Quella sera del 1992, sul palco del Saturday Night Live,
l’aria si fece improvvisamente pesante. Sinéad
O’Connor non era lì per
promuovere semplicemente un disco; era lì per compiere un rito di liberazione.
Quando finì di cantare War di Bob Marley, non ci fu il solito
applauso scrosciante. Ci fu un silenzio irreale, quasi elettrico, rotto solo
dal fruscio della carta che veniva fatta a pezzi davanti all'obiettivo.
Sinéad aveva pianificato tutto con una precisione chirurgica.
Durante le prove, aveva mostrato la foto di un bambino rifugiato, un’immagine
che non avrebbe destato scandalo. Ma quando le luci della diretta si accesero,
tirò fuori un oggetto che portava con sé un peso emotivo enorme: la foto di Papa
Giovanni Paolo II che era appartenuta a sua madre.
Per lei, quell'immagine non rappresentava solo il capo della
Chiesa, ma il simbolo di un sistema di potere che aveva permesso, coperto e
ignorato abusi sistematici. Mentre i pezzi di carta cadevano a terra, Sinéad
pronunciò quelle quattro parole - "Fight the real enemy"
- con una calma che faceva più paura di qualsiasi urlo.
La reazione del mondo fu un misto di shock e ferocia. In
un’epoca in cui la Chiesa era ancora un’istituzione intoccabile per il grande
pubblico americano, il gesto venne interpretato come un insulto gratuito alla
fede. La stampa la fece a pezzi quasi quanto lei aveva fatto con la foto. Fu
bandita a vita dalla NBC, Frank Sinatra offrì commenti sprezzanti e persino
Madonna, che aveva costruito una carriera sulle provocazioni religiose, si unì
al coro di critiche.
Pochi giorni dopo, al Madison Square Garden, Sinéad fu
accolta da un boato di fischi così violento da impedirle di cantare. Eppure,
lei non abbassò lo sguardo. Restò ferma, fiera, ripetendo a cappella quella
stessa canzone di protesta, finché non fu costretta a lasciare il palco quasi
in lacrime, ma mai pentita.
Per decenni, quel momento è stato citato come l'esempio
perfetto di "suicidio professionale". Si diceva che Sinéad avesse
distrutto la sua carriera per un capriccio. Ma la storia, col tempo, le ha dato
ragione con una crudeltà disarmante.
Quando anni dopo scoppiarono gli scandali pedofilia che
travolsero la Chiesa irlandese e mondiale, quel gesto smise di sembrare la
follia di una ragazza ribelle e apparve per ciò che era realmente: una profezia
solitaria. Sinéad O’Connor non stava attaccando la fede di nessuno; stava
cercando di scuotere le coscienze su un crimine che il mondo non era ancora
pronto a vedere.
Oggi, guardando quel filmato sgranato degli anni '90, non
vediamo più una popstar che cerca attenzioni, ma un'artista che ha scelto
consapevolmente di sacrificare il proprio successo per dire una verità scomoda.
Sinéad ha perso la sua carriera commerciale quella notte, ma ha vinto la
battaglia più importante: quella per la propria integrità.
