Johnny Winter, uno degli eroi di Woodstock , era a Savona, Fortezza del Priamar.
Qualche nota biografica.
Autenticamente devoto al Delta Blues, nelle sue vene scorre il Country Blues di Robert Johnson che mescola costantemente al British Blues–Rock e il Rock dell’America del Sud a la Allman Brothers.
Ed ora le mie impressioni del concerto, già pubblicate su "MENTELOCALE".
E’ qualcosa di più che l’amore per il blues a farmi avvicinare a questo concerto.
Ricordo perfettamente quando, da adolescente, la copertina di Ciao 2001 proponeva la foto di Johnny Winter, musicista albino che, attraverso i lunghi capelli bianchi colpiva la fantasia di noi ragazzi,affascinati dai personaggi, non solo dalla musica.

Ma io c’ero!
Ancora una premessa…piacevole.
Mi ritrovo alla fortezza del Priamar ad una settimana di distanza dal concerto di Sheryl Crow e devo evidenziare un’enorme differenza di comportamento della security.
Non so se dipenda dall’organizzazione differente, o sia volontà dell’artista, ma qui sembra sia permesso tutto ciò che era noiosamente vietato qualche giorno prima.
E’ possibile fotografare, è possibile filmare e, ad un certo punto della serata, è possibile persino superare la barriera che divide il palco dalle prime sedie.
Tutto ciò provoca un “travaso “umano che aumenta sino a riempire a “tappo” lo spazio da “keep out”.
La gente ha voglia di ballare, di muoversi, di avere un contatto diretto con Johnny, ed alcuni si fanno fotografare dal basso, riempiendo l’inquadratura col chitarrista in piena performance.
Un ragazzo più ….agitato, riesce persino a guadagnare il palco e ad abbracciare il chitarrista , che continua , noncurante della dimostrazione di affetto, ed in questo caso gli addetti alla sicurezza intervengono , ma senza eccessiva rigidità.
Non c’e’ il pienone al Priamar , ed è un vero peccato che certe occasioni vengano buttate al vento. Ad aprire la serata un figlio d’arte, John Lee Hooker.JR.
Meriterebbe spazio adeguato perché non parlo di un comprimario del blues e, sul palco lui dimostra il suo valore.
Uomo di spettacolo, capace di coinvolgere un pubblico ancora freddo, dirige una band molto giovane (il chitarrista sembra un bimbo) che spazia dal blues al funky, passando per il R & B.
Dimostra in diverse occasioni di sapere di essere a Savona (non è scontato per chi viaggia e suona in continuazione) e di amare l’Italia.
Qualcuno dal pubblico (il solito esagitato che avrà poi il coraggio di salire on stage) gli grida :”Boom Boom Boom”, vecchio cavallo di battaglia del padre , e lui risponde:” Certo, 10 volte, 11 volte…” lasciando intendere ironicamente che non è previsto.
Ma alla fine “Boom..” arriverà , col pubblico pronto a battere le mani ritmicamente , accontentando il volere di Hooker.
Molto bravi e gente soddisfatta.
John si dirige verso il banco del merchandise, per firmare personalmente i suoi CD, mentre sul palco viene sistemata la sedia per Winter.
Passano pochi minuti ed ecco la nuova band.
Quattro musicisti che attaccano con grande vigore , con un bravo chitarrista che suonerà solo in 2 occasioni, inizio e fine concerto.
Al termine del primo brano viene annunciato, con estrema enfasi , l’arrivo di Johnny Winter.
E’ una grande emozione per me.
Arriva traballante , camminando con grande fatica.
E’ pelle ed ossa e sotto al suo cappello nero l’antica chioma non sembra aver perso il suo fascino.
Pare sia quasi cieco e pieno di problemi fisici , ma …è sul palco.
Spesso ho immaginato di poter realizzare i miei sogni, con una bacchetta magica, ed il dubbio è sempre stato…”calciatore o musicista?” Vedere un uomo avanti con l’età , pieno di acciacchi seri, dopo una vita condotta al limite, e soprattutto con tali fantastici risultati , mi fa pensare che questo sia un “grande mestiere”, capace di dare energia a chi lo pratica e soddisfazione a chi lo “subisce”.
Lo spettacolo inizia ed è un’evoluzione continua che porta da un primo atteggiamento distaccato di Winter (ma forse non è la parola giusta), sino ad una situazione di fluidità ed interattività tra noi presenti ed un uomo che , nonostante calchi la scena da più lustri, trova ancora il contenuto entusiasmo per fornire un grande spettacolo.
Le sue dita volano sulla sua particolare (bruttina ma efficace) chitarra e la velocità sulla tastiera provoca valanghe di note che nascondono qualche errore veniale.
Anche la voce perde ogni tanto la tonalità , ma mi pare mantenga una certa potenza e la timbrica di un tempo.
I sui famosi riff si susseguono mentre il suo blues ci pervade l’anima.
Arriva anche il momento del tributo ad Hendrix ed ancora una volta Woodstook ritorna tra di noi.
Ad un certo punto ha tutti ai suoi piedi, a pochi passi da lui.
E un’immagine molto bella, un segno che va oltre l’esibizionismo, debolezza umana, ma l’immagine diventa un’icona , col vecchio musicista idolatrato dai suoi sostenitori.
Certo, è un pubblico ben disposto, presente per amore del blues e di chi ne è stato protagonista attivo,ma la scena è da album dei ricordi.
Si arriva alla fine, lui si alza a fatica e si allontana salutando.
Ho pensato all’impossibilità di un bis, viste le difficolta’ nel camminare.
Ma Johnny è nuovamente tra noi e ci sciorina la tecnica di cui è forse il massimo esponente: la slide guitar.
Lo ammiro da pochi metri , provando sentimenti differenti: ammirazione per la grande abilità, stupore per la capacità di trasmettere emozioni, tenerezza immaginando alle difficoltà in cui si trova, felicità di poter dire, “anche io c’ero!”.
Indimenticabile.










