ZAT – Dieci come Sette
La mia “carriera” di recensore iniziò molti anni fa con un
paio di entità musicali, i Delirium e Giorgio C. Neri, che nel 2009 propose il
suo progetto Logos. Negli anni successivi ebbi occasione di assistere a
un paio di sue performance dal vivo, poi il silenzio, un’assenza lunga, quasi
sospesa. L’ho ritrovato solo di recente, per caso, durante la presentazione di
un progetto editoriale. E quando un musicista resta nell’ombra per molto tempo,
spesso significa che qualcosa sta maturando, che un nuovo momento creativo sta
cercando la sua forma. Lascio quindi che sia la sua musica a svelare l’anima
di un progetto che ha appena visto la luce.
ZAT è un trio che lavora per sottrazione, un modo di intendere
la musica che rinuncia all’idea di prodotto per restituire ciò che accade
davvero quando tre persone si incontrano e suonano senza rete. Dieci come Sette nasce da una scelta
precisa, quella di rinunciare all’editing e di affidarsi completamente al
momento dell’esecuzione. È un disco che non punta a costruire un’immagine
levigata, ma a mostrare ciò che accade davvero. Non cerca la perfezione,
preferisce la presenza.
Giorgio Cesare Neri, Luciano Susilo e Alessio Parini si muovono
come un unico organismo. La chitarra e la tastiera aprono varchi, il basso li
attraversa con linee essenziali, la batteria respira più che scandire. La
registrazione e il mastering di Marco Biggi all’MB Studio conservano ogni
sfumatura di questo equilibrio, lasciando che la dinamica naturale diventi
parte del discorso. Anche la fotografia di Luigi Ceruti e la copertina di
Massimo Ceruti seguono la stessa logica, una sobrietà che non sottrae ma
chiarisce.
Il percorso dei quattro brani è breve e denso. Voodoo
apre con un’energia trattenuta, un richiamo che non esplode ma si insinua. Cattedrale
di Suono - jam rappresenta il centro del lavoro,
un’improvvisazione che cerca risonanze, come se i tre musicisti si muovessero
dentro un’architettura invisibile. Kashmir è un attraversamento,
un tema che riaffiora come un’eco lontana e viene rimodellato secondo la
grammatica del trio. Stagioni chiude con un passo più narrativo,
una sorta di ritorno alla terra dopo aver esplorato zone più sospese.
Nel booklet compare una frase di Hazrat Inayat Khan che
sembra riassumere l’intento del disco, un’idea di Vita Assoluta come origine e
destino di tutto ciò che percepiamo. Non è un ornamento, è una chiave di
lettura discreta che accompagna l’ascolto senza appesantirlo.
“La Vita Assoluta è l’origine e
il destino di tutto ciò che percepiamo.”
Dieci come Sette è un lavoro che non chiede interpretazioni, ma
disponibilità. È un disco che vive nel suo stesso atto di nascere, e proprio
per questo rimane. I ZAT scelgono la via più fragile e più autentica, quella di
registrare ciò che sono, senza filtri. E in questa scelta c’è la forza del
progetto, la sua verità più semplice.


