mercoledì 17 luglio 2019

Vittorio Nocenzi racconta...


    Vittorio Nocenzi racconta…
Fotografie di Andrea Guerzoni

Nonostante sia questo un periodo gratificante per il Banco del Mutuo Soccorso, non avevo ancora pensato a una chiacchierata con Vittorio Nocenzi, anche se l’ultima volta che mi era capitato di intervistarlo Rodolfo Maltese e Francesco Di Giacomo erano ancora tra noi… quindi un pò di tempo è passato!
Dopo tante vicissitudini e accadimenti dall’andamento drammatico, l’idea di essere uno in più nel porre domande - probabilmente simili a tante altre -, contribuendo a riempire di lavoro supplementare il già oberato Vittorio, mi sembrava una situazione da poter tranquillamente rimandare a tempi più tranquilli, avendo in ogni caso la “coscienza a posto” dopo che su MAT2020 è uscita una dettagliata recensione di “Transiberiana”, realizzata dal nostro collaboratore Antonello Giovannelli. Insomma, una tendenza alla protezione e alla discrezione la mia, del tutto inadeguata visto lo spirito e lo stato d’animo di Vittorio, davvero sorprendente.
Alla fine ci siamo… sintonizzati, e ho realizzato che le mie domande non erano fondamentali per stimolare il racconto, perché il tutto fluiva in modo autonomo. Ecco… quello che forse non riuscirò a far emergere della nostra lunga telefonata è l’entusiasmo con cui il mio nobile interlocutore mi ha dipinto il suo quadro, che è poi la stessa picture che interessa migliaia di fan e cultori dell’eccellenza musicale. E frase dopo frase è emerso un vero nuovo inizio per il BMS, fatto di mutamento e team rinnovato, ma l’immagine che si dipana ci racconta una grande verità che andrebbe utilizzata come elemento didattico: sino a che sarà forte la voglia di pianificare azioni e rivolgere idee e pensieri verso il futuro, terremo lontana la fine della nostra storia personale. Poi ci sarà qualcos’altro, come ci suggerisce Vittorio nelle righe a seguire, ma possiamo tranquillamente aspettare…


Ecco il racconto di Vittorio, in sintesi…

Quanto sei soddisfatto dell’album appena uscito, “Transiberiana”? Non mi riferisco al termometro delle vendite, visto che è stato rilasciato da poco, ma parlo di feeling generale e di risultato puramente tecnico e musicale.

Sono molto soddisfatto. Dal punto di vista tecnico “Transiberiana” ha un grande suono: in qualunque modo lo si ascolti, che sia con un iPhone, con le peggiori casse o con quelle più sofisticate, mantiene intatta la sua forza sonora. Questo risultato è stato ottenuto grazie a una produzione musicale corale, che ha visto coinvolti tutti gli elementi della band e ha portato a un lavoro di grande attenzione del processo sonoro delle registrazioni.
Dal punto di vista dei contenuti mi sento poi particolarmente gratificato, perché dentro c’è molto del mio pensiero attuale, come artista, musicista e persona. È un lavoro che non nasce in solitudine, ma è figlio di una totale condivisione, ed è stato così sin dal primo momento. Parlo di un’espressione corale e vera che doveva assolutamente seguire questo iter, come seguito di una costante e continua richiesta da parte di fan, e lo abbiano toccato con mano nel corso delle numerose interviste radiofoniche. Siamo stati sollecitati a rispondere in maniera inequivocabile alle attese del popolo del palco, che si domandava che fine avessimo fatto. L’aspettativa era molto forte. Questo è stato il primo motivo per cui abbiamo deciso di fare l’album: dovevamo dare una risposta alle tante domande. E a pensarci bene, in questi ultimi quindici anni abbiamo sbagliato percorso, perché è stato dato troppo spazio all’attività concertistica a discapito di quella di recording. Da qui la decisione di agire nella maniera più ovvia: fare un nuovo album. Il privilegio dell’amore degli altri, dell’ammirazione e della stima, ha un costo, e più è alto è il privilegio e maggiore è il prezzo da pagare. Era una risposta che quindi dovevamo al nostro pubblico.
Altra motivazione pilota, ispiratrice di tutto il lavoro, è stata l’idea che se il BANCO continuerà ad essere attivo e vivo, anche chi ormai non c’è più continuerà ad essere nei cuori di chi ci ha sempre seguito e ama la nostra musica.
Questi sono i due pensieri che hanno guidato il nostro lavoro: il bisogno di rispondere al ai fan con un’azione concreta, e al contempo mantenere viva la presenza di Francesco e Rodolfo, cosa che può capitare solo se il Banco proseguirà nel produrre dischi e nel fare concerti.

Mi aggancio al tuo pensiero sui live. Nel 2008 vi vidi al Teatro Chiabrera di Savona, e l’impressione che ebbi nell’occasione è che ci fosse una discreta stanchezza da palco: un sentore sbagliato il mio?

Io questa stanchezza la percepivo come fisiologica, perché 50 anni di concerti sono tanti. Ma ogni volta che siamo saliti sul un palco è sempre scattata la magia, la rievocazione del senso del contatto con te stesso e con chi è in platea. Se quel giorno ti siamo sembrati stanchi poteva anche essere per situazioni contingenti. Di sicuro Francesco negli ultimi tempi non era più tanto motivato dai live, anche perché la routine ti tende agguati dietro l’angolo; soprattutto vedere un degrado continuo e costante coinvolgere la tua gente e la tua nazione ti fa porre delle domande a te stesso, ti chiedi che senso abbia questo “mestiere” che il BANCO ha sempre concepito come amplificazione delle emozioni condivise con la gente del nostro tempo.
In questi giorni c’è un disagio del vivere fortissimo, ed è stato un passaggio pazzesco. Ci siamo ritrovati in questa globalizzazione grigia che non ti può ispirare, nè spingere a scrivere poesie. A questo punto devi però continuare a farlo mettendo come centrali altri contenuti e valori di riferimento, ed è quello che abbiamo realizzato, il mettere come elemento primario il dovere di rispondere alla gente, per guadagnarsi ancora il privilegio di essere ammirati e amati da persone che vivono le difficoltà del quotidiano, e forse anche molto più di noi, che in qualche modo siamo facilitati. Il baricentro della vita della persona deve sempre partire da cose semplici ma chiare, prioritarie e fondamentali; comprendere che la prerogativa di essere amati è un grande dono da ricambiare, è una cosa semplice ma molto concreta, e ti posso dire che è una forte motivazione che può spingere a riprendere in mano lo strumento e il pentagramma.
Altra idea molto forte è che chi non è più tra noi può restarci, in modo vivo e concreto, solo con lo stimolo che spinge al ricordo, e la memoria si annaffia con la memoria, la poesia, la magia e la poesia.

In questa situazione di ripartenza hai avuto una spinta decisiva all’interno della tua famiglia…

Certo. Spesso accade nella vita che nel momento in cui il destino con una mano toglie, con l’altra qualcosa ti restituisce. Da una parte ho perso due compagni di vita la cui assenza, sinceramente, devo ancora elaborare, e dall’altra ho scoperto che il mio terzo figlio, Michelangelo, è il mio alter ego musicale. È stata una cosa preziosissima, altro elemento fondante dopo gli altri già citati, l’accensione del motore. Questo ragazzo, ovviamente cresciuto a “pane e Banco”, veniva a farmi sentire i suoi spunti musicali con il pianoforte, e a me ogni volta sembrava di averli scritti in prima persona, e quindi mi sentivo a mio agio a metterci mano, ritoccarli, ampliarli, prenderli come spunto tematico iniziale. Ci siamo così ritrovati a scrivere a quattro mani senza aver programmato nulla, è stata una simbiosi elettiva.
Una quarta cosa che deriva da queste tre è aver messo in moto una metodica di lavorazione che non avevo mai adoperato con questa lucidità e consapevolezza, una fase teorica molto ponderata che ha fatto da serra ai testi in sé. Mi riferisco a un metodo di “avanzamento lavori”: una volta deciso che il Banco doveva fare un album inedito, questo poteva essere un album rock-jazz, un album etnico, un disco di songs, poteva essere solo strumentale, sperimentale, elettronico, con un vestito sinfonico, ma poi… è diventato quello che doveva essere, un album concept. Io, come ti dicevo, dovevo rispondere al mio pubblico, tenere vivo l’amore per Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese, e non c’era nulla di più semplice e vero che usare la scrittura secondo la nostra identità. Era quello che desideravo e ho capito che se mi avessero chiesto di scrivere una compilation di songs non ce l’avrei fatta, non mi avrebbe interessato. Raccontare invece per metafora una narrazione ampia, che potesse essere suggestione collettiva oltre che individuale, è diventata subito una miccia accesa. Per farlo ho puntato i piedi come un bambino capriccioso, e ho detto a Michelangelo e al coautore Paolo Logli, gli stessi collaboratori dei miei ultimi anni di scrittura, che mi sarei rifiutato di scrivere una sola nota se non avessimo trovato un titolo. Così facendo ho ripreso un file sul computer, sintesi di una settimana intera di riflessioni e spunti, e ho ritrovato espressioni bellissime ed ero indeciso, ma come è apparso il titolo “Transiberiana” l’ho subito scritto in stampatello, evidenziandolo col colore bordeaux. Perché la Transiberiana è il viaggio più lungo che uno può fare sulla terra - sono 9300 km -, il modo più preciso per raccontare metaforicamente la nostra esistenza. Era bella l’idea che il Banco, dopo una vita così longeva, si accingesse a scrivere un’opera che era giusto che a questo punto del nostro lavoro fosse autobiografica. Poi non ho scritto la musica, ho scritto uno storyboard. In questo viaggio il treno parte, quindi è uno start che sarà ricco delle tipiche attese dei viaggiatori, che sono consapevoli di andare incontro a grandi meraviglie. E’ quel momento in cui hai deciso di lasciare il sicuro per l’incerto, un viaggio lungo in un luogo rischioso ma ricco di aspetti fantastici, e quell’insieme di sentimenti è meraviglioso. La partenza potevamo scriverla in mille modi, con la fanfara e la banda o in un modus più intimo.
Devi sapere che in quel periodo ero stato nel nord del Lazio per realizzare un progetto culturale, e in quell’occasione vidi passare a fianco a me al galoppo una mandria di cavalli: una sensazione bellissima, la forza primigenia della natura. E così ho immaginato che i viaggiatori, dal treno, vedessero all’improvviso un branco di cavalli selvaggi correre sull’altipiano, un’immagine che colpisce molto, un simbolo quasi per eccellenza della libertà. Questo è il primo quadro della transiberiana dopo la partenza, “Stelle sulla terra”, in due movimenti. Il brano inizia con un suono molto solenne e allo stesso tempo profondamente interiore, in do minore, sospeso, quasi una preghiera che fai con la tua mente, dentro di te, che secondo me esprimeva bene questa aspettativa e meraviglia rispetto a un viaggio molto umano, e quindi non servivano i trionfalismi di una banda. E’ un bello start su cui irrompe il suono del sintetizzatore, che fa il verso sonoro al treno che cammina e detta la partitura a tutta la band: riprendono questa scansione orchestrandola le due chitarre, il pianoforte, la batteria, l’organo. Questa è l’unica concessione che ho fatto in tutto l’album a una descrittività onomatopeica, perché volevo che il treno, come location dove accade la storia, fosse rappresentato sonoramente, e questo dopo che mi è venuto in mente cosa fece Mussorgsky con i quadri di una esposizione: realizzò un brano che ritornava più volte con il susseguirsi dei quadri, la “Promenade”; scrisse una composizione apposta per raccontare il cammino dello spettatore da un quadro all’altro. Io ho voluto fare la stessa cosa, perché questa scena del treno torna a più riprese nel corso del concept album, come una propria rappresentazione sonora. Nei concept seri alcuni temi musicali devono ritornare come in un’unica colonna sonora, e questa parte iniziale rivivrà infatti in “Eterna transiberiana”, sempre con lo sferragliare del treno. Questa prima traccia ha una partitura molto complessa perchè ha diversi strumenti che la eseguono, ma ognuno ha la propria scansione ritmica. Contemporaneamente ci sono strumenti che suonano in 13/8, in 7/8, in 5/4, in 3/4, perché era un modo per rendere il canto e le armonie di “Stelle sulla terra” come in un equilibrio precario, perché precaria era l’aspettativa di un viaggio così lungo, passando per luoghi dove si arriva addirittura a 70 gradi sotto zero, quindi non poteva essere una partenza solida, solita, vanitosa, tutta apparenza, ma doveva emergere un grande bagaglio di interiorità. Si parte allora con questo inizio in do minore, che crea l’immagine dei viaggiatori con i nasi attaccati ai finestrini, e poi arriva una sequenza elettronica in 7/8, dispari in maniera terribile, e quelli sono i cavalli che hanno il loro ritmo e quindi dovevano essere impari rispetto al resto della musica.
I viaggiatori eravamo tutti noi, compresi Francesco e Rodolfo, vedevamo questa cosa bellissima e non potevano non partire una serie di parallelismi e analogie su chi era veramente libero, se noi o quegli animali.
Il terzo movimento trova la sintesi di quello che questo spettacolo spinge loro a considerare, “perché, perché, perché… l’imbroglio, le bugie… il testo dice tutto.
Il secondo brano è “L’imprevisto”, e nella transiberiana è rappresentato dal ghiaccio che invade i binari all’improvviso e costringe il treno a fermarsi; i viaggiatori rimangono fermi nei vagoni fino a che il freddo non diventa intollerabile e incomincia a serpeggiare la paura e la preoccupazione; vedono fuori delle luci e pensano che siano quelle di un villaggio dove potersi dirigersi per chiedere aiuto, e quindi decidono, anche se con paura, di scendere. E come spesso accade nella vita, non c’è limite al peggio, quindi si muovono per scampare a un pericolo e incorrono in un altro: vengono assaliti da un branco di lupi, e questo è il quarto brano dell’album, “L’assalto dei lupi”, dopo “La discesa dal treno”, che è il terzo. “La discesa dal treno” è in due movimenti perché c’è anche qui la necessità di scandire i tempi in modo chiaro: quando scendono fuori dal vagone cosa trovano? Ancora più freddo e una natura completamente bianca con una nube di nebbia. Davanti a questa considerazione, a questo nulla impalpabile, mi è venuto in mente Virgilio, la discesa nell’Ade di Enea che, nel suo percorso vede il padre Anchise, lo abbraccia abbracciando le nebbie. Questo del disco è un momento che amo molto perchè è dedicato, anche esplicitamente nel testo, a chi non c’è più, alle assenze, ai non ritorni. Musicalmente ha una melodia molto sentita e molto umana, lo trovo un momento commovente, sincero, ispirato.
Poi i viaggiatori riprendono il cammino, si salvano dall’assalto dei lupi, ma dopo aver scampato un rischio mortale il viaggio riprende con tutta un’altra consapevolezza, tutto assume un altro spessore, si cerca di capire di più e meglio. Quindi i viaggiatori guardano con più attenzione e scoprono che tra loro c’è uno sciamano. Io volevo che delle tracce chiare di questa terra percorsa dal treno fossero prese dalla realtà tangibile, e quindi qualche elemento della Siberia vera doveva esserci, una terra difficile climaticamente ma anche antropologicamente, perché lì ci sono più di 250 etnie diverse e quindi lingue differenti, storie, racconti e prevalentemente ci sono due religioni, sciamanesimo e buddismo. Mi sembrava bello quindi che su questo treno ci fosse uno sciamano, che fa parte della realtà umana della Siberia, luogo in cui esiste un problema gravissimo dovuto alla difficoltà del sopravvivere, anche, a tentativi di russificazione militari pesanti e genocidi tosti: mi riferisco al forte tasso di alcolismo tra le popolazioni siberiane, situazione che distrugge uomini e donne, poveri esseri umani che si caricano di alcol, dopodiché, ubriachi, incominciano a correre nudi nella steppa e vengono ritrovati morti assiderati dopo chilometri. “Lo sciamano” racconta in parte questo mondo che si restringe dentro il collo di una bottiglia; le sue mani non curano più perché ha perso la magia con la quale riusciva a mettersi in contatto con gli antenati, cosa ora non più possibile.
Successivamente arriva un altro personaggio che non ha nessuna caratterizzazione precisa, se non quella di cantare con il viso fuori dal finestrino, respirare quest’aria che per lui sa già un pò di mare, meta finale della Transiberiana, il cui obiettivo spaziale è arrivare al Mar del Giappone. “Il mare che desideriamo tutti”, recita il testo, perché il mare diventa metafora della speranza con cui affrontiamo la nostra vita.
Il viaggio va avanti e c’è l’arrivo che esprime un altro concetto fondamentale: l’importanza del viaggio non è raggiungere la meta, ma vivere il percorso per raggiungerla. Quindi quando questi viaggiatori arrivano davanti al Mar del Giappone capiscono che non è la fine, ma l’inizio di un altro cammino, come succederà anche a noi quando arriveremo al termine della nostra vita. Chi è pervaso da fede religiosa si aspetta il Paradiso, chi è laico come me si domanderà comunque che fine farà tutta quell’energia, la parte preponderante dell’essere umano che è quella trascendente, perché noi non siamo solo carne, ma soprattutto idee, pensieri, sogni, desideri, ideali, in una parola sola, spiritualità; la società contemporanea deride questa sintesi, la disprezza o non la considera, ed è un grande errore, perché porta a dimenticare il baricentro della vita umana.

Tutto quanto hai appena descritto appare complesso da condividere, soprattutto se chi ti accompagna è “appena arrivato”: come riesce una formazione tutto sommato nuova a salire su di un palco e trovare la quadra ad un lavoro così organico?

Si può fare quando si riesce a dare fluidità all’interpretazione e all’esecuzione, lavorando a monte, a patto che con la scrittura e la registrazione si sia dato corpo a tutte queste idee; in questo caso non resterà altro che fare un’opera di riproduzione corretta. Poi c’è la solita domanda degli ascoltatori: “… ma come facciamo a capire veramente i significati di un vostro brano se non me li dite?”; io rispondo sempre che non è fondamentale che l’ascoltatore capisca esattamente cosa si voleva dire… la cosa importante è che ognuno faccia sua la musica e la riempia di contenuti personali, magari diversi dalle idee di chi ha creato. Comprendo però che per un estimatore delle nostre composizioni scoprire le motivazioni dell’artista sia un valore aggiunto, e mi fa anche molto piacere che accada, ma per fruire emotivamente della musica non è basilare che si sappia esattamente la storia ispirativa, perchè ciò che si recepisce deve portare ad una reazione emotiva, spirituale, qualcosa che nasce dalla sensibilità che ognuno ha dentro di sè. E questo è già tantissimo, perché mette in moto tutti quei meccanismi di autopercezione che spesso si tralasciano e si trascurano. La musica ha questo grande vantaggio, ti ricorda di metterti in contatto con la parte più sensibile di te, quella più fanciullesca e poetica, quella che porta a meravigliarsi di un bellissimo tramonto affacciandosi dal balcone di casa, senza dover essere per forza su un’isola del Mar Egeo.

La mia domanda precedente era anche legata al fatto che quando ora ti trovi sul palco sei ormai l’unico tra quelli che hanno iniziato il percorso molti anni fa… ti giri e ti ritrovi un pò di gioventù, un frontman nuovo… sono quei meccanismi che potrebbero mettere in crisi un gruppo, e sembra invece che voi ce l’abbiate fatta benissimo.

Non dimenticare che c’è sempre la musica. Io sono partito da ragionamenti lineari, elementari e semplici. Ma la semplicità, se è ricca di contenuto, è la cosa più difficile da conquistare e appartiene alla fase più matura della vita di un’artista, la scopri sempre quando sei vecchio del mestiere. È come una persona che si trova in bilico e deve scegliere: da una parte ha la banalità, dall’altra ha i contenuti più profondi. Quando inizi a  scrivere qualcosa di complicato ti sembra essere partito col piede giusto, perché pensi di difenderti dalla banalità deviando rispetto all’ortodossia, ma io, alla fine, di “Non mi rompete” ne ho scritta una sola in tutta la mia carriera; ho provato altre volte a trovare perle simili ma non ci sono mai più riuscito, perché è stato un momento di ispirazione della mia vita che è rimasto magicamente unico. Quel brano lo avevo nel cassetto dai sei anni, e non lo tiravo mai fuori perché mi sembrava troppo banale, e poi ci ho messo cinquant’anni per capire che la semplicità non è banalità, è una sintesi miracolosa di universalità, fatta con elementi elementari ma profondi. È difficile fare una cosa semplice ma intensa, è molto più facile fare una cosa complessa. Quindi quando sono sul palco, quello che dicevi tu coinvolge Vittorio persona, Vittorio uomo, soprattutto quando si suonano brani storici; sapevo che quando Rodolfo si girava verso di me e mi guardava in un certo modo era per la soddisfazione della perfetta riuscita di un passaggio complicato, ad esempio su “La conquista della posizione eretta”, e questi appuntamenti mi mancheranno da morire, ogni volta, e sarà inevitabile. Ma anche qua ho realizzato una piccola rivoluzione, e per la prima volta ho selezionato i membri della mia band in un altro modo, ed è stato determinante. Pensa, ho provato sei batteristi… Fabio Moresco è stato il sesto che ho testato; quando è arrivato nel mio studio gli chiesi prima di iniziare a provare: “Fabio, posso farti una domanda personale? A te piace l’amatriciana?”, e lui mi rispose: “Sì, e la so cucinare pure bene”, e allora gli ho detto: “Bene ora voglio sentire come suoni!”. L’ho selezionato così perché questa battuta provocatoria, apparentemente fuori luogo, non è così lontana dalla realtà, in quanto la nostra è musica che porta inevitabilmente a un grado di intimità che ha la necessità imprescindibile di condividere gli stessi valori umani di riferimento. Sennò inevitabilmente si arriva al conflitto, a criticità insormontabili.
Con questa domanda ho selezionato la persona, che si è poi rivelata un uomo di una gentilezza e bontà unica, e quando abbiamo sentito insieme i brani ci siamo commossi e ci è sembrato di essere fratelli da sempre.
In questo modo mi sono trovato intorno i due chitarristi che erano con me già da tempo - Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già - e poi Tony d’Alessio, cantante del gruppo parallelo al Banco di Filippo, quindi suo amico da 30 anni; Tony si è messo a disposizione delle mie visioni e delle mie priorità con una umiltà, passione e talento unico. Da compositore e coautore della musica posso dire di essere stato soddisfattissimo dell’interpretazione vocale perché lui non ha messo al nostro servizio solo quella forza vocale straordinaria che ha, non mi sarebbe bastato, non mi avrebbe emozionato o raccontato le sfumature del testo. Serviva un cantante dotato di politimbricità vocale, di colori, e sono cose che lui possiede. Si è calato con estrema umiltà nel progetto e lo stesso è stato con Paolo Logli. I testi per me sono sempre stati importanti come la musica, e li ho scritti per 40 anni con Francesco. Sto parlando di un lavoro storicamente tostissimo, e mi serviva una persona colta, che sapesse del nostro mondo, dei nostri racconti, della necessità che avevo di ricorrere a immagini e visioni interiori, a metafore poetiche, ma allo stesso tempo doveva essere paziente, per unire una metrica perfetta alle ritmicità proprie delle melodie che scrivo. Logli è di La Spezia, da ragazzo vide un nostro concerto e da allora è diventato fan del Banco. Quindi trovare un romanziere, sceneggiatore e scrittore, fan del Banco, amico nostro da tanti anni, anche lui dotato di una umiltà e passione strepitosa, e ritrovarmi a scrivere con lui i testi con una naturale complicità, ha reso possibile un progetto così ambizioso. Avere lui per i testi e Michelangelo per la musica è stato meraviglioso, senza mai perdere di vista i due motivi iniziali di cui ti ho detto.
La prima fase è quella impegnativa della scrittura, poi arriva la produzione, e poi accade come quando un sarto sceglie una bella stoffa, la taglia e la cuce bene, ma fino a che non fa indossare il suo abito ad un modello non sa se è davvero bello: e io ho trepidato aspettando il momento di mettere questa musica, questi canti, queste linee melodiche addosso ai musicisti della formazione. Marco Capozi è un bassista eccezionale; io curo sempre molto le parti del basso perchè è lo strumento che unisce ritmo, armonia e melodia. Marco ha fatto un lavoro eccellente, perché ha un grande tocco sullo strumento e ha interpretato gli arrangiamenti mettendoci molto anche del suo. La prova del nove sarebbe stata poi vedere come questo vestito si sarebbe adagiato sulla voce di Tony e sulle chitarre.
Prima l’ho cantato tutto io, e mi sono sgolato per dare le linee guida a Tony e verificare, prima di fargli imparare le parole, come queste suonassero, quindi è stato un grande lavoro di pre-produzione. Quando poi sono arrivato alle chitarre il disco è esploso, perché Filippo Marcheggiani, il giovin Filippo, è risultato particolarmente ispirato, ed è diventato un grandissimo chitarrista, e le improvvisazioni che gli ho fatto fare nel disco erano così belle che alcune le ho trascritte e le ho fatte diventare obbligate, da eseguire in duetto, quindi a volte, nel brano, assoli di chitarra diventano un duetto tra chitarra e organo hammond, e questo è, oltre che virtuosismo, soprattutto forza espressiva. In questo disco avevo bisogno di più chitarre del solito perchè serviva rabbia dell’elettrica, quella che ho ricevuto da Filippo e Nicola.
Può sembrare un concetto puerile, ma mi è sembra che il destino si sia accanito un po’ troppo sul Banco,  perché a febbraio è venuto a mancare Francesco, a luglio ci ho provato io, a ottobre è accaduto a Rodolfo, e mentre io ero in coma da una parte di Roma lui lo era dall’altra; mi è sembrata un pò una cattiveria, perché è vero che tutti dobbiamo morire, ma non in questo modo così drammatico e sconvolgente, tutti insieme; abbiamo fatto milioni di chilometri, poteva accadere in trecentomila modi diversi… così è stata una cosa che ha sconvolto tutti: avevo proprio bisogno del suono delle chitarre per rompere l’incantesimo!


Dopo aver sviscerato il presente, pongo a Vittorio una domanda legata al passato, a quanto accadde 50 anni fa dall’altra parte del mondo, un avvenimento che ebbe risvolti infiniti anche nel nostro paese, e che sta per compiere 50 anni.
Il pensiero di Vittorio, rispetto all’argomento, aveva lo scopo preciso di registrare il suo contributo per un numero speciale di MAT 2020 dedicato al Festival di Woodstock - che sarà disponibile nel mese di agosto - ma, rileggendolo, mi è parso che potesse essere inserito come chiosa finale, proprio per il messaggio intriso di speranza che viene regalato al lettore.
Alla domanda: “Che cosa è stato per te Woodstock?”, si materializza un quadro carico di amarezza, che prepara però un possibile lieto fine, perché forse una nuova Woodstock è pronta a sbocciare, magari con un abito diverso, probabilmente dal contenuto altamente tecnologico, ma ciò che conta è che sotto le ceneri ci siano idee e sogni che spingono per emergere e diventare realtà… nell’augurio che l’ottimismo di Vittorio Nocenzi sia altamente contagioso, e che lui sia lungimirante.
Dice Vittorio Nocenzi…

E’ abbastanza facile commentare ciò che ha rappresentato Woodstock, partendo dal mio stato d’animo di allora, quello di un ragazzo di diciotto anni.
La prendo alla lontana, iniziando da una constatazione su quanto accadeva a quei tempi: era un mondo in cui l’idraulico non era ancora arrivato a insegnare al biologo o all’epidemiologo se i vaccini fossero una cosa positiva o negativa! A buon intenditor…

Premessa.
Il web è uno strumento meraviglioso.
Pensiamo a 50 anni fa, quando il festival che tra poco celebreremo andò in scena: chi avrebbe mai immaginato nei primi seventies che un giorno avrei potuto dialogare facilmente con chi si trova dall’altra parte del pianeta, fargli sentire la mia musica, inviargli immagini e disegni, proporgli la copertina del disco di prossima uscita, e magari effettuare qualche modifica in real time… nooooo, allora dovevamo aspettare il tempo della spedizione postale, sperando che nulla andasse smarrito; poi si doveva andare in stazione, prendere il treno con direzione Milano, magari un aereo, perché per ascoltare i mixaggi occorreva andare laddove erano stati fatti. Ora scegli da casa, o magari in vacanza, in continuo contatto con tutti i rami che conducono al progetto, magari sparsi in giro per il mondo… meraviglioso… ciò che un tempo non si poteva nemmeno immaginare è oggi divenuto realtà.
Ma in questa evoluzione positiva non ci siamo mossi nella maniera corretta, ancora una volta abbiamo pensato in primis a trovare delle scorciatoie, utilizzando dei sostituti capaci di sopperire alle nostre lacune: immaginiamo che io non sia in grado di muovere le dita sui tasti del piano, e per creare musica debba/voglia chiedere ausilio al sequencer del computer… cosa avrò ottenuto!? E’ una situazione sostenibile o sono pronto a cadere alla prima occasione?
Il computer è un registratore attivo, ti consente di improvvisare e registrare il tuo istinto primordiale, quindi se hai del talento esce spontaneo e viene catturato e imprigionato dal mezzo tecnologico, fissato per sempre su un supporto di archiviazione; ma come tutte le cose improvvisate e non ragionate avrà dei difetti, limiti a cui si può porre rimedio attraverso l’uso di un cervello elettronico, che farà apparire su un pentagramma a video ciò che è stato realizzato, che andrà analizzato e modificato a piacimento – magari anche una sola nota - secondo logica di dettaglio e di contesto.  
Ai tempi di Woodstock, tanto per individuare precisamente un periodo storico, registrare un album era un inferno, avendo a disposizione solo 8 piste: non ci entravano tutti gli strumenti! Non credo sia possibile spiegare alle nuove generazioni di musicisti cosa volesse dire mixare un album in quelle condizioni, il tempo necessario e la ricerca della precisione, con il coinvolgimento di un team composto da tante persone che dovevano intervenire al momento giusto, con inevitabili errori che inducevano a ricominciare da capo. E quando tutto sembrava terminato, e il pezzo veniva agganciato al mixaggio precedente, scoccava l’ora della verità, e spesso… si doveva ricominciare da capo: questo era il mondo in cui ci muovevamo in quei giorni.
Era uno slow food, uno slow dream, ma davanti avevamo un’autostrada di aspettative, c’era una speranza color arcobaleno, c’era la certezza che con la fantasia al potere si potesse cambiare il futuro, migliorandolo, trasformando sogni in realtà.
Si usciva da un’epoca che aveva vissuto il boom economico, e sembrava che tutto si basasse sull’emancipazione materiale, una sorta di pragmatismo occidentale che, unito ai miracoli legati alla possibilità di avere la disponibilità di frigorifero, televisione e auto utilitarie, portava a pensare che la felicità risiedesse nel possesso del denaro.
I giovani invece sognavano a colori, idealizzavano altre cose, diverse da quelle materiali, obiettivi che sembravano assolutamente raggiungibili.
Woodstock ha rappresentato il sogno collettivo, il movimento giovanile del mondo occidentale che credeva di poter cambiare le prospettive della corsa umana: si poteva ascoltare grande musica, scrivere e leggere meravigliose poesie, vedere grandi film, coltivare nobili ideali, e si pensava ad un futuro completamente diverso da quello che purtroppo abbiamo messo insieme… oggi vediamo un fallimento totale, dove la “grande bellezza” è soltanto un sogno smarrito. Ecco cosa ha vissuto la mia generazione, e il mondo di Woodstock - basato sul diventare migliori come uomini, tolleranti e solidali - è tutto ciò che purtroppo non abbiamo adesso!
Ma occorre cercare la luce in fondo al tunnel.
C’è un brano nel nostro album “Transiberiana” che è “Campi di fragole” (“… campi di fragole sotto la neve germogliano…”): nel momento in cui si pensa che ci sia soltanto il gelo, la terra sta per donare la nuova speranza legata a nuovi prodotti: sotto la neve sta crescendo qualcosa… la gente ha bisogno di ritrovare ancora a belle idee, ha necessità di poesia, di bellezza, di amore… solo così l’essere umano può sopravvivere, e sono convinto che tutto questo tornerà; il vero significato di “Transiberiana” risiede nel concetto che il viaggio deve ricominciare, e molte persone che hanno ascoltato il disco me lo hanno confermato, perché non siamo visionari, ma sentiamo  il bisogno e il desiderio di superare il disagio del vivere, e quindi l’album ha l’urgenza di essere condiviso, perché, come accadde per il festival di Woodstock, dà voce alle speranze, che non riconducono alla disperazione, ma sono dirette alla ricostruzione.




venerdì 12 luglio 2019

YES a Vado Ligure (SV): era il 2003


Lorenzo Rapetti, l’autore del video a seguire, mi ha permesso di ricordare in modo concreto il concerto che ha cambiato la mia storia recente, quello del 12 luglio 2003, giorno in cui gli YES suonarono a Vado Ligure (SV), e mi segnarono profondamente.
Inutile ricordare i tanti perché, descritti in un articolo qualche anno fa e spesso ricorrenti nei miei racconti:



Resta la soddisfazione di aver messo assieme alcune immagini e uno stralcio musicale di quel giorno magico, dove una band stratosferica si presentò con la miglior formazione possibile (Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Hove, Chirs Squire e Alan White) e mi … chiarì le idee.
Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine



mercoledì 10 luglio 2019

Phoenix Again-" Friends of Spirits"


Phoenix Again-" Friends of Spirits"
Articolo già proposto su MAT 2020 di giugno

L’album che propongo, “Friends of Spirit”, rappresenta per il nucleo originale dei Phoenix Again un episodio apparentemente sganciato dalla loro proposta musicale più conosciuta - quella legata alla musica progressiva -, ma in realtà è il vero punto di partenza che nel tempo si è trasformato in collante di ogni tipo di situazione musicale e affettiva.
La chiacchierata che propongo a seguire svela nei dettagli questo progetto acustico che parte da un mondo molto lontano almeno dal punto di vista temporale, ma l’evoluzione culturale avvenuta e il contesto derivante, potrebbero davvero ricondurre a musica per pochi eletti… e invece no.
Friends of Spirit” è un album strumentale costituito da brani nuovi e altri antichi e riarrangiati, e appare come fresco e assolutamente sganciato da ogni collocazione specifica, se non quella del pieno esercizio acustico basato su sapienti trame chitarristiche.
Ed è un disco che raccoglie una richiesta, quella di un pubblico che, magari casualmente, assiste ad uno dei rari concerti unplugged dei P.A. e rivendica brani che ascolta nell’occasione e che non ritrova nella discografia ufficiale. Impossibile non soddisfare l’audience, soprattutto quando l’insistenza va a toccare la memoria e il cuore, elementi che unirono i tre fratelli Lorandi nei seventies, quando ogni occasione era buona per imbracciare lo strumento e proporre la musica dei miti del momento: tre chitarre acustiche, che incontrano oggi nuove generazioni - di pubblico e di musicisti - e disegnano un quadretto sonoro emozionante.
Nei nove brani che contengono l’album emergono skills di primordine ma, soprattutto, si delinea un viaggio, quello che coinvolge culture e tradizioni variegate, suscitando un piacere d’ascolto che raramente ho trovato, e che giudico sia fruibile da un ampio pubblico.
Nell’intervista emerge il concetto di “coraggio”, necessario per investire su di un progetto inusuale, ma non si fa fatica nel capire la genuinità della proposta e, personalmente, mi risulta facile l’immedesimazione, il “mettermi nei panni altrui” per comprendere l’essenza di un lavoro davvero pregevole.
Un album che consiglio senza condizioni, la buona musica non ha confini e barricate, e con un piccolo sforzo di comprensione - essenzialmente le storie di vita che hanno portato alla realizzazione di “Friends of Spirit”-, al godimento da ascolto si aggiungerà la bellezza del fluire delle cose, e questo è, a mio giudizio, un forte valore aggiunto.
Ecco un esempio di quanto accade dal vivo…



Tracklist: 1. Friends of Spirit 2. On the Melody 3. Pasión 4. Habanera 5. Mediterranea 6. Free Ireland 7. Alma Española 8. Eppur Si Muore 9. Vicino a Te



La chiacchierata…

L’album “Friends of Spirit” appare come una novità, per chi vi avesse conosciuto ultimamente, ma è in realtà un ritorno alle origini: come è nata l’idea?

Questo album (il quarto in studio), distribuito da Ma.Ra.Cash Records, rimarrà un album unico per i Phoenix Again, poiché il prossimo rimarcherà le nostre sonorità più Prog-rock ( ci stiamo già lavorando). Come dici tu, è un ritorno alle origini. Io e i miei due fratelli, Sergio e Claudio, negli anni Settanta ci divertivamo a suonare brani di CSN&Y, Amazing Blondel, Mike Oldfield, Al di Meola, Paco de Lucia, John McLaughlin, Inti Illimani, con tre chitarre acustiche. “Friends of Spirit” è nato per soddisfare una richiesta fattaci da un pubblico che, partecipando ai nostri live in acustico (in tutto una decina negli ultimi anni, durante i quali abbiamo collaborato prima con lo scrittore Giorgio Mazzolari e poi l’artista giapponese Mitsuyasu Hatakheda), ci richiedeva il CD contenente i brani eseguiti durante lo spettacolo; tra il pubblico, erano parecchi i giovani e le persone distanti musicalmente dal Prog, pertanto da qui è nata l’idea di pubblicare un album "semi-acustico" (qualche inserto di chitarra elettrica ce lo siamo pur concessi!).

E’ cosa usuale per le band creare spazi per il set acustico, affascinante, ma anche pratico e meno impegnativo dal punto di vista organizzativo; nel vostro caso c’è molto di più, perché le elaborazioni alla chitarra rappresentano le vostre origini: che cosa significa per voi l’esibizione unplugged? Si può stabilire una vostra preferenza rispetto al concerto elettrico?

Non abbiamo preferenze tra le due opzioni: per noi l’importante è divertirci e divertire suonando. Durante i due concerti di presentazione dell’album (alla Casa di Alex a Milano ed al Parkvilla Theatre nei Paesi Bassi) abbiamo diviso lo spettacolo in due set - prima parte in acustico con presentazione nuovo album e seconda parte in elettrico -, eseguendo una selezione di brani dei nostri tre album precedenti. L'idea è stata apprezzata dal pubblico; era come se i Phoenix Again acustici aprissero il concerto ai Phoenix Again elettrici: faticoso ma divertente.Devo doverosamente ringraziare mio nipote Alfonso Di Vincenzo, new entry nella band, che in questi due live ha sostituito alle percussioni mio figlio Giorgio Lorandi.

I brani che proponente sono nuove creazioni o rivisitazione di tracce antiche?

Alcuni brani nuovi, altri di vecchia composizione, tolti dal nostro cassetto storico. Due brani, in particolare, sono vecchie conoscenze: Eppur si muore e Free Ireland erano presenti già sul nostro primo album "Threefour" e sono stati ri-arrangiati in acustico.

Come vive questo percorso alternativo la parte “nuova” della band?

I ragazzi si sono lasciati coinvolgere attivamente da questa avventura, collaborando negli arrangiamenti e divertendosi a suonare i nuovi pezzi, mettendoci carica e passione. 

Avete vissuto in prima persona un passaggio musicale epocale: esiste un fil rouge che lega quegli anni ’70 al periodo attuale?

Abbiamo amato tutti la fase musicale straordinaria degli anni Settanta e un pò tutti si ispirano ai grandi del passato. Credo però che anche attualmente ci siano ottimi gruppi che fanno buona musica; il problema deriva anche dagli ascoltatori, spesso troppo nostalgici o restii ad accettare novità. Uno "sport" che piace a tutti è quello di paragonare ciò che nasce nell'attualità con quello che è stato fatto nel passato e, così facendo, si perde sovente il gusto per l'ascolto, per l'emozione.

Mi ha colpito una frase della vostra presentazione, “…abbiamo avuto tutti il coraggio di lanciarci nella produzione di un album che, forse, non tutti capiranno…”: vi siete posti il problema di non essere compresi, di deludere chi vi segue?

Sapevamo che con questo album avremmo potuto destare sorpresa nei nostri sostenitori, ma, come sempre, siamo partiti convinti di presentare qualcosa di diverso. Noi crediamo sempre nei nostri progetti e per noi è importante avere diffuso, anche se secondo le nostre limitatissime possibilità commerciali, il Progressive Rock (in forma pur diversa) rivolgendoci ad ascoltatori che non hanno mai sentito o apprezzato questo genere musicale. Inoltre, resta da dire che noi, attualmente e probabilmente anche in futuro, ci troviamo in una posizione privilegiata: registriamo dischi perché questo ci diverte e non perché è il lavoro da cui cerchiamo di trarre risorse economiche e di sostentamento. A noi interessa molto creare musica che appaghi chi ci ascolta, ma ci intessa anche che il prodotto finale soddisfi noi stessi in primis, e questo “Friends of Spirit” è un disco che abbiamo tutti voluto fortemente.

Avete pensato a momenti di incontro (concerti, presentazioni) per pubblicizzare l’album?

Certamente, oltre ai due sopra citati live, siamo in attesa di confermare alcune date che saranno pubblicate sul nostro sito e sui vari social network.


Line up PHOENIX AGAIN:

Antonio Lorandi: basso acustico
Sergio Lorandi: chitarra acustica
Marco Lorandi: chitarra acustica
Andrea Piccinelli: tastiere
Silvano Silva: batteria e percussioni
Giorgio Lorandi: percussioni e voce

martedì 9 luglio 2019

Giuseppe Scaravilli-"Gli incroci del rock"



Giuseppe Scaravilli-Gli incroci del rock
I grandi gruppi degli anni Settanta”

Giuseppe Scaravilli, soprattutto nel campo della musica progressiva, non ha bisogno di presentazioni, e il suo nome è indissolubilmente legato ai Malibran - band di cui è il leader -, conosciuti anche a livello internazionale per effetto di un cospicuo numero di album realizzati e di svariati concerti italiani ed esteri, performati nel corso di una carriera lunga 30 anni.
Ma ci sono altri aspetti della sua personalità che conducono a differenti arti, e quella di cui mi occupo oggi ha a che fare con la scrittura a tema musicale, mix di elementi storici e vissuto personale.

Genesis alla TV belga nel 1972

Non è la prima volta che accade, e proprio un anno fa Scaravilli pubblicò il libro “Jethro Tull 1968-1978”, evidenziando il suo amore per la band di Ian Anderson, quello che mi ha permesso di conoscerlo personalmente nel 2006, a Novi Ligure, nel corso di una delle tante convention a tema organizzate dal fan club; in quell’occasione l’autore partecipò ad un set acustico nel ruolo di flautista, e l’episodio è raccontato all’interno di questo nuovo lavoro.

Giuseppe Scaravilli e Andrea Vercesi-Novi Ligure, Convention Itullians-2006

Già… cosa ci propone oggi Scaravilli?
Il book appena uscito ha un titolo allettante: “Gli incroci del rock”, e un sottotitolo non meno efficace: ”I grandi gruppi degli anni Settanta”.

Jimmi Page a Earls Court nel 1975

Il primo pensiero che mi è nato spontaneo, dopo la lettura, riguarda la relazione tra i grandi gruppi di quel periodo irripetibile e la categoria di appartenenza, che possiamo sintetizzare con un’unica immagine, quella che riconduce alla “grande famiglia del rock”.
Si è soliti appiccicare etichette e dividere in gruppi e sottogruppi - accade anche con la musica appena nata -, e forse questa può risultare una dicotomia utile per il mondo dei melomani più o meno rigorosi, ma quando pensiamo alla musica dei seventies - e lo dico con cognizione di causa avendo vissuto quel periodo direttamente -, dobbiamo fare riferimento al ROCK, inteso come rivoluzione sonora e di ideali che ha saputo raccogliere elementi molto distanti tra loro, spazio che effettivamente esiste, se ragioniamo ancora una volta in termini di selezione delle categorie.

Ray Shulman con i Gentle Giant nel 1976

Prendiamo banalmente l’indice de “Gli incroci del rock” e, tanto per fare qualche esempio, troveremo la coesistenza dei Led Zeppelin con gli YES, dei The Who con i King Crimson, dei Black Sabbath con i Gentle Giant, dei Free con i Genesis… estrazioni e proposizioni molto lontane tra loro… ma non c’è da meravigliarsi, e basta riflettere su un campione molto più omogeneo (Vdgg, Jethro Tull, ELP, Pink Floyd, ad esempio…) per comprendere quanto fossero diverse le band, caratterizzate da sonorità diventate molto presto peculiarità che le rendevano immediatamente riconoscibili, e la domanda dovrebbe sorgere spontanea: come hanno fatto a nascere e prolificare così tanti ensemble geniali, tutti nello stesso periodo, tutti capaci di creare unicità?
Era l’ambiente stimolante, l’eccitazione che c’era nell’aria e, tanto per citare una frase storica del “maestro” Armando Gallo, “…erano tempi in cui bastava essere giovani e nel posto giusto e si era delle star… ”.

John Wetton nel 1974

Giuseppe Scaravilli ci racconta tutto questo, con il vantaggio derivante dall’essere musicista, e quindi dal saper captare e presentare aspetti da “dietro le quinte”, quelli che non sono concessi a meri fruitori della musica.
Il racconto che ne deriva risulta estremamente fluido, mai pesante, con una suddivisione in capitoli che permette di decidere l’impostazione della lettura, senza il rischio di perdere il filo, trattandosi di artisti coevi.

David Gilmour a Pompei nel 1971

Il mezzo utilizzato è il mix tra l’oggettività storica, la cronologia degli eventi e gli aneddoti, e a tutto questo si aggiunge il giudizio autorevole dell’autore.
C’è spazio quindi per il grande rock e per il prog, come appare chiaro dai nomi già elencati, ma non manca una finestra importante su quanto accaduto in Italia, con sottolineature per gli amori particolari (PFM, Area e soprattutto BANCO), così come si trova un’analisi dei cambiamenti e delle situazioni sociali del periodo, descrizioni che risiedono nei capitoli “Gli scontri per la musica gratis” e “Il festival di Woodstock”.

Ian Gillan nel 1971

Lascio per ultimo l’argomento “Malibran”, ovvero il racconto della vita musicale dell’autore, un obiettivo personale, una passione, un mezzo per l’autorealizzazione e un elemento trainante e motivante che ha permesso a Scaravilli di comprendere musica non propriamente in linea con la sua età, di assimilarla, di trasferirla nei suoi progetti, di studiarla in maniera approfondita, e di regalare al mondo le sue ricerche e i suoi sentimenti.

Paul Rodgers con i Free all'isola di Wight nel 1970

E’ ovviamente un book che si può leggere dimenticando la storia di chi lo ha scritto, nel senso che si può rinunciare a quel tipo di valore aggiunto perché la sola lettura porterà a conoscere cose non sempre note, aspetti spesso nascosti, e come si sa, chi è appassionato di musica è alla costante ricerca di particolari interessanti che consentano la compilazione di un mosaico che, sebbene iniziato lustri addietro, si vorrebbe non finisse mai di essere alimentato attraverso nuove tessere, perché la creazione del mito e della sua storia può creare un discreto stato di benessere a cui non si vuole rinunciare.

Ian Anderson nel 1968

A completamento del racconto Giuseppe Scaravilli propone un ampio inserto fotografico che viaggia in parallelo rispetto al racconto, foto inedite restaurate per l’occasione che delineano la storia delle band, realizzando una seconda modalità di fruizione de “Gli incroci del rock”.

Un grande lavoro, un libro imperdibile, utile al ricordo per i più navigati, necessario alla conoscenza per i più giovani e meno esperti, ma curiosi.





lunedì 8 luglio 2019

QUANAH PARKER: “A Big Francesco” Live at Festival Rock Progressive 2016-2018



QUANAH PARKER “A Big Francesco” Live at Festival Rock Progressive 2016-2018 (Ma.Ra.Cash Records)
Articolo già apparso su MAT 2020 di giugno

I Quanah Parker, in collaborazione con Ma. Fra. Cash Records, rilasciano una chicca, il doppio DVD+CD “A Big Francesco”, che riassume versioni, audio e video, di brani presentati nel corso delle prime tre edizioni del Festival Rock Progressive, tutte organizzate da Giovanni Pirrotta e Riccardo Scivales al Teatro Metropolitano ASTRA di San Donà di Piave (Venezia).

Un solo inedito - “Intrada-Per le scale, inseguendo le Fate!”, che verrà proposto nel prossimo album in studio della band -, a cui si aggiungono i brani più rappresentativi del passato, compreso l’omaggio a Francesco Di Giacomo - “A Big Francesco” -, sgorgato spontaneo nel momento in cui la notizia della prematura dipartita è diventata di dominio pubblico.
Nell’intervista a seguire Riccardo Scivales, leader dei Q.P., racconta nei dettagli motivazioni e aspetti tecnico organizzativi che hanno portato alla nascita di un pregevole cofanetto musicale, dove gli aspetti sonori si mischiano al visual, dando la possibilità di una doppia fruizione dello stesso materiale: l’audio derivante dal CD e lo splendido DVD che permette di vivere in toto la sinossi dei concerti.
Gli aspetti musicali si intersecano con quelli provenienti da arti differenti e la qualità della registrazione porta a vivere appieno l’esperienza live, permettendo di gustare i dettagli e di captare le qualità di musicisti straordinari.

Ho particolarmente gradito i “filmati speciali”, ovvero il focus su tre strumenti - le tastiere di Riccardo Scivales, la chitarra di Giovanni Pirrotta e la batteria di Paolo Ongaro -, con riprese ravvicinate che catapultano direttamente sul palco, cosa abbastanza inusuale nei lavori similari.

Gli album che propongono concerti sono progetti particolari, che permettono di dispensare emozioni che un lavoro in studio normalmente non riesce a dare, ma questo “live” con dedica a Big Francesco è qualcosa di più, un contenitore che regala l’idea di completo abbattimento di limiti spesso imposti dall’ortodossia musicale, quella che favorisce il prolificare di rigidi schemi, magari comodi per una superficiale identificazione, ma non rappresentativi della realtà. La danza, la musica, le parole, le immagini, i comportamenti attorali… tutto è presente in questo superbo lavoro che, per facilità di espressione, inseriamo nel catalogo del Prog, ma che preferirei inquadrare come “musica di estrema qualità”, quella che resta per sempre, quella da lasciare ai posteri, nella speranza che possa mettere salde radici, impossibili da sradicare.

Ma leggiamo il pensiero di Scivales - uno con le idee chiare - che rilascia una delle interviste più dettagliate che abbia mai realizzato…

L’intervista a Riccardo Scivales

Immaginando che ci sia qualche giovane lettore che si affaccia solo ora al mondo del prog e non conosca i QUANAH PARKER, ti chiedo una sintesi della vostra storia, dalle origini sino all’attualità…

Inizialmente, i Quanah Parker sono stati attivi nel 1981-1985, e in tal senso penso che vadano considerati come una delle prime band Neo-Progressive. Questa prima lineup si sciolse per motivi legati soprattutto al servizio militare (allora obbligatorio). Ho poi rifondato la band nel 2005 insieme al chitarrista Giovanni Pirrotta, il batterista Paolo Ongaro, il cantante Andrea Cuzzolin e a un componente della formazione originaria, il bassista Giorgio Salvadego. Nel tempo, hanno poi fatto parte della band alcuni altri elementi, in particolare Elisabetta Montino (nostra cantante dal 2010 al 2018), i bassisti Alberto Palù e Alessandro Simeoni, e il nostro “alternate drummer” Massimiliano Conti nei mesi estivi, quando Paolo Ongaro è impegnato col lavoro. Riguardo al repertorio, è sempre stato formato da nostre composizioni originali, eccetto nel periodo 2005-2013, in cui abbiamo spesso suonato anche in live varie cover di Yes, Rick Wakeman, Jethro Tull e Genesis. Abbiamo partecipato a varie rassegne e festival, come MusicaContinua, Il Giardino, AltroQuando Fest, Woodstock Village, Verona Prog Fest, ecc. Siamo gli ideatori e organizzatori del Festival Rock Progressive (iniziato nel 2016 e giunto ormai alla sua quarta edizione), in cui abbiamo ospitato le band Antilabé, Uneven Mood, Tony Pagliuca Trio, Sezione Frenante, Donella del Monaco & Opus Avantra Ensemble, The Watch, Kerygmatic Project e Syndone. Abbiamo realizzato un “Demovideo DVD” nel 2007, e abbiamo inciso gli album in studio “Quanah!” (co-prodotto con Diplodisc, 2012) e “Suite degli Animali Fantastici” (co-prodotto con M.P. & Records, 2015), accolti molto favorevolmente dalla critica specializzata, con eccellenti riscontri di vendite e una frequente programmazione radiofonica in Italia, Stati Uniti, Brasile e UK, incluse delle trasmissioni interamente dedicate a noi. Il nostro album “Suite…” è stato anche eletto 4° miglior album Prog del 2015 dagli ascoltatori dell’importante programma radiofonico statunitense “Somewhere Between Sunrise & Sunset” (http://somewherebetweensunriseandsunset.blogspot.com/), ora purtroppo non più attivo. A questi due album si è ora aggiunto questo live CD&DVD “A Big Francesco”, co-prodotto con Ma.ra.Cash Records e uscito il 22 marzo 2019.

Ho tra le mani un cofanetto di pregio, CD e DVD che riporta parte di quanto accaduto nelle prime tre edizioni del Festival Rock Progressive da te organizzato con Giovanni Pirrotta: da dove è nata l’idea?

Organizzare i Festival ha richiesto moltissimo lavoro, ma ci ha dato molta soddisfazione artistica e abbiamo ottenuto un grande successo di pubblico, con oltre trecento persone ad ognuno dei primi tre festival. Noi Quanah volevamo documentare tutto questo. Avevamo dei bei video fatti dal nostro bravissimo videomaker Maurizio Sant (LS Production), e da questi era possibile ricavare delle buone registrazioni audio. Massimo Orlandini e Valter Boati, della Ma.Ra.Cash Records, ci hanno contattati per co-produrre e pubblicare questo materiale, e li ringraziamo molto per l’entusiasmo e il bellissimo spirito di collaborazione dimostrati nella realizzazione di questo lavoro. Recentemente è stata fortunosamente ritrovata un’ottima registrazione del brano “Suite degli Animali Fantastici” - che credevamo ormai persa -, e verrà inserita nella ristampa.

Salta subito all’occhio il tributo a Francesco Di Giacomo: puoi entrare nel dettaglio musicale e motivazionale?

L’album prende il nome dal mio brano “A Big Francesco”, scritto praticamente di getto quando appresi la tragica notizia della morte del grande e indimenticato Di Giacomo. Sono cresciuto ascoltando molto la grande musica del Banco e i suoi testi così pieni di poesia, e non mi era mai successo di rimanere così colpito dalla morte di un musicista. Dal punto di vista musicale, il brano è costruito su un pattern ritmico latinoamericano in “6/16+3/8”. L’Intro e il finale sono basati su particolari accordi “sospesi”, e al centro ho inserito una breve citazione strumentale “nascosta” del grandioso tema cantato di “Metamorfosi” del Banco. Come avviene sempre nella musica dei Quanah, anche nella stesura definitiva di questo brano è stato importante l’apporto di tutta la band in fase di arrangiamento: in particolare Giovanni Pirrotta, col suo splendido assolo e il tema conclusivo di chitarra, il drumming potente e fantasioso di Paolo Ongaro, le meravigliose coreografie di Valentina Papa, e più recentemente un bellissimo tema vocalizzato di Andrea Cuzzolin.

Qual è il repertorio espresso nei restanti otto brani?

L’album inizia col pezzo “Intrada-Per le Scale, Inseguendo le Fate!”, che considero una delle nostre cose migliori, e che farà parte del nostro prossimo disco, un concept album sul potere guaritore della musica, ambientato in un castello abitato da varie creature che forniscono al protagonista le risposte alle sue domande. Questo brano ti dà appunto un’idea dell’impronta generale dell’album, per il quale ho già composto le musiche ormai da molto tempo. I cambi di lineup e l’organizzazione dei Festival ci hanno assorbito molto tempo ed energie, e pubblicheremo questo nuovo lavoro non appena troveremo finalmente il tempo di completare gli arrangiamenti e inciderli. Gli altri brani del CD&DVD provengono tutti dal repertorio dei nostri primi due album in studio “Quanah!” e “Suite degli Animali Fantastici”. Alcuni sono brani risalgono al periodo “1981-1985” (e in vari casi sono stati rielaborati dalla formazione attuale), altri appartengono al nostro periodo più recente. In una prospettiva per così dire “storica” riguardo al New Prog, reputo particolarmente importanti “Quanah Parker” e “Death Of A Deer”, in quanto composti nel 1981-1982, e pertanto agli albori del Neo-Progressive. In questo nuovo album live, “Quanah Parker” è praticamente identica alla sua versione originale (datata 1981), mentre “Death Of A Deer” è molto simile alla prima versione (1982, intitolata “The Death Of The Ball Turret Gunner”), ma è stata sviluppata in anni recenti con l’aggiunta di vari elementi importanti e ormai definitivi: una doppia Intro strumentale, un nuovo testo, una “azione scenica” narrata, due temi strumentali inframmezzati agli assolo di tastiere e chitarra, e la toccante coreografia di Valentina, “vestita” da cervo, che si può apprezzare nel DVD. Sempre in questo nuovo album, si può ascoltare/vedere anche una versione “allungata” della nostra fortunata “Suite degli Animali Fantastici”, con l’aggiunta di un bellissimo momento chitarristico “indiano” di Giovanni e di un suggestivo episodio/citazione basato sull’ipnotico riff centrale della gloriosa “Awaken” degli Yes.

Mi parli degli altri aspetti artistici, quelli che coinvolgono la danza e le arti visive in genere?

Ti ringrazio per questa domanda, perché si lega al DVD, che ritengo una parte importantissima di questa produzione. Nel 2016, mentre stavamo preparando la prima edizione del Festival Rock Progressive per il Teatro Metropolitano Astra di San Donà di Piave, pensammo di inserire qualcosa di particolare nel nostro show, così da creare uno spettacolo che fosse veramente “teatrale”. Come è noto, elementi coreografici erano già stati usati da band come Pink Floyd, Banco, Hawkwind, ecc. E qualche anno fa, cercando “cose Prog” su YouTube rimasi affascinato da un video del mio grande ”keyboard hero” Rick Wakeman, che nei suoi tre famosi concerti di presentazione di “The Myths And Legends Of King Arthur…” nel 1975 a Wembley utilizzò appunto una ballerina sul ghiaccio, con risultati a mio avviso meravigliosi (vedi www.youtube.com/watch?v=CL9NJh_0oy4 da min. 1:08). Sulla base di questo esempio, noi Quanah abbiamo chiamato la danzatrice Valentina Papa e inserito le sue coreografie in alcuni brani (o in parti di essi). Penso che questa combinazione di musica e danza ci abbia dato una particolare identità, e chiarisco subito che la danza nei Quanah non è ovviamente intesa come un semplice “ballare a tempo” e secondo schemi consueti, ma come un elemento integrato, non secondario, che vuole per così dire “impersonificare” determinati momenti della nostra musica. Stando alle recensioni finora ricevute, questa cosa è stata molto apprezzata, e c’è chi ha parlato di coreografie “emozionanti e graziose”, come “una farfalla che disegna geometrie nell’aria” (Massimo Salari). Valentina è sempre alla ricerca di nuove soluzioni che “esprimano” al meglio determinati momenti dei nostri brani, e nel secondo Festival si è inventata anche uno spettacolare gioco con dei lunghi nastri, come si può vedere nel DVD e anche in questo video (www.youtube.com/watch?v=sJRoYD1lnjY) ripreso da una persona del pubblico.  L’idea di base, insomma, è cercare di creare un insieme integrato di musica, coreografie e scenografie che immerga lo spettatore in un’esperienza multimediale, e questo ovviamente è realizzabile soprattutto in un contesto teatrale. Per quanto riguarda le arti visive, i fondali video abbiamo cominciato a usarli a partire dal 2007, ad esempio nell’importante rassegna “MusicaContinua” organizzata da Alessandro Pizzin all’Hotel Bologna di Mestre (Venezia). Nel primo dei Festival Rock Progressive documentati da questo DVD, i fondali video in movimento sono stati scelti dal nostro bassista Alberto Palù, che è riuscito brillantemente nel difficile compito di creare una bellissima sequenza per il brano “Suite…”, che è lungo circa mezzora. Nel secondo Festival, invece, i fondali scenografici sono stati curati da me e Maurizio Sant. Siccome la nostra musica tratta spesso temi naturalistici, ho scelto soprattutto dei suggestivi quadri di grandi paesaggisti americani e li ho passati a Maurizio, che come documentato dal DVD ha fatto un lavoro semplicemente magistrale di editing, montaggio e proiezione. Nel terzo Festival purtroppo non è ci stato possibile usare fondali video scenografici, ma in quell’edizione Maurizio aveva numerose videocamere a disposizione, e ha realizzato lo splendido lavoro di montaggio e regia che puoi vedere nel DVD (ad esempio qui www.youtube.com/watch?v=Cyj6lw-Qhac). Sempre restando all’aspetto visivo, negli spettacoli documentati nel DVD sono stati fondamentali anche i costumi di scena realizzati da Elisabetta e Valentina. E un ulteriore elemento, nel secondo Festival, sono state le narrazioni introduttive ai brani, magnificamente interpretate da Elisabetta.

Come è nata la grafica?

E’ nata da una mia idea e dalla passione che ho sempre avuto per i cavalli bianchi, e più in particolare per le creature mitologiche e fantastiche come i cavalli alati e/o marini. Non a caso, il nostro primo album “Quanah!” si apre col mio brano pianistico “Chant Of The Sea-Horse”, che nel 1995 è stato pubblicato anche a stampa nell’importante rivista musicale statunitense “Keyboard Classics & Piano Stylist”, e per il quale ho avuto l’immenso onore di ricevere una generosa lettera di congratulazioni dal pianista jazz Dick Hyman, grandissimo musicista che tra le sue tante realizzazioni nel 1969 ha inciso anche uno dei primissimi LP di “solo Moog”, il pioneristico Moog - The Electric Eclectics Of Dick Hyman, contenente lo straordinario brano “The Minotaur” (www.youtube.com/watch?v=1uuv5gNRVbQ), che all’epoca diventò subito una hit e fu senz’altro molto influente su tanti tastieristi. Nel mio “Chant Of The Sea-Horse”, il cavallo in questione può essere inteso sia come un cavalluccio marino che come una creatura fantastica tipica della mitologia celtica (e anche di altre culture), cioè un cavallo alato che nuota nelle acque di mare, fiumi e laghi. Partendo da questa idea, io e Maurizio Sant abbiamo impostato insieme la grafica appunto sulla figura di un meraviglioso cavallo bianco e alato, che vuole simboleggiare la Bellezza e la dimensione magica e fantastica insita nella musica, e che per così dire “abbraccia” e “protegge” dall’alto tutta la nostra band. Maurizio ha quindi completato il lavoro in modo splendido. Lo ringraziamo molto per questo, perché la grafica di questo album ci sembra davvero un gioiellino.

All’interno del DVD esiste una sezione apposita che riprende alcuni di voi molto da vicino, dando l’idea del contatto diretto con l’artista: come avete progettato questa sezione?

Nelle edizioni 2017 e 2018 del Festival, Maurizio Sant aveva a disposizione varie videocamere, e alcune di queste riprendevano alcuni di noi molto da vicino e da fondo palco. Mi sembrava carino inserire questi From the Musicians “Special VideoClips” (vedi ad esempio www.youtube.com/watch?v=B5d4W5-N5V0), per dare agli spettatori del DVD l’emozione di “vivere” in qualche modo il concerto dal palco, guardando il pubblico, come fossero essi stessi dei musicisti. Ancora una volta, ringraziamo Maurizio per aver concretizzato così bene questa idea.   

Chi ha curato la produzione e come avverrà la distribuzione?

Questo CD+DVD è stato co-prodotto da noi e la Ma.ra.Cash Records. In Italia è distribuito da Self, che lo metterà nei più importanti negozi italiani, e soprattutto in quelli delle catene Feltrinelli e Mondadori. E siamo orgogliosi di dirti che a breve distanza dalla sua uscita è già stato acquistato un po’ in tutto il mondo.

Rispetto alla formazione presentata nei concerti qualcosa è cambiato: puoi raccontarmi l’evoluzione della lineup?

Come sai, i Quanah sono attivi ormai da molti anni, e come accade in molte band, è purtroppo inevitabile che prima o poi ci siano dei cambiamenti di formazione dovuti ai più svariati motivi, e non solo artistici. Ad esempio, per motivi di lavoro e studio, inclusi momentanei o definitivi trasferimenti all’estero, hanno dovuto lasciarci i due bravissimi bassisti Alberto Palù ed Alessandro Simeoni. Ora è con noi un altro ottimo bassista, Mariano Duca, e anche con lui è una vera gioia lavorare insieme! Da settembre 2018, alla voce c’è Andrea Cuzzolin (già nostro splendido cantante e chitarrista ritmico nel 2005-2009), che nonostante i suoi molti impegni resterà con noi fino a quando non troveremo una nuova voce femminile. Andrea ha una notevolissima estensione vocale, ma ovviamente non può coprire tutti i registri femminili usati ad esempio nella “Suite…”. Pertanto, in questo periodo abbiamo sperimentato in alcuni brani dei nuovi cantati a “doppia voce maschile e femminile”, realizzati da Andrea e Valentina. Questa “lineup 2019” dei Quanah con Mariano, Andrea e la doppia voce ha già dato ottima prova di sé al quarto Festival Rock Progressive, svoltosi in marzo allo Spazio Zenit di San Donà di Piave. Infine, sempre riguardo all’evoluzione della nostra lineup, ci tengo a sottolineare che anche nei rari casi in cui nella “famiglia Quanah” si sono verificate eventuali incomprensioni o divergenze artistiche, non rinnego nulla del passato, e ringrazio comunque tutte le persone che negli anni hanno cercato di dare il meglio di sé nella band.

Avete programmato momenti di pubblicizzazione, concerti o presentazioni?

Naturalmente stiamo programmando una serie di concerti per presentare il nostro Live. Ma come certamente saprai, non è facile suonare oggi in Italia. I locali preferiscono far suonare cover band rispetto alle band che presentano musica propria. Comunque stiamo puntando ai festival. Sicuramente saremo in quello di Piacenza, poi abbiamo altri contatti. Attualmente siamo in attesa di conferma per alcuni concerti estivi ed autunnali in Lombardia, con uno spettacolo che vedrà l’inserimento di narrati registrati da un mio vecchio amico, il grande doppiatore e speaker Andrea Piovan. Posso inoltre dirti che cercheremo di proseguire il Festival Rock Progressive, anche se questa è una cosa molto impegnativa a livello organizzativo, che richiede una gran mole di lavoro di preparazione e ha inevitabilmente rallentato altre attività della band, ad esempio la realizzazione del nostro terzo album in studio. C’è però una cosa molto incoraggiante e che ci dà molta forza e fiducia: come è già avvenuto con i nostri primi due album, anche per “A Big Francesco” stiamo ricevendo delle splendide recensioni un po’ da tutto il mondo. E in questi giorni sono uscite anche delle nuove bellissime recensioni per i nostri due album precedenti. Siamo molto onorati della stima espressa nei nostri confronti da tanti fan ed esperti di Progressive. E qui voglio menzionare in particolare il grande Gianmaria Zanier, infaticabile animatore del gruppo Facebook Prog 2.0 insieme ad Anna Biscari e Paolo Sampietro. Gianmaria ha anche presentato splendidamente la quarta edizione del nostro Festival, e dopo che ha trasmesso tante volte e con tanto entusiasmo la nostra musica nella sua favolosa trasmissione webradio “PROG & Dintorni”, è stato meraviglioso e molto emozionante conoscerlo di persona.

Come e dove si può acquistare “A Big Francesco”-Live at Festival Rock Progressive, 2016-2018?

Come ti dicevo, questo CD+DVD è distribuito in Italia da Self, che lo metterà nei più importanti negozi italiani e soprattutto nei negozi delle catene Feltrinelli e Mondadori. Oltre a questo, tramite la nostra etichetta Ma.Ra.Cash sarà anche disponibile in Amazon, Ibis e Bandcamp oltre che negli store di Ma.Ra.Cash (http://store.maracash.com) e del Camelot Club Store (http://camelotstore.maracash.com/). Ovviamente siamo disponibili anche sugli store digitali per download e streaming. Lo siamo su oltre 75 piattaforme del mondo, comprese ovviamente le più importanti: YouTube, Spotify, Apple Store, ecc. Tutto questo spero permetta, insieme alle recensioni di giornali e web magazine (che mi auguro continuino ad essere sempre positive!), di far conoscere la nostra musica e i nostri progetti.
Da parte mia e di tutti noi Quanah, un grazie speciale per questa intervista, Athos, e grazie sempre per tutto il lavoro assolutamente prezioso che svolgi da tanto tempo per la Musica che amiamo. Prog on!


CD Tracks:
1)Intrada - Per le scale, inseguendo le Fate! (Scivales)
2)A Big Francesco (Scivales)
3)Death Of A Deer (Scivales)
4)Asleep (Scivales)
5)Quanah Parker (Scivales-Noè)
6)Sailor Song (Scivales-Noè)
7)After The Rain (Scivales)
8)Silly Fairy Tale (Scivales)
9)Suite degli Animali Fantastici (Scivales-Monti): Risveglio Onirico; Danza di un Mattino; Interludio Notturno; Déjà Vu Fantastico; Luci dagli Abissi; Cantico Marino; Animale Multiforme; Ritorno alla Mente

DVD Tracks:
le stesse 9 tracks del CD (nello stesso ordine) più questi tre “From The Stage” Special Videoclips, ognuno di essi dedicato a tastiere, chitarra, e batteria:
10)Riccardo Scivales “KeysSpecial”
11)Giovanni Pirrotta “GuitarSpecial”
12)Paolo Ongaro “DrumsSpecial”


Line-up:
Riccardo Scivales - tastiere
Giovanni Pirrotta - chitarra elettrica
Elisabetta Montino – voce, narrazioni, costumi di scena
Valentina Papa - danza e coreografie
Paolo Ongaro – batteria
Alessandro Simeoni - bass (tracks 1-8)
Alberto Palù - bass (track 9), e selezione ed editing dei fondali scenografici video       della track 9