sabato 17 settembre 2016

Prog To Rock: commento alla prima serata, il 15 settembre


Il Prog To Rock di Torino arriva alla seconda edizione e ancora una volta sono stato testimone della serata di apertura - il giorno 15 settembre - l’unica che posso commentare.
Lo Spazio 211 si presta ai raduni e alla socializzazione, ma l’aver iniziato un giorno prima rispetto allo scorso anno, giovedì anziché venerdì, ha probabilmente limitato il numero dei presenti, molti dei quali sicuramente attratti dalla serata di calcio europeo.

Ma alla fine si registra un pubblico di qualità, anche se l’incremento numerico avrebbe aiutato la causa, la raccolta fondi della Croce Rossa Italiana per i recenti terremotati di Amatrice e dintorni:


Driver del progetto, ancora una volta, Adolfo Pacchioni, motore dell’iniziativa, l’uomo da ringraziare, assieme ai suoi collaboratori.

Da segnalare qualche differenza organizzativa, come l’aumento sui due lati di quel palco che lo scorso anno non riuscì a contenere le tastiere dei New Trip. E poi il non utilizzo, in questa occasione, dello spazio aperto, che nella prima edizione era stato sfruttato per il merchandising (ma il bollettino meteo non avrebbe permesso alcun rischio!) e per la cena dei musicisti.

Programma musicale in ogni caso nutrito, con headliners dei giorni a seguire del calibro di Zuffanti & ZBAND (venerdì) e UT NEW TROLLS - preceduti dai TRIP di Pino “Caronte” Sinnone - nella giornata conclusiva.

Ma occorre focalizzarsi su ciò che si è visto, e il cibo musicale di serata proponeva l’apertura con i savonesi Nathan, freschi di album (Nebulosa), che riescono a proporre solo in parte, per mancanza di tempo, ma tanto basta per scaldare il pubblico, un audience che non li conosceva e che quindi ha apprezzato - in modo caloroso ed evidente - senza una preparazione preventiva, a testimonianza di come la band abbia azzeccato la strada giusta dopo tanti anni di gavetta.
Ho avuto modo di assistere alla loro evoluzione live, da aprile ad oggi, e il sound che riescono a proporre attualmente è notevolmente maturato, dopo un normale rodaggio da palco.
La formazione prevede:  
Bruno Lugaro (voce e basso), Piergiorgio Abba (tastiere), Daniele Ferro (chitarre), Fabio Sanfilippo (batteria), Mauro Brunzu (basso) e Monica Giovannini (cori).

La scaletta di serata: La notte prima, Diluvio, Nebulosa, A ferro e fuoco, Il tempo dei Miracoli, L’attesa, Il fiume sa.

Qualche minuto di video per sintetizzare la loro performance...



La seconda band ad esibirsi, i Malaavia, è un ensemble di lungo corso - la nascita risale al 1998 -, che vede la presenza di uno dei membri fondatori, il napoletano Pas Scarpato, ormai in pianta stabile in quel di Bergamo.
Ho avuto un unico incontro con la loro musica, ma è di quelli che contano.
Estate 2004, gli YES suonano a Voghera preceduti dalla PFM.
Ma il primo gruppo che trovo nell’occasione, su di un palco decentrato, sono appunto i Malaavia che presentano un ospite di tutto rispetto, Tony Pagliuca.
Da allora ne ho perso le tracce, e me ne dolgo, perché ciò che ho sentito a Torino mi ha davvero incuriosito. 
Se è vero che l’aspetto etnico è radicato nella loro filosofia musicale - nel rispetto della tradizione - esiste una forte componente innovativa, una sperimentazione che conduce a una sana contaminazione, tanto che viene da chiedersi quali siano i modelli di riferimento. 
Il gruppo visto all’opera è un mix che prevede anche una buona miscela anagrafica e una discreta dose di serenità musicale, un contenitore regalato quasi sottovoce, forse per la convinzione che le idee possano arrivare comunque al pubblico, o forse, all’opposto, con la rassegnazione che urlare non servirebbe a cambiare lo stato attuale delle cose, per niente confortante.
A me sono piaciuti moltissimo, e proverò ad approcciarmi a “Frammenti compiuti”, l’album rilasciato nel 2014.

La formazione che ho visto on stage prevedeva: Pas Scarpato (voce e chitarra), Helena Biagioni (voce e flauto), Giacomo “Jacov” Leone (batteria), Carmelo Vecchio (basso) e Michela Carobbio (tastiere).

La scalettaPreludio di luna piena, Abraham, where is the land?, Sideral Theme, Sahara Marrakech, Terra di Mohamed, Le torri e la notte, Vurria ca fosse ciaola (villanella napoletana), Journey to the stars, Time is memory.

Ascoltiamoli…



In chiusura una band storica, Il Castello di Atlante, attivi sin dal 1974, mitici, conosciuti in tutto il mondo prog, arrivati con ritardo all’esordio discografico - era il ’92 -, ma decisamente attivi e proiettati verso il futuro.
Ho avuto l’opportunità di ascoltarli al FIM 2014, e l’impressione marcata è che il Castello sia una band da palco, che coinvolge e si autoalimenta nel corso della performance. Anche in questo caso abbiamo la copresenza di “senatori” e di giovani musicisti, e la line up del momento prevede: Dino Fiore al basso, Aldo Bergamini alla chitarra e alla voce, Paolo Ferrarotti alle tastiere e voce (solitamente anche alla seconda batteria), Andrea Bertino al violino, Mattia Garimanno alla batteria e Davide Cristofoli alle tastiere.

Per motivi di orario non ho potuto ascoltare l’intero set e non sono quindi in grado di segnalare la scaletta completa, ma penso che il video a seguire possa dare un’idea della grandezza di questo gruppo…



Serata introdotta e condotta, tra un set e l’altro, da Franco Vassia che, come nel precedente appuntamento, unisce gli umori, presenta gli artisti, e non lesina competenti critiche al sistema.
Eh già, lo stato della musica, in Italia e oltre. Sono queste le occasioni in cui ci si confronta, si scambiano esperienze, e l’amara sintesi conduce sempre verso la tristezza acuta, in un tempo e in un mondo in cui la musica - intesa anche come relazioni e rapporti umani - non ha alcun utilizzo quando perde il valore commerciale, e a quel punto il termine “cultura” assume un significato di facciata, privato di ogni contenuto reale.
Ma per chi ancora ci crede, e si “accontenta” di vivere di passioni e corretti rapporti personali, le occasioni come il Prog To Rock diventano manna che piove dal cielo.
E poi… quanto è bello quando amici virtuali, “frequentati” per anni sul web, diventano improvvisamente elementi reali?
Mentre scrivo questo articolo Fabio Zuffanti e la sua band avranno da poco terminato il set… e già si penserà a ciò che verrà… la giornata conclusiva: ma non è questo il vero significato di… “progressivo”?


giovedì 15 settembre 2016

Paolo Siani feat Nuova Idea al FIM 2016


Il palco prog del FIM 2016, a Erba, l’11 settembre, ha visto tra i protagonisti Paolo Siani feat Nuova Idea, ovvero la storia del rock italiano integrata da nuove leve toccate dal sacro fuoco della musica progressiva.

E’ di fresca uscita l’album "Faces with no traces" e, al di là dei contenuti di cui parlerò in altra occasione, vedo un segnale preciso, quello della passione sopra ad ogni cosa, con una voglia di volgere lo sguardo al futuro tenendo ben salde le idee base e lasciandosi arricchire da forze fresche. Ovviamente metto al centro della mia chiosa Paolo Siani, di mestiere batterista, sin dagli albori del beat con la Nuova Idea.

La formazione vista al LARIOFIERE vede altre face conosciute, come Giorgio Usai alla tastiere - una vita tra Nuova Idea e New Trolls, nelle varie forme - e il vocalist e bassista Roberto Tiranti, il cui curriculum, se elencato, traborderebbe da queste righe.

Il manipolo di giovani musicisti a cui facevo riferimento è un pool bresciano, a cavallo tra due band emergenti di cui ho già parlato in questo spazio, Il Paradiso degli Orchi e gli Psycho Praxis: Michele Sambrici alla chitarra, Andrea Corti al basso, Paolo Tognazzi alla tastiere, Andrea Calzoni al flauto e voce, e il figlio d’arte Alessandro Siani.

Non è molto il tempo a loro disposizione, e quando l’organizzazione richiede il “contenimento” del set, nasce spontanea la ribellione da palco, e alla fine si può contare su circa un’ora di performance, seppur contraddistinta da un caldo infernale e da un’acustica… discutibile.

Ma questi alla fine restano dettagli, perché riuscire a calamitare l’audience è sinonimo di qualità, di compattezza e di gioco in team.

Il repertorio varia tra l’antico - bella la proiezione di immagini che riportano ad un’era irripetibile -, il passato recente (l’album Castles, Wings, Stories and Dreams è del 2011) e il presente a cui accennavo, ma ciò che si testa in queste situazioni supera la voglia di perfezione e la cura dei dettagli di ciò che si propone, essendo più rilevante la ricerca dell’intesa e del sound giusto.

E poi la cartina tornasole resta sempre la reazione del pubblico, che nell’occasione è apparso concentrato e molto partecipativo.

Davvero bravi!

 

Sottolineo una visita lampo, curiosa se si giudicano le tempistiche: Pino Sinnone, primo batterista dei Trip, arriva trafelato da Torino prima dell’inizio del concerto di Siani and friends e… riparte subito dopo la fine del set, rischiando di perdere il treno… questa si chiama solidarietà tra drummers?

 

E ora un po’ di immagini per entrare nell’atmosfera di giornata.





martedì 13 settembre 2016

FIM 2016: angolo dedicato al BANCO, con Maurizio Baiata e gli SLOGAN


Il FIM 2016, come d'abitudine, lascia spazio alla Musica Progressiva.
In questo caso il giorno scelto è il terzo, l’ultimo, l’11 settembre.

Ho tratto questo quadretto targato Banco del Mutuo Soccorso perché all’interno del lungo set pomeridiano uno scorcio era occupato da una tribute band del BMS, gli SLOGAN, anticipati sul palco dalle parole di un esperto, quel Maurizio Baiata, romano, partito dal mitico CIAO 2001 e approdato ad altri lidi, ma nella veste di giornalista, in quegli anni ’70, ha avuto la possibilità di vivere in diretta e attivamente gli albori del rock italiano.

Da ascoltare con interesse il suo riscontro, nonostante il soundcheck e i preparativi per il nuovo set abbiano reso l’audio critico. Il suo ricordo è dedicato al Banco, ma non solo...


A seguire gli SLOGAN, di cui propongo il brano di apertura.
Non li avevo mai ascoltati, per cui riporto le informazioni trovate su di loro in rete.
Da non perdere!


La band è composta da:
Martin Wilkesmann: Tastiere
Flavio Santini: Voce
Davide Capoferri: Chitarre
Pasquale Brolis: Clarinetto e Sax
Carmelo Vecchio: Bassista
Giacomo Leone: Batteria

Sul web:


martedì 6 settembre 2016

Vanexa-“ Too Heavy To Fly”


Vanexa-“ Too Heavy To Fly”

Dopo un pò di attesa e un po’ di curiosità, alimentate da notizie rilasciate a cadenza regolare, è finalmente uscito Too Heavy To Fly, il ritorno discografico dei savonesi Vanexa, gli archetipi dell’heavy metal italiano. Sono passati infatti oltre vent’anni dal precedente Against the sun, e di quella formazione sono ancora presenti due dei fondatori, Sergio Pagnacco - bassista - e Silvano Bottari - il drummer.
Proprio con Bottari ho scambiato qualche idea pochi mesi fa e l’intervista, focalizzata sul nuovo rilascio, è fruibile al seguente link:

Ho avuto la possibilità, recentemente, di ascoltare un loro live, e di completare quindi l’attuale immagine, obbligatoriamente differente da quella passata, che si realizza attraverso il connubio tra i due membri originali e musicisti successivi, come i chitarristi Artan Selishta e Pier Gonella e l’ultimissimo arrivo, il lead vocalist Andrea “Ranfa” Ranfagni.
La potenza che riescono ad esprimere sul palco è difficile da raccontare, così come lo stato osmotico che si crea con l’audience; certo, la musica metal sembra fatta apposta per liberarsi da ogni catena etica e psicologica, ma l’entusiasmo che riescono a suscitare i Vanexa è fuori dal comune, ed è questo, a mio giudizio, lo scopo delle performance live in ambito rock.
La serata alla Fortezza del Priamar di Savona mi aveva quindi permesso un avvicinamento a parte del nuovo album, ascolto completato e integrato adesso, dopo l’uscita del CD, LP, digitale… è possibile averlo in tutte le forme, anche se consiglio il fascino del vinile, visto il fantastico artwork  realizzato dal Kabuto Art Lab.
Il metal ha un largo seguito, ma vive lo status di musica di nicchia - in questo è certamente in buona compagnia - perché non esiste possibilità di ottenete visibilità nei canali ufficiali, e la passione si diffonde per mezzo della fase concertistica, per relazioni parentali o comunque amicali, a volte casualmente. Un disco come Heavy To Fly potrebbe tranquillamente essere il simbolo di una nuova stagione rock, e utilizzo appositamente un termine più generico, che rende il disco concettualmente più abbordabile. Ma analizzando il contenuto dell’album emerge come il termine “rock” sia realmente adatto, avendo io come riferimento temporale i primi anni ’70, quando ritmo, virtuosismo e watt proponevano un nuovo ed esaltante modello musicale.
E a proposito di virtuosismo, evidenzio la compattezza/affiatamento della sezione ritmica (Pagnacco e Bottari), elemento portante del progetto, l’interscambio di genialità chitarristica tra Gonella e  Selishta, e l’unicità di Ranfa, ultimo arrivo in casa Vanexa, con il compito di sostituire il mostro sacro Tiranti, ma certamente a proprio agio in un genere che gli appartiene da sempre.
Il gioco di squadra produce quindi un grande album, dieci brani che si dipanano per quasi 42 minuti e che producono assoluto coinvolgimento.

Si apre col ritmo ossessivo della title track (il video a seguire sarà chiarificatore del mio pensiero), di grande effetto e sunto dell’intero lavoro, non a caso scelto per il lancio promozionale.
A seguire 007, brano carico di stacchi e sovrapposizioni solistiche, con il cesello vocale, caratterizzante dell’intero disco. Ma qual è il vero ruolo di James Bond?
Life is a War propone una lirica sempre attuale e riporta alla durezza del quotidiano (“Life is a war, everybody knows, nobody can change this, fight for your destinity”); partenza soft con arpeggio in evidenza, ma rapida esplosione che riconduce alla ragione metal.
Atmosfera da paesaggio distopico per Rain, e l’evoluzione del brano mi ha portato verso una band del passato, i Grand Funk Railroad, per tipologia ritmica e assonanza vocale.
Una bomba dalla dinamicità ossessiva è It’s illusion, tappeto martellante dove le skills delle chitarre soliste diventano dominanti.
Dedica specifica per Quentin Tarantino in Tarantino Time, il brano forse più “americano” dell’album, con una modifica all’assetto a metà taccia, una variazione che non ti aspetti ma davvero indovinata.
In the dark è la pillola strumentale dell’album (1.20), con le chitarre dedicate alla creazione di atmosfere oniriche: una pausa dovuta - ma di classe - a cavallo tra bombe energetiche.
Kiss in the dark sembra prolungare lo stato di quiete, anche se all’interno dei cinque minuti e mezzo almeno un paio sono ad alta intensità: una alternanza reale per una simbolica storia d’amore.
Paradox riconduce alle fonti del metallo musicale più pesante, un pezzo mozzafiato che incita al movimento più estremo.
L’album chiude in bellezza, ed è ancora poco! The Traveler propone un ospite di lusso, Ken Hesley alle tastiere, presenza imponente se si pensa ai suoi trascorsi negli Uriah Heep, e in qualche modo l’ospitata diventa il simbolo di un forte legame tra passato e presente, tra hard rock e heavy metal.

Disco di qualità, di sicuro effetto, che occorrerebbe portare il più possibile sul palco, luogo in cui la musica diventa spettacolo e le sofferenze della vita si attenuano, almeno per lo spazio del concerto.
Credo si sia capito, faccio fatica a definire  Heavy To Fly un album per… metallari e stop.
L’ascolto ripetuto mi ha riportato a tempi lontani, quando Gillan duettava con Blackmore, Paice si univa a Glover, e l’hammod di Lord imperversava.

A me piace vederla così!



Line up:
Andrea "Ranfa" Ranfagni – Voce
Artan Selishta - Chitarra
 Pier Gonella - Chitarra
Sergio Pagnacco - Basso
Silvano Bottari – Batteria



Tracklist:

Too heavy To Fly -video lancio 4.43
007
Life Is a War
Rain
It's Illusion
Tarantino Theme
In The Dark-arpeggio chitarra 1.20
Kiss in The Dark 5.32
Paradox
TheTraveler-ken hensley

Album registrato al Recorded @ Music Art Studios Rapallo (GE)


"Too Heavy to Fly" esce su CD in versione digipack per la label Punishment 18 Records, mentre la versione su vinile sarà affidata alla Black Widow Records, che pubblicherà l'album gatefold 180 gr. in edizione limitata.
La distribuzione digitale sarà affidata alla Plastic Head UK.



domenica 4 settembre 2016

Vescovi Day-Concerto in memoria di Joe, Billy e Wegg


Per il secondo anno consecutivo il mese di settembre vede realizzare la commemorazione di una band seminale italiana, scomparsa per tre quarti, se si fa riferimento al gruppo che portò al rilascio dei primi due album. Parlo dei The Trip, nati in terra inglese, ma cresciuti in un punto particolare della Liguria, grazie al savonese Joe Vescovi, a  Wegg Andersen, a Billy Gray e a Pino Sinnone.
Poco utile in questo contesto ripercorrere la storia della band - peraltro conosciuta dagli appassionati del genere -, meglio privilegiare il  racconto della serata.
Pini Sinnone, il batterista, ha raccolto l’eredità del gruppo e mantiene vivo il ricordo nel modo migliore possibile, suonando e riproponendo la musica attraverso i live, ogni volta che nasce un’occasione.
Il 3 settembre tocca a Cisano sul Neva, esattamente come un anno fa, e il motivo è chiarissimo: fu proprio in questo paese, nell’entroterra albenganese, che i quattro musicisti crearono parte della loro discografia, e in questi luoghi nessuno li ha dimenticati.
Nemmeno l’amministrazione comunale che, seppur giovane, e quindi lontana da quei tempi gloriosi, si prodiga nell’alimentare il mito dei Trip, residenti illustri di tempi passati.
La piazzetta di Cisano è caratteristica, e l’acustica naturale gioca a favore del fonico, Alessandro Mazzitelli, sempre presente in queste occasioni.
Per l’occasione la manifestazione ha assunto il nome di Vescovi Day-Concerto in memoria di Joe Billy e Wegg.
Se lo scorso anno erano di scena i The New Trip, in questa occasione troviamo on stage i The Trip di Pino “CARONTE” Sinnone, evoluzione del progetto precedente, che vede come punto in comune il chitarrista Tony Scantamburlo e il vocalist Andrea Ranfa.
Alle tastiere una rivelazione, il giovane Filippo Delmastro, mentre è assente il nuovo bassista titolare, sostituito nell’occasione da Giuseppe Terribile, de Il Cerchi D’Oro, mente Gino Terribile interviene nei cori e si siede dietro alle pelli per la proposizione di una cover dei Procol Harum.
A seguire è visibile la “scaletta”, da dove si desume un pescaggio nella produzione musicale iniziale dei Trip, con l’aggiunta di alcuni tributi, come “Fortuna”, particolarmente amata da Vescovi, o “You Keep Me Hangin’ On”, brano portato al successo dai Vanilla Fudge, la band che, secondo Joe, ha dato il via al movimento progressivo.


Visti gli ospiti e la recente costituzione dei Trip, era difficile immaginare un buon amalgama, raggiungibile solo dopo consistenti sessioni di prove e numerosi live, e invece il concerto ha pienamente soddisfatto il pubblico presente, che ha apprezzato una performance non certo priva di spunti di miglioramento, ma sicuramente dignitosa e a tratti coinvolgente.
Musicisti professionali, con aggiunta di talento puro e umiltà da palco, elementi che emergono ripensando alle parti solistiche di Scantamburlo, alle estensioni vocali di Ranfa, alla capacità di entrare nel gruppo dei gemelli Terribile, alla forza aggregativa di Delmastro, il musicista con il compito più gravoso - anche dal punto di vista emozionale -, quello di sostituire un certo Joe Vescovi, il genio compositivo e tastieristico dei Trip.
Ma tutto riesce bene, e il collante, Pino Sinnone, mette da parte i molti anni di inattività e prende in mano un pugno di (più) giovani e prova a condurli verso una riva sicura, quella in cui la musica e gli amici non si possono dimenticare, perché sempre presenti, al di là dell’impossibilità fisica.
Un pensiero del sindaco e dei suoi collaboratori è rivolto anche ai meno fortunati, e le eventuali donazioni dei presenti prenderanno la via della solidarietà, quella che conduce nelle terre dell’ultimo terremoto.
L’ultima immagine che mi porto dietro è quella che viene rilanciata dallo schermo sul palco: le vicende dei Trip anni ’70 scorrono in continuo, e appaiono temporalmente lontanissime, collocate in un’era per tanti sconosciuta, ma per molti versi più serena, e sicuramente carica di musica importante. Pino Sinnone, con la sua opera fornisce l’opportunità di alimentare un fuoco che, in presenza di premature dipartite, rischia di affievolirsi, e l’attività concertistica è l’unico combustibile in grado mantenere il contatto stretto con gli appassionati di musica.
A onor di cronaca un Vescovi era presente, Bruno, il fratello di Joe, sempre sul pezzo in queste occasioni: ah... quante ne ha viste lui a Cisano, quando i Trip vivevano e provavano a Villa Rosso!





sabato 20 agosto 2016

El Bastardo Live ai Giardini Serenella



Il 19 agosto i Giardini Serenella di Savona ospitano un One Man Band italiano di alto livello, El Bastardo (Luca Cocchiere).

Non è la prima volta che Luca arriva in Liguria - vive a Torino, dove cogestisce una scuola di musica e ballo - ma nelle precedenti occasioni, di cui sono testimone, sul palco era presente il Tin Pan Alley, ovvero, oltre a El Bastardo, La Terribile (voce) e Tony Timone (violino e mandolino).

La storia musicale di Luca Cocchiere è lunghissima, carica di esperienze live sparse per il mondo e pregna di registrazioni: basta dare un’occhiata alla sua biografia per avere una chiara visione della portata dell’artista.
La status di One Man Band presuppone completa autarchia e, ovviamente, grande responsabilità, ma quando Luca sale sul palco non è proprio solo, perchè... accompagnato da un paio di chitarre acustiche, l’inseparabile ukulele e tutta una serie di strumenti a fiato (armoniche e kazoo). E naturalmente una voce, che si esprime rigorosamente in lingua inglese.
Il pubblico presente è diviso in due: i passanti per caso e chi arriva appositamente per ascoltare la performance, ed è confortante vedere un pugno di giovanissimi, in prima fila, attenti e coinvolti.
Il genere è sicuramente di nicchia (non è di certo così in altri paesi!) ma capace di colpire all’impatto chiunque, perché in qualche modo è di comune appartenenza, essendo il sottofondo sonoro di tante esperienze di vita. E così El Bastardo propone il suo blues, il country, il folk, il bluegrass, pescando nello sterminato repertorio dei grandi maestri del passato (Doc Watson, Hank Williams e Jonny Cash), alternanto però con la produzione propria, notevole per qualità e quantità.
La sua tecnica è di grande livello e difficoltà, e vederlo utilizzare in scioltezza il bottleneck mentre soffia sull’armonica, alternando arpeggi articolati a tratti vocali impegnativi, dà il senso della grande esibizione personale.
Ma tutto ciò non può essere fine a se stesso, non è mera rappresentazione di skills, ma è finalizzato alla ricerca della partecipazione, che in molti casi arriva, sotto forme differenti.
Non manca l’ospite obbligata, La Terribile (Marta Terribile), che regala il suo contributo in un paio di brani, entrando “a freddo”, ma fornendo elementi sufficienti per far capire, a chi non li conoscesse, cosa possono essere i Tin Pan Alley in concerto.

A seguire un medley che racconta la bella serata di musica, di quelle che in certi tratti dell’America sono la normalità, e che noi, nel nostro bel paese, sottolineiamo come … inusuali!









giovedì 11 agosto 2016

Earth And Fire-“Earth And Fire"

Cover di Roger Dean

Nell’ultimo numero di PROG Italia ho provato a sintetizzare un album del 1970, disco omonimo degli Earth and Fire. Lo spazio disponibile ha richiesto un naturale taglio al commento, una recensione che propongo qui in versione completa.

Earth And Fire-"Earth And Fire"-1970
Label: Nepentha
11 tracce-45 minuti
L’esordio discografico degli Earth and Fire non passò inosservato, nemmeno in Italia, in quell’inizio di decade caratterizzato dal particolare fervore musicale del momento, capace di alimentare la voglia verso il nuovo che avanzava, ma l’album omonimo arrivò al pubblico come elemento di serie B, e quando comparve sugli scaffali dei nostri negozi dell’epoca - io lo trovai un anno dopo, attorno al ’71 - costava esattamente la metà del resto del materiale importato. Certo, un gruppo olandese appariva meno credibile e affascinante rispetto alle band inglesi coeve, ma l’originalità di quella proposta, contestualizzata, non può essere dimenticata e, anzi, va a mio giudizio rispolverata.
Siamo a cavallo tra il ’60 e il ’70, il periodo in cui il beat ha già lasciato il passo ad una musica più impegnata e sperimentale, e gli Earth and Fire propongono la loro filosofia musicale che, a posteriori, non si farà fatica ad inquadrare nell’ambito del prog: costruiscono attorno al singolo “Seasons” - opera di George Kooymans dei GoldenEarring - una serie di trame che rappresentano un vasto repertorio sperimentale, basato su ritmi rock, a volte duro, ma incline alla psichedelia, con la tendenza ad allungare i tempi, in un periodo in cui il brano da pochi minuti era ancora largamente diffuso.
E il profumo della musica progressiva resta intrappolato, anche, nell’immagine di copertina, disegnata da un certo… Roger Dean! L’album viene rilasciato dalla prestigiosa label inglese Nepentha.
Il disco inizia con “Wild and Exciting”, un pezzo dove la voce della pionieristica JerneyKaagman - nell’insieme mi ricorda molto la nostra Silvana Aliotta, del Circus 2000 - si presenta in tutta la sua particolarità, e dove la pulizia solistica del chitarrista Chris Koerts evidenzia la capacità di creare riff accattivanti, ancorchè di semplice fattura: suggerisco di cercare in rete il filmato relativo, perché utile a ricondurre all’atmosfera reale di quei giorni, difficile da spiegare a parole.
Segue “TwilightDreamer”, caratterizzata da una marcetta quasi scolastica, leitmotiv che guida tutto il pezzo, ma con  l’inserimento di un “solo” di hammond abbastanza precursore dei tempi.
Ruby Is The One” è un brano tipicamente rock che ha il pregio di trasformarsi in tormentone, un ritornello che, nonostante le divagazioni “distorte”, rimane nella testa: melodia oltre la durezza musicale.
La dolce e quasi beatlesiana - inzialmente -“Twilight Dreamer” muta ben presto in esercizio vocale suddiviso su più attori, mentre con “Vivid Shady Land” entriamo nella psichedelia, in un gioco di musica che evoca colori e situazioni oniriche.
21st Century Show” propone due momenti diversi, e se da un lato si intravede un collegamento con il mondo “Stones” - mi viene in mente il riff di “Paint It Black” -, dall’altro esiste la creazione di un’immagine bucolico-musicale che colpisce per la dolcezza, contrapposta all’energia della partenza.
Seasons”, come accennavo prima, è la hit, il singolo da utilizzare in radio, molto orecchiabile e legata al pop più spendibile, un genere a cui gli Earth and Fire approderanno negli anni a seguire.
E si arriva alla lisergica “Love Quivers”, otto minuti godibili - riconducibili alle cavalcate sonore dei più famosi IronButterfly - con largo sfoggio delle skills individuali e totale libertà nel proporsi.
Chiude la ballad “What's Your Name”, un notevole abbassamento dei toni, brano in cui pare scemare, volutamente, la forza inserita negli episodi precedenti.
Le note ufficiali accreditano l’album di due bonus track -“Hazy Paradise” e “Mechanical Lover”- ma non facevano parte del disco che acquistai - a 1500 lire! - e sono forse contenute in una successiva riedizione.
Gli Earth and Fire sono stati a mio giudizio precursori dei tempi, riuscendo a captare il cambiamento in atto, accogliendo le nuove istanze musicali, nonostante non fossero esattamente al centro della scena che contava. Al di là delle etichette di genere credo che il loro rock grezzo e contaminato contenesse in sé i segnali di una nuova musica che stava prepotentemente prendendo scena: dilatazione dei brani, cambi frequenti di atmosfere e tempi, enfatizzazione dell’elemento solistico, saggio e largo utilizzo di voce e cori.
Earth and Fire”, fu il preludio a quello che è considerato il loro miglio album, Song of the marching children”, del 1971, questo sì il loro vero manifesto prog.
Tra evoluzioni, separazioni e reunion l’ultima loro traccia in formato fisico risale al 1989, un nuovo album che non ho mai avuto occasione di ascoltare e di rapportare all’esordio.
Nel tempo ho rivalutato il disco “Earth and Fire” - che in quei giorni non reggeva il confronto con certi mostri sacri, seppur fosse in una fase embrionale - che ascolto con buona continuità e soddisfazione, e che consiglio vivamente a chi volesse entrare in un mondo di passaggio, quella striscia di confine che ha segnato la differenza tra la musica easy listening e quella di maggior impegno.
Voto sopra la media per “Earth and Fire”.
Ascoltiamolo…


Tracklist
1.      Wild and Exciting (Chr. and G. Koerts) – 4.06
2.      Twilight Dreamer (W. and M. Chr. Koerts) – 4.18
3.      Ruby Is the One (Chr. Koerts) – 3.28
4.      You know the Way (G. Koerts) – 3.48
5.      Vivid Shady Land (W. and M. Chr. Koerts) – 4.13
6.      21st Century Show (W. and M. Chr. Koerts) – 4.16
7.      Seasons (Kooymans) – 4.09
8.      Love Quivers (Chr. and G. Koerts) – 7.37
9.      What's Your Name (Chr. and G. Koerts) - 3.38
10. Hazy Paradise (Bonus track) - 3.47
11. Mechanical Lover (Bonus track) - 2.15

Line up
·         (Jerney) Kaagman - Voce,
         Hans Ziech - Basso
·    Ton van Kleij - Batteria
·     Chris Koerts - Chitarra
·      Gerard Koerts – Piano, organo