Delirium I.P.G. – Sesta Strada Lungo
il Tempo
L’uscita di un nuovo album dei Delirium
I.P.G. porta sempre con sé un senso di continuità e di rinnovamento.
La band attraversa cinquantacinque anni di attività con una presenza che resta
viva e riconoscibile, capace di parlare a generazioni diverse mantenendo
intatta la propria voce. Sesta Strada Lungo
il Tempo arriva in questo
percorso come un lavoro maturo, presentato in una serata intensa al Teatro Govi
di Genova che ha riunito amici, appassionati e una comunità che considera i
Delirium una parte della propria storia.
Il ricordo di Mauro La Luce, paroliere storico e
figura centrale nella loro poetica, ha attraversato la serata con una
delicatezza che ha unito passato e presente. La sua eredità resta un filo
affettivo che continua a dialogare con la musica della band, anche quando i
testi sono firmati dai musicisti stessi.
Il mio rapporto critico con i Delirium nasce da lontano. La
mia prima recensione discografica, nel 2009, fu dedicata proprio a Il Nome
del Vento. Ritrovare oggi un nuovo album in studio crea un ponte naturale
con quel momento e rende questo ascolto ancora più significativo.
Il tema del "Tempo" emerge con naturalezza dalla scrittura dei
singoli musicisti. Ogni brano porta un personaggio, un luogo o un frammento di
vita che si colloca in un punto diverso di questo viaggio. Ettore Vigo lo
descrive come un non luogo in cui convivono memoria e immaginazione, un
territorio che permette alla band di intrecciare storie diverse dentro una
cornice comune.
La “Sesta Strada” suggerisce un livello simbolico che resta
aperto all’interpretazione. Alessandro Corvaglia preferisce che sia il pubblico
a coglierne il significato e questa scelta rafforza il carattere evocativo del
titolo.
Schiavo della Viltà apre il disco con una struttura imponente. Ventidue minuti
che richiedono equilibrio, ascolto reciproco e una visione precisa. La suite
nasce da un processo compositivo rapido, quasi istintivo, e l’arrangiamento
segue un principio di essenzialità che permette al brano di respirare senza
sovraccarichi. Il risultato è un racconto musicale che alterna tensione e
aperture, con una coesione che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il
percorso.
Dal vivo la suite ha mostrato tutta la sua forza. La band ha
affrontato il brano con una concentrazione che ha valorizzato ogni passaggio,
confermando la solidità del materiale.
Il disco prosegue con una varietà che resta sempre dentro una
cornice riconoscibile.
Io Clochard porta una scrittura più diretta, arricchita dalla viola di
Giulia Ermirio e dalla voce di Alice Vigo. Il Riposo del Pirata si apre
grazie alla voce recitante di Andrea Bottesini, che aggiunge un livello
narrativo ulteriore. Della Strada il Ritorno nasce da un’intuizione
improvvisa e si sviluppa con una naturalezza che ne definisce il carattere. Parole
nel Vento chiude il disco con un lavoro corale che amplia la dimensione
emotiva.
La varietà dei brani trova una sintesi grazie alla scrittura,
agli arrangiamenti e al lavoro di produzione.
Le registrazioni e i missaggi di Jonathan Grice e il
mastering di Emanuele Cioncoloni danno al disco un suono pulito, dinamico e
attento ai dettagli. Ogni brano ha una sua veste precisa, nata in momenti
diversi ma sorprendentemente coerente. La produzione di Black Widow Records
completa il quadro con una cura grafica che valorizza il progetto.
I Delirium mantengono un equilibrio che appartiene solo a loro. Restano fedeli alla propria identità prog senza trasformarla in un limite. Non cercano svolte radicali e non ripropongono formule già percorse. Trovano invece una presenza attuale, concreta, che si inserisce con naturalezza nella loro storia.
La presentazione dal vivo al Teatro Govi ha confermato la
solidità del nuovo materiale. La sala gremita, il calore del pubblico, il coro
di Sant’Olcese, la suite eseguita integralmente, la chiusura con Jesahel.
È stata una celebrazione collettiva, un momento che ha unito generazioni
diverse e che ha mostrato una band in piena forma.
Sesta Strada Lungo il Tempo è un album che unisce maturità e freschezza, un
lavoro che guarda avanti con lucidità e che conferma la vitalità di una band
capace di attraversare un periodo lunghissimo mantenendo intatta la propria voce.
È un disco che apre nuove possibilità e che mostra una formazione consapevole
del proprio linguaggio.
I Delirium I.P.G. continuano a camminare. E questa nuova strada ha ancora molto da raccontare.
I brani (cliccare per ascoltare)
Schiavo della Viltà - 21.56
Io Clochard - 5.45
Il Riposo del Pirata - 6.00
Della Strada il Ritorno - 5.33
Parole nel Vento - 6.02
Formazione
Ettore Vigo — tastiere e cori
Martin Grice — fiati e cori
Fabio Chighini — basso e voci
Alessandro Corvaglia — voce solista, tastiere aggiuntive,
chitarra acustica, cori
Michele Cusato — chitarre e cori
Enrico Tixi — batteria, percussioni, cori
Ospiti
Andrea Bottesini - voce recitante in Schiavo della
Viltà e Il Riposo del Pirata
Giulia Ermirio - viola in Schiavo della Viltà
e Io Clochard
Alice Vigo - voce in Io Clochard e Il
Riposo del Pirata
Enrico Bianchi e Raffaella Izzo - cori in Parole
nel Vento
Banda Deliranti Cantù - supporto corale in Il Riposo del Pirata
INTERVISTA ALLA BAND
Qual è stato il momento in cui avete percepito che la serata del 22 maggio stava diventando una celebrazione collettiva, quasi un abbraccio lungo 55 anni?
Martin Grice-Quando abbiamo fissato la data del concerto, si trattava fondamentalmente di presentare il nuovo album. Con il passare delle settimane e l'intensificarsi delle prove, abbiamo iniziato a renderci conto dell'importanza dell'evento imminente. Personalmente, ho partecipato alle prove con il coro di 18 elementi, sulla cui presenza ho insistito per onorare Mauro con "Tremori Antichi". Un momento molto toccante per me, e certamente non solo per me. Tra l'altro, il coro è il "Coro di Sant'Olcese", di cui faccio parte da oltre 20 anni. Quindi "sì", immagino che sia diventata una celebrazione collettiva senza nemmeno rendercene conto.
Il calore della sala è stato evidente: come vi è arrivata questa energia
mentre suonavate?
Enrico Tixi - Vedere tanta gente è sempre emozionante, e pensare che dopo 55 anni il nostro pubblico partecipa sempre in questo modo viscerale, ha creato questa comunione emotiva che è un tratto distintivo del pubblico dei Delirium.
Come nasce l’idea di costruire un album che attraversa personaggi, luoghi e
momenti legati allo scorrere del Tempo?
E.T. - In realtà tutto si è sviluppato in modo piuttosto naturale. Ognuno ha
portato le proprie canzoni e le proprie idee e man mano che il tutto prendeva
forma musicale compiuta ci è apparso in modo netto il filo conduttore dello
scorrere del Tempo che accomunava i personaggi raccontati e che si raccontano
in prima persona nei brani.
La “Sesta Strada” sembra un luogo simbolico: cosa rappresenta per voi
dentro la vostra storia e dentro questo disco?
Alessandro Corvaglia - Se si pensa un attimo profondamente si capisce il principio ispirativo del titolo, al di là di essere “banalmente” il sesto disco in studio della band. Per cui mi piacerebbe che fosse la gente a comprendere che cosa simboleggi. Sarebbe curioso vedere cosa ci vedono gli altri (qualcuno al di fuori delle nostre conoscenze, in realtà, lo ha già capito!).
Il Tempo è il filo rosso del progetto: come si riflette nella vostra
identità artistica e nel vostro modo di comporre oggi?
E.T. - Il Tempo è un “non luogo” dove abbiamo accomunato la storia dei Delirium con quelle nuove raccontate nel disco ed è denominatore comune dei personaggi che raccontano in prima persona se stessi. A volte il Tempo assolve, in altre condanna.
"Schiavo della Viltà” apre l’album con una
struttura imponente: come si costruisce una suite così lunga, 22 minuti, e
quanto è difficile proporla live?
A.C. - Strano a dirsi ma le tessere che hanno formato questo collage sono venute tutte in tempi brevissimi, quasi che ad un mio mentale “e adesso?” partisse l’impulso per una risposta immediata. Per altro verso, di solito, quando compongo, il processo strettamente parallelo dell’arrangiamento coinvolge anche ciò che definisco la “fattibilità sul palco”. Non solo questo mi preserva da stratificazioni in studio spesso inutili ma tende a creare uno scenario in cui non siano richieste performances tentacolari e, per quanto possibile, fedeli all’originale anche se va da sé che non possono esserlo al 100% (e non è neanche avvincente che lo siano, sembra un trito playback), come ogni versione live che si rispetti. In un brano di 22 minuti la difficoltà esisterà sempre, ma con un buon allenamento diventa una… maratona sostenibile!
La resa vocale appare particolarmente intensa: come si è evoluto il lavoro
sulla voce e sui cori in questo nuovo capitolo?
A.C. - Chi mi conosce sa che, da sempre, io ho inserito delle caratterizzazioni emotive in ciò che canto. La mia (ormai quasi sepolta) esperienza teatrale o i trascorsi nelle tribute band c’entrano poco, di fatto io devo “sentire” ciò che eseguo, come se lo sentissi eseguito in un’opera cinematografica o teatrale. Questo ne fa seguire i colori con cui io tento di pennellare ogni frase, ogni verso, ogni ritornello e via dicendo. Per altro verso, ho tenuto fortemente a non essere la sola voce di questo disco, l’affresco - anche vocale - doveva essere il più composito possibile. Ecco, pertanto, la presenza dei miei compagni, di Andrea Bottesini e di Alice Vigo.
I cinque brani hanno caratteri molto diversi: come si è sviluppato il
processo di scrittura e arrangiamento?
E.T. - Volevamo un prodotto eterogeneo ma le cui sonorità fossero ben radicate nella “tradizione Delirium”. Ognuno ha portato il proprio pezzo di puzzle che una volta assemblato e arrangiato ci ha mostrato una figura musicale logica ed omogenea. Il che non era scontato ma alla fine l’alchimia ha funzionato alla grande, direi!
Quali scelte di arrangiamento, registrazione e produzione hanno definito il
suono dell’album?
A.C. - Il fatto che le varie composizioni sono venute alla luce in tempi
molto diversi fra di loro ha fatto sì che assumessero da sole la propria veste.
A nostro giudizio “buona da subito”, nessuna preoccupazione di continuità o
coerenza stilistica (eppure c’è). Dove mi sono occupato io degli arrangiamenti,
come detto sopra, è un processo parallelo alla scrittura, io “vedo” ciò che
scrivo in una ben precisa cornice. Credo sia lo stesso anche per Ettore.
Ed in assoluto Jonathan Grice, che ha profuso un impegno continuo,
professionale e attento, ha contribuito non poco all’evoluzione dei suoni
presenti in “Sesta Strada”. I compagni di Black Widow Records hanno fatto il
resto, eccellendo soprattutto quanto alla grafica dei supporti.
In che modo “Sesta Strada lungo il Tempo” dialoga con la vostra storia
musicale e con le vostre radici prog?
A.C. - Direi con perfetta aderenza. Come è stato notato in alcune fra le prime recensioni dell’album, i Delirium non hanno affatto tentato di rinnovarsi in modo rivoluzionario ma neanche si sono “autocitati”. Dal mio punto di vista era decisamente importante che la band riacquistasse una presenza concreta e precisa nel mondo Prog, dopo una parentesi che sembrava averli confinati in una sorta di “limbo” e ciò che leggo sembra confermare che abbiamo centrato il bersaglio.
Il ricordo di Mauro La Luce è parte della vostra identità: come la sua
eredità ha influenzato questo disco?
E.V. - Mauro La Luce (purtroppo mancato recentemente) è stato il nostro paroliere fin dal 1972, scrisse tutti i testi dgli album a partire da Lo scemo e il Villaggio seguendo sempre le nostre idee di conept album, per quello venne denominato il sesto Delirium (in quegli anni eravamo in cinque); i brani che lui amava in particolare sono “Tremori Antichi” (per il quale vinse anche un premio) e “Luci lontane” dall'album “Il NomeDel Vento”. In quest'ultimo album i testi furono scritti dagli autori stessi, non si tratta di un album concept ma racconti di vita tra realtà e fantasia descritti da ognuno degli stessi.
M.G.- Voglio solo aggiungere a ciò che ha scritto Ettore che Mauro non era solamente un autore di testi di grande talento, ma anche un caro amico. Ci mancherà moltissimo.
Portare per la prima volta sul palco i brani del nuovo album ha cambiato il
vostro modo di percepirli?
A.C. - Chi conosce le fatiche che stanno dietro alla realizzazione di un disco sa che si arriva ad uno stato psico-fisico paragonabile ad una gestazione e ad un parto. Si guarda alla creatura come ad un qualcosa che ancora deve definirsi completamente nei suoi lineamenti concreti. Ma quando si è sul palco diventa “una di famiglia”, senti ciò che hai creato “addosso” e ti preoccupi solo di presentarlo al pubblico, con quella differenza dinamica - data anche dall’emozione - che ne esalta i colori e la potenza.
Come avete costruito il ponte tra i brani storici e quelli nuovi nella
scaletta?
M.G. - Avendo deciso fin dall'inizio che durante i concerti (nei teatri) la suite sarebbe stata eseguita integralmente e dato che ciò significava utilizzare 22 minuti di tempo di concerto per un solo brano abbiamo dovuto essere molto attenti nella scelta dei classici da suonare. In pratica, abbiamo optato per il materiale tratto dai primi 3 album più qualcosa dall'"Era della menzogna". E poi, naturalmente, abbiamo dovuto trovare momenti e modalità giusti per mescolare il vecchio con il nuovo.
La scelta del Teatro Govi è stata naturale o cercavate proprio un luogo con
questa atmosfera?
E.T. - Tutto si è svolto in modo naturale. Il Teatro Govi ha visto diversi
concerti che potremmo ritenere “storici” nella vita della band e oltre a ciò
ben si adattava sia ad iniziare un anno importante (quello dei 55 anni di
storia dei Delirium) che a creare l'ambientazione giusta per raccontare le
nuove storie di “Sesta Strada” dando loro una cornice migliore di quella di una
tradizionale venue rock. E la scelta si è rivelata assolutamente vincente.
Dopo un’accoglienza così forte, cosa vi portate verso il prossimo capitolo artistico?
A.C. - Chi può
saperlo? Dieci anni fa non avrei mai pensato che il disco successivo a “L’Era
della menzogna” avrebbe contenuto una suite, men che mai scritta da me. È
questo il bello del vivere la Musica, dopo la nascita di un nuovo figlio lo si
porta in giro, lo si fa vedere a quanta più gente possibile e poi - ma spesso
anche durante ciò - nascono ispirazioni, idee, prospettive, storie che
diventano quadri inediti. Ironicamente “Della strada il ritorno” nasce da un
mio improvviso canticchiare mentre appunto tornavamo da un concerto tenuto
fuori Genova di cui memorizzai il riff col mio cellulare! Senz’altro porteremo
anche il frutto di ciò che questo nuovo LP ci ha fatto sperimentare, assieme a
tutti i mattoni messi su in 55 anni. La cosa affascinante è che non sappiamo
minimamente che forma avrà!


