Il rock vero, quello duro, potente, che
profuma di metallo appena lavorato, che scuote il fisico e i sensi, non ha mai
avuto l’obiettivo di inviare messaggi impegnativi, quelli compresi tra il sociale
e il riflessivo… non è una critica ma un dato di fatto. Con le dovute
eccezioni, of course.
Max Montanariviaggia controcorrente, e i risultati
gli danno ragione.
Vediamo qualche sua nota biografica:
Musicista dedito al rock, è producer
per Alkatraz Management e CEO artistico per Sounditalia Web Tv.
Performer teatrale e doppiatore, ha
all'attivo quattro album con la ex band hardrock Perikolo Generiko e du EP con
la band BGN.
Nel 2019 è diventato voce dei Cani Bagnati
(Vincitori SanRemorock 2017 e premiati miglior rock band da F.I.M.I. nel 2018)
con cui registra un album.
L’album di cui parlo oggi si intitola
"S.A.L.I.G.I.A", e si focalizza su aspetti sociali, ma…
trattati col rock in corpo!
È un progetto che avrebbe dovuto
vedere la luce quindici anni fa e che è stato accolto molto bene.
Max Montanari ha sfruttato al meglio
lo stallo dovuto all’emergenza sanitaria e ha preparato e rilasciato ciò che
era rimasto per molto tempo incompiuto; i risultati sono lusinghieri se si
pensa che la proposta, nonostante sia in controtendenza rispetto a quanto
richiesto dai gestori dei media musicali tradizionali, ha raggiunto buone
posizioni nelle classifiche europee e in Sud America.
Sveliamo l’arcano e svisceriamo il titolo, "S.A.L.I.G.I.A",
acronimo italiano utilizzato per definire l'ordine dei sette peccati capitali:
superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
Vale la pena disegnare il percorso dell’album, con una
sottolineatura per ogni step.
Si inizia con “Sogni l’eterno” (Superbia):
“Hai sognato di essere un Dio, un modello perfetto, un sorriso smagliante, un
abito elegante, ami solo come apparirai; sogni l’eterno? La tentazione è già
qua, col cuore in mano il serpente ti aspetterà…”.
Si ha da subito la certezza di essere davanti ad un power
group, e la voce di Max riporta alla nobiltà dell’hard rock, unita ai
virtuosismi chitarristici tipici del genere.
Si prosegue con “Fino in fondo” (Avarizia):
“Oggetti, sentimenti che riponi accumulandoli per il solo gusto di averli. Amanti
destinati a circondarti con gli spigoli che riempiono tutti i tuoi affetti. Fino
in fondo, godendo nel risparmio fine a sé stesso. Tu non ti spendi, accumula e
accumula… cataste di vita buttate via…”.
È il primo singolo estratto dall’album e può considerarsi
rappresentativo della produzione di Montanari, ritmo spinto da una
sezione ritmica importante, e gioco vocale contrapposto alla solista, che non
può mancare in questo tipo di proposte.
“Orgasmo telematico” è collegato alla Lussuria:
“Corpi si contraggono addosso ai sogni tuoi, è un orgasmo telematico che
senza volto ti sazierà, lungo il corpo lingue si insinuano dove vuoi, il
piacere dell’immagine che questo business ti regala…”.
Rock molto tradizionale, ritmica conosciuta sulla scia dei
maestri di sempre.
“Ti distruggerà” fa riferimento all’Invidia:
“Cerchi di essere quel che non sei e poi se lo raggiungerai lo scontento in
viso avrai. Questo malessere dentro di te divora ogni cognizione di quello che
di buono è dentro te… e ti distruggerà!”.
Un’altra rilevante performance vocale e un andamento
forsennato sono il filo conduttore di questo quarto episodio del disco.
E arriva “Niente più sa di te” (Gola): “I
media delineano le regole di questa società, che osannando il corpo all’inferno
manda già. La linea è imposta a te chiave sociale e non insegna certo a
rispettare…”
I toni si abbassano e il motore perde volutamente giri, il
racconto prevale nonostante la spinta alla dinamicità resti evidente.
“Incontrollabile” è un facile e chiaro
riferimento all’Ira: “Esplode in silenzio, ribolle ad un gesto, una
frase, un nonnulla che in quell’attimo lì, per colpa di cosa, lo infastidisce,
e poi… esploderà”.
Il rock che volge in metal mentre la band dà il meglio di sé,
coinvolgendo e lasciando il segno.
E si chiude con “Tutto è troppo dentro te” (Accidia):
“Ozio inconsapevole allentano la vita e bruciano illusioni, le risposte ai
tuoi perché. Ingordo degli impegni tuoi con un boato crollerai. Tutto è troppo
dentro te, tutto è noia dentro te…”.
Brano molto articolato, uscito anche in video, è la degna
chiusura di un viaggio senza respiro nei meandri della musica che ha nobili
padri antichi, ma giovani seguaci che diffondono il verbo.
Un disco molto deciso nel genere, apprezzabile dal punto di
vista musicale, ma con un valore aggiunto rappresentato dallo sforzo dell’autore
di correlare i sacri testi col presente, riflettendo sui difetti umani, che nel
tempo sembrano esaltarsi anziché affievolirsi, e allora anche il lavoro di un musicista
può aiutare nel porre l’accento su gli aspetti più decadenti, e se non sarà
possibile suggerire soluzioni l’opera di denuncia potrà, forse, smuovere
qualche coscienza.
Un bel progetto, fatto di sano rock, quello che non può
lasciare indifferenti!
Sono passati undici anni da quando
scrissi di un album, “Always”, proposto da Tommi, che ritrovo oggi col suo vero
nome e cognome, Tommaso Varisco.
Cantautore veneto, originario di
Chioggia, nel 2006 pubblica il suo primo album autoprodotto dal titolo “This
is how i feel”, che ottiene buone recensioni a livello nazionale.
Nel 2011 rilascia il già citato “Always”,
il cui mastering è affidato a Ronan Chris Murphy, uomo di regia per King
Crimson, Steve Morse, Tony Levin, e molti altri.
Il 2019 è invece l’anno di un nuovo
esordio nato dall’incontro con Paolo Messere, produttore della siciliana
Seahorse Recordings, che ha creduto fortemente nel progetto di “All the seasons of the day”.
Nell’intervista a seguire Tommaso ci
racconta nei dettagli il suo nuovo progetto ed è l’occasione per… parlare di
musica e comprendere i significati nascosti in ogni singolo brano.
Con il termine “cantautore” si
definisce letteralmente colui che crea e interpreta le proprie canzoni, ma il
ruolo stabilito nel passato riconduceva spesso a portatori di messaggi politici
e sociali, un marchio che nel tempo si è ammorbidito, ritrovando un significato
meno esclusivo.
Varisco naviga tra il sociale e l’esposizione
di sentimenti personali, operazione per la quale utilizza la lingua inglese, più
affine al suo essere musicista. Ne scaturisce un album intimista, che
permette all’autore di urlare un disagio, che è poi quello di tutti. Il mood è da spleen spinto, tra
ballad e rock, un modus molto “americano” di proporre musica, una dimensione in
equilibrio tra vena acustica ed elettrica. La voce di Varisco è elemento
caratterizzante e la sua capacità di modulazione appare come valore aggiunto.
Mi ha colpito una sua affermazione, una
sintesi del disco a mio giudizio perfetta: “… un viaggio senza troppe
risposte attraverso tutte le stagioni dell’animo umano…”.
Sì, un viaggio, quello che tutte le
persone virtuose compiono, ma che solo pochi riescono a fissare per sempre
rendendo condivisibile il loro pensiero.
Un album che si ascolta con grande
piacere, con sonorità che accompagnano l’importanza delle liriche e che non ha
bisogno di specifiche decodificazioni per essere apprezzato all’impatto.
Davvero un nuovo inizio per Tommaso
Varisco.
Lo scambio di battute…
Nove anni fa, in occasione del
rilascio di “Always”, conclusi la mia intervista con la seguente domanda:
“Prova ad aprire il libro dei desideri e scrivi il tuo futuro musicale da qui
al 2015”. Il tempo è trascorso inesorabile e,
in via più generale, vorrei chiederti che cosa ti è accaduto, musicalmente
parlando, da quel momento ad oggi.
Il tempo trascorre inesorabile e allo
stesso tempo se ti volti sembra non essere passato. Ha comunque e sempre nei
tuoi riguardi quella certa ineluttabile indifferenza. Tornando a noi, “Always”,
anche grazie al tuo contributo Athos, è stato da molti ben recensito. Sono
rimasto in ottimi rapporti con Donato Zoppo che, attraverso Synpress, ha
davvero svolto un lavoro egregio di promozione e ufficio stampa. Poi ho suonato
live fino al 2015, inizialmente con la band che l’ha registrato, poi in quella
che io chiamo “solitudine acustica”, in quanto preferirei esibirmi in solo
unicamente in determinate e selezionate occasioni. Purtroppo, non si riesce
sempre ad avere una tournée degna di questo nome. Nel corso di quegli anni però
ho avuto la fortuna di conoscere Marco Quaglia, aka MQX Singer, che,
apprezzando i miei lavori e gestendo la programmazione live in alcuni locali
del polesine, è riuscito a ritagliarmi ottime occasioni. Nel 2013 è nato il mio
primo figlio e ho rallentato parecchio, sia concerti che nuove registrazioni
che stavo effettuando a Chioggia. In queste ero supportato da Emilio Veronese,
anche collaboratore su All The Seasons, un caro amico che al tempo militava nei
ManzOni che uscivano per la Garrincha. Lorenzo Mazzilli è entrato nel quadro
più tardi, credo fosse il 2015/16 circa. Ho aperto grazie a lui per i suoi
Barranco e per Old Seed, artista canadese. Nel 2016 Lorenzo rilascia, sotto lo
pseudonimo di The Giant Undertow, il suo ottimo esordio “The Weak”, album
registrato dal cugino Matteo all’Anakonda Studio di Montagnana (PD). Il disco
mi risuonava così bene e la nostra amicizia andava mutandosi in stima, fiducia
e affetto reciproci, che ho deciso di registrare “All The Seasons Of The Day”
avvalendomi della sua preziosa collaborazione.
A proposito… ti ho conosciuto come
“Tommi”, ora proponi il tuo nome completo: cosa c’è dietro al cambiamento?
Quando decisi di uscire con il solo
“Tommi”, l’intenzione non era tanto quella di utilizzare l’appellativo con il
quale gli amici solitamente si rivolgono a me, ma piuttosto di azzerare ogni
riferimento riconducibile alla mia famiglia e al mio passato. Volevo per una
volta sentirmi libero da qualsivoglia legame o condizionamento culturale. Il
significato di famiglia è infatti certamente più ampio di quello a cui ci
riconduce il suo più comune uso quotidiano. Con il cognome mi riapproprio della
mia identità e dei miei affetti, senza per questo sentirmene vincolato. “All
The Seasons è per me, sotto molti aspetti, il mio primo album, una vera
rinascita e il punto di partenza. Quindi la ricerca del “nome” divenne
fondamentale. Provai ad affiancare al vecchio Tommi vari cognomi inglesi o
pseudo tali che potessero avere un senso per me. Ma il senso era lasciare il
mio vero nome e cognome. Scelta battezzata positivamente anche da alcuni amici
che hanno avuto la premura di scrivermi per confermarmelo. I loro messaggi,
inaspettati, sono sicuramente serviti a darmi le conferme di cui avevo bisogno.
Insomma, dopo tanto, forse ero sulla strada giusta.
Un anno fa hai rilasciato “All The
Seasons Of The Day”: mi parli dei contenuti lirici e musicali?
“All The Seasons…” parla di un
ventenne uscito con qualche ammaccatura dall’adolescenza. È consapevole del suo
forte, contraddittorio e forse doloroso legame con il passato. Hey d**!?! sta
infatti sia per “Hey dad” che “Hey dead”, cioè qualcosa di mortale da cui
allontanarsi. La figura del padre è il fardello che ogni nuova generazione si
porta sulle spalle. L’assurdità del vivere è presente in “September is”, una
poesia di Sara, la mia ragazza al tempo, scritta per un caro amico morto poco
più che adolescente. Si cerca allora una fuga illusoria in luoghi lontani e
solitari come evidenzia “Golden Hooks”, il cui testo è ispirato al romanzo
“Misteri” del premio nobel norvegese Knut Hamsun. La verità è che non possiamo
annullare o negare l’appartenenza al genere umano. La violenza insita in
“Flower” parla proprio di questo e le fa da solido contraltare la dolcezza
perfetta dei flauti di Enrico Varagnolo. C’è una forza che più allontaniamo da
noi più ci ritorna come un boomerang ed è, molto “banalmente”, l’amore. Anche
quando sembra prevalere la confusione o il torpore - vedi ad esempio “Big
Sleep” e “Wisdom” o il senso di vuoto a seguito dell’abbandono dolorosissimo
dell’amata di “I Still Cannot Understand” - nulla frena il nostro protagonista
dal credere che qualcosa sia ancora possibile. In questo senso “Coffee” è
terapeutica. Qualcuno che aspetta che tu torni per cantarle una canzone o bere
un caffè assieme. Ecco allora che considero “All The Seasons…” una raccolta di
canzoni alla ricerca di empatia in un mondo in cui, fin dalla notte dei tempi,
dobbiamo quotidianamente far fronte a tematiche che rimangono per loro stessa
natura irrisolte. Anche in “Afternoon”, che a tutt’oggi considero il mio brano
più intenso, se non il brano della vita, devo ammettere che tutto sembra
ridursi alla mera accettazione del destino. C’è però in questa canzone una
dignità nel proseguire a testa alta che è la risposta a tutta le altre canzoni
del disco. Dobbiamo salvare noi stessi.
Come si lega ai tuoi precedenti
lavori? Esiste una sorta di continuità?
“This Is How I Feel”, uscito nel
2006, riprende sostanzialmente le tematiche di “All The Seasons” ma è molto più
disilluso, e in questo senso intimo. È come se si fosse divenuti parte del
meccanismo, come se si preferisse vivere senza farsi troppe domande, il che in
un certo senso è anche un bene. Mentre “Always” non è il disco che doveva
uscire nel 2011. Sul finire del 2010 stavo infatti registrando un altro album
con una band che è ahimè letteralmente implosa su sé stessa. È stato un vero
peccato ma ammetto che, anche per colpa mia, pur dopo un anno in cui abbiamo
suonato e lavorato molto bene, non eravamo ancora pronti per entrare in studio.
La mia fretta di dare un seguito al mio esordio e scelte sbagliate legate alle
modalità di registrazione hanno fatto il resto. Così per non restare
ulteriormente fermo ho selezionato composizioni dal carattere più solare e
mediterraneo che meglio si adattavano alle caratteristiche della mia nuova band
e di cui in quel momento avevo bisogno.
Chi ha collaborato alla realizzazione
dell’album?
Il disco come anticipato è stato
registrato all’Anakonda Studio di Montagnana (PD) da Matteo dall’Aglio, il
quale ha anche suonato la batteria e si è occupato del missaggio e del master
finale. Lorenzo ha suonato il basso ovunque e il mandolino in “Flower”, mentre
in “Afternoon” le chitarre elettriche sono tutte sue. Sandro Lovato, mio amico
di lunga data, ha schitarrato alla grande su almeno la metà dei brani del disco
e ha contribuito non poco alla riuscita di pezzi che io reputo “difficili”,
sotto il punto di vista dell’arrangiamento, come “Wisdom”, “Lake” o “Golden
Hooks”. Emilio ha suonato la chitarra su “Flower”, altro brano “impossibile” e
lontanissimo dal rock di “All The Seasons” e ha registrato quasi la metà delle
mie tracce vocali a Chioggia nella mia casetta al mare, aiutandomi non poco nel
ricercare quell’intensità ed emozione che io credo sia palpabile in “Wisdom” e
“Coffee”. Enrico Zennaro ha suonato la chitarra solista e acustica, e ha fatto i
cori in “Coffee”, altro brano, tra l’altro in soli due accordi, che arrivando a
toccare i 12 minuti ha avuto una gestazione complessa. Di Emanuele Ricci invece
è l’assolo che sentite in “Big Sleep”, una delle cose più epiche dell’intero
album. I Flauti di Enrico Varagnolo su “Flower” invece sono arrivati
“casualmente” e a disco “quasi uscito”. Ho dovuto contattare l’etichetta e
spiegar loro che l’album non poteva ancora essere edito in quanto stavano
arrivando dei flauti meravigliosi dalla Spagna, dove Enrico vive di cui
sarebbero comunque stati felicissimi.
Il disco è stato preceduto da un
singolo focalizzato sulla violenza sulle donne: esiste a tuo giudizio una reale
possibilità per l’artista (non solo il musicista) di incidere su aspetti
culturali e sociali?
La violenza è più vicina di quanto
non pensiamo e non ti chiede mai “posso?” Ma arriva quando meno te lo aspetti,
sotto varie forme e devi farci i conti. Il video di “Hey d**!?!” tratta la
tematica della violenza sulle donne a seguito del racconto di alcune amiche
proprio nei giorni in cui stavo decidendo che direzione dare al video. Io
sostengo con estrema convinzione che l’artista debba fare il suo, come artista
e come essere umano in primis. Denunciare non è facile e si rischia il
linciaggio mediatico. La cosa più terribile è vedere donne contro donne che
hanno subito e denunciato. Lo abbiamo constatato anche questo 25 novembre,
giornata contro la violenza sulle donne. Nessuno di noi dovrebbe mai tirarsi
indietro, il disco in generale parla proprio di questo. Cerca di sensibilizzare
verso una maggiore empatia fra le persone. È sicuramente sbagliato desistere e
nascondere la testa sotto la sabbia. I cambiamenti in meglio esistono e sono
possibili, altrimenti saremmo ancora tutti schiavi. Invece in Europa viviamo
una dimensione democratica e libera, non così scontata se guardi il resto del
mondo. Inoltre, non bisogna né rifuggire, deridere o detestare la politica,
alla quale spetta decidere per il nostro futuro. Quindi trovo ridicola la
polemica su chi contesta all’artista un impegno appunto politico nel senso più
ampio del termine, perché è come dirgli di non pensare al proprio bene.
“All The Seasons Of The Day” è uscito quando
non conoscevamo ancora il Covid 19: vista la tua tendenza all’introspezione,
che nuovi stimoli hai ricevuto dall’immobilità forzata e da una situazione
tragica, senza precedenti?
Una pandemia del genere è l’occasione
che l’uomo sta avendo per rivedere molti aspetti legati alla socialità e al
progresso. Ma notiamo in tanti e con sommo rammarico come prevalga la
dimensione individualista e narcisista, una stupidità senza precedenti diffusa
e messa in vetrina nei social e in televisione. Avendo figli sono seriamente
preoccupato. Ad acuire il tutto la grave crisi economica da cui stavamo
uscendo. Certo il Covid19 è stato il colpo di grazia. La storia è ciclica e un
ritorno di qualunquismi e movimenti di estrema destra era dietro l’angolo.
Prevenire è sempre la risposta migliore. Invece come sempre abbiamo dormito
sugli allori. Già l’elezione di Biden negli States è sicuramente un buon segno.
Mi auguro che anche nel resto del mondo si abbia l’accortezza di scegliere un percorso
lungimirante, ambientalista e nel segno di una direzione comune; e che ci possa
essere maggior empatia e rispetto verso il prossimo. Partire dall’educazione a
scuola è fondamentale, cosicché (magari dico una cosa un po’ forte) i bambini
abbiamo i mezzi necessari a superare esempi sbagliati che in molte occasioni
sono gli unici che trovano in casa.
Che tipo di soddisfazioni hai
ricevuto da questo tuo nuovo lavoro?
Sono più che soddisfatto. A livello
artistico è di gran lunga il miglior disco che abbia fatto fin qua. Certo non
ha goduto di particolare fortuna vista la pandemia. Tuttavia, se ne è scritto
positivamente ed ha ricevuto articoli e passaggi radio sia in Italia che
all’estero. Purtroppo, però il Covid19 ha bloccato qualsiasi attività live, cosa
fondamentale per me che ero fermo da parecchio tempo. Ad ogni modo noto con
piacere che ancora se parla. Proprio in questi giorni ho ricevuto notizia di
nuove recensioni ed interviste pronte per essere stampate o messe in rete, non
solo in Italia. Questo mi è sicuramente d’aiuto per il proseguo della mia
avventura. “All The Seasons” è davvero un buon disco e merita di essere
conosciuto, spero quindi che dalla primavera del 2021 questo possa succedere.
Chiudiamo col futuro prossimo: quali
sono i tuoi progetti a medio termine?
Con Lorenzo e Matteo ho trovato la
dimensione giusta e stiamo registrando altri album che faremo uscire con
scadenza regolare nei prossimi anni. Al momento siamo ovviamente fermi per la
pandemia. La mia volontà rimane quella di dare un seguito ad “All The Seasons”
entro il 2021, vedremo se ce la faremo. Inoltre, spero di programmare nuove
date dalla primavera imparando anche ad utilizzare, con l’aiuto di amici più
che pazienti, i social nella maniera giusta per riuscirci.
Il periodo di clausura forzata legato
all’emergenza sanitaria ha portato ogni singola persona alla riflessione
profonda. L’anima dell’artista è esplosa a tutte le possibili latitudini e, a
maggior ragione, chi artista lo è veramente ha tratto innumerevoli spunti per
alimentare un’ispirazione non sempre limpida. Come più volte ho detto e
scritto, la fortuna di chi possiede un talento artistico (letterato, scultore,
pittore o musicista) è quella di poter lasciare traccia indelebile del proprio
pensiero, in una gamma di sentimenti che passano dal dolore alla felicità.
Questo preambolo mi serve per
introdurre il quarto album di Il Tusco,
nome in arte di Diego Tuscano - con esperienza musicale trentennale -
che con la sua band propone "Abbandonare la
città", la cui genesi è sottolineata dall’autore:
“Abbiamo registrato il nuovo disco
il primo week end di giugno 2020, in tre giorni pazzeschi, di un'intensità
magica e inquietante: uscivamo dal lockdown dovuto al Covid-19 e non ci
vedevamo da quattro mesi. Il titolo dell'album, la scelta di registrare su
nastro, le tematiche di assurda e allucinata resilienza quotidiana, la
sensazione fisica che ci sia davvero qualcosa di rotto in noi e nel mondo, la convinzione
che la musica possa ancora aggiustarlo… tutto collimava.”
Aggiunge: “Terzo lavoro con
Andromeda Relix: otto canzoni scritte in italiano e pensate in rock, senza
mollare mai.”
La prima cosa che si manifesta quando si
ascolta un nuovo artista riguarda l’esercizio automatico della comparazione, perché
l’istinto riporta sempre alle situazioni musicali più conosciute, insomma, un
porto sicuro.
La musica di Il Tusco - che non
conoscevo -, nonostante gli accostamenti nobili presenti nel comunicato stampa
ufficiale, presenta una buona originalità.
Certo, il rock e il blues non hanno
grosse vie di fuga, ma la caratteristica di questo progetto è che il sound
risulta molto "internazionale" nonostante il cantato italiano che, per aspetti
tecnici, poco si presta al rock, e nella migliore delle ipotesi riporta ai
“miti” di casa nostra, quelli che nemmeno riesco a nominare. Il motivo della
realizzazione di queste atmosfere “straniere” credo sia dovuto all’esperienza
vissuta da Tuscano con i SanniDei - una delle band simbolo dell'hard rock blues
italiano - con i quali ha realizzato sei album in quindici anni, molto
apprezzati in Inghilterra.
Dunque, un disco molto piacevole per
gli amanti del rock, direi molto tradizionale, senza la frequente fuga in metal
o derivati, un sound su cui spicca una voce incredibile per modulazione e timbrica.
Apre l’album “L’ultimo film
porno”, brano degno dell’apertura di un vero concerto -abbandoniamo un
momento l’idea di musica virtuale -, ritmo incalzante e virtuosismo chitarristico
per il racconto di un quotidiano alienante, ma… “Quando ti risveglierai
capirai che è un altro giorno…”.
A seguire la title track, superbo
rock blues che induce alla dinamicità spinta. Un’esortazione a dare una svolta
positiva al proprio percorso, fatto spesso di apparenza e di imposizioni… “Abbandonare
la città” significa in realtà uscire da schemi che altri hanno scelto
per noi, reinventando il concetto di ortodossia, idealmente diverso rispetto a
quello di chi ha programmato in nostra vece, senza chiedere il permesso di
farlo.
Il riff chitarristico di “Dolce
Sorriso” caratterizza la traccia, diventando una sorta di tormentone
musicale che penetra a fondo e stazione a lungo.
“Tutti voglio toccarti, sguardi
penetranti… languide carezze implori…” ma quello che alla fine resta è “…un
dolce sorriso…”.
“Strada contromano” è
la ballad che non manca mai in un album di sano rock.
Momento intimista, non solo dal punto
di vista musicale: “Io avevo la pretesa, di una vita come un ballo, e invece
poi la cosa mi ha imposto un altro andazzo, strada contromano quella che ho
infilato…”.
Il quinto pezzo è “Animaccia
mia”, un blues lento, storia tradizionale con protagonista un uomo e
una donna che si rincorrono: “Non riesco nemmeno a descrivere il desiderio
che annienta la mia psiche, vorrei passare la notte con te, ma inventi scuse
pazzesche perché pensi che io sia perduto senza te, ma tu non sai che io posso
aspettare che tu finisca di giocare con la mia anima…”.
Altro riff impossibile da ignorare
quello di “Mostro”: “Ma scusami un attimo, dimmi se ti sembra
il caso di ridurti così, sembra che hai buttato il viso dentro al cesso, sembri
veramente un mostro…”. Sezione ritmica sugli scudi, un rock potente nel
rispetto della tradizione e un finale dallo strumentale prolungato… un brano molto
seventies.
Con “Dosi omeopatiche”
arriva il sapore di Deep Purple anche se nella parte centrale si intravede una
buona apertura al prog.
Lirica ermetica che si presta
all’interpretazione personale, e la sintesi potrebbe condurre verso la fuga da
ogni eccesso, perché ogni cosa, assunta a piccole dosi, risulterà una
condizione di vita ideale, e anche gli amori, se tossici, possono risultare
deleteri.
A chiudere il disco un brano dal
lungo titolo: “Il trionfo di Hobbes- Nel giardino di Voltaire c’è solo
erbacce”.
“Nel contenitore della realtà, c’è
che si vale per quanto si ha…”: immagini distopiche per una scorribanda
nella psichedelia che sembra rappresenti la più reale discendenza dal tragico
momento contingente, musica immaginifica che interpreta stati d’animo che sono
condivisibili, perché frutto di esperienze drammatiche comuni.
Cos’altro aggiungere… un disco dai
tanti significati più o meno nascosti, che quando sarà ascoltato al riparo
dalla giustificata ansia del momento potrà essere giudicato, anche, solamente,
come un buon disco rock, ma ovviamente c’è molto di più!
Chi mi conosce sa del
mio amore generico per l'America.
Sono cresciuto
guardando i filmetti d'oltreoceano e la prima volta che sono stato negliUSAho
realizzato che esiste effettiva corrispondenza tra la fiction televisiva e la
realtà.
In quella
occasione, il '93, mia figlia era già stata concepita, senza che io e mia
moglie lo sapessimo, per cui anche lei era in viaggio con noi ed è questoun motivo in
più che mi fa amare quella terra. Sono conscio del
fatto che viverci non deve essere così idilliaco come in molti film, ma dopo
esserci stato più volte mi sono fatto l'idea cheper il
passante, quale io sono sempre stato, le cose negative non
emergono, mentre si rafforzano i giudizi positivi. E poi, per un
ammalato di musica è davvero una pacchia! Tra lavoro e vacanza,
mi sono imbattuto in momenti indimenticabili di cui spesso mi vanto, come fa un
ragazzino quando parla della sua nuova conquista.
Uno di questi "attimi da ricordare"
l'ho vissuto aDallas nel novembre del 97, e
nelle righe seguenti, scritte molto tempo fa, ne descrivo il motivo.
"Sono le 21 quando atterro aDallas, e passa almeno un ora prima di arrivare
all’Holliday Inn, nel pieno centro città.
Fa molto caldo,
sembra estate piena.
La prima cosa di cui
mi interesso, con l’impiegato di turno èl’esatto punto in cui
é stato ucciso JFK.
“È lontano?”
“No, vicinissimo,
segui la strada, giri a destra e troverai il “Six Floor Museum. Impossibile
sbagliare.”
Ma cosa era questo
museo? Del sesto piano?
Quelnovembre del 1963, Kennedye consorte iniziarono il corteo che sarebbe sfociato inElm Street, la strada dritta che partiva dall’Holliday Inn, per poi svoltare e ritrovarsi nellaDelaney Plaza. Nei pressi della “Collina Erbosa”, sotto alvecchio
deposito di libri scolastici, Kennedy fu ucciso da chissà chi e chissà come. Il vecchio “deposito di libri scolastici” é quello da cui, si presume,Lee Harwey Osvaldabbia sparato a JFK, appunto da una stanzetta del sesto piano.
Così decretò laCommissione Warren,incaricata
dell’inchiesta ufficiale. Questo sesto piano é ora unfantastico
museo, dove, in
tutte le lingue, si può seguire la storia di quegli anni e di quella gente. La stanza é protetta da cristalli
spessissimi, ma all’interno tutto é stato riprodotto come scoperto quel
lontano22-11-1963. Era novembre. Le scatole di cartone, destinate al
contenimento dei libri, ma utilizzate come riparo e nascondiglio da Osvald,
sembrano piazzate alla rinfusa, ma rispecchiano la disposizione originale. Giro tra le riproduzioni tridimensionali, i
quadri, i film, come imbambolato. È troppo vivo in me il ricordo
in bianco e nero di quel giorno. Il significato di quel momento era
incomprensibile per unbambino di 7 anni, eppure quella macchina, quegli
spari, quel sangue, mi é rimasto dentro, come la morte diPapa
Giovanni, comela prima
volta sulla luna, alcuni
anni dopo.
Dopo aver visto lasua tomba a
Washington, la sua dimora e quella della moglie, ora stavo
rivivendo la sua morte.Una volta uscito non
riesco a staccarmi da quel palazzo. Mi seggo sulla panchina di fronte, mi godo il
sole, e fisso quella finestra assassina... forse. Mi guardo attorno e rivedo il corteo, la
gente eccitata, in pianto dopo gli spari. RivedoZapruder, fotografo dilettante, con la sua rudimentale
cinepresa, ormai mitica e al sicuro all’interno del museo. Per tutto il giorno e quello a seguire, ogni
strada intrapresa in città, vicoli interni o vie di largo traffico, mi portano
in quel punto per me magico. Nella Delaney Plaza c’è la calamita, ed io,
metallo ferroso, non posso e non voglio opporre resistenza.
Quello è il mio posto per il fine settimana. Alla sera una concessione… solo la musica può
vincere il magnetismo di quel posto. Mi accordo con l’autista dell’hotel e mi
faccio portare ad un altroHard Rock Café, dopo quello diNew York. “Ma esisterà qualcuno che nello spazio di due giorni é riuscito a
vedere questo locale in due città così lontane?”. Sì, io. La sera finisce per strada, in una piazza
interna dove ovviamente si suona. Il giorno dopo scatta il doppio magnetismo. Sono ancora davanti al museo e sono colpito
da … spari. UnaLincoln blumi passa
davanti, e dopo alcuni colpi corre via ad alta velocità.
Ecco cosa mi manca! Sarà la solita americanata, ma non posso perdermela.
La macchina é lunga due km e la
spesa del viaggio é condivisa con altri turisti, una famiglia di tre persone. Il bambino seduto davanti, con l’autista. Io a metà e il resto dietro. Che emozione! Il giro è lentissimo e godo della vista della
città. Stiamo percorrendo fedelmente la strada di Kennedy, quel giorno. Mi sento agitato, in attesa degli spari che
presto arriveranno. Anche ora sono agitato!
Finita Elm Street
svoltiamo... ci siamo quasi… Il deposito é alla mia destra, e la collinetta é ben visibile…alcuni spariregistrati… ancora
brividi. L’auto accelera lungo laStemmons
Freeway, in
direzione delMemorial Hospital. La registrazione audio ripropone fedelmente
le sirene e i clacson del tempo, mentre la Lyncoln corre impazzita verso
l’ospedale. La cosa é talmente “vera” che la
spettacolarizzazione dell’evento passa in second’ordine. Lo speed up finisce e, mestamente, ritorniamo
verso il punto di partenza. Registro tutto il possibile e mi sento
davvero coinvolto. La radio trasmette le parole di
quel 22 novembre, con la
cadenza ed il tono appropriato. Il lutto si trasmette ai passeggeri
dell’auto. La musica di sottofondo sottolinea la
tragedia, in un crescendo che amplificherà il mio disagio. Poi all’improvviso
la calma, la quiete, il riposo… ciò che di solito segue la tempesta. E siamo tornati all’origine. Passerò le ultime ore a Dallas restando nei
paraggi, cercando di metabolizzare l’intensa esperienza appena vissuta. Come mi piacerebbe poter trasferire
efficacemente ciò che ho “sentito”, ciò che non é tangibile!
Un ultimo giro
nell’atrio del museo, giusto il tempo per acquistare il Cap del “VI FLOOR
MUSEUM “, abbinato alla T-shirt, ed un giornale / copia, con su i titoli del
giorno successivo all’attentato."
Nel filmato a seguire
è riproposto l'attimo della tragedia e in successionel'uccisione
di LeeHarwey Oswald, domenica 24 novembre,
mentre viene trasferito dalla Centrale della polizia di Dallas alla prigione
della contea, per mano diJack Ruby, un gestore di un
night club,affetto da turbe
psichiche.
A tutt'oggi non é dato di sapere
cosa realmente sia accaduto quel 22 novembre del 1963.
Il mio omaggio
odierno é dedicato alla figura diJFK, la cui morte é rimasta
impressa, in bianco e nero, nella mia memoria .
Con questo cerco lo
spunto per agganciarmi a "Happy Days",
alfumo in uscita dai tombini di N.Y.,
aiYellow Cab, ai film girati aLittle Italy,
aiGospel di Harleem, e cioè alle immagini della mia
giovinezza, verificate poi sul campo col passare degli anni.
Non ho trovato nulla in lingua italiana che possa descrivere la storia di questa band, eppure hanno dato un buon contributo alla causa...
Il gruppo fu fondato nel 1962 a
Liverpool da membri che avevano precedentemente suonato in ambiti locali.
Verso la fine del 1963 iniziarono a proporsi allo Star Club di Amburgo, e dopo un periodo di tre settimane tornarono
nel Regno Unito, stabilendosi a Londra con la Roy Tempest Organization.
Il secondo singolo, "Take
Me For A Little While" (https://www.youtube.com/watch?v=v4WcWSckAH4),
fu rilasciato per l'etichetta PYE (dopo che PYE cambiò il loro nome in
"Koobas") nel novembre dello stesso anno, un mese prima di apparire
nel tour finale dei Beatles in Gran Bretagna.
Alla fine del 1965 firmarono un contratto con Tony
Stratton-Smith, molto entusiasta di loro ma, nonostante la grande promozione,
non ebbero mai successo.
Qualche curiosità sui membri della
band…
Il batterista Tony O'Reilly si
unì agli Yes nel settembre 1968, dopo la partenza di Bill Bruford per andare
all'università, ma Bruford tornò nel novembre dello stesso anno. Ha continuato
a suonare con i Bakerloo.
Keith Ellis ha poi suonato con Van der Graaf
Generator e Juicy Lucy, mentre Stuart Leathwood ha formato il duo Gary
& Stu e successivamente ha suonato con March Hare. L'intera produzione
post-1966 del gruppo è stata ristampata in CD nel 2000 dall'etichetta Beat Goes
On.
LA BAND
Stuart
Leathwood - rhythm guitar, vocals (1962-1968; died 2004)
Roy Morris -
lead guitar, backing vocals (1962-1968)
Keith Ellis -
bass guitar, backing vocals (1962-1968; died 1978)
Uscirà il 18 novembre la
seconda edizione di “Quando il Rock divenne
musica colta: Storia del Rock”, di Fabio
Rossi, che esordì cinque anni fa con questo libro dedicato alla
musica progressiva a cui diedi un piccolo contributo con la mia prefazione.
Sarà curato dalla casa editrice
genovese Officina di Hank, riveduto e ampliato.
La nuova bellissima copertina -
tratta dall’album “Foxtrot, dei Genesis - é stata approvata e
autorizzata dall’autore, Paul Whitehead.
Sono passati già cinque anni quando,
nel settembre del 2015, uscì il mio primo libro per la casa editrice genovese
Chinaski. All’epoca non avrei mai pensato che sarebbe diventato una sorta di
“long seller”, con bei sei ristampe all’attivo. Come tu ben sai, visto che
curasti la prefazione, il saggio puntava su una scrittura accessibile a tutti,
senza la pomposità e la saccenteria fine a sé stessa che sovente
contraddistingue analoghe pubblicazioni. In effetti era nelle mie intenzioni
convincere i giovani e i neofiti ad avvicinarsi a questo tipo di musica così
fascinosa, ed è soprattutto per questo che optai per una linea essenziale, sebbene
curatissima in ogni particolare. Impresa difficile, ma quando il libro raggiunse
la prima posizione nelle vendite e book “Libri per ragazzi” di Amazon Italia compresi
che forse ci avevo visto giusto. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questo
perché, come si evince dalla retrocopertina della seconda edizione, vi sono
illustri esperti del settore che hanno usato parole bellissime nel recensire il
saggio. Dulcis in fundo l’opera ha avuto l’onore di essere presentata al
Conservatorio di Santa Cecilia dove, davanti a una nutrita platea di docenti, studenti,
musicisti (Jerry Cutillo, Claudio Milano, Tiziana Radis e altri ancora),
saggisti (Alessandro Staiti e Maurizio Baiata che mi ha intervistato sul palco)
ho parlato a lungo di rock progressivo accompagnato dalla musica del maestro Marco
Lo Muscio. Di questo devo ringraziare la pianista Jolanda Dolce che si è
innamorata talmente tanto del mio libro da fare di tutto per poterlo presentare
al Conservatorio. Sono, quindi, più che soddisfatto al netto di talune critiche
di chi avrebbe preferito un linguaggio meno scolastico e un formato più corposo
rispetto alle cento pagine e poco più di cui si componeva la prima edizione.
La copertina che utilizzi in questa
occasione, relativa a “Foxtrot” dei Genesis, é stata approvata e autorizzata
dall’autore, Paul Whitehead: come sono andate le cose?
È stata una scelta della casa
editrice che ha poi contattato l’autore, il quale ha accettato di buon grado la
proposta. Un bel colpo non c’è dubbio!
So che questa seconda edizione è
stata riveduta e ampliata: in cosa consistono le modifiche apportate?
Il saggio è stato aggiornato in ogni
parte, ampliato in quasi tutti i capitoli, migliorato in molti punti, e ora si
presenta con circa 40 pagine in più. Ha una prefazione, oltre alla tua, del
saggista Nicola F. Leonzio, un approfondimento sul Neoprogressive italiano da
parte del conduttore radiofonico Max Rock Polis, una mia interpretazione della
suite Supper’s Ready dei Genesis, insomma tanta roba. C’è pure un grazioso
segnalibro per chi acquista il saggio e il prezzo è rimasto il medesimo, 14
euro.
Ha cambiato etichetta per la nuova
distribuzione?
Sostanzialmente Officina di Hank è la
nuova denominazione di Chinaski. Non cambia nulla.
Visto il momento difficile, in cui
concerti e presentazioni non sono possibili, come pubblicizzerai il libro, e
come sarà possibile acquistarlo?
Purtroppo, la situazione è difficile.
Io mi muovo moltissimo con i social network, e in prevendita sono riuscito a
spedire già sessanta copie a chi le ha acquistate direttamente da me. Non si
può fare altro fino a che la pandemia resterà con noi, speriamo il meno
possibile. Dal 18 Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Rock” sarà
disponibile nelle librerie, su Amazon, IBS, insomma dappertutto.
Un’ultima cosa… so che il tuo libro
su ELP è andato molto bene: che cosa hai in mente per il futuro immediato?
Anche il mio terzo libro sugli ELP (Emotion, Love & Power – l’Epopea degli
Emerson, Lake & Palmer) ha dovuto fare i conti con il Covid 19. Era
partito alla grande con la presentazione a dicembre nella sala consiliare di
Palmanova al cospetto di Regina Lake e la famiglia Emerson al completo (e tu mi
intervistasti! Che giornata memorabile!). Avrei dovuto presentarlo alla Locanda
Blues a Roma in occasione di un concerto della Carl Palmer Band ma tutto è
svanito a causa della pandemia. Il libro ha ricevuto consensi unanimi e sta
vendendo bene nonostante le oggettive difficoltà. Per quanto concerne i miei
progetti futuri, già a febbraio uscirà il mio quarto libro che stavolta virerà
decisamente sull’heavy metal. I mesi di lockdown li ho passati a scrivere ecco
spiegati il perché di tanta creatività!
Auguri a
Fabio Rossi per questa nuovo giro di giostra…