lunedì 28 febbraio 2011

Il compleanno di Rodolfo Maltese

Ieri mattina ho ricevuto una mail in cui il mio amico Wazza, romano de Roma, mi ricordava un importante compleanno, quello di Rodolfo Maltese.

Era scritto:

Compie gli anni oggi, 26febbraio 1947, Rodolfo Maltese, mitico chitarrista del Banco, Indaco, e ... un'altro milione di progetti.

Una delle persone più disponibili e umane che ho incontrato nel mondo della musica.

Buon compleanno "fratello" Rudy ,ti vogliamo bene!!!

Aldo”

Spesso ricorro all’aiuto del web per fornire elementi oggettivi, perché il mio scopo è quello di rendere omaggio, di ricordare e di far ricordare, e laddove non ho esperienze personali, ricorro all’esistente.

Nel caso di Rodolfo Maltese ho invece qualcosa di mio, che parte dagli anni ’70 ed arriva ai giorni nostri, con un mio grande buco temporale, periodo in cui Maltese ha continuato ad occuparsi di differenti progetti.

Nel corso della mia adolescenza, quando si viveva a pane e “Ciao 2001”, le vicende dei musicisti erano vissute intensamente, e il bisogno di notizie superava a volte la voglia di musica. Si desiderava conoscere molto di più di quei ragazzi, poco più grandi di noi, ma inarrivabili, e in loro spesso si trovava una proiezione personale on stage.

Dalle vicende apprese da Ciao 2001, venni a sapere di un certo rumore di fondo che dava per certa la “partenza” di Marcello Todaro dal Banco del Mutuo Soccorso. Senza neanche troppa diplomazia (potrei sbagliare, ma sono questi i miei ricordi), veniva messa in evidenza l’inadeguatezza del chitarrista, presentato come freno all’evoluzione del gruppo, e si sapeva già chi sarebbe stato il sostituto, tale Rodolfo Maltese, proveniente dagli Homo Sapiens. Anche alla PFM accadde una cosa simile, col bassista Giorgio “Fico” Piazza sostituito da Patric Djivas degli Area.

In quei giorni mi capitò di vedere un concerto del Banco, a Genova, e sul palco c’era il nuovo chitarrista. Probabilmente fu il momento del passaggio, perché mi pare che Marcello e Rodolfo si esibirono assieme in un brano, “Non mi Rompete”.

Per il resto del tempo Todaro stazionò dalle parti del mixer, e forse per un po’ di tempo seguì il gruppo come tecnico del suono.

Sono ricordi lontani, e potrei quindi non essere preciso, ma è invece ancora oggi presente quel senso di disagio che provai nell’occasione, certo che un’ingiustizia era stata fatta e che non c’erano motivi validi per accantonare uno del gruppo iniziale.

Rigidità e inesperienza di un adolescente!

Rodolfo Maltese quindi mi risultò antipatico, e ad un bambino tutto questo può essere concesso.

Col tempo, abbandonata la rigorosità tipica dell’età, ho imparato ad apprezzare Rodolfo, ovviamente.

Sino a che l’ho conosciuto personalmente, ad Alba, in occasione di un concerto, nel 2009:

http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Concerto%20di%20Alba

Ci siamo lasciati nei camerini, con l’intenzione di realizzare una piccola intervista by mail, cosa risultata poi difficile per la sua scarsa propensione alle nuove tecnologie, ma forse, insistendo ci saremmo anche riusciti, sino a che Rodolfo non ha incontrato importanti problemi fisici.

A distanza di mesi l’ho reincontrato, più volte, e ho avuto la fortuna di vederlo sul palco Romano, assieme a tanti musicisti italiani e stranieri, in occasione della celebrazione dei 40 anni di prog italico.

Ma il momento più emozionante riguarda un evento davvero speciale, avvenuto nel giugno scorso, a Volpedo, nell’alessandrino.

Concerto organizzato per lui, per il suo ritorno alla scena. Concerto speciale che ha rivisto sullo stesso palco, dopo molti anni, anche Gianni Nocenzi, oltre al resto del BANCO, a Bernardo Lanzetti e ad altri artisti.

Emozionante il duetto tra Gianni e Rodolfo, loro due soli sul palco, nella splendida piazza di Volpedo, adatta a celebrare due ritorni forse insperati.

Dopo quella performance di inizio estate il passaggio a Roma, in un mese di novembre che lo vede di nuova di scena al nord, Novi Ligure, ancora acclamato dal pubblico, nel suo habitat naturale, il palco.

I miei più sentiti auguri a Rodolfo Maltese, grande musicista, e grande uomo, toccato dalla cattiva sorte, come spesso accade nella vita.

Ma la musica aiuta chi vive per lei ed è probabile che anche in questo caso tutto, alla fine, andrà per il verso giusto.

http://www.rodolfomaltese.it/


domenica 27 febbraio 2011

Danila Satragno-"Voglio Cantare"


Pochi giorni fa... pochissimi giorni fa... tre giorni fa, ho partecipato alla presentazione di un libro, come spesso mi capita, a sfondo musicale.

Ho sottolineato l’aspetto temporale perché difficilmente trovo il momento per leggere un libro (in questo caso più DVD) di normali dimensioni in poche ore, mentre diventa imperativo dare subito un mio giudizio. Probabilmente dalle prossime righe risulterà evidente anche il motivo questa rapidità inconsueta.

Sto parlando di “Voglio Cantare”, un book/manuale che descrive il“Vocal Care”, il metodo che svela i segreti del canto, fornendo elementi didattici potenzialmente adatti ad ognuno di noi, e non solo in ambito artistico.

La scrittrice è la savonese Danila Satragno, musicista, cantante, insegnante e “Vocal Coach delle Star”, come riportato nelle note di copertina.

Non avevo mai visto, ne sentito cantare Danila, e osservandola e ascoltandola mi sono dato immediata risposta alla solita domanda che mi pongo ogni volta che sono davanti a chi, ad un certo punto della vita, decide di raccontarsi attraverso le pagine di un libro. Mera curiosità la mia.

Credo che un libro sia spesso scritto come “senso del bilancio” di una fase della vita; a volte invece è la necessità di lasciare “qualcosa in eredità”, oppure, per quelli già esperti, un bisogno di rinnovata visibilità. Non sempre si hanno cose oggettive da dire, perché si può anche giocare con la fantasia. Forse una”sbriciolata” di questi elementi può anche aver toccato Danila Satragno, ma quello che ho percepito in un’ora di ascolto è invece qualcosa che conosco da vicino e che muove ogni mio passo quotidiano quando parlo e scrivo di musica.

Sto parlando di condivisione, quella necessità che si abbina spesso alla parola musica, ma che nella realtà non è così automatico realizzare. La bellezza del regalare i propri risultati non é affare per tutti, e spesso gli enormi sacrifici necessari al raggiungimento di un obiettivo diventano l’alibi per tenere tutto per sé, della serie “… che anche gli altri soffrano come ho sofferto io, prima di raggiungere la meta…”.

La mia visione idilliaca di alcune situazioni musicali, e questa ne è un esempio, spero non passi per ingenuità, ma in queste occasioni mi piace pensare che la passione sia la motivazione numero uno. Questo è quanto “mi ha passato”, in un fazzoletto di tempo, la “Vocal Coach”.

Ma mentre Danila raccontava la sua vita, inserita nella parte iniziale del libro, non ho potuto fare a meno di mettere la mia al centro della situazione. Immagino quanti dei giovani presenti alla libreria UBIK, apparentemente attenti, lasciassero in realtà un po’ di spazio alla propria situazione, invidiando magari Annalisa Scarrone (il padre presente ha affondato il coltello nella piaga) o pensando ad aggrapparsi alla scuola di Danila per inventare un futuro pieno di musica e soddisfazioni.

Io invece sono tornato indietro di 37 anni, ricordando un fatto banale che mi ha musicalmente traumatizzato per tutta la vita vita. La chitarra è stato il primo strumento ad entrare in casa mia e con quella ho suonato in gruppo, da adolescente. Un pomeriggio estivo, ad Albisola, nel corso delle prove, il cantante era assente e nessuno voleve intonare ” Impressioni di Settembre”. “Prova tu Athos…”

Sono intonato ma ho poca voce e quella poca non mi piace.Però mi lancio.

Dopo due minuti, non di più, il batterista mi ferma deridendomi: “Smetti… smetti non puoi cantare con la erre moscia!!!”

E da quel giorno non ho più cantato. Io, uno che suona differenti strumenti e che scrive quotidianamente, incapace di comporre per intero una canzone, bloccato dalla timidezza e da un giudizio dato tanti lustri fa, per giunta da un amico. Eppure, negli anni a seguire mi è capitato di parlare, senza problemi, davanti a centinaia di persone!!!

Ecco un “caso umano” che Danila potrebbe risolvere!

Il secondo pensiero è andato immediatamente a Ian Anderson, leader dei Jethro Tull. Ian è famoso soprattutto per l’utilizzo del flauto mentre per altri è un ottimo chitarrista acustico. Ma ciò che ha reso quel gruppo capace di scandire i momenti significativi della mia vita è la sua voce. Ora questa voce non c’è più, e credo che la motivazione sia legata ad una malattia seria e a una conseguente operazione alle corde vocali. Di fatto ogni anno, noi fan, corriamo a vedere i suoi concerti italiani, soffrendo due volte, una per la mancanza della qualità di un tempo e l’altra per lo sforzo fisico che si manifesta davanti ai nostri occhi, con il collo che si allunga sino a sfidare le leggi della natura, nel tentativo di incanalare la fuoriuscita delle note.

Chissà”, ho pensato, “se Danila Satragno potrebbe aiutarlo… aiutarci!”.

Ho letto il libro e ho visto il DVD. Neanche volendo avrei potuto testare i principi esposti, ma penso che almeno ci proverò.

Ufficialmente è adatto a tutti, cantanti esperti, aspiranti vocalist, insegnanti, avvocati, attori… tutte quelle persone che nel quotidiano hanno bisogno della propria voce e del proprio corpo per comunicare. Anche il silenzio comunica e può rivelarsi più assordante di un vecchio concerto degli Who, ma il modo di porsi e di relazionarsi è fondamentale, qualsiasi cosa se ne pensi.

Ogni azienda spende tempo e denaro in formazione specifica, e molti dei concetti che ho trovato in questo libro sono gli stessi che ho appreso in anni di “scuola obbligata”.

La parte iniziale è autobiografica e, specialmente i savonesi, potranno ritrovare elementi di piena comunione e interesse.

Ma buona parte del libro è dedicata alla didattica. Conoscenza del nostro fisico, esercizi, test e interventi a 360 gradi che delineano le linee guida della corretta alimentazione suggeriti da Gigliola Braga, con l’intervento scientifico del foniatra Franco Fussi.

Il DVD è a mio giudizio essenziale per rendere esplicite le parti che, se solo scritte, potrebbero lasciare alcuni dubbi.

Non avevo mai riflettuto sul fatto che la voce è unica per ogni essere umano, come un’impronta digitale, come l’iride del nostro occhio, e questa che sembrerebbe una nota scontata, potrebbe portare a realizzare che la nostra voce, essendo non replicabile, va trattata e difesa con cura. E poi per chi ha velleità canore, a qualsiasi età, Danila ci ricorda che solo una minuscola parte della popolazione, il 3%, può considerarsi senza speranza. Per tutti gli altri, me compreso, il futuro può passare dal grigio al rosa.

Un manuale completo che invoglia a mettersi alla prova, e a mettere alla prova Danila Satragno e il suo fantastico( sicuramente negli intenti) metodo.

Notizie su Danila e sulla sua scuola possono essere reperite ai seguenti indirizzi:

http://www.danilasatragno.com/

http://www.vocalcare.it/

Da parte mia, rileggerò il libro e forse parteciperò a qualche stage, perché prima o poi, anche io, riuscirò a cantare una canzone, senza grossi patemi.

Un’innocente, infantile speranza… ecco cosa mi ha spinto a “divorare” “Voglio Cantare”.

Una piccola luce in fondo a un tunnel…


martedì 22 febbraio 2011

Auguri Tony Iommi


Il chitarrista Tony Iommi nasce a Birmingham il 19 febbraio 1948, ed ha quindi appena compiuto 63 anni.

Membro del gruppo heavy metal Black Sabbath, è l’unico componente che caratterizza l’intera carriera della band. Figura di spicco del rock duro, è stato menzionato da numerosi chitarristi come notevole fonte di ispirazione per le loro composizioni. Oltre alla chitarra, Iommi si cimenta anche con il pianoforte, il sintetizzatore e il flauto.
Figlio di immigrati italiani, Tony iniziò a suonare la chitarra ascoltando prevalentemente jazz e blues. Crebbe con la musica degli Shadows, il cui chitarrista, Hank Marvin, fu un suo modello di ispirazione. Durante il periodo scolastico ebbe modo di conoscere il futuro cantante dei Black Sabbath, Ozzy Osbourne. Il soprannome "Ozzy" deriva proprio dalle esperienze scolastiche del futuro cantante, il quale, balbuziente (oltre ad essere affetto da una grave forma di dislessia), era spesso oggetto di scherno all’interno dell’ambiente scolastico; uno degli studenti più insistenti era proprio Iommi, tra i più odiati da Osbourne, e arrivarono perfino a picchiarsi, e mai si sarebbero aspettati di ritrovarsi nello stesso gruppo, dopo così tanto tempo, e dopo le vicende tristi della scuola. Dopo aver terminato gli studi, Tony iniziò a lavorare in una officina meccanica. Dopo essere stato selezionato come temporaneo rimpiazzo nei Jethro Tull si convinse di avere la possibilità di diventare musicista professionista, ma durante uno dei suoi ultimi turni di lavoro un incidente con una pressa gli amputò le falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra. Ricoverato in ospedale, venne dimesso dopo un mese di inutili tentativi di riattaccare le parti amputate e cadde in un periodo di profonda depressione, decidendo di abbandonare la chitarra.
Un giorno, però, ascoltò la musica di Django Reinhardt, un chitarrista belga di origini rom che rimase menomato ad una mano a causa di un incidente (dato che il suo carrozzone aveva preso fuoco mentre lui era all'interno): la sua mano sinistra rimase gravemente ustionata permettendogli di muovere solo indice e medio, mentre anulare e mignolo rimasero atrofizzati definitivamente. Nonostante ciò, Reinhardt non abbandonò la musica e la sua esperienza incoraggiò Tony nel ricominciare a suonare, ricorrendo all'applicazione di alcune protesi, realizzate da lui stesso fondendo e sagomando la plastica di alcuni tappi di flaconi di detersivo liquido "Fairy".
L'attività musicale di Iommi incomincia nel 1964, sin una band blues chiamata "The Rockin' Chevrolets". Inizia così ad esibirsi dal vivo per poter entrare nel giro della musica e abbandonare il lavoro da operaio.

Nel 1966 entra nei "The Rest" e nei "Mythology", assieme al batterista e suo compagno di scuola Bill Ward. I due, dopo aver lasciato i gruppi, incontrano Ozzy Osbourne tramite un annuncio inserito dal cantante in un negozio di dischi. A loro si unisce il chitarrista Geezer Butler (che suonerà d'ora in poi il basso). Il gruppo diventa poi un sestetto, i “ Polka Tulk Blues Band", con l’aggiunta del secondo chitarrista Jimmy Phillips e del sassofonista Alan "Aker" Clarke.
Phillips e Clarke abbandonarono successivamente, e i restanti membri accorceranno il nome in "Polka Tulk", in seguito cambiato in "Earth" ma, a causa di omonimia con un'altra band, trasformato definitivamente in Black Sabbath.
Con la band, Tony comporrà album storici dell'heavy metal, come Black Sabbath, Paranoid, Master of Reality e Sabbath Bloody Sabbath.
Dopo i successi degli anni '70, la storica formazione della band inizia a sfaldarsi dopo l'uscita di Ozzy Osbourne, subendo numerosi cambi di line up, con il solo Iommi a rimanere membro stabile. Negli anni, la formazione dei Black Sabbath vede l'alternarsi di rilevanti artisti come Ronnie James Dio, Ian Gillan, Tony Martin, Cozy Powell, Neil Murray e tanti altri.
Nel 1986 venne pubblicato Seventh Star, con l'ex Deep Purple Glenn Hughes nelle vesti di cantante. In principio doveva essere un album solista di Iommi ma, per motivi contrattuali, uscì con il nome Black Sabbath featuring Tony Iommi. L'ultimo disco in studio dei Black Sabbath, finora, è Forbidden datato 1995.
A cinque anni da Forbidden, il chitarrista pubblica il suo primo disco "ufficiale" da solista chiamato Iommi (2000). Vi sono molti ospiti speciali nelle tracce dell'album come Ozzy Osbourne, Phil Anselmo, Brian May, Dave Grohl e Serj Tankian.
Nel 2004 esce il secondo, The 1996 DEP Sessions, inciso, originariamente, nel 1996 ma mai pubblicato. Di questo lavoro esiste anche un bootleg chiamato "Eighth Star", con Dave Holland (ex Judas Priest) alla batteria. Le parti di Holland vengono ri-registrate da Jimmy Copley. The 1996 DEP Sessions vede anche la collaborazione di Glenn Hughes (voce e basso) e i tastieristi Don Airey, Geoff Nicholls e Mike Exeter.
Nel 2005 viene lanciato sul mercato Fused. Le musiche vengono composte da Iommi e il tastierista Bob Marlette mentre i testi sono di Glenn Hughes. Alla batteria è presente il session man Kenny Aronoff.
Sul finire degli anni '60, Tony ha suonato per poco nei Jethro Tull, sostituendo Mick Abrahams nel live dei Rolling Stones, "Rock'n'Roll Circus". Nel 1989 partecipa al progetto "Rock Aid Armenia", per aiutare il popolo armeno vittima di un violento terremoto nel 1988.
Nel 1992, prende parte al Freddie Mercury Tribute Concert, suonando quattro brani dei Queen con i membri restanti e con altri ospiti della manifestazione.
Nel 2006, Iommi ha formato il progetto Heaven and Hell, che prende il nome dall'album omonimo del gruppo che vede in formazione componenti che hanno suonato nei Black Sabbath.
Tony è sposato con Maria Sjölholm, ex cantante del gruppo grunge svedese "Drain STH" e negli anni ottanta ebbe una relazione con la cantante Lita Ford. Sua figlia, Toni-Marie Iommi, al momento è la cantante della band "LunarMile".
Iommi è stato sempre un attivo sperimentatore di nuovi suoni e tecniche chitarristiche. Una delle sue prime chitarre fu una Fender Stratocaster, manomessa in continuazione,con l’ inserendo al suo interno di lamine metalliche per modificarne il suono.
Durante la registrazione del primo album dei Black Sabbath, uno dei pick-up si ruppe e la chitarra dovette essere riparata; in sostituzione Iommi usò una Gibson SG. È stato onorato nel 1997 dalla Gibson con la produzione del suo modello personalizzato di pick-up, marchiato "Tony Iommi signature series".
Lo stile del chitarrista ha avuto un enorme impatto sulla musica heavy metal e i suoi riff sono avvertibili nello stile di molti chitarristi moderni. Secondo All Music Guide, Tony, assieme a Jimmy Page dei Led Zeppelin, è stato il pioniere del genere. Nella classifica dei "100 migliori chitarristi di sempre" stilata su Rolling Stone Magazine, Iommi è situato all'86° posto, mentre, secondo Guitar World, è al 1° posto nella classifica dei "100 migliori chitarristi metal".

(tratto da wikipedia)


lunedì 21 febbraio 2011

Intervista a Aldo Tagliapietra



Ha compiuto ieri 66 anni Aldo Tagliapietra.
Per ricordare il suo percorso ripropongo un’intervista realizzata lo scorso anno.

Aldo Tagliapietra è il conosciutissimo bassista e cantante delle ORME, ovvero il primo gruppo italiano ad aver pubblicato un album di musica progressiva, “Collage”.


Miriadi di ricordi mi riportano a quel disco, a quella copertina, a quei giorni spensierati.
Pochi mesi fa ho rivisto “Le Orme” dal vivo, a Savona, e ho constatato che il fascino di quella musica rimane immutato e i segni del tempo che passa scompaiono al cospetto di certi suoni che ormai ci appartengono, melodie che riconosciamo come nostre dopo la prima nota.
Casualmente ho “trovato” Aldo Tagliapietra online e la sua immediata disponibilità mi ha portato a proporgli alcuni quesiti, domande a cui ha risposto immediatamente.
Grazie Aldo.

Ricordo come fosse adesso quel pomeriggio in cui un mio amico, quello di solito più informato, mi portò a casa sua ad ascoltare “Collage”, appena uscito. Sino a quel momento “ Le Orme” erano per me quelle di “ Irene”. Cosa fece scattare la molla, come avvenne il passaggio dalla canzone da tre minuti a “Cemento armato”?
 E’ stato il momento della svolta per molti di noi. Probabilmente era nell’aria. Dalle canzoni siamo passati al primo Prog. Alcuni cambiarono nome come i Quelli (PFM), le Esperienze (BMS ) ecc… Noi abbiamo preferito mantenere lo stesso nome.

Fu una scelta precisa quella di ricalcare lo stile di “Nice / ELP”, almeno nell’utilizzo degli strumenti e nel numero di musicisti, o la casualità, l’amicizia, le circostanze, vi guidarono nel progetto? 
Fu una casualità. Eravamo rimasti in tre per la defezione di Smeraldi. In un primo momento abbiamo cercato un bassista, ma poi decidemmo che il basso lo avrei suonato io al posto della chitarra come avevo fatto fino a quel momento. Conoscevamo i Nice e così decidemmo di inserire alcuni brani nella nostra scaletta.

Ricordo di aver visto Le Orme dal vivo a Savona, negli anni 70, e lo scorso anno, a distanza di parecchi lustri, ero nuovamente presente. Stessa cosa mi è capitata con altri gruppi, rivisti a distanza di quasi 40 anni. A giudicare dai risultati, queste azioni sanno di tutto tranne che di operazioni nostalgia e il risultato è quasi sempre superiore alle attese. Invecchia sempre bene un musicista di professione? 
Noi siamo sempre stati artisticamente inquieti e questa inquietudine ci porta a fare sempre meglio nonostante gli anni.

Senza voler entrare nel privato, perché a un certo punto della vita, musicisti che hanno passato assieme mille vicissitudini, non riescono più a convivere? 
Per i gruppi è una cosa “naturale”. Ci si forma da giovani quando si dice spesso “tutti per uno, uno per tutti”. Poi si diventa più maturi, i caratteri si definiscono meglio ed esplodono gli ego. A quel punto, se si vuole essere onesti con se stessi e con il proprio pubblico, è meglio chiudere. In questo modo non si prende in giro nessuno.

Massimo Gasparini, di Black Widow, mi ha parlato dell’uscita di un vostro disco dal vivo, sul mercato mi pare in Giappone negli anni 70, e inedito per l’Italia. Come mai l’idea di proporlo è nata solo ora? 
In verità quei nastri sono già stati pubblicati nel passato, prima in vinile e poi in CD. Questa è la terza volta.

Nei miei momenti di “riflessione musicale”, sono arrivato alla conclusione che la musica progressiva, quella che io più amo, non poteva durare a lungo perché troppo difficile da assimilare se comparata all’easy listening di cui tutti pare abbiano bisogno. Cosa è accaduto in quell’inizio di anni 70, quando ci nutrivamo di Genesis, Yes, Elp, Orme, PFM e BMS? 
E’ accaduto l’impossibile. Per la prima volta nella storia dell’uomo un genere musicale “difficile” diventa il più amato e va ai primi posti delle classifiche. La spiegazione può essere cercata sul fatto che c’è stata una vera e propria rivoluzione culturale che voleva spazzare via il passato a favore di un nuovo mondo.

Hai un ricordo significativo, non necessariamente musicale, legato alle tue performance estere? 
Mi è rimasto nella mente il fantastico pubblico messicano: ho visto gente piangere durante il concerto. C’è stato un momento che ho pensato “ma stiamo suonando così male?”


Mi ha colpito il tuo utilizzo del Sitar. Come ti sei avvicinato allo strumento? E’ legato a un tuo percorso spirituale?


Ho sempre amato il sitar. Lo avevo visto in alcune foto di Brian Jones e poi di George Harrison. Nel 72-73 ne comprai un paio ma per mancanza di tempo diventarono parte del mio arredamento. Nel 90 conobbi Budhaditya Mukherjee il quale mi fece entrare nel magico e affascinante mondo della musica indiana. Il percorso spirituale è arrivato conseguentemente.

Esisteva amicizia vera tra voi pionieri del prog italico, quando vi fronteggiavate ai vari festival e concerti? 
Direi di si anche se non c’era molta collaborazione ad esempio nelle registrazioni.

Mi dici un esempio di bassista, italico o straniero, che ti ha influenzato o che ha cambiato il modo di interpretare il ruolo? 
Jack Bruce dei Cream, Chris Squire degli Yes, Stefano Cerri e molti altri.

Cosa scriveresti sul tema: ”Tagliapietra e la sua musica futura”? 
Spero di continuare ad avere quell’entusiasmo e quella creatività che mi ha permesso di arrivare a scrivere un disco come "Nella Pietra e nel Vento", per molti e molti anni ancora.
Versione.... a quattro....



domenica 20 febbraio 2011

In memoria di Bon Scott



Esattamente 31 anni fa, il 19 febbraio del 1980, moriva, in circostanze misteriose, il cantante Bon Scott, frontman degli AC/DC.


Un po’ di storia.
Bon Scott nacque a Kirriemuir, Scozia, ma all’età di 6 anni emigrò con la famiglia in Australia. Crebbe a Perth, dove studiò la batteria e la cornamusa nella banda scozzese locale. Scott ebbe sempre problemi con le regole, e questo lo portò ad abbandonare la scuola a 15 anni. Dopo la sua prima band, gli Spektors (1966), formò i Valentines, come co-cantante, insieme a Vince Lovegrove. I Valentines, attivi fra il 1967 e il 1970, registrarono diverse canzoni originali, covers e altre scritte da George Young degli Easybeats, tra cui "Peculiar Hole in the Sky" che entrò nella top five locale. Durante la sua permanenza nel gruppo, Bon fu uno dei primi rocker australiani ad essere accusati di possesso di marijuana. Scott si trasferì ad Adelaide dove si unì alla band Fraternity (attivi fra il 1970 e il 1973) col quale incise due LP, Livestock (1971) e Flaming Galah (1972), con un conseguente tour in Europa nel 1973.

Durante lo stesso anno, subito dopo essere tornati dal loro tour in Inghilterra, i Fraternity entrarono in una fase di stasi. In questo periodo, Scott iniziò a suonare con una band chiamata Mount Lofty Rangers; fu proprio mentre stava tornando da una sessione di prove con questi ultimi che Scott ebbe un incidente con la moto, nel quale rimase gravemente ferito. I Fraternity finirono con il riunirsi senza Scott, ma si sciolsero quasi subito.
L'anno successivo, Bon svolse qualche lavoro occasionale nella scena musicale di Adelaide, ed incontrò per la prima volta i membri degli AC/DC mentre lavorava come autista. I leader della band erano i fratelli Angus e Malcom Young, fratelli minori dell'amico di Scott, George Young. Scott fu subito impressionato dall'energia e dalla potenza espressa dalla band, ed i giovani AC/DC rimasero, a loro volta, affascinati dalle doti del frontman. Quando gli AC/DC licenziarono il loro cantante originale, Dave Evans, Scott venne infine chiamato per sostituirlo.
Alla guida degli AC/DC, Bon fu, nel bene e nel male, il più carismatico frontman che l'Australia avesse mai avuto fino a quel momento. Il suo modo di essere sul palco duro e insolente, lo rese una icona da "macho" che i ragazzi ammiravano e le ragazze amavano.
Scott non visse abbastanza da vedere il suo 34° compleanno. Morì a Londra il 19 febbraio 1980 per intossicazione acuta da alcool dopo una notte di eccessi, anche se a tutt'oggi incombono pesanti interrogativi sul decesso del cantante australiano e una prova certa dell'avvelenamento da alcool non è mai stata data. Secondo infatti alcune testimonianze dei suoi amici, Bon quella sera era perfettamente lucido e in grado di poter stare da solo senza bisogno d'aiuto. Fu ritrovato sul sedile posteriore di un'auto (una Renault 5), là dove era stato lasciato da un suo amico a riprendersi dalla notte precedente.
Dopo la sua morte, il cantante inglese Brian Johnson, già componente del gruppo glam rock di Newcastle Geordie, prese il suo posto e gli AC/DC registrarono l’album Back in Black, che divenne l'album Heavy metal più venduto di tutti i tempi.
Scott è sepolto nel pittoresco cimitero di Fremantle, in Australia.
(Tratto da wikipedia)

venerdì 18 febbraio 2011

Nel ricordo di Mike Bloomfield



Trent’anni fa, esattamente il 15 febbraio del 1981, ci lasciava il chitarrista statunitense Michael Bernard Bloomfield.
Mike era nato a Chicago il 28 luglio del 1946.
Famosoo per il suo stile fluido ed espressivo, è stato uno dei più importanti esponenti e fautori del blues revival a Chicago, dalla seconda metà degli anni '60.
La primissima esperienza di Bloomfield risale ai primi anni '60, quando giovanissimo suona la chitarra blues nel Southside con i vecchi musicisti neri, imparandone tutti i segreti. Da tale esperienza scrisse anche un libro “Me and Big Joe”, su Big Joe Williams.
Di tale periodo esistono un documentario e le registrazioni fatte a Chicago e alla Radio Svedese. Comincia così a farsi conoscere nel giro del blues e folk revival che porta la musica da pochi appassionati al grosso pubblico bianco. Nel 1965, con il suo caro amico e collega Al Kooper, fu scritturato come sessionman nel celeberrimo album di Bob Dylan, “Higway 61 Revisited”, con il quale ottenne una certa notorietà.
Bloomfiled, assieme ad un altro astro nascente del cosiddetto Blues Revival della Chicago di metà anni '60, Elvin Bishop, al tastierista Mark Naftalin e soprattutto al celebre Paul Butterfield, diede vita alla celeberrima omonima The Paul Butterfield Band, il cui biglietto da visita è rappresentato dalla suite di 12 minuti “East-West”, con geniale operazione di contaminazione tra blues, rock, jazz, rock psichedelico e ritmi raga di estrazione orientaleggiante. Questa fu anche la band che fece da supporto a Bob Dylan nella famosa svolta elettrica del Festival di Newport. Con questa band partecipa a incisioni importanti come il doppio LP “Fathers and Sons' del maestro Muddy Waters.
Nella primavera del 1967, Mike Bloomfield e Barry Goldberg formarono gli Electric Flag, con l'intento di creare una "All American Music Band", un gruppo nel cui stile fossero inclusi tutti i generi fondamentali della musica americana.
In estate il gruppo debuttò al "Monterey Pop Festival". In concerto il successo fu immediato: Electric Flag era una macchina poderosa in grado di destreggiarsi in differenti territori musicali mettendo in luce le varie personalità del gruppo. Fra i primi a notare il gruppo fu Peter Fonda, che li coinvolse nella colonna sonora di The Trip ("Il Serpente di Fuoco”), film di Roger Corman di cui fu protagonista.
Con il supporto di ottimi autori e di elevate doti tecniche individuali, gli Electric Flag realizzarono nel 1968 "A Long Time Comin' " una miscela di R&R, blues elettrico, R&B tipo Stax e pop/rock con divagazioni psichedeliche. Su tutto il cd spiccano la cover degli Howlin' Wolf "Killing Floor", "Groovin' is easy" e la bellissima "You don't realize".
Da ricordare una “Super Session”, una pietra miliare nella storia del rock che ha prodotto una registrazione fatta a New York City (maggio 1968) negli studi della Columbia. E' una delle prime occasioni di far musica fuori dai vincoli del produttore, del mercato, lasciando piena improvvisazione agli artisti, riproducendo in studio la libertà espressiva delle esibizioni dal vivo, senza limiti di tempo. Al Kooper chiama alcuni suoi vecchi amici a suonare : oltre a Stephen Stills alla chitarra (sono con lui i brani che formeranno il lato B del LP), partecipa anche Mike Bloomfield,e verranno incisi i brani che formano il lato A del LP. Il disco esce il 22 luglio 1968, prodotto in piena libertà creativa da Al Kooper. La collaborazione tra Al Kooper e Mike Bloomfield prosegue lo stesso anno in una serie di concerti, immortalati nel doppio LP “ The live adventures of Mike Bloomfield and Al Kooper”, uscito lo stesso anno, e il posteriore “Fillmore East The lost concert tape 12/13/68”.
Mike Bloomfield ad un certo punto si ritira dalle scene, sia per scelta personale ma anche perché il grosso pubblico voleva da lui solo “Super Session”. Cio' lo porta anche a delusioni ed amarezze. Si dedica ad una lunga ricerca sul blues, ritornando alle origini, al blues acustico, interpretato sia alla chitarra che al piano, oltre che al canto. Ne sono testimonianza i parecchi LP incisi in questo periodo e le varie tournée. Nel settembre 1980, pochi mesi prima della sua morte, fece alcune date anche in Italia (Torino, Milano, Firenze, Mestre-Venezia).
Michael Bloomfield è stato trovato morto per overdose nella sua auto, a San Francisco, il 15 febbraio del 1981. Giace nel Hillside Memorial Park a Culver City vicino a LosAngeles.
(Tratto da wikipedia)

giovedì 17 febbraio 2011

Stefano Amen-"Berlino, New York, Città Del Messico"


Stefano Amen è un cantautore torinese e l’album di cui traccerò qualche linea si intitola ” BERLINO, NEW YORK, CITTA' DEL MESSICO" .
Il termine “cantautore” ha per me un significato ben preciso, che va al di là della definizione di “colui che interpreta canzoni da sé stesso composte”. Non mi viene naturale, ad esempio, considerare appartenente alla famiglia dei cantautori chi “inventa” una canzone e poi la propone al Festival di Sanremo. Stereotipi, luoghi comuni, ovvietà, ma per chi ha come me, purtroppo o per fortuna, vissuto gli anni ’70, l’uomo che imbraccia una chitarra e si mette su un palco, di fronte a un pubblico preparato, da solo o in compagnia ristretta, è sempre uno che ha da dire cose estremamente serie, magari non apprezzabili dai milioni di amanti dell’easy listening, ma è certo che l’impegno non sarà rivolto alla creazione del brano accattivante che venderà bene, mentre tutti gli sforzi avranno l’obiettivo della qualità, del messaggio, o anche del mero racconto di una vita, di per sé già grande proposta.
La musica di Stefano Amen colpisce immediatamente e racconta molte cose, ma per approfondire il personaggio ho chiesto il suo aiuto, ponendo le mie solite domande, che presento a seguire.
L’idea generale che mi sono fatto è quella che, se esiste ancora quello status di “cantautore” a cui accennavo, Amen ci rientra a pieno titolo, ed è questa una valutazione che, se da un lato può dare indicazioni a chi si avvicina per la prima volta all’artista, non necessariamente deve dare soddisfazione al protagonista, perché chi trasforma le proprie idee in canzoni non ha mai nella testa il fine di rientrare in una casella piena di nomi per sentirsi in compagnia. Questo vale a maggior ragione per Stefano Amen che, come emerge dall’intervista, dichiara apertamente di non trovarsi a proprio agio in un gruppo, seppur nobile, sentendosi un “esploratore musicale” piuttosto che un cantautore.
L’album, scritto musicato e arrangiato da Amen, pur nella sua originalità, contiene le contaminazioni che scaturiscono dalla formazione dell’artista, in equilibrio tra la musica di Bale Street, le contraddizioni della costa ovest americana e le difficoltà della periferia italiana. E se non esiste esperienza diretta, sarà sufficiente ciò che si annusa nell’aria, quasi sempre veritiero. Quando Stefano visiterà davvero la New York di cui parla, si accorgerà di conoscerla già, perché il fumo che nei film si vede uscire dai tombini è cosa reale… tutto è come sembra da lontano.
Mi viene spontaneo definire questo ” BERLINO, NEW YORK, CITTA' DEL MESSICO" , un disco blues, definizione che può facilmente portare fuori strada.
Come credo sia molto chiaro a Stefano, il blues, nel suo significato più profondo, non ha niente a che vedere col … conoscere bene una parte e trasferirla perfettamente sul proprio strumento. Il blues significa essenzialmente sofferenza, dolore, vita vissuta, ed è indifferente il colore della pelle o il luogo in cui si è nati, se Berlino, New York o Città del Messico.
Questo dolore, magari non personale ma vissuto per induzione, riempie l’album, dando pennellate cupe di realtà ad ogni atto.
In fondo, ogni essere umano avrebbe centinaia di storie da raccontare, molte delle quali negative, con possibile funzione didattica, o almeno di denuncia costruttiva.
Ma a pochi (rispetto alla massa) è concesso di trasferire tutto in una canzone, che potrà condensare e far vivere per sempre il pensiero di un attimo.
Stefano Amen è tra questi eletti, e lo trovo perfetto nel raccontare e nel raccontarsi, in modo estremamente efficace. La voce ad esempio, da lui definita “lo strumento più antico”, non ha niente a che vedere con “l’esercizio dell’abilità pura”, ma è completamente funzionale alla storia, mutevole ad ogni capitolo.
Ma fare opera di scissione tra i brani, o tra gli elementi musicali che li compongono, risulterebbe riduttivo, meglio avvicinarsi a questo album e predisporsi a riceverlo in toto, magari mettendo in conto un po’ di velata tristezza e qualche conferma, nel caso ne avessimo bisogno.
Un gran bel quadro questo “BERLINO, NEW YORK, CITTA' DEL MESSICO", a cui ne seguiranno altri… è inevitabile!

TRACKLIST:

1. Tequila Amore Mio

2. Crack
3. Quale
4. Come Non Detto
5. Berlino, New York, Città del Messico
6. Nessuno
7. Incidente in Danimarca
8. Criminali
9. Tequila Blues





INTERVISTA

Nel comunicato stampa si evidenzia la vivacità di proposte che negli ultimi tempi arrivano dalla “fascia torinese”, elemento che a mio giudizio non riguarda solo il cantautorato. Che tipo di legame esiste , secondo te, tra la musica e “la terra” di chi la crea? Esiste una sorta di influenza geografica?
Torino è la città in cui ci siamo incontrati e abbiamo cominciato a lavorare io e un'altra manciata di cantautori che conosco e frequento: Deian, Matteo Castellano, Vittorio Cane e altri musicisti. La cosa buffa è che nessuno di noi è di Torino bensì di paesi in provincia. Tra l'altro nessuno è di origine piemontese a parte Matteo. Lo sradicamento è totale e magari finisce per essere una delle fonti d'ispirazione. Idealmente mi piacerebbe dire che il territorio comune di chi fa musica sia l'onirico e il simbolico ma purtroppo non è così, il legame tra noi è qualche musichetta sentita nei film o magari un buon disco sentito da piccoli.

Come nasce Stefano Amen, musicalmente parlando? Qual è la tua “base?”
Mio padre suonava la chitarra ed era appassionato di musica. A dodici anni molto naturalmente ho cominciato a strimpellare tanto per scimmiottarlo. Verso i sedici ho conosciuto una ragazza molto più grande di me che mi ha aiutato a percepire la bellezza di un' opera d'arte, di un libro, di una poesia e così ho ricominciato gli studi daccapo con indirizzo d'arte. In seguito molto naturalmente ho unito le cose. Per certi versi è stata una fortuna, l'unica alternativa che riuscivo a vedere era fare il barbone.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali, in Italia e all’estero?
Sono moltissimi. Come per tanti appassionati di musica posso dire di avere avuto innamoramenti profondi che hanno scandito periodi della mia vita soprattutto adolescenziale. Quindi è difficile per me ora parlare di qualche artista in particolare. Forse l' unico modo per rispondere a questa domanda è quello di trovare delle figure costanti. Ma anche qui mi viene da pensare ad un elenco magari troppo lungo. Quindi devo essere molto sincero e nominare pochi fra molti. Passando al setaccio tutti alla fine mi scopro molto classico (strano pensavo di essere iconoclasta!). Comunque sinceramente Syd Barrett, Cohen, Eno, Kraftwerk, Gainsbourg e via così; italiani invece su tutti Paolo Conte, poi gli anni settanta di De Gregori, Battiato e via così...tutti molto classici no? Quelli giovani e attuali non li considero di riferimento. Sono miei contemporanei, li ascolto magari volentieri se mi capita. Stimo molto Uochi Toki ma ho sentito poche canzoni.

La definizione ”cantautore” reca in sé l’idea dell’impegno, di una musica e di un musicista che ha, tra gli obiettivi principali, la denuncia o il lancio di messaggi. Cosa pensi possa fare, in concreto, un artista che decide di passare all’azione, e per farlo utilizza la propria arte?
Non lo so proprio. Questa domanda è spiazzante. Non riesco a concepire un artista che decida di passare all'azione. Quando uno fa una cosa la fa e basta. Tutti dovrebbero fare le cose onestamente. Poi se quel qualcuno è scandalizzato dall'attualità proverà a comunicare il proprio sdegno o delle linee politiche da seguire. Se uno è schifato dai costumi o dal perbenismo (come me) proverà con la propria vita e va da sé con le proprie creazioni a dare esempi diversi. Un altro ossessionato dalle proprie visioni cercherà in quelle. Quindi io credo che un artista proverà di concreto a essere una persona straordinaria visto che l'ordinario è quello che è. Spero che questo obiettivo sia però l'obiettivo di più persone possibile. Non solo degli artisti.

Immagino che il titolo del tuo album ("BERLINO, NEW YORK, CITTA' DEL MESSICO")sia il frutto di tue esperienze in quei luoghi, ma in linea di massima ritengo che la musica non abbia davvero confini. Ti senti una sorta di “cosmopolita musicale?”
Berllino, N...” è la canzone che dà il titolo all'album. Non sono mai stato in nessuna di queste città e per la verità le ho sempre escluse volontariamente dalle mie pellegrinazioni. Sono città che ho sempre idealizzato perché hanno in se un immaginario molto forte per me. Ho usato proprio queste caratteristiche per scrivere di luoghi o persone ideali. Che rimangono perfette proprio perché ideali. Perfette ma anche lontane dall'esperienza sulla pelle, quella che io ho per forza di cose dovuto fare a Settimo Torinese crescendoci. Credo che per crescere però siano importanti entrambe le cose, le nasate e i sogni. Quindi ho scritto questa canzone. La musica non dovrebbe avere confini ma spessissimo li ha. Li ha quando caratterizza gruppi di persone che si coalizzano, si vestono, parlano, riconoscendosi proprio attorno ad un fenomeno musicale che nasce in seguito a disagi di certe classi. Ci sono molti esempi. In molti casi è un bene che sia così. Io per mia costituzione sono sempre stato alla larga dai fenomeni di gruppo e ancora di più di massa ma comprendo che molti abbiano bisogno di identità e la musica può aiutare a dar loro quella identità. I confini sono principalmente mentali e culturali, non geografici, se per geografici li intendiamo legati al territorio e alle tradizioni. Cosmopolita io? Certo se questo vuol dire trascendere dai confini nazionali, politici e culturali lo sono.

Ho sentito una sola volta (per ora) il tuo lavoro e, lasciandomi guidare come sempre dal feeling iniziale, mi viene da sottolineare come “dietro ad ogni angolo” di ogni brano ho spesso trovato l’accordo di chitarra che non mi aspettavo. Mi sbaglio se dico che esiste una grande ricerca armonica, non sempre inseguita dal musicista che si esprime attraverso voce e chitarra?
Esiste certamente una ricerca, obbligatoria direi, se uno con una canzone vuole descrivere delle sensazioni. Gli strumenti per ottenere un risultato efficace sono tanti. Uno di questi è l'armonia. Fa parte di questo mestiere. Sia chiaro che si può fare benissimo anche con una parola e con un accordo anche se è molto più difficile. Spessissimo credo di non fare lo stesso mestiere della maggior parte dei cantautori vicini e lontani. Infatti non mi definirei cantautore ma come ho sentito nel documentario su Dylan di Scorsese mi piace “esploratore musicale”. Mi piace come definizione. La sottoscriverei.

Anche la tua voce, al di là della timbrica, è molto particolare. E’ tutto naturale o esiste dello studio dietro al modo di porsi?
Ecco un altro degli strumenti, il più antico: la voce. Ci sto attento. Cerco di scrivere cose che mi possano poi emozionare cantandole. Pensa che noia sennò...

Esistono punti di contatto tra il cantautore targato ’70 e quello dei giorni nostri?
Negli anni 70 ero un bambino e non ho conosciuto di persona nessun cantautore dell'epoca. Quindi non lo so. Forse avevano più voce in capitolo visto il ruolo che coprivano, ma proprio per questo più responsabilità perché la maggior parte dei loro ascoltatori era anche molto critica politicamente parlando, nei confronti di chi chiedeva loro un prezzo sul biglietto. Peccato che poi gli artisti dovevano cantare le idee che il pubblico voleva sentirsi cantare. Una specie di disco inceppato che diceva sempre le stesse cose. Poi però ci sono stati a mio avviso degli autentici fuoriclasse che hanno preferito essere liberi artisticamente non riuscendo a sperare in una società libera hanno dato un esempio diverso di integrità individuale.

Che cosa è il blues per Stefano Amen?
Per me blues è una parola abusata. Come sostantivo è il modo di chiamare un fenomeno musicale che ha attraversato tutta la prima metà del XX secolo e poco più caratterizzando la comunità nera degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l'aggettivo blues è tutto molto più confuso. Mi piace pensare che abbia a che fare con la tristezza che si sublima cantando, con l'orgoglio di essere in vita nonostante tutto, trovare dignità solo nei vinti. Come il Duende e la Saudade è un sentimento che non si può tenere fuori dalla musica perché ne è uno degli strumenti. Quello invece che ho sentito mille volte in birreria suonato da bianchi che hanno studiato bene la scala blues e le sue variazioni invece è un'altra cosa.

Riesci a trovare soddisfazione attraverso la musica che non presenta liriche?
Mahler, Mingus, Piazzola, Bach, Coltrane, Bartok, Messiaen, Scelsi, la musica di Java, la musica Tibetana, la musica orientale in genere e moltissima musica tecno, non hanno liriche e io ne sono completamente rapito da sempre e sempre di più. Se una canzone non ha la voce di uomo o donna che in quel momento si sta giocando tutto (vedi Duende) non vale niente.. meglio strumentale.

Al di là di quanto già programmato, cosa vorresti ti accadesse, musicalmente parlando, nei prossimi cinque anni?
Fare più dischi possibile. Sia come Stefano Amen sia come Pinguino che è l'altro mio progetto in duo con Alberto Moretti di cui uscirà quest'anno il primo disco. Mi piacerebbe fare un paio di dischi per anno e fare molti concerti. Crescere professionalmente anche con il gruppo di lavoro con cui sto partendo: OrdignoProduzioni. Essere pronto finalmente a visitare Berlino, New York, Città del Messico. Potermi permettere di fare più concerti con la band visto che i cachet ancora non lo permettono.