mercoledì 15 luglio 2020

Porto Antico Prog Fest 2020

Il Balletto di Bronzo

Il Porto Antico Prog Fest proposto l’11 luglio del 2020 ha assunto sin dall'annuncio della sua conferma un significato superiore all’evento stesso.

La collaborazione tra Black Widow e l’organizzazione locale produce questa manifestazione ormai da molti anni, ma le note vicende legate all’emergenza sanitaria sembravano aver bloccato ogni tipo di attività: inimmaginabile pensare di pescare all’interno della nicchia del prog per ripartire, eppure… qualcuno ci ha visto giusto!

Il pubblico ha risposto alla grande, con un sold out a cui nessuno avrebbe pensato sino a poco tempo fa.

Il programma ha dovuto subire una modifica rispetto alla pianificazione di inizio anno, ed è venuta a mancare la componente straniera, ma lo spettacolo a cui hanno assistito i tanti presenti è risultato alla fine esaltante.

Per raccontarlo userò soprattutto l’elemento visuale, pescando tra le fotografie di Enrico Rolandi e le registrazioni video di Giorgio Nasso, Enrico Meloni ed alcune mie.

L’onore e l’onere di aprire la serata è toccato ad una band genovese, gli Jus Primae Noctis, che hanno avuto l’opportunità di proporre per la prima volta dal vivo il loro album, rilasciato nella fase di pre-lockdown.
La formazione è composta da Marco Fehmer - chitarra e voce -, Beppi Menozzi - tastiere -, Mario Riggio - batteria -, Pietro Balbi - chitarra -, e dal bassista Alessandro Bezante.

Quarantacinque minuti a disposizione per scaldarsi e animare il pubblico, presentando il magnifico concept album “Istinto”, un invito a riflessioni approfondite sulla necessità di approcciarsi alle cose della vita tenendo conto di differenti punti di vista, valutando prospettive tra loro alternative.

Ciò che ho avvertito nel corso della performance è stato un senso di liberazione, un mix tra la soddisfazione di rappresentare una sorta di punto zero/ripartenza e la gratificazione legata alla presentazione dal vivo della loro creatura. Una band vive aspettando il momento di calcare il palco per condividere la propria arte, e nell’occasione Jus Primae Noctis ha ricevuto il giusto riconoscimento da parte di un’audience attenta e qualificata.

A seguire propongo un’intervista a Beppi Menozzi, un paio di brani e la scaletta di serata.




Il secondo gruppo ad esibirsi è ancora genovese, Il Segno del Comando, tra i protagonisti dell’ultimo concerto a cui ho assistito, il 5 di febbraio scorso, quando suonarono al Teatro Politeama aprendo il concerto del Banco del Mutuo Soccorso.

Il leader della band è Diego Banchero, ed è lui stesso, intervistato nel pre-concerto, a svelare il programma di serata, di  cui hanno fatto parte un paio di ospiti.
La lineup, oltre a Banchero al basso, presenta Riccardo Morello - voce e tastiere -, Davide Bruzzi - chitarra e tastiere -, Roberto Lucanato - chitarra -, Fernando Cherchi - batteria - e Beppi Menozzi, ancora lui, alle tastiere: un ensemble collaudato che gira a mille.

Tra i brani conosciuti spiccano due inediti, ma in questa serata così speciale è il sound globale, consolidato, che tocca ed esalta il pubblico.
All’interno del loro set emergono le due presenze esterne, esibitesi in differenti brani. La prima è Silvia Agnoloni - che personalmente non conoscevo -, cantante attiva in ambito metal, dotata di una grande voce e di una forte presenza scenica. Chiacchierando ad inizio giornata si era premurata di evidenziare questa sua natura più “dura”, immaginando di essere fuori dal contesto generale, ma i presenti… non si sono accorti di nulla! Una bella scoperta…
Tocca poi a Sophya Baccini, una che il palco di Genova lo conosce a memoria, e sfodera uno dei suoi momenti “elevati”, ma questa volta al servizio de Il Segno del Comando, con cui aveva peraltro collaborato un po' di anni fa.

Il trait d’union tra apertura e chiusura funziona a meraviglia, e anche per loro propongo materiale utile per i curiosi che non hanno potuto essere presenti.



E arrivano gli headliner, il Balletto di Bronzo, ovvero una formazione storica del prog italiano, che in epoca recente non si era mai esibita a Genova, eccezion fatta per un live di Gianni Leone al FIM, qualche anno fa.

Negli attimi che precedono il concerto Gianni sintetizza il momento attuale del Balletto, che nell’occasione presenta un album denominato “Official Bootleg”, realizzato in CD e in vinile (al momento 100 copie numerate, da settembre nel normale circuito di vendita).
Importanti le sue affermazioni - ribadite più volte sul palco - inerenti alla soddisfazione di aver trovato la band ideale del nuovo corso, concetto che si porta dietro una logica conseguenza, la realizzazione di un album di inediti - a distanza di tantissimi anni - a cui il trio ha già iniziato a lavorare.

Oltre a Gianni Leone alle tastiere e voce, troviamo Riccardo Spilli alla batteria e Ivano Salvatori al basso, un nucleo potentissimo, come dimostrano le riprese video a seguire, alcune girate sul palco.
Leone associa differenti caratteristiche sorprendenti: un mix costituito da grande abilità tastieristica - fatta di tecnica e fantasia -, unita ad una capacità innata di stare sul palco, con l’aggiunta di una voce incredibile - che lui definisce “da adolescente” -, capace di modularsi ed estendersi a piacimento, una grande sorpresa per chi non lo avesse mai visto dal vivo. La “Nevermoore” dei Queen, inserita nel bis ed eseguita in totale solitudine, ha rappresentato un pezzo di assoluta bravura.

La sezione ritmica è apparsa efficacissima, giustificando in pieno il giudizio di Leone.
Apoteosi finale con il lancio di “documenti” e il timbro personale - la data di un giorno da ricordare - su alcuni spettatori seduti nella prima fila.



Era importante esserci, era necessario schiacciare il pulsante dello start, e a fine concerto l’eccitazione era palese, avvertita anche nei commenti dei giorni a seguire.
Il mio contributo è rappresentato da questa piccola cronaca, che potrà servire a chi non c’era, o forse solo per ricordare, negli anni a venire, che c’è stato un giorno in cui Black Widow e il suo entourage hanno voluto dare un segnale preciso, contribuendo a rialzare la testa e a cercare la luce in fondo al tunnel, alimentando la speranza, non a parole, ma in modo concreto.
E in quel momento, per chi era presente, un bel “E io c’ero!”, sarà motivo di vero orgoglio.

Qualche scatto di Enrico Rolandi

Jus Primae Noctis


Il Segno del Comando

Sophya Baccini


Silvia Agnoloni

Il Balletto di Bronzo

giovedì 9 luglio 2020

La Pentola di Papin: da Sondrio, nel 1977


La band “La Pentola di Papin” prese il nome dal brevetto del fisico Denis Papin, una pentola a pressione realizzata nel 1679.
Nel nostro caso parliamo invece di un gruppo dedito al prog proveniente da Sondrio, che nel 1977 rilasciò l’album “Zero-7” per l’etichetta “Disco più”.

Quartetto nato dalle ceneri di gruppi locali, arrivò al disco superando il limite temporale “consentito” (il 1977), e appare curioso che, nonostante la lontananza geografica dagli ambienti più importanti, e il fatto che le etichette discografiche stessero smettendo di investire sul genere progressivo, riuscì a centrare l’obiettivo che, anche se non in modo eclatante, permise loro di arrivare ad una buona visibilità, accedere ad una sala di incisione ed entrare nella storia del prog italico.
Purtroppo, si sciolsero subito dopo e non ebbero mai la possibilità di promuovere il disco che sarebbe uscito l’anno dopo, e che è ambito - e costoso - dagli amanti delle rarità nel genere prog.

La band era composta da Ferruccio "Ferry" Bettini (voce, tastiere), Angelo Lenatti (chitarra, voce), Dory Dorigatti (basso) e Bruno Stangoni (batteria).


Album discreto ma non essenziale, con moderate influenze classiche e proposizione di alcune atmosfere dei primi anni '70, sette tracce che presentano tratti antichi, profumi di classicità (“Introduzione” propone la quinta di Beethoven), un po' di beat, una spruzzata di pop, psichedelia e recitato, probabili influenze di quanto arrivato dalle loro parti con il logico ritardo a cui erano sottoposte le band geograficamente decentrate. Ma ormai la musica avevo preso altre strade. Insomma, è forte l’idea del ritardo di almeno un lustro.
Ma non è questo il momento della critica, anzi, certe cose vanno ascoltate con attenzione e rispetto, immaginando l’impegno e qualche delusione che toccò un manipolo di giovani coraggiosi e appassionati musicisti.

“Zero-7 “è stato pubblicato con una copertina apribile, probabilmente in numero limitato di copie, ed è un album raro. È stato ristampato in CD con copertina diversa.

Il prog italiano dimenticato... o mai conosciuto!


LP
Zero 7 Disco Più (DP 39010) 
         1977   copertina apribile

CD
Zero 7 Vinyl Magic (VM 034)
         1993   ristampa dell'album del 1977 con diversa copertina


martedì 7 luglio 2020

Ricordando Syd Barrett



Il  7 luglio 2006, moriva Roger " Syd" Barrett, fondatore dei Pink Floyd.
La lettura di una sua biografia di mi invoglia a ricordarlo attraverso uno degli episodi divenuti leggenda.

Nel 1975 avvenne probabilmente l’episodio più famoso della vita di Syd Barrett dopo la fine della sua carriera nel business musicale, celebre perché coinvolse anche i suoi ex colleghi di lavoro dei Pink Floyd. 
Era il 5 giugno quando negli studi di Abbey Road, in cui fervevano i preparativi per “Wish You Were Here”, album successivo al fortunatissimo “The Dark Side Of The Moon”, si presentò un visitatore totalmente inaspettato. Era Syd, che in un primo momento non fu riconosciuto dai suoi vecchi compagni di gruppo, tanto era cambiato fisicamente dall’ultima volta che l’avevano visto, e tanta era l’incredulità di vederlo ancora una volta negli studi con loro. Il primo a riconoscerlo fu il suo amico di vecchia data David Gilmour, che con una certa commozione lo invitò ad unirsi al gruppo per ascoltare una versione embrionale di Shine On You Crazy Diamond, proprio la traccia che nel disco era dedicata alla sua assenza nel gruppo e che lo ricordava con sentimenti di forte emozione. Anche se non sembrò essere particolarmente impressionato dal lavoro dei Floyd, e rifiutò di ascoltare il pezzo una seconda volta, il suo incontro con la band che aveva guidato fino a qualche anno prima fu determinante per dare al gruppo un catalizzatore per terminare il pezzo e infondergli quel sentimento particolare di compassione e rimpianto racchiuso nei versi e nella musica.
Sui motivi che spinsero Syd a irrompere nello studio in cui i suoi colleghi stavano lavorando, non si potrà mai fare luce, ma è probabile che fosse venuto a conoscenza della loro presenza da qualche amico comune e che si fosse introdotto ad Abbey Road sfruttando la sua credibilità come artista della EMI. 

Come ha ricordato Nick Mason, quello che lo colpì di più in Syd fu il suo aspetto, completamente diverso da quello che ricordava: “Ero orripilato dal suo cambiamento fisico. Avevo in mente il personaggio che avevo conosciuto sette anni prima, molto più magro, con i capelli neri e crespi e una personalità trascinante. I miei ricordi erano meno legati al Syd devastato che aveva lasciato la band nel 1968, ma invece alla persona che avevamo conosciuto quando si era spostato da Cambridge a Londra, che suonava la sua particolare Fender Esquire con gli specchi attaccati sulla superficie, e con un guardaroba pieno di maglie Thea Porter, e con bellissime ragazze bionde che gli giravano sempre intorno. Ora sembrava essere un uomo che non avesse del tutto degli amici. La sua conversazione era confusa e non completamente comprensibile, anche se devo ammettere che nessuno di noi abbia fatto della conversazione molto brillante in quel caso. Non ho idea del perché fosse lì. Non era stato invitato e personalmente non lo vedevo da quando lasciò il gruppo, nel 1968, anche se nel 1970 Roger, Rick e David avevano lavorato ai suoi due album solisti... “.

Da “Le canzoni di Syd Barrett”, di Alessandro Bratus.






domenica 5 luglio 2020

Rolling Stones: il concerto di Hyde Park del 5 luglio 1969 raccontato da Michael Pergolani


Un evento storico ricordato da chi era presente, Michael Pergolani (https://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Pergolani)

5 LUGLIO 1969-Concerto di Hyde Park in ricordo di Brian Jones

È una splendida giornata, il sole è caldo e rassicurante, Brian Jones è morto. Sgomento, incredulità... Per noi era morto il nostro poeta maledetto e per moltissimi il simbolo vivente degli Stones, l'espressione più estrema, più intrigante e più ribelle della band. Il suo volto da bambino, i suoi occhi sempre gonfi erano da tempo diventati il segno iconico della dissolutezza degli Stones stessi.

Molta gente era convinta che senza Brian il gruppo non sarebbe più stato lo stesso. Chissà… Il fatto è che la sua morte, tragica ed effimera al contempo, era stata strumentalizzata e venduta dai quotidiani popolari come estrema prova di depravazione e facili costumi. “Ecco a cosa porta il loro scellerato stile di vita!” Questo il succo degli articoli.

Quel 5 luglio 1969 gli Stones ci avevano chiesto di andare tutti ad Hyde Park per commemorare Brian e noi avevamo risposto in tanti, forse 200.000, forse di più, una giornata storica.

Un forte odore di hashish permea la Serpentine di Hyde Park. Molta gente s'è buttata nel laghetto. L'acqua è gelida ma gli inglesi probabilmente pensano che tutta l'acqua del mondo sia gelida. Tra i ragazzi gira di tutto, LSD californiano, funghi e mescalina del Messico, oppio, pillole colorate di ogni genere e grandezza (Love pills, Take-It-Easy, etc.) e poi il potente hash afgano, il libanese rosso, il marocchino zero-zero, i thay-sticks, l’agapulco gold. I bobbies ci circondano fin dall’inizio ma rimangono ai margini, fermi nelle loro divise estive come soldatini di piombo.

I cellulari e le camionette sono concentrati in alcune traverse di Bayswater e, a sud, lungo la strada che da Queen's Gate porta all’Hyde Park Corner. Siamo veramente in tanti. C'è gente che balla, intere famiglie di hippies che suonano e cantano, gli hare krishna coi santoni magrimagri in arancione e i guru vestiti di bianco nonchè tanti aquiloni su nel cielo e tanto colore intorno come in un quadro di Pollock.


Aspettiamo gli Stones. Sul palco, per la prima volta sento i King Crimson di Robert Fripp e i Family di Roger Chapman. Ottimo, davvero un ottimo inizio. Poi arrivano loro, gli Stones, poi il discorso di Mick tutto vestito di bianco, poi i bei versi del poeta Shelley e le migliaia di farfalle che, in una nube leggera e tremolante, si alzano verso il cielo. L'emozione è forte, intensa, indimenticabile.





sabato 4 luglio 2020

The Ramones-The Roundhouse, Londra, 4 luglio 1976



The Ramones
The Roundhouse, Londra, 4 luglio 1976

Insieme hanno dato vita a un’ispirata esibizione di arte minimalista”.
Michael Watts, Melody Maker

Patty Smith, astro nascente di una ribellione a base di reggae e Rimbaud, aveva fatto il suo esordio londinese poche settimane prima. Per i Ramones invece, niente letture di poesie o magliette dedicate a Keith Richards. Fracassoni e foruncolosi, i quatto newyorkesi urlarono come ossessi, snocciolando i loro pezzi a velocità supersonica (fermandosi solo per togliere i giubbotti di pelle) e lasciarono il palco dopo mezz’ora salutati dall’ovazione di una folla carica di birra. La settimana successiva, Max Bell di Melody Maker definì quella musica “rockoglione”, descrivendola tuttavia come capace di riscuotere la sua inconndizionata approvazione e quella di quasi tutti i 15000 spettatori presenti. Il termine non attecchì, ma lo stile e il suono portati alla ribalta dai Ramones sì.

Praticamente tutti coloro che avrebbero formato i principali gruppi punk inglesi quella sera erano al Roundhouse e osservavano attoniti come si potesse mettere in piazza senza paura la propria condizione di emarginati urbani bianchi. La chiava stava nella semplicità: nomi da finti fratelli (Joey Ramone, Dee Dee Ramone, e così via), abbigliamento da teppisti, canzoni che si confondevano una con l’altra. Jeans a tubo strappati, magliette attillate e scarpe da tennis da pochi dollari, i Ramones assunsero immediatamente la loro tipica posa a gambe aperte e ginocchia piegate, mentre le loro facce smunte e serissime non mostrarono alcuna emozione per tutto il concerto. Con il suo taglio di capelli a scodella, il bassista Dee Dee parve a Max Bell “ l’esemplare umano meno intelligente” mai visto su un palco, capace però di suonare con tanta forza da ferirsi a un dito. In mezzo alla folla, ubriaco e ingestibile, c’era il futuro bassista dei Sex Pistols Sid Vicious, e Dee Dee era il suo musicista preferito.

Sid adorava i Ramones” spiega Marco Pirroni, che sarebbe diventato chitarrista di Adam Ant The Ants, “anche se odiava il loro taglio di capelli. Sid aveva un taglio di capelli splendido, loro no. Ma da loro prese a prestito l’idea del giubbotto di pelle e dei jeans strappati.”
Il suono senza fronzoli di Joey e compagni ebbe dunque un impatto istantaneo sulla nascente scena punk.

Quando i Sex Pistols entrarono in studio insieme al produttore Chris Spedding, portarono con sé l’album di debutto dei Ramones dicendo: 
"E’ così che vogliamo suonare!”
(Mark Paytress . "Io C'ero")




venerdì 3 luglio 2020

Brian Jones, Jim Morrison e... NICO


Il 3 Luglio è un giorno che accomuna due morti celebri nel mondo del Rock, quella di Brian Jones, nel 1969, e quella di Jim Morrison, esattamente due anni dopo.
Per ricordarli entrambi ricorro a… una terza persona, altrettanto importante, Nico, che li conobbe bene, da molto vicino.
La vita di Nico fu un po’ più lunga di quella di Brian e Jim, ma abbastanza complicata.
Morti premature, morti eccellenti, morti di cui rimarrà traccia, per sempre!


NICO modella

Nico conobbe i primi successi personali come modella apparendo su numerose pubblicazioni di moda a diffusione internazionale. Ancora molto giovane si trasferì a Parigi, dove ebbe modo di incontrare il famoso fotografo Tobias che la ribattezzò Nico, dal nome del suo ex boy-friend, il regista Nico Papatakis.
Nella sua carriera di modella, Nico - divenuta pupilla della famosa stilista Coco Chanel - lavorò fino alla fine degli anni '50 per riviste prestigiose come Vogue, Tempo, Vie Nuove, ed altre ancora.
Come attrice ebbe anche un ruolo minore nel film "La dolce Vita", di Fellini e interpretò alcuni film di Andy Warhol.


Con i Velvet Underground.

Dopo aver incontrato Andy Warhol ed essere divenuta un'assidua frequentatrice della sua "Factory", fu da questi incoraggiata a partecipare, come voce solista, al primo disco dei Velvet Underground, intitolato appunto "The Velvet Underground & Nico", con l'inconfondibile banana warholiana in copertina.

Il gruppo dei Velvet, anche loro frequentatori della Factory, ebbe il periodo di massima notorietà dopo la pubblicazione del disco d'esordio (1967): i loro primi concerti erano vere e proprie performance totali, comprendenti incontri di teatro, suoni e cinema in cui con la musica venivano proiettate immagini psichedeliche; un ballerino, Gerard Malanga, accompagnava canzoni come Heroin e Sunday Morning. Lo spettacolo, chiamato Exploding Plastic Inevitable o EPI, era in realtà una creazione di Warhol. Ma la presenza di Nico all'interno della band è sempre stata problematica: forzata dallo stesso Warhol, inizialmente non era stata accettata dagli altri componenti; solo John Cale maturerà con la "chanteuse" un forte legame duraturo nel tempo (sarà infatti il produttore dei suoi più importanti lavori da solista).

Nonostante ciò "The Velvet Underground e Nico" è divenuto uno dei migliori album della storia del rock, carico di innovazione e spinte targate east coast, momenti suggestivi ed espressioni metropolitane. In quest'opera s'inserisce la voce di Nico che - dotata di un timbro rauco e assolutamente personale - viene tuttora considerata una delle più belle della musica rock
La canzone Sunday Morning interpretata da Lou Reed con voce effeminata, è ritenuta un vero capolavoro, che il suo particolare modo di cantare ha reso indimenticabile.


Con Andy Warhol

Solista

Verso la fine degli anni Sessanta decide di abbandonare i Velvet proseguendo la propria attività di mannequin e registrando diversi album da solista (Cale sarà un suo importante collaboratore) ma senza mai ripetere il successo riscosso con i Velvet Underground. 
Anni più tardi dichiarò: "I Velvet volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzione di loro da parte della stampa", a testimonianza di una collaborazione forzata anche se ben riuscita.
Questo è, però, il periodo più prolifico della sua carriera: preso in mano l'harmonium che Cale le aveva regalato, Nico inaugura un modo del tutto nuovo di concepire la canzone diventando punto di riferimento e anticipatrice della corrente dark di fine anni 70.
Dagli arrangiamenti ipnotici alle melodie pungenti e inquietanti della sua voce, a volte anche a cappella, la valkiria dai tratti perfetti butta le basi del dark: gusto per l'occulto, ambientazioni gotiche e mistero si fondono in uno con senso d'angoscia, alienazione, decadenza e mestizia: "Non so bene come faccia a vivere. È una continua lotta tra me e me. È un dramma sentirmi come aliena a me stessa. Non ho alcun riferimento per capire chi io sia. Vivo come in un perenne esilio" dichiarerà una volta l'artista. 

Il lavoro che porta a maturazione queste sue tendenze è Desertshore, in cui gli embrioni contenuti nel precedente album (The Marble Index) vengono sviluppati a pieno con risultati grandiosi. 
Nel 1974, partecipa al concerto collettivo June 1, 1974, organizzato dall'etichetta Island per promuovere la figura di Kevin Ayers. In esso, appare la sua famosa versione di The End dei Doors, incisa da Nico un anno prima nell'omonimo disco.

Con Brian Jones

La morte

Dopo circa cinquant'anni passati fra il lavoro di precoce modella, attrice, cantante e musicista, fra la tossicodipendenza e il continuo senso d'inquietudine, arriva la fine, e come la vita, è avvolta nel mistero: morì a Ibiza, nel 1988 per emorragia cerebrale, pare a seguito di una banale caduta con la bicicletta.
Con John Cale

Commento di Gabriele Lunati

Nico è una figura tragica, controversa, sfuggente, una delle personalità più sconcertanti della storia del rock, bellissima, a tal punto da odiare lei stessa la propria bellezza e proiettare il suo fisico in un tunnel di autodistruzione che la rese più simile a un puzzle in procinto di disgregarsi in mille pezzi che a una musa o a una dea di un culto pagano suo malgrado vivo e profondo. Una donna sola, apolide per scelta, imperscrutabile, con un volto enigmatico da tragedia greca e il fascino ambiguo di una vita intensa. Ex modella, attrice principiante, musa della Factory di Andy Warhol, chanteuse dei Velvet Underground quindi artista solista e ancora attrice impegnata in pellicole non commerciali, è diventata un'icona tragica e silenziosa che non si annovera tra le leggende del rock perché ha vissuto buona parte della sua vita artistica lontano dai clamori e dal music business. Cinica, egoista, eroinomane, incompresa. La sua fu un'esistenza oscura sul precipizio di un abisso interiore e come la sua arte, anche la morte di Nico, sacerdotessa sepolcrale del rock, resterà per sempre avvolta nel mistero.

martedì 30 giugno 2020

YES: la bellezza di "Turn Of The Century"


Vorrei soffermarmi sulla bellezza assoluta di un brano, all’interno di un album perfetto, “Going For the One”, YES, 1977.

Chi ama il “mondo YES” e ne conosce la produzione sa che è difficile estrapolare la perla tra le perle, una prateria di musiche e liriche da brividi, e fare una classifica diventa arduo, anche facendo riferimento al solo “Going…”. Leggiamo i titoli:

1) Going For the One
2) Turn of the Century
3) Parallels
4) Wonderous Stories
5) Awaken


Ma più che una graduatoria di merito, oggettivamente impossibile, voglio sottolineare la valenza di “Turn of the Century”, il brano che provo a commentare.
La scelta è legata soprattutto al fatto che ho sempre dato maggior peso alla musica piuttosto che alla lirica, anche se ultimamente ho elaborato un concetto - che spiegherò in altra occasione - che mi ha portato verso la piena soddisfazione nel caso di equilibrio tra i due fattori.

Turn of the Century” è, dal mio punto di vista, esempio di perfezione, di bilanciamento tra atmosfere sonore e racconto, un iter che forse sarebbe di meno impatto se non esistesse la voce di Jon Anderson.

Proviamo…

“Turn of the Century” (Il Mutare del Tempo) è stato scritto dal mistico Jon Anderson, ma è l'unico brano dell'album che vede comparire Alan White nei crediti. Non significa che il suo drumming inciderà sulla traccia, che è una di quelle che si avvicina molto alla forma canzone, ma i suoi “tocchi” delicati contribuiranno ad aumentare la tensione positiva che impermea il pezzo.
Determinante la chitarra di Steve Howe, così come le atmosfere create dalle tastiere di Rick Wakeman. La voce di Anderson è lo strumento in più, ma non ha bisogno di essere descritta.
Ma vorrei soffermami sul contenuto, spesso non conosciuto, e alla luce della spiegazione, ne sono certo, il brano che propongo a seguire sarà assimilato con un’ottica differente.

Provo a sintetizzare il significato, dopo aver selezionato le migliori traduzioni trovate in rete, alcune fatte in modo letterale, senza tener conto della reale volontà dell’autore.
Spesso risulta difficile decodificare un testo italiano, volutamente criptico, e se l’esercizio di abilità viene proposto in altra lingua le cose si complicano.

Jon Anderson vuole sottolineare l'inossidabile potere dell'amore, narrandoci la triste storia di Roan, che si è visto portare via la moglie da una incurabile malattia, in una profonda notte di un freddissimo inverno. Spirata come la luce immobile del tramonto, la donna se n'è andata mostrando un'anima indifesa, davanti allo sguardo impotente del marito. Ma durante questi tragici momenti i due scoprono un segreto: l'inverno fa morire ogni cosa, tutto tranne la pietra. 
Una volta finite le lacrime, il povero Roan si mette a modellare una pietra, dandole le sembianze della amata moglie, che l'inverno si è portato via per tutte le stagioni future. Lui la immagina che pian piano prende vita ed inizia a danzare e cantare, invitandola a stare ferma ed immobile per far sì che possa terminare il lavoro. Se solo lei potesse vederlo mentre cerca di riportarla in vita modellando una fredda pietra! 
Roan passa intere giornate a scolpire la pietra, rivivendo i magici momenti passati insieme alla moglie. Una volta ultimata la scultura, Roan attende paziente il mutare del tempo ed il prossimo inverno, sperando che stavolta si porti via lui e lo faccia ricongiungere alla propria amata, in modo da rivivere gli splendidi momenti passati assieme nella vita terrena.
(https://www.rockandmetalinmyblood.com/recensioni/yes-going-for-the-one/1977-atlantic-records/2394/)

Il mio sunto: le magnifiche atmosfere disegnate dagli YES vengono accentuate dalle profonde liriche partorite da Jon Anderson, confezionando uno dei brani più struggenti e di atmosfera dell'intera discografia Yes.


Formazione:

Jon Anderson: voce, percussioni
Chris Squire: basso, seconde voci
Steve Howe: chitarre elettriche e acustiche, vachalia, seconde voci
Rick Wakeman: piano, organo, moog, sintetizzatori
Alan White: batteria, percussioni




The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana

Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America“. 
Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.

Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”

Da “Io C’ero”, di Myke Paytress.

Immagini di repertorio...



lunedì 29 giugno 2020

Manfred Mann


Manfred Mann è stato un gruppo musicale rock britannico attivo negli anni Sessanta nell'ambito del fenomeno musicale della British invasion.

È conosciuto soprattutto per alcune cover di particolare interesse, come quelle dei brani di Bob Dylan Just Like a Woman, del 1966, incluso nell'album Blonde on Blonde, e Quinn the Eskimo (Mighty Quinn), composto nell'anno successivo e inserito in The Basement Tapes, che nella loro versione raggiunse i primi posti nelle hit parade (segnatamente raggiunse il primo posto nelle Official Singles Chart il 14 febbraio 1968 rimanendovi per due settimane).


Presero il nome dal loro fondatore, il tastierista di origine sudafricana Manfred Mann.

Band in origine conosciuta con il nome di Mann-Hugg Blues Brothers, incise per diverse etichette discografiche: HMV, EMI Records, Capitol Records, Fontana Records, Ascot e Mercury Records, negli Stati Uniti.

Ospiti nel 1964 e nel 1965 del Festival di Reading e Leeds, sono fra gli artisti che hanno partecipato allo spettacolo televisivo Top of the Pops.

Dal gruppo originale sono derivate negli anni Settanta altre band conosciute con nomi diversi: Manfred Mann Chapter Three, Manfred Mann's Earth Band, The Blues Band, The Manfreds.

Hanno collaborato, fra gli altri, con la cantante Carole King, con il chitarrista e compositore Trevor Rabin, con il batterista Gavin Harrison e con gli Uriah Heep (il solo Manfred Mann, nel 1971, per l'album Look at Yourself).


Questi i musicisti che si sono alternati nella formazione dei Manfred Mann:

Manfred Mann - tastiere (1962-1969)
Mike Hugg - batteria, vibrafono, tastiere (1962-1969)
Dave Richmond - basso elettrico (1962-1964)
Mike Vickers - chitarra elettrica, sax alto, flauto - (1962-1965)
Paul Jones - canto, armonica a bocca (1962-1966)
Tom McGuinness - chitarra, basso (1964-1969)
Jack Bruce - basso (1965-1966)
Klaus Voorman - basso (1966-1969)
Mike d'Abo - canto, tastiere (1966-1969)
Glyn Thomas - batteria (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)
Tony Smith - basso (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)


sabato 27 giugno 2020

Dire Straits live a Sanremo il 27 giugno del 1981


La mia partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto, compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del 1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.

In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale” e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale generalista come era ed è La Stampa.
In ogni caso un bel ricordo!

Stampa Sera 29/06/1981 - numero 174 pagina 7


Dire Straits strepitosi
Sanremo presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits

SANREMO — Per il primo concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito» Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo. Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di 200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito, proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”, “Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più applauditi.
Il campo sportivo - dove alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere. I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.

In soli tre anni i Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due anni fa in America.
Mercoledì saranno allo stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta andando fortissimo. 

Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il biglietto solo se ne vale veramente la pena».

Per il concerto sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova, Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei cinque magnifici Dire. 


LA SCALETTA

Once Upon a Time in the West
Expresso Love
Down to the Waterline
Lions
Skateaway
Romeo and Juliet
News
(dedicated to John Lennon and Bob Marley)
Sultans of Swing
Portobello Belle
Angel of Mercy
Tunnel of Love
Telegraph Road
Where Do You Think You're Going?
Solid Rock