lunedì 26 marzo 2018

Lou Tapage: una piacevole scoperta


E’ domenica, è appena entrata in vigore l’ora legale e ci si illude che sia improvvisamente scoppiata la primavera. Ma non è così, non ancora almeno.
Il vento freddo, che dalle nostre parti non manca mai, suggerisce una passeggiata vicino al mare, dove ci si ritrova di solito per dividersi confortevoli raggi di luce che regalano l’illusione dell’anticipazione estiva. Celle Ligure può essere una buona meta per immaginare scenari imminenti.
Appena imboccato il camminamento che costeggia il mare sento il richiamo della musica, quello che di solito mi colpisce anche a chilometri di distanza… ne sento il profumo nell’aria! Mi avvicino e in una piazzetta caratteristica trovo una marea di gente - che sulle prime appare l’audience - e un gruppo che ha appena finito il suo brano. Sarà una band locale?
Parte “Volta la carta” e la massa presente si accende all’improvviso, si formano le coppie per un ballo che non presenta alcuna rigidità negli schemi, perché le formazioni si spaiano in un cambio vorticoso e continuo, sicuramente gioioso. Non provo la solita sensazione di tristezza che mi procurano le feste di paese, forse perché mi sembra di avere nelle orecchie la voce di De Andrè e il violino di Lucio Fabbri, e poi la sezione ritmica è da paura.
Rimango incantato per un paio di minuti, ascolto quello che rimane, una miscela sonora dove anche i Pink Floyd hanno buon gioco.
Semplificando... direi che era in corso un concerto di musica occitana, con un pubblico di ballerini itinerante, ma non sono certo di come funzionino le cose, di quali siano i riti. So però che i Lou Tapage - è questo il nome della band - propongono una musica decisamente coinvolgente che, dovendo/volendo per forza etichettare, inserirei nella casella della musica popolare, ma che a ben vedere lega il folk al rock, sino ad arrivare alla musica progressiva, passando per il cantautorato.
Perizia tecnica e senso del gusto, con un recupero delle tradizioni che fornisce il vero senso del significato di cultura applicato alla musica.
Leggendo la loro storia si capisce che la gavetta ha avuto buon gioco, ma averli ascoltati dal vivo, seppur per pochi minuti, mi è bastato per avere la misura della loro dimensione: nei live non si può mentire! Ed è proprio dal vivo che si accettano eventuali errori e imprecisioni, privilegiando la capacità di catturare il pubblico. E’ un rapporto osmotico quello che lega i Lou Tapage al pubblico, e a un certo punto viene da chiedersi quale sia l’elemento di traino, il musicista o il danzatore?
Io non sono un ballerino e ho assistito solo a un piccolo frammento di spettacolo, quanto basta per essere impressionato dalle qualità di questa band, giovani provenienti dal cuneese, ma conosciuti anche oltre i nostri confini.
Il piccolo video che ho registrato dovrebbe dare un senso alle mie parole.


Un po' di storia…

Gruppo rock-folk nato nel 2000 nel sud ovest del Piemonte la cui musica spazia dal ritmo dei balli popolari occitani alle arie irlandesi, dal cantautorato italo-francese alla musica celtica, il tutto legato da un proprio eclettico filo conduttore. L'esordio discografico sulla lunga distanza è del 2005, con l'album "Lou Tapage" a cui fanno seguito nel 2007 "Reve Eternè", nel 2009 "Que vos lei far" e nel 2013 "Finisterre". E' del 2010 l'originale riproposizione in lingua occitana dell'album "Storia di un impiegato" di Fabrizio De Andrè. Negli anni i Lou Tapage hanno calcato senza sosta palchi italiani, francesi e svizzeri, con più di cinquecento concerti all'attivo e partecipando a festival quali Folkest, Bustofolk, Nubilaria Celtic Festival, Tavagnasco Rock, Colonia Sonora, Balla coi Cinghiali, Estivada, Hestiv' Oc, Taranta Power di Badolato e molti altri. Per tre volte sono stati ospiti al Capodanno Celtico a Milano presso il Castello Sforzesco, in cui hanno potuto aprire i concerti di Hevia e dei Kila. Hanno suonato all'auditorium Rai di Torino in apertura del concerto di Eugenio Bennato, per le Olimpiadi di Torino 2006 ed in Piazza Castello a Torino per i 150° dell'unità d' Italia. Finalisti del 1MFestival 2014 e del Capitalent di Radio Capital 2014.





Entrando nel loro sito ho appreso che è in corso una campagna di crowfunding per la produzione di un nuovo album… ecco alcuni dei dettagli utili…



mercoledì 21 marzo 2018

Il "Cantagiro" della mia adolescenza



Nei miei ricordi antichi il "Cantagiro" era qualcosa di interessante e allo stesso tempo da tenere a debita distanza.
Provai esattamente questo feeling quando attorno al 1972 vidi dalla finestra di casa mia la carovana di auto piene degli artisti più in voga, salutata dal pubblico ai bordi della strada, esattamente come al passaggio della Milano-Sanremo.
Perché provavo sentimenti contrastanti?
Nella mia intransigenza e rigorosità dell'epoca era quasi una sacrilegio vedere Jimmy Fontana, Nicola di Bari, Massimo Ranieri, Rita Pavone, accanto a nuovi gruppi beat come Dik Dik, Nomadi, Equipe 84; per non parlare poi degli stranieri che ci facevano respirare odore d'oltremanica, come Mal e i Primitives, Motowns, Sorrows.
Tempi lontani, tanto lontani, ma anche adesso, nonostante mi senta ormai scevro da ogni pregiudizio musicale, quel pomeriggio estivo di tanti anni fa mi procura un senso di disagio, forse solo legato al fatto che per qualche motivo "disciplinare", non ottenni il permesso per partecipare alla festa serale.
Ed ecco una piccola "definizione" del Cantagiro del primo periodo, quello a cui ho appena fatto riferimento.


La prima edizione della manifestazione si è svolta nel 1962.
La formula era presa a modello del Giro d'Italia di ciclismo, e consisteva in una carovana canora in giro per l'Italia con diversi cantanti che gareggiavano tra loro, giudicati da giurie popolari scelte tra il pubblico delle varie città.
Ogni sera veniva proclamato il vincitore di tappa, e nella tappa finale (a Fiuggi) veniva annunciato il vincitore assoluto. Per 5 edizioni consecutive (dal 1968 al 1972) la finale fu disputata a Recoaro Terme, nello scenario delle Fonti Centrali. La finale era articolata in tre serate, con la diretta tv su RaiUno della serata conclusiva.
Gli interpreti ed i relativi brani erano divisi in sezioni: il Girone A comprendeva artisti di fama, il Girone B le "nuove proposte canore", il Girone C i gruppi musicali.
Con l'avvento del nuovo decennio ed il declino del successo, l'organizzazione si fermò con l'edizione del 1974. Le ultime due edizioni, chiamate Cantagiro show, ebbero meno riscontro rispetto al passato.

domenica 18 marzo 2018

Il Sigillo di Horus-"Effimera" (Black Widow Records)


Il 28 febbraio la Black Widow Recods ha rilasciato in versione vinile l’album “Effimera”, de il Sigillo di Horus.
Quella che seguirà non può rappresentare una recensione all’album, ma una sintesi di fatti oggettivi e sentimenti contrastanti - i miei -, che fanno sì che l’elemento tecnico e musicale passi in secondo luogo. A seguire un’intervista ad uno dei membri originali - Diego Bertone -, un po’ di storia e un breve commento audio di Joe Vescovi, estrapolato da una nostra telefonata di qualche anno fa.
Occorre fare una piccola premessa.
Il Sigillo era una band di miei concittadini che ho avuto l’opportunità di conoscere quando ero adolescente, nel pieno della mia eccitazione musicale, quando vivevo con la chitarra in mano e la testa rivolta alle band che all’epoca andavano per la maggiore e che non avrei mai più abbandonato.
La sala prove del mio gruppo in erba era nell’oratorio del quartiere, e tra una prova e l’altra si sostava all’esterno del locale. Ogni giorno ci capitava di vedere passare un ragazzo con una custodia che palesemente racchiudeva una chitarra, una fortissima attrazione per tutti noi, perché il suo piglio denunciava sicurezza ed esperienza. Seguendo il suo “flauto magico” arrivammo timidamente alla sala prove - una vecchia fabbrica in disuso -, e col tempo fummo accettati e diventammo il loro pubblico nel corso delle prove pressoché quotidiane.
Ricordo il giorno in cui la “nuova” cantante (Ivana Costi) apparve in sala (mi pare con la sorella)… rimembro la prima cantante - Lina Savonà -, ho memoria del giorno in cui si sparse la voce che Joe Vescovi sarebbe arrivato - il suo commento dopo aver ascoltato l’intero repertorio mi colpì per sempre ed è sottolineato nella testimonianza audio a seguire -, e ricordo perfettamente quando fui… promosso, e partecipai ad una jam session con parte del gruppo (e il mitico bassista Mario Pignata, che mentre io asserivo di non essere all’altezza mi rispondeva candidamente: “perché, sei troppo basso?”).
Tutto quanto racchiuso in “Effimera” è qualcosa che ho visto nascere, che ho scoperto nei dettagli, giorno dopo giorno, prova dopo prova, e alla fine posso dire che in questo disco c’è uno spicchio della mia adolescenza.
La qualità non è eccelsa, perché si tratta di un recupero di vecchio materiale registrato in analogico molti anni fa, ma il documento storico supera di gran lunga ogni bisogno di perfezione sonora, e riporta a quel lustro magico relativo ai primi seventies, quando le influenze del prog inglese e italiano spingevano i giovani a dare il meglio di sé, sfuggendo dalla musica “leggera” tipica del nostro paese.

Il lato A presenta due brani, “Venti Passi” e la lunghissima title track (oltre 17 minuti) che permettono di afferrare l’anima prog rock della band, con melodie che si intrecciano a ritmi complicati, con virtuosismi e assoli di chitarra tipici delle proposte dell’epoca. Sono queste le tracce in cui la voce di Ivana Costi appare grintosa e adatta al genere anche se, probabilmente, la sua vera natura appare nel lato B, quando un paio di pezzi melodici le si appiccicano addosso come abito usuale.
Beppe Aleo (batteria) e il bassista Angelo Godone incarnano la sezione ritmica tipica del periodo mentre l’hammond e il leslie di Diego Bertone producono un profumo indelebile che in quei giorni creava, per quelli come me, un’atmosfera irrinunciabile.
Discorso a parte per il chitarrista Maurizio Barbarisi, in possesso di una splendida Gibson Les Paul Delux (spero di ricordare bene!): osservavo ogni suo passaggio sul manico e mi sembrava irraggiungibile! Ho sempre in mente quel giorno in cui  mi raccontò che, a seguito del conseguimento della maturità, gli fu chiesto cosa scegliere come regalo: una 600 o la Gibson? Ovvia la risposta… questa era la passione.
Il lato B rappresenta una concessione al lato pop e giustifica il pensiero di Joe Vescovi che decretò in quella famosa visita alla band che il prog stava scemando e non c’era più interesse per quel genere, meglio tentare con le armonie rassicuranti, come “Tu che sei tra gli angeli” o “Sei davanti a me”, trame melodiche che li porteranno sino al coinvolgimento in RAI.
Tutto finì presto, come per molte band coeve, ma resta il lavoro e la storia di questo gruppo, un’esperienza che Black Widow ha voluto riportare a galla, dedita come è al rispetto del passato, certa che esista ancora molta gente che vuole riscoprire le radici, il punto di partenza, magari sepolto da tempo, più o meno inconsciamente.

Riascoltarlo mi ha portato a riesumare i miei ricordi, a rivivere certi momenti indimenticabili e a riflettere sullo scorrere del tempo e sulla necessità di mantenere la memoria di quanto accaduto, anche nella musica.
Non è un disco per tutti e dubito che un neofito riuscirebbe ad apprezzare e a percepire lo spirito racchiuso nei 40 minuti che compongono “Effimera”, ma devo dire che avere in mano il vinile - splendido l’artwork - e  leggere i crediti mentre inizia il primo giro di disco può essere qualcosa di emozionante, anche per un giovane, se correttamente preparato.

Ecco uno stralcio della mia chiacchierata con Joe Vescovi, il momento in cui parlando dei musicisti della nostra città, Savona, mi sono soffermato su il Sigillo di Horus.


Intervista a Diego Bertone

Dopo tanti anni ho ritrovato una musica antica che avevo visto crescere giorno dopo giorno, ma che non aveva mai visto la luce in modo completo: mi racconti come è stato possibile riesumare antiche registrazioni e interessare la Black Widow in un progetto così esclusivo?
Le registrazioni erano state fatte nel luglio del 1975 alla SAAR di Milano. Essendo un provino inciso in diretta su sole 4 tracce, non era nato per l’incisione di un disco. Ne erano state fatte poi, per ricordo, delle copie su cassetta al cromo.
Aleo le aveva perse, vivendo a Tortona, nell’alluvione del 1994. Godone, dopo varie vicissitudini famigliari e vari spostamenti, non le aveva più trovate. Io ne avevo una copia che ogni tanto sentivo e facevo sentire. Pensa che quando nel 1998 ho venduto l’Hammond ad Elisa, del Tempio delle Clessidre, le ho fatto sentire i brani e ne è rimasta entusiasmata. Mi aveva infatti domandato del perché non fossero mai stati pubblicati.
Poi, accorgendomi che col tempo la qualità audio stava degradando, avevo trasferito il tutto su VHS hi-fi, dal quale il mio collega di lavoro Antonio, che è citato nelle dediche del disco, ha preparato i master digitali. Per i 2 brani del 45 invece ci ha pensato Giuseppe Terribile. Per il brano “Ricordi” invece è stato Godone che, attivato da me alla ricerca di materiale utile, ha scovato una cassetta nientemeno che in Calabria, dove vive la figlia. Premetto che nella stessa cassetta ci sono anche le registrazioni dei brani “20 passi” ed “Effimera” in versione integrale, così come le eseguivamo dal vivo; purtroppo la qualità audio, essendo state registrate durante le prove in “fabbrica”, è quel che è. Esiste anche una cassetta della registrazione del concerto tenuto ai Salesiani, nella primavera del 1975, ma la qualità è pessima.
Il contatto con la Black Widow è avvenuto per interessamento di Giuseppe Terribile.
Nel 2013 suonavamo insieme nel Cerchio d’Oro, e trovandoci al FIM di Albenga, dove avevamo presentato il nuovo disco e la Black Widow aveva lo stand, abbiamo dato il CD in ascolto a Pino Pintabona che al ritorno ha sentito i brani in auto con Massimo Gasperini, avendone entrambi una impressione positiva.
Successivamente, dopo vari contatti e consultazioni con Pino, si è deciso di procedere alla realizzazione del progetto.

Che ricordi hai di quei giorni, della presenza di Joe Vescovi (momento in cui ero casualmente presente) e dell’atmosfera in cui eravamo tutti quanti immersi?
Un ricordo bellissimo prima di tutto perché eravamo giovani, spensierati ed immersi in un’atmosfera “magica”.
La saltuaria presenza di Joe mi suscitava comunque una certa agitazione ritenendolo un “Maestro”, sia per la sua bravura che per la sua popolarità.
Joe era molto critico ma sincero e non mancava mai di darci dei consigli per migliorarci.
Devo a questo punto farti una confessione: un giorno, sapendo di una sua visita, ho portato il registratore a cassetta e a sua insaputa ho registrato per circa un’ora la conversazione tra lui, Aleo ed il sottoscritto. Seduto al mio Hammond ci aveva anche proposto degli assaggi dei suoi brani e con l’occasione Aleo lo aveva accompagnato alla batteria, conoscendo perfettamente i pezzi dei Trip che a volte eseguivamo per allenamento. Ho colto così l’occasione per vedere in diretta la tecnica e la padronanza che aveva Joe dello strumento. Quella cassetta la conservo gelosamente.

Che cosa sono diventati, nel corso degli anni, i musicisti de Il Sigillo di Horus, ai tempi così intrisi di rock seventies?
Guarda, purtroppo raramente la musica, salvo rari casi, ti può dare da vivere. Solo uno del gruppo ha continuato l’attività in campo musicale. Come ben sai Beppe Aleo fa tuttora il produttore discografico.
Ivana, dopo un periodo durante il quale ha cantato ballo liscio con gruppi abbastanza famosi, si è dedicata all’insegnamento scolastico, che svolge tutt’ora.
Maurizio, dalle ultime notizie che ho, è magistrato a Firenze. Angelo si è dedicato al mestiere per cui aveva studiato (architetto) ed io ho fatto l’impiegato tecnico, avendo studiato da perito.

Cosa pensi della qualità che si è riusciti a tirare fuori dalle vecchie bobine?
Diciamo che la facciata “A” è decorosa mentre la “B”, di livello inferiore, è comunque accettabile. Non dimentichiamo che era anche di moda, a quei tempi, incidere vinili con un lato principale sul cui retro venivano magari inserite registrazioni dal vivo di più scarsa qualità audio ma musicalmente valide.

L’album è uscito in vinile: è l’unico formato previsto?
Il progetto di fare anche il CD, che conterrebbe anche la versione integrale di “Effimera”, tipo bonus track, è nato fin dall’inizio ma per ora, di comune accordo con la Black Widow, aspettiamo la risposta del pubblico al vinile.

Mi parli dell’artwork del disco?
Inizialmente avevamo pensato di inserire sulla copertina la foto dei componenti del gruppo poi, su consiglio di amici musicisti e della stessa BWR, si è optato per una grafica tipo anni ‘70. La conoscenza di Pino di una pittrice ha agevolato la sua realizzazione così come il retro, sullo stesso stile. Le foto originali dell’epoca sono proposte nell’inserto allegato. Nello stesso inserto è ricordata la storia del gruppo nonché il contenuto sintetico dei testi dei brani.

Come definiresti, a distanza di così tanto tempo, la musica del Sigillo?
Diciamo che personalmente non mi sono mai allontanato da questo tipo di musica. Oltre ad aver seguito e suonato lo stesso genere con altri gruppi ti confesso che ogni tanto mi alleno eseguendo le mie vecchie parti all’organo e al piano. In conclusione ritengo i brani ancora attuali, considerando il ritorno in auge del genere prog anche se, come sappiamo, solo per una cerchia ristretta di appassionati.

Come è stato vissuto il progetto dai tuoi “ex colleghi”, almeno quelli con cui sei ancora in contatto?
All’inizio, contattando i mei “ex colleghi” Beppe e Angelo, devo essere sincero, non ho trovato un entusiasmo pazzesco, anche se mi è stata data carta bianca sul da farsi. Probabilmente non credevano nella possibilità della stampa del disco a distanza di così tanti anni. Anche Ivana, contattata al telefono, è rimasta piacevolmente stupita.

Possibile pensare ad una presentazione dell’album, almeno nella nostra città?
Sicuramente è un passo da fare, magari non subito ma nei prossimi mesi, anche attraverso qualche radio locale. L’ideale sarebbe fare intervenire all’incontro anche Beppe, Ivana e Maurizio, anche se sono fuori zona. Sicuramente sarebbe presente Angelo, visto che ha seguito anche lui da vicino il progetto.

A distanza di così tanti lustri, hai rimpianti per qualcosa che poteva essere e invece non è stato?
Guarda, devo essere sincero, non ho mai avuto rimpianti in quanto penso che in quel periodo abbiamo sfruttato al massimo le nostre capacità, anche in termini di tempo disponibile. Ci riunivamo in “fabbrica” quasi tutti i giorni dopo la scuola ed a volte anche la domenica. Una volta abbiamo anche finito l’anno suonando i nostri brani per pochi amici. Dire che avremmo potuto fare di più quindi non me la sento. Anche la vittoria romana pensiamo di essercela guadagnata. L’unica limitazione è che a quei tempi non c’erano i media che ci sono attualmente e che sicuramente ci avrebbero agevolato. Comunque     sicuramente un po’ di nostalgia per un periodo così intenso penso sia più che normale per noi comuni mortali.

La short version di "Venti passi"...


TRACK-LIST

Side A
VENTI PASSI (5:46)
EFFIMERA (17:36)

Side B
RICORDI (8:00)
VENTI PASSI (Short Version) (3:06)
TU CHE SEI TRA GLI ANGELI (3:17)
SEI DAVANTI A ME (3:19)

Line-up:
Angelo Godone: Rickenbacker bass guitar and pedals
Beppe Aleo: Drums   Diego Bertone: Hammond B3 organ, moog
and electric strings 
Ivana Costi: Vocals
Maurizio Barbarisi: Gibson Les Pauls and acoustic guitar

Music and arrangements by Sigillo di Horus - Lyrics by Armando Esposto
All recordings made in 1975, mastering by Raoul Caprio in 2017
Front cover by “Alebà” Alessandra Barucchi - www.alebart.it


Storia del Sigillo di Horus

Bisogna risalire ai primi anni ’70 quando troviamo Beppe Aleo e Diego Bertone suonare in vari gruppi locali proponendo musica commerciale. Tra una prova e l’altra, però, il batterista e il tastierista si esercitavano eseguendo dei medley con brani di Emerson Lake and Palmer, Jethro Tull, Banco del Mutuo Soccorso, PFM nonché dei Trip, gruppo di Savona già affermatosi nel campo del “pop”.
Durante questa fase musicale conoscono Angelo Godone, bassista, ed è intorno al ’72 che li troviamo, sempre nelle balere della zona, a proporre, oltre ai brani di rito, anche pezzi di Joe Cocker, Procol Harum, Deep Purple, ecc..
Nel 73 prende piede l’idea di formare un gruppo “pop” ed è qui che, abbandonate le balere, si inserisce il chitarrista Maurizio Barbarisi, il quarto “elemento mancante”. Si riuniscono quasi giornalmente in una ex-fonderia del nonno del bassista, detta “La fabbrica”, dove passano anche interi pomeriggi a comporre e studiare le varie parti dei loro brani “EFFIMERA” e “VENTI PASSI”.
Le idee non mancavano: per le ritmiche e gli stacchi a Beppe ed Angelo, per le melodie a Maurizio e Diego.
Bisognava però identificare con un nome il gruppo e si pensò, dopo varie consultazioni, al Sigillo di Horus, dove nella mitologia Horus è figlio Iside e Osiride, entrambi Dei della fecondità. Con questo nome si auspicava anche, per il gruppo, in una certa ”fecondità musicale”.
Siamo quindi verso la fine del 1974 e si sentiva il bisogno di una voce, possibilmente femminile, e sullo stile dei numerosi gruppi di quel tempo.
E’ così che viene contattata Ivana Costi, già affermata cantante di Albisola, in provincia di Savona.
Anche se il timbro della voce di Ivana è molto bello ma più indicato per il melodico, dopo alcune prove Ivana si adatta perfettamente al nuovo genere sfoggiando una voce grintosa ed integrandosi completamente nel gruppo.
Nella primavera dell’anno seguente Ivana propone di partecipare ad un concorso indetto dalla RAI per le voci ed i gruppi emergenti ed a cui lei aveva già partecipato con successo, l’anno precedente, come cantante solista.
L’iter prevedeva una selezione a livello provinciale quindi, in caso positivo, una regionale seguita eventualmente dalla finale nazionale.
Con un certo pessimismo, dato il genere che suonavano che non era certamente gradito in certe manifestazioni, il gruppo, con il brano “Venti passi”, supera la selezione provinciale e quella regionale a Genova aggiudicandosi la presenza alla finale nazionale che si terrà a Roma nel maggio 1975.
L’avventura romana del gruppo si conclude positivamente sbaragliando i gruppi avversari ed ottenendo così il passaporto per la trasmissione televisiva “Piccola ribalta”.
Nel frattempo incidono il loro primo 45 giri “Tu che sei tra gli angeli” in ricordo di una cara persona scomparsa. Il retro si intitola “Sei davanti a me”.
Subito dopo la vittoria nazionale, nel luglio dello stesso anno, viene proposto al gruppo di incidere un provino presso la SAAR di Milano con i pezzi “pop” “Venti passi” ed “Effimera” che fanno parte del presente album.
Si precisa che i 2 brani sono stati incisi “in diretta” ovvero senza sovra incisioni. Solo la voce è stata registrata successivamente su traccia separata.
“Piccola ribalta” verrà trasmessa, dopo svariati provini audio e video, nel 1976 ma non verrà eseguito il brano “Venti passi”, che era tra l’altro stato appositamente reinciso con durata “light”, ma il brano del 45 giri “Tu che sei tra gli angeli”, ritenendolo la RAI più consono al contesto musicale del programma.

Brevi cenni ai brani:

Venti passi:  E’ la storia di una ragazza impazzita. Nella sua stanza lunga venti passi ritorna con la mente ai momenti più significativi della sua infanzia, al primo amore ed al dolore della madre.

Effimera:  Non è altro che la personificazione di una qualsiasi creatura in una farfalla, detta appunto effimera, il cui ciclo vitale è di un solo giorno.

Ricordi: E’ la storia di una ragazza nata e vissuta in vicoli malfamati dove regna la miseria. Lei si chiede se mai riuscirà a riscattare la sua vita in un futuro migliore ed a sfuggire al suo destino che la porta a cadere sempre più in basso.




mercoledì 14 marzo 2018

Le origini di "Quadrophenia"



Nell’inverno del 1960, Jack Lyons, il più noto fan degli Who e colui che è considerato il primo mod londinese, entrato definitivamente nel mito per aver ispirato in larga parte il personaggio di Jimmy in Quadrophenia, e familiare ai più col nome di Irish Jack, abbandona Cork e si trasferisce a Londra. E’ un giovane alto, snello e timidissimo, ma si trova subito bene come cittadino della capitale britannica, dove frequenta una scuola nel quartiere di Shepherd’s Bush. Nonostante la pronuncia di Jack somigli più a quella inglese, ormai senza alcuna inflessione irlandese, e il suo look sia naturalmente “cool”, i suoi coetanei “rocker” (quelli vestiti col giubbotto di pelle alla Elvis Presley) non lo sopportano e gliene combinano di tutti i colori. Dopo una zuffa, Jack sanguina. Ciò nonostante, o forse per questo motivo, quella sera si ripulisce e decide, con rabbia, di varcare la soglia di un locale denominato Goldhawk Club. E’ il 1964.

Tutto quello che volevo”, racconta Irish Jack ripensando al suo primo incontro con gli Who, “era sentirmi ripulito ed entrare in quel locale per vincere la timidezza e sentirmi bene. Lo feci e mi accorsi che tutti osservavano la mia giacca. In effetti era scura e aveva un taglio impeccabile. Non ricordo dove l’avevo comprata, so solo che mi piacque appena la vidi esposta in una vetrina di un piccolo negozio sconosciuto. Sul palcoscenico quella sera si esibiva una band chiamata The Detours (primo nome degli Who). Avevano sì e no la mia età e il cantante si muoveva alla maniera si Cliff Richard. Colui che mi colpì maggiormente fu il chitarrista, Pete Townshend: aveva un’energia incredibile su un corpo affilato e un viso molto triste e sofferto, e allo stesso tempo arrabbiato. Divenni amico dei Detours e fui il loro primo fan. Ricordo con affetto le bevuto con John Entwistle e gli scherzi di Keith Moon.”

In sintesi, gli ingredienti per trasformare un Irish Jack Lyons o un giovane “qualsiasi” in un “mod”consistevano nella disponibilità di guadagnare una somma, anche minima, da poter investire in abiti e in oggetti di grido: da un punto di vista materiale, era riconosciuta l’assoluta importanza di possedere una Lambretta. Il primo modello di Vespa diventa infatti il distintivo più alto di appartenenza al “genere”, così come indossare un parka di colore verde e ambiti impeccabili, almeno di sabato sera o quando ci si trovava a ballare nei locali-culto, ovviamente coi capelli tagliati in modo geometricamente ineccepibile.
A distanza di tempo verrà concepita l’opera rock Quadrophenia, proprio come omaggio al popolo mod e ai tanti Irish Jack dell’epoca.

Gli Who, trasformati in bandiere del “modernism” per “cavalcare l’onda”, non furono dei mod e non perseguirono con convinzione il reale stile di vita modernista, ma Pete Townshend al proposito ha dichiarato: “ Non sono mai stato un mod e non ho mai finto di esserlo, però i mod mi hanno dato quella carica che ha reso possibile suonare, all’inizio, in quel modo. Come ogni esperienza, specialmente se si tratta di una prima esperienza, quegli anni sono entrati a far parte di me e degli Who. Imprescindibilmente. Credo di essermene reso conto nel preciso momento in cui scrissi le prime note di Quadrophenia: molto prima di sapere cosa avrei realizzato, se una rock opera, un album o anche solo un paio di canzoni e nient’altro, sentivo nascere in me il desideri odi scrivere quella musica per il popolo mod. E così è stato”.
Tratto da: “La Storia del Rock”, volume 3

lunedì 12 marzo 2018

Tanti auguri James Taylor



Ripropongo oggi un mio vecchio post per ricordare James Taylor, che compie 70 anni, essendo nato il 12 marzo 1948 a Belmont, negli USA.

James Taylor fu il più celebre dei singer-songwriter che attaccarono il cliché del folk-singer durante gli anni '70.
Prototipo del cantautore colto e creativo degli anni '70, Taylor non e` mai riuscito a sfruttare appieno quella intuizione.
Taylor aveva esordito a New York nella Flying Machine, le cui registrazioni del 1967 verranno raccolte su "The Original Flying Machine" (1971).
La carriera di James Taylor e` sempre stata tormentata a causa dei suoi malanni personali (prima in un ospedale psichiatrico e poi tossico-dipendente), e le canzoni (che accompagna con la chitarra acustica traendo spunti dal jazz e dal rhythm and blues) riflettono le sue nevrosi interiori.

Dopo un primo album, "James Taylor" (1969), fatto di tenere ballate arrangiate con cura certosina, sul quale spiccavano "Carolina On My Mind" e" Something In The Way She Moves", si affermò con "Sweet Baby James" (1970), dove la sua poliedrica timbrica vocale, la sua tecnica chitarristica e il pianismo sentimentale di Carole King concorrono a cesellare le struggenti "Sweet Baby James", "Fire And Rain"," Country Road".

"Mud Slide Slim And The Blue Horizon" (1971), che si avvaleva di John Hartford e Richard Greene, aveva ancora "You Can CLose Your Eyes" e" Long Ago And Far Away", ma era gia` molto inferiore.

"You've Got A Friend", di King, lo piazzo` in testa alle classifiche, e la fama aumento` dopo il molto chiacchierato matrimonio con Carly Simon, e il loro duetto in "Mockinbird" (1974).

In realta` il frammentario" One Man Dog" (1972) e "Walking Man" (1973) avevano molto abbassato le sue quotazioni, e il tono domestico di "Gorilla" (1975), con l'ironica "Mexico", tradiva i limiti intellettuali del personaggio.

A partire da "In The Pocket" (1976), con "Shower The People", Taylor venne ri-definendosi come interprete sofisticato di canzoni orchestrali, in particolare cover di rhythm and blues.

La conversione all'easy-listening gli fruttò un album di platino, "JT" (1977), con "Handy Man". "Flag" (1979) sembra una raccolta di avanzi del disco precedente.
" Dad Loves His Work" (1981)," That's Why I'm Here" (1985) e " Never Die Young" (1987) ,proseguirono la discesa in un pop raffinato.

Migliore "New Moon Shine" (1991), che lo riporta a qualche atmosfera da brivido.

" Hourglass" (1997) e` anche piu` sofisticato, benche' abbia ormai poco o nulla in comune con la scena folk o rock.
Lo stile autunnale di questi dischi si sublima su "October Road" (2002), che sembra il testamento di un vecchio sul punto di morte.
"Greatest Hits" (1976) raccoglie gli hits del periodo d'oro.

You've got a friend




lunedì 5 marzo 2018

Jeffrey Biegel e Giovanni Allevi: una storia da raccontare.


Ho conosciuto il pianista americano Jeffrey Biegel qualche anno fa, attraverso un amico e collaboratore di Keith Emerson, Corrado Canonici.
Sono entrato nel suo mondo, ho scambiato con lui qualche chiacchiera elettronica e sono rimasto in contatto in modo naturale.
Qualcuno ha detto di lui: “Jeffrey Biegel è un talento prodigioso e raro, non solo per la sua abilità e il suo talento al pianoforte, ma perché ama anche prendersi dei rischi musicali, cercando e sperimentando in nuove aree della musica, provando ad evidenziare le sue capacità di artista.”
E ancora: “pianista preferito da Emerson per l’esecuzione del suo “Piano Concerto no.1”.
Oppure: “Uno dei grandi pianisti del nostro tempo…”.

Alcuni giorni fa mi ha scritto per raccontarmi una nuova storia, qualcosa a cui, ho capito subito, è particolarmente legato, perché tocca e supera gli aspetti musicali e si sviluppa nella sfera personale; i più scettici potranno trovare difficile giustificare ciò che appare irrazionale, ma il quadretto che Jeffrey realizza è commovente e allo stesso tempo sottolinea l’importanza dell’imponderabile nei nostri destini. E poi è nato un forte connubio artistico col mondo musicale italiano e quindi ho ricostruito con piacere i suoi messaggi notturni (tra noi ci sono parecchi fusi orari).

Jeffrey esordisce così:
Ho qualcosa per te! Ti piacerebbe scrivere una storia su come ho conosciuto Giovanni Allevi e sul concerto per pianoforte che lui ha scritto per me? L'ho registrato lo scorso giugno, in anteprima negli Stati Uniti e a Milano a novembre, e ora è disponibile. È un concerto favoloso, molto ispirato da Keith Emerson e Chopin!


Tutto si basa, ovviamente, su qualcosa che è realmente accaduto.
Nel 2013, a novembre, mio padre è mancato (era un Capitano del Dipartimento di Polizia di New York). 



Uno dei miei studenti al Brooklyn College è stato l’unico del corso a partecipare al funerale. Successivamente è arrivato ad una lezione portando con sé un brano di pianoforte intitolato “Go With the Flow” di un compositore di cui non ho avevo mai sentito parlare (https://www.youtube.com/watch?v=yt8ypwvk7do).
Mi disse: "Vuoi dire che non hai mai sentito parlare di Giovanni Allevi?".
Così ho cercato di saperne di più e ho trovato il suo sito Web e le pagine di Facebook. Ho scritto al suo management e ho ricevuto risposta dopo diverse settimane. Giovanni affermava che amava le mie registrazioni e io replicai subito: "Non sarebbe bello se un giorno tu componessi un'opera su larga scala per pianoforte e orchestra!?". Passarono alcuni mesi e lui mi scrisse nuovamente: “Ho qui il primo movimento del TUO concerto per pianoforte che sto scrivendo per TE!”. Rimasi scioccato!


Credo davvero che questo sia stato un segno preciso di mio padre.
Durante una lezione con il mio studente - Francesco Pio Mannino -, il mio cellulare era sulla sedia accanto alla mia, acceso, ma con lo schermo nero perché non lo stavo usando.
Ecco la foto fatta dal mio studente al cellulare, un’immagine “spirituale”, con l’ombra di mio padre e le sue iniziali, EB, nella foto.


Credo che sia stato un gesto di ringraziamento di papà verso il ragazzo per essere stato al suo funerale. E poi la connessione con Allevi è iniziata grazie a Francesco, che ha portato la sua musica nell’aula in cui facevamo lezione! Sono anche certo che la mia amicizia con Allevi sia stata creata attraverso Francesco, il cui comportamento ha raggiunto lo spirito di mio padre. Chiamami pazzo ma è una cosa per me davvero reale!

Ora ho molte foto con Giovanni e una buona conoscenza, e penso che in qualche modo gli spiriti delle persone ormai passate possano rivivere negli altri.


Ecco una mia foto e una di Josef Lhevinne. Il mio insegnante ha studiato con Josef Lhevinne e mi ha detto che glielo ricordavo! 
La mia insegnante era Adele Marcus, forse il principale pedagogo del pianoforte nel 20° secolo.


Giovanni ha scritto il concerto per pianoforte per me e per se stesso. Questa è una cosa molto insolita e rara per un pianista/compositore, e mi ha molto commosso; lui ha composto il concerto per pianoforte non per se stesso, ma con la sua gamma completa di doni compositivi ha fatto in modo che potesse essere eseguito da un altro pianista, come un grande concerto di Liszt. Non è stato un normale rapporto di lavoro con le caratteristiche conseguenti, ma un suo regalo per me, è questo è molto importante.

Porto sempre con me il ricordo della meravigliosa esperienza della Prima Europea del Concerto per Pianoforte n.1, per Pianoforte e Orchestra e sogno di rivivere queste incredibili emozioni, magari sul palco insieme al grande Giovanni Allevi".



Jeffrey Biegel and Giovanni Allevi: a story to tell...


I met the American pianist Jeffrey Biegel some years ago, thanks to a friend and collaborator of Keith Emerson, Corrado Canonici. I entered his musical world and we stayed in touch in a natural way.
Someone said of him: "Jeffrey Biegel is a prodigious and rare talent, not only for his skill and genius at the piano, but also because he likes to risk with music, experimenting with new musical fields, trying to highlight his ability to artist”.
And more ... "Emerson's favorite pianist for the performance of his "piano concerto n ° 1".
Or ... "One of the great pianists of our time ..."

A few days ago he wrote to tell me a new story; I immediately understood that for him it was something very important because it reaches and exceeds the musical aspects and develops in the personal sphere. The most skeptical will find it difficult to justify something that seems irrational, but the story that tells Jeffrey touches the heart, and at the same time emphasizes the importance of the imponderable of our destiny. And then, on this occasion, a strong artistic union was born with Italian music, and so I rebuilt with pleasure his nightly messages (there are a lot of time zone between us!).

Jeffrey starts like this:

"I have something for you! Would you like to write a story about how I met Giovanni Allevi and the piano concert he wrote for me? I recorded it last June, preview in the US and in Milan in November, and now it's available It is a wonderful concert, very inspired by Kate Emerson and Chopin!”.


Everthing is based on something that really happened, obviusly.

In 2013 my father died (he was  a captain of the New York Police department). 


Only one of my studentes at the Brooklyn College partecipated at the funeral.
Subsequently he arrived in classroom with a piano song named “Go With the Flow”, made by a composer of whom I had never heard before (https://www.youtube.com/watch?v=yt8ypwvk7do)

He said: "Have you really never heard of Giovanni Allevi?"
So I tried to learn more about him and I found his website and his Facebook pages.
I wrote to his management and they answered me a few weeks later. Giovanni said that he loved my inscriptions and I immediately replied: "Would not it be nice if you one day composed a large-scale piano and orchestra piece?"

After a few months he wrote to me again: "I have here the first movement of YOUR piano concert I'm writing for YOU!". I was shocked!


I think this was a definite sign of my father.
During a lesson with my student - Francesco Pio Mannino - my cellphone was on the chaire next to me, it was on, but the screen was black because I wasn’t using it.

Thisis the photo that my student do to the cellphone, a spiritual immage, with the shadow of my father and his initials, EB, on the photo.


I think it was a gesture of dad’s thank for this boy for being at his funeral. Then the connection with Allevi began thanks to Francesco, who brought this music in my classroom! I’m sure that my friendship with Allevi has been created through  Francesco, whose  behavior has reached my dad’s spirit. Call me crazy, but for me it is so!

Now I have a good friendship with John, and I think that somehow the spirits of past people can relive in others.


My teacher studied with Josef Lhevinne and told me I look like him.


My teacher was Adeke Marcus, perhaps the principal pedagogue of the plan in the 20th century.

Giovanni wrote the piano concerto for me and for himself. This is a very strange and rare thing for a pianist / composer, and he really moved me; he did not make the piano concerto for himself, but with his full range of compositional talents he made arrangements that could be performed by another pianist, like a great Liszt concert. It was not a normal working relationship with the consequent characteristics, but a gift for me, this is very important.

I always carry with me the memory about the wonderful experience of the European Première of the Piano Concerto n.1, for Piano and Orchestra. I dream to relive these amazing emotions again, perhaps on stage together with the great Giovanni Allevi.