giovedì 21 marzo 2019

Franco Giaffreda Band-"Gli strani giorni di NOInessUNO”


Franco Giaffreda Band-"Gli strani giorni di NOInessUNO

Grande stupore personale nel venire a conoscenza di questo "Gli strani giorni di NOInessUNO”, un progetto “solo” di Franco Giaffreda, un artista poliedrico che ho visto magnificamente all’opera in situazioni molto diverse tra loro: chitarrista del Biglietto per l’Inferno nel 2013 al FIM di Albenga e, successivamente, in un paio di occasioni vocalist/frontman/flautista dei Get'em out, una band che mette in scena il repertorio dei Genesis, all’interno della quale Franco si propone, in alcuni casi, come clone di Peter Gabriel, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello attorale, proponendo i famosi travestimenti dell’epoca.

Ma il nuovo album mi ha spiazzato, non essendo a conoscenza di un atto precedente, datato 2004, episodio che viene definito “l’antefatto”("Angeli nel Vento"), cioè il punto da qui si è dipanato questo nuovo sentiero che trova ora compimento totale, un altro concept, come è lo stesso Giaffreda a raccontare nell’intervista a seguire.

Ho ascoltato a lungo il disco - che ho ricevuto in anteprima un paio di mesi fa - e l’ho fatto anche dopo aver chiarito le idee, i soliti tre “giri di giostra”, cioè quanto mi necessita in genere per poter commentare un album; sto quindi sottolineando il fatto che mi è piaciuto così tanto che è entrato nella mia ideale playlist del momento. Perché?
Diciamo intanto che si sente la genuinità della proposta, la necessità di mettere un punto e sancire uno stato mentale e di vita, un racconto di come ci si può sentire in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, giovani ma non giovanissimi, spesso confusi dagli accadimenti sociali e personali… problemi di tutti, ma un musicista ha almeno la possibilità di… sfogarsi, e forse il suo lasciarsi andare può aiutare a far riflettere elementi terzi.
Liriche chiare, in italiano, e una storia lunga circa 38 minuti, con tracce (13) strumentali inframmezzate a un sano rock.

Le esperienze variegate di Giaffreda gli consentono di muoversi a piacimento tra i generi, e nel sentiero presentato troviamo un jazz delicato (“Dormiveglia”, “Prima del risveglio”) accanto a un deciso hard rock (“Corri con i pensieri”, “In un vortice di eventi”, “Anima di latta”, “Ladri di sogni”), passando per momenti di pop cantautorale (“Alba interiore”, “Viaggiando lontano”) intersecati con attimi intimistici di gran pregio (“Identità confuse”, “Solo”, “La ballata di nessuno”) e da una perla che si può considera prog (“Incubo notturno”).
Lascio alla fine “Ricominciare ad essere”, la perfetta sintesi, lo strumentale che chiude l’album e racconta, come potrebbe fare un testo scritto, lo stato d’animo che ha permeato l’autore in quel preciso istante, la fermatura del cerchio che permette di guardare avanti con fiducia e speranza: potenza della musica!

Giaffreda è un signor musicista e nel racconto a seguire descrive le sue collaborazioni, quelle che gli permettono di realizzare un gran disco, una musica potente, modulante, attraente, complicata nella costruzione ma di facile metabolizzazione, a mio giudizio adatta ad un pubblico molto trasversale.
Non è stato certamente questo il pensiero che ha fatto scattare la molla, la sua molla, ma una volta che le creazioni proprie vengono messe in circolo appartengono a tutti, e più si va in profondità e si fa opera di diffusione e coinvolgimento e meglio è, almeno per chi ha la fortuna di saper trarre beneficio dalle sonorità di qualità.

Un disco da ascoltare, impossibile non apprezzarlo!


Ti ho conosciuto come chitarrista in ambito prog (Biglietto per l'Inferno) e successivamente come frontman di una Tribute Band che ripropone la musica dei Genesis (Get'em out): mi sveli questo progetto così diverso?

La mia piccola  carriera musicale comincia nel 1989. La band si chiamava Evil Wings ed ero il cantante/chitarrista e compositore. Dal 1989 al 2003 abbiamo registrato vari CD nell'ambito Prog/Rock Metal (è possibile leggere la breve storia degli Evil Wings su wikipedia). Nel 2004 ho scritto un concept a mio nome, chiamato "Angeli nel Vento", che può essere definito l'antefatto di quest'ultimo mio nuovo CD. Dopo altre esperienze, fra cui Massimo Priviero, Fabio Concato e Nic Potter (Live in Italy), entro nel Biglietto per L'inferno. Esco dal gruppo per entrare nei Get'em Out nel 2013, dopo che il chitarrista Gianluca ha trovato la mia voce simile al mitico Gabriel ascoltando i miei vecchi CD degli Evil Wings. Diciamo quindi che il mio ultimo CD è un pò un breve riassunto di varie mie esperienze musicali passate. 

Questo nuovo impegno si traduce in un album di fresca uscita: me ne parli, iniziando dal titolo?

Il nuovo CD racconta una fase della mia vita. È un concept su quanto mi è successo negli ultimi anni, periodo in cui mi sono scontrato con la triste realtà di un mondo diventato per me troppo maleducato, frenetico, arrogante e spento. Penso che tanti si riconosceranno in quello che canto e volutamente il cantato in italiano è diretto e semplice, senza giri di parole. Nella parola “NESSUNO” è contenuta però anche la parola “UNO”, che sta a significare che nelle persone che spesso giudichiamo male si nascondono talenti e belle persone, quindi un pò di speranza per il futuro c'è sempre..

Mi accennavi al fatto che si tratta di un concept album...

La storia inizia con il protagonista disilluso e sofferente. Si fa domande se sta sbagliando lui nella vita, ma non trova risposte. Si scontra viaggiando con un mondo falso e ipocrita ritrovandosi solo e disilluso. Addormentandosi una notte fa un incubo in cui si scontra con il suo sé stesso senza volto, una metafora di come il mondo lo ha fatto sentire, il nulla… risvegliandosi si rende conto del tempo passato, ma anche del fatto che può ricominciare ad essere se stesso, voltando pagina e rimettendosi in gioco con un altro spirito.

I suoni non sono quelli tipici del prog di cui parlavo all'inizio, ma siamo più sul rock tradizionale: è questo il genere che meglio ti rappresenta?

I suoni sono effettivamente hard rock, ma rispecchiano più che me stesso, il mood dei testi, diretti e semplici. 

Mi parli della formazione?

La formazione è formata da me alle chitarre, voce e flauto traverso. Walter Rivolta alla batteria, storico batterista degli Evil Wings, e al basso Alessandro Cassani, bassista di grande talento già nei Not a Good Sign e in tante altre situazioni.

A chi è stata affidata la produzione?

Il CD è stato prodotto da me e registrato negli Street Rec Studio di Albese Con Cassano, in provincia di Como, dal bravissimo Mauro Drago, che ha capito perfettamente il suono che volevo. Un suono diretto e seventies, caldo e quasi scarno, nello stile degli album degli anni Settanta. Pochi strumenti e tanta pulizia sonora… anche la durata, 38 minuti circa, è quella di un LP classico.

A quale etichetta vi siete rivolti?

Il Cd uscirà a breve, sarà autoprodotto e per ora venduto su piattaforme online e ai nostri concerti.

Siete soddisfatti del risultato finale, dal punto di vista artistico?

Il CD rispecchia al 100% quello che avevo in testa all'inizio e sono veramente molto contento, speriamo piaccia anche a chi lo ascolterà.

Avete pianificato qualche presentazione o live di pubblicizzazione?

Sto cercando di fissare un pò di concerti per l'anno nuovo. Tra l'altro sarebbero giusto trent'anni da quando tutto è iniziato e mi piacerebbe suonare tanto per promuovere il CD e festeggiare questo mio piccolo traguardo. Sarà molto difficile ma ci proverò perché credo in questi brani e in quello che dico nelle canzoni. Farò anche brani degli Evil Wings e cover a me care e mi piacerebbe registrare un bel live album… speriamo, comunque, come dico nella prima frase del CD, "Ricomiciare, ora è in salita" ma aggiungerei anche "With a Little help from my Friends"…






mercoledì 20 marzo 2019

Fabio Gremo-“Don’t Be Scared Of Trying”


Fabio Gremo-“Don’t Be Scared Of Trying”
Di Athos Enrile
Recensione già pubblicata su MAT2020 di febbraio (www.mat2020.com)

“Storie d'amore e di vita, con un spirito sereno, lungimirante e positivo, anche nelle avversità. Il titolo di questo nuovo lavoro vuole esternare proprio questo messaggio, perché troppe volte ci si ferma per la paura di provare... Non fatelo, non lasciate che la paura vi sconfigga, non abbiate paura di provare!”. Fabio Gremo.

Voglio partire da questa sintesi di Fabio Gremo che, a seguire, sarà corroborata da molti altri concetti che permetteranno di entrare nei dettagli di questo secondo progetto solista, l’album Don’t Be Scared Of Trying”.

Sono rimasto molto sorpreso, positivamente, da questo nuovo lavoro che, nonostante il racconto dell’autore a proposito dell’unione ideale con l’esordio strumentale, “La mia voce”, mi è apparso come un nuovo volto dell’artista, a me fino ad oggi sconosciuto.
Il mio incontro con Gremo, molti anni fa, aveva a che fare col rock progressivo del Tempio delle Clessidre, credo accompagnato da progetti paralleli legati al metal (che non ho mai avuto occasione di tastare), ma in ogni caso l’immagine era molto chiara: un bassista “rock”, capace di fornire un brand ben preciso. Sbagliato! Ciò che pensavo fosse un ruolo unico, definito e consolidato, era in realtà solo una faccia del dado.
Il dado rotola sul tavolo e ne esce qualcosa di totalmente diverso, l’aspetto acustico, l’amore per la chitarra classica, il confronto diretto col pubblico, lontano dalla protezione di una squadra.

Un bel disco“La mia voce”,  ma… ho pensato a una divagazione, al tirare il fiato ritornando alle origini in attesa di riprendere la posizione apparentemente più naturale.
Niente di tutto questo, il dado gira ancora e ne esce ancora un altro Fabio Gremo.
Don’t Be Scared Of Tryingmi appare come contenitore sonoro bellissimo, di alta qualità ma, soprattutto, capace di catturare l’ascolto in tempo rapidissimo.
Melodia mischiata a elementi acustici e rock, con un ambientazione generale che a tratti riporta alle atmosfere hammilliane, e non è un’esagerazione, e nemmeno un elemento tecnico… solo il sentimento a pelle/orecchio che mi ha portato in quella precisa direzione.
La grande sorpresa arriva dal cantato, in inglese, di Gremo. Non sapevo si cimentasse con il canto - cori a parte -, e trovare un colore vocale così caratterizzante mi ha spiazzato. Nel corso dell’intervista viene svelato qualche segreto ma, al di là dell’impegno didattico, sfuggire dalla banalità delle “voce qualsiasi” non è cosa per tutti.
Questo elemento determinante accompagna la costruzione dei brani, tutti creati attraverso la chitarra classica, seguendo l’istinto melodico e la necessità di proporre musica meno settoriale, di ampio respiro, adatta a un pubblico più trasversale. Non è un calcolo, probabilmente è questo il vero Fabio Gremo in formato “solo in una stanza”, intriso della musica costitutiva, quella assorbita negli anni della gioventù.

Nascono così brani estremamente intimistici (la conclusiva title track e “By the fire”), sonorità “d’altri tempi”con atmosfere aperte (“Over the Rainbow” e “Odd Boy”), ballate struggenti come “Ballad for the Good Ones”, melodie di immediata acquisizione come “Friendship Is Gold”, rock anni ’80 (“Dance of Hope”), magie per bambini (“Lullabite”).
Ma in fondo mi è bastata la traccia d’apertura, “Breeze”, intreccio magico di arpeggio e voce, per capire che al primo ascolto ne sarebbero seguiti molti altri.
Una bella sorpresa, un disco a cui appare difficile dare una collocazione standard, un album che nasce da precise esigenze personali che portano a una creazione compositiva notevole, che non faticherà a trovare riscontro positivo per chiunque si approcciasse al lavoro scevro da condizionamenti e paletti ideologico musicali precostituiti.


Leggiamo il pensiero di Fabio Gremo… per saperne di più!

Il tuo secondo album, “Don’t Be Scared Of Trying”, appare come un netto cambiamento di percorso rispetto al tuo esordio acustico/strumentale, “La mia voce”: esiste un filo conduttore più intimo, magari meno evidente per l’ascoltatore ma naturale per chi crea?

Nonostante le differenze macroscopiche in termini di genere e destinazione, i due album hanno sicuramente dei punti in comune, primo fra tutti il fatto di essere stati concepiti e costruiti sulla chitarra classica. C'è poi il mio modo di condurre le melodie, il gusto per un certo tipo di sonorità e aperture… in definitiva credo che la comune paternità sia piuttosto riconoscibile. C'è però qualcosa di più sottile che li lega, a livello sostanzialmente emotivo: sono due tappe del mio percorso artistico che hanno rappresentato, ciascuna nel suo momento, il traguardo chimerico della fatidica domanda: “Ci riuscirò mai?”. È come se, quasi per rompere un già scalcinato equilibrio interiore, mi volessi mettere alla prova con delle missioni impossibili, che mi gettino inesorabilmente in uno stato di sconforto e fermento tali da costringermi alla conclusione dell'opera. In entrambi i casi, soltanto a lavori ultimati e con in mano il CD appena sfornato, mi sono realmente reso conto di esserci riuscito… e dell'immane lavoro che c'è dietro.

Ti ho visto molte volte su differenti palchi e in svariate situazione, ma non ero a conoscenza della particolarità della tua voce: è qualcosa che tenevi nascosta o hai scoperto nel tempo questo nuovo talento?

Circa due anni e mezzo fa ho iniziato a prendere lezioni di canto, perché non avevo un gran controllo della mia voce e non riuscivo a fare dei cori decenti in concerto. Con l'aiuto del mio maestro Gino Pecoraro ho imparato tante cose e soprattutto ad avere fiducia nelle mie capacità: prima avevo l'emissione sonora di uno zufolo di plastica, ora a volte quasi mi spavento del volume che riesco a tirare fuori dalla  bocca!

Mi parli della genesi dell’album… cosa ti ha spinto verso questo nuovo percorso?

Dopo anni di discussioni e compromessi avevo una gran voglia di tornare a lavorare su musica mia al 100%, per la quale potessi avere totale libertà di espressione e controllo. Volevo però che fosse un disco di canzoni, quindi è stato necessario imparare a cantare. In definitiva, quasi tre anni dalla prima nota scritta alla luce in fondo al tunnel.

Di cosa parlano le liriche?

I testi raccontano storie d'amore e di vita in modo diretto e semplice, con uno spirito sereno, lungimirante e positivo anche in caso di eventuali avversità. Onestamente sono un po’ saturo di arditezze cervellotiche, oscurità ed esoterismi... Il messaggio fondamentale che voglio condividere è racchiuso nel titolo: non abbiate paura di provare!

La scelta della lingua inglese è dovuta alla realizzazione di un prodotto più internazionale o a cos’altro?

La musica di questo disco è di un genere meno settoriale rispetto a quanto ho realizzato finora, è intrisa di melodia, di  dolcezza… voglio poter raggiungere il più ampio pubblico possibile.

Chi sono i tuoi compagni di viaggio e con quale criterio hai operato le tue scelte?

Ho voluto lavorare con musicisti di valore ed affidabilità, che fossero in primis dei cari amici. La scelta è stata semplice: Marco Fabbri ha suonato la batteria, Giulio Canepa le chitarre elettriche, Sandro Amadei e Giuseppe Spano’ pianoforte e sintetizzatori... beh, il resto è scritto nel booklet del CD…

Mi dici qualcosa dell’artwork?

Le parti grafiche sono tratte da opere di Stefano Torrielli, un artista che realizza composizioni materiche utilizzando elementi di varia origine: rami, resine, rottami, strumenti musicali… il risultato è straordinario! Ci siamo trovati in affinità su diverse tematiche e la collaborazione è nata spontaneamente.

A chi ti sei appoggiato per tutti gli aspetti tecnici e distributivi?

Ho effettuato le registrazioni ed il mixaggio con Andrea Torretta allo studio Maia di Genova, ho poi attivato la distribuzione digitale su tutte le maggiori piattaforme e sto definendo la distribuzione fisica con Black Widow.

Le melodie e la delicatezza espressiva che proponi nel disco sono un po’ in contrasto con l’immagine dark del Fabio Gremo più conosciuto: sono aspetti che hanno sempre convissuto in te o fa parte della tua maturazione?

C'è chi dice che nel Tempio delle Clessidre i miei brani rappresentino il “sunny side”... Non mi sono mai sentito troppo vicino alla scena dark propriamente detta, anche se ne apprezzo la musica, né voglio apparire tetro o artificiosamente misterioso. Piuttosto ho un'anima rock e un po’ metallara (retaggio degli ascolti ai tempi del liceo), che esce spesso e volentieri, ma non è assolutamente cupa. La melodia è sempre stata un elemento importante nella mia musica, sintesi di una ricerca che vuole coniugare scorrevolezza e imprevedibilità, con un pizzico di stravaganza… in questo album le ho semplicemente donato una veste più dolce e morbida.

Come stanno funzionando i tuoi altri progetti, Tempio delle Clessidre in primis?

Attualmente con IANVA stiamo cautamente pianificando una nuova uscita discografica, con il Tempio invece ancora non si sa bene come muoversi. Nel frattempo ho messo in piedi un nuovo progetto di cui sentirete parlare presto.

 “Don’t Be Scared Of Trying” verrà proposto dal vivo con la formazione che ti ha supportato nella realizzazione del disco? E’ previsto qualche incontro di presentazione/pubblicizzazione?

Sì, sto progettando la presentazione dell'album dal vivo e la soluzione più naturale è coinvolgere gli stessi musicisti che hanno registrato il disco. L'unica difficoltà è che nell'album oltre a cantare suono chitarra classica e basso, quindi dal vivo ci dovremo dividere le parti, ma in qualche modo si farà.
Vi invito a seguirmi sul mio sito www.fabiogremo.com per essere aggiornati sui prossimi eventi.


Don't Be Scared of Trying-Brani:

1.Breeze
2.Over the Rainbow
3.By the Fire
4.Dance of Hope
5.Ballad for the Good Ones
6.Friendship Is Gold
7.Hypersailor-roccheggiante
8.Lullabite
9.Odd Boy
10.Don't Be Scared of Trying

Musicisti:

Fabio Gremo: voce principale e controvoci, chitarra classica, bassi e strumenti virtuali.
 Sandro Amadei: pianoforte, coro
Giulio Canepa: chitarre elettriche ed acustiche, coro
 Steve Collins: coro
 Marco Fabbri: batteria e percussioni, coro
Antonio Fantinuoli: violoncello
 Emanuele Fresia: sax contralto
-Giuseppe Spanò: pianoforte, tastiere aggiuntive, coro






lunedì 4 marzo 2019

Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto


Paolo Siani ft Nuova Idea + Fungus Family in concerto
 Genova, 2 marzo

Sabato 2 marzo ho rivisto un concerto “genovese” dopo lungo tempo; l’occasione era imperdibile: due band di area “prog”, concettualmente e generazionalmente distanti tra loro, ma unite da un amore certificato, quello di una musica specifica, ed entrambe con un nuovo album da proporre, di cui MAT parlerà nei prossimi giorni.
Era anche il momento dell’incontro tra amici, del ritorno di Paolo Siani nella sua Genova, della ritrovata verve di due antichi musicisti che, dopo qualche problemino fisico, sono apparsi sul palco grintosi più che mai: Marco Zocheddu e Martin Grice.

Serata condotta dal presentatore rock per antonomasia, Carlo Barbero, che fa gli onori di casa dal palco del Teatro Carignano.
Ancora una volta l’organizzazione è di Black Widow Records, etichetta con cui le due band hanno realizzato il nuovo progetto.

L’inizio di spettacolo è affidato alla Fungus Family, composta da:

Alejandro J. Blissett: Composer
Dorian Deminstrel: Lead & Backing Vocals, Acoustic Guitar
Carlo “Zerothehero” Barreca: Bass & Noises
Cajo: Drums
Claudio Ferreri: Organ, Piano & Keyboards
Alessio “Fuzz” Caorsi: Lead Guitar



Sul palco sono in cinque… il video a seguire sarà esplicativo.
Ho utilizzato l’inglese rispettando, almeno credo, il pensiero della band, che in quella lingua si esprime, e non potrebbe essere altrimenti se si prova a dare una collocazione più ampia alla loro musica, un rock psichedelico che sfocia nel prog per effetto della grande libertà espressiva, con sfumature che riportano ai Doors e a rivoli del Canterbury sound, e l’impressione è quella che una serata in piena libertà potrebbe condurre a performance interminabile, sulla scia di Jerry Garcia e soci.
Presentano tutto il nuovo “The Key of the Garden”, fatto di inediti, ma con due innesti “nobili”, cover abbastanza atipiche, ma di forte impatto: “See Emily Play” (dei Pink Floyd) e “The Weaver’s Answer  (dei Family).
Questa la scaletta di serata, seppur “mutilata”:


Sound potente, grande coesione e un’alchimia che si realizza grazie anche al “naturale” movimento da palco del frontman Dorian Deminstrel.
Una buona acustica e un gran lavoro del service hanno permesso di godere a pieno un set notevole.

Ecco qualche testimonianza, in attesa di un commento più approfondito del disco:


Un pò di sosta alla fine del primo step, con la possibilità di chiacchierare con altri musicisti presenti in platea, come Nico Di Palo e Enrico Casagni, quest’ultimo tra i fondatori delle Nuova Idea.

La ripresa vede un siparietto condotto da Carlo Barbero che mette in primo piano un Paolo Siani molto emozionato, che elenca i compagni di viaggio che si succederanno nell’arco della serata, alcuni dei quali presenti nell’album appena uscito, ‘’The Leprechaun’s pot of gold’’, che chiude la trilogia iniziata nel 2010 con “Castles, wings, stories and dreams” e proseguita nel 2016 con  Faces with no traces”.

La Paolo Siani ft NUOVA IDEA si è presentata on stage con Giorgio Usai all’organo, Roberto Tiranti al basso e voce, Marco Zoccheddu alla chitarra elettrica e tastiere, Martin Grice al sax e flauto, Nik Carraro alla chitarra elettrica, Paolo Tognazzi alla tastiere e il giovane vocalist Anthony Brosco, arrivato appositamente dall’Inghilterra per partecipare al primo atto del nuovo percorso. Naturalmente alla batteria c'è Paolo Siani, motore ritmico ma non solo, vista la titolarità del progetto.
Dai nomi elencati si evince come il mix anagrafico si sia trasformato sul palco in bridge tra un passato glorioso e incancellabile e il futuro, un orizzonte che, seppur aggiornato, non può prescindere dalla storia.
Questa la scaletta presentata…


Brani del nuovo disco e pezzi più datati che hanno visto una continua alternanza on stage dei musicisti, necessaria per produrre le varianti del caso, come il vecchio blues del 1970 dei Quatermass (“Post War Saturday Echo”, con Zoccheddu particolarmente ispirato alla tastiera), o un medley acustico - che ha visto Usai alla chitarra -, passando per il riff chitarristico incalzante de “La mia scelta”, con buon respiro per tracce caratteristiche e socialmente significative come “Cluster Bombs”.
Per lo spazio di un brano, ripetuto anche come bis, Anthony Brosco “ruba” il ruolo di frontman a Tiranti (la cui voce appare sempre più efficace…) e raccoglie consensi con il brano “Standing Alone”.

I giovani appaiono bene inseriti mentre i “veci” dimostrano energia invariata e voglia di progettare, il che fa ben sperare, e al di là del nuovo album, che mi ripropongo di ascoltare con calma, ciò che contava era sentir pulsare il sound della “nuova”… Nuova Idea, che passa per l’attuale filosofia musicale di Paolo Siani arricchita dalla collaborazione di un pugno di amici talentuosi, professionisti, che al Teatro Carignano hanno permesso ai presenti di assistere ad un viaggio nel tempo, un tempo che sembra non avere limiti precisi e ci permette di sognare ancora.

Meglio delle mie parole una ventina di minuti di musica…

giovedì 21 febbraio 2019

Thom Yorke-“Suspiria”


Thom Yorke-“Suspiria”

Ammetto che sono stato inizialmente influenzato dal giudizio di un esperto, musicista e melomane, che mi ha parlato in termini entusiastici di “Suspiria”, di Thom Yorke, definendolo l’album dell’anno: della serie… se lo dice lui vado sul sicuro. Beh, non so quali siano i criteri oggettivi che possano portare a decretare la perla del 2018, ma di sicuro il nuovo lavoro della voce solista dei Radiohead non può lasciare indifferenti.
Il progetto nasce come colonna sonora del remake del film di Dario Argento (1977), realizzato da Luca Guadagnino - uscito da poco nelle sale cinematografiche - che ha specificato: “Più che un rifacimento rappresenta un omaggio alla potente emozione che provai quando guardai per la prima volta il film originale”.
E’ quindi da poco in circolo il doppio LP - 25 brani in totale, 80 minuti -  distribuito dalla XL Recordings.
I musicisti che, saltuariamente, si mettono in proprio, sono spesso ossessionati dal ricordo della loro performance migliore ottenuta in gruppo. Le due uscite precedenti di Thom Yorke, elettroniche, realizzate nel 2006 e 2014 (The Eraser e Tomorrow's Modern Boxes), erano però piccoli esercizi in laptop, con melodie tipicamente funeste e testi ironici conditi da aforismi.
Nel 2013 Yorke ha anche pubblicato l’unico album del progetto Atoms For Peace (Amok) - supergruppo in collaborazione con Flea, dei Red Hot Chili Peppers - che appariva come una jam session catturata di nascosto e rovesciata su nastro, interessante soprattutto per il modo in cui emergeva una certa specularità rispetto al lavoro con i Radiohead.
In tutti questi casi la sensazione è che ci fosse una sorta di richiamo, di naturale necessità dei membri della sua band originaria, della capacità di “tessitura” dei fratelli Greenwood, del drumming ipercinetico di Phil Selway, passando per il supporto totale di Ed O'Brien.
Ma in “Suspiria” questo bisogno non si avverte, anzi, le trame appaiono come efficaci e abrasive, densamente strutturate e sinfoniche, sicuramente il miglior album solista di Yorke, se si è preparati ad ascoltare un lungo periodo di musica “oscura”, soprattutto strumentale, di una forza prorompente, che può tranquillamente brillare di luce propria, scostandosi dallo status di mera colonna sonora. 
Yorke, fuori dal suo tradizionale e confortante contenitore, sembra al cospetto di una sfida, un “mettersi alla prova”, e ne esce alla grande.
In una citazione destinata a essere proposta in ogni recensione di questo disco, Yorke ha evidenziato la forza della ripetitività musicale, capace di ipnotizzare l'ascoltatore: "Continuavo a dire a me stesso che è un modo per fare incantesimi. Quindi, mentre ero al lavoro nel mio studio stavo facendo incantesimi”.


Per venticinque anni lo stato d’animo più frequente abbinato al film “Suspiria” ha ruotato attorno ad un’ansia diffusa.
L’ascolto dell’album, già al primo approccio, rimanda invece alla supremazia della bellezza estetica, dell’equilibrio tra aspetti razionali e disordine entropico, anch’esso apprezzabile, se gestito.
Gli aspetti ritmici in mutazione hanno importanza notevole, così come qualsiasi lavoro di Yorke a partire da In Rainbows (2007), anche se esiste sovrabbondanza di figure ripetitive prodotte dall’utilizzo della tecnologia applicata alla musica.
Una musica che capta e propone suoni di vita vissuta - il secondo brano, "The Hooks”, presenta chiazze bagnate e grugniti, ma anche un calore oscuro, così come nella “ballata acquatica” "Unmade"- e ogni tanto incappa in strutture che riportano alla forma canzone - "Open Again" e "Has Ended" (la mia preferita) - e viene facile inserire il disco nel genere “ambient”, un mare di suoni fluttuanti che avvolgono l’ascolto e condizionano il momento contingente.

Per la complessità, la cura dei dettagli e l’impatto sonoro - ed emozionale -, voto massimo per Thom Yorke e il suo “Suspiria”, una colonna sonora destinata a rimanere nel tempo e a caratterizzare il lavoro di Guadagnino.

Il disco è stato anticipato dal singolo Suspirium, premiato come miglior brano originale alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia.


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TRACKLIST

1
01. 
A Storm That Took Everything - (01:47)
02. 
The Hooks - (03:18)
03. 
Suspirium - (03:21)
04. 
Belongings Thrown in a River - (01:27)
05. 
Has Ended - (04:56)
06. 
Klemperer Walks - (01:38)
07. 
Open Again - (02:49)
08. 
Sabbath Incantation - (03:06)
09. 
The Inevitable Pull - (01:36)
10. 
Olga's Destruction (Volk tape) - (02:58)
11. 
The Conjuring of Anke - (02:16)
12. 
A Light Green - (01:48)
13. 
Unmade - (04:27)
14. 
The Jumps - (02:38)

2
01. 
Volk - (06:24)
02. 
The Universe is Indifferent - (04:48)
03. 
The Balance of Things - (01:08)
04. 
A Soft Hand Across Your Face - (00:44)
05. 
Suspirium Finale - (07:03)
06. 
A Choir of One - (14:01)
07. 
Synthesizer Speaks - (00:58)
08. 
The Room of Compartments - (01:14)
09. 
An Audition - (00:34)
10. Voiceless Terror - (02:30)
11. 
The Epilogue - (02:46)



giovedì 7 febbraio 2019

The Who al Superbowl il 7 febbraio del 2010



Accadeva nel 2010...

Grande performance al Superbowl il 7 febbraio degli Who di Roger Daltrey e Pete Townshend, al Sun Life Stadium di Miami, nell’intervallo della partita che ha visto vincitori i Saints di New Orleans, al suono di Pinball Wizard e Baba O' Riley!

Suonare nell’intervallo della finale del Superbowl, in diretta nazionale, è un onore riservato solo a grandi artisti dal calibro di Paul McCartney, Prince e Bruce Springsteen. Quest’anno è toccato agli Who, leggende del rock inglese, che sono tornati in auge negli States grazie alle sigle TV dei vari CSI.
Il loro set s’è aperto in modo maestoso con Pinball Wizard, tra giochi di luce e raggi laser, seguito dalla monumentale Baba O’ Riley, in cui Townshend nel break urla, con la grinta di un tempo “It’s Only Teenage Wasteland!”. Non rinuncia a far roteare le braccia, roba da far invidia ai giovani colleghi. Daltrey sembra più compassato ma sempre carismatico.
Dietro i due rocker ultra-sessantenni si agita alla batteria il figlio d’arte Zak Starkey, classe '65, con una giacca rossa degna di Sgt Pepper’s, e il simbolo Mod del bersaglio sui piatti. E ancora in scaletta altri classici immortali come Who Are You Won’t Get Fooled Again.

La partita ha visto lo scontro tra i Saints di New Orleans e gli Indianapolis Colts. Si dice che Obama abbia puntato sui Colts, per scaramanzia. Ha avuto ragione. E’ arrivata la storica vittoria per i Santi di New Orleans, la città del jazz, del Mardi Gras che dopo l’uragano Katrina ha finalmente rialzato la testa.

venerdì 1 febbraio 2019

Fist Of Rage-“Black Water”

Fist Of Rage-“Black Water”
Andromeda Relix

I friulani Fist Of Rage hanno una storia consolidate, nonostante la giovane età.
L’inizio risale al 2004, con la proposizione degli iniziali amori rock, sfociata nel 2010 con il rilascio del primo album di inediti, “Iterations To Reality”, frutto dell’incontro con la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa.
La fortunata collaborazione porta ora all’uscita di un secondo capitolo, “Black Water”, a una distanza temporale ragguardevole, ma è probabile che la maturazione interna alla band, che passa anche attraverso modifiche alla line up, abbia richiesto riflessioni, o più semplicemente l’attesa del momento giusto. E anche questa situazione, vista con occhio esterno, ha significato preciso, in tempi in cui la tecnologia permette di “costruire” qualsiasi cosa, e in tempi minimi.
Per chi non conosce il gruppo, la semplice lettura della formazione suggerisce un potenziale genere - la doppia chitarra, il vocalist puro, sezione ritmica e tastiere -, un’immagine che traccia il percorso del rock tradizionale. Il primo ascolto chiarisce le idee: un frontman dalla voce incredibile (per rimanere entro i nostri confini ho trovato in Piero Pattay similitudini con Roberto Tiranti), un tappeto tastieristico di estrema qualità (Stefano Alessandrini), una percussione ritmica imponente (Saverio Gaglianese al basso e Alfredo Macuz alla batteria), e un caratteristico rimbalzo tra le due elettriche (Marco Onofri e Davide Alessandrini).

Hard rock con venature metal e qualche spruzzata di prog sono il mix proposto, condensato in un album che presenta il classico bilanciamento tra ritmo forsennato e ballad, e parlando di queste ultime occorre sottolineare la bellezza melodica di “Lost” e la chiusura perfetta, “September Tears”, caratterizzata dal duetto vocale tra Pattay e Giada Etro dei Frozen Crown.
I restanti brani sono energia allo stato puro, potenza espressa anche attraverso testi che urlano le problematiche della quotidianità che, sparate ad alta velocità nell’etere, diventano, almeno uno sfogo, per chi crea e per chi ascolta, e mi immagino che i live dei Fist Of Rage siano il condensato micidiale di tale idea.
Il brano che presento a seguire, “New Beginning”, mi pare perfetto per evidenziare il progetto della band, sintesi della loro musica e probabilmente dello status attuale: un nuovo inizio, qualche speranza, musicale e oltre!
Un disco da ascoltare attentamente, non solo per gli amanti specifici del genere.


Tracklist:
01. Just For A While
02. New Beginning
03. Between Love & Hate
04. Black Water
05. Mudman
06. Lost  
07. These Days
08. Awake
09. Set Me Free
10. September Tears

Line-Up:
Piero Pattay – Vocals
Marco Onofri – Guitar
Davide Alessandrini – Guitar
Saverio Gaglianese – Bass
Stefano Alessandrini – Keyboards
Alfredo Macuz – Drums

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