domenica 19 maggio 2019

Beppe Gambetta alla Ubik di Savona-18 maggio 2019-Commento e video



Il 18 maggio, alla libreria Ubik di Savona, ho avuto l’opportunità di introdurre al pubblico presente un grande artista, che conoscevo per la sua arte, ma non avevo mai avuto modo di avvicinare personalmente: Beppe Gambetta, di mestiere chitarrista, anche se il termine appare assai riduttivo.
Credo sia stato uno dei miei incontri più gratificanti, perché vedere un tale musicista così da vicino, tra parole e musica, mi ha davvero toccato, anche se lo spessore umano è quello che alla fine risalta maggiormente, e la reazione del pubblico, presente in dose massiccia, conferma le mie sensazioni.

La filosofia che permea l’attività di Gambetta mette in evidenza il ruolo dell’artista, non solo come performer, ma come veicolo per la tessitura delle relazioni umane, concetto basico ma spesso poco considerato, sostituito spesso dalla voglia di visibilità a tutti i costi.
E non è un caso che i suoi “personaggio guida” siano stati uomini che attraverso la loro arte sono stati capaci di favorire la progressione in ambito sociale, e tra quelli dal lui conosciuti vengono citati Fabrizio De Andrè e Pete Seeger.

Gambetta è genovese - chitarrista in primis ma autore, arrangiatore, ricercatore e molto altro -, abituato a vivere la maggior parte del suo tempo in America - ha una casa nel New Jersey -, luogo in cui le sue passioni trovano pieno compimento nel mondo folk, anche se appare chiaro che è, anche, una necessità quella di vivere in un luogo dove il musicista è considerato “uno che lavora”, pensiero cancellato da tempo dalle nostre parti.
Non è tutto semplice neanche negli Stati Uniti, perchè come lui racconta… “… se sbaglio un concerto la volta dopo i presenti si riducono…”, ma l’audience esigente è quella che permette il miglioramento continuo.


Maestro nella particolare tecnica del flatpicking, nel corso della presentazione ha permesso di chiarire alcuni concetti legati alla sua attività, alla sua tecnica, al suo ruolo che permette di unire radici, culture e tradizione di differenti continenti, sino ad annullare il concetto di spazio/tempo, come accade solitamente in ambito artistico, soprattutto in campo musicale.
Parte del suo pensiero - briciole della sua musica - è compreso nel video che propongo a seguire, sintesi di quanto accaduto.
Ma qual è stato il motivo dell’incontro?

Gambetta è molto legato a Savona, città in cui ha insegnato e dove ha trovato diverse forme di collaborazione, ed è questo alla base del suo ritorno dopo molti anni per la proposizione di un progetto ambizioso denominato “Odore di mare misto a maggiorana leggera” - frase tratta dal brano “A Cimma” (De Andrè e Fossati) - ovvero “ Poesia e metafora del cibo nelle canzoni di Fabrizio de Andrè”, contenitore che presenta un percorso particolarissimo, quello che nel comunicato ufficiale è così definito: “Inoltrandosi nei testi di Fabrizio De Andrè, Beppe Gambetta ha costruito un percorso in cui il cibo acquista significati diversi, storici e metaforici. Si va dai profumi delle osterie della Città Vecchia, al brodo di farro dei galeotti, ai gatti mangiati per fame durante l'assedio di Genova. Si canta anche di cibo in senso evangelico (Il Pescatore), oppure erotico (Jamin-a), e, in canzoni diverse, si trovano tante altre metafore, come quella della "vecchiaia che ti pesta nel mortaio" o la critica al capitalismo nel menu in tedesco "maccheronico" del finale di "Ottocento".

Non un opera di coverizzazione quindi, ma un itinerario culturale ben preciso e inusuale, che andrà in scena il 24 maggio al Teatro Chiabrera di Savona, serata che si preannuncia imperdibile, con l’ausilio sul palco del contrabbassista jazz Riccardo Barbera.

Avrei passato ore a chiedere e a curiosare, viste le passioni comuni (ho scoperto che eravamo presenti ad un concerto genovese nel 1972!), che vanno dalla chitarra all’America, ma i tempi tecnici pongono dei limiti naturali.

Beppe Gambetta, utilizzando il suo modo espositivo affabile, ricco di aneddoti ed esperienze, ha strappato più di un sorriso, affascinando e regalando grandi esempi con la naturalezza e la semplicità che solo i grandi posseggono.

E ora la mia speranza personale è quella di vedere un Teatro Chiabrera gremito per un evento che si preannuncia di estrema qualità, una serata la cui organizzazione è ricaduta in toto sulla “famiglia Gambetta”, un regalo alla città che dovrebbe essere compensato dalle presenze perché, come è emerso nel corso della chiacchierata, l’artista cattura energia positiva dal giusto pubblico, una forza capace di rimbalzare per ritornare al mittente, una sorta di circolo chiuso che determina solitamente il concerto perfetto.
Da questo spazio racconterò il prossimo atto, anche se l’anticipazione è stata di grande conforto.

Una serata indimenticabile… eccone alcune pillole…

Tanti auguri a Pete Townshend



Compie oggi 74 anni Pete Townshend, nato il 19 maggio del 1945 a Londra.

Ispirandomi ad un’immagine trovata sul web, e rielaborata da Cristina Mantisi, ho scritto questa storia “immaginaria”, inserita un pò di anni fa nel book “Cosa Resterà di me?”, scritto in collaborazione con Max Pacini.

Nella mia invenzione estemporanea ho descritto un possibile comportamento di Pete, nel corso del primo concerto dopo la scomparsa di Keith Moon.

Tanti auguri Pete!!!

Forse sarebbe stato un concerto come tanti, con mulinelli a gogò conditi dalle peggiori imprecazioni.
Aveva bevuto troppo prima di salire sul palco… da un pò di tempo era la regola.
La musica fluiva con regolarità, e la cascata di note sembrava mascherare chissà quale stato d’animo.
Non era mai stato così energico e allo stesso tempo assente… Pete.
Ogni accordo era ripetuto con ossessione, e il rock si era trasformato in un flamenco.
Sembrava sgorgassero i colori, muovendosi a ondate, ma erano tinte tendenti al buio più totale.
Lui stesso ne era investito, mentre dal suo corpo, radiografato da lastre di suoni, usciva tutto il suo malessere.
Guardò Roger, ma non fu rassicurato dalla sua presenza… non erano mai stati in vero accordo e lui, adesso, stava cercando la simbiosi totale.
Decise di continuare a saltare prima di girarsi ancora.
I colpi di basso elettrico gli ricordarono che su quel palco c’era la sua generazione… almeno John non l’avrebbe tradito.
Ma quanto tempo sarebbe ancora passato prima di voltarsi indietro? Forse un album intero?
Quando partirono i violini, e Baba volgeva al termine, trovò il coraggio per ruotare su se stesso, sperando che nulla fosse cambiato, magari un sogno, un incubo, e nulla più.
Un ultimo salto, un ultimo FA maggiore e Pete incontrò la verità che cercava di allontanare. Era il 1978, forse novembre.
Cercò lo sguardo di un pazzo, gli occhi di un uomo dannato, la mano di un amico sicuro, e… niente di tutto questo.
Era tutto vero, Keith era partito per sempre e nessuno avrebbe mai potuto sostituirlo.
Chissà se manca solo a me?”, provò a cantare Pete.
Quel palco era un vero inferno e mai più niente sarebbe stato come prima!

venerdì 17 maggio 2019

Zerothehero-“Nobody”


Zerothehero-“Nobody”

Zerothehero è il progetto solista di Carlo Barreca, musicista genovese, bassista in primis ma con vocazione verso l’uso incondizionato di strumentazione varia, tra i protagonisti della Fungus Family, band progressive di lungo corso.
L’album da poco rilasciato è “Nobody”, quarantadue minuti di musica strumentale - eccetto un episodio - in cui Barreca mostra il suo volto più passionale ed esprime una necessità, quella di lasciarsi andare senza limiti e barriere, perlustrando spazi inusuali e godendo della piena libertà espressiva:

Ho suonato (quasi) tutto io, con l’aiuto dell’ottimo Luca Bonomi alla batteria. Metà dei brani sono nati come commento sonoro a “l’uomo dal fiore in bocca”, per un progetto realizzato qualche anno fa col “gruppo ironici d’assalto”. Per il resto ho impostato il lavoro come una sorta di Jam con me stesso, limando e ritoccando al minimo, lasciando imprecisioni e sbavature. Il tutto è per me un tributo a un certo modo di fare musica che sta scomparendo: le “salettate”, le improvvisazioni estemporanee, le combinazioni inattese. Ed è un omaggio diretto per un amico, con cui ho condiviso nottate in saletta, concerti senza scaletta e ore di interplay che a tratti sfiorava la telepatia”.

Questa è la filosofia con cui è stato realizzato “Nobody”, e l’intervista a seguire permette di entrare nei dettagli del disco, una preparazione all’ascolto che aiuta a comprendere.
La comprensione… è questa una possibile modalità di fruizione; esiste poi la censura al razionale e l’abbandono totale al fluire dei suoni, cercando la sintonia con l’autore, immedesimandosi, sostituendosi, entrando a far parte del viaggio, un itinerario con un inizio e una fine, stimolato dai ricordi e da una forte amicizia che viene fatalmente a mancare, ma che aleggia nei momenti più importanti, sicuramente quelli che hanno a che fare con la creatività.
C’è un forte profumo di Canterbury che permea l’album, e l’atmosfera appare quella che si respirava a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, nel Kent, un tempo e un luogo colmo di genialità musicale.

Spruzzate di Oldfield - “Chairs”- e di Barrett - nel cantato di “Hourglass” -, appaiono dall’esterno elementi formativi di Barreca, una storia non vissuta in prima persona, per ovvi motivi anagrafici, ma assorbita in toto, e gli ascolti di Gong e Wyatt si rovesciano più o meno inconsapevolmente nel racconto personale, favorito dalla possibilità di assoluta libertà, quella che solitamente è limitata quando gli obiettivi devono essere condivisi dal gruppo.

Carlo Barreca si lascia andare, si racconta attraverso dodici episodi che marchia a fuoco col suo stile, prendendo una certa distanza dall’ortodossia, quella che va di pari passo con l’idea della visibilità, concetto che non credo abbia mai sfiorato l’autore, dedito alla sperimentazione e alla soddisfazione personale, stati mentali che alla fine producono qualità.

Uno uomo, una cantina, un pò di fumo, tanti strumenti… una notte intera da vivere… musica per sé, musica per chi ci sta vicino, musica per chi ci ha ormai lasciato… musica per gente virtuosa!


La nostra chiacchierata…

Eʼ uscito “Nobody”, "album realizzato come Zerothehero, ovvero il tuo progetto solista parallelo, soprattutto, alla Fungus Family di cui fai parte; partiamo dalle origini, come nasce e come si sviluppa nel tempo “Zerothehero”?
Ho sempre suonato da solo, senza mai prefiggermi scopi precisi; mi piace lʼidea del “to play”, o “jouer”, cioè suonare per il gusto di farlo. I brani di Zerothehero (come anche quelli che porto in dote alla Fungus Family) nascono quasi sempre da soli.
Sono un ascoltatore piuttosto vorace, e mi rendo anche conto di quanto gli ascolti confluiscano nel mio modo di “scrivere”.

Mi racconti cosa contiene “Nobody”, come si differenzia dal tuo normale impegno musicale?
Qualche anno fa mi è capitato di lavorare con un amico attore; mettemmo in scena “Lʼuomo dal fiore in bocca” e scrissi alcuni semplici temi su cui potessi “ricamare” al basso. Lʼossatura del disco nasce lì, mentre altri brani sono nati dallʼesigenza di improvvisare senza rete. Farlo da solo è stimolante, quando lasci decantare alcune parti, le dimentichi, e poi dopo un mese ci risuoni sopra con orecchie nuovamente vergini.

Nellʼalbum fai quasi tutto tu, e metti in evidenza, anche, la tua veste di polistrumentista, ma… la tua necessità di autarchia musicale è cosa episodica o è la parte preponderante del tuo essere musicista?
Parto da una confessione: sono solo un bassista; tutto il resto è gioco, sperimentazione, “cosa succede se metto un dito qui?” (lessi questa frase secoli fa a definire lo stile chitarristico di Syd Barrett). Vorrei riportare altri strumenti nellʼambito Fungus Family, ma dal punto di vista del live i fiati sono molto delicati e lo stick è particolarmente “fragile” nellʼeconomia di un mix.

Il disco è praticamente strumentale, tranne in un episodio: esiste un contesto ben preciso in cui la voce entra nella sfera dell’improvvisazione?
Le canzoni a volte arrivano, quando capita le afferro al volo! Hourglass parla del tempo; a volte la corsa e lʼaffanno sono una forma paradossale di pigrizia: non abbiamo la forza e il coraggio di fermarci, riflettere, ma i nostri schemi mentali ci impongono stimoli continui, senza priorità, logica, senza il necessario vuoto.

Realizzando il disco hai pensato ad un omaggio a persone o a situazioni precise?
Nel periodo in cui lavorai a “L’uomo dal fiore in bocca”, Alejandro J Blissett, chitarrista dei Fungus e mio grande amico e compagno di improvvisazione, scoprì di essere malato di un cancro al fegato. Questo è il mio piccolo omaggio a lui, ed è anche il mio modo di ricordare quelle serate in cui si saliva sul palco senza neppure una scaletta, improvvisando senza meta.

Qual è il tuo pensiero sulla situazione della musica dalle nostre parti? Album come il tuo o come qualunque altro del “circuito qualità” non trova canali che portano allʼascolto, se non a quello di nicchia…
Negli ultimi due anni ho ridotto di molto la vita da spettatore, per dedicarmi a una meravigliosa bimba; mi pare, comunque, che i giovani abbiano meno interesse per la musica “suonata” dal vivo rispetto alla mia generazione (ormai sono nei 40). Grazie per aver parlato di “qualità”!

Hai previsto momenti di incontro (concerti e presentazioni) per proporre il tuo nuovo lavoro?
Da quando è “uscito” il disco (uso il virgolettato perché mi sto muovendo pochissimo per promuoverlo) è capitato un unico concerto, che però mi ha permesso di arrangiare il materiale in modo da non impazzire saltando tra gli strumenti. Il mio setup dal vivo prevede basso, pedali, un semplice looper, microkorg e il flauto traverso. Penso di ripetere, devo però trovare situazioni adatte; il solo del bassista è notoriamente più efficace del buttafuori nello svuotare i locali, dunque mi propongo con circospezione e parsimonia!







Bob Dylan "GIUDA!": Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966


Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "

Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966

Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”

Il più famoso epiteto nella storia della musica venne pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei confronti del rock ad alto volume.
Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una replica carica di fastidio: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che, l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.
Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul “tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.
Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966, dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band) che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.
I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi. Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e drasticamente modificate.


La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del 1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare. Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di una delle sue prime registrazioni, Baby, Let Me FollowYou Down. Verso la fine del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella, quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé notevole entrò nella leggenda.

lunedì 13 maggio 2019

L’ANGOLO DEL LIBRO: “Era una giornata di sole”, di Mariano Brustio


L’ANGOLO DEL LIBRO

“Era una giornata di sole”, di Mariano Brustio

Alla fine dell’esposizione delle mie “emozioni da lettura” utilizzerò note ufficiali, un pò di sunto oggettivo tratto dal comunicato, tanto per evitare ogni tipo di “spoiler”, termine tanto usato di questi tempi, che indica l’inserimento di indicazioni che potrebbero danneggiare la fruizione, in questo caso, del libro che si ha tra le mani.
Parlo di un romanzo, “Era una giornata di sole”, realizzato da Mariano Brustio.
Sarebbe davvero un peccato ridurre, anche minimamente, il piacere totale che accompagna la lettura. Questa lettura.

Sullo sfondo alcuni degli amori dell’autore: Genova, il mare, il concetto di viaggio - reale e virtuale -, il tutto proposto in un ristretto arco temporale, quattro lustri compresi tra gli anni ’60 e ’80, quelli della giovinezza di Brustio, e anche della mia.
Che c’entro io?
Vivere lo stesso periodo storico a pochi passi dal luogo dove il romanzo ha inizio mi ha portato ad immedesimarmi in modo totale, permettendomi un’immersione nei luoghi, nelle situazioni, nelle idee progettuali.
E’ nota anche la passione musicale dell’autore - altro punto in comune - che scaturisce tra le righe quando si fa riferimento alla canzone “Nancy”, di Fabrizio De Andrè. E giù altra “genovesità”!

Sono rimasto affascinato dai luoghi, dalle storie in progressione, dalle esperienze di vita, dai personaggi che nascono e crescono, quasi tutti buoni esempi, spesso vittime ma sempre alla ricerca del riscatto perseguito attraverso l’impegno e la generosità, uno stato di vita talmente positivo da diventare contagioso, alimentando al contorno solo il benessere dell’anima.

Il libro si presta al racconto del contenuto attraverso alcune metafore e citazioni, come quella sui marinai (“…al cattivo marinaio capitano sempre venti contrari”) o sull’abitudine di giudicare indiscriminatamente (“… preservami dal giudicare un uomo prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini)”.

Ne aggiungo una molto sfruttata ma indubbiamente calzante, quella che evidenzia la bellezza del viaggio che diventa il vero obiettivo, più importante della meta prefissata.
E il cammino dei protagonisti vede un manipolo di amici che si muove nella vecchia Genova, tra darsena e caruggi, tra lavoro duro e voglia di amore, tra differenze sociali e amicizia.

Dalla Liguria alla Svizzera, sino al Canada, un continuo percorso triangolare, con opportune diramazioni, che permette di raccontare la vita di Eugenio e Susanne, legata da profondo amore, ostacolato da muri che verranno abbattuti, e la costruzione dolorosa e laboriosa del nucleo famigliare permetterà l’allargamento degli affetti, quelli iniziali che rimarranno poi per tutta la vita, uniti a quelli afferrati durante il percorso.
E la forza dei due protagonisti è talmente contagiosa che si trasforma in calamita, capace di attrarre solo elementi plasmabili verso il positivo, sino a cambiare le sorti dei meno fortunati.
Si parla di amore forte e impossibile da distruggere, nonostante la lontananza; si esalta il concetto di amicizia, di condivisione, di accettazione e integrazione, quello che porta a donare a gli ultimi favorendo la loro rinascita.

Si evidenzia la necessità dell’esempio positivo e della cura verso le diramazioni, anime che, una volta messe al mondo, necessitano di una guida sicura, che possa limitare errori e sbandamenti, che prima o poi arriveranno.
Tutti questi concetti si sviluppano nel racconto, spesso drammatico, a volte felice, e mi sono ritrovato spesso col sorriso sulla bocca, calato sulla scena come fossi una delle pedine dello scacchiere: anche io ho viaggiato con Brustio e le sue creature.

Le descrizioni dell’autore sono efficaci e rendono bene l’idea dei luoghi e degli sfondi, e su tanta bellezza itinerante lo sviluppo porta a riflessioni che, quando riguardano le nostre esistenze, sono necessariamente di grande valenza.
Rubo un’altra metafora dall’amico Luciano Boero, che in una sua canzone descrive la vita come un percorso in autostrada, con tanti tunnel (i momenti neri) da cui si esce sempre, un continuo altalenare di bene e male, di buio e luce; e poi arriva la galleria finale, quella che attende tutti noi, senza distinzione alcuna.
Ma le salite e le discese sono messe in conto, insegnano, rafforzano e ci cambiano.

La storia che Brustio racconta pare davvero attuale, quasi un testo didattico, un insegnamento dei valori che realmente contano: l’importanza della famiglia e una vita basata sull’inclusione e sul rispetto, senza mai arrivare alla perdita della dignità.
Mi guardo attorno e viene facile la comparazione: dove abbiamo sbagliato? Quali strade hanno preso i nostri giovani? Quali valori siamo  in grado di trasmettere?

La lettura di “Era una giornata di sole” ci regala un modello da seguire, a mio giudizio non illusorio, e poco importa la lontana ambientazione temporale, perché se è vero che in cinquant’anni il mondo si è stravolto, è altrettanto vero che esistono concetti cardine che regolano la vita di uomini e donne, linee guida ancora più valide e necessarie ai giorni nostri.

Mi sono commosso, ho ripensato ai miei errori e alle mie convinzioni, ai paletti che la vita mi ha messo davanti e a quelli che ancora mi metterà, ed è stato gratificante realizzare che il modello di Brustio è anche un pò il mio.
Libro imperdibile!

Tanto per restare in tema…


Sinossi

Il romanzo è incentrato sulle vicende dello sventurato marinaio Eugenio e della sua compagna Susanne, orfana dei genitori svizzeri, cresciuta in un sanatorio immaginario della riviera ligure ed allevata poi presso una facoltosa famiglia genovese. Racconto particolarmente focalizzato sulla statura psicologica dei personaggi e sull'alone poetico che li avvolge. Racchiude in sé più vicende di vita, amore e amicizia. L'ambiente marinaresco, i paesaggi del Québec, le avventure di Jacques e Mireille fanno da contorno al racconto che spazia degli anni ‘60, sino ai primi anni ’80, spaziando per luoghi tutti reali, dai laghi del novarese alla Svizzera, da Genova al Canada, ed approdando in un paese immaginario lungo la costa canadese. Questi luoghi fanno da sfondo all’umanità dei personaggi, intorno ai quali s’intrecciano altre storie di protagonisti all’apparenza marginali, ma che sul piano del racconto sostengono le vicende di Eugenio e Susanne e del loro figliolo Jacques, divenendo efficaci testimoni dei protagonisti e dell’intera storia narrata. Un romanzo delicato, piacevole da leggere e appassionante sino alle ultime righe. Il finale potrebbe lasciare leggermente l'amaro in bocca, ma nello stesso tempo consegna un messaggio d'ottimismo e speranza, con quell'ultimo accento sulla 'giornata di sole' che è anche icona dell’opera.
Note d’autore


Biogafia dell’autore

Mariano Brustio, classe 1959, ha collaborato alla stesura dei volumi su Fabrizio De André “E poi il futuro” - Mondadori 2001, “Belin, sei sicuro?” - Giunti 2003, come coautore al libro “Volammo Davvero” - Fondazione De André - Bur 2007 e per diversi mesi ha lavorato fianco a fianco a Fernanda Pivanodurante la preparazione del volume "The Beat Goes On" - Mondadori. Storico socio fondatore della omonima Fondazione, ha curato decine di mostre itineranti su Fabrizio De André e la sua opera, dal 2000 ad oggi, spesso con il regista Pepi Morgia. Ha pubblicato suoi scritti e collaborato alla realizzazione del CD “Ed avevamo gli occhi troppo belli” ed al DVD “Ma la divisa di un altro colore” per la “editrice A”, con la quale tuttora collabora pubblicando articoli sulla rivista mensile “A”. Ha collaborato alla pubblicazione di un dossier relativo al cantautore francese Georges Brassens (A rivista n. 371) e ad un dossier relativo alle condizioni del Mar Mediterraneo (A rivista n.373). Ha collaborato alla realizzazione del DVD “Fabrizio De André in Concerto” - edito dalla Fondazione Fabrizio De André - BMG-Ricordi 2004 curandone la dettagliata discografia ufficiale. Nel 2016 ha pubblicato un suo racconto sul volume Fondazione "Nelle ferite del Tempo" (Photocity 2016), pro terremotati. Ha recensito racconti e romanzi di vari autori, non solo in ambito musicale e ne ha curato la presentazione pubblica in Italia. Vive e lavora accanto al lago Maggiore.

Dove si può trovare il libro:


Mariano Brustio contatti:




sabato 4 maggio 2019

Concerto torinese di Steve Hackett-2 maggio 2019


Il “Genesis Revisited Tour” di Steve Hackett approda a Torino il 2 maggio, con un programma nutrito e variegato, fatto di tracce presenti nel nuovo album - “At The Edge of Light”-, ma soprattutto di celebrazioni: il quarantennale di “Spectral Mornings”, album solista dell’ex Genesis, e, soprattutto, i 45 anni di “Selling England By The Pound”, uscito in realtà a fine ’73, ma portato in tour in Italia nel ’74.

In questi ultimi anni ho avuto l’opportunità di vedere Hackett dal vivo svariate volte, di intervistarlo su di un palco e di tessere un rapporto di conoscenza personale, ma il concerto a cui ho assistito nell'occasione ha avuto per me una valenza speciale che supera gli elementi musicali, o meglio, li congloba. Provo a spiegarmi meglio.

Vidi i Genesis nel loro momento migliore, nel 1974, proprio a Torino, e ieri come oggi la "materia primaria" ha uno nome ben preciso: "Selling England By The Pound": avevo 18 anni... nel 1974!
Steve mi sembrava un musicista irraggiungibile, su di un palco lontanissimo, sempre seduto e concentrato, mentre Gabriel e soci presentavano maggior dinamicità. 
Di quel pomeriggio ho ricordi vaghi, ma il solo pensiero di riascoltare la musica dei Genesis, nello stesso luogo, con lo stesso album proposto per intero, come appunto quarantacinque anni fa, mi ha fatto vacillare.
Questa è l’unica testimonianza tangibile di quell’antica presenza... non avevamo smartphone all'epoca!


Uno spazio temporale enorme colmato in un istante, e in questo lungo periodo “Selling...” mi ha sempre accompagnato, non perché io sia un incallito nostalgico, ma perché lo considero l’album perfetto, e ogni volta che lo ascolto - e succede spesso - arrivano brividi a raffica, sparsi in punti ben precisi del corpo: cosa si può volere di più dalla musica!?

E’ successo anche questa volta, scosse elettriche che partono dal collo e arrivano al bacino, e dal vivo è certamente un’altra cosa! Certamente Steve Hackett e compagni non sono i Genesis, ma è quanto di più ci si possa avvicinare, se pensiamo alla presenza di un membro così autorevole.

Dopo il sold out di Bologna anche il Teatro Colosseo si presenta strabordante di anime.

Il pre-concerto mi dà la possibilità, assieme ad uno sparuto numero di “fortunati”, di incontrare Steve e consorte per un fugace saluto e qualche foto di rito.
Estrema gentilezza da parte di tutti, staff e protagonisti, e spero che i pochi secondi di video a seguire possano regalare il profumo del momento di attesa, tra tensione e relax…


Quando la band si presenta sul palco Hackett comunica che l’intero “Selling…” sarà eseguito nella seconda parte di spettacolo mentre ci sarà spazio per il nuovo e l’antico Steve Hackett “solo”.

Hackett è accompagnato da Roger King - tastiere -, Rob Townsend - sax, flauto e percussioni -, Jonas Reingold - basso e chitarra -, Craig Blundell alla batteria,  e alla voce Nad Sylvan

Ecco la scaletta che propongono:

Every Day
Under The Eye Of The Sun
Fallen Walls and Pedestals
Beast in Our Time
Tigermoth
Spectral Mornings
The Red Flower of Tachai Blooms Everywhere
Clocks – The Angel of Mons
Dancing With the Moonlight Knight (Genesis song)
I Know What I Like (In Your Wardrobe) (Genesis song)
Firth of Fifth (Genesis)
More Fool Me (Genesis)
The Battle of Epping Forest (Genesis)
After the Ordeal (Genesis)
The Cinema Show (Genesis)
Aisle of Plenty (Genesis)
Déjà vu
Dance on a Volcano (Genesis)
Myopia/Los Endos (Genesis)

Difficile raccontare in sintesi cosa si possa provare nell'assistere ad un concerto del genere, dove la memoria si fonde con la storia e con gli eventi di una vita, con brani che hanno puntellato momenti indelebili del passato e che appaiono oggi freschi come appena “sfornati”.

Come si nota nella scaletta compare “Déjà vu”, presente sul tributo di Hackett ai Genesis - “Genesis Revisited” -, canzone che Gabriel aveva iniziato a comporre nel ’73 (all’epoca di “Selling…” ma mai completata, e ultimata in occasione dell’uscita dell’album, nel 1996, con la versione finale che porta la firma di entrambi gli ex Genesis.

Esiste la concreta possibilità che la mia ricerca dell'obiettività possa essere intaccata seriamente in un caso come questo, per cui opto per la soluzione: “… fatevi la vostra idea…”, regalandovi una quarantina di minuti di concerto, ed evitando di tessere gli ovvi elogi di una super band, composta da musicisti straordinari, con un vocalist che non fa il verso a Gabriel ma appare molto efficacie, anche dal punto di vista scenico.

Io sono rimasto… stordito e non mi sono ancora scrollato di dosso le emozioni, e finché posso me le tengo!

Un’ultima cosa prima della visione, una riflessione sulla cura dei dettagli, sulla professionalità che viene spesso scambiata per maniacalità: l’assolo di Hackett su “Firth of Fifth” fu realizzato nell’arco di sei mesi che servirono per la messa a punto… esagerazione?
Questa sera l’ho risentito per l’ennesima volta, ma dal vivo tramortisce.


Grande Hackett, campione di umiltà e musicista straordinario.

Non perdetevi le prossime date… se potete!

Questo il tour italiano…

Martedì 30 aprile – Bologna, Teatro Europauditorium
Giovedì 2 maggio – Torino, Teatro Colosseo
Venerdì 3 maggio – Bergamo, Teatro Creberg
Domenica 14 luglio – Genova, Arena del Mare, Porto Antico
Martedì 16 luglio – Pordenone, Parco San Valentino
Mercoledì 17 luglio – Mantova, Piazza Sordello
Giovedì 18 luglio – Firenze, Piazza Santissima Annunziata



giovedì 25 aprile 2019

Giorgio "Fico" Piazza Band, Alphataurus e Il Cerchio D'Oro in concerto a Varazze: il commento e i video

Le origini del progetto...

La domanda che spesso si pongono i fruitori di musica progressiva, quelli dotati di un minimo di autocritica, riguarda l’adattabilità del genere all’attualità: roba da esseri “antichi” o materia proponibile alle nuove generazioni? I padri, forti delle loro convinzioni, trasmettono ai figli, i quali a volte rispondono positivamente, altre no, ma è certo il fatto che l’unico modo per arrivare alla conoscenza specifica è attraverso un ambito familiare favorevole, perché non esiste media che proponga trame diverse dall’ortodossia del momento.
Ma perché divulgare? Non basterebbe farsi i fatti propri e godere dei risultati?
Il piacere della condivisione è legato alla convinzione di possedere il passepartout della felicità musicale, e piuttosto che tenere per sé tanta qualità (è di questo che parlano i sostenitori incalliti del prog), si cerca di diffondere il verbo, in piena comunione, come accade nel corso di un concerto, come accadeva col rito del vinile nei primi anni ’70.
C’è poi chi concretamente cerca di unire il proprio divertimento alla didattica, intesa non come insegnamento puro, ma presentazione di modelli alternativi: “ascolta, prova, e quando hai tutti gli elementi comparativi decidi se proseguire o meno… nella frequentazione…”.

Questa lunga premessa è quella che mi frullava in mente il pomeriggio del 18 aprile, mentre intervistavo le tre band prog che stavano per salire sul palco del Teatro Don Bosco di Varazze, a Savona.
Il nome scelto per il festival mi pare esaustivo: “LA BOTTEGA DEL PROG”, ovvero un laboratorio dove si costruisce e si diffonde merce rara, con lo scopo di “…ricreare atmosfere e ricordare sonorità tipiche dei seventies, offrendo tre ore di musica che possa da un lato coinvolgere, anche nostalgicamente, chi ha vissuto quegli anni, e dall’altro essere di stimolo per i più giovani che vogliano accostarsi e portare avanti tale genere musicale.”

Per fare tutto ciò nasce l’accordo tra diversi amici che vivono la musica in maniera molto simile all’interno delle loro band di riferimento: Alphataurus, Il Cerchio D’oro e la Giorgio “Fico" Piazza Band.

La scintilla scatta quando il batterista degli Alphataurus, Giorgio Santandrea, propone a Piazza - suo ex collega nel progetto “I Crystals”, nel 1973  - uno spettacolo itinerante, riproponibile in differenti situazioni, ed è a questo punto che vengono coinvolti altri musicisti molto “vicini”, i componenti de Il Cerchio D’Oro.

Il primo atto di questa collaborazione parte proprio dal concerto di Varazze, che ha visto una discreta presenza di sostenitori, quelli abituali per la prog music.

La parte tecnica è affidata al service di Alessandro Mazzitelli, mentre è presente Antenna Blu che, con l’instancabile Giorgio Nasso, riprenderà in toto l’evento che sarà proposto successivamente sul digitale terrestre e in streaming.

Propongo a seguire un video per gruppo - realizzato da Mauro Selis - rappresentativo delle performance a cui abbiamo assistito.

Ad aprire le danze Il Cerchio D’Oro, descritti così nel comunicato di presentazione: “Nati sul finire del periodo principale del progressive italico (1974), ma capaci di rigenerarsi a più riprese nei decenni successivi fino ad oggi, attraverso eclettiche fasi creative su linguaggi musicali diversificati; tra le loro numerose produzioni spiccano i recenti concept album "Il viaggio di Colombo", "Dedalo e Icaro" e "Il Fuoco Sotto La Cenere", pubblicati dal 2008 in poi, testimonianze della maturazione della band e frutto anche di collaborazioni artistiche con grandi nomi del Prog-Rock storico.”

La formazione è quella legata all’ultimo album, con una variazione alle tastiere, giacché Simone Piccolini, assente giustificato, è stato sostituito dall’esperto Carlo Venturino, silenzioso ma prezioso nella sua non facile opera di cesellatura sonora.
E poi i fondatori (i gemelli Gino e Giuseppe Terribile - batteria e basso -, Franco Picccolini - tastiere - Piuccio Pradal - acustica e voce) e la chitarra solista Massimo Spica.

Un’ora sembra poca in questi casi, ma è sufficiente per ripercorre parte del viaggio musicale iniziato e proseguito con la Black Widows Records.
Giocano in casa, non sono una sorpresa per il pubblico, e ancora una volta riescono ad esaltare i presenti, che sottolineano il gradimento ad ogni fine brano.

Nel “cambio palco” si raccontano, e lasciano intravedere la prospettiva di un nuovo lavoro discografico.


A seguire un pezzo di storia, gli Alphataurus: “Gruppo milanese nato nel 1970 in piena epoca d'oro del RPI; nel 1973 lascia un'impronta indelebile con il proprio primo omonimo album (da più parti indicato tra gli album essenziali del genere), per poi sciogliersi nello stesso anno e rinascere nel 2010, riprendendo a creare musica poi culminata nel secondo album in studio ("AttosecondO" del 2012, a 39 anni dal primo album!), che fonde il suono storico del gruppo a nuovi ingredienti musicali, oltre a pubblicare un "live" e una raccolta di rarità nell'attesa di dare luce ad un terzo disco di inediti.”

La band presenta ancora tre membri originali, il già citato batterista Giorgio Santandrea, il tastierista Pietro Pellegrini e il chitarrista Guido Wassermann; a completare la formazione il tastierista Andrea Guizzetti, il bassista Moreno Meroni e il frontman Claudio Falcone.
La loro performance emoziona, e il tempo sembra essersi arrestato a quel periodo irripetibile che ha visto gli Alphataurus abbandonare la scena prog con troppa rapidità.
Anche per loro si è in attesa di un nuovo disco di inediti.


A chiudere Fico Piazza, bassista,  il più famoso, vista la sua presenza nei primi due album della PFM, ma voglioso di lasciare una cospicua eredità ai ragazzi che lo circondano: “… giovani talenti da lui selezionati e guidati. Questo insieme di brillanti musicisti - la Giorgio "Fico" Piazza Band -  ripropone e ridipinge il contenuto dei primi due preziosi album della PFM e cioè "Storia di Un Minuto" e "Per Un Amico", dimostrandone appieno la sorprendente forza vitale che supera i confini del tempo.

Due album, due vinili (“oggetti” che non sono mai mancati sul palco di Varazze), che Piazza & friends ripropongono utilizzando la traccia madre, ma arricchendo il tutto con una personalissima concezione di musica, eliminando la funzione "copia/incolla".
Piazza, nella presentazione iniziale, afferma come solo ora riesca a concepire e capire nei dettagli il significato del termine “Prog”, ed è suo preciso desiderio quello di trasmettere i giusti valori a chi avrà il compito di non lasciar scemare l’dea base.
  
Anche per loro grande entusiasmo: Marco Fabbri alla batteria, Eric Zanoni alla chitarra e alle tastiere Giuseppe Perna e Riccardo Campagno, che si alternano anche alla voce solista.


Una grande serata di musica, con la speranza che ciò a cui abbiamo assistito sia solo il punto di partenza di un progetto unico, che lega tra loro le band con un’idea concettuale: e dove, se non nel prog, possono prolificare le situazioni “concept”?