giovedì 25 aprile 2019

Giorgio "Fico" Piazza Band, Alphataurus e Il Cerchio D'Oro in concerto a Varazze: il commento e i video

Le origini del progetto...

La domanda che spesso si pongono i fruitori di musica progressiva, quelli dotati di un minimo di autocritica, riguarda l’adattabilità del genere all’attualità: roba da esseri “antichi” o materia proponibile alle nuove generazioni? I padri, forti delle loro convinzioni, trasmettono ai figli, i quali a volte rispondono positivamente, altre no, ma è certo il fatto che l’unico modo per arrivare alla conoscenza specifica è attraverso un ambito familiare favorevole, perché non esiste media che proponga trame diverse dall’ortodossia del momento.
Ma perché divulgare? Non basterebbe farsi i fatti propri e godere dei risultati?
Il piacere della condivisione è legato alla convinzione di possedere il passepartout della felicità musicale, e piuttosto che tenere per sé tanta qualità (è di questo che parlano i sostenitori incalliti del prog), si cerca di diffondere il verbo, in piena comunione, come accade nel corso di un concerto, come accadeva col rito del vinile nei primi anni ’70.
C’è poi chi concretamente cerca di unire il proprio divertimento alla didattica, intesa non come insegnamento puro, ma presentazione di modelli alternativi: “ascolta, prova, e quando hai tutti gli elementi comparativi decidi se proseguire o meno… nella frequentazione…”.

Questa lunga premessa è quella che mi frullava in mente il pomeriggio del 18 aprile, mentre intervistavo le tre band prog che stavano per salire sul palco del Teatro Don Bosco di Varazze, a Savona.
Il nome scelto per il festival mi pare esaustivo: “LA BOTTEGA DEL PROG”, ovvero un laboratorio dove si costruisce e si diffonde merce rara, con lo scopo di “…ricreare atmosfere e ricordare sonorità tipiche dei seventies, offrendo tre ore di musica che possa da un lato coinvolgere, anche nostalgicamente, chi ha vissuto quegli anni, e dall’altro essere di stimolo per i più giovani che vogliano accostarsi e portare avanti tale genere musicale.”

Per fare tutto ciò nasce l’accordo tra diversi amici che vivono la musica in maniera molto simile all’interno delle loro band di riferimento: Alphataurus, Il Cerchio D’oro e la Giorgio “Fico" Piazza Band.

La scintilla scatta quando il batterista degli Alphataurus, Giorgio Santandrea, propone a Piazza - suo ex collega nel progetto “I Crystals”, nel 1973  - uno spettacolo itinerante, riproponibile in differenti situazioni, ed è a questo punto che vengono coinvolti altri musicisti molto “vicini”, i componenti de Il Cerchio D’Oro.

Il primo atto di questa collaborazione parte proprio dal concerto di Varazze, che ha visto una discreta presenza di sostenitori, quelli abituali per la prog music.

La parte tecnica è affidata al service di Alessandro Mazzitelli, mentre è presente Antenna Blu che, con l’instancabile Giorgio Nasso, riprenderà in toto l’evento che sarà proposto successivamente sul digitale terrestre e in streaming.

Propongo a seguire un video per gruppo - realizzato da Mauro Selis - rappresentativo delle performance a cui abbiamo assistito.

Ad aprire le danze Il Cerchio D’Oro, descritti così nel comunicato di presentazione: “Nati sul finire del periodo principale del progressive italico (1974), ma capaci di rigenerarsi a più riprese nei decenni successivi fino ad oggi, attraverso eclettiche fasi creative su linguaggi musicali diversificati; tra le loro numerose produzioni spiccano i recenti concept album "Il viaggio di Colombo", "Dedalo e Icaro" e "Il Fuoco Sotto La Cenere", pubblicati dal 2008 in poi, testimonianze della maturazione della band e frutto anche di collaborazioni artistiche con grandi nomi del Prog-Rock storico.”

La formazione è quella legata all’ultimo album, con una variazione alle tastiere, giacché Simone Piccolini, assente giustificato, è stato sostituito dall’esperto Carlo Venturino, silenzioso ma prezioso nella sua non facile opera di cesellatura sonora.
E poi i fondatori (i gemelli Gino e Giuseppe Terribile - batteria e basso -, Franco Picccolini - tastiere - Piuccio Pradal - acustica e voce) e la chitarra solista Massimo Spica.

Un’ora sembra poca in questi casi, ma è sufficiente per ripercorre parte del viaggio musicale iniziato e proseguito con la Black Widows Records.
Giocano in casa, non sono una sorpresa per il pubblico, e ancora una volta riescono ad esaltare i presenti, che sottolineano il gradimento ad ogni fine brano.

Nel “cambio palco” si raccontano, e lasciano intravedere la prospettiva di un nuovo lavoro discografico.


A seguire un pezzo di storia, gli Alphataurus: “Gruppo milanese nato nel 1970 in piena epoca d'oro del RPI; nel 1973 lascia un'impronta indelebile con il proprio primo omonimo album (da più parti indicato tra gli album essenziali del genere), per poi sciogliersi nello stesso anno e rinascere nel 2010, riprendendo a creare musica poi culminata nel secondo album in studio ("AttosecondO" del 2012, a 39 anni dal primo album!), che fonde il suono storico del gruppo a nuovi ingredienti musicali, oltre a pubblicare un "live" e una raccolta di rarità nell'attesa di dare luce ad un terzo disco di inediti.”

La band presenta ancora tre membri originali, il già citato batterista Giorgio Santandrea, il tastierista Pietro Pellegrini e il chitarrista Guido Wassermann; a completare la formazione il tastierista Andrea Guizzetti, il bassista Moreno Meroni e il frontman Claudio Falcone.
La loro performance emoziona, e il tempo sembra essersi arrestato a quel periodo irripetibile che ha visto gli Alphataurus abbandonare la scena prog con troppa rapidità.
Anche per loro si è in attesa di un nuovo disco di inediti.


A chiudere Fico Piazza, bassista,  il più famoso, vista la sua presenza nei primi due album della PFM, ma voglioso di lasciare una cospicua eredità ai ragazzi che lo circondano: “… giovani talenti da lui selezionati e guidati. Questo insieme di brillanti musicisti - la Giorgio "Fico" Piazza Band -  ripropone e ridipinge il contenuto dei primi due preziosi album della PFM e cioè "Storia di Un Minuto" e "Per Un Amico", dimostrandone appieno la sorprendente forza vitale che supera i confini del tempo.

Due album, due vinili (“oggetti” che non sono mai mancati sul palco di Varazze), che Piazza & friends ripropongono utilizzando la traccia madre, ma arricchendo il tutto con una personalissima concezione di musica, eliminando la funzione "copia/incolla".
Piazza, nella presentazione iniziale, afferma come solo ora riesca a concepire e capire nei dettagli il significato del termine “Prog”, ed è suo preciso desiderio quello di trasmettere i giusti valori a chi avrà il compito di non lasciar scemare l’dea base.
  
Anche per loro grande entusiasmo: Marco Fabbri alla batteria, Eric Zanoni alla chitarra e alle tastiere Giuseppe Perna e Riccardo Campagno, che si alternano anche alla voce solista.


Una grande serata di musica, con la speranza che ciò a cui abbiamo assistito sia solo il punto di partenza di un progetto unico, che lega tra loro le band con un’idea concettuale: e dove, se non nel prog, possono prolificare le situazioni “concept”?


martedì 9 aprile 2019

DIASPRO, il nuovo progetto prog di Marcello Chiaraluce



E all’improvviso ricompare Marcello Chiaraluce, di mestiere chitarrista, attivo nella zona di Alessandria, ma conosciuto al grande pubblico del prog per le sue frequentazioni da palco nobili e stratosferiche.
Quando penso a Marcello mi viene in mente sempre lo stesso aneddoto, quello che mi ha permesso di conoscerlo, attimo indimenticabile, per lui, certamente, ma per qualunque appassionato di musica si trovasse a passare per caso a Novi Ligure un sabato di settembre del 2006, una delle tante Convention dedicate ai Jethro Tull (quanto ci mancano!): lui, giovanetto poco più che ventenne, catapultato sul palco a duettare con Ian Anderson sulle trame di “Aqualung”, come se nulla fosse. Pazzesco!
Il tempo è passato, e Marcello si è messo a disposizione dell’artistocrazia del prog italico e internazionale… infinita la lista!
Ma i suoi progetti personali non sono mai mancati, magari più basati sul pop e sul rock tradizionale, o più banalmente su ciò  che in quel momento era il vestito più confortevole.
Gli antichi amori musicali, però, non passano mai, soprattutto se sono legati all’estrema qualità; e cosa c'è di meglio della musica progressiva per sottolineare l’idea di eccellenza musicale?
Beh, resta sempre produzione di nicchia, qualcuno dice da dinosauri, come se, ad esempio, si potesse declassare la musica classica solo perché nata secoli fa!
Marcello Chiaraluce - e la sua band - riappare, come dicevo prima, e mi propone un ascolto, un paio di video sorprendenti  e mi chiede cosa ne penso. La mia risposta:

Ho ascoltato con attenzioni i due brani e devo dirti che il progetto mi sembra davvero da portare avanti, e spero che oltre alle situazioni live che andate cercando ci sia tempo e spazio per un album. Mi piace molto il mix che proponente, con l’inusuale chitarra acustica usata non come accompagnamento, come quasi sempre accade, e un cantato italiano che permette di uscire dai canoni tradizionali del prog.  E’ anche musica molto piacevole e di impatto immediato, nonostante la complicazioni dei tempi composti e le trame tutt’altro che semplici. Sono ragazzi che non conosco, a parte Grosso, e che suppongo facciano parte del tuo entourage didattico… davvero bravi! Di te non dico niente… non hai bisogno di elogi tecnici, che in questo caso sono più diretti all’idea che proponi.”

Seguendo l’istinto vorrei subito condividere i brani, una boccata di aria fresca in un mondo spesso ingessato da stereotipi, ma pare non sia ancora il momento e Marcello aggiunge:

Questo è il mio nuovo progetto, si chiama Diaspro. I brani che hai visto/sentito sono una specie di Live in The Studios suonato in diretta, senza ritocchi. È un progetto che per ora non ha finalità discografiche... il nostro scopo è raccontare una storia e farlo possibilmente dal vivo. Ci piacerebbe tornare a suonare per il piacere di farlo, coinvolgendo più generazioni che magari possono raccogliere un testimone, in un contesto immortale come quello del Prog Italiano.”


Quindi, per adesso, musica ancora top secret, ma Chiaraluce, rispondendo a qualche mia domanda, ha svelato le linee guida del progetto, lasciandosi andare nel commento del suo recente passato…


Da un pò di tempo non avevo tue notizie musicali, progetti live o discografici: sono io che sono stato poco attento o ti sei… nascosto?

Caro Athos, sai bene che purtroppo con le mie fattezze per me è davvero difficile nascondersi! Però è vero che dal 2016 ho preso una pausa di riflessione. Salivo sul palco e non mi divertivo più. Ho capito che se fossi andato avanti per quella strada, la mia musica sarebbe diventata pian piano un terreno arido da cui non sarebbe nato più nulla. Anche se mi è pesato parecchio, oggi so di aver fatto la scelta giusta.

So che sei molto impegnato nell’insegnamento del tuo strumento, la chitarra: che cosa rappresenta questa attività, oltre ad essere un lavoro?

Premetto che ho iniziato a insegnare più per far quadrare i conti che per vocazione. Forse questa è stata la mia fortuna: la noia causata dalla classica lezioncina di un’ora mi ha portato a sviluppare sempre di più tecniche di insegnamento diverse, cercare nuove sfide e superare i limiti imposti dal classico “Si è sempre fatto così”.
Oggi ho una mia scuola che si chiama “Belli da Morire”, ad Acqui Terme, e oltre a insegnare chitarra scrivo musical, spettacoli teatrali e, soprattutto, produco giovani artisti, partendo dalla didattica fino alla realizzazione del prodotto finale.

In realtà le mie prime domande sono il preludio allo stupore e alla curiosità conseguente all’ascolto - e visione - di due nuovi brani che ti vedono protagonista assieme a un gruppo di amici, musicisti per me inusuali: di cosa si tratta? Solo una reunion casuale o nuovo progetto in divenire?

In realtà è un progetto che finalmente è salpato dalla costa, dopo anni di gestazione. La band si chiama DIASPRO, e a noi piace definirci in modo ironico “OldFashioneditalian Prog Band”, ovvero una band di prog italiano alla “vecchia maniera”.
Dopo anni di frequentazione, come tu sai, con il mondo del prog, non ero mai riuscito a catalizzare tutto quello che avevo visto con i miei occhi, e soprattutto con le mie mani, in un progetto vero e proprio. Affascinato da quello che per me è il disco prog perfetto, “Per un amico” della P.F.M., ho iniziato nel 2016 circa, in solitaria, a scrivere del materiale cercando di ispirarmi a quel tipo di fare musica, dove la melodia era coniugata al rock, dove si sentivano ancora i muscoli del musicista, oltre che la sua anima. Pensa ad “Appena un po’”, dove dopo un intro neo classico, esplode un riff quasi metal, oppure all’incipit nervoso e incisivo di Franz di Cioccio su “Generale”. Ero così invidioso, in senso buono e rispettoso, che sentivo sgorgare in me la voglia di tentare un approccio di quel tipo.
In contemporanea a questo desiderio musicale, ho vissuto una situazione personale non grave ma abbastanza deludente, tanto da farmi incontrare una leggera depressione. Quando me ne sono accorto, il mio inconscio mi ha auto-psicanalizzato attraverso l’attività onirica. Ho fatto una serie di sogni molto lucidi che mi hanno raccontato una storia vivida, reale, allegorica, ma allo stesso tempo precisa.
Unendo le due cose è nato il progetto “Diaspro”, che racconta appunto, sia musicalmente che attraverso le liriche, questo viaggio introspettivo.
Nulla di noioso però o di troppo intimo, ho promesso i muscoli e muscoli saranno!

Mi parli dei tuoi compagni di viaggio, che non conosco - eccetto Luca Grosso, batterista di lungo corso in ambito, anche, prog -, mi sembrano molto giovani e, ipotizzo, del giro dei tuoi allievi… o sbaglio?

I miei compagni di viaggio uniscono, come appunto hai notato, diverse generazioni. Da didatta e da uomo direi formato (spero), lo vedo come un valore aggiunto.
Luca Grosso suona al mio fianco da anni, e ormai è difficile che io faccia qualcosa senza interpellarlo, e viceversa. Ormai siamo una macchina ben rodata. Stesso dicasi per Riccardo Campagno, tastierista eccezionale, che ha fatto parte dell’ultima formazione della Marcello Chiaraluce Band e con cui ho suonato spesso insieme a Giorgio “Fico” Piazza.
Giovanni Giordano, chitarra acustica e Giuseppe Nisticò, basso, invece sono esattamente due miei allievi: li ho conosciuti che avevano 12-13 anni e oggi sono freschi di patente.
Nonostante la giovane età, hanno fatto diverse esperienze musicali insieme alle loro rispettive band, e hanno dimostrato nel tempo quella maturità che spesso manca anche a tanti colleghi adulti: impararsi i brani. Credimi il prog è una brutta bestia e molti pensano di poter salire su un palco dopo aver jammato due volte. Purtroppo non funziona così e per bravo che uno possa essere, se manca la testa, manca il prog. Così ho preferito coinvolgere persone mentalmente e tecnicamente pronte ad affrontare un percorso di quel tipo.
La voce invece è di Tiziano Spigno, vocalist degli Extrema, band metal italiana storica che non ha bisogno di presentazioni. Spigno ed io ci conosciamo da tanti anni ma non avevamo mai lavorato insieme. Quando mi ha confessato il desiderio di avere anche un progetto in italiano, ho colto la palla al balzo e gli ho fatto sentire i brani, che lo hanno subito convinto.
E dunque oggi siamo i Diaspro – oldfashioneditalian prog band.

La musica che avete preparato è solo quella che ho sentito o avete altro già pronto nel cassetto?

Quello che hai sentito, sono due estratti da un concept che ha un taglio quasi cinematografico. Mi piacciono i dischi prog che hanno un filo conduttore, come “A Passion Play” o “Thick as A Brick”, con temi ripresi e sviluppati, quasi fosse una piccola opera.

Come definiresti la musica che avete assemblato, tanto per dare un’idea a parole?

Riassumerei dicendo che qualche volta abbiamo qualcosa da dire, altre volte abbiamo un brivido da suonare. Mi piace avere dei momenti durante il concerto dove si crea l’atmosfera, si gioca con la parola, ma allo stesso tempo adoro anche quel passaggio che fa stare tutti dritti con la schiena. Molti vedono il virtuosismo come mera esibizione. Personalmente trovo che una strada tutta in piano, prima o poi faccia addormentare. Oppure se voglio godermi il panorama, suono un bel blues, non credi?

Ci sarà un album? Ci saranno dei live?

Caro Athos, ammetto di essere molto riluttante a fare album nel 2019. Perché la domanda che mi sono fatto negli ultimi anni è: perché qualcuno dovrebbe acquistare/ascoltare il mio album? Oggi la tecnologia ha permesso a tutti di registrare e pubblicare con poche centinaia di euro e così riversiamo pacchi su pacchi di album sul mercato che poi nessuno compra. La gente non ha nemmeno tempo o modo di sapere che esiste quel prodotto. Col crollo delle etichette discografiche, che oggi mettono una sorta di bollino, ma ti paghi tutto tu, esistono i social media manager. E allora per vendere un CD (forse), devi fare 30-40 storie sui social al giorno in cui racconti cosa hai mangiato o se sei andato in palestra. Ma chi se ne frega?
Anche perché magari hai la botta di un anno/due di migliaia di K, come si dice oggi, ma poi? Il risultato è che appena vedono la tua faccia scrollano veloce perché non ti sopporta più nessuno. Se mi permetti un paragone, oggi costa tutto poco: aereo, albergo, all you can eat… vedi gente al Louvre che si fa i selfie con la Monnalisa sullo sfondo. Cosa serve un nostro album ora? A niente.
Così vorrei, e sottolineo vorrei, e non voglio, tenere lontano i Diaspro dai social.
Avranno un loro spazio dedicato per chi vorrà davvero ascoltare la loro musica e conoscere la loro storia. Uno spazio dove le canzoni potranno essere non solo ascoltate, ma vissute a 360°.
Mentre per quanto riguarda il live il discorso cambia, credo che la forma migliore di promozione della propria musica sia un bel concerto dal vivo. Per tanto cercheremo di suonare nei principali avvenimenti prog per farci conoscere, sperando che quello che abbiamo da proporre possa piacere, interessare, incuriosire e appassionare.

A proposito, da dove nasce il vostro nome?

DIASPRO: un giorno, entrando in un negozio di pietre magiche, acquistai un piccolo orsetto fatto di diaspro rosso, un quarzo molto bello.

Aspettiamo fiduciosi!


giovedì 4 aprile 2019

Muse -"Simulation Theory"



Muse -"Simulation Theory"

Una svolta pop? Le “svolte”, in ambito musicale, sono sempre mal digerite (Bob Dylan docet), ma  sarebbe così negativo un cambiamento verso la popular music, se si sganciasse il termine dal concetto di “commerciale”?

Più ci dirigevamo a ovest più sull’autostrada ogni cosa appariva pop. Improvvisamente sentivamo di far parte di qualcosa, perché anche se il pop era ovunque, per noi era la nuova arte.
Andy Warhol.




Sono passati quasi vent'anni da quando i Muse si sono annunciati al mondo, e nel corso di questi due decenni hanno intrapreso una strada che li ha portati direttamente nell’olimpo delle rockstar mondiali.

Ma la loro ecletticità, il loro coraggio propositivo, la loro sfrontatezza nell’usare miscele impensabili ai più, ha portato senza ombra di dubbio a posizioni critiche divisive, una sorta di pro o contro, quest’ultimo giustificato spesso da cambiamenti di direzione repentini che sono stati interpretati, a torto o a ragione, come megalomania musicale.

"Simulation Theory", il nuovo album, appare come la conclusione logica del desiderio sempre crescente di spettacolarizzazione, e tutto questo non fa che alimentare il numero degli scettici, ma è di musica che si dovrebbe parlare.

Il synth rock di "Simulation Theory", ottavo album in studio, appare fresco, spaziale, teatrale, bizzarro, e apre nuovi scenari musicali per la band.
Sono undici tracce, ben distinte tra loro. Se alcuni dei lavori precedenti - Drones” e “The 2nd Law” - potevano essere considerati concettuali, spesso incentrati su temi seri, come la guerra e l'oppressione del governo, al contrario "Simulation Theory" trae ispirazione dalla fantascienza e dalla cultura pop degli anni '80, concentrandosi sul ruolo della simulazione nella società.


Siamo lontani dal loro apice artistico, ma i Muse sono tra i grandi intrattenitori di questa generazione, con uno sguardo attento al futuro, e la presentazione di una possibile visione di ciò che sarà. E la cover dell’album appare una sintesi efficace del “Muse pensiero”.

Accanto alle sempre presenti influenze orchestrali e classiche, e alla necessità di creare un'enorme musica "da stadio", arriva l’utilizzo dell’elemento fantascientifico tradotto in musica.
Il falsetto di Matt Bellamy arriva per la prima volta sulla traccia iniziale, "Algorithm", mentre il tappeto di sintetizzatori  resterà il collante di tutto il disco.

Le forzature, intese come “ricerca dell’accattivante a tutti i costi”, sono evidenti: le oscillazioni di "The Dark Side" trasformano lo spirito di Bellamy in una specie di spettacolo anthemico, mentre una traccia come "Thought Contagion" sembra nata per un largo utilizzo pubblicitario sui media.


"Simulation Theory", se inteso come valenza di contenuto, appare poco profondo,  ma è il valore dell'involucro a rimediare: una delle più grandi band dell'universo che sceglie di utilizzare tutte le risorse a disposizione per inventare una nuova epopea pop che guarda al futuro, in qualche modo inducendo a riflettere sugli sconvolgimenti universali in atto ...

Non concordo sul tentativo di alcuni di demonizzare un progetto che produce enorme energia, che in alcuni momenti lascia increduli - nel bene e nel male -, trafiggendo e unendo in senso orizzontale ogni possibile rivolo della musica passata e moderna.

"Simulation Theory" non porterà probabilmente nuovi fan ai Muse, ma la loro proposta fantasmagorica è in questo momento al top, e l’ambizione smisurata, unita a skills di prim’ordine, non può lasciare indifferenti.

Ma allora… è questa la svolta pop della band?

Sebbene i Muse abbiano adottato in questo caso un diverso approccio creativo, la maggior parte degli elementi fondanti sono ancora presenti in ogni canzone dell'album, un lavoro che appare come una nuova, accattivante e genuina vetrina dello stato attuale della band.

I Muse trovano un modo per fornire agli ascoltatori un pezzo del puzzle mancante alla discografia, mantenendo integro un suono che li ha resi uno dei grandi gruppi rock di questo secolo. E io non mi sento di bocciarli!


TRACKLIST “

Algorithm
The Dark Side
Pressure
Propaganda
Break It To Me
Something Human
Thought Contagion
Get Up and Fight
Blockades
Dig Down
The Void
Algorithm (Alternate Reality Version)
The Dark Side (Alternate Reality Version)
Propaganda (Acoustic)
Something Human (Acoustic)
Dig Down (Acoustic Gospel Version)

lunedì 1 aprile 2019

1 aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye

Per ricordare la morte di Marvin Gaye, trentacinque anni fa, utilizzo un articolo di Gianni Lucini.


La sera del 1° aprile del 1984, un'ambulanza arriva a sirene spiegate al 2101 South Grammercy di Los Angeles, dove c'è la casa del vecchio reverendo Gaye, un pastore evangelico famoso nel quartiere, oltre che per le sue prediche, per il fatto di essere il padre del cantante e compositore Marvin Gaye. Il personale dell'ambulanza entra correndo in casa e si trova di fronte a una scena agghiacciante. Steso a terra c'è Marvin Gaye immerso in una pozza di sangue, mentre seduto su una sedia con la testa tra le mani il padre ripete come un automa: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…». All'arrivo della polizia si lascia ammanettare senza opporre resistenza. Ha ucciso il figlio con un colpo solo al cuore sparato da una pistola che gli era stata regalata pochi giorni prima dallo stesso Marvin. Sostiene di non aver avuto alternative perché il figlio, in preda alla droga, avrebbe tentato d'ucciderlo. I giudici accoglieranno parzialmente la tesi della legittima difesa e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Finiscono così la vita e la straordinaria carriera di Marvin Gaye alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno. Da tempo in preda a frequenti crisi depressive non aveva mai completamente riassorbito lo shock della morte di Tammi Terrell, la compagna artistica svenuta in scena tra le sue braccia nel 1969. Non a caso dopo la scomparsa le sue canzoni erano divenute più problematiche e profonde. Considerato negli anni Settanta uno dei più grandi solisti neri della storia del rock aveva saputo rinnovarsi e mantenere inalterata la sua popolarità anche all'inizio del decennio successivo pur dando l'impressione di non riuscire più a liberarsi dai problemi derivati dall'eccessivo uso di stupefacenti e da una vita privata costellata da delusioni. Pochi mesi prima della sua morte si era trasferito nella casa dei genitori in cerca di aiuto, ma i vicini raccontano di frequenti liti con il padre, rigoroso predicatore, che lo accusava di essere un cattivo esempio per i giovani. Pochi giorni prima di morire aveva regalato lui all'austero genitore la pistola che l'avrebbe ucciso. C'è chi ipotizza che la sua morte sia stato un atto deciso a freddo, come David Ritz, l’autore una biografia molto dettagliata del cantante che scrive: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale... Marvin sapeva quello che faceva: voleva morire. Solo quattro giorni prima di essere ucciso si era buttato fuori da una macchina che viaggiava a novanta chilometri all’ora su una Freeway di Los Angeles».