mercoledì 19 febbraio 2020

The Flock

Tra i miei vinili antichi ce n’era uno dalla copertina non comune, che riportava al mondo di Roger Dean.
Il titolo era “Dinosaur Swamps”, ed il gruppo si chiamava The Flock.



The Flock fu una band di jazz rock che svolse la propria attività dal 1969 al 1971.
Il gruppo venne lanciato da John Mayall in un piccolo bar a Las Vegas.
Tra i fondatori della band rientra il violinista jazz/rock, Jerry Goodman.
Goodman incise a Chicago con la band un album cerebrale, "Flock "(CBS, 1969), infarcito di monumentali assoli - che si ispiravano al jazz, al blues, alla musica classica, al musichall, alla musica tzigana - e di ballad complesse che mescolano "fatiche" fiatistiche da big band, sferzanti rhythm and blues, chitarrismi heavy e vocalizzi blues.

I Flock ebbero vita breve, e si sciolsero dopo "Dinosaur Swamps" (CBS, 1971), quando Goodman venne assunto da John McLaughlin per formare quella che diventerà la Mahavishnu Orchestra.
Nel 1975 il membro fondatore Fred Glickstein tenta di ridar vita nuovamente al gruppo rifondandolo e incidendo un album che non avrà alcun seguito, "Inside Out".

Discografia:

1969 - The Flock
1970 - Dinosaur Swamps
1975 - Inside Out




martedì 18 febbraio 2020

Yoko Ono celebra gli 87 anni!


Il 18 febbraio del 1933  nasceva Yoko Ono, che arriva quindi alla considerevole età di 87 anni.
Per ricordarla utilizzo un mio vecchio post...

Leggendo il libro “Rock Notes-I grandi songwriters si raccontano”, del cantautore e critico americano Paul Zollo, sono “incappato” in alcune figure mai approfondite, come David Byrne, John Fogerty, Leonard Choen e altri.
I libri dedicati alle interviste (non solo musicali) sono quelli che preferisco, perché trovo che domande intelligenti possano far emergere ed esaltare lati poco noti degli artisti posti sotto i riflettori. Ma alcune immagini sono per me più forti di altre e alcuni personaggi mi intrigano maggiormente.
All’interno di questo libro ho trovato una notissima e controversa figura che ha colpito la fantasia di tutti gli appassionati di musica della mia generazione.
Parlo di Yoko Ono, che istintivamente ho sempre "rifiutato", per via del condizionamento che ho subito attraverso i media.
Ciò che mi è sempre “arrivato” è la negatività di questa donna, a cui molti hanno imputato lo scioglimento dei Beatles.
Ovviamente non ho né i mezzi né le informazioni per giudicare, e la mia antipatia antica era basata su di un feeling comune che avevo fatto mio.
Nemmeno adesso posseggo la verità, ma razionalmente mi piacerebbe fornire un’immagine oggettiva per inquadrare il reale valore artistico, musicale, di questa ormai anziana signora.
Nessuna biografia, nessuna storia già ascoltata e nessun nuovo “reperto”, ma per la prima volta ho “sentito” la sua voce e mi piace riproporre il suo pensiero, sollecitato da alcune domande di Zollo.
La cosa su cui mi sono soffermato, come premessa all’intervista (antica), è una poesia che fa parte del disco “The Season of Glass”, lavoro uscito dopo la morte di Lennon:

Passa la primavera
e ci si ricorda della propria innocenza
passa l’estate
e ci si ricorda della propria esuberanza
passa l’autunno
e ci si ricorda della propria venerazione
passa l’inverno
e ci si ricorda della propria perseveranza.
C’è una stagione che non passa mai
Ed è la stagione del vetro

Leggendo l’intervista, realizzata nel 1992 a New York, si apprendono alcuni importanti aspetti legati al disco ed alla grafica proposta in copertina.

“Season of Glass”è stato un disco molto potente, e molto significativo per un sacco di persone, quando è uscito.
Quando ho fatto “Season of Glass” mi sentivo come se stessi camminando sott’acqua o qualcosa del genere, quindi non ne sapevo davvero nulla della reazione della gente.

Ho sentito che la tua casa discografica è rimasta sconcertata dal fatto che tu abbia voluto usare quella foto di copertina con gli occhiali di John schizzati di sangue.
Oh sì, molto!



Ho letto di recente che nella Germania nazista, come atto di crudeltà, spedivano gli occhiali sporchi di sangue degli uomini uccisi alle loro mogli.
Davvero? E’ terribile. Ma non è simbolico tutto questo? Vedi, ecco che voglio dire, quando mi viene l’ispirazione di fare qualcosa del genere, io lo faccio, perchè penso che ci sia qualcosa che mi sfugge. Mi sono anche arrabbiata. Insomma, io stavo raccontando quello che mi era successo, e non mi era certa successa una cosa bella!

La poesia intitolata”Season of Glass”, sul retro della copertina dell’album, è bellissima e triste. Hai mai pensato di farla diventare una canzone?
Ci ho pensato, ma non credo di esserne in grado. Non lo so.

In quella poesia hai scritto:” C’è una stagione che non passa mai ed è la stagione del vetro”, che riecheggia lo stato d’animo provato da tanti, dopo la morte di John, l’idea che questa sia un’epoca destinata a non passare mai. Pensi che siamo ancora nella stessa stagione del vetro?
Non lo so, perché forse in qualche modo parlavo di qualcosa al di là della morte di John. Allora, naturalmente, stavo raccontando la mia esperienza personale. Ma proprio adesso sto realizzando un’opera per una mostra su una famiglia seduta in un parco al momento del “meltdown” atomico, e quello a cui pensavo era un “meltdown” della razza umana e della specie in pericolo. E qualcuno mi ha detto che sembrava parlare anche del genocidio. Perciò è come se la stagione del vetro fosse ancora qui, in tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati al punto in cui non ci siano più … occhiali sporchi di sangue.

Uno dei messaggi positivi che hai espresso, e che penso la gente non abbia colto, è che sul retro della copertina di “Season…”, il bicchiere d’acqua, che in copertina è mezzo vuoto, lì è pieno.
Sì. Oh, vuoi dire che ci hai fatto caso? Sono in pochissimi ad averlo notato.

Pensi che i tuoi messaggi positivi siano stati spesso trascurati?
Beh, alcuni li hanno colti ed altri no, dipende anche dalla persona. Voglio dire, tu ti sei accorto di qualcosa, giusto? Ma la maggior parte della gente no. 

La verità contenuta nella poesia rimane costante, inalterata nonostante lo scorrere del tempo. Emerge in modo mirabile quello che stavano provando milioni di persone in tutto il mondo durante in momenti cupi seguiti a quel giorno nerissimo del dicembre 1980, quando John Lennon morì. Era quella una stagione destinata a non passare, una tragedia che non sarebbe stata banalizzata nel tempo, una ferita che non sarebbe guarita. E in un certo senso non si voleva che accadesse.






domenica 16 febbraio 2020

Vittorio Nocenzi si esprime sul Festival di Sanremo



La settimana dedicata al Festival di Sanremo ha portato le solite discussioni, questa volta alimentate, anche, da atti clamorosi - se rapportati a quella che molti definiscono la “sacralità dell’evento” -, azioni che hanno visto come protagonisti figuri a cui non voglio contribuire nel fare pubblicità, e che quindi non nominerò.
Né vorrei dare giudizi, perché non potrei dare alcun valore aggiunto alla discussione e, soprattutto, perché non conosco l’argomento, avendo passato la settimana di Sanremo ascoltando musica, quella con la M maiuscola.

Una delle grandi occasioni del periodo in questione, me l’ha fornita il concerto genovese del Banco del Mutuo Soccorso, a cui ho avuto la fortuna di assistere in posizione privilegiata, direttamente dal palco.
Nell’occasione, il fondatore Vittorio Nocenzi, si è soffermato su svariati argomenti e, nonostante il buon proposito di non polemizzare, si è giustamente lasciato andare a sottolineature e commenti su argomenti vari, tra il sociale e il personale.

Tra i tanti topic non poteva mancare il mitico Festival visto che stava andando in scena in contemporanea, a pochi chilometri di distanza.

Ecco il suo pensiero, sintetizzato in un paio di minuti…

venerdì 14 febbraio 2020

Atomic Rooster



Gli Atomic Rooster nascono nel 1969 su iniziativa di Vincent Crane e Carl Palmer, che già suonavano insieme nei Crazy World di Arthur Brown.
A Crane (tastierista) e Palmer (batterista) si aggrega il bassista Nick Graham.
Così assestato il trio incide il suo primo disco, che porta come titolo il loro stesso nome, e che la critica considera il loro miglior lavoro.
La musica è riconducibile a un certo rock duro con risvolti satanici (modello che riprenderanno poco dopo i Black Sabbath).
Subito dopo l’incisione, a breve distanza l’uno dall’altro, Graham e Palmer se ne vanno.
Palmer raggiungerà Keith Emerson e Greg Lake per dare vita ad uno dei più famosi gruppi di rock progressivo degli anni ‘70.
Crane raduna attorno a sé altri musicisti e prosegue azzeccando nel 1971 un paio di brani che, oltre ad accrescere la fama del gruppo, regalano un certo riscontro commerciale.
Dura poco però. I dischi che seguono non si discostano molto dalla sufficienza, ma le difficoltà sono soprattutto di carattere personale, a causa dei disturbi caratteriali di Crane che lo portano a cambiare in continuazione i musicisti attorno a sé. In tal modo non si crea il necessario affiatamento e la qualità del gruppo scade sempre più.
Per di più nel 1975, durante una tournée degli Atomic Rooster in Italia, Crane si defila con la cassa, piantando in asso gli altri.
Tra i musicisti rimasti a piedi si trova Rick Parnell, batterista, che deciderà di conseguenza di fermarsi in Italia e finirà per suonare prima con i Nova e poi con i New Trolls.
Da ricordare come artisti di passaggio Ginger Baker (batterista, ex Cream) e Chris Farlowe, cantante che raggiungerà una certa fama collaborando con altri musicisti celebri (notevoli soprattutto le sue prestazioni nei Colosseum).


Gli anni succesivi vedranno Vincente Crane coinvolto in diversi progetti, tra i quali un altro album con Arthur Brown e una collaborazione con Peter Green, oltre alla partecipazione al musical Rocky Horror Show.
Tra il 1984 e il 1986 entrerà a far parte dei Dexy's Midnight Runners coi quali andrà in tour in Europa. Ma la sua vita turbolenta e i problemi psichiatrici lo porteranno al suicidio nel febbraio del 1989.





giovedì 13 febbraio 2020

I Rare Bird in classifica: era il 1970


Nell'anno 1970 imperversavano i 45 giri.
La Hit Parade italiana era molto seguita e comprendeva i cantanti più disparati, da Modugno a Battisti, dai Beatles a Simon and Garfunkel, da Morandi a Endrigo.
La top 100, ovvero la classifica dei 100 dischi più venduti nel corso dell'anno, vide al dodicesimo posto assoluto il brano "Sympathy", dei Rare Bird, che toccarono anche il secondo posto.

Un pò di storia...

Il gruppo nasce nel 1968 su iniziativa di Graham Field, che inserisce un annuncio su una rivista musicale per trovare altri musicisti; dall'incontro con Dave Kaffinetti nascono i Lunch che con l'ingresso di Steve Gould Mark Ashton e diventano i Rare Bird.
Ottenuto un contratto discografico con la Charisma Records (etichetta fondata da Tony Stratton-Smith) pubblicano il primo album omonimo.
Dall'album viene tratta, come 45 giri, la canzone "Sympathy", che diventa un successo mondiale vendendo, in tutto il 1970, oltre un milione di copie.
In Italia la canzone, tradotta da Daniele Pace in "L'umanità", viene incisa da Caterina Caselli, ma il successo della versione originale dei Rare Bird oscura quella dell'ex casco d'oro.
Dopo altri album, vicini al rock progressivo ma senza più il successo degli inizi, il gruppo si scioglie alla fine del 1975.

Ascoltiamoli...




lunedì 10 febbraio 2020

Clapton, Harrison e le canzoni d'amore


Non apprezzo in genere le canzoni d'amore, quelle fatte per vendere musica. In fondo cosa ci vuole a scrivere una canzone d'amore... falsa?! Potrei scriverne dieci al giorno, ma poi avrei vergogna a proporle.
Altra cosa è l'esigenza di comporre un testo che nasce da esperienze di vita, il che significa, nel caso del mondo delle sette note, realizzare qualcosa per il gusto di fissare per sempre un momento, felice o doloroso, gridarlo al mondo o tenerlo entro e quattro mura. 
Se poi si è artisti veri è conveniente per tutti che certe perle vengano a galla, e se poi arricchisce chi le inventa poco male, visto che sicuramente arricchiranno, nell'animo, anche chi ne usufruisce. Provo a esemplificare con fatti concreti.
Il dialogo a seguire è noto ai più, almeno a quelli che seguono le "cose musicali", ma è da brividi, per ciò che poi ne è scaturito. 
Le parole  sono di Pattie Boyd, ex moglie di George Harrison, e successivamente compagna di Eric Clapton.


Pattie dalle lunghe gambe, dal magnifico seno e dal nasino all'insù. Allora lui tirò fuori un pacchetto dalla tasca e glielo mostrò: “se non fuggi con me allora prendo questa”; "che cos'è?", "Eroina". "Non fare lo stupido", "No, è proprio così, è finita".


Poi l'innamorato respinto se ne andò, "...e non lo vidi più per tre anni: fece quel che aveva minacciato, diventò schiavo dell'eroina. Ma lui e noi tutti prendevamo già un sacco di roba: cocaina, marijuana, stimolanti, tranquillanti...". "Noi tutti".

Pattie Boyd e il suo amante (alla fine non lo respinse più) Eric Clapton, che per lei compose "Layla"; e suo marito George Harrison, poeta dei Beatles che per lei compose invece "Something", 150 versioni in 40 anni, secondo Frank Sinatra "la più bella canzone d'amore mai composta in tutti i tempi". "Layla" di Clapton, "Something" di Harrison, scusate se è poco.


Layla

Cosa fai quando ti senti sola
e non hai nessuno al tuo fianco?
Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo
Sai é solo a causa del tuo stupido orgoglio

Layla, hai me in ginocchio
Layla, sto elemosinando, tesoro ti prego
Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho cercato di consolarti
Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata
Come un pazzo, mi sono innamorato di te
Hai girato il mio mondo sottosopra

Prendiamo il meglio da questa situazione
prima che diventi matto
Ti prego non dire che non troveremo mai una via d'uscita
e che il mio amore è vano



Something

C'è qualcosa nel modo in cui si muove
che mi attira come non è mai accaduto prima con altre ragazze
c'è qualcosa nel modo in cui mi corteggia

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora

da qualche parte, nel suo sorriso, lei sa
che io non ho bisogno di nessun'altra amante
c'è qualcosa nel suo stile che mi rivela

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora

Mi stai chiedendo se il mio amore crescerà
non lo so, non lo so
tu non ti muovi ora e questo non puo' che dimostrare
che io non lo so, non lo so

C'è qualcosa in lei
e tutto ciò che devo fare è pensare a lei
c'è qualcosa nelle cose che mi mostra

Non voglio lasciarla ora
tu sai che io credo in lei ora



giovedì 6 febbraio 2020

Banco del Mutuo Soccorso (e Il Segno Del Comando) in concerto al Politeama di Genova, 5 febbraio 2020

Fotografie di Enrico Rolandi

Una serata davvero significativa quella che ha visto il Banco del Mutuo Soccorso in concerto a Genova, al Teatro Politeama, il 5 di febbraio.
Molti i motivi di interesse, tra cuore, memoria e attualità. Provo a riassumere.
L’ultima apparizione del BANCO risaliva all’8 luglio del 2013, Arena del Mare, Porto Antico.


Una situazione inusuale, un’esibizione unplugged che aveva come protagonisti tre musicisti presenti anche in questa nuova occasione (Vittorio Nocenzi, Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già) con l’aggiunta di Francesco Di Giacomo. Rodolfo Maltese non faceva parte di quella lineup, ma era ancora tra noi.

In sette anni il mondo del BANCO si è trasformato, così come il contesto più generale.
Non mi devo inventare nulla, né proporre alcuna decodificazione di terzi o pensiero personale, perché è lo stesso Vittorio che, pochi minuti prima del concerto, delinea l’immagine del BMS relativa a questo periodo carico di cambiamenti: a seguire propongo la nostra video intervista che, in quindici minuti, disegna un quadro preciso che, partendo dal recente passato, si spinge verso un orizzonte futuro, quella linea irraggiungibile che nel corso della performance, tra parole e musica, è stata da lui definita necessaria, perché induce al cammino, ad una continua ricerca di un obiettivo da raggiungere.

Questa la premessa di un evento molto partecipato, che ha entusiasmato i presenti, non solo quelli agè. A questo proposito credo sia caratterizzante raccontare qualcosa che difficilmente avviene nel corso dei concerti: la gentile manager della band, Lorella Brambilla, ha pensato di posizionare direttamente sul palco una decina di sedie dedicate ad alcuni addetti ai lavori, e da quella posizione privilegiata ho assistito al concerto (una bella idea, quando lo spazio lo consente). Lorella, osservando gli spettatori delle prime file si è accorta che alcuni di loro cantavano assieme a Tony D’Alessio, segno di una approfondita conoscenza dei brani, ma la cosa sorprendente è che tra i “cantanti” c’era un giovanissimo, che lei ha “prelevato” dalla sua posizione e fatto sedere on stage, molto vicino ai suoi beniamini. Immagino che il ragazzo non dimenticherà mai più quanto accaduto!


L’esibizione del BANCO è stata preceduta da un intervento di Mox Cristadoro e da un rapido set musicale de Il Segno Del Comando.

Quindici minuti per permettere a Mox di presentare il suo ultimo libro, “Route 69. Il 1969 a 33 giri”, un’indagine accurata di un anno cardine, raccontato attraverso gli importanti vinili rilasciati in quell’anno.
Vale la pena approfondire, e la pillola video che presento dovrebbe invogliare i più curiosi:


La sezione musicale si apre con la breve esecuzione de Il Segno Del Comando - 25 minuti - a cui non potuto assistere; Enrico Meloni, collaboratore di MAT2020, è venuto in mio soccorso: suo il commento e il filmato:

Terzo concerto de Il Segno Del Comando in meno di un anno… questo sì che è lusso! La notizia dell’aggiunta della band genovese al già ricchissimo piatto (leggi: il ritorno del Banco a Genova) arriva a circa un mese di distanza dal concerto, per il quale avevo acquistato il biglietto… a fine settembre 2019! Tanta era l’attesa. Capirete bene che quando ho saputo dell’aggiunta di una band di supporto (e che band!) ero molto entusiasta.
Vedere i nostri su un palco così grande fa uno strano effetto, devo ammetterlo. Sarà che le volte scorse si è sempre trattato di piccoli club o sale concerti più raccolte, e sicuramente avendo sei (sei sei) componenti, lo spazio viene anche riempito abbastanza bene. Eppure… credo che diano il meglio in contesti più intimi e meno “ingessati”. Il teatro è sì affascinante ma equivale al dover stare seduti. Il che a volte cozza un po’ con alcune proposte musicali.

Si parte in quarta con la prima canzone dell’ultimo bellissimo “L’incanto dello zero”, “Il calice dell’oblio”, e i suoni ahimè non sono dei migliori. Situazione che verrà recuperata completamente con le due successive canzoni, “Nel labirinto spirituale” (sempre dall’ultimo album) e la mitica “La taverna dell’angelo”, tratta dallo storico primo album, di recente ristampato dalla Black Widow Records.
Tempo di salutare i presenti e ci si avvia verso il cambio palco.

Una proposta così articolata ha senz’altro bisogno di più tempo affinché si crei una certa magia tra band e pubblico (come descritto ampiamente nel mio report del concerto del 22 novembre a La Claque: http://mat2020.blogspot.com/2019/11/runaway-totem-il-segno-del-comando.html), e la posizione sicuramente prestigiosa di opener del Banco del Mutuo Soccorso a mio avviso ha in realtà svantaggiato Diego Banchero e soci, che si sono trovati a dover eseguire una manciata di canzoni (di cui personalmente all’ultima, per quanto bellissima e dal grande effetto, avrei preferito magari uno o addirittura due pezzi più brevi… ma sono gusti personali) anziché avere il tempo a disposizione per creare la magia di cui sono capaci.
Conosco, e non sono il solo ovviamente, il reale valore di una band compatta, precisa e di grande impatto come Il Segno del Comando, valore che in altre situazioni la band ha avuto tempo e modo di esprimere più compiutamente, e quindi non vedo l’ora di gustarmi un bel concertone di una delle mie band preferite con la dovuta calma e qualche canzone in più.

Nel video l’intervista a Diego Banchero e il brano “Nel Labirinto Spirituale”, registrato da Enrico.


Mentre Il Segno Del Comando si esibiva, Vittorio Nocenzi raccontava…


E arriva il momento tanto aspettato, quello in cui entra in scena il BANCO, per una performance che da queste parti si aspetta da molto tempo, ed è lecito pensare che alcuni dei presenti possano essere arrivati col piglio di chi vuol vedere cosa vale questo nuova formazione, priva di parte dell’originaria spina dorsale.
A giudicare dall’entusiasmo suscitato il mini-esame è stato superato a pieni voti, e personalmente la cosa che più mi ha colpito è l’energia contagiosa che la band è in grado di produrre.
Un set vario, tra passato estremo e presente, come dimostra la scaletta:


Vittorio appare in gran forma, e colpisce la sua voglia di dialogare, di trovare un contatto con la platea, di mettere in comune frammenti di una vita, creando con i presenti un rapporto osmotico che in passato veniva guidato principalmente da Francesco Di Giacomo.
La sua esigenza di perfezione esecutiva lo porta a condurre con determinazione un ensemble di professionisti capace di creare un sound inimitabile.

Vale la pena ricordare la nuova formazione, che oltre al fondatore, Vittorio Nocenzi (che suona tutte le tastiere possibili) propone Filippo Marcheggiani (giovane chitarrista, ma con il gruppo dal 1994), Nicola Di Già (chitarrista, presente dal 2013), Marco Capozi (bassista, dal 2016), Fabio Moresco (batteria, dal 2017) e… lascio per ultimo il vocalist Tony D’Alessio (dal 2016).
È proprio Tony lo snodo, perché non esiste nulla come la voce che possa definire la tipizzazione di una band, il brand che la fa riconoscere all’impatto, e se poi la timbrica - e la personalità - è quella di un certo Di Giacomo, beh, il compito sostitutivo si fa arduo!
E invece no, D’Alessio non si propone come clone di un altro, e la sua genuinità e il suo talento conquistano i presenti. A titolo esemplificativo il commento di un amico: “Ero scettico, mi sono ricreduto… potenza vocale e scenica di notevole spessore!”.

E poi una sezione ritmica da paura, che ho ascoltato per la prima volta dal vivo.
Essendo praticamente accanto a Marcheggiani ho potuto vedere nei dettagli il suo gran lavoro da palco, complementare a quello di Di Già, con una suddivisione dei compiti ritmici e solistici, segno di eclettismo e skills di prim’ordine.

Ma è il risultato nel suo insieme che colpisce, una musica di estrema qualità che, se fosse proposta alle nuove generazioni, produrrebbe probabilmente tanti giovani come quello che si è distinto in questa serata genovese (mi pare Francesco…).

Vittorio, nei suoi monologhi, nonostante il dichiarato impegno a non polemizzare, fa fatica a trattenersi, evidenziando alcune negatività sociali e culturali sotto agli occhi di tutti.
Io, pensando al futuro, amo utilizzare una frase di un grande fan del BANCO, Antonello Giovannelli, che spiega così al figlio cosa sia la musica progressiva: “La musica che attualmente ascoltano i giovani è fatta per muovere il culo e interagire con il prossimo, quella progressive è fatta per muovere il cervello e interagire con sé stessi!”.

Ma più di ogni mio pensiero vale la musica, quella che ho potuto catturare da una visuale precisa, un lato del palco, un luogo in cui ho vissuto una serata che non dimenticherò.



mercoledì 5 febbraio 2020

Intervista a Fabio Garante in occasione dell'uscita del suo ultimo album, "Freedom"


È uscito il nuovo album di Fabio Garante, "Freedom”.
Per saperne di più ho indagato un po' utilizzando qualche domanda mirata…

Partiamo dalla tua storia: che tipo di formazione hai avuto e come sei arrivato al tuo strumento, la chitarra?

Allo strumento non sono arrivato prestissimo, l’ho notato comunque quando avevo circa 10 anni, diciamo che quando vedevo un gruppo suonare mi focalizzavo sul chitarrista; ho giocato a calcio per molti anni e dopo varie rotture (intendo proprio ossa) e altro ho deciso di cambiare radicalmente vita dedicandomi alla musica (che comunque ho sempre ascoltato e apprezzato). A quel punto ho imparato i primi accordi  - come accade a tutti - da un amico, ma quasi subito ho cercato di fare le cose molto seriamente (ho la testa dura e non faccio le cose tanto per fare, quindi se mi pongo un obiettivo  lo perseguo con la massima serietà), cosi sono andato a lezione private da un vero insegnante, Emanuele Zullo, che ha dato il la a tutto e ha visto in me tanto impegno e dedizione, cosi abbiamo deciso di preparare l’esame di ammissione al conservatorio dove mi sono laureato. Successivamente sono andato a lezione da Massimo Varini, di cui sono diventato tutor didattico, poi ho studiato e studio anche con Alex Stornello presidente MMI di cui sono insegnante abilitato: ho fatto mille cose… clinic ,masterclass ecc… (potrei andare avanti per ore) e studio notte e giorno quando gli impegni live e le scuole dove insegno lo permettono; chiaramente lo studio dello strumento accompagna per tutta la vita un musicista o cantante.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali, gli artisti che hanno influenzato la tua crescita?

Musicalmente i miei punti di riferimento sono tantissimi, amo tutti i generi o quasi (quando fatti bene) e amo suonare di tutto, anche se spesso il mio variare è legato ad esigenze di lavoro. Il primo chitarrista che mi ha fatto pensare alla chitarra fu Brian May, poi una volta scoperto Slash è stata la fine, da lì non ho più pensato ad altro; in generale posso farti tantissimi nomi, Steve Vai, Joe Satriani, Guthrie Govan, Paul Gilbert, Frank Gambale, Clapton, Angus Young, Malmsteen, Joe Perry, Jimmy Page, e tantissimi altri… potrei andare avanti ore. In realtà la crescita è continua, ovviamente, e in nomi sono sempre in aumento; ho nominato solo chitarristi, ma la mia crescita è stata ed è influenzata anche da strumentisti e cantanti che esercitano altro ruolo.

Una domanda che riservo sempre ai chitarristi riguarda il rapporto stretto con lo strumento, spesso un vero prolungamento della persona, impossibile da far capire a chi non ha certe passioni: che relazione esiste tra … TE e LEI, quando la ribalta si spegne?

Eh… il nostro è un rapporto molto intimo, è lo strumento con il quale riesco a parlare e dare emozioni… non saprei farlo in altro modo, “strumento” è riduttivo, sto con lei 24 su 24 ed è un amante gelosa, come la musica, credo sia il contatto tra me e la mia anima, è quasi una droga, ma al contrario delle droghe fa bene!

Potresti sintetizzare la tua progressione professionale? Quali sono le maggiori soddisfazioni che hai ottenuto sino ad ora?

Guarda in realtà la soddisfazione arriva ogni giorno migliorando sullo strumento; a livello professionale ho avuto grandi gratificazioni e spero di averne sempre più. Qualche esempio: ho suonato con Bobby Solo sia nel 2014 che nel 2019 in giro per l’Italia, suono con Gianni Drudi (live e studio) da ormai tanti anni girando tutta la penisola,  e poi vari tour con altre band, la vittoria dei Sanremo Awards con gli Assenzio, il tour in Inghilterra con Ruggero Ricci, tantissime collaborazioni live e in studio, la vittoria a gli "Akademia Music Award" PER IL MIGLIOR BRANO POP ROCK A LOS ANGELES, e tanto altro insomma. Diciamo che fare dischi propri che poi vengono apprezzati un po’ in tutto il mondo rappresenta una delle più grandi soddisfazioni che ho avuto.

Parliamo del tuo nuovo album, il secondo da solista, uno strumentale dal titolo “Freedom”, che all’impatto porta a pensare che l’anima del disco possa essere la libertà espressiva: che cosa contiene realmente?

Realmente contiene emozioni, la libertà espressiva per me è fondamentale (almeno nei miei lavori da solista); non amo etichettarmi con un genere, infatti se ascolti il disco c’è di tutto, dal Metal alle ballad, al blues, al jazz, al funk, al punk, al rock, hard rock, fusion ecc..; inoltre credo che la libertà  mentale sia una delle cose più importanti che ci siano, non amo le regole o le imposizioni, vivo la vita a modo mio (chiaramente nel rispetto degli altri), e credo che un disco strumentale sia come un quadro astratto, l’ascoltatore ascolta la traccia e si fa il suo viaggio in base alle sue sensazioni: anche quella è libertà…

Chi ti ha accompagnato nel viaggio realizzativo?

I brani sono stati scritti interamente da me, con batterie e basso (oltre alle chitarre ovviamente) fatti da me; poi, una volta finite le composizioni, ho deciso di far registrare il basso a Paolo Succo (direttamente da Londra) e la batteria a Mattia Saravo, quindi in definitiva è un disco in power trio.

Esiste un legame concettuale con il tuo precedente progetto, “About Me”, uscito nel 2017?

Il legame direi che è la mia necessita di esprimermi come artista solista (oltre che in progetti di altri), di condividere sensazioni ed emozioni che hanno la necessita di uscire dal mio corpo, non è un vezzo, è proprio una mia necessità. Il primo disco e il secondo sono in realtà molto diversi, sia come realizzazione sia dal punto di vista musicale, e penso che ciò sia dovuto anche alla mia crescita musicale e al fatto che il secondo lavoro si porta dietro   anche l’esperienza del primo.

Che cosa pensi dell’utilizzo delle liriche per facilitare la divulgazione del messaggio personale? Sei possibilista se pensi ad un futuro utilizzo delle parole nel tuo lavoro?

Beh, sono a favore delle liriche, in generale adoro i testi scritti bene e profondi; nei miei lavori chitarristici direi di no, lì chi parla è la chitarra, ma sono aperto a tutto, quindi in altri progetti perché no, il tutto parallelamente ai dischi strumentali; in realtà ho una marea di idee in testa da realizzare, ma credo che una vita sia troppo breve per concretizzarle tutte!

Come pubblicizzerai “Freedom”?  Sono previsti concerti o presentazioni dedicate?

Sì, un disco strumentale è più difficile da portare in giro, soprattutto in questo paese dove la cultura musicale ormai è inesistente, in tutti i casi farò più concerti/presentazioni possibili ovviamente, non svelo nulla per scaramanzia ma rimate sintonizzati su tutti i miei social.

Cosa c’è dietro l’angolo della casa musicale di Fabio Garante?

Dietro l’angolo ci sono concerti in giro per l’Italia con Gianni Drudi e altri - oltre ai miei ovviamente -, ci sono giornate piene di didattica nelle scuole dove insegno, c’è l’obbiettivo di migliorarsi sempre più e suonare il più possibile, poi ci saranno altri dischi e tantissime altre cose, insomma ci sarà tanta chitarra e tanta musica! Rimanete sintonizzati e seguitemi sui social, e per chi volesse una copia fisica del mio nuovo disco basta scrivermi in privato, se no si trova su tutto i digital store!

Ascoltiamo un frammento del suo lavoro:


L’album è disponibile in digitale su tutti gli store mondiali (Spotify ecc..), e sono disponibili le copie fisiche (cd), per averne una basta scrivermi in privato (skoda2606@hotmail.it)







Bakerloo: la prima Bourèe Rock...


Uno dei brani simbolo della produzione dei Jethro Tull è Bourée, una rielaborazione in chiave rock estratta dalla suite per liuto in mi minore, realizzata in origine da Johann Sebastian Bach.
Non tutti sanno che… il brano venne pubblicato dalla band britannica Bakerloo circa un mese prima della versione assai più nota di Ian Anderson.
Al posto del flauto la chitarra del noto Dave “Clem“ Clempson, all’epoca solo diciannovenne, che nell’occasione fornisce prova di talento e precoce maturità all’interno di una band in cui resterà solo un anno.
Clempson iniziò la carriera nei Bakerloo per poi approdare agli Humble Pie. Successivamente entrò a far parte dei Colosseum ('70, '72, '94) di cui fa parte ancor oggi.
I Bakerloo produssero il solo album omonimo, nel 1969, prima dello scioglimento.

Un ringraziamento al musicofilo e scrittore Innocenzo Alfano, che ci ha segnalato l’episodio.

Ascoltiamo quindi la loro versione, il cui titolo è … Drivin' Bachwards






martedì 4 febbraio 2020

Airportman-“Il Paese Non Dorme Mai”


Gli Airportman arrivano alla sedicesima esperienza discografica, ancora una volta prodotti dalla Lizard Records.
Spina dorsale del progetto i fondatori Giovanni Risso (chitarra acustica, percussioni e batteria elettronica), e Marco Lamberti (chitarra acustica, harmonium e pianoforte), a cui si sono aggiunti nell’occasione Mansueta Cinzia Mureddu al violoncello e Fabio Angeli (voce e synth).

Il nuovo ed emozionante lavoro si intitola “Il Paese Non Dorme Mai”, ambientato in uno spazio/tempo preciso in cui tutti si possono riconoscere, non solo chi ha vissuto e vive la realtà periferica piemontese - regione di provenienza della band -, perché la dimensione proposta è tipica di una particolare situazione di vita, indipendente dalla regione di provenienza.

Occorre avvicinarsi agli Airportman essendo consci della loro dimensione minimalista, un approccio che si riversa su ogni aspetto del loro lavoro musicale, dalle sonorità alle parti grafiche, passando per gli arrangiamenti, ricercati, ma volutamente “contenuti”.
Per esperienza personale so che anche un brano rock tradizionalmente riconosciuto, nelle loro mani diventa una cosa completamente nuova che difficilmente riconduce alle origini.

Di certo questo album è, tra quelli che ho ascoltato all’interno della loro vasta discografia, quello che a mio giudizio riporta maggiormente alle radici, alla tradizione, al passato, al legame tra affetti che passano, a volte senza dar segnale alcuno se non il “suono” di una catena ben oliata che mette in movimento l’unico mezzo possibile, la bicicletta, quelle due ruote che trasportano da casa al lavoro, dal lavoro a casa, una routine interrotta dalla messa della domenica mattina e dal bicchiere di vino al bar, nel giorno della festa.
E il tempo scorre, lasciando solchi profondi nei visi usurati dalla fatica, mentre la comunicazione tra padre e figli, tra moglie e marito, spesso silente, viaggia attraverso sguardi eloquenti, per mezzo di occhi che hanno visto solo i colori che cambiano col susseguirsi delle stagioni, con un raggio di azione che si è allungato solo in un’occasione, quando l’obbligo di leva ha permesso di aumentare le conoscenze, ampliando un orizzonte solitamente limitato.
Il paese è testimone di questo scenario, non ha tempo per le pause di riflessione, osserva i passanti conosciuti, così come guarda con sospetto il frequentatore estivo che porta la diversità, ancor più se è straniero.
E poi la sagra, il mercato, la festa dell’uva, la pallamano che si gioca nelle piazze, la fontana, il bar di tutti, l’odore del bestiame che si vende alla domenica, la panchina sulla piazza, la balera, la fisarmonica e la mazurka, la partita a carte ricordando i tempi andati.

Ho trovato tutto questo in un album per buona parte strumentale, in cui si inserisce il toscano Fabio Angeli, protagonista di tutti gli inserti vocali che hanno reso unico questo lavoro, realizzando una sorta di gemellaggio tra regioni, avvalorando la mia tesi che… il paese è paese, indipendentemente dal luogo di provenienza.
Angeli è anche la voce dell’ultimo brano, “Life in vain”, l’unica cover, in origine di Daniel Johnston, mancato lo scorso anno, cantautore e pittore statunitense.
Dice a proposito la band: “…una vera poesia resa immensa da Fabio… sarebbe piaciuta anche a Daniel!”.

A rafforzare i concetti che ho provato a delineare, alcune fotografie di forte impatto, a partire dal ciclista impresso sul CD (Luigi, padre di Giovanni Risso) sino alla copertina che riporta al giorno del matrimonio dei genitori di Marco Lamberti, passando per l’immagine del padre di Loris Furlan (insieme all’amico di sempre), patron della Lizard, che ha contribuito, anche, con una presentazione personale da cui mi fa piacere estrarre liberamente alcuni passi significativi:

Anche mio padre non deve mai aver imboccato un’autostrada, se non con la corriera delle gite dell’Avis, e non deve essere mai andato oltre le province di Treviso e Venezia, anche se aveva fatto il militare a Spoleto: non amava la città. Vedovo giovanissimo, molto presto in pensione, le sue giornate erano scandite dal solito percorso tra il bar in centro e il circolo anziani di Preganziol, paese in cui aveva sempre vissuto. Mai sentito l’esigenza di andare oltre. In fondo non abbiamo un vero bisogno di quel mondo tecnologicamente infinito a cui ci vogliono assuefare, anzi, credo possa darci sollievo una finitezza, le sue semplici certezze, fin dove lo sguardo può arrivare. Al contrario uno sguardo proiettato verso l’infinito, che non ci dà mai delle risposte, disorienta, provoca frustrazione. Poi ci si abitua? Forse, o forse mai abbastanza per quello che è il nostro essere più vero.
E poi la malattia, precoce, che gradualmente ma inesorabilmente gli ha spento le forze, la ragione, la vita.”

Non credo ci sia molto da aggiungere, non penso che il sezionamento dell’album e il commento delle singole tracce possa fornire valore aggiunto, perché le parole non saprebbero descrivere l’emozione che si può provare nell’ascoltare la progressione della colonna sonora della vita, un flusso continuo e rapidissimo che accomuna l’essere umano ma che, a seconda del destino che ha toccato la singola anima, può condurre a considerazioni differenti, legate ad esperienze spesso incomparabili.

Ho vissuto il “paese” di rimando, nelle vacanze estive, nei racconti dei miei cari, sfollati in quelle regioni nel corso della Seconda guerra mondiale, insomma, molto più di un passante per caso, e l’ascolto di “Il Paese Non Dorme Mai” mi ha davvero toccato.
Certamente non un lavoro per tutti i palati ma, d’altronde, gli Airportman seguono l’istinto e le esigenze personali, non certo ciò che va di moda!
Che dire… senza fiato e… una buona porzione di sano spleen!


Formazione:
Giovanni Risso chitarra acustica cori synt. rumori
Marco Lamberti chitarre
Paolo Bergese synt. Vibrafono rumori
Mureddu Cinzia Mansueta Violoncello

Per contatti Airportman:

DISCOGRAFIA

2.45 A.M 2002
Di terra e d’ombra 2003
Inverno in divenire 2004
Son(g) 2005
Off 2007
Rainy days 2007
Letters 2008
The road 2009
Weeds 2009
Nino e l’inferno 2010
Modern 2012
David 2014
Anna e Sam 2016
Dust & Storm 2017
Ca-pez-zà-gna 2018
Il paese non dorme mai   2019