sabato 28 aprile 2018

Nathan: presentazione di "Era" a Radio Savona Sound



A distanza di una settimana i Nathan ripropongono i dettagli del loro nuovo album “Era” - uscito il 12 di aprile - sollecitati dalla conduzione radiofonica di Mauro Selis.
Il luogo scelto è un locale di nuova  gestione, il Rock Cafè - gestito da Marco Pivari, alias Mr. Rock - e l’evento è stato inserito nella programmazione di Radio Savona Sound, in una trasmissione da sempre gestita da Mr Rock e Alfa.
Ma tutto ciò non è avvenuto nei locali che ospitano tradizionalmente la Radio, perchè in un’occasione, il venerdì, le due entità si fondono e nasce… la radio  itinerante.
Locale imperdibile per gli amanti del rock, con molteplici attività settimanali che coinvolgono un pubblico trasversale.


Nel filmato a seguire non si coglie quasi nulla dello scambio di battute tra Selis e i Nathan, protetti dall’isolamento radiofonico, ma mi pare utile captare l’atmosfera del luogo, nella speranza di stimolare la curiosità di chi ancora non conosce la nuova gestione.

E a proposito di nuovi e vecchi, sullo sfondo del video compare Fabrizio Cruciani, gestore precedente del pub, un tempo denominato Van der Graaf Pub, angolo cittadino in cui hanno presenziato miti del rock, italiano e straniero.

venerdì 27 aprile 2018

THE WHO: The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27 aprile 1965


THE WHO
The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27 aprile 1965

I Who subirono una radicale trasformazione durante i sei mesi di concerti al Marquee di Londra. Appena quindici giorni prima che i manager Kit Lambert e Chris Stamp ottenessero a fatica un ingaggio a partire dal 24 novembre 1964 per le tranquille serate del martedì, il gruppo suonava ancora al Railway Hotel di Harrow e Wealdstone con il nome di High Numbers


Alla data di scadenza del contratto con il locale (27 aprile 1965), i quattro avevano un 45 giri nei Top Ten britannici, erano volti noti della stampa e della televisione e avevano iniziato a registrare il loro primo album, My Generation.
Cosa ancora più importante, i Who erano diventati portabandiera del neonato fenomeno culturale detto mod. Dotati di grande impatto sonoro e visivo, rappresentavano tutto ciò che ogni giovane mod aspirava ad essere: impeccabilmente vestito, anfetaminico (anche nel senso letterale del termine) e, naturalmente, famoso. E così, mentre grazie a loro le presenze di pubblico nel locale di Wardour Street si moltiplicavano, i Who regalavano un'estetica al mondo del pop. La loro musica conteneva tutto il dramma, gli eccessi e le tensioni della vita urbana; la loro immagine era ben studiata e subito memorizzabile.
Poco dopo aver concluso l'impegno settimanale al Marquee, il singolo carico di distorsioni Anyway Anyhow Anywhere uscì accompagnato dalla frase: “Un gruppo pop art con un suono pop art”.
Nulla di ciò accadeva per caso: “Sapevamo che per affermarci in tutto il paese dovevamo prima conquistare il West End”, ricorderà Kit Lambert. Alla scarsa affluenza di pubblico nella prima serata venne posto rimedio con una massiccia campagna pubblicitaria, ben esemplificata dal leggendario e sofisticato poster in bianco e nero con la scritta “Maximun R&B”. 
Alcuni fan ricordano che nel locale venivano loro offerti gratuitamente bicchieri di whisky a patto che esprimessero ad alta voce il loro apprezzamento nei confronti del gruppo. Ma erano espedienti superflui, i Who erano davvero straordinari e meritavano la fama che si stavano guadagnando.
Il chitarrista Pete Townshend e il bassista John Entwistle alzavano immancabilmente gli amplificatori al massimo, Keith Moon reinventava di sana pianta il ruolo del batterista con la sua instancabile teatralità, mentre il cantante Roger Daltrey spesso necessitava di un bicchierino di buon distillato per farsi ascoltare al di sopra della tempesta elettrica. Ma anche un volume tanto terrificante sembrava non bastare. “Siamo arrivati al punto di finire la serata spaccando tutto ed è costoso”, spiegò Pete Townshend ai cronisti dell'epoca. Per fortuna i manager capivano il valore di un coinvolgimento emotivo così totalizzante. “E' un investimento” disse con un'alzata di spalle Lambert. L'investimento cominciò presto a dare frutti. Alla fine del 1965 My Generation di Townshend sintetizzò al meglio i bellicosi sentimenti della folla del Marquee, rendendoli universali.
(Mark Paytress-"Io c'ero")

Gian Carlo Caselli alla Ubik di Savona: era il 23 aprile


Solitamente scrivo di musica, non amo innescare polemiche sui social dove non è percepito il tono della voce e dove un moto di reazione può scatenare l’inimmaginabile: parlando di musica, tutto sommato, si contengono i rischi.
Ma mi piacerebbe urlare i miei pensieri in altri campi, anche se sento quel senso di impotenza che alla fine sfocia nella rassegnazione, e allora mi sono dato un termine e sono solito dire che il giorno in cui non avrò più legami lavorativi aprirò il libro, la bomba che tutti vorrebbero e potrebbero aprire. Per ora i miei libri, i miei scritti, restano confinati all’ambito delle passioni.
Oggi descrivo un incontro diverso, ma significativo.
Il 23 aprile, la pregevole Ubik di Savona ha organizzato la presentazione del libro di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, “La verità sul processo Andreotti”.
E’ da poco terminata la fiction televisiva “Il cacciatore”, incentrata su quel Pool Antimafia che nei primi anni ’90, nel periodo post Falcone e Borsellino, riuscì a catturare elementi di spicco come Bagarella e Brusca - tanto per citare i più conosciuti -, un tipo di impegno che Caselli ha conosciuto in prima persona.
Avere la possibilità di trovarsi davanti cotanta esperienza e sapienza rappresenta un richiamo assoluto per un comune mortale, e l’idea che la persona che parla e si racconta abbia visto, sentito e fatto “cose che noi umani…”, non lascia indifferenti.

Arriva con la consorte e la sua scorta - che a me appare minimale - una mezz’ora prima e rapidamente la sala si riempie: un pubblico non troppo giovane, interessato, probabilmente competente, gremisce l’Aula Magna del Liceo Artistico e quando parte la prima domanda di Mimmo Lombezzi il silenzio e l’attenzione sono assoluti.
Caselli si alza in piedi per ogni risposta, e si rivela un fiume in piena, quasi impossibile da interrompere, gentile ma fermo nei suoi intendimenti, e il suo ego (sarà lui a definirsi “egocentrico”) non permette intromissioni, perché l’argomento è… la sua vita, il suo lavoro, la sua passione, i suoi dolori, le calunnie, le verità nascoste, la rabbia.
Il libro di cui parla è incontestabile, fatti concreti e fastidiosi per molti, tanto che l’unica presentazione televisiva, su RAI 1, è stata realizzata alle… 6.15, un’ora improbabile. E’ lui che lo evidenzia.
Eppure in poco tempo si è arrivati alla 5° ristampa, fatto che Caselli butta lì tra una frase e l’altra, non per vanto, ma per sottolineare la sete di verità della gente.
Si leva qualche sassolino dalla scarpa quando racconta degli incontri che avvengono nel terzo ramo del Parlamento, quello di Bruno Vespa, ma non è certo questa l’occasione per cercare rivincite, e il tutto appare quindi come istintivo.

E il contenuto? Credo che per tutti il processo ad Andreotti sia terminato con una assoluzione, ed è questo il falso storico che prende il via dall’opera mediatica inscenata ad arte dall’avvocato Giulia Bongiorno nel 2004 quando, dopo la sentenza della Cassazione, si lasciò andare alla gioia pubblica (al telefono con Andreotti) urlando appunto “Assolto, assolto, assolto”, davanti alle telecamere.
Caselli e Lo Forte nel libro raccontano in modo molto semplice che Andreotti non è mai stato assolto.

Riprendo qualche nota trovata in rete (Il Fatto Quotidiano): “Per farla breve: i giudici di primo grado, nel 1999, mandarono assolto Andreotti con l’articolo 530 secondo comma, paragonabile alla vecchia insufficienza di prove; l’appello del 2003, invece, decretò il “non doversi procedere… in ordine al reato di associazione per delinquere… commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione“; nel 2004 la Cassazione confermò riga per riga. Fine della storia. Fino al 1980 Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere con Cosa nostra (il reato di associazione mafiosa, il 416 bis, è stato introdotto soltanto nel 1982), che però è prescritto”.

Per tutto il resto rimando al libro.

Poche le domande finali, perché si è fatto tardi, e mi rimane in canna un dubbio che è il seguente: la sensazione che rimane al popolo in occasione di eventi epocali (Moro, Ustica, JFK…) è che parte della verità non venga mai a galla, ma… esiste una giustificazione a tutto questo? Esiste l’albi del segreto di Stato? E’ forse condivisibile la chiosa di Buscetta che, rivolgendosi a Falcone, riteneva che quello non fosse il momento giusto per raccontare certe verità, talmente grandi e impensabile da essere scambiate per fantasie?

E a proposito di fantasie, sarà vera la storia del bacio tra Riina e Andreotti?







Il contraddittorio con Tatti Sanguineti

Sentiamo dalla voce di Gian Carlo Caselli un commento a quell’episodio.


Un libro da… divorare!


giovedì 26 aprile 2018

Dust Memories live- 25 aprile 2018

Qualche mese fa ho commentato l’esordio discografico dei Dust Memories, giovani musicisti savonesi che propongono una musica originale, basata sull’elettronica e la psichedelica - ma è questa una denominazione riduttiva - sintetizzata nell’album “Alienation”.
Il mio commento e l’intervista sono fruibili al seguente link:


Come sempre accade il 25 aprile a Savona, la Fortezza del Priamar diventa un luogo di ritrovo dove la musica non può mancare, e mentre le celebrazioni del momento riportano al passato e alla storia, giovani band si susseguono sui palchi disponibili, miscelando i generi e proponendo novità per i passanti casuali ma interessati.
Era la prima volta che vedevo i DM dal vivo, ed ero curioso di verificare la resa di un prodotto che sembrerebbe adatto alla sola fase “studio” e ad ambienti e momenti molto specifici.
Provo a spiegarmi.
Non è musica semplice, non siamo al cospetto di qualche accordo scontato e qualche giro di DO, ma la differenza arriva dall’atmosfera che si riesce a creare e dal captare i particolari, musicali e vocali/lirici.
In questo senso non credo che questa fosse l’occasione migliore, e i problemi tecnici non hanno di certo aiutato.
E’ una musica per certi versi “scura”, che necessita della giusta location, dove il mood che si sviluppa nell’aria coinvolge l’audience, quasi un’esperienza di vita, come sono solitamente le situazioni di tipo psichedelico.

Tastiere variegate - miste a strumenti tradizionali (chitarre e flauto) - e la presenza del teremin creano un contrasto apprezzabile che il pubblico dimostra di gradire.
Sono certo che i Dust Memories non sono rimasti contenti della loro performance, ma il pubblico attento sa guardare oltre, e sa immaginare le potenzialità accantonando le difficoltà al contorno, che sono poi quelle che attanagliano i live quando non si è in ambito professionistico.
Li vorrei rivedere, magari di sera, magari tra quattro mura, anche se di questi tempi non ci si può permettere di scegliere le location, ma si può solo ringraziare e andare avanti.
Mi piacciono le loro idee che si distaccano da ciò che viene inteso come ortodosso, e non ho dubbi che qualche soddisfazione arriverà.
Ascoltiamo un medley del loro set…



lunedì 23 aprile 2018

Un bell'incontro-Pete Townshend



Un po’ di tempo fa mi è capitato di conoscere, per ragioni professionali, un inglese di nascita, ma cittadino del mondo, forse per motivi di lavoro, forse per natura, forse per entrambe le cose. In realtà lo vidi la prima volta qualche anno prima, e con cadenza annuale l’ho ritrovato, ma non avevo mai avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere al di fuori dell’argomento lavorativo.
In questa occasione, partendo dal rigore con cui l’America” tratta l’argomento "safety on job", siamo arrivati a discutere delle incongruenze e delle debolezze della nostra società, e lui mi ha regalato l’immagine della sua giovinezza londinese, quando era un “must” avere il coltello in tasca, dalle sue parti.
Associando la picture anticonformista di questo professionista alle battaglie inglesi tra Mods Rokers, tipiche degli anni ‘60, mi è venuto spontaneo chiedergli se avesse vissuto qualche importante evento musicale.
Avrebbe potuto raccontarmi dettagli dei concerti di Genesis Pink Floyd, ma il primo pensiero che ha avuto, e che di getto mi ha lanciato addosso, è da vero album dei ricordi: l’ incontro, in un pub, con Pete Townshend, leader dei The Who.
Siamo entrati immediatamente in sintonia e alla fine della giornata ci siamo lasciati con un proposito: due giga di mp3 in cambio del racconto di quel giorno.
Dopo quattro giorni mi è arrivata la mail con il materiale, vale a dire il breve aneddoto, la foto del pub, la casa di Pete, la birra…
Lo propongo, con un pò di nostalgia.

Era il 1976 ed ero studente a Londra.

Lavoravo come barman part time in un pub che si chiama “The Barmy Arms", sulle rive del Tamigi, a Twickenham.



A quell’epoca, Pete Townshend aveva la casa affianco al pub.



Era noto a tutti quando lui era a casa, perché aveva una Mercedes limousine color “vino rosso”... impossibile non notarla! All’interno della macchina erano installati grandi altoparlanti.
Un giorno, verso le 12, arrivò il primo cliente e… era Pete, con un amico.
Io gli dissi: ”Ciao Pete, lo sai che sei uno dei miei eroi?!
Lui  rispose: ”Mezza Guinnes .


Io gli servii la sua mezza Guinnes e gli dissi: ”Salute Pete!  E fu la fine dell’incontro.

Non un grande avvenimento quindi, ma incancellabile dalla memoria del giovane barman!

E anche io, che ancora adesso direi:"Ciao Pete, lo sai che sei uno dei miei eroi?!", ci ho fantasticato su.

 "Behind Blue Eyes" in versione acustica.





Citazione del giorno:
"Il Rock'n'Roll non eliminerà i tuoi problemi, ma ti farà venire come la voglia di ballarci attorno" (Pete Townshend)



domenica 22 aprile 2018

Nathan: presentazione album "Era", La Feltrinelli Point Savona


Ogni album, ogni libro, ogni creazione personale, necessita di un primo atto ufficiale, di una presentazione che sancisce ufficialmente il passaggio dal cumulo delle “fatiche” al momento della soddisfazione, quando a bocce ferme si può mettere in vetrina il risultato di un periodo di grande impegno.

I Nathan propongono il loro secondo album, “Era”, partendo dalla loro città, Savona, a distanza di una settimana dal rilascio ufficiale per l’etichetta AMS.

Lo spazio individuato per questo importante appuntamento è stato la libreria La Feltrinelli Point Savona, che ha accolto un buon pubblico di sostenitori abituali, chiaramente interessati allo scambio di battute misto all’ascolto di alcune tracce e alla proposizione dei due video già rilasciati.

Band al completo (erano tutti presenti i protagonisti dell’album) e chiacchiere in libertà.
A seguire mostro i primi minuti di incontro immortalati da Mauro Selis.



Per saperne di più di “Era”…






sabato 21 aprile 2018

Eccellenze savonesi: Patrizia Macchia



Accade a molti di “risvegliarsi” dopo lustri e proporre ciò che da tempo era celato in un cassetto.
La svolta passa spesso attraverso attimi casuali, opportunità non cercate, incontri non voluti, quelle sliding doors di cui si sente spesso parlare. E così ci si ritrova nella piena maturità a scrivere libri, dipingere, cantare canzoni, creare sculture, provare la via del palco. E’ come se la tanta energia accumulata nel tempo all’improvviso chiedesse una fessura, anche minima, per poter fuoriuscire. Magari ci si rende conto che il tempo a disposizione si riduce sempre più, o forse giova il fatto che le barriere psicologiche - i pudori e i freni che caratterizzano la prima età -, ad un certo punto della vita, vengono azzerate.
Tutti possono tutto, non ci sono preclusioni per chi vuole cimentarsi in uno dei tanti campi artistici, grazie anche alla tecnologia, ma in mancanza di talento gli exploit sognati diventano un “una tantum”, perché senza competenze la maschera creata cade al primo movimento azzardato, e se dietro non c’è sostanza le velleità personali scemeranno facilmente.

Non ci sono dubbi sulle skills di Patrizia Macchia, mia concittadina, amica di infanzia, ritrovata dopo molti lustri sotto una veste completamente nuova, quella della pittrice. Ma a ben vedere i suoi interessi spaziano in campi diversi tra loro, contenitori in cui primeggia, come testimoniano i continui attestati di gradimento della critica ma, soprattutto, dei tanti savonesi che la spingono nella sua impegnativa attività quotidiana, quella di cui racconta nello scambio di battute a seguire.

Questo spazio è quello che mi permette di parlare di musica in totale libertà, ed è proprio un elemento musicale preciso quello che mi ha spinto a intervistare Patrizia (con il cui fratello Paolo iniziai a suonare da adolescente): un volto di David Gilmour, sezionato, diviso a metà, l’immagine della giovinezza contrapposta a quella attuale.
Beh, l’arte di Glimour, per fortuna, non ha atteso molto per palesarsi!



Ci conosciamo sin dall’infanzia ma è solo negli ultimi anni che ho scoperto la tua vena artistica: che cosa mi ero perso?
Ci siamo conosciuti da bambini, è vero e, già allora c’era in noi una… vena artistica. Ricordi? Poi gli anni ci ingoiano, diventiamo adulti, diversi ma sempre noi; cosa ti sei perso? In questi anni quella vena artistica, tenuta dentro per tanto tempo, è finalmente scoppiata, lasciando… magicamente e indelebilmente evidente traccia sulle mie tele.

Mi racconti su cosa si focalizza la tua attività, visto che non ti occupi solo di pittura?
Non mi occupo esclusivamente di pittura (anche se non abbandono mai il pennello), scrivo infatti poesie e racconti pubblicati su antologie e riviste culturali e amo fotografare ogni cosa o persona che catturi il mio sguardo. Creo inoltre i “miei bijoux” originali e unici perché frutto della mia fantasia… ah, scordavo, personalizzo anche ricette di cucina, adoro propinarle agli amici durante le mie cene!

Che tipo di soddisfazioni hai ricevuto sino ad oggi, e non parlo solo di riconoscimenti ufficiali?
Ho avuto molte soddisfazioni fino ad oggi, oltre ai premi e riconoscimenti ricevuti a mostre e concorsi, e ne sono fiera, ma la gratificazione maggiore mi arriva dalle tante persone che, non solo mi lusingano con commenti positivi, ma scelgono la “mia arte” per le loro case, studi ed uffici… è come rimanere per sempre accanto a loro… con un pezzetto di me!

Mi pare che tutto ciò ti impegni molto: possiamo considerare la tua un’attività a tutti gli effetti, che supera gli aspetti ludici?
Sicuramente tutto ciò che faccio mi impegna ma mi soddisfa molto, è diventato oggi il mio piacevolissimo lavoro. Sai, ogni volta che vedo la mia tela bianca prendere forma e colore è come veder nascere un nuovo fiore, una nuova canzone, una nuova idea… ogni volta insomma, una emozione nuova!

Come hanno reagito all’interno della tua famiglia? Ti hanno incoraggiata?
Vuoi sapere le reazioni della mia famiglia? FELICE UNO… FELICI TUTTI E TRE! Oggi che la mia mamma non c’è più, è grande il vuoto che ho nel cuore, era orgogliosa di me e anche la mia critica numero uno! I miei “amori” mi supportano, mi seguono, mi aiutano molto, siamo una vera squadra. Sono loro la fonte della mia ispirazione, il mio input, la mia meravigliosa realtà.

Tra i tuoi ritratti molti rappresentano miti del rock e dintorni: che rapporto hai con la musica in genere?
Come ben sai, sono cresciuta con mio fratello batterista, appassionatissimo di musica, insieme abbiamo mangiato pane e Deep Purple, Genesis, Pink Floyd, Toto e Dire Straits; l’emozione dei primi concerti, i sacchi a pelo, le chitarre sulla spiaggia, e ancora i baci in auto con le canzoni di Battisti e Baglioni… bei ricordi!
Il mio rapporto con la musica è lo stesso di allora, quando mio marito mi ha conquistata cantando John Denver, James Taylor, Jim Croce, Cat Stevens e Neil Young… e mio figlio che, già da bambino, mi faceva piangere di gioia, suonando una chitarra più grande di lui!
La musica, passione irrefrenabile, denominatore comune della mia famiglia!

Sono rimasto colpito dal tuo “David Gilmour” diviso a metà: come è nata l’idea?
Tra i numerosi ritratti dei miti della musica hai notato David Gilmour. Mi hai detto: “Bella idea, farlo così”. Bella sì ma non è mia; in verità è stato mio figlio a mostrarmi una foto di David in cui era ripreso nelle due età… l’ho trovata originale et voilà… è nato il ritratto.

Tu hai una sorta di mostra permanente nel Caffè dei Mille, a Savona: che tipo di collaborazione avete instaurato?
Da settembre 2017 ho avuto la grande opportunità di esporre permanentemente i miei quadri nel nuovo “Caffè dei Mille”, grazie a Giusy e Paolo, amici miei e titolari del bar, con i quali si è rafforzato un rapporto di affetto fiducia e stima.
Nel loro allegro baretto, dove c’è sempre musica, oltre alla loro cordialità si possono gustare colazioni speciali con torte fatte in casa e golosi marocchini di Paolo, inoltre Giusy sa prendere per la gola con i suoi straordinari piatti!

Hai mai pensato, con un pò di rimpianto, che avresti potuto iniziare prima?

Se mi domandi se ho avuto rimpianti per aver iniziato tardi a dipingere, la risposta è no, perché prima di essere felice davanti ad una tela sono stata molto felice e realizzata davanti al miracolo della mia vita!! Dopo moltissimi anni di attesa nasceva il mio bambino, il mio scopo di vita e, grazie al destino e al mio fantastico, marito ho avuto il privilegio di fare la mamma a tempo pieno catapultandomi, con tutto l’amore possibile, nella più spettacolare impresa che potessi sognare!

Lasciati andare e prova ad aprire il libro dei tuoi sogni: cosa vorresti realizzare nel futuro prossimo?
Vuoi proprio sapere cosa ancora vorrei realizzare nel mio prossimo futuro?
Le esperienze vissute sono piccoli sassi che, accumulati nel tempo, formano la scogliera che siamo…ecco io devo molto alla vita, non ho da chiedere nulla di più, se non la salute, la voglia e l’entusiasmo di continuare questo mio viaggio provando le stesse emozioni e regalando sorrisi per fare ciò che amo di più, e come quella forte scogliera accogliere le onde… mettendoci sempre il cuore, com’è nel mio stile!




martedì 17 aprile 2018

Giuseppe Scaravilli: “Jethro Tull, 1968-1978” The Golden Years


Giuseppe Scaravilli: “Jethro Tull, 1968-1978”
The Golden Years

La prima - e unica - volta che ho avuto la possibilità di vedere di persona Giuseppe Scaravilli aveva tra le mani un flauto traverso, si muoveva su di un palco un po’ improvvisato e stava proponendo la musica dei Jethro Tull in forma acustica, assieme ad Andrea Vercesi, altro amante e propositore del genere.
L’occasione era solenne, una Convention dei Tull, nell’occasione a Novi Ligure. Era il 2006.
Gli anni sono passati e uno dei maggiori protagonisti di quell’evento - Glenn Cornick - non è più tra noi, e anche Scaravilli ha avuto qualche importante problema fisico personale, che non cela ma, al contrario, racconta come una delle possibili “cose della vita”, negative, che toccano e che fortificano mentre le si combattono, e che spesso si riescono a superare, grazie anche alle passioni, qualunque esse siano.
Questo per dire che la musica aiuta, a vivere e a ricordare, e gli amori originari, spesso irrazionali, non ci abbandoneranno più.
Ed è tale l’amore di Giuseppe per i Jethro Tull che, tra i mille impegni (musicali con i suoi Malibran e professionali), trova il tempo per mettere su carta ciò che avrebbe voluto trovare in qualche libreria e, vista la lacuna, si mette in azione personalmente, approfittandone per raccontare quel mondo secondo il suo pensiero.

Il titolo del libro è: “Jethro Tull, 1968-1978”, il sottotitolo è “The Golden Years”: una precisazione temporale la prima, che indica di quale periodo si tratterà nel book, accompagnata da una sorta di giudizio storico sull’opera di una delle band più longeve della storia del rock.
Concordo sul fatto che quello sia stato il periodo d’oro, magari non solo per Ian Anderson e soci, ma per tutto quel movimento che, a posteriori, è stato definito “Prog”.
A distanza di diversi lustri la musica dei J.T. gira ancora sui palchi di tutto il mondo, grazie ad Anderson, il “padrone” del brand, e occorre sottolineare come, tra difficoltà vocali e indubbie skills, da quel decennio magico si attinga ancora oggi a mani basse.
Ciò che Scaravilli ci racconta nel suo libro è un misto di passione, ricerca documentale, nalisi musicale e sottolineatura dei dettagli, quei particolari che creano l’atmosfera e permettono di rivivere in modo differente aneddoti, storie e filmati già metabolizzati, ma che possono essere arricchiti da questa lettura.
Che cosa accadde l’11 gennaio a Montreux quando fu presentato in anteprima “War Child”? Che look avevano i componenti del momento?
Perchè Mick Abrahams “sparì” dopo “This Was”? E Cornick? Eppure era un bravo musicista!

Ogni capitolo si occupa di un anno di vita e del relativo album rilasciato in quel periodo. Partendo dal titolo del disco si arriva alla/e tournèe di riferimento, alle scalette dei concerti, all’evolversi delle line up e agli aspetti di contorno, quelli che piacciono molto ai fan di tutto il mondo.
Racconta Scaravilli di un feedback che evidenzia una lettura molto rapida, del tipo… “quando inizi a leggere non ti fermi più!”. Personalmente ci ho messo molto più tempo, perché una delle peculiarità di questo lavoro è, a mio giudizio, la capacità di spingere ad un ascolto parallelo alla lettura, per provare a sintonizzare musiche conosciute con aspetti decisamente nuovi - e sarei curioso di sapere dove sono state trovate tutte queste informazioni, Giuseppe! -; e così tra lo scorrere delle pagine e i Cd che girano ci si rituffa facilmente nel mondo di appartenenza. Sì, di appartenenze, perché Jethro Tull, 1968-1978” è soprattutto adatto agli “introdotti”, quegli affamati musicali che non saranno mai sazi di notizie e musiche di Anderson e soci, ma si pensa sempre che la curiosità possa spingere anche i giovani verso qualcosa che, probabilmente, è completamente sconosciuto.

Un libro davvero scritto bene, esaustivo di un certo periodo e stimolatore di nuovi/vecchi ascolti.
Fantastica anche la sezione fotografica, con immagini restaurate per l’occasione.

L’ultima parte, l’appendice, costruisce il bridge con la musica dei Jethro Tull del 2018, ma la speranza è quella che Giuseppe Scaravilli trovi la voglia e il tempo di proporre l’analisi capillare di altri 10 anni di storia, gliene saremmo immensamente grati!
Imperdibile!

domenica 15 aprile 2018

E' uscito "Era", dei Nathan: intervista agli autori...




E’ appena uscito il nuovo album dei Nathan“Era” e, in attesa di fornire un commento preciso, pubblico lo scambio di battute con parte della band, utile a scoprire dettagli significativi, alla comprensione dei contenuti e all'iter realizzativo.




Intervista a Piergiorgio Abba e Bruno Lugaro

Dopo la lunga incubazione dell’esordio discografico del 2016, “Nebulosa”, ritornate con grande rapidità ad un secondo capitolo che vedrà a breve la luce: viene naturale chiedervi che cosa è cambiato rispetto al passato, tenendo conto che la vostra storia è quella di una band di lungo corso, che ha dedicato gran parte della vita alla proposizione di tributi, e che ora sguazza a piacimento nel mondo della creazione personale…

BL: Guarda, i pezzi sono nati con una facilità estrema, come fossero lì ad aspettarci. Ne abbiamo dovuti scartare una mezza dozzina. Credo che questa facilità nella composizione sia dovuta ad una ormai consolidata sintonia tra Pier e me. Tendenzialmente lui crea il manichino, il modello, e io lo vesto, gli cucio addosso l’abito
PA: Praticamente è dal 2007 che scriviamo, molto spesso separatamente, e poi curiamo le idee che ci sembrano più promettenti; i Nathan si dedicano a musica propria appunto dal 2007, e per questo ho messo a disposizione la mia esperienza prima con gli Armalite (prog classico anni ‘80, un CD autoprodotto) e poi con i Projecto (power-metal sinfonico, con caratteristiche progressive, 2 CD prodotti dalla Underground Symphony).
Spunti, riff, appunti sonori memorizzati nel cassetto sono lì, pronti per uscire.

Ora avete un’identità precisa che sarà bene sviscerare, ma chiedo a voi di dipingere l’autoritratto del momento.

BL: Siamo meno “spaziali” (riferimento a “Nebulosa”) e più “terreni”. Se il primo era un album di aria, questo è più cattivo, nervoso: un album di terra e polvere.
PA: Per quanto riguarda “l’autoritratto”, personalmente non lo riferirei al momento; credo che sia una fusione di tutte le esperienza musicali personali, sia da autore, sia da ascoltatore (a cominciare dagli anni ‘70!); inoltre sarà interessante vedere come il nostro nuovo chitarrista contribuirà al sound del gruppo.

”Nebulosa” è un gran disco e, al di là del mio giudizio, devo sottolineare come chiunque lo abbia ascoltato sia rimasto piacevolmente sorpreso: potete tirare un pò di somme a distanza di due anni dall’uscita?

BL: “Nebulosa” è il primogenito, un’esperienza unica e faticosa da realizzare. Con “Nebulosa” ci siamo detti: “Sì, siamo capaci di scrivere cose nostre…”, e abbiamo avuto riscontri eccezionali di critica, ben oltre i confini nazionali. Resta un album speciale.
PA: I brani di “Nebulosa” mi suonano sempre convincenti e, quando li proponiamo dal vivo, certe sezioni sono riarrangiate rispetto alla versione su Cd, per cercare, per quanto mi riguarda, di adattare opportunamente le parti tastieristiche alla resa live (che non è necessariamente la stessa che su Cd).

Il disco nuovo si chiamerà “Era”: trattasi ancora di un concept o avete scelto un’altra strada?

BL: No, non è un album concept, ogni traccia vive di luce propria, non c’è un filo conduttore ma piuttosto un’atmosfera unica, come ti dicevo prima.

Quali sono i temi trattati e quali le eventuali novità meramente musicali?

BL: Il tradimento, il coraggio, il fratricidio, la mania che abbiamo di mascherare i nostri sentimenti, persino il dolore di un cane abbandonato. Sotto il profilo musicale, una chitarra più nervosa, un violino elettrico (in una sola canzone) fuori di testa, molto crimsoniano, parti vocali più presenti e curate rispetto a “Nebulosa”, e un grande lavoro di tastiere.

Dal punto di vista della costruzione dei brani - dall’idea sino alla soluzione finale -, avete cambiato qualcosa?

BL: Come ti dicevo, scriviamo in due. Pier mette in piedi il brano, la struttura, l’idea base, e io la melodia del cantato e il testo. Chiaramente con interazioni continue.

Che cosa unisce “Era” a  “Nebulosa”?

BL/PA:  Beh, crediamo che  il sound cominci ad avere una propria identità: il gusto per le melodie “aperte”, le tastiere stile prog anni Ottanta, gli ampi spazi per sezioni strumentali, il sette quarti!



E’ appena uscito il nuovo album dei Nathan, “Era” e, in attesa di fornire un commento preciso, pubblico lo scambio di battute con parte della band, utile a scoprire dettagli significativi e alla comprensione dei contenuti.

Una delle caratteristiche principali dei due lavori è fornita dalla chitarra di Daniele Ferro che però non è più presente nell’attuale formazione: mi dite qualcosa della new entry in un ruolo che appare fondamentale nella vostra produzione?

BL/PA: Quella da Daniele è stata una separazione dolorosa, decisa da lui per dedicare più tempo ai suoi progetti. Ci ha lasciato, però, delle vere “perle” su “Era”. Il nuovo chitarrista, il genovese Andrea Laurino, ha lo stile simile, ottima tecnica ed è subito entrato in sintonia con il gruppo, grazie alla sua simpatia e disponibilità. La prima volta che ci siamo visti ha portato tre pezzi di “Nebulosa” eseguiti esattamente come Daniele. Siamo stati fortunati. E’ stato lui a contattarci leggendo il nostro annuncio su un sito per musicisti.

Riassumiamo quindi la line up?

BL/PA: Piergiorgio Abba, tastiere; Bruno Lugaro, voce; Mauro Brunzu, basso; Fabio Sanfilippo, batteria; Andrea Laurino, chitarre; e, dal vivo, Monica Giovannini, cori.

Cosa mi dite dell’ospite?

BL/PA: Manuel Rosso, 28 anni, è un violinista che Robert Fripp avrebbe reclutato immediatamente. Fa urlare lo strumento, lo distorce, ne dilata il suono. Ci ha fornito il suo supporto in un solo brano - “Invisibile” -, per soli 30 secondi, ma sono attimi originali e perfettamente inseriti nel brano, e in ogni caso… da brivido.
Il dibattito è avvenuto sul suono… più pulito o carico di effetti? Alla fine abbiamo messo entrambe le tracce, con un opportuno bilanciamento.

Proseguiamo con le curiosità: l’etichetta… ancora AMS, come all’esordio…

BL/PA: Con Ams è stato naturale proseguire il rapporto dopo la felice esperienza di “Nebulosa”. E’ una label estremamente seria e professionale e abbiamo trovato l’accordo in pochi minuti. Mathias Sheller ha grande sensibilità per il prog e questo è naturalmente un vantaggio.

Un commento sull’artwork?

BL/PA: La copertina deriva da un quadro di Federica Pigmei, un’artista romagnola scoperta girovagando sul web. Avevamo una vaga idea di cosa fosse la cosa migliore per l’album e cercavamo un’immagine suggestiva di un falco in volo, e alla fine abbiamo trovato il dipinto di Federica - entusiasta della possibilità - che a nostro avviso ha grande forza: unisce l’energia di un falco a quella delle onde del mare.

Soffermiamoci un attimo sulla costruzione “fisica” del disco…

B.L./PA: Il grosso del lavoro - le parti strumentali - lo abbiamo fatto nei nostri home studio (Abba, Lugaro e Ferro). Siamo partiti dalla base ritmica, scritta da Pier ed eseguita da Fabio Sanfilippo alla batteria e da Mauro Brunzu al basso. Con Monica abbiamo registrato le voci dal bravissimo Giulio Farinellli - lo stesso che aveva curato le voci di “Nebulosa” - mentre mixaggio e masterizzazione - punto più delicato di tutta la catena di produzione - sono stati realizzati da un vero maestro, Giovanni “Ragnar” Nebbia, all’Ithil World Studio di Imperia. Anche Giovanni, così come Giulio, si è rivelato una persona affidabile ed ha lavorato con molta cura e professionalità.

Recentemente vi ho ascoltato dal vivo, al Teatro Don Bosco di Savona (con Il Cerchio D’Oro) e in quell’occasione avete proposto un paio di tracce di “Era”: qual è stato il vostro feeling in occasione della performance nella vostra città, e in particolare come giudicate la resa live dei nuovi pezzi.

BL: E’ stata una bella serata, ricca fra l’altro di richiami al passato, perché su quel palco vidi suonare alcune band prog. E nel 1977 io feci ai Salesiani forse il mio primo concerto, cantando e suonando al basso “The Knife” e “The Musical Box”. C’era un buon feeling in sala e siamo complessivamente soddisfatti della nostra esibizione. Andrea ci ha sturato le orecchie!
PA: Ottima serata: anch’io l’ho trovato un flashback davvero emozionante, per il luogo (nel ‘75 era in programmazione il film “Yessongs”), ma soprattutto per il pubblico, a mio avviso presente per assaporare ancora il gusto del progressive. I nuovi brani vanno ancora rodati per la resa live, comunque direi più che soddisfacente.

In realtà i concerti sono stati due, ravvicinati, perché avete proposto la stessa scaletta  (sempre in compagnia de Il Cerchio) in uno studio di registrazione, senza pubblico, come atto di amicizia verso Yoshiko, presente in Italia in quei giorni: come descrivereste l’esperienza?

PA: Anche il “concerto ad invito” ha rappresentato un’esperienza interessante (vissuta dall’altra parte quando vidi i Marillion dopo l’uscita di Brave: li ho ascoltati in una sala-discoteca di Milano praticamente con il mento sulla tastiere di Mark Kelly!)
In realtà il pubblico c’era, ed era molto... selezionato!
Oltretutto, dalle registrazioni effettuate, i brani mi sono sembrati più equilibrati rispetto al Teatro Don Bosco!

So che avete già materiale per il futuro, ma il futuro ora è rappresentato da “Era”, e il secondo album rappresenta solitamente una conferma degli intenti o il cambio di rotta: che cosa vi siete prefissati nel medio termine?

BL: Ora godiamoci “Era”. Ne siamo davvero orgogliosi, personalmente credo sia un balzo in avanti rispetto a “Nebulosa”. Da settembre penseremo al nuovo materiale. C’è roba notevole.
PA: beh, settembre è un riferimento “provvisorio”, nel senso che il lavoro sui brani del prossimo album è già in corso (direi perennemente in corso), intervallato dalle prove per eventi live a cui dovremmo partecipare.

Un’ultima cosa, rispetto a due anni fa avete inserito una novità per quanto riguarda il lancio promozionale, curando gli aspetti visual che appaiono ormai indispensabili come biglietto da visita: mi spiegate la scelta del brano - “Esistono ore perfette” -  e qualche curiosità sul video?

BL: E’ forse il brano dal testo più “scenografico”, ispirato alla storia di Caino e Abele. Andrea Vescovi e Stefano Baldini hanno realizzato un video intenso e artistico. Giorgio Zinola un ottimo interprete.
PA: Per il video promo (che uscirà in anteprima), creato dopo varie insistenze di Bruno, ci siamo messi a tagliare e ricucire i brani (già nella versione definitiva), una specie di trailer cinematografico, dove compariamo nella veste di musicisti, video sempre realizzato da Andrea e Stefano.