martedì 30 giugno 2020

YES: la bellezza di "Turn Of The Century"


Vorrei soffermarmi sulla bellezza assoluta di un brano, all’interno di un album perfetto, “Going For the One”, YES, 1977.

Chi ama il “mondo YES” e ne conosce la produzione sa che è difficile estrapolare la perla tra le perle, una prateria di musiche e liriche da brividi, e fare una classifica diventa arduo, anche facendo riferimento al solo “Going…”. Leggiamo i titoli:

1) Going For the One
2) Turn of the Century
3) Parallels
4) Wonderous Stories
5) Awaken


Ma più che una graduatoria di merito, oggettivamente impossibile, voglio sottolineare la valenza di “Turn of the Century”, il brano che provo a commentare.
La scelta è legata soprattutto al fatto che ho sempre dato maggior peso alla musica piuttosto che alla lirica, anche se ultimamente ho elaborato un concetto - che spiegherò in altra occasione - che mi ha portato verso la piena soddisfazione nel caso di equilibrio tra i due fattori.

Turn of the Century” è, dal mio punto di vista, esempio di perfezione, di bilanciamento tra atmosfere sonore e racconto, un iter che forse sarebbe di meno impatto se non esistesse la voce di Jon Anderson.

Proviamo…

“Turn of the Century” (Il Mutare del Tempo) è stato scritto dal mistico Jon Anderson, ma è l'unico brano dell'album che vede comparire Alan White nei crediti. Non significa che il suo drumming inciderà sulla traccia, che è una di quelle che si avvicina molto alla forma canzone, ma i suoi “tocchi” delicati contribuiranno ad aumentare la tensione positiva che impermea il pezzo.
Determinante la chitarra di Steve Howe, così come le atmosfere create dalle tastiere di Rick Wakeman. La voce di Anderson è lo strumento in più, ma non ha bisogno di essere descritta.
Ma vorrei soffermami sul contenuto, spesso non conosciuto, e alla luce della spiegazione, ne sono certo, il brano che propongo a seguire sarà assimilato con un’ottica differente.

Provo a sintetizzare il significato, dopo aver selezionato le migliori traduzioni trovate in rete, alcune fatte in modo letterale, senza tener conto della reale volontà dell’autore.
Spesso risulta difficile decodificare un testo italiano, volutamente criptico, e se l’esercizio di abilità viene proposto in altra lingua le cose si complicano.

Jon Anderson vuole sottolineare l'inossidabile potere dell'amore, narrandoci la triste storia di Roan, che si è visto portare via la moglie da una incurabile malattia, in una profonda notte di un freddissimo inverno. Spirata come la luce immobile del tramonto, la donna se n'è andata mostrando un'anima indifesa, davanti allo sguardo impotente del marito. Ma durante questi tragici momenti i due scoprono un segreto: l'inverno fa morire ogni cosa, tutto tranne la pietra. 
Una volta finite le lacrime, il povero Roan si mette a modellare una pietra, dandole le sembianze della amata moglie, che l'inverno si è portato via per tutte le stagioni future. Lui la immagina che pian piano prende vita ed inizia a danzare e cantare, invitandola a stare ferma ed immobile per far sì che possa terminare il lavoro. Se solo lei potesse vederlo mentre cerca di riportarla in vita modellando una fredda pietra! 
Roan passa intere giornate a scolpire la pietra, rivivendo i magici momenti passati insieme alla moglie. Una volta ultimata la scultura, Roan attende paziente il mutare del tempo ed il prossimo inverno, sperando che stavolta si porti via lui e lo faccia ricongiungere alla propria amata, in modo da rivivere gli splendidi momenti passati assieme nella vita terrena.
(https://www.rockandmetalinmyblood.com/recensioni/yes-going-for-the-one/1977-atlantic-records/2394/)

Il mio sunto: le magnifiche atmosfere disegnate dagli YES vengono accentuate dalle profonde liriche partorite da Jon Anderson, confezionando uno dei brani più struggenti e di atmosfera dell'intera discografia Yes.


Formazione:

Jon Anderson: voce, percussioni
Chris Squire: basso, seconde voci
Steve Howe: chitarre elettriche e acustiche, vachalia, seconde voci
Rick Wakeman: piano, organo, moog, sintetizzatori
Alan White: batteria, percussioni




The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana

Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America“. 
Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.

Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”

Da “Io C’ero”, di Myke Paytress.

Immagini di repertorio...



lunedì 29 giugno 2020

Manfred Mann


Manfred Mann è stato un gruppo musicale rock britannico attivo negli anni Sessanta nell'ambito del fenomeno musicale della British invasion.

È conosciuto soprattutto per alcune cover di particolare interesse, come quelle dei brani di Bob Dylan Just Like a Woman, del 1966, incluso nell'album Blonde on Blonde, e Quinn the Eskimo (Mighty Quinn), composto nell'anno successivo e inserito in The Basement Tapes, che nella loro versione raggiunse i primi posti nelle hit parade (segnatamente raggiunse il primo posto nelle Official Singles Chart il 14 febbraio 1968 rimanendovi per due settimane).


Presero il nome dal loro fondatore, il tastierista di origine sudafricana Manfred Mann.

Band in origine conosciuta con il nome di Mann-Hugg Blues Brothers, incise per diverse etichette discografiche: HMV, EMI Records, Capitol Records, Fontana Records, Ascot e Mercury Records, negli Stati Uniti.

Ospiti nel 1964 e nel 1965 del Festival di Reading e Leeds, sono fra gli artisti che hanno partecipato allo spettacolo televisivo Top of the Pops.

Dal gruppo originale sono derivate negli anni Settanta altre band conosciute con nomi diversi: Manfred Mann Chapter Three, Manfred Mann's Earth Band, The Blues Band, The Manfreds.

Hanno collaborato, fra gli altri, con la cantante Carole King, con il chitarrista e compositore Trevor Rabin, con il batterista Gavin Harrison e con gli Uriah Heep (il solo Manfred Mann, nel 1971, per l'album Look at Yourself).


Questi i musicisti che si sono alternati nella formazione dei Manfred Mann:

Manfred Mann - tastiere (1962-1969)
Mike Hugg - batteria, vibrafono, tastiere (1962-1969)
Dave Richmond - basso elettrico (1962-1964)
Mike Vickers - chitarra elettrica, sax alto, flauto - (1962-1965)
Paul Jones - canto, armonica a bocca (1962-1966)
Tom McGuinness - chitarra, basso (1964-1969)
Jack Bruce - basso (1965-1966)
Klaus Voorman - basso (1966-1969)
Mike d'Abo - canto, tastiere (1966-1969)
Glyn Thomas - batteria (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)
Tony Smith - basso (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)


sabato 27 giugno 2020

Dire Straits live a Sanremo il 27 giugno del 1981


La mia partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto, compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del 1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.

In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale” e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale generalista come era ed è La Stampa.
In ogni caso un bel ricordo!

Stampa Sera 29/06/1981 - numero 174 pagina 7


Dire Straits strepitosi
Sanremo presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits

SANREMO — Per il primo concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito» Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo. Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di 200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito, proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”, “Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più applauditi.
Il campo sportivo - dove alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere. I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.

In soli tre anni i Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due anni fa in America.
Mercoledì saranno allo stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta andando fortissimo. 

Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il biglietto solo se ne vale veramente la pena».

Per il concerto sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova, Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei cinque magnifici Dire. 


LA SCALETTA

Once Upon a Time in the West
Expresso Love
Down to the Waterline
Lions
Skateaway
Romeo and Juliet
News
(dedicated to John Lennon and Bob Marley)
Sultans of Swing
Portobello Belle
Angel of Mercy
Tunnel of Love
Telegraph Road
Where Do You Think You're Going?
Solid Rock




venerdì 26 giugno 2020

Nel ricordo di John John Entwistle



Il 27 giugno del 2002  moriva, a soli 57 anni, John Entwistle, bassista storico degli Who; il suo corpo viene ritrovato nella stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas, le cause del decesso, attacco cardiaco, aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002, dove viene ricordata la figura di John Entwistle.

Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un “prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge, crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.

Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo stabilirà un'autopsia).

Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who. Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”, insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante, c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano, velocissime, sulla tastiera del basso. Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile, sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo, voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni (probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai rockers), poi cercando di allargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”. Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who: epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati, così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997). Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick, sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese, esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates, dove invitò a suonare il suo compagno di scuola Pete Townshend. Poi, sempre insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del gruppo. Ma tutto questo, ormai, è solo ricordo.




giovedì 25 giugno 2020

Gleemen al ProgLiguria (21-01-2012)-Video inedito


Ancora un video inedito relativo a quanto avvenuto sabato 21 gennaio 2012 al Centro Fieristico di Spezia Expo, luogo in cui è andata in scena una kermesse musicale realizzata a scopo benefico per aiutare concretamente gli alluvionati colpiti dal tragico evento del 25 ottobre 2011 nel Levante ligure, in particolare nella zona di Spezia.

Una manifestazione legata alla musica progressiva, dal momento che il livello organizzativo parlava quella lingua. Il nome scelto non poteva andare troppo lontano dalla musica proposta: ProgLiguria.

Un po' di dettagli - e ricordi - si possono ricavare da questo articolo dell’epoca:




Tante band, tra storia e novità, e una maratona che permise di realizzare 12 ore di musica non stop.

Ecco gli articoli - e i video - già proposti:














                                            Marco Zoccheddu a un lato del palco


Tocca oggi ai Gleemen, band genovese che si formò attorno al precocissimo Marco Zoccheddu, pianista e chitarrista (Nuova Idea, Osage Tribe, Duello Madre), al quale si affiancò il batterista Marco Cassinelli; successivamente la formazione sarà completata dal bassista Angelo Traverso e da quello che diventerà un mito dell’elettrica, Bambi Fossati.
I Gleemen lasciarono un segno nel mondo del progressive rock.

La formazione vista al ProgLiguria si presentò sotto forma di trio, ma con musicisti originali, tranne Fossati, ai tempi malato (ci lascerà nel 2014): Maurizio Cassinelli (batteria), Angelo Traverso (basso) e Marco Zoccheddu (chitarra e tastiere).

Maurizio Cassinelli

Ascoltiamoli/vediamoli nel contesto del ProgLiguria:




martedì 23 giugno 2020

Herman's Hermits


Herman's Hermits è stato un gruppo musicale inglese in auge negli anni Sessanta.
Specializzata nella musica beat, nel pop e nel rock and roll, la band si era formata a Manchester nel 1964.

Nel 1965 il singolo Mrs. Brown, You've Got a Lovely Daughter raggiunge la prima posizione nella Billboard Hot 100 per tre settimane, e in Canada il singolo I'm Henry VIII, I Am, riporta il gruppo in prima posizione nella Billboard Hot 100.


Hanno fatto parte della cosiddetta British Invasion e si sciolsero una prima volta nel 1967, per tornare a suonare insieme nel 1970. Soltanto un anno dopo si sciolsero definitivamente.

Il loro più grande singolo di successo è stato il brano I'm Into Something Good (scritta da Gerry Goffin e Carole King) che nel 1964 raggiunse la prima posizione nelle classifiche di vendita in Gran Bretagna. Ottenne molto successo anche in altri paesi fu inserito nella colonna sonora del film Una pallottola spuntata.

Il cantante Peter Noone (Herman) è stato un grande amico di John Lennon, dei Beatles.


Formazione originale:

Peter Noone (1947, voci, chitarra, tastiera)
Karl Green (1947, voci, basso)
Keith Hopwood (1946, voci, chitarra)
Derek Leckenby (1945-1994, voci, chitarra)
Barry Whitwam (1946, batteria)


Discografia:

Herman's Hermits (1965)
When the Boys Meet the Girls (Original Soundtrack) (1965)
Both Sides of Herman's Hermits (1966)
There's a Kind of Hush All Over the World (1967)
Mrs. Brown, You've Got a Lovely Daughter (1968)
The Best of Herman's Hermits (1969)
The Most of Herman's Hermits (1971)
The Most of Herman's Hermits Volume 2 (1972)
Herman's Hermits' Greatest Hits (1977)
The Very Best of Herman's Hermits (1984)

domenica 21 giugno 2020

Un pò di storia di Tony Mimms



Tony Mimms, il cui vero nome era Anthony Rutherford, nacque a Glasgow ed è stato musicista, produttore discografico e direttore d'orchestra tra i più celebri arrangiatori e produttori di musica leggera italiana.

Giunse in Italia nel 1966, con il suo gruppo, The Senate, insieme a Mike Fraser e a Robbie Mc Intosh (in seguito con i The Primitives): scoperti e lanciati dall'avvocato Alberico Crocetta, incisero alcuni 45 giri per la ARC, tra cui il successo "L'ombra di un lontano amore".


Qui un po' di storia della band: http://www.beatsessanta.it/senate.htm


Scioltosi il gruppo, pubblicò un disco da solista nel 1970, con la collaborazione de i Pyrañas, ed un altro nel 1972, dal sapore Prog; collaborò poi con la RCA Italiana come arrangiatore.


Arrangiò dischi come Volume VIII e Rimini, di Fabrizio De André (che lo definiva un "grandissimo musicista" e ne apprezzava la capacità che aveva, lui, nato trombettista, di scrivere "le partiture d'archi come i fiati") e album di Claudio Baglioni (Questo piccolo grande amore, Gira che ti rigira amore bello), Mia Martini (Oltre la collina), gli Alunni del Sole (Jenny e la bambola), Ivan Graziani, Mina (Ancora dolcemente - dall'album Singolare), Adriano Celentano, Loredana Bertè, Renato Zero, Camaleonti (...e camminiamo), Mario Lavezzi, Alberto Radius, Blizzard (Stone bvy stone) e molti altri.

Fu investito mortalmente il 31 gennaio 2005 da una vettura mentre attraversava una strada.


Discografia:

Album con i Senate
1969: Piper Club Dance
1969: Le più belle canzoni dei Beatles & dei Rolling Stones

Album da solista:

1970: Tony Mimms
1972: S.O.S.

Singoli da solista:

1969: Midnight Cowboy/Le belle di notte
1976: Beautiful Feelin'/Soul Connection
1978: Come ti vorrei amare/Il sole è alto

La Banda Bertè:
con Mario Lavezzi, Stefano Pulga, Bob Callero, Claudio Bazzari, Walter Calloni, e il grande e Anthony Rutherford “Mimms”

sabato 20 giugno 2020

Christopher Cross-"Sailing": la bellezza di un testo musicale


Non avevo mai ascoltato con attenzione “Sailing”, di Christopher Cross, brano uscito nel 1979, contenuto nell’album omonimo di esordio.
Mi aveva colpito all’epoca l’arpeggio di chitarra, così come quella voce innaturale, apparentemente inadatta ad un “ragazzone” con la barba, e già in sovrappeso nonostante la giovane età.
E poi era contro i miei principi ascoltare brani pop, soprattutto se così melanconici!
Pare che con “Sailing” si siano innamorate molte coppie, ed cosa certa che l’album abbia venduto milioni di dischi.

Non è però una canzone d’amore, nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto un’esaltazione del potere trasformativo dell’arte, e il video a seguire, fornito di liriche, fugherà ogni dubbio.

In “Sailing” risulta centrale una tela da pittore che aspetta di essere riempita, ma potrebbe essere un foglio su cui scrivere una canzone, o una poesia… un obiettivo da raggiungere.
Il sunto del pensiero di Cross - che provo a sintetizzare - è che nel nostro percorso di vita sia necessario lasciarsi andare, sognare senza sosta, sfruttando un possibile vento propizio che ci potrà spingere nella nostra navigazione.
Continuando a sognare e avendo dalla nostra un pò di fortuna (il vento favorevole), si compirà il miracolo e la tela da pittore si riempirà prendendo forse una forma inaspettata, basterà solo avere la pazienza di attendere e qualcosa di magico accadrà…

A distanza di lustri, ormai maturo e scevro da inutili pregiudizi, riconosco al brano “Sailing” un grande valore di contenuto, inchinandomi idealmente davanti ad un ex ragazzo che evidenziò un messaggio così potente tra i 27 e 28 anni, età in cui si è autorizzati alla “non conoscenza”.

Ma cosa conta di più in un brano musicale, la musica o le parole?
Discorso complicato, concetti personali che ho fatto evolvere nel tempo e di cui parlerò in altra occasione, ma è certo che il pensiero del giovine Cross è davvero potente… e io non me ne ero mai accorto!

Ma ognuno potrà trovare una diversa chiave di lettura, come spesso accade quando si parla di musica!

Buon ascolto/visione.






venerdì 19 giugno 2020

La Torre Dell'Alchimista al ProgLiguria (21-01-2012)-Video inedito



Ancora un video inedito relativo a quanto avvenuto sabato 21 gennaio 2012 al Centro Fieristico di Spezia Expo, luogo in cui è andata in scena una kermesse musicale realizzata a scopo benefico per aiutare concretamente gli alluvionati colpiti dal tragico evento del 25 ottobre 2011 nel Levante ligure, in particolare nella zona di Spezia.

Una manifestazione legata alla musica progressiva, dal momento che il livello organizzativo parlava quella lingua. Il nome scelto non poteva andare troppo lontano dalla musica proposta: ProgLiguria.

Un po' di dettagli - e ricordi - si possono ricavare da questo articolo dell’epoca:


Tante band, tra storia e novità, e una maratona che permise di realizzare 12 ore di musica non stop.

Ecco gli articoli - e i video - già proposti:












Tocca oggi a La Torre dell’Alchimista, gruppo di rock progressivo nato nel 1997 ad Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo.


Per saperne di più consultare la pagina Facebook della band:




Membri del gruppo

Michele Giardino (voce solista, chitarra acustica, tastiere aggiuntive)
Michele Mutti (organo Hammond, pianoforte, piano elettrico, tastiere, sintetizzatori, cori, programmazione)
Davide Donadoni (basso elettrico)
Michelangelo Donadini (batteria)
Matteo Mondini (flauto, tastiere, chitarra acustica, chitarra elettrica, cori)

Ascoltiamoli/vediamoli nel contesto del ProgLiguria: