sabato 5 dicembre 2020

Max Montanari-"S.A.L.I.G.I.A"

Il rock vero, quello duro, potente, che profuma di metallo appena lavorato, che scuote il fisico e i sensi, non ha mai avuto l’obiettivo di inviare messaggi impegnativi, quelli compresi tra il sociale e il riflessivo… non è una critica ma un dato di fatto. Con le dovute eccezioni, of course.

Max Montanari viaggia controcorrente, e i risultati gli danno ragione.

Vediamo qualche sua nota biografica:

Musicista dedito al rock, è producer per Alkatraz Management e CEO artistico per Sounditalia Web Tv.

Performer teatrale e doppiatore, ha all'attivo quattro album con la ex band hardrock Perikolo Generiko e du EP con la band BGN.

Nel 2019 è diventato voce dei Cani Bagnati (Vincitori SanRemorock 2017 e premiati miglior rock band da F.I.M.I. nel 2018) con cui registra un album.

L’album di cui parlo oggi si intitola "S.A.L.I.G.I.A",  e si focalizza su aspetti sociali, ma… trattati col rock in corpo!

È un progetto che avrebbe dovuto vedere la luce quindici anni fa e che è stato accolto molto bene.

Max Montanari ha sfruttato al meglio lo stallo dovuto all’emergenza sanitaria e ha preparato e rilasciato ciò che era rimasto per molto tempo incompiuto; i risultati sono lusinghieri se si pensa che la proposta, nonostante sia in controtendenza rispetto a quanto richiesto dai gestori dei media musicali tradizionali, ha raggiunto buone posizioni nelle classifiche europee e in Sud America.

Sveliamo l’arcano e svisceriamo il titolo, "S.A.L.I.G.I.A", acronimo italiano utilizzato per definire l'ordine dei sette peccati capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.

Vale la pena disegnare il percorso dell’album, con una sottolineatura per ogni step.

Si inizia con “Sogni l’eterno” (Superbia): “Hai sognato di essere un Dio, un modello perfetto, un sorriso smagliante, un abito elegante, ami solo come apparirai; sogni l’eterno? La tentazione è già qua, col cuore in mano il serpente ti aspetterà…”.

Si ha da subito la certezza di essere davanti ad un power group, e la voce di Max riporta alla nobiltà dell’hard rock, unita ai virtuosismi chitarristici tipici del genere.


Si prosegue con “Fino in fondo” (Avarizia): “Oggetti, sentimenti che riponi accumulandoli per il solo gusto di averli. Amanti destinati a circondarti con gli spigoli che riempiono tutti i tuoi affetti. Fino in fondo, godendo nel risparmio fine a sé stesso. Tu non ti spendi, accumula e accumula… cataste di vita buttate via…”.

È il primo singolo estratto dall’album e può considerarsi rappresentativo della produzione di Montanari, ritmo spinto da una sezione ritmica importante, e gioco vocale contrapposto alla solista, che non può mancare in questo tipo di proposte.

Orgasmo telematico” è collegato alla Lussuria:Corpi si contraggono addosso ai sogni tuoi, è un orgasmo telematico che senza volto ti sazierà, lungo il corpo lingue si insinuano dove vuoi, il piacere dell’immagine che questo business ti regala…”.

Rock molto tradizionale, ritmica conosciuta sulla scia dei maestri di sempre.

 

Ti distruggerà” fa riferimento all’Invidia: “Cerchi di essere quel che non sei e poi se lo raggiungerai lo scontento in viso avrai. Questo malessere dentro di te divora ogni cognizione di quello che di buono è dentro te… e ti distruggerà!”.

Un’altra rilevante performance vocale e un andamento forsennato sono il filo conduttore di questo quarto episodio del disco.

 

E arriva “Niente più sa di te” (Gola): “I media delineano le regole di questa società, che osannando il corpo all’inferno manda già. La linea è imposta a te chiave sociale e non insegna certo a rispettare…

I toni si abbassano e il motore perde volutamente giri, il racconto prevale nonostante la spinta alla dinamicità resti evidente.


Incontrollabile” è un facile e chiaro riferimento all’Ira: “Esplode in silenzio, ribolle ad un gesto, una frase, un nonnulla che in quell’attimo lì, per colpa di cosa, lo infastidisce, e poi… esploderà”.

Il rock che volge in metal mentre la band dà il meglio di sé, coinvolgendo e lasciando il segno.

 

E si chiude con “Tutto è troppo dentro te” (Accidia): “Ozio inconsapevole allentano la vita e bruciano illusioni, le risposte ai tuoi perché. Ingordo degli impegni tuoi con un boato crollerai. Tutto è troppo dentro te, tutto è noia dentro te…”.

Brano molto articolato, uscito anche in video, è la degna chiusura di un viaggio senza respiro nei meandri della musica che ha nobili padri antichi, ma giovani seguaci che diffondono il verbo.


Un disco molto deciso nel genere, apprezzabile dal punto di vista musicale, ma con un valore aggiunto rappresentato dallo sforzo dell’autore di correlare i sacri testi col presente, riflettendo sui difetti umani, che nel tempo sembrano esaltarsi anziché affievolirsi, e allora anche il lavoro di un musicista può aiutare nel porre l’accento su gli aspetti più decadenti, e se non sarà possibile suggerire soluzioni l’opera di denuncia potrà, forse, smuovere qualche coscienza.

Un bel progetto, fatto di sano rock, quello che non può lasciare indifferenti!


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giovedì 3 dicembre 2020

Tommaso Varisco -“All The Seasons Of The Day”

Tommaso Varisco -“All The Seasons Of The Day”

Seahorse Recordings - distribuito da Audioglobe

 

Sono passati undici anni da quando scrissi di un album, “Always”, proposto da Tommi, che ritrovo oggi col suo vero nome e cognome, Tommaso Varisco.

Cantautore veneto, originario di Chioggia, nel 2006 pubblica il suo primo album autoprodotto dal titolo “This is how i feel”, che ottiene buone recensioni a livello nazionale.

Nel 2011 rilascia il già citato “Always”, il cui mastering è affidato a Ronan Chris Murphy, uomo di regia per King Crimson, Steve Morse, Tony Levin, e molti altri.

Il 2019 è invece l’anno di un nuovo esordio nato dall’incontro con Paolo Messere, produttore della siciliana Seahorse Recordings, che ha creduto fortemente nel progetto di “All the seasons of the day”.

Nell’intervista a seguire Tommaso ci racconta nei dettagli il suo nuovo progetto ed è l’occasione per… parlare di musica e comprendere i significati nascosti in ogni singolo brano.

Con il termine “cantautore” si definisce letteralmente colui che crea e interpreta le proprie canzoni, ma il ruolo stabilito nel passato riconduceva spesso a portatori di messaggi politici e sociali, un marchio che nel tempo si è ammorbidito, ritrovando un significato meno esclusivo.

Varisco naviga tra il sociale e l’esposizione di sentimenti personali, operazione per la quale utilizza la lingua inglese, più affine al suo essere musicista. Ne scaturisce un album intimista, che permette all’autore di urlare un disagio, che è poi quello di tutti. Il mood è da spleen spinto, tra ballad e rock, un modus molto “americano” di proporre musica, una dimensione in equilibrio tra vena acustica ed elettrica. La voce di Varisco è elemento caratterizzante e la sua capacità di modulazione appare come valore aggiunto.

Mi ha colpito una sua affermazione, una sintesi del disco a mio giudizio perfetta: “… un viaggio senza troppe risposte attraverso tutte le stagioni dell’animo umano…”.

Sì, un viaggio, quello che tutte le persone virtuose compiono, ma che solo pochi riescono a fissare per sempre rendendo condivisibile il loro pensiero.

Un album che si ascolta con grande piacere, con sonorità che accompagnano l’importanza delle liriche e che non ha bisogno di specifiche decodificazioni per essere apprezzato all’impatto.

Davvero un nuovo inizio per Tommaso Varisco.

 

Lo scambio di battute…

Nove anni fa, in occasione del rilascio di “Always”, conclusi la mia intervista con la seguente domanda: “Prova ad aprire il libro dei desideri e scrivi il tuo futuro musicale da qui al 2015”. Il tempo è trascorso inesorabile e, in via più generale, vorrei chiederti che cosa ti è accaduto, musicalmente parlando, da quel momento ad oggi.

Il tempo trascorre inesorabile e allo stesso tempo se ti volti sembra non essere passato. Ha comunque e sempre nei tuoi riguardi quella certa ineluttabile indifferenza. Tornando a noi, “Always”, anche grazie al tuo contributo Athos, è stato da molti ben recensito. Sono rimasto in ottimi rapporti con Donato Zoppo che, attraverso Synpress, ha davvero svolto un lavoro egregio di promozione e ufficio stampa. Poi ho suonato live fino al 2015, inizialmente con la band che l’ha registrato, poi in quella che io chiamo “solitudine acustica”, in quanto preferirei esibirmi in solo unicamente in determinate e selezionate occasioni. Purtroppo, non si riesce sempre ad avere una tournée degna di questo nome. Nel corso di quegli anni però ho avuto la fortuna di conoscere Marco Quaglia, aka MQX Singer, che, apprezzando i miei lavori e gestendo la programmazione live in alcuni locali del polesine, è riuscito a ritagliarmi ottime occasioni. Nel 2013 è nato il mio primo figlio e ho rallentato parecchio, sia concerti che nuove registrazioni che stavo effettuando a Chioggia. In queste ero supportato da Emilio Veronese, anche collaboratore su All The Seasons, un caro amico che al tempo militava nei ManzOni che uscivano per la Garrincha. Lorenzo Mazzilli è entrato nel quadro più tardi, credo fosse il 2015/16 circa. Ho aperto grazie a lui per i suoi Barranco e per Old Seed, artista canadese. Nel 2016 Lorenzo rilascia, sotto lo pseudonimo di The Giant Undertow, il suo ottimo esordio “The Weak”, album registrato dal cugino Matteo all’Anakonda Studio di Montagnana (PD). Il disco mi risuonava così bene e la nostra amicizia andava mutandosi in stima, fiducia e affetto reciproci, che ho deciso di registrare “All The Seasons Of The Day” avvalendomi della sua preziosa collaborazione.

A proposito… ti ho conosciuto come “Tommi”, ora proponi il tuo nome completo: cosa c’è dietro al cambiamento?

Quando decisi di uscire con il solo “Tommi”, l’intenzione non era tanto quella di utilizzare l’appellativo con il quale gli amici solitamente si rivolgono a me, ma piuttosto di azzerare ogni riferimento riconducibile alla mia famiglia e al mio passato. Volevo per una volta sentirmi libero da qualsivoglia legame o condizionamento culturale. Il significato di famiglia è infatti certamente più ampio di quello a cui ci riconduce il suo più comune uso quotidiano. Con il cognome mi riapproprio della mia identità e dei miei affetti, senza per questo sentirmene vincolato. “All The Seasons è per me, sotto molti aspetti, il mio primo album, una vera rinascita e il punto di partenza. Quindi la ricerca del “nome” divenne fondamentale. Provai ad affiancare al vecchio Tommi vari cognomi inglesi o pseudo tali che potessero avere un senso per me. Ma il senso era lasciare il mio vero nome e cognome. Scelta battezzata positivamente anche da alcuni amici che hanno avuto la premura di scrivermi per confermarmelo. I loro messaggi, inaspettati, sono sicuramente serviti a darmi le conferme di cui avevo bisogno. Insomma, dopo tanto, forse ero sulla strada giusta.

Un anno fa hai rilasciato “All The Seasons Of The Day”: mi parli dei contenuti lirici e musicali?

“All The Seasons…” parla di un ventenne uscito con qualche ammaccatura dall’adolescenza. È consapevole del suo forte, contraddittorio e forse doloroso legame con il passato. Hey d**!?! sta infatti sia per “Hey dad” che “Hey dead”, cioè qualcosa di mortale da cui allontanarsi. La figura del padre è il fardello che ogni nuova generazione si porta sulle spalle. L’assurdità del vivere è presente in “September is”, una poesia di Sara, la mia ragazza al tempo, scritta per un caro amico morto poco più che adolescente. Si cerca allora una fuga illusoria in luoghi lontani e solitari come evidenzia “Golden Hooks”, il cui testo è ispirato al romanzo “Misteri” del premio nobel norvegese Knut Hamsun. La verità è che non possiamo annullare o negare l’appartenenza al genere umano. La violenza insita in “Flower” parla proprio di questo e le fa da solido contraltare la dolcezza perfetta dei flauti di Enrico Varagnolo. C’è una forza che più allontaniamo da noi più ci ritorna come un boomerang ed è, molto “banalmente”, l’amore. Anche quando sembra prevalere la confusione o il torpore - vedi ad esempio “Big Sleep” e “Wisdom” o il senso di vuoto a seguito dell’abbandono dolorosissimo dell’amata di “I Still Cannot Understand” - nulla frena il nostro protagonista dal credere che qualcosa sia ancora possibile. In questo senso “Coffee” è terapeutica. Qualcuno che aspetta che tu torni per cantarle una canzone o bere un caffè assieme. Ecco allora che considero “All The Seasons…” una raccolta di canzoni alla ricerca di empatia in un mondo in cui, fin dalla notte dei tempi, dobbiamo quotidianamente far fronte a tematiche che rimangono per loro stessa natura irrisolte. Anche in “Afternoon”, che a tutt’oggi considero il mio brano più intenso, se non il brano della vita, devo ammettere che tutto sembra ridursi alla mera accettazione del destino. C’è però in questa canzone una dignità nel proseguire a testa alta che è la risposta a tutta le altre canzoni del disco. Dobbiamo salvare noi stessi.


Come si lega ai tuoi precedenti lavori? Esiste una sorta di continuità?

“This Is How I Feel”, uscito nel 2006, riprende sostanzialmente le tematiche di “All The Seasons” ma è molto più disilluso, e in questo senso intimo. È come se si fosse divenuti parte del meccanismo, come se si preferisse vivere senza farsi troppe domande, il che in un certo senso è anche un bene. Mentre “Always” non è il disco che doveva uscire nel 2011. Sul finire del 2010 stavo infatti registrando un altro album con una band che è ahimè letteralmente implosa su sé stessa. È stato un vero peccato ma ammetto che, anche per colpa mia, pur dopo un anno in cui abbiamo suonato e lavorato molto bene, non eravamo ancora pronti per entrare in studio. La mia fretta di dare un seguito al mio esordio e scelte sbagliate legate alle modalità di registrazione hanno fatto il resto. Così per non restare ulteriormente fermo ho selezionato composizioni dal carattere più solare e mediterraneo che meglio si adattavano alle caratteristiche della mia nuova band e di cui in quel momento avevo bisogno.

Chi ha collaborato alla realizzazione dell’album?

Il disco come anticipato è stato registrato all’Anakonda Studio di Montagnana (PD) da Matteo dall’Aglio, il quale ha anche suonato la batteria e si è occupato del missaggio e del master finale. Lorenzo ha suonato il basso ovunque e il mandolino in “Flower”, mentre in “Afternoon” le chitarre elettriche sono tutte sue. Sandro Lovato, mio amico di lunga data, ha schitarrato alla grande su almeno la metà dei brani del disco e ha contribuito non poco alla riuscita di pezzi che io reputo “difficili”, sotto il punto di vista dell’arrangiamento, come “Wisdom”, “Lake” o “Golden Hooks”. Emilio ha suonato la chitarra su “Flower”, altro brano “impossibile” e lontanissimo dal rock di “All The Seasons” e ha registrato quasi la metà delle mie tracce vocali a Chioggia nella mia casetta al mare, aiutandomi non poco nel ricercare quell’intensità ed emozione che io credo sia palpabile in “Wisdom” e “Coffee”. Enrico Zennaro ha suonato la chitarra solista e acustica, e ha fatto i cori in “Coffee”, altro brano, tra l’altro in soli due accordi, che arrivando a toccare i 12 minuti ha avuto una gestazione complessa. Di Emanuele Ricci invece è l’assolo che sentite in “Big Sleep”, una delle cose più epiche dell’intero album. I Flauti di Enrico Varagnolo su “Flower” invece sono arrivati “casualmente” e a disco “quasi uscito”. Ho dovuto contattare l’etichetta e spiegar loro che l’album non poteva ancora essere edito in quanto stavano arrivando dei flauti meravigliosi dalla Spagna, dove Enrico vive di cui sarebbero comunque stati felicissimi.

Il disco è stato preceduto da un singolo focalizzato sulla violenza sulle donne: esiste a tuo giudizio una reale possibilità per l’artista (non solo il musicista) di incidere su aspetti culturali e sociali?

La violenza è più vicina di quanto non pensiamo e non ti chiede mai “posso?” Ma arriva quando meno te lo aspetti, sotto varie forme e devi farci i conti. Il video di “Hey d**!?!” tratta la tematica della violenza sulle donne a seguito del racconto di alcune amiche proprio nei giorni in cui stavo decidendo che direzione dare al video. Io sostengo con estrema convinzione che l’artista debba fare il suo, come artista e come essere umano in primis. Denunciare non è facile e si rischia il linciaggio mediatico. La cosa più terribile è vedere donne contro donne che hanno subito e denunciato. Lo abbiamo constatato anche questo 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne. Nessuno di noi dovrebbe mai tirarsi indietro, il disco in generale parla proprio di questo. Cerca di sensibilizzare verso una maggiore empatia fra le persone. È sicuramente sbagliato desistere e nascondere la testa sotto la sabbia. I cambiamenti in meglio esistono e sono possibili, altrimenti saremmo ancora tutti schiavi. Invece in Europa viviamo una dimensione democratica e libera, non così scontata se guardi il resto del mondo. Inoltre, non bisogna né rifuggire, deridere o detestare la politica, alla quale spetta decidere per il nostro futuro. Quindi trovo ridicola la polemica su chi contesta all’artista un impegno appunto politico nel senso più ampio del termine, perché è come dirgli di non pensare al proprio bene.

“All The Seasons Of The Day” è uscito quando non conoscevamo ancora il Covid 19: vista la tua tendenza all’introspezione, che nuovi stimoli hai ricevuto dall’immobilità forzata e da una situazione tragica, senza precedenti?

Una pandemia del genere è l’occasione che l’uomo sta avendo per rivedere molti aspetti legati alla socialità e al progresso. Ma notiamo in tanti e con sommo rammarico come prevalga la dimensione individualista e narcisista, una stupidità senza precedenti diffusa e messa in vetrina nei social e in televisione. Avendo figli sono seriamente preoccupato. Ad acuire il tutto la grave crisi economica da cui stavamo uscendo. Certo il Covid19 è stato il colpo di grazia. La storia è ciclica e un ritorno di qualunquismi e movimenti di estrema destra era dietro l’angolo. Prevenire è sempre la risposta migliore. Invece come sempre abbiamo dormito sugli allori. Già l’elezione di Biden negli States è sicuramente un buon segno. Mi auguro che anche nel resto del mondo si abbia l’accortezza di scegliere un percorso lungimirante, ambientalista e nel segno di una direzione comune; e che ci possa essere maggior empatia e rispetto verso il prossimo. Partire dall’educazione a scuola è fondamentale, cosicché (magari dico una cosa un po’ forte) i bambini abbiamo i mezzi necessari a superare esempi sbagliati che in molte occasioni sono gli unici che trovano in casa.

Che tipo di soddisfazioni hai ricevuto da questo tuo nuovo lavoro?

Sono più che soddisfatto. A livello artistico è di gran lunga il miglior disco che abbia fatto fin qua. Certo non ha goduto di particolare fortuna vista la pandemia. Tuttavia, se ne è scritto positivamente ed ha ricevuto articoli e passaggi radio sia in Italia che all’estero. Purtroppo, però il Covid19 ha bloccato qualsiasi attività live, cosa fondamentale per me che ero fermo da parecchio tempo. Ad ogni modo noto con piacere che ancora se parla. Proprio in questi giorni ho ricevuto notizia di nuove recensioni ed interviste pronte per essere stampate o messe in rete, non solo in Italia. Questo mi è sicuramente d’aiuto per il proseguo della mia avventura. “All The Seasons” è davvero un buon disco e merita di essere conosciuto, spero quindi che dalla primavera del 2021 questo possa succedere.

Chiudiamo col futuro prossimo: quali sono i tuoi progetti a medio termine?

Con Lorenzo e Matteo ho trovato la dimensione giusta e stiamo registrando altri album che faremo uscire con scadenza regolare nei prossimi anni. Al momento siamo ovviamente fermi per la pandemia. La mia volontà rimane quella di dare un seguito ad “All The Seasons” entro il 2021, vedremo se ce la faremo. Inoltre, spero di programmare nuove date dalla primavera imparando anche ad utilizzare, con l’aiuto di amici più che pazienti, i social nella maniera giusta per riuscirci.

Grazie…

Grazie a te,

Tommi… ops, volevo dire Tommaso!


TRACKLIST

1.         Hey d**!?!

2.         September is

3.         Big Sleep

4.         Itchy Little House

5.         Afternoon

6.         Wisdom

7.         Lake (Song of the Tower)

8.         Golden Hooks

9.         Flower

10.      Coffee

11.      I Still Cannot Understand




mercoledì 2 dicembre 2020

Il Tusco-"Abbandonare la città"

Il Tusco-"Abbandonare la città"

Andromeda Relix


Il periodo di clausura forzata legato all’emergenza sanitaria ha portato ogni singola persona alla riflessione profonda. L’anima dell’artista è esplosa a tutte le possibili latitudini e, a maggior ragione, chi artista lo è veramente ha tratto innumerevoli spunti per alimentare un’ispirazione non sempre limpida. Come più volte ho detto e scritto, la fortuna di chi possiede un talento artistico (letterato, scultore, pittore o musicista) è quella di poter lasciare traccia indelebile del proprio pensiero, in una gamma di sentimenti che passano dal dolore alla felicità.

Questo preambolo mi serve per introdurre il quarto album di Il Tusco, nome in arte di Diego Tuscano - con esperienza musicale trentennale - che con la sua band propone "Abbandonare la città", la cui genesi è sottolineata dall’autore:

Abbiamo registrato il nuovo disco il primo week end di giugno 2020, in tre giorni pazzeschi, di un'intensità magica e inquietante: uscivamo dal lockdown dovuto al Covid-19 e non ci vedevamo da quattro mesi. Il titolo dell'album, la scelta di registrare su nastro, le tematiche di assurda e allucinata resilienza quotidiana, la sensazione fisica che ci sia davvero qualcosa di rotto in noi e nel mondo, la convinzione che la musica possa ancora aggiustarlo… tutto collimava.”

Aggiunge: “Terzo lavoro con Andromeda Relix: otto canzoni scritte in italiano e pensate in rock, senza mollare mai.”

La prima cosa che si manifesta quando si ascolta un nuovo artista riguarda l’esercizio automatico della comparazione, perché l’istinto riporta sempre alle situazioni musicali più conosciute, insomma, un porto sicuro.

La musica di Il Tusco - che non conoscevo -, nonostante gli accostamenti nobili presenti nel comunicato stampa ufficiale, presenta una buona originalità.

Certo, il rock e il blues non hanno grosse vie di fuga, ma la caratteristica di questo progetto è che il sound risulta molto "internazionale" nonostante il cantato italiano che, per aspetti tecnici, poco si presta al rock, e nella migliore delle ipotesi riporta ai “miti” di casa nostra, quelli che nemmeno riesco a nominare. Il motivo della realizzazione di queste atmosfere “straniere” credo sia dovuto all’esperienza vissuta da Tuscano con i SanniDei - una delle band simbolo dell'hard rock blues italiano - con i quali ha realizzato sei album in quindici anni, molto apprezzati in Inghilterra.

Dunque, un disco molto piacevole per gli amanti del rock, direi molto tradizionale, senza la frequente fuga in metal o derivati, un sound su cui spicca una voce incredibile per modulazione e timbrica.

Apre l’album “L’ultimo film porno”, brano degno dell’apertura di un vero concerto -abbandoniamo un momento l’idea di musica virtuale -, ritmo incalzante e virtuosismo chitarristico per il racconto di un quotidiano alienante, ma… “Quando ti risveglierai capirai che è un altro giorno…”.

A seguire la title track, superbo rock blues che induce alla dinamicità spinta. Un’esortazione a dare una svolta positiva al proprio percorso, fatto spesso di apparenza e di imposizioni… “Abbandonare la città” significa in realtà uscire da schemi che altri hanno scelto per noi, reinventando il concetto di ortodossia, idealmente diverso rispetto a quello di chi ha programmato in nostra vece, senza chiedere il permesso di farlo.

Il riff chitarristico di “Dolce Sorriso” caratterizza la traccia, diventando una sorta di tormentone musicale che penetra a fondo e stazione a lungo.

Tutti voglio toccarti, sguardi penetranti… languide carezze implori…” ma quello che alla fine resta è “…un dolce sorriso…”.

Strada contromano” è la ballad che non manca mai in un album di sano rock.

Momento intimista, non solo dal punto di vista musicale: “Io avevo la pretesa, di una vita come un ballo, e invece poi la cosa mi ha imposto un altro andazzo, strada contromano quella che ho infilato…”.

Il quinto pezzo è “Animaccia mia”, un blues lento, storia tradizionale con protagonista un uomo e una donna che si rincorrono: “Non riesco nemmeno a descrivere il desiderio che annienta la mia psiche, vorrei passare la notte con te, ma inventi scuse pazzesche perché pensi che io sia perduto senza te, ma tu non sai che io posso aspettare che tu finisca di giocare con la mia anima…”.

Altro riff impossibile da ignorare quello di “Mostro”: “Ma scusami un attimo, dimmi se ti sembra il caso di ridurti così, sembra che hai buttato il viso dentro al cesso, sembri veramente un mostro…”. Sezione ritmica sugli scudi, un rock potente nel rispetto della tradizione e un finale dallo strumentale prolungato… un brano molto seventies.

Con “Dosi omeopatiche” arriva il sapore di Deep Purple anche se nella parte centrale si intravede una buona apertura al prog.

Lirica ermetica che si presta all’interpretazione personale, e la sintesi potrebbe condurre verso la fuga da ogni eccesso, perché ogni cosa, assunta a piccole dosi, risulterà una condizione di vita ideale, e anche gli amori, se tossici, possono risultare deleteri.

A chiudere il disco un brano dal lungo titolo: “Il trionfo di Hobbes- Nel giardino di Voltaire c’è solo erbacce”.

Nel contenitore della realtà, c’è che si vale per quanto si ha…”: immagini distopiche per una scorribanda nella psichedelia che sembra rappresenti la più reale discendenza dal tragico momento contingente, musica immaginifica che interpreta stati d’animo che sono condivisibili, perché frutto di esperienze drammatiche comuni.

Cos’altro aggiungere… un disco dai tanti significati più o meno nascosti, che quando sarà ascoltato al riparo dalla giustificata ansia del momento potrà essere giudicato, anche, solamente, come un buon disco rock, ma ovviamente c’è molto di più!



Link e contatti:

iltusco@live.it

sannidei@libero.it

https://www.facebook.com/diego.tuscano?sk=wall

https://www.iltusco.it

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domenica 22 novembre 2020

Il mio ricordo di John Kennedy


Chi mi conosce sa del mio amore generico per l'America.
Sono cresciuto guardando i filmetti d'oltreoceano e la prima volta che sono stato negli USA ho realizzato che esiste effettiva corrispondenza tra la fiction televisiva e la realtà.
In quella occasione, il '93, mia figlia era già stata concepita, senza che io e mia moglie lo sapessimo, per cui anche lei era in viaggio con noi ed è questo un motivo in più che mi fa amare quella terra. Sono conscio del fatto che viverci non deve essere così idilliaco come in molti film, ma dopo esserci stato più volte mi sono fatto l'idea che per il passante, quale io sono sempre stato, le cose negative non emergono, mentre si rafforzano i giudizi positivi. E poi, per un ammalato di musica è davvero una pacchia! Tra lavoro e vacanza, mi sono imbattuto in momenti indimenticabili di cui spesso mi vanto, come fa un ragazzino quando parla della sua nuova conquista.

Uno di questi "attimi da ricordare" l'ho vissuto a Dallas nel novembre del 97, e nelle righe seguenti, scritte molto tempo fa, ne descrivo il motivo.

"Sono le 21 quando atterro a Dallas, e passa almeno un ora prima di arrivare all’Holliday Inn, nel pieno centro città.
Fa molto caldo, sembra estate piena.
La prima cosa di cui mi interesso, con l’impiegato di turno è l’esatto punto in cui é stato ucciso JFK.
È lontano?”
No, vicinissimo, segui la strada, giri a destra e troverai il “Six Floor Museum. Impossibile sbagliare.”
Ma cosa era questo museo? Del sesto piano?


Quel novembre del 1963, Kennedy e consorte iniziarono il corteo che sarebbe sfociato in Elm Street, la strada dritta che partiva dall’Holliday Inn, per poi svoltare e ritrovarsi nella Delaney Plaza.
Nei pressi della “Collina Erbosa”, sotto al vecchio deposito di libri scolastici, Kennedy fu ucciso da chissà chi e chissà come. Il vecchio “deposito di libri scolastici” é quello da cui, si presume, Lee Harwey Osvald abbia sparato a JFK, appunto da una stanzetta del sesto piano. Così decretò la Commissione Warren, incaricata dell’inchiesta ufficiale.
Questo sesto piano é ora un fantastico museo, dove, in tutte le lingue, si può seguire la storia di quegli anni e di quella gente. La stanza é protetta da cristalli spessissimi, ma all’interno tutto é stato riprodotto come scoperto quel lontano 22-11-1963.
Era novembre. Le scatole di cartone, destinate al contenimento dei libri, ma utilizzate come riparo e nascondiglio da Osvald, sembrano piazzate alla rinfusa, ma rispecchiano la disposizione originale. Giro tra le riproduzioni tridimensionali, i quadri, i film, come imbambolato.
È troppo vivo in me il ricordo in bianco e nero di quel giorno. Il significato di quel momento era incomprensibile per un bambino di 7 anni, eppure quella macchina, quegli spari, quel sangue, mi é rimasto dentro, come la morte di Papa Giovanni, come la prima volta sulla luna, alcuni anni dopo.
Dopo aver visto la sua tomba a Washington, la sua dimora e quella della moglie, ora stavo rivivendo la sua morte. Una volta uscito non riesco a staccarmi da quel palazzo. Mi seggo sulla panchina di fronte, mi godo il sole, e fisso quella finestra assassina... forse. Mi guardo attorno e rivedo il corteo, la gente eccitata, in pianto dopo gli spari. Rivedo Zapruder, fotografo dilettante, con la sua rudimentale cinepresa, ormai mitica e al sicuro all’interno del museo. Per tutto il giorno e quello a seguire, ogni strada intrapresa in città, vicoli interni o vie di largo traffico, mi portano in quel punto per me magico. Nella Delaney Plaza c’è la calamita, ed io, metallo ferroso, non posso e non voglio opporre resistenza.
Quello è il mio posto per il fine settimana.
Alla sera una concessione… solo la musica può vincere il magnetismo di quel posto.
Mi accordo con l’autista dell’hotel e mi faccio portare ad un altro Hard Rock Café, dopo quello di New YorkMa esisterà qualcuno che nello spazio di due giorni é riuscito a vedere questo locale in due città così lontane?”.
Sì, io.
La sera finisce per strada, in una piazza interna dove ovviamente si suona.
Il giorno dopo scatta il doppio magnetismo. Sono ancora davanti al museo e sono colpito da … spari. Una Lincoln blu mi passa davanti, e dopo alcuni colpi corre via ad alta velocità.


Ecco cosa mi manca! Sarà la solita americanata, ma non posso perdermela. 
La macchina é lunga due km e la spesa del viaggio é condivisa con altri turisti, una famiglia di tre persone. Il bambino seduto davanti, con l’autista. Io a metà e il resto dietro. Che emozione!
Il giro è lentissimo e godo della vista della città. Stiamo percorrendo fedelmente la strada di Kennedy, quel giorno.
Mi sento agitato, in attesa degli spari che presto arriveranno.
Anche ora sono agitato!
Finita Elm Street svoltiamo... ci siamo quasi…
Il deposito é alla mia destra, e la collinetta é ben visibile… alcuni spari registrati… ancora brividi. L’auto accelera lungo la Stemmons Freeway, in direzione del Memorial Hospital.
La registrazione audio ripropone fedelmente le sirene e i clacson del tempo, mentre la Lyncoln corre impazzita verso l’ospedale. La cosa é talmente “vera” che la spettacolarizzazione dell’evento passa in second’ordine.
Lo speed up finisce e, mestamente, ritorniamo verso il punto di partenza.
Registro tutto il possibile e mi sento davvero coinvolto.
La radio trasmette le parole di quel 22 novembre, con la cadenza ed il tono appropriato.
Il lutto si trasmette ai passeggeri dell’auto.
La musica di sottofondo sottolinea la tragedia, in un crescendo che amplificherà il mio disagio. Poi all’improvviso la calma, la quiete, il riposo… ciò che di solito segue la tempesta.
E siamo tornati all’origine.
Passerò le ultime ore a Dallas restando nei paraggi, cercando di metabolizzare l’intensa esperienza appena vissuta.
Come mi piacerebbe poter trasferire efficacemente ciò che ho “sentito”, ciò che non é tangibile!
Un ultimo giro nell’atrio del museo, giusto il tempo per acquistare il Cap del “VI FLOOR MUSEUM “, abbinato alla T-shirt, ed un giornale / copia, con su i titoli del giorno successivo all’attentato."

Nel filmato a seguire è riproposto l'attimo della tragedia e in successione l'uccisione di Lee Harwey Oswald, domenica 24 novembre, mentre viene trasferito dalla Centrale della polizia di Dallas alla prigione della contea, per mano di Jack Ruby, un gestore di un night club, affetto da turbe psichiche.






A tutt'oggi non é dato di sapere cosa realmente sia accaduto quel 22 novembre del 1963.





Il mio omaggio odierno é dedicato alla figura di JFK, la cui morte é rimasta impressa, in bianco e nero, nella mia memoria .
Con questo cerco lo spunto per agganciarmi a "Happy Days", al fumo in uscita dai tombini di N.Y., ai Yellow Cab, ai film girati a Little Italy, ai Gospel di Harleem , e cioè alle immagini della mia giovinezza, verificate poi sul campo col passare degli anni.

Vediamo i filmati.

domenica 15 novembre 2020

The Kubas/The Koobas

The Kubas/The Koobas


Non ho trovato nulla in lingua italiana che possa descrivere la storia di questa band, eppure hanno dato un buon contributo alla causa...


Il gruppo fu fondato nel 1962 a Liverpool da membri che avevano precedentemente suonato in ambiti locali.

Verso la fine del 1963 iniziarono a proporsi allo Star Club di Amburgo, e dopo un periodo di tre settimane tornarono nel Regno Unito, stabilendosi a Londra con la Roy Tempest Organization.

La Columbia Records li mise sotto contratto, e il loro primo disco, "Magic Potion" (https://www.youtube.com/watch?v=qCrHOsR68Bo), fu pubblicato nel gennaio 1965.

Il secondo singolo, "Take Me For A Little While" (https://www.youtube.com/watch?v=v4WcWSckAH4), fu rilasciato per l'etichetta PYE (dopo che PYE cambiò il loro nome in "Koobas") nel novembre dello stesso anno, un mese prima di apparire nel tour finale dei Beatles in Gran Bretagna.

Alla fine del 1965 firmarono un contratto con Tony Stratton-Smith, molto entusiasta di loro ma, nonostante la grande promozione, non ebbero mai successo.

Qualche curiosità sui membri della band…

Il batterista Tony O'Reilly si unì agli Yes nel settembre 1968, dopo la partenza di Bill Bruford per andare all'università, ma Bruford tornò nel novembre dello stesso anno. Ha continuato a suonare con i Bakerloo.

Keith Ellis ha poi suonato con Van der Graaf Generator e Juicy Lucy, mentre Stuart Leathwood ha formato il duo Gary & Stu e successivamente ha suonato con March Hare. L'intera produzione post-1966 del gruppo è stata ristampata in CD nel 2000 dall'etichetta Beat Goes On.


LA BAND

Stuart Leathwood - rhythm guitar, vocals (1962-1968; died 2004)

Roy Morris - lead guitar, backing vocals (1962-1968)

Keith Ellis - bass guitar, backing vocals (1962-1968; died 1978)

John Morris - drums (1962-1964)

Tony O'Reilly - drums (1964-1968)




sabato 14 novembre 2020

“Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Rock” 2° edizione: intervista all'autore, Fabio Rossi


Uscirà il 18 novembre la seconda edizione di “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Rock”, di Fabio Rossi, che esordì cinque anni fa con questo libro dedicato alla musica progressiva a cui diedi un piccolo contributo con la mia prefazione.

Sarà curato dalla casa editrice genovese Officina di Hank, riveduto e ampliato.

La nuova bellissima copertina - tratta dall’album “Foxtrot, dei Genesis - é stata approvata e autorizzata dall’autore, Paul Whitehead.

Ho chiacchierato con Fabio, per saperne di più…

Sta per uscire la seconda edizione del tuo esordio come scrittore, “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Rock”: che tipo di soddisfazioni ti ha lasciato il tuo primo impegno?

Sono passati già cinque anni quando, nel settembre del 2015, uscì il mio primo libro per la casa editrice genovese Chinaski. All’epoca non avrei mai pensato che sarebbe diventato una sorta di “long seller”, con bei sei ristampe all’attivo. Come tu ben sai, visto che curasti la prefazione, il saggio puntava su una scrittura accessibile a tutti, senza la pomposità e la saccenteria fine a sé stessa che sovente contraddistingue analoghe pubblicazioni. In effetti era nelle mie intenzioni convincere i giovani e i neofiti ad avvicinarsi a questo tipo di musica così fascinosa, ed è soprattutto per questo che optai per una linea essenziale, sebbene curatissima in ogni particolare. Impresa difficile, ma quando il libro raggiunse la prima posizione nelle vendite e book “Libri per ragazzi” di Amazon Italia compresi che forse ci avevo visto giusto. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questo perché, come si evince dalla retrocopertina della seconda edizione, vi sono illustri esperti del settore che hanno usato parole bellissime nel recensire il saggio. Dulcis in fundo l’opera ha avuto l’onore di essere presentata al Conservatorio di Santa Cecilia dove, davanti a una nutrita platea di docenti, studenti, musicisti (Jerry Cutillo, Claudio Milano, Tiziana Radis e altri ancora), saggisti (Alessandro Staiti e Maurizio Baiata che mi ha intervistato sul palco) ho parlato a lungo di rock progressivo accompagnato dalla musica del maestro Marco Lo Muscio. Di questo devo ringraziare la pianista Jolanda Dolce che si è innamorata talmente tanto del mio libro da fare di tutto per poterlo presentare al Conservatorio. Sono, quindi, più che soddisfatto al netto di talune critiche di chi avrebbe preferito un linguaggio meno scolastico e un formato più corposo rispetto alle cento pagine e poco più di cui si componeva la prima edizione.    

La copertina che utilizzi in questa occasione, relativa a “Foxtrot” dei Genesis, é stata approvata e autorizzata dall’autore, Paul Whitehead: come sono andate le cose?

È stata una scelta della casa editrice che ha poi contattato l’autore, il quale ha accettato di buon grado la proposta. Un bel colpo non c’è dubbio!

So che questa seconda edizione è stata riveduta e ampliata: in cosa consistono le modifiche apportate?

Il saggio è stato aggiornato in ogni parte, ampliato in quasi tutti i capitoli, migliorato in molti punti, e ora si presenta con circa 40 pagine in più. Ha una prefazione, oltre alla tua, del saggista Nicola F. Leonzio, un approfondimento sul Neoprogressive italiano da parte del conduttore radiofonico Max Rock Polis, una mia interpretazione della suite Supper’s Ready dei Genesis, insomma tanta roba. C’è pure un grazioso segnalibro per chi acquista il saggio e il prezzo è rimasto il medesimo, 14 euro.  

Ha cambiato etichetta per la nuova distribuzione?

Sostanzialmente Officina di Hank è la nuova denominazione di Chinaski. Non cambia nulla.

Visto il momento difficile, in cui concerti e presentazioni non sono possibili, come pubblicizzerai il libro, e come sarà possibile acquistarlo?

Purtroppo, la situazione è difficile. Io mi muovo moltissimo con i social network, e in prevendita sono riuscito a spedire già sessanta copie a chi le ha acquistate direttamente da me. Non si può fare altro fino a che la pandemia resterà con noi, speriamo il meno possibile. Dal 18 Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Rock” sarà disponibile nelle librerie, su Amazon, IBS, insomma dappertutto. 

Un’ultima cosa… so che il tuo libro su ELP è andato molto bene: che cosa hai in mente per il futuro immediato?

Anche il mio terzo libro sugli ELP (Emotion, Love & Power – l’Epopea degli Emerson, Lake & Palmer) ha dovuto fare i conti con il Covid 19. Era partito alla grande con la presentazione a dicembre nella sala consiliare di Palmanova al cospetto di Regina Lake e la famiglia Emerson al completo (e tu mi intervistasti! Che giornata memorabile!). Avrei dovuto presentarlo alla Locanda Blues a Roma in occasione di un concerto della Carl Palmer Band ma tutto è svanito a causa della pandemia. Il libro ha ricevuto consensi unanimi e sta vendendo bene nonostante le oggettive difficoltà. Per quanto concerne i miei progetti futuri, già a febbraio uscirà il mio quarto libro che stavolta virerà decisamente sull’heavy metal. I mesi di lockdown li ho passati a scrivere ecco spiegati il perché di tanta creatività!

Auguri a Fabio Rossi per questa nuovo giro di giostra…