giovedì 14 giugno 2018

Rory Gallagher: ritratto dell'artista e video storico nell'anniversario della sua morte


Parlando di British Blues… Rory Gallagher/Taste

Carattere schivo ma sincero, poco avvezzo ai compromessi commerciali, Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più idolatrati in Europa. Irlandese del Donegal, appassionato fin da ragazzo al blues di Muddy Warters e B.B. King ma senza mai perdere di vista il rock ‘n’roll tradizionale di Presley, Berry e Jerry Lee Lewis, ha mescolato sapientemente le vecchie sonorità con il nuovo, devastante impatto della Stratocaster, manipolata con tecnica sopraffina. Definitosi “chitarrista per il popolo”, ha sempre insistito con gli organizzatori dei concerti perché tenessero bassi i prezzi, e raramente le sue esibizioni duravano meno di tre ore. Il pubblico, dal canto suo, lo ha sempre ricambiato amandolo e rispettandolo con una devozione speciale.
La sua carriera si divide tra la sua carriera con i Taste e i dischi solisti. I Taste li costituisce nella seconda metà degli anni ’60. Con il bassista Charlie McCracken e il batterista John Wilson dà vita a un potente trio di rock blues sull’esempio dei Cream e della Jimi Hendrix Experience, che dura fino all’inizio del 1971. Quando McCracken e Wilson si uniscono a Jim Cregan (Family) negli Stud, Per Gallagher ha inizio la carriera solista, che già l’anno successivo lo porta a essere votato Top Musician of the Year” dai lettori di Melody Maker.
Nel 1975 i Rolling Stones lo scelgono come naturale sostituto di Mick Taylor, ma l’ingresso nel gruppo dura appena lo spazio di un mattino: dopo aver registrato alcuni demo con loro, abbandona senza rimpianti l’idea di diventare uno Stones.
La sua carriera continua negli anni ’80; ma sono tempi difficili, segnati dai problemi di alcolismo e incomprensioni con il mondo discografico.
Muore nel 1995.

(Tratto da “Rock Blues”, di Mauro Zambellini)




Il Concerto per Demetrio Stratos



Il Concerto per Demetrio

Arena Civica, Milano, 14 giugno 1979

Non fu solo la fame di esibizioni live (una fame da lupi, in quegli ultimi ’70) a spingere 40.000 persone e forse più all’Arena di Milano, alle soglie dell’estate 1979. Furono piuttosto la commozione, il trasporto, l’ammirazione per un grande artista come Demetrio Stratos, morto da poche ore dopo una fulminante e crudele malattia. Demetrio era stato in gioventù il “soulman” bianco di “Pugni chiusi”, dei Ribelli, e più da grande l’intransigente imperioso leader degli Area, il più coraggioso gruppo italiano di nuovo rock degli anni ’70. A un certo punto si era staccato anche da loro e come solista aveva intrapreso una più impervia strada, “cantando la voce”, come voleva un suo disco famoso, sperimentando diplofonie, triplofonie, flautofonie e straordinari intrecci di etnica e avanguardia. Il suo lavoro era stato interrotto, all’inizio di quella primavera, dalla scoperta di un’aplasia midollare che lo aveva portato, dopo rapidi e drammatici consulti di specialisti, al Memorial Hospital di New York, una delle poche cliniche in grado di assicurare adeguata assistenza.

Demetrio non era ricco e le cure di cui abbisognava erano molto costose (circa 5 milioni di lire alla settimana, per 8/10 settimane, minimo di degenza). Così Gianni Sassi, suo discografico e mentore, pensò di raccogliere fondi chiedendoli “a quel pubblico a cui Demetrio, in questi anni di attività musicale, ha fornito spunto di notevole crescita culturale, di confronto e ricerca nel campo di nuovo utilizzo dei mezzi vocali quale strumento sonoro”. Non era un’elemosina, sottolineava fieramente il comunicato ufficiale della Cramps: “… non si chiede pietismo ma partecipazione corretta e leale”. Si costituì un comitato di garanti, di cui facevano parte ex compagni di gruppo come Patrizio Fariselli e Paolo Tofani, più responsabili delle radio libere, e si organizzò un primo show a Milano, non escludendone altri se la situazione lo avesse richiesto.


Il destino fu crudele: il giorno prima della data fissata, il 13 giugno 1979, Demetrio Stratos moriva a New York. Lo show di solidarietà si trasformò così in una dolorosa celebrazione, un’elegia funebre sospesa tra amarezza, rimpianto e orgoglio per il prezioso messaggio di musica consegnato dall’artista nel corso degli anni. Fu una festa comunque, e una fotografia della ribollente scena italiana di quella stagione. I “vecchi” Area salirono sul palco accanto ai “nuovi” Kaos Rock e Skiantos, il Prog della PFM e del Banco del Mutuo Soccorso affiancò la canzone di autore di Francesco Guccini, di Antonello Venditti, fino al blues di Roberto Ciotti e Fabio Treves, al jazz tarantato di Gaetano Liguori e Tullio de Piscopo, alla colta avanguardia di Giancarlo Cardini. Mancava Demetrio, ma il suo spirito originale e curioso era rimasto: e ce n’è traccia ancora in un doppio album in vinile, diventato con gli anni doppio CD, “1979-Il concerto”, dove si possono recuperare i momenti salienti di quel lungo pomeriggio di dolore e passione, di “gioia e rivoluzione”.

Mark Paytress( “Io c’ero”)




mercoledì 13 giugno 2018

PETER IROCK-“SEVEN”


PETER IROCK-“SEVEN”

A distanza di quasi tre anni ritrovo la musica di Peter Irock, che propone un nuovo lavoro discografico intitolato “Seven”.
Per chi non conoscesse Peter è bene dire come la sua musica sia basata sull’utilizzo di una molteplicità di tastiere e sintetizzatori, e sulla sperimentazione elettronica, arrivando ad un risultato che potrebbe essere etichettato come progetto “ambient”, un viaggio - un sogno -totalmente sonoro, che riesce a trasformare la musica in immagini.
L’evoluzione artistica di P.I. lo ha portato da tempo alla ricerca di elementi acustici e divagazioni strumentali affidate a collaboratori solidi, che propongono parti di chitarra -elettrica e acustica - e una sezione fiati che spazia dal flauto ai sax alto e soprano.
In questo caso il tutto viene messo al servizio di un percorso biblico che prova a descrivere la creazione dell’universo… oltre 40 minuti di trame sonore che rappresentano le tappe che, secondo le sacre scritture, hanno favorito la nascita dell’uomo e di ciò che lo circonda.
I sei pezzi che compongono l’album (… e il 7° giorno Dio si riposò…) necessitano di una fruizione adeguata, nei tempi, nei modi e forse anche nei luoghi, giacchè l’ascolto “protetto” e adeguato diventa portatore di benessere e di sintonia, tanto da trasformare l’ascoltatore in parte integrante della musica che si diffonde nell’aria, una sorta di processo osmotico che è solitamente più facile trovare nelle situazioni live.
Gli “inserimenti” di Frank Mueller alle chitarre e di Hellmut Wolf ai fiati contribuiscono al disegno generale con pennellate artistiche assolutamente complementari alle idee di P.I., e il sunto derivante ha qualcosa di magico, di aulico, che colpisce all’impatto.
Un passo avanti per il tastierista svizzero, un nuovo step di un percorso in continua evoluzione.
Ma ascoltiamo il suo pensiero…



Sono passati quasi tre anni dall’uscita di “Horizon”: che cosa hai realizzato in questo periodo, musicalmente parlando?
Dopo Horizon, ho prodotto un album particolare, dal titolo “IVO”, dedicato alle sculture del famoso artista Svizzero, del Canton Ticino, Ivo Soldini. Un lavoro musicalmente non facile se penso al fatto che dovevo dare suono e "anima" alle sue sculture, ognuna con un suo nome e forma, che potessero evocare con le mie musiche, la loro "personalità inanimata". Alla fine la sua soddisfazione nell'ascoltare le musiche dell'album mi ha confermato che avevo centrato l'obiettivo: dare vita alle sue sculture attraverso la mia musica.

Il tuo nuovo lavoro si intitola “Seven”: a cosa è riferito il numero 7 ?
Potrà sembrare strano, ma aldilà del credo religioso o interpretazione mi sono ispirato alla creazione dell'universo da parte di Dio, 7 i giorni per i quali tutto l'universo - e chi ci vive - è stato creato (ok, il settimo giorno Dio si riposò!). Mi ha affascinato la genesi, e la prima song dell'album, "The nature song", ne è la giusta interpretazione sonora.
Gli altri brani sono da ascoltare per poterne capire la il significato "biblico", anche se tracce come “SEVEN” o “T.E.” potrebbero allontanare dal concetto creando un po’ di smarrimento, ma ripeto ogni brano ha un suo significato che riporta al titolo dell' album.

La tua musica è basata sull’elettronica e sullatecnologia, ma nel lavoro precedenti avevi inserito novità acustiche ed elettriche, ciò che tu all’epoca definivi “… un po’ di elementi umani in più…”: hai mantenuto queste prerogative?
Sì, certamente, sono ancora presenti i due musicisti di “Horizon”, fedeli colonne elettro-acustiche che danno un contributo non indifferente alle parti musicali basate solo con l'elettronica. Parlo di Hellmut Wolf  - al sax soprano, alto e flauto traverso - e Frank Steffen Mueller alle chitarre elettriche e acustiche.


Quale potrebbe essere l’elemento nuovo che testimonia l’evoluzione del tuo progetto musicale?
Ho usato nuove sonorità elettroniche sviluppate con un bravo soundesigner russo, Vladimir Andreev, di Mosca, per la quale azienda sono ora un loro testimonial. Per evoluzione, potrei dire che in brani come “T.E.” le ritmiche Trap si sono sposate con le sequenze stile Berlin School, oppure ho rinunciato per motivi di disponibilità alla cantante soprano, ma ho replicato con software dedicati e dal risultato sorprendente (song Galaxy). Ogni mio lavoro porta sempre delle nuove evoluzioni creative, sonore, emotive. 

Mi parli degli ospiti e del loro ruolo specifico?
Come riportato precedentemente, Hellmut e Frank hanno accettato volentieri e il loro entusiasmo (e bravura) mi sorprendono sempre.
Hellmut vive a Tolsa e Frank vicino a Stoccarda. Ci vediamo una volta all'anno ma tutte le parti audio ce le scambiamo online, in base alle mie indicazioni e demo test che invio a loro. Sorprendente è che posso dire sempre "buona la prima"… non sbagliano mai nell'interpretare qualunque parte - spesso scritta da me -  che debbano eseguire. Suono, feeling... per quanto mi consideri un one man band, sono sicuro che anche nel mio prossimo lavoro, avranno un loro ruolo.

Tre anni fa ti posi una questione relativa al possibile inserimento delle liriche: a che punto siamo?
Direi in pò in alto mare… per quanto ho spesso l'intenzione di scrivere qualcosa di operistico, cantato con testo. Mi affascina il latino e greco vocale, ma la difficoltà, sembra strano, è reperire cantanti lirici che vogliano variare il loro bagaglio musicale classico, con l'abbinamento elettronico. Ma ne riparleremo nel mio prossimo lavoro, e forse, lì ti darò la risposta.

Proporrai “Seven” dal vivo?
Senza dubbio, insieme ad “Horizon”, “Boreal”, e gli altri miei lavori. Il programma è pronto, sono in trattative con interessanti location e contatti, per quanto un mio show, sulla carta, ha dei costi non indifferenti. Sono, anzi, siamo pronti perchè sul palco ci saranno anche Hellmut e Frank, insieme per portare il nostro entusiasmo musicale nei vostri cuori.


martedì 12 giugno 2018

Motel Transylvania



Capita ogni tanto di imbattersi in qualcosa di nuovo, musicalmente parlando.
Si dice che in quel campo tutto sia già stato inventato e allora ben vengano le nuove soluzioni, che passano spesso attraverso le influenze personali che, filtrate e analizzate, possono dare luogo a trame sonore inusuali, un esempio di come la sintesi delle passioni possa fornire un “prodotto” fresco e piacevole. E poi… vedere giovanissimi che creano, e non propongono tributi, rappresenta di per sé un fatto da evidenziare.

Ho assistito casualmente a un live dei Motel Transylvania e sono quindi testimone della loro capacità di coinvolgere l’audience.
L’impatto visuale arriva prima di quello musicale, ma anche questo è uno degli argomenti affrontati nello scambio di battute a seguire.

Ma c’è di più: a fine articolo propongo una piccola clip rappresentativa dell’evento dell’aprile scorso, stralci di un’esibizione divertente e trascinante.
Ma chi sono i Motel Transylvania?
                                               
                                                           
Come e quando nascono i Motel Transylvania? Che tipo di passioni musicali avete alle spalle?
I Motel Transylvania nascono con la voglia di portare qualcosa di nuovo a Savona, o quanto meno nel contesto in cui viviamo tutti i giorni, da un background di cinematografia ed arte dell'illustrazione horror della prima metà del 900. Il progetto nasce a fine 2014 come one- man band che, con l'esigenza di portare il progetto live, si allargato con l'entrata di altri due componenti. Col passare del tempo la formazione ha subito diversi cambiamenti sino ad arrivare a quella attuale. La passione musicale che ci accomuna è sicuramente quella per il punk rock, ma ognuno ha una vasta gamma di passioni che contribuisce al sound del gruppo.

Avete già realizzato qualche album o EP?
Finora abbiamo realizzato solamente un EP, “They Dig After Midnight”, uscito il 19 dicembre 2015 per Archetype Records per quanto riguarda l'Italia e Undead Artists Records per la distribuzione internazionale, e siamo stati inseriti nelle compilation Monster Mash-Up, Archetype Compilation, They Live After Midnight e Without Your Head Compilation. Attualmente stiamo lavorando alla realizzazione del nuovo disco che si chiamerà appunto “Motel Transylvania”, per significare questa nuova partenza, con nuove influenze, nuova formazione e nuove cose da dire.

Credo sia abbastanza complicato definire il vostro genere, e non mi pare neanche interessante ergere paletti musicali, ma come si può spiegare a parole ciò che proponete a chi non vi avesse mai sentito?
Un Elvis sul punto di morte strafatto di psicofarmaci con una passione sfrenata per il punk a stretto contatto con Screamin' Jay Hawkins.

Ho avuto un’unica occasione per vedervi dal vivo ma mi sembrate molto coinvolgenti: è il palco che può fornirvi la dimensione che preferite?
La dimensione che preferiamo è qualsiasi contesto dove poter proporre un prodotto ''nuovo'' a persone che hanno voglia di divertirsi, di muoversi e di riscoprire la musica.

Una delle vostre peculiarità è il coltivare gli aspetti visual, e immagino vi porti via molto tempo la “cura della persona” prima di un concerto: mi raccontate come nasce questa esigenza?
Sostanzialmente i nostri testi al primo ascolto si limitano a raccontare delle favolette dell'orrore in chiave un pò demenziale e grottesca, ma in realtà ognuna di queste ha un messaggio di fondo, un qualcosa che potrebbe essere un demone interiore stesso, e fin dall'antichità il truccarsi e dipingere mostri è stato un modo per combattere queste paure. E questo è quello che facciamo, un pò per fare i pagliacci, un po' per esorcizzare questi demoni (senza sottovalutare l'importanza che il trucco ha per nascondere la nostra bruttezza!).

La vostra formazione a tre è abbastanza anomala, e emerge il contrasto tra la dimensione acustica (il magnifico contrabbasso!) e una chitarra elettrica spinta con una discreta voglia di “picchiare” sulle pelli: casualità o scelta precisa?
La nostra è una ricerca stilistica, riprendendo alla risposta prima, che si rifà al power trio 50s con appunto batteria, contrabbasso e chitarra, ma piace altrettanto pestare quanto poteva essere un concerto punk degli anni ‘90, e questo contrasto ci piace molto, sia dal punto di vista visual e di contenuti, ritmico e armonico, e di come affrontiamo in linea di massima la stesura dei nostri pezzi.

E’ fatto usuale che arrivi nei concerti un “aiuto esterno” alla batteria per poter liberare la voce del drummer?
Sì, perchè per quanto ci riguarda è sempre stato che pubblico e band siano molto uniti, vuoi perchè il pubblico sia sempre stato formato da amici, da persone che ci hanno sempre seguito, molto coinvolte in quello che facciamo, e a noi piace superare, se non distruggere, questo confine coinvolgendo nei nosti live  ''aiuti esterni'', che possono essere Leonardo (Vexatio e Famous Monsters) e Zizzu (Lovecats) per le batterie, Met (Icethrone e Perceverance) per le chitarre o Marco (Icethrone) per le tastiere. Diciamo che ci piace proprio l'idea di collaborare con altri musicisti e altre realtà.

Dimenticavo… presentatevi…
Siamo Toxi Ghoul alla batteria e voce principale, Taison Gore alla chitarra elettrica e seconda voce, e Fish al contrabbasso e cori.

Che giudizio date dello stato della musica nella nostra città?
Savona rappresenta perfettamente il controsenso che vogliamo esprimere, c'è (come in “Bocca di Rosa”) chi lo fa per soldi e chi lo fa per passione, dove i primi lo fanno per tanti e lo fanno male e i secondi cose belle ma fatte per pochi.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?
Per il futuro c'è, come dicevamo prima, l'uscita del nuovo disco, che conterrà 13 canzoni, alcune riprese dal precedente EP, risuonate con l'intenzione e le peculiarità del suono dei nuovi membri della line up; uscirà per Archetype Records etichetta/associazione culturale savonese di cui tutti e tre facciamo parte. Mentre se vi interessa sentirci live ci potrete trovare il 15 Giugno al Festival delle Periferie a Genova Sestri Ponente, il 23 giugno al This is The Way Fest al Rude Club di Savona e il 29 Luglio al Beer Festival al parco Faraggiana di Albissola Marina.




lunedì 4 giugno 2018

Gianni Venturi e Lucien Moreau-“Il Vangelo di Moloch”


Il secondo atto del “progetto Moloch” prende il nome di “Il Vangelo di Moloch”, ed esce a distanza di un paio di anni dallo start della fattiva collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau, artisti che si differenziano nell’età e nell’apporto artistico, ma rappresentano la migliore delle metafore sulla complementarità tra gli esseri umani: loro la definiscono “una fusione di anime”!
Ciò che propongono in questa occasione appare come opera monumentale, e non mi riferisco ai rimarchevoli 78 minuti di musica e parole che costituiscono il disco, ma alla polpa, ai messaggi, a un contenuto che andrebbe messo in scena con un modus teatrale, tanto è avvolgente e comprensivo di sfaccettature da gustare utilizzando i sensi in toto… lo definirei un album sinestesico.
I due autori mi vengono incontro e raccontano a seguire i dettagli del loro lavoro, e l’intervista diventa una sorta di didascalia che accompagna il susseguirsi delle tracce. 
Estrapolo una fase dal comunicato ufficiale: “Stiamo affidando alle macchine, giorno dopo giorno, sempre più potere, e fornendo loro, attraverso i più disparati ed ingegnosi meccanismi, quelle capacità di auto-regolazione e di autonomia d’azione che costituirà per loro ciò che l’intelletto è stato per il genere umano.»
Questa citazione potrebbe essere scambiata per un’affermazione di una qualsiasi persona di buon senso che vive negli anni 2000, ma in realtà rappresenta parte del pensiero dello scrittore inglese Samuel Butler, e risale al oltre 160 anni fa!
Quei concetti sorprendenti, almeno nel senso dell’anticipazione dei tempi, diventano lo scenario de “Il Vangelo di Moloch”, un percorso descrittivo della nostra mediocrità, dell’incapacità di rompere schemi costruiti da altri, recinti che sono stati riempiti dalla materia e dal condizionamento psicologico, quello che porta l’essere umano a credere di esistere solo se tutto il mondo se ne accorge: “Selfie Ergo Sum" è il titolo icastico di uno dei brani dell'album. E la dicotomia tra superficialità e chiarezza di idee (esistono ancora gli illuminati…) crea un conflitto tra le parti, perché “Il mediocre non perdona chi non lo è” (dal brano “Anarchia”).

Il viaggio è a tratti angosciante, laddove l’aggettivo usato coincide, ahimè, con il concetto di realtà, e credo che il video che propongo a seguire sia rappresentativo e significativo del mio pensiero.
Venturi e Moreau, elementi intercambiabili, descrivono l’oggi che si unisce al passato attraverso immagini distopiche, frammenti che mettono in risalto la drammaticità del mondo in cui viviamo e a cui è difficile trovare contromisure, e l’unico antidoto, almeno per chi riesce a visualizzare le dimensioni del mostro che è stato creato, è provare a descriverlo e a mettere le idee - la musica, la poesia e le immagini - a disposizione di chi arriverà dopo di noi o di chi abbia ancora la forza e la voglia di guardarsi dentro: “Chi non conosce i propri limiti tema per il proprio destino”, chiosava Aristotele, e a ben vedere sono in  molti quelli che dovrebbero preoccuparsi!

Dal punto di vista meramente musicale mi pare difficile collocare questo lavoro in una delle tante caselle conosciute, perché il reading si unisce al canto più tradizionale, con elementi jazzistici e aperture al mondo del progressive alimentate anche dalla presenza dei due ospiti, la vocalist Debora Longini, e il fiatista Emiliano Vernizzi che propone il suo sax tenore e soprano.

Sperimentazione mista a poesia, avanguardia e coraggio per un progetto non semplicissimo, colto, vario, affascinante, che dovrebbe uscire dai soliti confini per arrivare a toccare chi ha ancora la possibilità di gestire le leve del cambiamento, quegli “attrezzi” figurati abbandonati dai più, magari non per accidia, ma per la perdita di ogni tipo di fiducia e di speranza.

Bellissimo l’artwork realizzato da Lucien Moreau, argomento che emerge nello scambio di battute.

In attesa della chiusura del cerchio - la fine del “capitolo Moloch” - leggiamo il pensiero degli autori…


Ecco cosa mi hanno raccontato Gianni Venturi e Lucien Moreau…

L’ultima domanda della mia intervista di circa due anni fa terminava con la curiosità di conoscere un atto successivo del vostro progetto e mi pareva che il tutto fosse dietro all’angolo: cosa è accaduto alla vostra musica da allora ad oggi?

Ha avuto il tempo di attraversare un processo di condensazione e distillazione in morbide gocce saline, che noi oggi spacciamo come collirio sonico. Senza dimenticare che il tempo è un concetto del tutto locale e relativo. Abbiamo, in questo non‐tempo, attraversato una fase costruttiva e distruttiva: nuova musica, nuovi concetti, nuove parole. Per approdare a quello che ora è il nostro secondo capitolo, ovvero "Il Vangelo di Moloch", un album di cui siamo più che orgogliosi. Ritorniamo al concetto di “tempo”: se si considera la sua relatività, in effetti il tutto era dietro l’angolo. In realtà la musica ha le sue dinamiche, si mostra quando è pronta, noi non dobbiamo fare altro che accogliere il suo richiamo. Siccome non abbiamo un’etichetta alla quale rendere conto, non abbiamo l’esigenza di fare dischi se non quando i dischi sono pronti nella mente.
Abbiamo costruito "Il Vangelo di Moloch", prima come idea, poi la poesia, ed infine lo abbiamo vestito con la musica e la grafica. Un unico gesto creativo!

La collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau prosegue: come potremmo definire il vostro connubio?

Mistico e psichedelico. Come i viaggi astrali prodotti dalle danze sciamaniche del popolo andino. Come intonare Wagner dopo una cena a base piccante. Come il numero atomico dell'Idrogeno. Nel progetto MOLOCH, oramai, siamo divenuti uno: Gianni Venturi e Lucien Moreau scrivono musica e compongono testi, ora l'uno, talvolta l'altro. Per esempio, "Trump" – ovvero la traccia che conclude il nuovo album – è stata scritta da Lucien Moreau e musicata da Gianni Venturi. Potrebbe trattarsi di una fusione di anime? Concetto poetico, lo sappiamo, però è così. Una propensione anarchica non indifferente, e seppure con età differenti e differenti percorsi, un'unica direzione. Cioè una direzione in divenire. A volte le parole sono musica, o la musica diviene poesia!

Qual è il sunto musicale e letterario de “Il Vangelo di Moloch”?

Ancora una volta è protesta antropologica, speculazione filosofica, elettronica colta e del tutto anticonformista. La ricerca di una via di liberazione mentale, che sia in grado di bucare l'asfalto, di divaricare le sinapsi, di condurre oltre. Oltre le classificazioni musicali, oltre le etichette di genere, oltre la dipendenza (quasi dogmatica) da organismi parassitari come   pseudo agenzie   di   comunicazione, pseudo analisti   di mercato,   pseudo case discografiche, pronti a produrre capitalismo culturale, indotto consumistico ed affiliazione al trend produttivo a suon di "like" e "followers". Oggi l'antitesi non esiste più, è quasi estinta. Perciò noi siamo fieri di rappresentare l'antitesi.

Colpisce una vostra affermazione: “Ogni brano una domanda irrisolta”… potete spiegarmi meglio?

Ogni risposta è una domanda. Perché ciò che conta è la domanda, soprattutto quella che nessuno mai pone. "Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre", per citare Jostein Gaarder. In questo album, più che mai, cerchiamo di interrogare il grande mistero cosmico, di entrare in risonanza con esso. Non è una questione religiosa, è una questione spirituale, di importanza mistica. È la misura della nostra esperienza di realtà. Interiore ed esteriore. Microcosmica e macrocosmica. Non ci sono risposte nella musica, solo domande. Come un immenso occhio, aperto sull'infinito.

Può esistete un equilibrio tra l’inesorabile progressione tecnologia e la posizione preminente dell’essere umano?

L'essere umano non è più preminente da un pezzo. Noi crediamo che la progressione tecnologica si faccia portatrice e messaggera dell'animo umano. Sarà, forse, in grado di condurre il significato segreto della parola "umano" oltre i confini dell'umano stesso. Un giorno, chissà, la consapevolezza della specie camminerà nella mente sintetica di un essere eterno, che si domanderà il senso della vita guardando le stelle. E, forse, scriverà nella sua lingua un nuovo Vangelo, oppure il Sutra della Sintesi, in forma rigorosamente binaria. La "singolarità" può assumere forme straordinarie, se non limitiamo la nostra immaginazione a ciò che il cinema immagina per noi in forme preconfezionate.

I frame dell’artwork sono affascinanti: entriamo un pò nel dettaglio?

La grafica dai toni surreali di Lucien Moreau ci ha sempre accompagnato, album dopo album, ed è parte fondamentale del progetto Moloch. È la costante stilistica. È la nostra "agenzia di comunicazione". Perché comunichiamo anche attraverso il medium visivo. Musica che parla agli occhi, in altre parole. Nella copertina abbiamo volutamente inserito tanti riferimenti culturali e più di un mistero da risolvere. Il diavolo è nei dettagli. Sempre nell'artwork sono presenti anche elementi provenienti dai brani del nostro primo album.

Come e dove sarà possibile trovare “Il Vangelo di Moloch” e in che formato?

Per ora sul nostro Bandcamp, all'indirizzo http://molochthealbum.bandcamp.com al costo rivoluzionario di un caffè, ovvero 1 Euro. Presto su iTunes, Amazon, Spotify. Stiamo lavorando ad una edizione limitata su CD e anche ad una edizione assolutamente speciale in formato cartaceo. Qualcosa di unico. Musica ascoltabile, su carta, perché dopotutto è un Vangelo, quello di cui parliamo. In ultimo ma non ultimo, "Il Vangelo di Moloch" vede la collaborazione con una incredibile voce "sciamanica", capace di trasportare verso altri mondi, quella di Debora Longini, novella Lisa Gerrard. L'album include anche il sax tenore e soprano dalle sonorità inesorabilmente magiche di Emiliano Vernizzi, musicista acid-jazz di fama europea e grande sperimentatore. In più, al termine dell'album, gli ascoltatori troveranno una sorpresa: il risultato della collaborazione con una strabiliante poetessa che risponde al nome di Ilaria Boffa. Ne sentirete ancora parlare, perché queste ultime tracce fantasma non sono che l'introduzione al terzo capitolo del progetto Moloch.



Line up
Gianni Venturi - testi e voce
Lucien Moreau - strumenti e synth



Con la partecipazione di:
Debora Longini - canto e voce
Emiliano Vernizzi - sax e flauto
Federico Viola - effetti, mix e master

Tracklist
01. Manifesto
02. Dinosauria
03. Ritratto di un'assenza
04. Il giardino dell'anima
05. D'io
06. Ricorda chi sei
07. Ho paura di te
08. Ommaia
09. Selfie ergo sum
10. Xenote
11. Il pelo
12. Anarchia
13. Tutti i sentimenti lenti
14. Trump


venerdì 1 giugno 2018

John Lennon, Yoko Ono and The Plastic Ono Band



John Lennon, Yoko Ono and The Plastic Ono Band
Camera 1472, Queen Eizabeth Hotel, Montreal, 1 giugno 1969


Di sicuro non ero nè drogata nè altro. Andai da John una seconda volta perché conoscerlo era stata una bella esperienza e il posto era pieno di bella gente”. (Petula Clark)

Oggi la camera 1472, un appartamento d’angolo al diciassettesimo piano del Queen Elizabeth Hotel, nel centro di Montreal, è conosciuta come la “John Lennon Suite”. Chi prenota qui ha diritto a indossare pigiami esattamente uguali a quelli di John e Yoko, consumare a letto la stessa colazione da loro ordinata e ricevere, al momento del commiato, una stampa con il testo di Give Peace a Chance.
La canzone fu registrata all’interno della suite durante uno dei tanti “bed-in” contro la guerra organizzati dalla coppia e molto apprezzati dalla stampa.
All’improvvisata session presero parte un discreto numero di amici e sostenitori, fra cui anche la delicata Petula Clark che raccontò:

Ero a Montreal per una serie di concerti in inglese e francese . L’idea era di unire persone che parlavano lingue diverse, ma in teatro era guerra tutte le sere. Altro che dare una possibilità alla pace, come diceva la canzone di Lennon! Sapevo che John era in città , così anda daluiperchè volevo parlare con qualcuno che non mi conoscesse, qualcuno con cui confidarmi e magari scoppiare a piangere. Sentivo che fra me e lui poteva esserci una sintonia spirituale e non mi sbagliavo. Fu gentilissimo. In sostanza mi disse ...” vadano a farsi fottere…” , che mi parve un ottimo consiglio.
La prima sera non c’era praticamente nessuno, a parte John e Yoko sotto le lenzuola. Quando ritornai la seconda volta era pieno di gente, fra cui gli Smothers Brothers e Timoty Leary. John era seduto in quel grande letto con in braccio la chitarra e voleva che cantassimo tutti Give Peace a Chance.
Ci divertimmo parecchio. Nessuno si comportava da divo e l’atmosfera era piacevole. Non mi resi nemmeno conto che ci stessero filmando e registrando. Naturalmente la canzone piaceva a tutti e ci sentivamo in sintonia con i concetti che esprimeva: il desiderio che le cose andassero meglio e di riuscire a entrare in contatto con il nostro lato positivo”.
(Informazioni tratte da note di Mark Paytress)




giovedì 31 maggio 2018

30 maggio 1972: VDGG a Genova... il mio primo concerto



Esattamente 46 anni fa, a sedici anni e un giorno, assistevo al mio primo concerto, quello dei Van Der Graaf Generator preceduti dalla “spalla” Latte e Miele.
Era il pomeriggio del 30 maggio del 1972 e mi trovavo a Genova, al Teatro Alcione.
Ripropongo - ancora una volta - il mio ricordo di quel felice attimo lontano...
A fine post, presento una lunga lista di concerti che la band, e il solo Hammill, tennero in Italia in quell’anno.
Aggiungo anche un prezioso reperto audio, che riporta alla presentazione originale di quel giorno (un grazie a Claudio Milano).


IL RICORDO

All’interno del “Contrappunti” di settembre 2009 trovava spazio il mio ricordo del primo concerto a cui ho assistito da adolescente, quello dei Van der Graaf Generator: era il 1972. Sono riuscito a risalire a una data importante. Importantissima per chi è cresciuto a pane e musica: mi riferisco al primo concerto a cui ho assistito.
Mi sono “formato”, da tutti punti di vista, nei primi anni 70 però … non ero abbastanza grande per possedere una buona autonomia di movimento, quindi quei concerti a cui ho avuto la fortuna di assistere, erano tutti “sudati”.
Ricostruire il primo concerto è cosa emozionante, ma pressoché impossibile, perché sto parlando del 1972 , trentasette anni fa.
Non esistevano le videocamere e l’ultima cosa che poteva venirci in mente era quella di utilizzare ingombranti apparecchi fotografici e quindi… l’archivio è la mia sola memoria.
Leggendo “Codice Zena”, di Riccardo Storti, ho anche scoperto che quel mio iniziale approccio è anche considerato il primo passaggio del prog internazionale da Genova.
Sto parlando dei Van Der Graaf Generator, Teatro Alcione, 30 maggio 1972. Sarebbe stato bello avere coscienza di ciò che stava accadendo, avere l’idea che si stava vivendo in prima persona un pezzettino di storia.
Tutto è relativo, e il termine “pezzettino” si può ingigantire a dismisura, a seconda della prospettiva.
Avevo 16 anni, ed ero impregnato e invaso da quella musica che ascolto ancora oggi.
I veicoli informativi erano per me Ciao 2001 e “Per Voi Giovani”.
Indimenticabile quel pomeriggio in cui ascoltai la recensione radiofonica di Pawn Hearts, un racconto talmente efficace che arrivai al concerto con le idee chiare.
Sino a quel 30 maggio non avevo mai pensato che ciò che ascoltavo sul vinile poteva essere presentato anche in un teatro. Sottolineo il 30 maggio, perché la proposta mi venne fatta all’uscita da scuola , con poche ore davanti per convincere i genitori.
Lo spettacolo iniziava alle 16. Eh sì, pomeriggio e sera a quei tempi!
Non so perché ma ottenni il permesso facilmente: ”... dai mamma, siamo in tanti…”
Con 2000 lire in tasca ( mi pare che l’entrata fosse 1500) mi ritrovai in nutrita compagnia sul treno che da Savona portava a Genova. Ricordo una grande emozione.
Ora è relativamente facile avere contatti e pseudo amicizie con miti musicali, ma in quei giorni lo spazio esistente tra un ascoltatore, e un artista che “girava” su vinile e splendeva su 2001, era abissale.
Dalla stazione Brignole al teatro, forse un paio di chilometri, l’agitazione aumentò e questo stato d’animo mi ritorna al solo pensiero. Ricordo persino che indossavo una maglietta verde, girocollo e … capelli lunghissimi.
Non ho memoria invece dell’ambiente, di quelli che allora venivano definiti “capelloni”, termine negativo per chi lo adoperava, elemento di vanto per chi invece lo subiva.
La pittoresca ”corte dei miracoli”, che tanto avrebbe colpito successivamente un ragazzetto come me, quel giorno fu nascosta dall’essenza, dal significato profondo della partecipazione ad un evento da brividi.
Forse i biglietti non erano numerati, ma le poltrone erano molto comode, niente a che vedere con la vita hippie che stava prendendo forma anche in Italia.
Ma a ben vedere i V.D.G.G. non sono stati per me i primi.
A fare la spalla, si diceva così un tempo, c’erano i Latte e Miele e la prima immagine che ho di quel palco è un batterista giovanissimo, capelli lunghi, occhialini tondi e denti sporgenti. Era Alfio Vitanza, ovviamente.
Ricordo solo di aver pensato all’accostamento con ELP , per effetto di un trio dallo stampo classicheggiante. Poi il palco si oscurò.
Un fascio di luce fu proiettato al centro del palco dove c’era una sedia su cui era seduto Peter Hammill, con la sua chitarra appoggiata alla gamba destra.
Partì l’arpeggio di Lemmings e ancora ora, mentre scrivo, mi sembra di sentirlo.
Non mi sono rimasti altri dettagli di quel pomeriggio, solo le atmosfere rarefatte create dai sax di David Jackson, fusi alla perfezione con le tastiere ( e il basso) di Hugh Banton, e la particolarissima ritmica di Guy Evans.
Impossibile spiegare cosa volesse dire sentire la voce di Hammill in quei giorni, qualcosa di “poco reale” , capace di condurre ad un’involontaria introspezione. Già di per se uno strumento “ globale”.
Se adessomi fosse chiesto quale immagine mi arriva immediatamente, pensando a quel 30 maggio lontano, beh, mi vengono alla mente i colori azzurro e nero, delle stelle, degli omini sospesi nel vuoto… ecco la copertina di un disco in vinile aveva questa capacità, dare la forma e il colore a uno dei momenti significativi della vita.
Esagerazione? Sopravvalutazione di fatti in realtà insignificanti?
Forse, ma sono contento di poterlo in qualche modo raccontare.


Van Der Graaf in Italia nel 1972



08 FEB 72 Italy, Milan, Teatro Massimo (2 shows)

09 FEB 72 Italy, Rome, Piper Club

10 FEB 72 Italy, Turin, College Club

11 FEB 72 Italy, Reggio Emilia, Fifty Fifty Club

12 FEB 72 Italy, Novara (Prato Sesia), The Pipa

13 FEB 72 Italy, Verona (San Martino Buonalbergo), Lem Club (2 shows)

14 FEB 72 Italy, Florence, Space Electronic
15 FEB 72 Italy, Ravenna (Lugo di Romagna), Hit Parade Club (2 shows)

20 MAY 72 Italy, Pesaro, Palasport
21 MAY 72 Italy, Brescia, Travagliato, Super Tivoli (2 shows)
22 MAY 72 Italy, Treviso, Teatro Garibaldi
23 MAY 72 Italy, Alessandria (Sale), Teatro Sociale
24 MAY 72 Italy, Reggio Emilia, Palasport
25 MAY 72 Italy, Ravenna, Teatro Astoria
26 MAY 72 Italy, Rome, Festival Villa Pamphili
27 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
28 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
30 MAY 72 Italy, Genoa, Teatro Alcione (2 shows)
31 MAY 72 Italy, Novara (Suno), Parco Meulia

01 JUN 72 Italy, Siena, Palazzetto Virtus
02 JUN 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)
03 JUN 72 Italy, Verona, Lem Club
04 JUN 72 Italy, Venice (Sottomarina), Ciquito Club

29 JUL 72 Italy, Ravenna, Jolly Club (2 shows)
30 JUL 72 Italy, Viserba, Club dell'Estate
(30 JUL 72 Italy, Milano Marittima (2 shows)
31 JUL 72 Italy, Monselice, Lago Delle Rose

01 AUG 72 Italy, Cardano al Campo, Nautilus Club (2 shows)
04 AUG 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)

05 AUG 72 Italy, Albenga, Palazzo dello sport (2 shows)
06 AUG 72 Italy, Rimini, La Locanda del Lupo (2 shows)


PETER HAMMILL SOLO

08 DEC 72 Italy, Bologna, Palazzo dello Sport (2 shows)
09 DEC 72 Italy, Finale Emilia, Teatro Sociale
11 DEC 72 Italy, Padova, Teatro Corso (2 shows)
12 DEC 72 Italy, Verona, Teatro Ristori (2 shows)
13 DEC 72 Italy, Ferrara, Teatro Verdi (2 shows)
14 DEC 72 Italy, Latina, Teatro Giacobini (2 shows)
15 DEC 72 Italy, Terracina, Teatro Traiano (2 shows)
16 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
17 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
18 DEC 72 Italy, Piombino, Teatro Metropolitan (2 shows)
19 DEC 72 Italy, Arezzo, Teatro Politeano (2 shows)
20 DEC 72 Italy, Foligno, Teatro Clarici (2 shows)
21 DEC 72 Italy, Prato, Teatro Politeano (2 shows)
22 DEC 72 Italy, Lucca, Teatro Moderno (2 shows)