Aether – III
Aether arriva al terzo album con una sicurezza che deriva dal
metodo. Il progetto nasce nel 2021 dall’incontro di quattro musicisti con
percorsi molto diversi, uniti dal desiderio di costruire un linguaggio che non
appartenga a un genere preciso. Nel comunicato ufficiale si apprende come la band
voglia “porre attenzione sull’elemento umano nell’esecuzione, sulla coralità”,
e questa dichiarazione diventa la chiave di lettura di III.
Il disco non è un concept, è un laboratorio aperto, un
repertorio che prende forma durante le sessioni del 2025 e che restituisce
un’idea di musica come organismo vivo.
Aether lavora in un territorio di confine, dove il jazz
contemporaneo incontra il progressive, l’ambient elettronica e un certo lirismo
nord‑europeo, un suono che ricorda “un incontro
tra il Progressive Rock settantiano, il Jazz nordico ed evocativo di scuola
ECM, il Dark‑Jazz moderno e il sound lisergico degli Ozric Tentacles”. È
una descrizione ampia, ma utile per capire la natura del progetto… non un
collage di influenze, ma un modo di pensare la forma musicale come spazio
aperto.
La solidità del quartetto è evidente. Andrea Ferrari
alterna chitarra e tastiere con un approccio che unisce scrittura e
improvvisazione. Andrea Grumelli usa il fretless come strumento melodico
e timbrico, non solo ritmico. Andrea Serino lavora sulle tastiere con un
senso architettonico della forma. Matteo Ravelli integra batteria ed
elettronica con una sensibilità che arriva tanto dal jazz quanto dalla
sperimentazione.
La scelta della presa diretta (“per dare più risalto alla coralità della creazione, alle dinamiche, e al fattore umano”), permette alla band di mantenere una dimensione organica che diventa parte integrante del linguaggio.
La tracklist …
Oort Cloud
Brano di apertura che definisce subito il campo: dinamiche
ampie, elettronica come elemento atmosferico, flauto come vettore melodico. Non
introduce un tema ma un ambiente. È un portale d’ingresso, non un manifesto.
Vogon
Qui Aether lavora sulla frizione tra struttura musicale e
intervento performativo. La voce di Claudio Milano non è un cameo, ma un
dispositivo che altera la percezione del brano. La musica non accompagna il
testo, lo mette in crisi.
Cinque Teintes, Quatre Cadres
La suite più complessa del disco. Non colpisce per
virtuosismo, ma per la capacità di trasformare il materiale ritmico in un
paesaggio in movimento. La poliritmia non è un esercizio, pittosto un modo per
far respirare la forma.
La Mélancolie du Petit Prince
Il brano che sospende la narrativa interna del disco. Qui
Aether lavora sulla sottrazione: piano, basso ed elettronica costruiscono un
micro‑ambiente che vive di dettagli. È il momento in cui il disco si ascolta
dall’interno.
Panta Rei
Il titolo suggerisce un flusso, ma il brano funziona
soprattutto per la sua capacità di far emergere la tensione senza mai
esplodere. Il solo di chitarra non è un climax, è una deviazione del percorso.
Swerve
La chiusura più strutturata. La suite non cita il progressive, lo metabolizza. I cambi di tempo non sono un omaggio, sono un modo per far avanzare la narrazione musicale. È il brano che più chiarisce la maturità del gruppo.
III è un disco che non cerca un’identità di genere, ma
un’identità di metodo. Aether lavora sulla coralità, sulla dinamica,
sulla relazione tra scrittura e improvvisazione. Il risultato è un album che
non punta sull’impatto immediato, ma sulla costruzione di un mondo sonoro
coerente, stratificato e riconoscibile. È un lavoro che conferma la band come
una delle realtà più interessanti nel panorama italiano di confine tra jazz,
progressive e musica di ricerca.
L'ASCOLTO…

