martedì 20 ottobre 2020

Pearl Jam-"Gigaton"

Pearl Jam-"Gigaton"

Qualche mese fa i Pearl Jam, dopo anni di assenza discografica in studio, sono ritornati proponendo “Gigaton, l'undicesimo album, pubblicato il 27 marzo 2020.

Comunemente il termine “gigatone” è inteso come unità di misura dell'energia sviluppata dalle esplosioni nucleari, e viene quindi facile ipotizzare come questo nuovo lavoro abbia l’intenzione di sprigionare grande forza d’urto dopo un considerevole letargo.

Sette anni di vuoto sono molti in ambito di uscite discografiche costituite da inediti, soprattutto se si fa riferimento a un gruppo importante come quello dei Pearl Jam, relativamente giovane, tanto da non poter vivere dei soli splendori del passato.

Immagino che questa situazione sia stata fonte di “preoccupazione” per i fedeli seguaci della band di Seattle, perché l’ultimo decennio sembrava vissuto nel segno del rallentamento. Il precedente “Lightning Bolt”, del 2013, era ormai qualcosa da guardare in lontananza. Poco il sollievo legato al singolo del 2018, “Can't Deny Me”, così come appariva deludente la notizia che il loro ultimo tour avrebbe incluso tappe in sole quattro città del Nord America. Insomma, la band sembrava concentrata su altri progetti, ancora tutti da scoprire.

Improvvisamente una serie di misteriosi cartelloni digitali è apparsa in tutto il mondo, con la presenza di immagini della natura e un nuovo logo dei Pearl Jam in stile elettrocardiogramma, il tutto unito alla parola “Gigaton”. Ed è arrivato "Dance of the Clairvoyants", un singolo sorprendente che ha agitato le acque e dato un po' di speranza, e anche se poteva apparire come una canzone ispirata al dance-punk dei primi anni 2000, si è avuto il segnale di una potenziale nuova direzione per la band, con un'espansione sonora che incorporava maggiormente gli aspetti elettronici. 

A quel punto il dibattito si è animato: tradimento delle classiche radici rock? E ancora… la loro deflagrazione “singola” sarebbe stata rappresentativa del successivo e sperabile album? Forse la cosa più interessante e anomala era il fatto che la band pubblicava rapidamente tre video musicali inerenti allo stesso brano, una decisione bizzarra, dal momento che i Pearl Jam hanno volutamente evitato video a favore di filmati di performance dal vivo e lungometraggi sin dal 1998, quando uscì "Do the Evolution", estratto da “Yield”.

Un mese dopo "Dance of the Clairvoyants" è arrivato un altro brano, "Superblood Wolfmoon", un rock giocoso inserito in un altro video, questa volta un movie d'animazione, e il nuovo singolo sembrava rassicurare molti fan sul fatto che l'album non si sarebbe allontanato troppo dagli elementi distintivi dei Pearl Jam.

Gigaton è il primo rilascio discografico nell’era dell’odiato Trump, ma non è solo lui l’oggetto delle considerazioni di Vedder e soci.

A mio giudizio potrebbe essere il disco della “soddisfazione per tutti”: complesso e dinamico, pieno di sincere emozioni e umorismo sottile, e la sua sostanza ricorda sia “No Code”, del 1996, che “Yield”, del 1998, due album sottovalutati, che hanno però fornito slancio alla crescita della band, proiettata verso una sperimentazione in continuo incremento.

Per chi solo ora arrivasse a perlustrare il mondo dei Pearl Jam, il brano di apertura, "Who Ever Said" (con l’intervento dell’amico Pete Townshend) spiegherà essenzialmente la formula inventata per riempire gli stadi sin dagli inizi, quando esordirono con l’album “Ten”, nel 1991. Hard rock anni ’70 fuso con la morbidezza tutta “West Coast”, chitarre agguerrite, ritmica ossessiva, il tutto coperto da una forte voce baritonale. Ed un monito”, la mission di “Gigaton”: "Chiunque abbia detto che è stato già detto tutto, ha rinunciato alla soddisfazione". Eddie Vedder parla direttamente al mondo presentando l’album - e presentandosi -, un modus sia rassicurante che provocatorio. E, per fortuna, il resto dell'album mantiene in gran parte questo impegno.

Per chi invece fosse attratto dalla band per una acuta nostalgia degli anni '90, "Quick Escape"(con citazione a Freddie Mercury), quarto brano del disco, potrebbe essere ciò che serve: una grande introduzione in stile Led zeppelin e un’impennata corale che sprigiona profumo di “Seattle grunge”.

La musica è stata scritta dal bassista Jeff Ament e i testi di Vedder adottano un approccio più sofisticato al commento politico. Molte delle canzoni di Gigaton sembrano affrontare vari argomenti contemporaneamente: "Alright" è un inno di resistenza e rassicurazione di fronte alle sfide personali e/o ambientali; "Seven O'Clock" si occupa di perdita e dolore, incoraggiando gli ascoltatori a "… nuotare lateralmente rispetto alla risacca e non scoraggiarsi", mentre "Buckle Up", con le parole e la musica del chitarrista Stone Gossard, affronta direttamente il tema della morte.

Se poi si è un super fan dei PJ, “Gigaton” è pieno di regali. In "Never Destination" Vedder fa riferimento al protagonista del libro di Sean Penn, “Bob Honey Who Just Do Stuff” (dove l’autore se la prende praticamente con l'intera scena politica e sociale del proprio paese) , mentre “Take the Long Way” è stata scritta e cantata dal batterista Matt Cameron e presenta la prima voce femminile in qualsiasi versione ufficiale dei Pearl Jam (accreditata a Meagan Grandall, alias Lemolo). Il nuovo produttore Josh Evans, oltre ad aver co-progettato l’album, dà segno della sua bravura alle tastiere, mentre l’antico Brendan O'Brien è presente in alcune tracce, e la sua mano si sente soprattutto in “Retrograde”, scritto dal chitarrista Mike McCready, ma solo Evans (insieme alla band) è accreditato come produttore. È il suo primo grande album in quel ruolo e, a detta di tutti, è riuscito a creare qualcosa di davvero convincente.

Un lavoro pregevole, adatto al generico e trasversale pubblico tendente al rock, anche se quando si parla di Pearl Jam l’ambiente più consono appare uno solo, il palco, cioè quello che mancherà ancora per molto tempo.

La band sta per intraprendere un vero e proprio tour mondiale (che è ovviamente in fase di riprogrammazione sulla scia di COVID-19), e molte delle canzoni dell’album aggiungeranno nuova linfa ai loro già epici spettacoli dal vivo. Tra le varie sedi una è davvero speciale, l’Ohana Music Festival, curato come sempre da Eddie Vedder, un po' come giocare in casa… nella speranza che a settembre l’emergenza sanitaria sia passata, ma realisticamente, per un po' di tempo, dovremo accontentarci della musica, anche quella dei Pearl Jam, ascoltata all’interno delle nostre case!

Godiamoci quindi l’energia di “Gigaton”!


Tracklist:

Who Ever Said – 5:11

Superblood Wolfmoon – 3:49

Dance of the Clairvoyants – 4:26

Quick Escape – 4:47

Alright – 3:44

Seven O'Clock – 6:14

Never Destination – 4:17

Take the Long Way – 3:42

Buckle Up – 3:37

Comes Then Goes – 6:02

Retrograde – 5:22

River Cross – 5:53


Lineup:

Eddie Vedder – voce, chitarra, tastiere

Stone Gossard – chitarra, basso, percussioni, tastiere su Retrograde

Mike McCready – chitarra, percussioni, tastiere

Jeff Ament – basso, chitarra e tastiere

Matt Cameron – batteria, percussioni, chitarra


lunedì 19 ottobre 2020

Jethro Tull-Crest of a Knave


Jethro Tull-Crest of a Knave
Chrysalis-1987

Crest of a Knave è considerato dai seguaci dei Jethro Tull come l’album della rinascita, arrivato a tre anni dal precedente “Under Wraps”, culmine dell’innamoramento elettronico di Ian Anderson, influenzato dalla presenza del compositore Peter-John Vettese.

È un “punto e a capo” che passa attraverso una diversa line up, che vede oltre al sacro vate Ian - è lui che nell’occasione si occupa della parte tastieristica - e all’immancabile Martin Barre alla chitarra, Dave Pegg al basso e il doppio drummer, con l’esperto “fairportiano” Gerry Conway pronto ad alternarsi con il giovane americano Doane Perry, futura colonna portante dei Tull per il ventennio a seguire. Da segnalare la presenza di Ric Sanders al violino nel lungo “Budapest”, il brano più amato da Anderson. In realtà lo stacco rispetto al passato lascia alcuni strascichi di rigidità tecnologica - “Steel Monkey” e “Dogs In The Midwinter” -, ma è indubbio il cambio di direzione, o meglio, un ritorno al suono caratteristico della band, dove l’elemento acustico prevale in ogni contesto. Il brano di maggior visibilità è “Said She Was a Dancer”, aiutato da un video che leva ogni dubbio sul vocalist: è Ian Anderson e non Mark Knopfler!

Se “Raising Steam” profuma ancora di corso precedente, l’equilibrio - e il nuovo orizzonte - si ristabilisce con la bellissima “Farm on the Freeway”, la dinamica “Jump Start”, la drammaticità atmosferica di “Mountain Men” e la compassata e affascinante “The Waking Edge”. Le liriche di Anderson sono lo specchio delle riflessioni derivanti dal suo momentaneo allontanamento dalla scena, immerso nel lavoro “industriale”, giorni in cui è stato più facile, forse, pensare alle diversità sociali e agli aspetti ambientali del mondo contemporaneo.

Una curiosità, nel 1989 il disco vinse sorprendentemente il Grammy Award per il miglior prodotto hard rock/heavy metal davanti a nomi più autorevoli nel genere: i fans dei Metallica non gradirono la scelta! 




mercoledì 14 ottobre 2020

Il Baricentro


Il Baricentro fu un gruppo originario di Monopoli (Bari) formato da Francesco Boccuzzi (tastiere, chitarra, percussioni), Vanni Boccuzzi (tastiere, percussioni), Tonio Napolitano (basso, percussioni) e Piero Mangini (batteria, percussioni).

Derivato dalle ceneri dei Festa Mobile la band, attiva nella zona di Roma, scelse uno stile molto diverso dal precedente, concentrandosi su un jazz-rock strumentale, genere molto diffuso in Italia nella seconda metà degli anni '70. 
Il nome faceva riferimento alla zona cittadina di provenienza dei fratelli Boccuzzi.

Dopo aver pubblicato due album per conto della EMI nel 1976 e 1978, il gruppo si sciolse.
Si riformò per poco tempo, nel 1983, producendo il singolo pop, “Tittle tattle”, che riscosse un grande successo negli Stati Uniti, in Europa (Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Irlanda) e in Cina (Hong Kong).

I due dischi furono pubblicati sotto forma di LP, dalla etichetta EMI Italiana.
Entrambi mostrano forti influenze derivanti da gruppi come Weather Report o Mahavishnu Orchestra, insieme ad elementi tipicamente mediterranei, più evidenti in “Trusciant”.


Il primo album, “Sconcerto”, contiene un brano, “Della Venis”, che riprende il nome del primo gruppo dei fratelli Boccuzzi.

I fratelli Boccuzzi rimasero nell'ambito musicale, suonando ancora in studio, Francesco negli Stati Uniti e Vanni a Roma. Tra le altre cose composero la colonna sonora per l'opera rock teatrale “Androidi”, diretta da Ida Mastromarino (pubblicata su LP nel 1989 dalla Ricordi International).

Entrambi gli album del Baricentro sono comuni ed economici. Sono stati pubblicati anche in altri paesi, tra cui Canada e Portogallo ed entrambi ristampati in vinile colorato dalla BTF nel 2018.
I singoli sono più difficili da trovare.


Discografia:

Sconcerto (1976)
Trusciant (1978)
Tittle tattle (1983) - singolo

giovedì 8 ottobre 2020

ALTARE THOTEMICO - “SELFIE ERGO SUM”


ALTARE THOTEMICO - “SELFIE ERGO SUM”

CD & Digitale

Ma.Ra.Cash Records


Gianni Venturi propone l’evoluzione di uno dei suoi tanti progetti, gli Altare Thotemico, band che raggiunge il traguardo del terzo album, intitolato “Selfie Ergo Sum”, denominazione che rappresenta un’estrema ed efficace sintesi dei contenuti che si dipanano nei nove episodi proposti.

La musica del gruppo ha subito nel tempo normali mutazioni, sia dal punto di vista musicale - i cambiamenti alla line up hanno inciso in modo sostanziale - sia da quello della narrazione, poiché l'uomo, e le situazioni a lui correlate, presentano una progressione dalla rapidità spaventosa, il che richiede uno stare al passo con i tempi, pur mantenendo fede ai saldi principi di una vita, continuando l’intensa opera di ricerca e utilizzando le arti conosciute per dare un contributo all’improvement generale.

Venturi non si nasconde mai e regala il proprio pensiero che, trasposto in musica, diventa un urlo a tratti lacerante, una denuncia pesantissima che non credo possa trovare obiezione, almeno non tra quelli che posseggono onestà intellettuale, intelligenza basica e sentimenti virtuosi.

È questa l’epoca in cui l’apparire è percepito dalla massa come più importante dell’essere, dove il visual predomina, e dove è palesemente in atto la ribellione di una terra che ci rende con gli interessi il conto della nostra indifferenza/cattiveria nei suoi confronti.

Altare Thotemico prova a scrivere un percorso sonoro e lirico che cercherò di delineare in modo conciso, fornendo tutti gli elementi che possano indurre all’approfondimento, e l’intervista finale che il leader del gruppo mi ha rilasciato aiuterà a comprendere l’anima del disco.

Per chi non avesse mai sentito gli Altare Thotemico sottolineo come sin dall’inizio siano stati etichettati come gruppo prog, ma anche guardando agli aspetti meramente musicali il volto attuale non è quello degli esordi, e come dichiara Venturi: “… da un jazz rock progressivo si è passati ad una sorta di prog tribale e pshichedelico, che strizza l’occhio al passato, ma si veste con abiti nuovi…”.

L’album si apre con Non in mio nome, un brano che prende le distanze rispetto al delirio della guerra e le giustificazioni che la alimentano.

La voce di Venturi esprime una forte drammaticità, disegnando atmosfere distopiche alimentate dalle divagazioni solistiche dell’elettrica e da giri di basso compulsivi e coinvolgenti, accompagnati a tratti da aspetti corali dal sapore aulico: “… senza conflitto non c’è profitto… ma basta dire no… non in mio nome…".

Game Overè un rock molto tirato caratterizzato inizialmente dal synth della new entry Marika Pontegavelli, che si propone in modo convincente anche nel duetto vocale con Venturi; pregevole la creazione di un’atmosfera molto dark a cui contribuisce l’utilizzo sapiente del sax: “ … non c’è più tempo, the time is over…”. Siamo arrivati al punto di non ritorno?

Schopenhauercontiene l’anima del disco. Dice Venturi: Le tre partizioni dell’essere vivo: quello che hai, ciò che sei e quel che appari”; è racchiuso in queste parole il significato del terzo lavoro degli Altare Thotemico…”.

Per mettere in musica questo assioma pesante come un macigno gli AT utilizzano giochi vocali e aspetti sonori sperimentali decisamente psichedelici. A metà traccia un piano dal sapore floydiano introduce il solo drammatico di Venturi, con un crescendo che riporta ai ritmi e ai concetti ipnotici di Hammill ai tempi dei VdGG: “… la felicità è in noi e non nelle cose, l’invidia è una caratteristica innata nell’uomo, tuttavia è un vizio e al tempo stesso una malattia, la paura è una malattia, striscia nell’anima di chi la prova…”.

Madre Terrapermette all’autore di ritornare alle origini, facendo opera di tragica comparazione. Il lungo intermezzo chitarristico distorto disegna il concetto di entropia, di caos, di situazione di disagio: “... che avete fatto della madre terra, grida lo specchio santo, che avete fatto della madre grida lo specchio rotto…”.

Eppure c’è stato un tempo in cui “... la terra era buona ed avvolgente…”.

Ologramma Vivomette ancora in evidenza la qualità del sassofonista Emiliano Vernizzi - che ricorda il miglior David Jackson - e dal lancinante inizio si passa con buon trasformismo ad un finale dal tratto jazzato: “… sono un ologramma vivo, non conosco la morte e lei non mi conosce…”.

Luce Biancapresenta un incedere dal sapore tribale che accompagna per tutto il tempo la poesia di Venturi, a tratti criptica, e ciò permette di lasciare margine all’interattività con l’ascoltatore, che in questo modo può appropriarsi del brano e rimodellarlo a propria immagine e somiglianza: “sale il grido dei bambini, dei bambini vestiti di mare, il sale che sgretola la pelle…”.

Selfie Ergo Sum”, la title track, propone un’ambientazione “magica”, fatta di voci rarefatte e controvoci, di ombre e sonorità ipnotiche… e per l’aspetto ritmico… chi ricorda il brano “Lost”?

Il topic si rifà al concetto di apparenza a tutti i costi come obiettivo del quotidiano, con l’illusione del raggiungimento di una qualche effimera felicità: “… sveglia, uscire a lavorare, produrre e migliorare, consumare, far carriera, essere in tanti, amarsi se c’è tempo…”.

Parte finale musicalmente pazzesca!

Bianco Orso: dopo la durezza musicale di “Selfie…” planiamo nella delicatezza rappresentata dal duetto vocale tra Venturi e la Pontegavelli, puntellato da un pianoforte dal riff ripetitivo, ma l’argomento è ancora una vota di quelli tosti, con al centro la salvezza del nostro pianeta, tra ecologia e rispetto dell’ambiente: “… gli animali muoiono, le fabbriche inquinano, tutto è scadente…”.

Conclude l’albumPoesia Crepuscolare”, un pianoforte e voci di gran classe, toni tenui e smorzati, una vena malinconica per portare a termine un percorso artistico che, ne sono certo, ha creato nel suo iter creativo il dolore legato alla consapevolezza e, probabilmente, al senso di impotenza con cui tutti devono fare i conti oggigiorno: “… quando gli angeli sognano la poesia, l’anima assolata coglie i versi nel giorno del risveglio…”.


C’è stato il tempo del rock, nella sua più ampia accezione, in cui il messaggio era trascurato, e la voce uno strumento da esibire, e nelle diramazioni più sofisticate hanno trovato spazio spiritualità e aspetti favolistici.

C’è stato poi un altro tempo, quello legato al cantautorato, in cui la lirica era predominante, e gli aspetti musicali un mero accompagnamento utile a evidenziare le tematiche sociali e politiche.

Nella proposta di Altare Thotemico, in particolare in questa nuova configurazione, trovo ciò che più amo nella musica, sia dal punto di vista ritmico che della ricerca sonora, tra virtuosismo tecnico e capacità di creare atmosfere complicate e mood che combaciano con gli argomenti trattati. E se a tutto questo si unisce l’importanza dei messaggi ecco nascere un album che può realmente mettere tutti d’accordo… almeno le anime sensibili e virtuose.

Personalmente inserirei a pieno titolo “Selfie Ergo Sum” nella casella dei migliori album del 2020... album prog, of course!


QUALCHE CHIACCHIERA CON GIANNI VENTURI

Altare Thotemico arriva al terzo album dal titolo significativo, "Selfie Ergo Sum": mi racconti qualcosa sui contenuti?

Stiamo vivendo in una società distopica, ipotizzata da Orwell, da Huxley, l’apparire diviene una costante, se non appari non sei, avvinghiati ad algoritmi che succhiano la vita. Non è un problema solo dei social, oggi è nata una nuova professione, l’influencer, che ci dice cosa fare e come. Siamo passati da umani a numeri, codici a barre, consumatori consumabili. Lo so la musica non cambia nulla, ma io ricordo quando la poesia scuoteva l’entropia! Siamo solo ospiti su questa terra, e nemmeno troppo graditi visto il comportamento, solo un ritorno alla terra, alle cose della terra, potrà salvare sia lei che noi. In questo disco non c’è politica, ma l’esigenza di far riemergere il senso mistico della divina bellezza, la capacità di riconoscerla, l’essere prima dell’apparire. “Le tre partizioni dell’essere vivo, quello che hai, ciò che sei quel che appari!” Schopenhauer.

Dal punto di vista musicale mi pare siamo di fronte ad una evoluzione, ad un cambiamento rispetto al passato: mi sbaglio?

Siamo passati da un jazz rock potente ad un rock psichedelico, anche se la matrice creativa è la stessa: cercare il futuro con un occhio al passato. Attenti al senso vero della progressione musicale e poetica.

Esiste un fil rouge che lega il nuovo progetto con l’omonimo album di esordio e con "Sogno errando"?

Proprio il brano “Sogno errando” parla della password per entrare nella mia vita, il senso poetico di “Selfie ergo sum”, comincia da lì. Ovviamente scrivendo i testi racconto storie che legano tutti i dischi in cui lavoro. Musicalmente posso affermare che la follia, la psichedelia, la volontà improvvisativa, e il non porsi limiti di lunghezza, di mercato. Un filo poetico sia letterale e musicale che credo sia la costante Thotemica.

Mi racconti qualcosa sulle modifiche alla formazione e su come i nuovi innesti abbiano inciso nel nuovo lavoro?

La formazione si è stravolta, cominciando da Marika Pontegavelli, pianista eccelsa e voce portante, senza l’impeto di Leonardo Caligiuri, ma con una ricerca armonica e melodica intensa e avvinghiante. Poi Agostino Raimo, chitarrista poliedrico e talentuoso, gli Altare non volevano la chitarra, ma dopo avere conosciuto Ago è stato facile convincermi; certo si capiscono i suoi ascolti, passa tranquillamente da Iron maiden a Pink floyd. Ha 26 anni, ma anima antica. Ago si è occupato anche del mix del disco, volevamo una mente giovane. Filippo Lambertucci alla batteria, 23 anni, ha la mia stessa ricerca, musicalmente ama i Tool, ma ascolta tutto, viene dal jazz, ma sa pestare all’occorrenza. E infine Un bassista nuovo, dopo tanti anni di collaborazione con mio fratello Valerio Venturi, non è stato facile. Valerio ha fatto altre scelte. Ma Giorgio Santisi al basso, quasi vecchio come me, è stata una piacevole sorpresa, sia tecnica che umana; bassista equilibrato, sa tenere il tempo, ma gioca con le armonie, non semplice strumento d’accompagnamento, ma protagonista armonico e melodico. Band giovane che mi ha strappato dallo stomaco il Rock che dormiva, sono molto contento di suonare con questi “cinni”! Posso affermare senza falsa modestia, che live siamo devastanti, anzi loro lo sono, io sono sempre lo stesso pazzo che gioca con la voce e le parole.

Realizzare un “j’accuse” musicale è cosa pregevole, e comportarsi in maniera corretta è salutare per le nostre coscienze, ma come può aiutare concretamente l’arte in genere - quindi non solo la musica - nel realizzare un modello culturale adeguato?

Domanda che mi pongo spesso, a volte mi deprime l’idea dell’inutilità del gesto creativo, in un mondo distonico che nulla vede ne sente che non sia accattivante sui social. Poi penso alle grandi rivoluzioni dell’arte, potrei partire da molto lontano, ma mi basta ricordare la beat generation, i movimenti del ‘68 e del ‘77 seguivano colonne sonore di grandi artisti impegnati nel sociale. L’arte non è solo importante, è indispensabile, contiene, se creata con anima, il seme di ogni rivoluzione. Se non oggi domani! L’arte è svincolata dal creatore, poiché io che creo domani non ci sarò più, ma quello che canto resterà da qualche parte, e magari tra qualche anno ispirerà anime cercanti. Io scrivo, è appena uscito un mio volume di poesie “21 grammi di solitudine”, e posso affermare che la poesia è utile quanto il pane, poiché si tratta del pane dell’anima. E ci sono molti più ragazzi di quello che si può pensare che la cercano, si sforzano di entrare nel verso. Preferisco non vendere dischi, ma creare opere che lascino un segno anche solo in un ascoltatore. Infine, sì l’arte è indispensabile per creare un modello culturale.

Come, quando e in che formato verrà distribuito "Selfie Ergo Sum"?

Esce con la MA.RA.CASH il 30 settembre, sarà in tutti gli store digitali, lo si potrà trovare da Feltrinelli e nei migliori negozi di dischi, o venendoci a sentire in concerto!

Avete pianificato qualche presentazione o live, in un momento non certo propizio per la socializzazione?

Ora è veramente dura, ma ad ottobre lo presenteremo al Lokomotiv di Bologna, e spero in tanti altri posti, c’è chi sta lavorando per noi.

Grazie.

Grazie a te e a voi che date sempre spazio all’arte, siete importanti!


BRANI:

1. Non in mio nome 05:18

2. Game Over 05:09

3. Schopenhauer 09:00

4. Madre Terra 04:57

5. Ologramma Vivo 07:14

6. Luce Bianca 05:06

7. Selfie Ergo Sum 08:32

8. Bianco Orso 05:36

9. Poesia Crepuscolare 04:44


FORMAZIONE

Gianni Venturi - voce e testi

Marika Pontegavelli - Piano sinth e voci

Agostino Raimo - Chitarre

Giorgio Santisi - Basso

Filippo Lambertucci - Batteria e percussioni


Special guest Emiliano Vernizzi - Sax

Matteo Pontegavelli - Tromba

Gigi Cavalli Cocchi – Grafica

Link: https://www.facebook.com/altarethotemico/

https://www.altarethotemico.it


ASCOLTO

BANDCAMP


Discografia Altare Thotemico

1 "Altare Thotemico"

2 "Sogno errando"

3 " Selfie Ergo Sum"





martedì 6 ottobre 2020

Status Quo


Status Quo è un gruppo musicale rock britannico che ha riscosso molto successo negli anni Settanta. Il gruppo fu fondato dal bassista Alan Lancaster e dal chitarrista Francis Rossi nel 1962.

Tra i pochissimi gruppi degli anni Sessanta in grado di mantenersi sulla cresta dell'onda fino ai giorni nostri, gli Status Quo hanno costruito la loro carriera su un grande livello di successo conseguito per decenni soprattutto nel Regno Unito, dove vengono considerati una sorta di istituzione nazionale. La band è una tra le più longeve ed attive del panorama musicale inglese e rimane ancora molto amata e popolare in vaste parti del globo.

Autori di una vasta discografia, devono molto della loro fama alla produzione di un hard-boogie rock molto semplice e facilmente identificativo, fondato su una salda tecnica ad intreccio tra chitarre elettriche, struttura di base essenziale in tre accordi e coinvolgenti esibizioni dal vivo.

Tra i molti e prestigiosi primati detenuti dalla band, figura anche il record del maggior numero di singoli piazzati nelle classifiche inglesi, più di sessanta hit dal 1968 ad oggi, 120 milioni di dischi venduti al mondo, più di quaranta album nelle classifiche inglesi (in questo secondi solo agli Stones), record di oltre 100 apparizioni nella trasmissione televisiva Top of the Pops: sono solo alcuni numeri, ma esprimono la cifra di un consenso e di una popolarità che, specie nel Regno Unito, sembrano incrollabili.

Status Quo è il primo gruppo rock al cui concerto prendono parte membri della famiglia reale inglese (Carlo e Lady Diana presenti al National Exhibition Centre di Birmingham il 14 maggio 1982).


Formazione:

Attuale
Francis Rossi - chitarra solista, voce (1962-oggi)
Andy Bown - tastiere (1982-2000; 2001-oggi)
John 'Rhino' Edwards - basso (1985-oggi)
Leon Cave - batteria (2013-oggi)
Richie Malone - chitarra ritmica (2016-oggi)

Ex-componenti
Rick Parfitt - chitarra ritmica, voce (1967-2016, anno della morte)
Barry Smith - batteria (1962-1963)
Jess Jaworski - tastiere (1962-1963)
Roy Lynes - tastiere (1963-1970)
John Coghlan - batteria (1963-1981)
Alan Lancaster - voce, basso (1962-1985)
Pete Kircher - batteria (1981-1985)
Jeff Rich - batteria (1985-2000)
Matt Letley - batteria (2000-2013)

OGGI...



domenica 4 ottobre 2020

Ricordando Janis Joplin


"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai
(Janis Joplin)

Il 4 ottobre del 1970 ci lasciava prematuramente Janis Joplin: sono quindi passati 50 anni, ma la sua figura, quella di artista maledetta, è ancora nitida e potente.

Per ricordarla ho recuperato una biografia sintetica che aiuta ad inquadrarla…

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, situazione alimentata ancor più dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed è difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra. Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che è rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.

Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta, nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovo` impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, “Cheap Thrills” (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco metteva in vista esibizionismo, autocommiserazione, e una scandalosa volgarità.

Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di autodistruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "... take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.

Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues” (1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come “Try” (ancora di Ragovoy).
Era già arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale: morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.

I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che è il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.

E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.per cercare un mondo migliore e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.




venerdì 2 ottobre 2020

Popoff del 6 maggio 1974

Popoff - 6 maggio 1974

Condotto da Carlo Massarini

"Popoff, la violenza del rock nel cuore della notte", così esordisce Carlo Massarini nella tarda serata di un lunedì della primavera avanzata del 1974, il 6 di maggio, e partono infatti gli Steppenwolf con il loro cavallo di battaglia Born To Be Wild.

Non era propriamente il "cuore della notte" perché erano le 9 e 30 di sera, ma bisogna ricordare che eravamo ancora in periodo di austerity, dopo la guerra del Kippur di pochi mesi prima e l'embargo del petrolio da parte dei paesi arabi, e per decreto, spettacoli, ritrovi e programmi televisivi, dovevano chiudere prima di mezzanotte, per risparmiare energia elettrica. La movida era lontanissima.

Per il resto Carlo Massarini propone una scaletta piuttosto varia, che spazia dai Rolling Stones a Lou Reed a Frank Zappa, con perfino una incursione del cabaret di Cochi e Renato, senza trascurare la prediletta West Coast.

Pezzo forte della serata sicuramente l'estratto dal disco solista della "beautiful dark lady" Grace Slick, Manhole, pubblicato pochi mesi prima (gennaio '74), con il visionario "tema per un western immaginario". Arriva proprio nel cambio tra facciata A e B di una cassetta originale in questo caso con qualche disturbo, ma ascoltabile.

Scaletta: Steppenwolf (Born To Be Wild), Frank Zappa (Apostrophe'), Steve Miller Band (Your Saving Grace), Beatles (In My Life), Stevie Wonder (Keep On Running), Janis Joplin (One Good Man), Cochi e Renato (Come porti i capelli bella bionda), Rolling Stones (Hide Your Love), Lou Reed (Rock 'n Roll), Byrds (So You Wanna Be a Rock 'n Roll Star), Eagles (Nightingale), Grace Slick (Theme From The Movie Manhole), Eagles (Chug All Night), Rick Derringer (Teenage Love Affair)