venerdì 31 agosto 2018

Aldo Tagliapietra Band / Annie Barbazza e Marco Colombo live al Farnese.


Per la seconda volta in questa calda estate  ho trovato la magia di una location all’interno della quale viene calata la musica di qualità. Non è un dettaglio di poco conto: musica come elemento culturale, musica intesa come arte, musica portatrice di benessere, musica come via certa per la serenità. In quest’ottica anche il “luogo” fa la sua parte.
Palazzo Farnese, a Piacenza, regala la situazione solenne, e in due occasioni ne sono stato testimone.


E’ accaduto un mese fa con il prog rock mediterraneo degli Osanna: spettacolari.
E’ riaccaduto il 29 agosto, con il palco occupato da Aldo Tagliapietra - voce storica de Le Orme - e i “ragazzi” della sua band.
Ma non solo loro.

Parto dal cuore e cervello della manifestazione, il direttore artistico Max Marchini e affido a lui l’introduzione alla serata, video che permette di scoprire l’arte di Irma Zanetti.


Annie Barbazza viene citata più volte, con un accostamento fisso, quello con Greg Lake.
Ne è passato di tempo da quando la vidi condividere il palco - proprio a Piacenza - con Greg, Bernardo Lanzetti e Aldo Tagliapietra. Era il novembre 2012.
Successivamente l’ho ritrovata nel ruolo di ospite, ma è stata questa la prima volta a cui ho assistito ad una sua performance in proprio. Pazzesca!
Direi, purtroppo, fuori dal tempo: nata troppo presto, oppure… troppo italiana! Un talento cristallino che dovrebbe trovare ampi sfoghi espressivi, sfuggendo dalla nicchia, alla ricerca della condivisione massima.
Nel piccolo gap tra la prima e la seconda parte di concerto mi è venuta alla mente la famosa “Melanie” (Safka), cantautrice americana presente a Woodstock come spettatrice, che casualmente riuscì ad esibirsi, voce e chitarra, dando vita ad una carriera piena di soddisfazioni: altri tempi!


Nella sua performance è accompagnata da un chitarrista - conosciuto - notevole, Marco Colombo, e il duo si dimostrerà una miscela esplosiva.
Rispetto alla scaletta che pubblico a seguire manca la componente “The Who”, ma i 40 minuti di esibizione ci conducono in un viaggio onirico: dai Pink Floyd ai Beatles, da Kevin Ayers ai King Crimson, con un accenno a Bowie.



Psichedelia, poesia, rock e una perizia tecnica notevole, con la soddisfazione nel vedere suonare, per la prima volta, un sitar elettrico (chissà cosa ne ha pensato Tagliapietra, cultore dello strumento “originale”!).
Annie ha una voce strepitosa, ma relegarla al ruolo di vocalist mi pare limitante, vista la sua capacità interpretativa e la sua sapienza, nonostante l’età, nel “tenere il palco”.
Ecco un sunto di quanto hanno proposto Barbazza e Colombo.


Il piccolo intervallo legato al cambio set mi permette di realizzare lo stato di benessere termico: forse ha ragione Gloria Tagliapietra, che mi dice: “Quando arriva papà tutto si illumina!”.
E Aldo arriva, e ci regala, oltre alla sua musica, la dimensione serena di cui è simbolo.
Lo incontro prima del concerto, assieme alla band, musicisti che ammiro realmente e che conosco da molto tempo. Parliamo, anche, del suo ultimo album e della profondità delle liriche, e lui sottolinea l’importanza, in questa stagione, dello spirito, rispetto al materialismo tipico della gioventù.
Per chi fosse interessato ad un commento all’album e al pensiero di Aldo consiglio il seguente link:


La band di cui parlavo è costituita da: Andrea De Nardi alle tastiere, Matteo Ballarin alle chitarre, Manuel Smaniotto alla batteria e, ultimo entrato, Andrea Ghion al basso.
Ghion, che ho visto per la prima volta dal vivo, è subentrato nel ruolo di bassista a Tagliapetra, che ora si dedica in modo specifico a voce e chitarra.


Propongono un set diviso in due parti, la prima costituita dal nuovo disco di cui presento due brani:


A mio giudizio una situazione magica, con la personalità del “bianco” Aldo tutt’altro che schiacciante rispetto ai musicisti di cui si circonda, ed è forse proprio questo il segreto (situazione analoga a quanto avviene con Vairetti negli Osanna), l’amalgama tra un mito del rock e un manipolo di talentuosi - ed educati - strumentisti.

Nel corso della seconda parte va in scena il conosciuto, quello che alimenta la memoria, anche di quelli che non hanno seguito le “cose della musica” per tutta la vita.
Anche in questo caso propongo la scaletta, con materiale tratto da buona parte del lavoro delle Orme, a partire da “Collage” per approdare a “Felona e Sorona”.
E in “Gioco di Bimba” Annie Barbazza fornisce il proprio contributo vocale.


Il pubblico (sono molti i fan di Tagliapetra che arrivano da lontano) apprezza incondizionatamente, e nel corso del bis si “attacca” al palco per godere da vicino “Cemento Armato” e “Canzone d’Amore”.
Anche per la parte finale del concerto ho realizzato un mix musicale significativo…


Una segnalazione doverosa per il tecnico di sempre, Riccardo Dondi e un ringraziamento ad Alice Bellati per il servizio fotografico.

Cos’altro aggiungere… lunga vita a chi è capace di regalare al pubblico simili emozioni, e ancora un doveroso grazie all’organizzazione.



giovedì 16 agosto 2018

Deep Purple: Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Childe in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.
Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.
Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 
(Da un racconto di Mark Paytress)






Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.








venerdì 10 agosto 2018

Compie oggi 71 anni Ian Anderson


Compie gli anni oggi, 10 agosto, Ian Anderson, simbolo dei Jethro Tull.

Anderson è genio assoluto, affabulatore, incantatore, innovatore, capace di rendere “rock” uno strumento prettamente classico come il flauto traverso, un chitarrista acustico eccelso, un vocalist straordinario e la sua voce, a ben vedere, è quella che manca di più ai fan sparsi nel mondo che, forse solo a posteriori, si sono accorti dell’assoluta importanza di quella timbrica calda e pastosa, insostituibile, che nessun aiuto artificiale potrà riportare ai fasti iniziali.
Ian Anderson è anche un saggio e previdente uomo di affari – cosa che quasi sempre è mancata alla giovani star degli anni ’70 –  e credo risalga già alla metà dei seventies il suo status di datore di lavoro della band, ovvero lui il capo e gli altri stipendiati, con le naturali differenze di compensi economici e di responsabilità.
Il gruppo è ancora molto seguito e anche in Italia esiste una cellula primaria – di cui in qualche modo faccio parte – che prevede un fanclub che ha a capo un Presidente – Aldo Tagliaferro – che è uno dei pochi con cui il buon Ian ha instaurato un rapporto di salda amicizia, con tutti i risvolti positivi del caso.
Impossibile riassumere una storia così complessa e una discografia sterminata, e allora provo a ripescare un mio vecchio pensiero riguardante quella musica che considero la colonna sonora della mia vita… il perché non mi è chiaro sino in fondo, ma indagare sarebbe persino doloroso.
Potrei raccogliere numerosi aneddoti e svariate conoscenze personali per descrivere i miei sentimenti, ma preferisco sottolineare un momento particolare su cui ho riflettuto spesso, perché ogni volta che riascolto “My God” – e mi capita con una certa frequenza – performata al festival dell’Isola di Wight, mi nasce una domanda spontanea.
Per inciso “My God”, che considero tra le più belle canzoni rock di tutti i tempi, fa parte di un album cult, Aqualung, che consiglio a tutti i giovani che non hanno mai avuto l’occasione di accostarsi alla musica dei Tull. Io ho provato in passato a diffondere il verbo, anche, con i miei figli, e devo dire che non sono rimasti indifferenti.
E ritorno all’episodio a cui accennavo.
Era il 30 agosto 1970, una domenica non comune, e i Jethro Tull anticipavano il set di Jimi Hendrix.
La manifestazione era già alla terza edizione, e molte altre sarebbero arrivate, ma quella è l’unica che si ricordi con grande enfasi.
La band di Anderson era già conosciuta per effetto di un secondo album strepitoso, “Stand Up” e quando salì sul palco, “Benefit”, il terzo lavoro, era in circolo da alcuni mesi.
Ma il pubblico di Wight, almeno in quell’occasione, non era numericamente parlando quello dei pub, dei teatri, delle realtà cittadine, ma, more or less, 600.000 persone!
Mi è capitato di chiedere banalmente a Clive Bunker, batterista in quell’occasione, cosa si provi a suonare davanti ad una muraglia umana, e la sua risposta, altrettanto scontata, ha evidenziato la totale “incoscienza da palco” che si innesca in quelle occasioni, quando mille o centomila fanno poca differenza.
Quei giovani, hippies e amanti del nuovo che stava arrivando, imbevuti dell’esperienze dell’estremo occidente musicale, avevano abitudini diverse, fatte di rock più o meno duro, di folk, di country, di contaminazioni varie, abituati a Hendrix e agli Who, Mitchell e Doors, Baez e Mody Blues, e forse non avevano idea di cosa volesse dire trovarsi al cospetto di una band sconvolgente, con un frontman unico che all’improvviso dava dignità rock ad uno strumento a fiato, suonato alla Roland Kirk, soffiato, parlato, usato come prolungamento dell’uomo e dell’artista, raccogliendosi su di una sola gamba.
Ecco, ogni volta che ascolto “My God” provo a mettermi nei panni di quei ventenni di 48 anni fa, e mi piace immaginare il loro stupore, per la novità e per la bellezza di un brano carico di significati, musicali e lirici.


Sono passati lustri, tanti, e i Jethro Tull hanno cambiato ogni pezzo usurato dal tempo, solo lui è rimasto al timone, Ian Anderson, l’antipatico, l’illuminato, o forse tutto il contrario. Noi amanti della sua musica ce lo coccoliamo, sempre pronti a ringraziarlo per quello che ha saputo regalarci: essere riconoscenti è il minimo che si possa fare in questi casi!




domenica 5 agosto 2018

Porto Antico Prog Fest 2018: il commento

Un nuova edizione del Porto Antico Prog Fest, la terza, è andata in scena il 3 agosto a Genova, Piazza delle Feste.
Ancora una volta l’aspetto organizzativo è stato curato dalla Black Widow Records, questa volta in collaborazione con la Cooperativa DOC-L’ARTE SI FA VALORE, la cui mission è stata ampiamente spiegata nel corso della serata: trattandosi di musica e del mondo che la circonda, sarebbe buona cosa curiosare sul sito di riferimento…


Il pubblico ha premiato la nuova idea di aggregazione delle band, partecipando in modo significativo e pronto a lasciarsi coinvolgere, sottolineando con entusiasmo le varie performance. Ma qual è la nuova formula proposta? La grande differenza rispetto al passato si sintetizza nella la presenza di due tribute band, non prese certo a casaccio, ma capaci di riportare al sound del prog originario, quello che ha aperto la strada a miriade di gruppi che ancor oggi si rifanno ai fasti dei seventies; nel caso specifico mi riferisco alla musica dei Genesis e dei Pink Floyd, ovvero due entità mitiche che, a distanza di quasi mezzo secolo, riescono ancora a emozionare fan di ogni età.
La dicotomia di giudizio quando si fa riferimento a musica inedita e a riproposizione di modelli del passato non trova mai un punto di incontro, ma ciò che Massimo Gasperini e soci hanno creato nell’occasione appare come un giusto equilibrio, l’utilizzo di musica di forte richiamo per poter regalare al contempo qualcosa di “nuovo”, con la speranza che l’effetto domino spinga ad allargare le conoscenze personali.
Occorre anche riflettere sul fatto che per ascoltare dal vivo la musica del "rock" del passato esista ormai una sola possibilità, quella che passa attraverso gruppi di musicisti, anch’essi fan, che vestono i panni di ELP o Gentle Giant e propongono le fondamenta del prog. Certo, occorre del talento e della predisposizione naturale, quelle doti di cui hanno goduto i presenti al Porto Antico Prog Fest.

Ad aprire le danze una band locale, gli Ancient Veil, nati dalle ceneri degli Eris Pluvia, artisti che, dopo un ventennio di sosta, sono ritornati nel 2017 con un album di inediti targato Lizard, e che, nel 2018, propongono ben due dischi: il primo è una rivisitazione dell’album omonimo del 1995 mentre il secondo racchiude il live de La Claque del 2017.
Il fil rouge tra il passato e il presente è rappresentato dal chitarrista e cantante Alessandro Serri e dal fiatista Edmondo Romano.
E’ un prog vivace e fresco quello che propongono e l’elemento importante, seppur ovvio, è la dimostrazione del ritrovato affiatamento e della sicurezza da palco, rapportata al concerto a La Claque, di cui sono testimone.
L’audience apprezza particolarmente la miscela di rock e folk in un set che… finisce troppo presto!
Alla fine sono proprio Serri e Romano a raccontare le loro impressioni e il nuovo percorso da poco inizato.
L’attuale formazione prevede inoltre Fabio Serri alle tastiere - già presente progetto originale -, Massimo Palermo - basso - e Marco Fuliano  alla batteria.


Un piccolo video a fine articolo racchiude particelle di festival, purtroppo inficiate dall’infelice posizione di registrazione, ma utili a presentare l’atmosfera di giornata.

In attesa del secondo gruppo c’è spazio per le parole, quelle che portano on stage Mauro Serpe - Panther & C. - e Diego Banchero, de Il Segno del Comando.

E arriva il momento dei milanesi Get’Em Out, ovvero la musica dei Genesis, in questo caso circoscritta all’era “Peter Gabriel”. E’ da subito un tripudio, e i presenti si immedesimano e provano a sostituirsi a Franco Giaffreda - voce e flauto -, che suscita la “compassione” dei presenti per l’utilizzo dei “vestiti di Gabriel” in una giornata di decisa afa e alta temperatura.
Unico rammarico rispetto al loro set è la presenza della luce naturale (erano all’incirca le 20) che ha penalizzato gli aspetti visual proiettati sullo schermo alla spalle, essendo il loro un progetto che ricalca nei particolari un periodo magico targato Genesis, e i dettagli ricercati non sono solo quelli musicali.
Era la seconda volta che li vedevo e penso che siano tra i migliori nel proporre una musica che, soprattutto dal punto di vista tecnico, presenta un alto tasso di difficoltà: l’audience ha gradito e cantato all’unisono le trame più conosciute… di più non si può volere!
Gli altri membri sono: Dario D'Amore - tastiere, chitarra acustica e voceRenato Giacomelli - batteria e voce - Gianfranco Oliveri - chitarre, basso, bass pedal e voce - e Gianluca Oliveri alla chitarra.
Alla fine Giaffreda/Gabriel si ferma a chiacchierare sul palco, raccontandoci del suo recente passato come chitarrista de Il Biglietto per L’inferno, soffermandosi sulla complessità della proposta genesisiana.


Ancora un siparietto con Paola Tagliaferro, artista completa, in procinto di rilasciare il suo album “Fabulae” di cui parlerò a breve. La sua proposta si colloca decisamente all’interno del mondo prog, essendo costituita da estrema libertà espressiva, avanguardia, sperimentazione e spiritualità.

E arriva il momento del prog napoletano, anche se Sophya Baccini può considerarsi una cittadina genovese, per il legame artistico e affettivo che la lega alla città.
Difficile inquadrarla tra i suoi tanti progetti; quello che propone a Genova nell’occasione è il Sophya Baccini’s Aradia, che oltre a lei - cantante e tastierista - prevede la presenza di altre tre donne - Marilena StrianoFrancesca ColapsIsa Dido - e il chitarrista Peppe Gianfredi.
Propongono un set incentrato sul loro secondo album, “Big Red Dragon”, ma non mancano le “divagazioni”, come “Music” di John Miles, particolarmente adatta alla situazione.
Sophya è un talento naturale, sia dal punto creativo che espressivo, ma in questo progetto un pò anomalo - quattro donne sul palco sono inusuali - emerge il sound gruppale, e la proposta innovativa viene valutata positivamente dal pubblico, pronto a far sentire il calore di cui l’artista ha sempre bisogno.
Performance di rilievo… davvero bravi. Anche in questo caso alla fine dei brani la piccola sosta permette di scambiare quattro chiacchiere con Sophya, visibilmente soddisfatta.


In attesa dell’arrivo del quarto ensemble salgono sul palco Fabio Nicolazzo e Laura Menighetti, ovvero Una Stagione all’Infernoche ha appena rilasciato l’album “Il mostro di Firenze”, pubblicizzato a dovere nell’occasione, quasi un obbligo trattandosi di un gruppo genovese dedito al prog.
Ultimo ospite Gianmaria Zanier, virtualmente conosciuto da tutti gli amanti del genere per il suo impegno in rete e in radio… uno di quelli da… ringraziare per il lavoro divulgativo quotidiano e instancabile!

A chiudere la kermesse gli Outside The Wall, ovvero il tributo genovese ai Pink Floyd.
Vediamo i loro nomi: Renato Pastorino (chitarre e voce), Mauro Vigo (batteria), Lorenzo Gazzano (tastiere), Fabio Cecchini (basso), Martin Grice (Sax) e Elisabetta Rondanina (voce).
Li avevo ascoltati pochi giorni fa nell’alessandrino, e anche in questa occasione ho trovato un sound vincente, aggettivo che significa fedeltà di proposta ed efficacia di un mix che si esalta attraverso la cura delle sfumature e la capacità chitarristica.
E’ bene sottolineare anche le doti canore della vocalist e il fatto che la band si avvalga di un musicista di lungo corso, quel Martin Grice di provenienza Delirium che diventa il valore aggiunto indiscutibile. A raccontarci sul palco qualcosa degli OTW è il drummer Mauro Vigo, impegnato in mille progetti rock.
Anche per loro grande successo e bis, non previsto dalla rigida scaletta.


Una giornata caldissima, toccata anche da un principio di nubifragio, tutti ingredienti che potevamo minarne il risultato.
E’ andato invece tutto bene, benissimo, e già si pensa alla prossima edizione!




mercoledì 1 agosto 2018

Che fine ha fatto Elio D'Anna?

Donald Trump e Elio D' Anna

Pochi giorni fa ho assistito ad un fantastico concerto degli Osanna, band che rispetto agli esordi ha subito naturali variazioni alla formazione ed è attualmente guidata da uno dei fondatori, Lino Vairetti.
Questo il commento alla serata…


Nell’occasione, i filmati storici proiettati riportavano, anche, ai primi Osanna, quelli che ho avuto l’opportunità di vedere da adolescente, almeno un paio di volte.
La domanda di un amico, a fine concerto, è la stessa che mi ero fatto anche io, tanto tempo fa, probabilmente una delle questioni più frequenti rivolte a Vairetti nel corso degli ultimi anni: ma che fine ha fatto Nello D’Anna, il fiatista originale?
Dopo un po’ di ricerca ho scoperto che D’Anna ha cambiato stile di vita e ambiente.

Lo intervistò qualche anno fa Cino Tortorella, alias Mago Zurlì…



Ma come si comportava Elio D’Anna sul palco a inizio anni ’70?