fino al 1998 dalla Ark 21, in quanto i diritti appartenevano al suo precedente manager.
La reputazione di John son, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, crebbe a dismisura, grazie ai lavori in studio con artisti come Cat Stevens, Carole King e Christopher Cross, con cui vinse un Grammy nel 1980 per l'album di debutto omonimo.
Uno dei momenti più importanti della sua carriera fu l'apparizione televisiva, nel 1984 sull'emittente PBS, nello show "Austin City Limits". Eric fu visto in tv da Prince che lo raccomandò per la sua etichetta, la Warner Bros Records.
La sussidiaria Warner chiamata Tones mise Johnson sotto contratto, e il risultato fu la pubblicazione, nel 1986, dell'album "Tones".
Wendy e Lisa, dalla band di Prince, cantarono incredibili cori e la canzone "Zap" ebbe la nomination al Grammy come miglior brano rock strumentale.
Eric ottenne anche un considerevole numero di copertine sulle migliori riviste specializzate per chitarristi e la sua carriera giunse a un vero e proprio punto di svolta.
Johnson entrò nel mainstream con l'album "Ah Via Musicom", e brani come "Cliffs Of Dover" riempirono l'etere da migliaia di stazioni radio.
L'album fu multi-platinato, e il brano "Cliffs Of Dover" portò Eric alla vittoria di un Grammy come Miglior Performance Rock Strumentale, di fronte a nomi quali Allman Brothers, Danny Gatton, Rush e Yes. Eric è stato il primo artista in assoluto ad avere tre brani strumentali dallo stesso album nella Top 10.
Passò i successivi tre anni in tour con B.B. King per promuovere "Ah Via Musicom" e trovò il tempo di contribuire agli album di Chet Atkins e Dweezil Zappa.
Uno dei progetti paralleli preferiti di Johnson, oltre alla sua carriera solista e alle numerose apparizioni come guest star, è il trio blues Alien Love Child, con cui ha pubblicato nel 2000 l'album "Live and Beyond", prima uscita discografica per la Favored Nations, l'etichetta di Steve Vai.
Il brano "Rain" ottenne la nomina al Grammy come Miglior Peformance Pop Strumentale.
Il 2002 ha visto la pubblicazione dell'albume "Souvenir", contenente una collezione di 12 demo inediti, outtakes e brani live che attraversano tutta la sua carriera, ed è disponibile tramite il sito www.ericjohnson.com o ai suoi show.
Nel 2004 Eric ha fatto una gradita sorpresa ai suoi fan con un tour-solo in versione acustica, in cui ha dimostrato tutta la sua abilità, oltre cha alla chitarra, anche al piano.
Ha anche ricevuto l'onore, dalla Martin, della dedica di una chitarra signature su sue specifiche; quest'estate è stato poi invitato da Eric Clapton al Crossroad Guitar Festival.
Eternamente favorito agli "Austin Music Awards", Johnson e i membri della sua band hanno vinto un'incredibile numero di premi per il periodo 2004-2005: Eric è stato Musicista dell'Anno, Miglior Chitarrista Elettrico e Miglior Chitarrista Acustico, e si è piazzato molto bene come cantante, tastierista e scrittore; Chris Marsh è stato nominato come Miglior Bassista e Tommy Taylor ha vinto nella categoria Miglior Batterista.L'uscita di "Bloom" e il successivo tour sono stati il punto focale della carriera di Eric per il 2005, ma come dimenticare l'infuocata performance di Gennaio al NAMM Show, in California, per celebrare l'uscita del suo nuovo modello Fender Signature?

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Le ultime parole famose:
"La televisione non potra' reggere il mercato per piu' di sei mesi. La gente si stanchera' subito di passare le serate a guardare dentro a una scatola di legno". (Darryl F. Zanuck, Presidente della 20th Century Fox, 1946)

giovedì 17 luglio 2008

Popol Vuh


Ho scarsa conoscenza dei Popol Wuh.

Ricordo come un tempo cercai di avvicinarmi a loro , ma risultarono troppo "complicati" per me , in quei giorni lontani.
Sto ricercando di ricostruire le parti che mi mancano ed in attesa di completare il mosaico rendo loro omaggio raccogliendo una breve biografia ricavata dalla rete, e presentando un loro video.

I Popol Vuh furono un gruppo tedesco che univa Kosmische Musik, proto-New Age, e Krautrock, fondato da Florian Fricke nel 1970 insieme con Holger Trulzsch (percussioni) e Frank Fiedler (strumenti elettronici).
Altri importanti componenti delle due decadi successive furono Daniel Fichelscher e Bob Eliscu. La band comiciò suonando uno stile di musica elettronica che anticipava l'Ambient di Brian Eno e Robert Fripp, come risulta chiaro dal primo disco, "Affenstunde", ispirato dall'invenzione dei sintetizzatori Moog.
Questo stile continuò solo per un altro disco, "In Den Garten Pharaos".
Dopo queste due uscite, Fricke abbandonò quasi completamente l'utilizzo di strumenti elettronici, in favore di composizioni dominate dal pianoforte.
Il terzo disco, "Hosianna Mantra "(da molti considerato il loro massimo capolavoro) cominciò l'esplorazione di temi religiosi o, comunque, marcatamente spirituali.
Il gruppo si evolse ulteriormente includendo tutte le tipologie di strumenti: aerofoni, percussioni e cordofoni, sia elettrici sia acustici, vennero combinati per creare un'aura mistica che rendesse la loro musica spirituale ed introspettiva.
I Popul Vuh influenzarono molte altre band Europee grazie alla loro unica strumentazione, simultaneamente soft ed elaborata, che si ispirava a sua volta alla musica tibetana, Africana e alle Civiltà precolombiane.
In questo modo crearono una sorta di "musica per sognare", salendo di un gradino al di sopra del Rock psichedelico.
I Popol Vuh sono infatti considerati da molti come i precursori della World Music e della musica New Age.
Tra le altre cose, il gruppo contribuì ad alcune colonne sonore dei film di Werner Herzog, inclusi "Nosferatu, principe della notte", "Aguirre, furore di Dio", "Fitzcarraldo" e "L'enigma di Kaspar Hauser" (in cui, tra l'altro, compariva anche Fricke).
Florian Fricke morì a Monaco di Baviera il 29 dicembre 2001.
In seguito a questo tragico evento il gruppo si sciolse.

Spero con questo di trasferire la mia voglia di approfondimento....


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Le ultime parole famose:

"Pensare di attraversare l'Atlantico con una nave a vapore e' come pensare di andare sulla Luna: una follia". (Dyonisus Lardner, docente di astronomia a Londra, 1838)



martedì 15 luglio 2008

Tangerine Dream



Oggi voglio ricordare i Tangerine Dream...


gruppo musicale tedesco sorto nel 1967 a Berlino.
Sono considerati tra i più noti esponenti della Komische Musik tedesca.

Alcuni cenni "prelevati" dall'enciclopedia di rete.

La prima formazione era composta dal chitarrista Edgar Froese, dal percussionista Klaus e dal tastierista Conrad Schnitzler.
La formazione del gruppo subì vari cambiamenti, avendo però come perno indiscusso Edgard Froese.

Si alternarono vari musicisti fra i quali Peter Baumann, Christopher Franke, Johannes Schmoelling, Paul Haslinger e Jerome Froese.
Caratteristica del gruppo è l'uso della tecnologia fin dalle prime fasi della produzione musicale, specialmente le tastiere diventano l'architrave del sound
.
L'uso di strumenti nuovi per l'epoca, talvolta modificati per assecondare le esigenze creative, e le composizioni di lunga durata, specifiche dei primi anni, ne fanno un cult, ripreso da altre band quali Kraftewerk e Popol Vuh.
Eseguirono numerosi concerti in Europa e in Nordamerica, testimoniati da svariati album live che contribuirono ad espandere la loro già notevole produzione.
La prima fase della loro musica è la musica cosmica, con espressioni e suoni artificiali e visionari, effetti complessi e articolati che hanno probabilmente il loro apogeo nell'album Zeit
. Le composizioni sono formate in genere da 4 movimenti la cui durata è intorno ai 15 - 20 minuti, ma che nelle esibizioni dal vivo arrivano anche a sfiorare l'ora.
A questa fase ne segue una di consolidamento e commercializzazione: i Tangerine Dream allargano il loro orizzonte oltre i confini nazionali divulgando una concezione più accessibile della loro musica.

Da ricordare gli album "Rubycon" e"Tangram", e i live "Pergamon" e "Poland".
Dopo una transizione durata qualche anno, con crisi e cambi di musicisti, il gruppo di Froese approda alla New Age tipica degli anni di fine secolo.
Pezzi brevi e giochi musicali ridotti ai minimi termini trovano terreno fertile per farsi ascoltare da una nuova generazione.
Tuttavia solo il nome collega ciò che resta con i primordi della band


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Le ultime parole famose:

"Nel 1965 ci fu il primo concerto dei Beatles, giovane gruppo rock, in Italia. Gli organizzatori proposero alla RAI di trasmettere il concerto in diretta. Il direttore della RAI di allora disse: "E' inutile trasmettere il concerto, perchè tanto di questi Beatles tra un mese non se ne ricorderà più nessuno!!!"


lunedì 14 luglio 2008

Amon Düül

Alla fine degli anni 70, vicino a .......

Monaco di Baviera,una comune sperimentava lunghe sessioni musicali basate soprattutto sull'uso delle percussioni. Alcune di queste sessioni venivano registrate e fu diffuso un doppio LP denominato semplicemente "Amon Duul".
All'interno di questo gruppo alcuni elementi decisero una ricerca musicale più formale, con una traccia musicale meglio definita, testi e utilizzo degli strumenti tipici del rock oltre che di derivazione classica e orientale.
Questi elementi diedero vita al gruppo degli Amon Duul II, il cui nucleo originario era costituito da Chris Karrer, John Weinzierl, Lothr Meid, Peter Leopold, Falk Rogner, Renate Knaup.
La loro prima apparizione fu al concerto rock di Essen, nel 1969 e il loro primo album usci nel 1969:" Phallus Dei".
L'album è considerato una pietra miliare nella storia del rock tedesco, e gli Amon Duul II sono senz'altro il gruppo di riferimento del cosiddetto krautrock.
La storia musicale degli Amon Duul II continua con:
Yeti, del 1970, album doppio, con un primo disco che segue un classico schema e un secondo costituito da due lunghe sessioni improvvisate.
Dance of the Lemmings, 1971, album quasi interamente sperimentale, maturo, ricco di riferimenti alle esperienze musicali più avanzate di quegli anni: Pink Floyd, Soft Machine oltre che musica classica.
Carnival in Babylon (1972) e Wolf City (1973) sono due classici album di un rock più maturo, musicalmente ormai rifinito e definito.
Successivamente segue un periodo meno originale, più attento al mercato di un gruppo che ormai è noto anche al di fuori della schiera degli appassionati.
Molti dei componenti del gruppo lavorano con altre band attive soprattutto nel filone dello space rock inglese (Hawkind) e del progressive rock tedesco (Popol Vuh, Embryo).
(Da enciclopedia in rete).

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Le ultime parole famose:

"Oggi e' praticamente impossibile trovare terre ancora sconosciute". (Comitato dei Consiglieri di Isabella di Spagna, 1492)

sabato 12 luglio 2008

John Mayer



Ho scoperto John Mayer...

guardando il DVD "Crossroads", dove decine di chitarristi si esibiscono ,avendo come scopo principale una raccolta fondi per un centro di recupero per alcolisti e tossicodipendenti, creato nel 1993 da Eric Clapton nell'isola Caraibica di Antigua, il “The Crossroads Centre”. Ne avevo sentito parlare come di un ragazzo prodigio, e nel corso della mia ricerca, di giovani "anomali" ne ho trovati parecchi, alcuni già presentati nel blog.

Riporto alcune note prese dall'enciclopedia in rete, a cui aggiungo un filmato che è un assaggio che può ...stimolare l'appetito di chi non conosce Mayer.

John Clayton Mayer (Bridgeport,16 ottobre 1977) è un chitarrista statunitense.
Ha il suo primo contatto con la musica a 13 anni quando un suo vicino di casa gli regala una registrazione di Stevie Ray Vaughan(
vedi post del 20 giugno). John cominciò subito a studiare la chitarra e nel giro di poco tempo suonava già in un complesso chiamato "Villanova Junction" . All'età di 19 anni, Mayer si recò a studiare alla Berklee College of Music, nel Massachussets, che lasciò prematuramente per trasferirsi ad Atlanta ('98) dove cominciò la sua carriera. Nel '99 esce il suo primo disco da solista ,"Inside Wants Out", per una casa discografica indipendente. Il disco ebbe un grande successo e Mayer cominciò a suonare anche come turnista per qualche gruppo , tra i quali i Maroon 5 e Counti Crows. Nel 2001, esce il suo secondo lavoro, "Room for Squares", un disco che riesce a vendere circa 3 milioni di copie in tutto il mondo. Nel 2003 John Mayer vince un Grammy per la migliore performance maschile in "Your Body is a Wonderland",e più tardi uscirà un disco live, "Any Given Thursday", con il quale riuscirà a vincere il disco di platino in America. Sempre nel 2003 esce un altro disco intitolato "Heavier Things". Nel 2005, Mayer vince un altro Grammy per la migliore performance pop maschile. Il 23 ottobre 2006 è uscito il nuovo album" Continuum", nominato per 5 premi Grammy Awards,dove si notano maggiormente le influenze di Stevie Ray Vaughan e Eric Clapton. Nel 2008 collabora con i Fall Out Boy nella cover di "Beat It", di Micheal Jackson.


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Le ultime parole famose:

"Tra 15 anni si usera' l'elettricita' piu' per le auto che per la luce". (Thomas Edison, inventore, 1910)



venerdì 11 luglio 2008

Gary Moore


Gary Moore è uno dei più bravi solisti di Blues Rock.

La sua musica può essere veloce ed infuocata come lenta e lirica, con un vasto repertorio di assoli memorabili. Cresciuto tra il blues ed il rock degli anni sessanta, Gary rivelò un talento prodigioso nell'articolare incandescenti successioni di note. Suonò in maniera discontinua con il gruppo "Thin Lizzy ", con momenti siglificativi in brani come "Still In Love With You" (1974) e "Thoughest Street In Town"(1979). Fece parte anche di gruppi di jazzrock fusion, come i Colosseum II , nella metà degli anni sessanta. Il singolo da solista ," Parisienne Walkways"(1979), presenta una melodia ricca e vitale , con un assolo di ampio respiro cui slide e hammering conferiscono varietà ed espressività. Nello stesso periodo si produce in pezzi come "Hurricane"(79) , dove è messa in mostra la sua velocità esecutiva. In "Out In The Fields" (85) suona un rock metallico, mentre in "Still Got The Blues" (90) sono ben avvertibili le sue vere radici...blues.

Grande ecletticità quindi.

In conclusione possiamo dire che Gary Moore ha saputo comporre un'eccezionale miscela di blues tradizionale e rock.


Ascoltiamolo

Still Got The Blues (Live)

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Le ultime parole famose:

"E' ormai chiaro che non ci sara' in questo secolo alcuna riunificazione della Germania". (Flora Lewis, New York Times, 1984)



giovedì 10 luglio 2008

Concerto Sheryl Crow a Savona,7 luglio 2008


A distanza di cinque giorni dal concerto dei .....

Jethro Tull a Milano, mi sono rituffato nella musica dal vivo , questa volta a casa mia, Savona. Nello splendido e suggestivo scenario offerto dalla fortezza del Priamar, era di scena Sheryl Crow.

Importante:
a distanza di 28 anni ho rivisto un concerto con mia moglie!
Era infatti l’estate del 1980 quando assieme assistevamo al concerto sanremese dei Dire Straits.
Ci conoscevamo da pochi mesi e non fu facile strappare il consenso al mio futuro suocero.
Dal 2003, anno in cui ho ripreso ad assistere agli eventi live, avevo più volte provato a coinvolgerla, ma i figli piccoli sono sempre stati un deterrente.
In questa occasione , con una figlia (ormai autonoma ) in montagna , è stato spontaneo lasciare il piccolo di famiglia con la nonna e convincere la mia metà a seguirmi.
Credo sia rimasta contenta.
Tutto questo prologo per introdurre le mie impressioni che seguono il concerto, già pubblicate su “Mentelocale”.

L’abituale appuntamento estivo con il “Just Like a Woman” , inizia a Savona il 7 luglio.
Di scena Sheryl Crow , artista americana , ex corista di Michael Jackson , da considerarsi una star mondiale se si considerano i 18 milioni di dischi venduti.
La conosco poco , ma non posso perdermi l’occasione di “approfondire” .
La fortezza del Priamar e’ a pochi metri da casa mia e ci arrivo con largo anticipo , per cercare di captare il feeling da concerto, come mio uso.
Non vedo molta gente , ma il biglietto numerato da la possibilità di un arrivo all’ultimo minuto.
Sheryl passa tra i presenti e si infila nel bar adiacente all’entrata , raccogliendo i primi timidi applausi e qualche foto.
Percorro il cunicolo che porta al “cortile” e la prima cosa che noto è la mancanza di banchetti dedicati al merchandise, un abitudine per chi sente l’esigenza di legare l’evento a qualcosa di ....palpabile.
E pensare che esattamente un anno fa, nello stesso luogo, venivamo stupiti da Mayall che , prima e dopo la performance , si faceva promotore in prima persona della vendita dei suoi prodotti!
Mi siedo e do uno sguardo “tecnico” al palco.
Abituato ormai a stage minimalisti, mi colpisce la ridondanza delle chitarre.
A sinistra un box con ogni ben di Dio, tra Gibson , Stratocaster e Telecaster.
Mi giro a destra ed è la stessa cosa, con presenza massiccia di acustiche.
Con un po’ di ritardo Guaitamacchi, direttore artistico , annuncia l’inizio della rappresentazione ed inquadra il contesto.
Come noto il filo conduttore è il “Tributo alle Regine della Musica”, donne che “..hanno combattuto nell’arte e nella vita per un ruolo più dignitoso e consapevole nella società”.
In particolare il presentatore evidenzia l’impegno politico , sociale ed ecologico di Sheryl , ma la sensazione è che il pubblico sia già preparato e documentato.
Ma da chi era composta la platea?
Tante coppie (ho” trascinato” anche mia moglie ), qualche musicista doc (Roberto Gualdi , turnista PFM), qualche autorità locale,il tutto per una fascia di età media tra i 30 ed i 50 anni.
Il concerto inizia.
Sul palco sono in 9 ed è per me un record ( solo con Clapton ho visto 10 musicisti).
Oltre alla Crow ci sono due chitarristi (in alcuni momenti saranno quattro , se si aggiunge Sheryl ed il tastierista), un bassista , l’uomo “alla Keyboard”(una sola), batteria, percussioni e due coriste.
Grande ridondanza per un palco davvero suggestivo.
Una parentesi.
La locazione destinata a questi eventi è per me ottimale.
L’acustica è buona, l’ambientazione fantastica e le luci proiettate sulla parete di pietra del retropalco aumentano il fascino del luogo.
Unico neo la capienza , ma credo che almeno un centinaio di posti siano rimasti vuoti , ed è stato un vero peccato perdersi la vitalita’ e l’arte di questa “ragazza” di 46 anni.
Iniziamo e lei tenta di snocciolare qualche parola in italiano , ma ha poco successo.
Il concerto è strutturato in modo da avere nella parte centrale una fase più acustica , legata al nuovo album “Detours”, un riassunto della sua vita, tra impegno sociale, amori e lotta contro il cancro.
Ma si sa, il nuovo ha bisogno di metabolizzazione , e l’accompagnamento della platea, tra cori e movimento ritmico di mani e piedi (il legno aiuta), arriva solo nei brani più conosciuti o comunque in quelli più cadenzati e rockeggianti.
L’impressionante numero di chitarre a cui accennavo non sono in bella mostra per caso.
Ad ogni brano, e sottolineo ogni, c’e’ un rapido cambio , cosa davvero inusuale.
Il bravo chitarrista solista , fa sfoggio di buona tecnica e fantasia ed in alcuni momenti assomiglia ad un Keith Richard 30enne , ma a mio giudizio , la varietà dello strumento utilizzato non ha portato valore aggiunto alla qualità dell’esecuzione.
Sezione ritmica sostenuta, grazie anche al doppio “percussionista”, cori efficaci, canzoni tra il ballabile e l’easylistening.
Lei , musicista polistrumentista, è l’indiscussa regina e propone il tipico suono americano che tanto piace ai cultori della musica folk e country.
Tra cover di Cat Stevens ( “First Cut is the Deepest”) e brani del nuovo album (Love is Free..), il maggior coinvolgimento arriva con le hits.
Il ritornello di “If it Makes you Happy” è cantato all’unisono da pubblico e palco, così come “All I Wanna Do” fa muovere i corpi e alimenta ricordi.
My Favorite Mistake “ è il brano che ho preferisco (appena tornato a casa l’ho riascoltato , con Sheryl ospite di Clapton).
100 minuti di buona musica con un’interattività tra gruppo e platea, sempre crescente.
Giudizio positivo , serata piacevole.
Una sola nota “antipatica”.
Le direttive (non so esattamente di chi)impedivano lo scatto di foto e riprese varie.
E’ tipico di queste situazioni , anche se poi le ” maglie si allargano “ e qualche possibilità nasce sempre.
Questa volta l’impegno della security è stato costante e noioso.
Ma è così deleterio avere una foto che ci ricorderà per sempre l’evento?

My Favorite Mistake (Sheryl e Clapton)

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Le ultime parole famose:
"Grazie alla radio i giapponesi non potranno mai attaccarci di sorpresa". (Josephus Daniels, Capo di Stato Maggiore della Marina USA, 1922)

mercoledì 9 luglio 2008

Nine Below Zero



I Nine Below Zero nascono nel 1977 .....


nel South London, nelle fila della band giovanile 'Stans Blues Band' voluta da Dennis Greave, in cui è chiaro l'amore per il blues e il R'n'B.
La scena musicale è dominata dal punk, ma la band non ha intenzione di cedere alla moda corrente e si conquista credibilità a suon di concerti anche nel resto d'Europa.
Gente del calibro di Canned Heat, Dr Feelgood e The Blues Band offrono loro sostegno e stima.
Il punk lascia comunque un benefico effetto e profonde tracce nella band.
Col passare del tempo diventa chiaro che le loro energetiche performance a base di cover, sono solo il punto di partenza per emergere con un proprio distintivo sound.
L'occasione non tarda ad arrivare. Mickey Modern vede un show della band al e decide immediatamente di occuparsi del management.
Il primo passo è il cambio di nome: la "Stans Blues Band" diventa "Nine Below Zero", un nome che incontra da subito i favori di Dennis e la sua inclinazione al blues.
Viene pubblicato l'EP "Pack Fair and Square" supportato da un contratto con l'A&M Records.
Il 16 luglio 1980 la band pone una pietra miliare nella propria storia, registrando il loro primo album "Live at the Marquee", che ha il merito di catturare la vivida ed eccitante realtà della band di questo periodo, e che è ancora oggi richiesto in tutta Europa.
Tre mesi dopo sono all'Hammersmith Odeon con special guest Alexis Korner.
Il resto dell'anno è speso in un'interminabile tour che si ferma solo nel gennaio 1981 per le sessions di registrazione del loro secondo album "Don't point your finger", seguito poi da "Third Degree" prodotto da Simon Boswell.
L'album non ha i risultati sperati, la band ha uno sbandamento, e i singoli musicisti entrano nell'orbita di altre band in studio o dal vivo.
Il 1990 è il pretesto per organizzare un concerto per il decimo anniversario della band al Town and Country Club, e verificare se la bandiera dei NBZ può ancora sventolare. Gerry McAvoy e Brendan O'Neill stanno lasciando la Rory Gallagher's band e sono intenzionati a far decollare progetti solisti, ma attraverso Mark Feltham scoprono che Dennis sta cercando basso e batteria per i NBZ.
I giochi sono fatti, il nuovo combo così formato dimostra la stessa energia e fervore di una decade prima.
"On the Road Again" è il conseguente nuovo album pubblicato nel 1991.
Nel 1992 Mark è costretto a lasciare i NBZ per problemi di salute, il nuovo armonicista è Alan Glen, che ha già collaborato con B.B King, Johnny Winter, Albert Collins e già vincitore nel 1985 del Hohner Harmonica Player of the Year.
L'attività live continua, arriva l'album "Off the Hook" per la China Records, e il supporto al tour europeo di Sting del 1993. Anche Eric Clapton apprezza i NBZ, tanto da invitarli a partecipare ai suoi concerti alla Royal Labert Hall. Sting è tra il pubblico e li ingaggia per la sua etichetta Panagea Records .
Aprono i tour per Ray Davies, Brian May, e nel 1996 sono headliner a parecchi festival in Europa. Nel 1997 la band fonda la propria casa discografica, la Zed Records, e la prima uscita è "Covers". Il 1998 si apre con un tour in Bangladesh per il British Council, e gli inizi dei lavori del disco "Refrigerator", che viene mixato nel 1999. Nel frattempo è ristampato per la prima volta su CD "Live at the Marquee", a cui segue la pubblicazione di "Refrigerator" e il relativo estenuante tour promozionale. "Don't Point Your Finger" è ripubblicato nel settembre 2000 e "Third Degree" nei primi mesi del 2001, completando così le riedizione su CD degli anni alla A&M.
Nel 2000 NBZ celebrano il 20° anniversario della pubblicazione di "Live at the Marquee" al "The Thomas a Beckett", club dove la loro carriera è iniziata. Mark Feltham suona entrambe le sere, ed il suo contributo è magnifico: è la goccia che fa traboccare il vaso. Il 2001 vede anche il definitivo e atteso rientro di Mark nei NBZ.Il nuovo capitolo discografico della band, sempre per la Zed Records, è "Chilled" in distribuzione in tutta Europa dalla fine del 2002: uno straordinario album, in chiave insolitamente acustica per questa band caposcuola del rock-blues !!!

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Le ultime parole famose:
"La fotografia durera' poco per l'evidente superiorita' della pittura". ("Le journal des savants", 1829)

martedì 8 luglio 2008

New Trolls


La voglia di riscoprire musiche e fatti ....

"antichi" (ma non superati)mi riporta ai New Trolls di inizio anni 70.
Come già accaduto in post precedenti, utilizzo la recensione originale di un giornalista di Ciao 2001, unico mezzo informativo italiano dell'epoca, che per noi ragazzi rappresentava una specie di Vangelo.
L'autore della recensione è Enzo Caffarelli .

Searching for a land - 2 LP Cetra (1972)


"Uno dei caratteri distintivi di noi italiani è quello di essere un popolo demitizzatore per eccellenza, pronti ad infierire ogni qualvolta qualcuno alzi la cresta, ed a ridimensionare senza scrupoli qualsiasi divismo precedentemente edificato, sia esso nel mondo dello sport, della canzone, dello spettacolo in genere.
In fatto di musica pop la critica spietata, il gusto della competizione e della classifica, la diffidenza reciproca sono purtroppo ancora all'ordine del giorno: e un po' tutti dovremmo recitare un mea culpa.
Cosicché era invevitabile giudicare con il naso un tantino arricciato quest'ultimo disco dei New Trolls, gruppo che non possiamo dire abbia sempre fatto professione di modestia, e per giunta con un titolo e tutti i testi in inglese, quasi per snobbare il pubblico nostrano.
Ma in fondo non è così.
Le musiche sono costruite in piena libertà, e se pure di tanto in tanto odorano di saggio dimostrativo, non sono irritanti come talora è parso dal vivo, e confermano la maturità artistica versto la quale si avviano i New Trolls, ben arricchitisi di esperienze d'oltremanica, e ben forniti di spunti classicheggianti e pseudojazzistici. In quanto ai testi, non potendo negare che la lingua inglese, per motivi puramente fonetici, si adatta meglio di qualsiasi altra alle sonorità del rock, i New Trolls hanno agito in questo modo al fine di prepararsi un lancio adeguato e con le maggiori probabilità di successo nei paesi anglosassoni, dove la lingua nazionale è obbligatori. Del resto non possiamo che lodare il tentativo di portare qualcosa di nostro al di fuori dei confini italiani, specie perché il precedente "Concerto Grosso" ha fatto conoscere ed apprezzare il gruppo genovese in Francia e soprattutto in Germania.
Un disco è stato registrato in studio, l'altro dal vivo. Tra l'altro si tratta di uno dei primissimi dischi italiani dal vivo, a parte i cantanti tradizionali.
I New Trolls si sono allineati con tanto di mellotron e di sintetizzatore, e si fanno apprezzare soprattutto nei periodi acustici e nei brevi tocchi classici, un po' meno quando la solista distorta di Nico diviene la protagonista.
L'iniziale "Searcin'" e "A land to live a land to die" sono i pezzi distudio più pretenziosi, con il piano e l'organo rispettivamente in bella evidenza; altrettanto valide alcune melodie intimiste, come "Once that I prayed", la medievaleggiante e breve "Giga" (la giga era appunto uno strumento a corde del Trecento), "To Edith", e fra i brani dal vivo la lunga "Lying here", che occupa l'intera quarta facciata, con vari flauti e cori gregoriani in apertura.
Il titolo, "cercando un terra" allude alla ricerca esistenziale propria di ogni uomo, e si realizza in quadri diversi per i testi dovuti al nuovo bassista, italo-canadese, della formazione.
"A land to live a land to die" canta la ricerca di un popolo intero, costretto da secoli a migrare, un popolo che cerca "una terra per vivere e una terra per morire". "Percival" è il personaggio reale partito alla volta di terre del sogno, attirato dalla pietra filosofale per non invecchiare, che tenta la strada dell'amore, poi quella della scienza, infine quella della fede. La ricerca religiosa è sentita anche in "In St. Peter's Day" ed in "Once that I Prayed", mentre "To Edith" è tratta da una poesia di Bertrand Russell, non soltanto per rendere omaggio all'illustre filosofo e matematico, ma anche per sottolineare il suo messaggio indicante nell'amore valido e consapevole un porto all'angosciosa ricerca dell'umana esistenza".


Propongo un raro filmato dove i New Trolls si esibiscono con l'orcherstra di Pino Calvi e presentano un estratto da "Concerto Grosso" e "In St. Peter's Day" tratto dall'album recensito da Caffarelli.


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Le ultime parole famose:

"Il cinema sonoro non soppianterà mai il cinema muto". (Thomas Edison)



lunedì 7 luglio 2008

Traveling Wilburys


Chi furono i Travelin’ Wilburys?

E’ il 1988 quando nasce la collaborazione tra tra cinque grandi nomi , in simbolica rappresentanza di quattro decenni di rock:
'50(Roy Orbison), '60(Bob Dylan e George Harrison), '70(Jeff Lynne), '80 (Tom Petty).
Le vicende che portano alla nascita del gruppo risalgono al mese di aprile: Harrison ha bisogno di pubblicare in tutta fretta un brano ("Handle with Care") da pubblicare sul retro di un singolo europeo e, su suggerimento del produttore Jeff Lynne, chiede a Dylan di poter usare il suo studio privato, nella cantina della casa di Malibu.
Harrison si presenta a casa di Dylan con Petty e Orbison.
Lynne è il produttore, Jim Keltner il batterista.
Il risultato, frutto della collaborazione di tutti, viene giudicato dalla Warner troppo bello per finire sul retro di un 45 giri, oltretutto pubblicato solo in Europa.
Nasce quindi l’idea di realizzare un disco intero in quello stesso stile, e i cinque si riuniscono di nuovo il mese successivo, nello studio casalingo di Dave Stewart , a Los Angeles.
In dieci giorni finiscono su nastro altrettante canzoni in un genere pop rock molto gradevole,disimpegnato ma di classe.
Il resto lo fa un’abile manovra pubblicitaria , che per qualche tempo riesce a nascondere il nome dei partecipanti.
Il primo disco dei Wilburys si rivela uno dei successi più inattesi e consistenti del 1988(terzo nelle classifiche americane , al n. 16 di quelle inglesi), ma più dei numeri in classifica vale il raggiungimento del doppio disco di platino,un traguardo di cui si era persa memoria.
Nessuno dei musicisti, e probabilmente neppure i discografici ,si attendeva un successo così clamoroso ,dovuto sì alla notorietà dei partecipanti , ma anche all’estrema scorrevolezza dell’album.
Prevedibili quindi le pressioni per un seguito, nonostante la scomparsa di Roy Orbison due mesi dopo l’uscita del disco.
I quattro Wilburys rimasti si ritrovano in studio nell’aprile del ’90 , ancora con Keltner , più il percussionista Ray Cooper ed il sassofonista Jim Horne.
Le cose ovviamente non sono più le stesse: la sorpresa è impossibile da ripetere e, anche se il risultato è più che dignitoso e in sintonia con le aspettative, il disco finisce tra i grandi flop della stagione.
A differenza del precedente, che era più un disco di gruppo, questo secondo porta più chiaramente il marchio stilistico dei relativi autori sulle singole canzoni.
Da quelle frettolose ma redditizie sedute di studio, uscirono anche un inedito pubblicato su 45 giri (Runaway) e un brano incluso nel benefit per i bambini della Romania ,organizzato dalla moglie di Harrison (Nobody’s Child) , oltre a un numero di pezzi sufficienti per due bootleg.

Discografia:
Volume One
Volume Three
Volume Two (bootleg, scarti del primo LP)
Volume Four (bootleg, scarti del secondo LP)


Handle with Care

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Citazione del giorno:

"Il destino mescola le carte e noi giochiamo" (Arthur Schopenhauer )

sabato 5 luglio 2008

Concerto Jethro Tull, Teatro degli Arcimboldi, 2 luglio 2008


Per descrivere la serata del 2 luglio 2008....

al Teatro degli Arcimboldi di Milano , ritorno indietro di una vita.

Ricordo Antico.
Scuola superiore , anni 70.
Momenti caldi , le bombe a Savona , il post 68, la morte di Moro, la mensa che non funziona, il 6 politico.
Io, mediocre studente, immerso nella musica , per niente interessato da ideologie e culture imposte, mi lasciavo trascinare dall’onda e partecipavo a cortei e assemblee nell’aula magna.
Le opinioni di quelli che “avevano sempre il coraggio di parlare” erano spesso contrastanti e quando uno era preso di mira soccombeva….impossibile aprire bocca.
Come quel povero insegnante di religione, senza troppo nerbo, in balia di studenti pronti a sopraffare il più debole ….quanta tenerezza mi faceva!!
Tutta la mia mediocrità del momento aveva una nicchia di buono.
Quella che io chiamo “la mia sensibilità” mi impediva di prevaricare gli altri , e mi faceva stare male, estremamente male ,interpretare lo stato d’animo di chi era subissato da fischi immotivati, in aula magna, o di chi non poteva esercitare il proprio mestiere in aula.

Prima della performance
I miei concerti iniziano con una certa precocità , rispetto all’evento vero.
Dal momento in cui decido di acquistare un biglietto, incomincia un rito, che va dal comunicare al resto della famiglia la mia prossima assenza, al tentativo di coinvolgere moglie o figli, magari qualche amico.
E poi c’e’ la preparazione, la concentrazione e magari qualche ricerca in rete.
Sulla base di ciò posso affermare che un concerto per me inizia nel momento in cui opziono il posto a sedere, sino a due giorni dopo la fine dell’evento, quando il tutto e’ sulla via della metabolizzazione( ma non tutti i concerti hanno la stessa intensità).
La serata del 2 luglio a Milano finirà, forse, quando avrò pubblicato questo mio pensiero.

L’esterno del Teatro degli Arcimboldi
Mi ritrovo davanti all’entrata, circa un’ora prima.
Facendo le debite proporzioni, mi ricorda un po’ quel palazzo delle fiere di Novi Ligure, dove ho visto la mia prima e unica Convention dei Jethro, nel 2006.
Ciò è di buon auspicio”, dico tra me e me.
Vedo qualche faccia conosciuta (Beggar’s Farm, il Presidente Itullians) , anche se loro non conoscono me .
Entro appena possibile.

L’interno del Teatro
Poltrone vellutate rosse, disposizione ad anfiteatro.
Io sono al primo piano e decentrato, ma non patirò per questo.
Tra il palco e la prima serie di poltrone c’e’ molto spazio e noto un palchetto minore con microfono. Non c’e’ il pienone, forse 2000 persone, ma il colpo d’occhio soddisfa
.

Il fattaccio (dal qualsiasi parte lo si guardi)
Ciò che sto per descrivere si riallaccia al “Ricordo Antico” iniziale ed ha per me assoluta valenza , se è vero che ha condizionato il mio modo di pormi verso Ian e soci , nei minuti successivi.
Che sia giusto o sbagliato, che io sia complicato o pretenzioso, quello che ho visto, mi ha fatto stare male.
E mi ha rovinato il concerto.

Una giovane donna (credo sia Elisabetta Sgarbi, ma non ne sono sicuro) sale sul palchetto ed illustra ciò che era sconosciuto, credo, alla maggior parte della gente.
La celebrazione del quarantesimo dei Jethro Tull è l’atto finale di una serata a tema, inserito in un contesto di assoluta valenza culturale.
Ci viene spiegato che nell’edizione 2008 de “LA MILANESIANA” , con l’aiuto di letteratura, musica e cinema, si tratterà l’argomento “I quattro elementi :Fuoco,Aria,Terra e Acqua”.
In particolare , la serata del 2 luglio è dedicata a “
I comportamenti sulla terra delle cose e degli uomini(fuoco)”.
Dunque, prima dei Tull , sono previste una serie di letture e documentazioni che sposteranno di un ora lo start alla musica.
Partono i primi fischi.
Chi è sul piccolo palco, sicuramente dotato di carattere, commette forse l’errore di rispondere con energia( io avrei fatto molto peggio) raccontando che il tutto era stato ampliamente pubblicizzato. Non so quale sia la verità , ma certamente chi ha preso il biglietto on line , nei siti dedicati, non sapeva del particolare contesto.
Ma non è una valida giustificazione .
Si arriva sino alla fine delle presentazioni senza capire una parola, tanti sono i fischi.

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Tutto questo mi demoralizza, ma …siamo solo all’inizio.
Il prologo è dello scrittore
Antonio Scurati.
Sale i gradini un po’ abbattuto , pensando forse a come scendere indenne.
L’argomento che tratta è di estrema attualità e dovrebbe essere lo stimolo alla tregua.
Parlare della guerra, utilizzando una semplice foto, commentandola, stimolando alla riflessione , doveva indurre i "cecchini" a riporre il fucile.
Così come la visione delle “Torri Gemelle l’11 settembre”.
Niente da fare.
Un organizzatore sale sul palco, interrompendo l’irritato Scurati, e si prende la sua buona dose di invettive.
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Lo scrittore riprende ed accelera.
Dicendo testualmente”
Ce la possiamo fare…siamo qui per motivi diversi , ma ce la possiamo fare”.

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Quei pochi minuti saranno stati per lui ore…immagino.
Provo una certa vergogna….è la verità.
Siamo così impazienti, così intransigenti , da non poter ascoltare argomenti di cui siamo quotidianamente paladini?
Cambio di attore.
E’ ora la volta di David Leavitt, scrittore di fama internazionale che, ispirandosi ad un quadro di Arcimboldo rappresentante l’elemento “fuoco”, propone “In fiamme”.
A complicare le cose la lettura in inglese, che seppur proiettata, con tanto di traduzione, irrita maggiormente i più …predisposti.
Anche lui ha l’acceleratore al massimo e riesce ad arrivare al fondo.
"The last, but not the list", un premio Nobel per la fisica, Robert Betts Laughlin, che tenterà di raccontare una favola a sfondo scientifico.
Qui si tocca il culmine perché il povero fisico smette senza poter terminare, sfiancato dall’attesa e dai fischi crescenti dei più impazienti.
Con tutti il rispetto per i miei amati Tull, un micro spazio per uno scienziato(musicista) che si rivolgeva a noi musicofili, lo si poteva trovare.
E invece bordate su bordate, sino all’annientamento di un uomo , che aveva la sola colpa di regalarci pochi minuti della sua scienza.
In quel momento ho sognato che Anderson sbucasse da dietro al tendone per calmierare le tensioni.
Ma probabilmente non gli è arrivato niente di tutto l’accaduto.
Brutto momento, brutta sensazione.

Il Concerto
Alle 22 il concerto ha inizio ed io ho già perso il filo.
Attaccano con “My Sunday Feeling” e per la prima volta inquadro John O'Hara e David Goodier.
Pochi secondi ed ecco Ian sul palco.
Mi pare in ottima forma fisica e saltella con agilità da un capo all’altro del palco.
I pezzi si susseguono con poche novità.
Alcuni brani non li ho mai ascoltati dal vivo , come “Nursie” o “Too Old To Rock ‘n’roll…”.
Barre e Perry mi soddisfano completamente.
La precisione e la fantasia di Martin sono da rimarcare mentre l’assolo di batteria in “Dharma For One” è una delle cose che ho più gradito.
Non mi hanno entusiasmato i due nuovi, senza sbavature, ma poco miscelati al resto del gruppo.
E che dire di Ian? Avevo 17 anni quando un amico di Milano, di un anno più grande di me, che si vantava della sua presenza ai concerti itlaliani dei Tull ,come tecnico del suono("chissà che fine hai fatto, Dedo Quazzo?"), mi disse: “
Ian Anderson suona bene il flauto, ma le sue doti migliori le esprime attraverso chitarra e voce”.
Forse non era un grande esperto Dedo, e forse non ha mai fatto il tecnico del suono dei Tull, ma la sua affermazione mi è sempre rimasta nella mente , come piccola verità.
Alla chitarra è sempre lui (gli perdono una sbavatura evidente)
Al flauto mi pare un marziano.
Il timbro della voce non e’ cambiato, ma….quanta fatica a raggiungere certe …altezze!
Mi fa stare male quando allunga il collo e quasi si alza sulle punte, come a favorire l’uscita di una nota ferma da qualche parte!
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Mentre loro suonano sullo sfondo scorre la loro vita e mi pare stia diventando elemento comune a molti gruppi “vintage”.
Le foto della loro giovinezza,dei loro successi, della loro storia rappresentano anche lo scorrere del tempo di molti spettatori.
Il contrasto tra presente e passato è di forte impatto e sono sicuro che non sono stato il solo a provare una sensazione tra il triste ed il dubbioso.
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