Paul Roland – White Zombie - Realizzazione CD limitata e numerata
Dark
Companion
White Zombie è
l’album in fase di rilascio di Paul Roland,
artista britannico che ha esordito musicalmente in un periodo significativo, compreso tra
la fine degli anni ’70 e l’inizio ’80, e che nel tempo è riuscito a diventare
buon rappresentante di un filone che abbina la cultura più tradizionale ad
elementi fantascientifici, al contempo capace di far propri aspetti che trascendono la
materia e proseguono in profondità.
In questo
caso specifico, se è vero che l’idea madre reca una firma certa, la squadra di
accompagnamento, che supporta e interagisce con Roland, è tutta italiana: a
seguire i protagonisti e i riconoscimenti ufficiali.
Sono
diversi i modi che consentono la fruizione di un disco, e senza volermi
addentrare in inutili dettagli mi sento di affermare che alla piena “non
conoscenza” legata spesso al primo impatto, si può contrapporre la
consapevolezza di ciò che si sta per ascoltare, ed è questa seconda modalità
quella che considero di grande rispetto per chi crea e successivamente
condivide. E di certo è la più soddisfacente.
Il
progetto parte da lontano, dagli anni ’90, quando un giovane Roland,
affascinato dal film “White Zombie”, del 1931 - con Bela Lugosi come
protagonista -, pellicola di riferimento del cinema voodoo, inizia a scrivere le basi di quella che avrebbe dovuto essere la
colonna sonora del film. Musica perlopiù strumentale, “con canti e cori che
dipingevano la schiavitù di uomini ridotti dallo scienziato folle a zombie,
automi per aumentare la forza lavoro nelle fabbriche”. Il tutto fu abbandonato per molto tempo, ma non dimenticato.
Il nucleo
centrale è quindi composto da canti in francese-creolo, a cui successivamente
sono stati aggiunti altri brani, creati da Roland dopo l’inizio della
collaborazione con il “gruppo italiano” (Max Marchini, Paola
Tagliaferro, Alberto Callegari…).
Una storia
complessa, durata circa tre anni, di cui racconterò i dettagli nei prossimi
giorni, con l’ausilio di uno dei protagonisti.
Questa piccola
premessa è utile ad evidenziare l’entità del lavoro e la ovvia necessità di
poterlo catturare nella sua essenza, senza banalizzazioni, avendo almeno idee
basiche sugli intenti originali dell’autore.
Gli
Zombie, quelli “veri”, sono legati alla religione del vudù - un misto di cattolicesimo
e spiritismo africano - basata su elementi esoterici, sulla continua lotta tra
il bene e il male, sui rituals, la moralità e gli elementi sociali: “Vudù”
significa essenzialmente “spirito”, ed è proprio l’oltrepassare la materia che
pare contraddistingua l’intero disco e, soprattutto, l’iter creativo,
coinvolgente per tutti gli “attori”, tanto da diventare un’importante
esperienza di vita.
E’ questo
uno di quei casi in cui diventa imprescindibile l’elemento didascalico, perché
potrebbe/dovrebbe scatenare la decisa interazione e il coinvolgimento, elementi
che permettono di godere appieno di un album unico. Sì, unico!
Viviamo in
un periodo poco florido per l’industria discografica, ma anche la fase creativa
sembra essere un optional, e ciò riguarda anche i grandi della musica.
Il primo
ascolto di “White Zombie” - preceduto dalle note informative di cui
sopra - mi è bastato per dare forma ad un giudizio ben delineato che non si è
modificato dopo i successivi due giri di giostra.
La
positività del mio commento è legata alla creazione di un contenitore realmente
innovativo ancorché fatto di essenzialità, e ciò che resta nell’aria - e
perdura a lungo - è una sorta di mood magico costituito da una potente miscela
di ingredienti che non appaiono soltanto tecnici, anzi.
I ritmi
tribali (“Song Of The Black Toad”, “Ti Bon Voodoo”, “Wanga
Wanga”, “Sugar Mill Scene”, “Bitter Sleep”, “ Baron
La Croix”, “Chant Of The Black Cokerel”, “Servant Of The Spirits”)
sono esaltati da una voce caratterizzante come quella di Paul Roland - capace
di riportare indietro nel tempo ma, soprattutto, di interpretare in modo quasi
attorale la performance - coadiuvato nel compito specifico dalla “Gran
Sacerdotessa” Paola Tagliaferro (e in un caso da Anna Barbazza), ma
l’impressione è che l’incidenza dei singoli musicisti sia elevatissima, e non
mi riferisco alle particolari skills di ognuno di essi, ma all’effetto
“tassello giusto nel posto corretto” (e Paolo Tofani mi pare
l’esempio più calzante).
La tracklist:
Sono
rimasto particolarmente colpito dal brano “Wake Madelena Wake”, acustico
e piuttosto intimistico, che si diversifica dal comune denominatore
ritmico-sonoro ed esprime una pregevole delicatezza che penetra e… non ti
lascia più…
Ma è il
disco in toto che va afferrato senza sezionamento alcuno, godendo del puzzle
che qualche anima superiore ha realizzato per noi, semplici fruitori del
genialità altrui.
Un album
da condividere, nella speranza di poter assistere, prima o poi, ad un live che,
dalle premesse, appare come un’esperienza formativa.
E’ prevista anche la
realizzazione di un EP singolo, “Mambo Jo”(edizione limitata di 300
pz), che vede la presenza di due inediti, con il già citato Paolo Tofani
alla tricanta vena elettrica.
Un
ventata di aria fresca tra tante venature di grigio…
E’
previsto per domani,16
gennaio, il rilascio di “I am changing”, il ritorno
discografico del progettoAncient Veil. A breve proporrò il mio commento all’album, ma mi pare
utile presentare in anticipo il pensiero dei fondatori della band,Alessandro Serri e Edmondo Romanoche,
sollecitati dalla mia curiosità,delineano
un quadro interessante che racchiude un lungo periodo di vita e musica,
entrando nei dettagli di un lavoro a mio giudizio imperdibile, fatto di
passione, competenza, amicizia e… idee chiare.
Davvero una piacevole novità per me, che non avevo
ascoltato la produzione pregressa, diAncient
VeileEris Pluvia, e conoscevo solo
“l’ultimo” Edmondo Romano, più dedito al jazz, musica classica e tradizionale,
tutte etichette - inutili - richieste dall'ortodossia musicale, che trovano la perfetta sintesi nel "contenitore progressivo".
Ecco
cosa è emerso dallo scambio di battute…
Ath: Vorrei partire dal progetto “Ancient Veil” e da quello che lo ha preceduto,
“Eris Pluvia”: mi raccontate un pò la storia?
Alessandro: Edmondo ed io ci siamo conosciuti
in prima liceo ed abbiamo deciso di formare un gruppo, viste le molte affinità
musicali, un po' come è accaduto a molti. Fin da subito abbiamo cominciato a
sperimentare musicalmente utilizzando svariati strumenti, ad esempio io suonavo
solo la chitarra, ma ho cominciato a suonare anche il flauto traverso, ed è da
lì che è nato il nostro suono acustico che ci accompagna ancora oggi.
Edmondo: Abbiamo iniziato ad utilizzare
strumenti per noi nuovi. Io personalmente ho iniziato a suonare il flauto dolce
contralto (divenuto poi marchio di fabbrica e peculiarità dei nostri dischi)
perché semplicemente Alessandro ne possedeva uno.
Alessandro: Il nome “Eris Pluvia” nasce quasi
per caso. Un pomeriggio mentre piove registriamo un’improvvisazione con due
flauti suonati dentro l'atrio del portone della nostra sala prove.
Edmondo: Possediamo la registrazione di
quell’improvvisazione (come tantissimo altro materiale di quegli anni).
Arrivato a casa faccio ascoltare il brano ai miei familiari ed io e mio padre
inventiamo il nome. L’utilizzo del latino non era per noi cosa nuova, perché
nella primissima formazione utilizzavamo questa lingua per i nostri testi.
Alessandro: Da questa improvvisazione parte
il progetto “Eris Pluvia”, che sarà anche un quadro di Francesca Ghizzardi e
successivamente una performance teatrale. Dopo anni, cambiando diverse formazioni
si arriva nel 1990 alla realizzazione di un demotape intitolato “Pushing together” e subito dopo nel 1991
per l’etichetta francese Musea esce “Rings
of earthly light”, quasi interamente composto da me e da Edmondo.
Edmondo: Il lavoro ottiene moltissimi
riconoscimenti internazionali nell’ambito del new progressive, divenendo un
piccolo disco di culto. E’ stato ristampato moltissime volte nel corso degli
anni in differenti versioni (russa, polacca, giapponese, coreana…) e ci ha
permesso di prendere parte a numerosi festival progressive.
Alessandro: Poco dopo l'uscita del CD io
lasciai il gruppo per problemi personali e cominciai a dedicarmi a nuove
composizioni. La band proseguì con Edmondo, ma anche lui da lì a poco decise
nuovamente di unirsi a me per continuare quanto era stato interrotto. Pronti a
ripartire con un nuovo CD come Eris Pluvia, siamo stati bloccati dai vecchi
compagni che decisero nostro malgrado di tenersi il nome. Solite storie anche
queste. Nonostante questo ostacolo decidemmo di creare un nuovo progetto ed
insieme a mio fratello Fabio abbiamo dato vita a Ancient veil, così nel
1995 pubblicammo per la Mellow Records
il CD omonimo. Dopo aver preso parte a diverse compilation - tributo sempre per
la Mellow Records -, per parecchi anni ognuno di noi ha preso una strada
diversa, fino al momento in cui non abbiamo deciso di riunirci per questo nuovo
lavoro.
Ath: Sono
abituato a vederti (Edmondo Romano) sotto una vesta molto specifica, in un
ambito che passa dalla musica tradizionale al jazz, attraverso l’utilizzo dei
tuoi fiati. “I’m changing” mi ha fatto scoprire nuovi amori in un campo dove
regna la massima libertà di
espressione, quello della musica progressiva: da dove nasce questa tua
passione?
Edmondo: Sono cresciuto in un
ambiente familiare molto creativo, padre scrittore e critico teatrale, madre
pittrice e creatrice di performance. I miei genitori erano giovanissimi,
avevano appena vent’anni e in casa mia erano sempre presenti attori, registi,
musicisti, ballerini… la musica era importante in ogni momento della giornata.
Si ascoltava musica classica, musica antica, jazz e mio padre in particolare
comprava tutti i dischi dei Beatles, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull,
Emerson Lake and Palmer, Leonard Cohen, Tangerine Dream, musica jazz… solitamente
il giorno di uscita, sono quindi cresciuto naturalmente immerso in questo
genere, difatti quando più avanti ho conosciuto amici come Alessandro Serri,
Fabio Zuffanti ed altri ai quali tutto musicalmente sembrava nuovo, per me
invece molti ascolti facevano già parte del mio bagaglio culturale. Con Fabio e
Alessandro abbiamo nel tempo attivato
uno scambio di dischi davvero imponente, ricercando davvero tutti i meandri
esistenti della musica progressive e sperimentale, comprando dischi,
scambiandoli, ma dobbiamo davvero ringraziare l’enorme fonte di vinili che ci
prestava o vendeva lo zio di Alessandro Serri, davvero un divoratore di musica
a tutto tondo. Comporre musica è stato un passo semplice e naturale. La mia
principale attività dai dieci anni in poi è sempre stata quella di ascoltare
musica, suonare e comporre (non che ora la cosa sia molto cambiata). Sono
quindi sempre stato un onnivoro musicale, ascolto ogni autore scriva e componga
con totale dedizione e sincerità, libero da schemi di “moda e modo”, e la
differenza si avverte eccome. Mi fa piacere dire che questo, per ironia della
sorte sia il CD numero 100 al quale prendo parte, e proprio assieme a molti
musicisti con i quali ho iniziato.
Ath: Mi raccontate l’anima dell’album?
Alessandro: Questo album raccoglie alcun
brani tra i numerosi da me scritti in questi anni. Ho messo assieme momenti
compositivi differenti: i primi anni degli Eris pluvia (Chime of the times) la fine degli anni ‘90 (I am changing) e gli ultimi periodi (Bright autumn dawn). Il risultato, pur essendo eterogeneo, segue
comunque un filo logico musicale che lo rende molto simile ad un concept album,
pur non portando avanti un'unica storia. Fondamentalmente sono andato molto a
gusto musicale e sia Edmondo che Fabio mi hanno aiutato nella conclusione degli
arrangiamenti e nella fase di produzione musicale ed artistica.
Ath: Possiamo
considerarlo legato in qualche modo alla vostra produzione precedente?
Alessandro: Assolutamente si. Sono passati
più di venti anni ma é come se questo silenzio non ci fosse mai stato. Ci siamo
semplicemente ritrovati, ed abbiamo ritrovato lo stesso feeling dell'epoca e la
stessa voglia di fare musica insieme.
Edmondo: Credo che quando si inizia con
passione e sacrificio a scrivere musica assieme da giovanissimi, nasca
un’alchimia difficile da spezzare o interrompere. Il nostro lavorare è nato da
una forte voglia di comunicare la nostra musica, e per quanto questa fosse poi
catalogata “dagli altri” in un genere ben preciso come il progressive rock, per
noi era qualcosa di unico, e devo dire che in parte questa cosa siamo riusciti
a comunicarla. Il suono che scaturisce dal lavoro di Alessandro e mio è
riconoscibile, non ha importanza che piaccia a tutti o che tutti ne condividano
le scelte compositive, ma è riconoscibile, quindi personale, e in un mondo di
musica catalogata solo per generi, di cover band impersonali (fenomeno
inesistente solo pochi anni fa perchè da tutti noi ritenuta espressione priva
di valenza artistica), dove un algoritmo come quello di Spotify ti consiglia
cosa ascoltare e tutti si rifanno a canoni passati… avere da molti anni un
suono riconoscibile è sicuramente la migliore moneta che potessimo ricevere in
cambio.
Ath: Chi
vi ha aiutato nella realizzazione dell’album? Chi sono i compagni di viaggio?
Edmondo:
ci siamo
sempre avvalsi di musicisti amici, questo lavoro ne racchiude di nuovi e di
“vecchi”. La cosa più interessante è che in questo “I am changing” abbiamo rilavorato con alcuni compagni che con noi
avevano realizzato “Rings of earthly
light”, o che comunque avevano fatto parte degli Eris pluvia, per esempio
Valeria Caucino alla voce, Martino Murtas e Daviano Rotella alle percussioni,
Mauro Montobbio alla chitarra. Abbiamo curato direttamente noi le registrazioni
nei nostri rispettivi studi, io poi ho realizzato mix e mastering.
Alessandro: Sono tanti gli amici che ci hanno
aiutato, ed ognuno di loro lo ha fatto con il cuore, per questo motivo siamo
loro profondamente grati. Trovo giusto citarli tutti: John Bickham e Anna Marra
alle voci, Massimo De Stefano al pianoforte, Marco Gnecco all’oboe ed al corno
inglese, Sirio Restani alla english concertina, Elisabetta Comotto al flauto
traverso, Roberto Piga al violino ed alla viola, Stefano Cabrera al
violoncello, Stefano Marazzi alla batteria.
Ath: Mi
parlate dell’artwork del CD, elemento basico per un lavoro prog?
Edmondo:
Ho sempre curato io la parte grafica dei miei
lavori (sin dal mio primo CD, proprio il citato “Rings of earthly light” degli Eris Pluvia) non solo per l’aspetto
creativo ma anche nella parte esecutiva. Per questo lavoro ho scelto due
dipinti di Francesca Ghizzardi che, a parte essere mia madre, è una pittrice
che io stimo molto per la sua forza d’immagine, profondità e capacità di
comunicazione. Dipinge dagli anni ’60 e la sua produzione è vastissima. I suoi
quadri li ho sempre trovati molto affini al mondo dei suoni e della musica,
come a mio avviso si può vedere e provare osservando la copertina di questo “I am changing”.
Ath: Come
nasce la collaborazione con la Lizard di Loris Furlan?
Alessandro: Grazie al consiglio del nostro
amico Fabio Zuffanti che ci ha parlato di lui. Lo abbiamo chiamato al telefono
e ci siamo trovati subito in perfetta sintonia su tutto!
Edmondo:
Loris a me
ricorda i “veri produttori di una volta”, quelli che credono fortemente in un
progetto, attenti alla realizzazione di un CD. Quei produttori che investono in
passione e che mettono a loro agio economicamente gli artisti, cosa a mio
avviso davvero rara di questi tempi. Oramai molti “produttori” distribuiscono
in modo meccanico i vari CD che producono, recuperando direttamente dagli
artisti le spese vive sostenute per la stampa
con la famigerata formula delle “copie in obbligo di acquisto”, cioè il
gruppo si ritrova obbligato a comprare un certo numero di copie per una cifra
che corrisponde alle spese di produzione, in questo modo il produttore non ha
corso nessun rischio economico. La mia esperienza mi ha fatto notare che questo
tipo di rapporto crea una situazione di lassismo produttivo e l’assurdo
risultato di disparità d’investimento delle parti: l’artista impiega
creatività, passione, tempo, denaro… e segue ogni fase di realizzazione del CD;
il produttore svolge l’attività di semplice intermediario. Siamo d’accordo che i
dischi non si vendono più, allora forse bisogna produrne meno e scegliere con
più coraggio quali “lanciare”. Nei creativi anni ’70 i mostri sacri del
progressivi (e non solo) sono nati grazie alla totale sinergia
artista/produttore, dove il produttore credeva e quindi rischiava insieme
all’artista. Forse non tutto era così, ma in molti casi questo avveniva.
Ath: La produzione di musica progressiva - ma non solo -
è sterminata: in che cosa si differenzia “I’m changing” dalle altre proposte,
secondo voi?
Edmondo:
Credo che indifferentemente dalla forma d’arte o dal genere
l’unico modo per “differenziarsi” sia essere sinceri e se stessi, senza
preoccuparsi delle mode o delle formule, dei canoni e neanche del fatto di
“differenziarsi”. L’arte non è espressione egoica del proprio Io, ma ricerca
umile del proprio profondo. Van Gogh, Klimt, Beethoven, Steve Reich, King
Crimson, Marina Abramovic, Stanley Kubrick… non si ponevano il problema
d’essere omologati o di piacere, casomai era il contrario, ricercavano il più
possibile se stessi e quindi di conseguenza divenivano anche naturali
innovatori. Anche seguendo questo percorso si può assomigliare a qualcosa di
già esistente, ma noi siamo naturale conseguenza di tutto ciò che è stato
creato.
Alessandro:
Non ė per
niente facile differenziarsi, il tentativo che facciamo ė quello di non copiare
nessuno e di proporre quello che sentiamo e che ci piace. Cerchiamo il più
possibile di usare strumenti acustici e di metterci in gioco, naturalmente,
così come siamo. In tutti i modi spero che arrivi all'ascoltatore la sincerità
e la gioia con cui tutto ė stato fatto
Ath: Sono
state pianificate date di presentazione del disco?
Edmondo: Sì, abbiamo deciso dopo 25 anni di riaprire
assieme l’attività concertistica. Io Alessandro e Fabio stiamo mettendo in
piedi un gruppo formato da musicisti professionisti tra Genova e Milano e con
loro vorremmo iniziare una tournèe nei luoghi dove questo genere musicale ha
ascolto, sale da concerto, Festival… Faremo sicuramente una data di
presentazione a Genova, la nostra città, a La Claque venerdì 12 maggio, un
concerto che vedrà la partecipazione di molti ospiti anche storici. Quindi… se
volete contattarci per suonare dal vivo, noi ci siamo.
Ath: Quale
potrebbe essere il futuro prossimo di Ancient Veil?
Alessandro:
Come dicevo
prima, abbiamo molti brani inediti, speriamo quindi di poter proseguire il
discorso senza fermarci come ė successo in passato.
Edmondo: Sicuramente il percorso non finisce qui, sono
certo che in tempi brevi daremo alla luce un nuovo lavoro discografico, ci
stiamo già pensando… per ora tutto è segreto.
Paolo Siani & friends ft Nuova Idea – “Faces with no traces’’
Black Widow Records (CD/LP)
E’ da poco uscito il secondo album diPaolo Siani ft Nuova
Ideadal titolo "Faces With No Traces", mentre un terzo è già in cantiere, e questa attività senza sosta si riallaccia probabilmente ai contenuti dell’album che presento
oggi.
Paolo Sianiha una storia
importante alle spalle, legata ad un rock preciso degli anni ’70, periodo in
cui militava in una band divenuta storica, laNuova
Idea.
Il tempo è passato inesorabile, ma i vecchi compagni di viaggio,
uniti a quelli più recenti, contribuiscono in modo sostanziale alla riuscita di
questo album. Per non dimenticarne alcuno, a fine post sono riportati i
crediti, e molto altro.
Il pensiero di Siani, evidenziato nell’intervista a seguire,
chiarisce il motivo per cui è questo il momento giusto per non fermarsi,
condizione che va oltre le ovvie passioni musicali: il tempo fugge, scorre ad
una velocità insopportabile, e urge quindi lasciare qualcosa di concreto, un
messaggio, un’idea, un’esperienza, tutte cose possibili e plausibili solo nel
momento della maturità.
Ecco come mi appare‘’Faces
with no traces’’,un bel
disco che mi rifiuto di incasellare in uno spazio precostituito, anche se i protagonisti del progetto
forniscono indizi precisi.
Sono otto i brani, che si dipanano su circa quarantacinque minuti
di musica, a cui occorre aggiungere tre importanti bonus track.
Il contenitore è molto vario, partendo dal misticismo introduttivo
provocato dal duduk(strumento
tradizionale armeno) suonato daGevorg
Dabaghyanper arrivareal momento acustico,“No one’s born a hero”, che
vede la presenza diPaul
Gordon Manners.
Si prosegue con la parte più “dura” ed elettrica, quella di‘’Welcome Aboard’’, che
vede in prima lineaRoberto
Tiranti, faseche
arriverà all’apice con ‘’Rockstar’’, traccia impreziosita dalla chitarra
di da Ricky Bellonie
dal virtuosismo del giovanePaolo
Tognazzi.
E’ con“Black
angel’s claws” che Paolo Siani inizia a proporre la sua voce,
avvalendosi della collaborazione di Guido Guglielminetti al
basso. Il brano è anche oggetto di due bonus track, nate nei prestigiosi Abbey
Road Studios di Londra, frutto della collaborazione tra Leeroy
Thornhill (X The Prodigy) e Alessandro Siani.
Ad ampio respiro la suite“Free
the borders”,che prevede
la partecipazione delCoro
polifonico “Nuova armonia”, costituito da 40 cantanti femminili.
Una vera chicca è rappresentata dalla riproposizione di un vecchio
blues dei Quatermass, gloriosa band seminale nata a fine anni ’60 e scemata in
breve tempo, anche se il loro album d’esordio è rimasto nella storia: “Post
war saturday echo’’è
il titolo del brano, reso incredibilmente “vivo” dalla voce diTiranti, dall’hammond diGiorgio Usaie dal pianoforte diMarco Zoccheddu.
Con “Three Things”Paolo Sianisi mette completamente a nudo,
attraverso un video del bravoMatteo Malatesta, che mette in
rilievo il toccante momento autobiografico; il video è l’oggetto di una dellebonus
track.
Con il pezzo finale, lo strumentale‘’Eriu’’, si arriva in
Irlanda, in un’atmosfera magica creata dalla dagli archi diStefano Cabrera.
Una bella varietà di sonorità, impreziosita da una grande squadra
al lavoro, ma ciò che dovrebbe emergere sono i messaggi, gli intenti che Paolo
Siani ha elaborato in due anni di impegno, lontano dall’idea di creare un disco
come richiesto dal mercato - ammesso che ormai questi canoni esistano - ma
concentrandosi sui bilanci di vita, perché arriva il momento in cui tutto
appare più chiaro, quando sembra di possedere risposte quasi certe, e diventa
quasi un’urgenza condividere il proprio vissuto, quasi un atto morale e quindi
doveroso. Essere musicista fornisce questa prerogativa, avere nelle mani la
possibilità di lasciare il segno, e per sempre.
Per poter entrare nel profondo di“Faces with no traces" occorre un po’ di tempo, ripetuti
ascolti e magari l’aiuto del booklet, davvero bello ed esaustivo. Ma molto più
semplicemente lo si può ascoltare lasciandosi andare, godendo dei mutamenti all’arrivo di ogni singolo episodio; i cambiamenti presuppongono coraggio o
necessità, forse entrambe le cose: Paolo Siani può, probabilmente, spiegarci
molte cose sull’argomento!
La motivazione in più...
Come
per l’album precedente, ‘’Castles, wings, stories and dreams’’, insieme
a tutti i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione di ‘’Faces with
no traces’’Paolo Siani
raccoglierà fondi destinati all’Ospedale Pediatrico G. Gaslini di Genova, un
centro di eccellenza che ospita piccoli e sfortunati pazienti provenienti da
tutta Italia e non solo.
L’INTERVISTA
E’
da poco uscito il tuo album ‘’Faces with no traces’’: mi descrivi l’anima del
progetto?
Difficile
parlare delle cose che escono dalla tua ispirazione e che hai la fortuna di
diffondere fuori dalle mura di casa tua. Potrei rispondere dicendo che l’anima
del progetto è la mia passione per la musica e la continua gioia che mi crea
scriverla.
So
che il disco ha avuto una discreta gestazione: da dove sei partito e come è
nata l’ispirazione?
Due
anni ci ho messo a mettere insieme i brani di ‘’Faces’’: considera che per ogni
brano scrivo la melodia, l’armonia, l’arrangiamento dove suono tutti gli
strumenti e, naturalmente, il testo.
Gli
ospiti sono tanti, alcuni dei quali tuoi compagni nel percorso musicale di una
vita: mi parli della squadra che ti ha dato ausilio?
Questo
è l’aspetto più gratificante del mio lavoro. Una volta terminato un brano lo
immagino suonato dal vivo e cerco gli amici che ritengo possano accrescere il
valore del brano stesso con la loro bravura e professionalità; anche lo scambio
di files via web richiede tempo ma il risultato finale, senza falsa modestia, è
comunque davvero appagante. La
voce di Roberto Tiranti (oltre che la sua amicizia), gli assoli e la
personalità di musicisti quali Carlo Marrale, Marco Zoccheddu, Ricky Belloni,
Giorgio Usai, Guido Guglielminetti, il Maestro armeno Gevorg Dabaghyan giusto
per citarne alcuni, sono fondamentali per il suono finale dei miei brani.
La
sensazione che ho avuto dopo il primo ascolto è quella della realizzazione in
musica di un bilancio di vita, una vetrina in cui emerge la saggezza derivante
dall’esperienza? Ti ritrovi un po’ in questa immagine?
L’immagine
di cui parli è senza dubbio il miglior complimento che tu possa farmi; tranne
qualche volta in passato, non ho mai cercato il riff ‘ruffiano’ per andare
incontro all’audience; piuttosto i miei testi sono l’espressione più sincera di
quello che, alla mia età, rappresentano di più il mio modo di vivere e sentire
le cose che ho intorno. Questo mi rende davvero libero di esprimermi al meglio,
senza condizionamenti di nessun tipo, grazie anche alla lungimiranza della
Black Widow Records che mai e in alcun modo ha posto delle condizioni nel
compilare un album.
Come
nasce l’idea di utilizzare un vecchio blues dei Quatermass?
Quasi
per caso, nel senso che stavo ascoltando musica dei ’70 su youtube e, quando ho
sentito il blues dei Quatermass sono rimasto folgorato, anche considerando le
abilità vocali straordinarie di Tiranti.
E’
ipotizzabile una riproduzione live che possa vedere buona parte degli artisti
presenti nell’album?
E’
il mio sogno da sempre, ma molto difficile da realizzare con i pochi mezzi che
oggi sono a disposizione dei musicisti; viviamo un periodo di grandi
ristrettezze economiche ma non dispero di trovare un produttore che sia in
grado di organizzare una tournèe che possa definirsi tale, che immagino si
possa fare nei teatri di tutta Italia e non solo. A questo proposito posso
confessarti che sto scrivendo ‘’la sceneggiatura’’ (passami il termine) di un
concerto che, oltre alla musica, contenga altri aspetti multimediali.
Come
hai già anticipato l’album è nuovamente prodotto da Black Widow: in che formati
è fruibile?
La
Black Widow Records dapprima ha stampato il CD che contiene due tracce ROM
(ascoltabili e visibili solo da computer). Poi è uscito il vinile a 33 giri
‘standard’ e in questi giorni è uscito il vinile a 33 in versione Limited che
contiene oltre a gadgets di vario tipo anche un 7’’ con il Remix di Alessandro
Siani e Leeroy Thornill (X-The Prodigy) e masterizzato agli Abbey Road Studios.
Molto
suggestivo l’artwork: lavoro di gruppo o c’è solo la mano di Pino Pintabona?
Non
ho dubbi nel rispondere a questa domanda: tutto merito di Pino Pintabona che ha
scelto il grafico, l’impaginazione, il tipo di cartoncino, le foto e
quant’altro; io mi sono semplicemente limitato a dare la mia sincera opinione
durante tutte le fasi della elaborazione. Niente di più anche perché ritengo
che ognuno debba fare il proprio lavoro con uno spirito di squadra molto
intenso e piacevole.
Nel
CD si trovano anche tre bonus, uno è un bellissimo video realizzato da Matteo
Malatesta: quanto ti soddisfano gli aspetti visual nel tuo lavoro?
Matteo,
vero talento genovese, ha realizzato tre prodotti ‘visual’. Il primo è il video
di ‘’Three things’’ che ritengo molto
coerente con le tematiche del breve testo e anche molto coerente con me. Poi ha
realizzato un video con il remix di cui ho parlato prima con mio figlio
Alessandro e Leeroy Thornhill e infine un trailer vero e proprio, con la
presentazione di tutti i brani dell’album in forma sintetica ed efficace;
questo mondo tra l’altro è un po’ lontano da me che preferisco concentrarmi
sulla realizzazione del programma musicale ma riconosco senza difficoltà che è
un veicolo importante per la promozione del mio album.
Nelle
restanti bonus tracks (remix di uno dei brani del disco) si inseriscono due
elementi importanti, tuo figlio Alessandro e… gli Abbey Road Studios:
raccontami…
Alessandro
è molto amico del grande Leeroy: di sua iniziativa ha ascoltato i miei brani,
ne ha scelto uno (Black Angel’s Claws)
e l’ha proposto per un remix a Leeroy appunto, che ha accettato di buon grado.
Il risultato del loro lavoro, secondo me, è di assoluto valore e modernità,
molto potente e originale. Per quanto riguarda gli Abbey Road Studio e chi ha
fatto il mastering (Mr. Geoff Pesche) ti dico solo che non sono riuscito a
trattenere le lacrime (di emozione) per aver potuto entrare negli studi più
famosi del mondo e lavorare con professionisti che senza dubbio rappresentano
il top per preparazione e professionalità.
Nelle
note del CD ho trovato, ancora una volta, una citazione dell’Ospedale Gaslini
di Genova: la solidarietà è ormai una costante nella tua attività di musicista…
Io
ritengo di essere un uomo fortunato (nonostante le avversità e le contrarietà
che mi si sono poste davanti durante il corso della mia vita) e credo che sia
un dovere ancor prima che un piacere prendersi carico di problemi che
riguardano i più piccoli e i più sfortunati, non è sufficiente che il musicista
se ‘’la tiri’’ da filosofo di serie B e che denunci i problemi dal suo eremo
senza mai affrontarli in prima persona, senza farsene carico.
Che
cosa ci si può aspettare da Paolo Siani per il prossimo futuro?
Ultimamente
sento il passare del tempo percorrendo una discesa sempre più ripida. Questa
premessa per dire senza falsa retorica che sento la necessità di correre sempre
più in fretta. Entro un mese o due registrerò in presa diretta l’ottavo brano
del mio terzo album; sì, proprio così, gli altri sette li ho già quasi
ultimati. Mi piacerebbe eguagliare i tre LP’s fatti dalla Nuova Idea negli anni
’70; ci saranno concerti ma solo alle condizioni che ti ho detto prima, e poi
toccherà alla realizzazione della colonna sonora di un film mai girato.
Consentimi di mantenere un po’ di riservatezza a questo proposito. GRAZIE.
TRACK LIST:
No One’s Born a Hero 5:51
Welcome Aboard 4:09
Black Angel’s Claws 6:40
Free the Borders 6:35
Rock Star 5:06
Post War Saturday Echo 7:25
Three Things 4:26
E’riu 6:22
Bonus CD ROM Tracks:
Three Things official Video
Black Angel’s Claws Remix
Black Angel’s Claws Remix (instr.)
LINEUP
Marco Abamo-el
guitar
Ricky
Belloni- el guitar
Marco Biggi-percussions
Federico Buelli-sax
Stefano
Cabrera-strings arrangement
Andrea Calzoni-flute
Gevorg
Dabaghyan-duduk solo
Diego &
Fabio Gordi-choir arrangement
Guido
Guglielminetti-el bass
Paul Gordon
Manners-ac guitars & lead vocal
Carlo
Marrale-ac & el guitars
Giangiusto
Mattiucci-mellotron
‘’NUOVA ARMONIA’’ choir conducted by M° Maurizio Ramera
Laura
Capretti-soloist
Eva Feudo
Shoo-cello
Roberto
Tiranti-bass & lead vocal
Paolo
Tognazzi-hammond organ
Giorgio
Usai- hammond organ
Paolo
Vacchelli-el guitar efx
Marco
Zoccheddu-el piano & accordion
Mix Engineers: Marco
Biggi & Marco Abamo at BMA Studio – Genoa Except for ‘’No one’s born a
hero’’ recorded &mixed at Falcon
Studio – Montefiore Conca
Mastering: Elettroformati
– Milan
Engineer
Alessandro ‘Gengy’ Di Guglielmo except for ‘’Black angel’s claws’’
mastered at Abbey Road Studios by Geoff
Pesche
Cover design: Alberto
Boldrini
Executive producer for Black
Widow Records: Pino Pintabona
Black angel’s claws Remix: L R P Thornhill
& Alessandro Siani - Mixed at Fonologie Monzesi Studio – Monza by Max
Faggioni
Mastered at Abbey Road studios – London - by Geoff
Pesche
Thanks to:
Embassy of Armenia - Rome,
Armenian Cultaral Center in Venice Mr.
Minas Lourian. Alessandro Siani for artistic supervision, Cavalli Musica.