martedì 22 settembre 2015

Joe Vescovi Day: il resoconto



Il 20 settembre è andato in scena il Joe Vescovi Day - in realtà dedicato a tutti i Trip - celebrato nel luogo più rappresentativo per il gruppo, quel Cisano sul Neva, nell’albenganese, che era stato a lungo loro punto creativo, e testimone, nel 1974, di uno dei più significativi Festival Pop nati in quel periodo fortunato per certa musica... alternativa.
L’evento era stato pianificato da tempo, soprattutto per l’opera di infaticabili appassionati, come Mirella Carrara e Stefano Mantello, ma certe manifestazioni non sono di facile realizzazione, e così ci si è spinti verso una serata non priva di difficoltà legate all’aspetto climatico, almeno per l’audience. Poco male.
Il focus era la musica, affermazione banale, ma a ben vedere le performance dei presenti, documentate a seguire, assumono importanza ridotta rispetto alla voglia di relazioni, di ricordi, di incontri, in alcuni casi inaspettati.
E così succede di trovare tra i presenti Shel Shapiro, agganciato la sera prima da Bruno Vescovi, fratello di Joe, nel corso di un altro spettacolo, ed evidentemente desideroso di partecipare.
Ed è stata ancor più sorprendente la presenza di Rosanna Maiocchi, moglie di Riki, fondatore dei TRIP, contenta della palese dimostrazione di affetto nei suoi confronti.
Non solo musica, come dicevo, e assume valore storico l’allestimento di una mostra documentale che riporta alla vita passata della band, tra immagini, ritagli di giornale e filmati storici.


A fare gli onori di casa è Alberto Sgarlato, musicista e giornalista, che evidenzia i differenti passaggi temporali e allaccia i nodi delle varie performance, coprendo gli spazi dovuti ai cambi set.
Aprono i bravissimi Amici di Django Reinhardt, lontani dal genere progressivo, tema della serata, ma i legami con quel mondo sono molto forti, ad incominciare dalla presenza sul palco di un nipote di Joe Vescovi - il chitarrista Marco - accompagnato inizialmente dai due piccoli figli. Il loro brano conclusivo è molto… tastieristico, quell’Honky Tonk Train Blues - cavallo di battaglia di Keith Emerson - la cui trasposizione alla chitarra è risultata estremamente efficace.



Il secondo gruppo a salire sul palco si chiama I Tre Gotti - nell’occasione in quattro! - e gioca in casa, essendo di Albenga.
Il loro repertorio è solitamente trasversale, ma nell’occasione si adeguano al prog italiano e regalano tre brani della PFM, set da cui ho estratto E’ festa: bravissimi!



A metà serata entra in gioco Il Cerchio d’Oro, che rivedo a distanza di una settimana, dopo il Prog To Rock di Torino.
Anomalo il loro start, che prevede la floydiana Wish You Where Here, ma bastano pochi secondi per capire che la dedica è rivolta a chi non c’è più, oggetto della serata, e va sottolineato come molti dei presenti avessero stretto, anche, legami personali con gli storici TRIP.
Il set prosegue con brani tratti dai loro due album - è bene sottolineare come Dedalo e Icaro abbia raggiunto altissimi livelli di gradimento, tra fan e critica - e spunta ancora una volta il vecchio, Crisi, del 1981, ancora attualissimo nel sound e nella lirica.
Il Cerchio d’Oro è formato da i gemelli Terribile (Gino alla batteria e Giuseppe al basso, entrambi vocalist), Franco e Simone Piccolini (tastiere), Piuccio Pradal (chitarra e voce) e Massimo Spica alla chitarra elettrica.
Anche per loro propongo testimonianza video...


E viene il clou, ovvero chi ha raccolto l’eredità dei Trip, i… The New Trip, nuovissima band che ruota attorno ad un giovin batterista, Pino Sinnone, l’unico rimasto della formazione che incise i primi album. Il “giovin” buttato lì non è ironico, perché l’energia di Pino è davvero fuori dal comune, e permette di rafforzare il concetto che il dato anagrafico, spesso, è semplicemente un numero asettico.
Come ho scritto una settimana fa in occasione del Festival di Torino, la formazione è in fase di rodaggio, e credo sia questo il terzo concerto che propongono, ma le basi per portare avanti il progetto - magari pensando a musica inedita - ci sono tutte, perché il talento in gioco è elevato e la formazione a cinque pare possa dare alternative e sfumature interessanti. Anche in questo caso il video permetterà di mostrare le loro caratteristiche.
Oltre a Pino Sinnone la band è formata da Fabio Gremo al basso, Paolo “Silver” Silvestri alla tastiere, Tony Scantamburlo alla chitarra e Andrea Ranfa alla voce.



Il finale è un’apoteosi, con gran parte dei presenti sul palco, musicisti, fan e autorità cittadine.



Si termina nella sala dedicata alla mostra, tra fotografie e libagioni varie.
Un ringraziamento al Sindaco di Cisano, nella speranza che consenta lo svilupparsi di altre possibilità future, al service di  Alessandro Mazzitelli, sempre preciso e professionale e… un pensiero a Sandra, la moglie di Joe, distante fisicamente centinaia di chilometri, ma sicuramente col pensiero in Liguria.
Termino con una chicca, del tutto casuale.
Mentre mi trovavo all’interno della “sala memorabilia”, la mia videocamera ha incocciato uno schermo in cui “passava” Joe, in un vecchio filmato. Tutto questo accadeva mentre i The New Trip suonavano e per un un attimo… il vecchio ed il nuovo si sono fusi, e Joe ha suonato ancora una volta con i TRIP!

venerdì 18 settembre 2015

Barock Project: disponibile il video di "The Longest Sigh"


Ad inizio estate ho descritto in tutti gli spazi possibili “Skyline”, il nuovo album dei Barock Project.
Questo il mio pensiero di quei giorni:


Disco a mio giudizio straordinario, impreziosito da guests importanti (Vittorio De Scalzi e Paul Whitehead), ma non sono i nomi altisonanti che hanno fatto sì che sia stato quello che più ho ascoltato durante l’estate, presente in tutte le mie playlist.
Perché torno a parlarne?
Anche all’interno di un contenitore che giudichiamo perfetto -è il caso di Skyline, secondo il mio gusto personale-, esiste una graduatoria di gradimento, il brano che si ascolta sempre per primo, quando si può scegliere. Non è un giudizio tecnico, ma solo la dimostrazione dell’irrazionalità che ci guida quando decidiamo di fruire di una determinata musica, adatta ad un particolare momento.
Nel caso di Skyline punto il dito su The Longest Sigh, il brano di chiusura, quello che Luca Zabbini, tastierista del gruppo, giudica “… il più prog del disco…”; ma non è la disquisizione sul genere che mi ha condizionato, piuttosto quel suono così genesisiano, quell’atmosfera creata dalle tastiere, difficile da spiegare a parole, che infonde quasi la speranza di un nuovo giorno, disegnando il sole dopo la tempesta, con un tocco vocale che rimane per sempre, galleggiante sui tempi composti creati ad hoc.
Ora il brano è ascoltabile/guardabile/leggibile online, e la sola cosa che si può fare è condividere tanta bellezza, e capire se quell’irrazionalità di cui scrivevo poc’anzi tocchi solo me o sia elemento contagioso.
Buon ascolto/visione/lettura!



giovedì 17 settembre 2015

La Stanza Di Greta

Fotografia di Sergio Cippo

E’ sempre piacevole scoprire -dopo tanti anni di frequentazioni musicali, e dopo aver sentito in ogni luogo che nulla può più essere inventato, che le note sono quelle, inutile illudersi!- che la musica riesce ancora a sorprenderti.
Mi è capitato pochi giorni fa, al Prog To Prog, quando ho ascoltato un live di La Stanza Di Greta. Per la verità tutta la serata mi ha fornito spunti di novità, ma vorrei focalizzarmi oggi su questo ensemble torinese che ha stimolato curiosità e paragoni, perché occorre per forza cercare, sempre, la comparazione rispetto a qualche modello di riferimento! O no?
Eppure … non sono la copia di nessuno!
Intendiamoci, novità non significa automaticamente qualità, ed è probabile che la musica di LSDG possa anche non essere apprezzata, ma io ho trovato la proposta talmente fresca da pensare di doverla condividerla senza indugio, che è poi la mia missione nel mondo musicale. 
Amano essere definiti “pop” nel senso reale del termine, ovvero “popolari”, e ciò che ho visto sul palco dello Spazio 2011 è un misto di folk, rock, prog, avanguardia, etnia e sperimentazione.
Immagino che le mie parole non siano sufficientemente chiare per mostrare tutti i volti della band, e per semplicità ho inserito in questo articolo due video, uno in studio, ed uno che ripropone tutta la performance di Torino (circa 20 minuti), esclusa la magnifica versione di “Non mi rompete”, che è l’oggetto del primo filmato, realizzato in sala di registrazione.
Tutto stupisce, a partire dalla mancanza di strumenti fondamentali per il mondo rock, sino alla ridondanza di “materiale” sconosciuto ai più.
Le assenze importanti… manca completamente la sezione ritmica ma… non si nota! Esistono parti in cui il tempo scandisce lo sviluppo della trama musicale e basso e batteria trovano adeguate sostituzioni (la marimba è uno strumento a percussione, così come  i “bidoni”).
Presenze inusuali… provo ad elencare alcune delle cose che ho visto, sperando di non commettere errori: dell’ingombrantissima -ma efficace- marimba ho già detto; aggiungo il weissenborn, suonato sulle ginocchia -stile slide-, il didgeridoo, strumento a fiato australiano -che conoscevo attraverso la musica di  Xavier Rudd- sino ad arrivare al mandolino elettrico -suonato anche con l’archetto-, che può sembrare altro, per effetto di una forma e dimensione che riporta ad una mini telecaster.
Ma l’impressione è che ogni cosa si possa trasformare nelle sapienti mani di questi artisti, e oltre al "bidone" già citato, qualuque scatola di detersivo potrebbe ritornare comunque utile per raggiungere l’obiettivo: libertà espressiva senza alcun limiti e codifica.
Significativo lo spazio vocale affidato al chitarrista Leonardo Laviano, che va rapportato alla filosofia musicale del gruppo.
Ma la musica e le idee scambiate con Jacopo Tomatis completeranno il quadro che ho provato a descrivere.
Buon ascolto e lettura!

La Stanza Di Greta in studio…


L’INTERVISTA

Parto dall’incontro di pochi giorni fa, il concerto che vi ha visto come partecipanti al Prog To Rock: che giudizio date della serata?

Sicuramente positivo. Noi non siamo una band di progressive, né abbiamo mai voluto esserlo. Nella nostra storia abbiamo partecipato a festival di canzone d’autore, meeting di band giovanili, di indie rock, perfino a un Buscadero Day di spalla a svariati maestri del folk americano… E ci siamo spesso sentiti un po’ fuori luogo. Un festival prog ci mancava, e la serata è andata oltre ogni aspettativa, se prendiamo per buoni i feedback del pubblico. Forse dovremmo diventare un gruppo prog per davvero…

A fine set vi siete definiti ironicamente “fuori contesto”, ma ciò che ho ascoltato mi ha soddisfatto in pieno e mi induce ad approfondire: come e quando nasce la band? Possibile una sintesi della vostra biografia?

Viviamo tutti e cinque fra Torino, San Mauro Torinese e dintorni. Ci siamo incontrati un po’ per caso, nel 2009, per un’iniziativa benefica, ci siamo piaciuti e abbiamo cominciato subito con l’idea di lavorare a brani nostri. Da allora abbiamo suonato molto in giro, e cambiato idea su quello che volevamo fare e sul come farlo almeno un paio di volte. Questo spiega il nostro “ritardo”, almeno discografico: fino a oggi abbiamo autoprodotto solo due EP. Si chiamano “lato a” e “lato b”, sono usciti a tiratura limitata a 300 copie, e idealmente compongono i due sides di un vinile vecchio stile. Per i non feticisti, si trovano anche su iTunes, o su www.lastanzadigreta.com

Come si può spiegare a parole la vostra musica così originale?

Ci piace molto inventare delle definizioni. Siamo stati – a seconda del contesto – “post-canzone d’autore”, “pop psichedelico”, “pop progressivo e radicale”, “folk rock”, e molto altro. L’idea di “pop” è probabilmente quella a cui ambiamo di più. Soprattutto nel significato che aveva negli anni settanta: “popolare”, che piace al pubblico, ma che non per questo deve essere stereotipato o banale. In questo siamo un po’ “progressivi” forse.

Esiste un punto di riferimento musicale che vi mette tutti d’accordo?
No. Ci sono naturalmente ascolti che condividiamo, e artisti che stimiamo tutti, ma i nostri gusti sono spesso in aperto contrasto gli uni con gli altri, e le nostre collezioni di dischi sono piuttosto diverse fra loro. Quando discutiamo di arrangiamenti, i riferimenti vanno dai Dire Straits ai Godspeed You! Black Emperor, passando per gli Allman Brothers. Abbiamo trovato un accordo condiviso solo quando si è trattato di scegliere la nostra prima cover, da inserire nel nostro secondo EP: “Non mi rompete”, del Banco, pezzo che amavamo tutti molto.

La prima cosa che mi ha colpito guardandovi sul palco - ma forse anche prima, quando osservavo scendere dal furgone la marimba - è la diversità di strumentazione rispetto all’usuale, e vedere sul palco il risultato di tanta originalità (non solo scena quindi, ma rilevante sostanza), regala grandi soddisfazioni a chi è lì per ascoltarvi e magari non vi conosce: come si è creato l’ensemble, dal punto di vista strumentale?

In maniera abbastanza casuale, e per continui tentativi di trovare un amalgama che funzionasse. Siamo partiti come tre chitarristi, per cui è sembrato naturale che uno imparasse a suonare il mandolino. Avevamo la batteria, ma portarsi dietro sia quella che la marimba era logisticamente faticoso, e poco originale. Avevamo un bravo suonatore di didjeridoo, quindi ci è sembrato naturale impiegarlo. In realtà si è partiti da una fase in cui tutti cercavamo di suonare più o meno tutto, dai piani giocattolo alle seghe musicali, (il nostro studio infatti è un magazzino pieno di strani oggetti sonori) ad una fase di specializzazione di ognuno di noi su alcuni strumenti, che si è resa necessaria soprattutto per il live.

Un’altra cosa che mi ha colpito è la mancanza di basso e batteria, ma lo scandire dei tempi è garantito all’occorrenza, e ci sono tratti del set che ho ascoltato caratterizzati dall’incalzare ritmico che è tutt’altro che parte irrilevante nella vostra proposta: mi spiegate la vostra filosofia musicale relativa all’argomento?

Proprio per quella sperimentazione di singolo e di gruppo di cui parlavamo prima, ci siamo dati subito la regola che se qualcosa mancava, bisognava trovare il modo di sostituirla. In tutte le produzioni del mondo ci sono il basso e la batteria. Questo da un lato risolve il problema del ritmo e delle basse frequenze – che sono necessarie in un contesto pop – ma dall’altro rende molto difficile essere originali, perché le soluzioni non sono infinite, soprattutto se si scrivono canzoni. Se uno si toglie delle certezze, è invece molto più facile inventarsi qualcosa di diverso. Ti servono delle basse frequenze? Puoi usare un didjeridoo. Ti serve un ritmo? Puoi usare un bidone. Puntiamo molto sull’aspetto ritmico della nostra musica: la marimba, che è uno strumento fantastico e si fa perdonare di pesare quanto una cassa da morto, ci dà una grossa mano, e quello che normalmente farebbe un batterista è diviso dal vivo fra quattro mani (e quattro piedi) che suonano una kick drum, un bidone dell’immondizia, un paio di piatti e un djembé – oltre a molte altre cose.

Liriche intimistiche, etnia, sperimentazione, rock, effetto scenico: siete consci che non siete la copia di nessuno? E’ questo un vostro obiettivo primario?

Grazie del complimento – sì, ci facciamo molta attenzione. È la parte divertente. È anche la parte difficile, perché poi non si sa bene in che circuito andare a suonare, e per chi…

Da un po’ di tempo la vostra attività musicale è accompagnata da quella didattica: me ne parlate?

L'attività didattica è una delle ramificazioni fondamentali della nostra associazione culturale, altreArti. Ci occupiamo di laboratori per tutti i livelli e tutte le fasce di età, operiamo nelle scuole di ogni ordine e grado e forniamo laboratori extracurriculari di musica d'insieme sia nella nostra sede principale di strada (a Torino, in strada del Cascinotto 120 bis, al confine con San Mauro Torinese), sia in altre succursali del territorio. Ogni nostra proposta è incentrata sulla musica “popular”, dalle lezione di blues, gospel e folk nelle classi, agli ensemble monostrumentali, alle band… (https://www.facebook.com/altreartijam)

Qual è nella vostra scuola il tipo di approccio nell’affrontare l’argomento “musica” con un adolescente fornito di passione e buona volontà? Che cosa offrite di diverso rispetto ai luoghi tradizionali?

La nostra metodologia nasce da anni di esperienza sul campo, e dal desiderio di creare una realtà non solo in grado di trasmettere l'amore per la musica, ma anche di plasmarsi a 360° con la sensibilità e i bisogni dell'allievo, sia questo un bambino, un adolescente o un adulto. Quello che ci contraddistingue è l'approccio pratico, diretto: chi studia con noi impara fin da subito a mettere le mani sullo strumento e a creare un “suo” suono. La teoria e la tecnica arrivano in un secondo momento: sono invece fondamentali l'esperienza della musica d'insieme, l'interazione con gli altri musicisti, l'ascolto, la sonorizzazione e il ri-arrangiamento di qualunque canzone o genere musicale attraverso l'improvvisazione, l'estro e il gusto personale. Che è un po’ quello che cerchiamo di fare anche nella nostra musica…

Meglio  il live o lo studio di registrazione?

Li amiamo entrambi, per motivi diversi. Senza la dimensione live, sarebbe difficile esistere come gruppo e progredire musicalmente. Ma, da feticisti del suono, ci piace anche molto lavorare in studio sui piccoli dettagli. Anche troppo.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?

Il nostro primo LP, finalmente! Ci sono già 9-10 canzoni in pre-produzione. Lo registreremo probabilmente in autunno, e speriamo veda la luce all’inizio del 2016.
La Stanza Di Greta live…




mercoledì 16 settembre 2015

"IL MIO Volo Magico CON CLAUDIO ROCCHI": intervista a Susanna Schimperna


E’ appena uscito IL MIO  Volo Magico CON CLAUDIO ROCCHI, di Susanna Schimperna.
Conoscevo Claudio Rocchi per aspetti musicali, ovviamente, e ho nitidi ricordi di un suo concerto genovese, a cui partecipai quando ero un adolescente, ad inizio anni ’70.
La sua valenza artistica è nota a tutti quelli seguono le vicende musicali, così come è conosciuto il prematuro epilogo della sua storia su questa terra.
Ho avuto modo di leggere in anteprima le prefazioni e un capitolo del book, ed è risultato evidente come il contenuto sia estremamente personale, una costruzione a quattro mani, come la definisce Susanna, che permette di raccontare il loro mondo nella musica, oltre la musica.
Solo lei, Susanna, poteva dare la corretta versione di un legame che appare speciale, magico, come quel volo breve, troppo breve, vissuto dai due scrittori/protagonisti.
Ho posto quindi, con un po’ di pudore, alcune domande ad una donna che immaginavo carica di dolore, pronta a convivere con ferite impossibili da tamponare in modo definitivo, ma questa, non è retorica, è un po’ la vita di tutti noi… tempo e fede -per chi la possiede- renderanno la vita accettabile.
Ecco che cosa mi ha raccontato…



Savona, 13 settembre 2015: l'intervista a Susanna

LA PREMESSA

Vorrei partire da uno stralcio di dialogo tra me e Claudio, che ho già pubblicato e che, a posteriori, mi ha dato elementi di riflessione da ribaltare sul quotidiano: l’efficacia è rimasta intatta!
10 giorni prima della sua morte, l’8 giugno, gli avevo scritto:
Ciao Claudio, sono Athos e ho visto che ti sei iscritto alla nostra rivista, MAT2020. Volevo sapere se hai voglia di rispondere a qualche domanda via mail da inserire poi sul giornale. Grazie”.
La sua risposta: “Con piacere, ma non subito, sono concentratissimo a chiudere impegni precedentemente assunti. Che tempi hai?”.
Il tempo, come l’età, pare non abbia molta importanza per alcuni… io pensavo ad una scadenza e lui al futuro, nonostante la piena coscienza della propria precaria condizione di salute…
Ciò che non ho potuto fare con Claudio è invece realizzabile oggi con te.

Mi racconti come è nato e si è evoluto il vostro rapporto?

Lui sapeva chi io fossi anche più di quanto io sapessi di lui. Perché io ricordavo il suo “Spazio Rocchi” alla RAI (spazio che non mi piaceva, tra l’altro), e avevo letto, tra il 1997 e il 1998, i suoi articoli su Olis, un mensile in cui lavoravo (ma questi mi erano, al contrario, piaciuti moltissimo). Lui mi aveva invece vista in TV nel 1997 a presentare il mio libro “Castità”, e aveva «gettato un seme di desiderio» nei miei confronti, per dirla con le sue parole. Si era fatto timidamente avanti due volte chiedendo di me all’editore di Olis, via fax, ma io non ne avevo mai saputo nulla. Alla fine ci eravamo incontrati attraverso facebook. Rispondendo a una mail circolare di un amico, che aveva tra i destinatari anche Claudio, mi ero incuriosita: «ma è lo stesso Claudio Rocchi musicista, che scriveva per Olis? Ricordo un pezzo molto bello sulla capanna del sudore». Credevo di parlare solo col mio amico (ero ancora poco pratica di FB), invece mi rispose proprio Claudio, con una mail privata. Nel suo linguaggio così particolare, personale. «Sono in Sardegna ad osservare con lenti di ingrandimento imprevedibili ricadute di investimenti spirituali che ho fatto nel tempo, come credo anche tu», era una delle frasi della sua risposta… Poi abbiamo cominciato a scrivere insieme quello che sarebbe diventato un poema, e un mese dopo mi sono dichiarata innamorata di lui, senza che ci fossimo mai visti né parlati al telefono. Sua replica: «Ma certo. Noi stiamo insieme da quel 31 marzo in cui hai chiesto di me e ti ho risposto. Io ti desidero e sogno da sempre e te lo dimostrerò. Scemotta, sei tu che ancora non l’avevi capito». Abbiamo passato il tempo tra Roma e la Sardegna, praticamente vivendo insieme da subito. Sull’evoluzione del rapporto posso dirti che… ecco, per esempio non l’abbiamo mai chiamato “rapporto”. Era altro. Eravamo “noi” e basta, eravamo uniti e indispensabili l’uno all’altra come se davvero fosse stato sempre così. Qualunque cosa possa dire in proposito suonerebbe folle, esagerata. Solo chi ci frequentava, o anche chi ci ha visti insieme una sola volta, forse può capire.

Il 22 giugno hai descritto pubblicamente parte del tuo dolore e del solco incolmabile che si era venuto a creare con la dipartita prematura di Claudio: come hai vissuto questi due anni? Che cosa da la forza di continuare quando sembra che la vita abbia perso il valore reale?

Anche questo è indicibile. Pensa che avevo fatto giurare a Claudio che non sarebbe morto prima di me. E lui mi aveva assicurato che avremmo «lasciato il corpo» insieme, sempre per dirla con le sue parole. Quando? Aveva deciso: nel 2051. Gli avevo creduto e tu che lo conosci sai che non avrei potuto dubitare. Lui riusciva nelle imprese impossibili, l’ha dimostrato in tutti i tre anni e mezzo della sua pazzesca, atroce sofferenza. Mai un lamento, energie come quelle di un ragazzo. Incoraggiava gli altri, si occupava di me che non ho un carattere facile ma sono decisamente una peste, stava dietro a tutto, a tutti, creava, produceva, viveva. E sorrideva, rideva. Era sempre e soltanto propositivo e grato alla vita. La mia forza adesso? Semplicemente resistere. Attraverso mille trucchi per proteggermi un po’. Spinta da un senso del dovere che viene prima di tutto: ho una figlia, una sorella. Ma è come se fossi tagliata a metà e sanguinante. A parte l’amore (ma possiamo metterlo da parte?), Claudio era il mio referente, la persona con cui potermi confrontare su tutto. Io ero lo stesso per lui. Fosse stato un amico, invece che il mio Amore, sarei lo stesso persa, disperata. Non è solo perché lui non è qui con me: è perché lui non c’è, non può vivere, non esiste più. Una realtà con cui non posso scendere a patti.

Ho trovato nelle parole di Claudio, da te pubblicate, il conforto al mio concetto di felicità, uno status di altissimo livello, raggiungibile poche volte nella vita: che cos’è la felicità? E’ un termine che ha cambiato significato, per te, nel tempo?

La felicità è l’unica cosa per cui viviamo. La provi quando ti riscaldi dopo aver provato freddo, quando addenti un cibo buono; la provi quando hai un pensiero eccitato e di speranza, in un’attesa che sai che sarà coronata dalla realizzazione del tuo desiderio. La trovi in tante cose. E non è vero che sia solo un attimo. Possiamo prolungarlo, quell’attimo. È questo che distingue le persone, che conta veramente: c’è chi si aspetta la felicità dall’esterno ed è rassegnato ad averne briciole, chi lavora per conservarla in ogni situazione. Anche se è dura… a volte, troppo.

 Ho visto Claudio dal vivo quando ero adolescente, nei primi anni’70. Ho poi avuto sentore di modifiche radicali alla sua vita, con largo spazio agli aspetti metafisici: come descriveresti il suo essere uomo e musicista?

Sette vite, lui diceva di avere avuto. Ma in realtà non era mai cambiato. Diceva, faceva, pensava, “era” a cinque anni come a venti, trenta, sessanta. Lo provano i suoi scritti e il ricordo di chi l’ha conosciuto nel tempo. Da piccolo – ho le cose che scriveva, so le cose che faceva – sembrava avesse un’anima antica. Lo dico da agnostica, perché non credo alla reincarnazione, non credo a nulla pur non escludendo la possibilità che esista un aldilà a noi impossibile da immaginare. La malattia, i dolori terribili e continui, il calvario delle cure, la diagnosi infausta da subito, una serie parallela di disgrazie ulteriori a livello familiare e non solo, avrebbero stroncato chiunque. Non lui. Claudio era quello che pensava, pensava quello che sentiva, viveva come pensava e sentiva. Mai conosciuto una persona così integra. Per questo generava in alcuni dei sospetti, persino odio: non c’era discussione, lui era a un livello di coscienza superiore, inutile provare a metterlo in dubbio. E guarda che io non sono accecata dal dolore o dall’amore. Ho la dannazione di avere una lucidità estrema, e anche di uno spirito ipercritico.

Veniamo al libro appena nato, IL MIO Volo Magico CON CLAUDIO ROCCHI, scritto a quattro mani, te e lui: mi racconti i contenuti?

Si tratta di 12 capitoli scritti tra il 2009 e il 2010. Scrivevamo, all’inizio, per il gusto di fare qualcosa insieme, prima di esserci incontrati e anche prima di esserci rivelati innamorati. Botta e risposta, un poema epistolare, via mail. Quando non scrivevo per un po’, Claudio protestava: teneva a questo lavoro moltissimo, lo considerava la cosa più bella mai fatta fino a quel momento, persino più della sua musica. È un lavoro che racconta naturalmente di noi, ma insieme parla di molto altro. Ha punte inarrivabili di poesia, e di nuovo sono consapevole di usare iperboli, ma niente altro renderebbe l’idea. Non avevo più ripreso il poema in mano («l’Opera» era il nome che gli dava Claudio), lui sì e per fortuna, perché all’inizio dell’anno, quando ho deciso di pubblicarlo, se non avessi trovato le rispettive parti divise, io non avrei ricordato facilmente chi avesse scritto cosa… Ho inserito poi, all’inizio di ogni capitolo, un’introduzione in cui si spiega un po’ quello che accade, e si aggiungono particolari (per esempio: che musiche ascoltavamo in quel periodo), storie, aneddoti. La prefazione è di Gianni Maroccolo, che definirei un fratello gemello per Claudio, non perché gli assomigli, ma per il rapporto profondo che avevano, e di Marcello Loprencipe, mio amico da molti anni e amico anche di Claudio, colui che mi ha aiutato in questa impresa – per me da sola impossibile – leggendo il poema con me e seguendomi in ogni passo, avendo pazienza mentre piangevo, dicendomi cose rasserenanti quando vedevo solo buio, e che con le sue edizioni Campi di Carta ha pubblicato questo libro. Devo aggiungere che la dedizione, l’amore che hanno mostrato altri due soci di Campi di Carta, Marcello Rodi (presidente dell’associazione) ed Elena Rasmini, ha permesso che il libro uscisse così come lo vedete.

Ho letto il capitolo che mi hai inviato… poesia, telepatia, “corrispondenza di amorosi sensi”, romanticismo, alti valori spirituali, sentimenti che sembrano non far parte del nostro quotidiano, e quando esistono -era il vostro caso- tutto finisce in un attimo: basta la fede, quando c’è, a fornire validi giustificazioni e nuovi obiettivi di vita?

Non so risponderti, Athos. È tutto così individuale. Posso raccontarti, e non l’ho mai raccontato a nessuno, un episodio che Claudio diceva di ricordare, della sua vita precedente a questa. In quella vita io ero “svanita” prima di lui, e lui aveva passato un periodo di tristezza che sembrava infinita, ma se ne era riscosso pensando che ci sarebbe stato un domani insieme, e nel frattempo perdersi l’oggi avrebbe significato commettere qualcosa di stupido, negare la vita, costringersi all’infelicità. Io non so se Claudio senza la fede nell’eternità che aveva sarebbe stato ugualmente, perennemente ottimista, generoso, aperto agli altri e al mondo. Non ne ho la controprova. Forse il suo carattere era proprio così, sarebbe stato così anche non avesse avuto alcuna fede. Ma lui diceva che fare ipotesi è fuorviante, perché le risposte alle domande che iniziano con «se…» sono sempre irrealistiche: «tempo, luogo e circostanze» rendono infatti tutto irripetibile.

“…è stupendo! Claudio ci teneva infinitamente: è il nostro poema a quattro mani… musica pura!”
Susanna



Il libro è acquistabile online (IBS Amazon, Campi di Carta) e in libreria, anche se è consigliato l’ordine diretto fatto a Campi di Carta:



martedì 15 settembre 2015

Re-incontro con Giancarlo Aru



Era il 1978 ed ero a Como, nel mese di ottobre, per il servizio di leva, il famoso CAR, per la precisione.
Solo un mese per convivere con giovani di cui probabilmente, di lì a poco, si sarebbero perse le tracce, per la diversità di destinazione. Ma qualche immagine rimane nitida, e tra queste c’è quella di una lunga fila di affamati in attesa del “rancho”, che era sempre poco e sempre di scarsa qualità, ma la fame è fame!
In coda si cazzeggiava quel giorno, e ad un certo punto ricordo che le posate iniziarono a battere sulle gamelle, ma non tutte, bisognava avere coraggio per sfidare l’autorità!
Tra di noi un ragazzo romano di cui si sapeva solo che era … un batterista già di livello, cosa che colpiva molto a quei tempi. La sua fama trovò subito riscontro nel suo modo di “picchiare” sul pentolino, non un ritmo comune, da inesperto, ma sincopato, regolare nella sua irregolarità, e tutto questo fece innervosire un tenente, giovane come noi e quindi un probabile “finto” arrabbiato.
A metà novembre persi di vista Giancarlo Aru, e non lo vidi mai più di persona, anche se negli anni a seguire lo ritrovai in TV, e fui contento per le sue affermazioni e orgoglioso di averlo conosciuto.
La strada di Aru è stata lunga, tortuosa e piena di soddisfazione, tra blues e jazz, in viaggio insieme a nomi stratosferici.
Ho ripensato a lui qualche giorno fa, per caso, dopo aver ritrovato una vecchia fotografia di quei giorni. L’ho cercato su facebook e ho verificato che anche per lui era un piacere ricordare quei momenti.
Ecco come è andata la sua vita musicale, dal momento in cui l’ho perso…


Ti ritrovo dopo 36 anni, casualmente, dopo averti conosciuto durante il servizio di leva: che cosa ti è accaduto, musicalmente parlando, in questo lungo periodo?

Ritrovarti dopo molti anni per me è stata una grande emozione, certo il mio cammino artistico all'epoca della leva militare era già avviato da molto tempo, avendo cominciato a suonare la batteria all'età di quattro anni; tra l'altro nella mia famiglia erano tutti musicisti, partendo da mio padre, maestro di musica, che mi mise per la prima volta le bacchette in mano. Ma torniamo al nostro primo incontro del 1978; ti posso dire, relativamente alla musica, che ho avuto molte possibilità artistiche, sia live che in studio di registrazione; faccio qualche esempio: ho lavorato con il Maestro Armando Trovaioli nel 1980 per il Musical intitolato “Bravo”, con Enrico Montesano, al teatro Sistina di Roma; in seguito con Roberto Ciotti per il blues,  aprendo il concerto di Bob Marley allo stadio San Siro di Milano, sempre nel 1980; altri festival Blues, quale Pistoia Blues prima di BB King, e in seguito entrai a far parte della band di Tony Esposito per circa due anni. Poi venne il momento di Napoli Centrale con James Senese ed anche in quella situazione fu una bellissima esperienza; a seguire suonai con altre band di formazione jazzistica e funk. Qualche anno dopo formai una mia band, i Boolfrog, composta da grandi musicisti, quali Fabio Forte al trombone, Max Bottini al basso elettrico, Fabio Zeppetella alle chitarre e in fine Stefano  Sastro al piano e tastiere: fu un grande successo! Altre collaborazioni con solisti come Oscar Valdambrini, Maurizio Giammarco, Enrico Pieranunzi, Massimo Moriconi, Danilo rea, Al Corvini, Dino Piana, Dado Moroni e molti altri. Altre collaborazioni, in questo caso con grandi direttori d'orchestra… Enrico  Simonetti, Renato Serio, Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Armando TRovaioli ecc ecc.; negli anni a seguire mi trasferii  negli Stati Uniti, alle Hawaii, Honolulu per essere precisi, un posto fantastico per il clima, la gente, la musica jazz, la cultura in generale. Da lì andai a stare per qualche mese a Miami dove viveva il amico e fratello Bobby Thomas jr,  percussionista già dei Wather Report; suonammo insieme in diverse situazioni, sia con jazzisti del posto sia anche in studio di registrazione. Poi capitò una grande occasione, nel senso che Joe Zawinul stava cercando un nuovo batterista per Sindacate Band e Bobby Thomas mi propose per fare un audizione, quindi mi recai a Los Angeles  dove incontrai Joe: facemmo alcune registrazioni nello studio di casa sua, a Malibu; fui molto contento di suonare con lui ma c'era qualcosa che non andava nei nostri rapporti e alla fine decisi di tornare a Honolulu, sapendo che avrei rinunciato ad una grande occasione. Tornato in Italia alla fine degli anni novanta rientrai nella band di Roberto Ciotti, dove rimasi  per circa tre anni e mezzo; lavoravo come turnista  e live  con diversi artisti. Che dire, per raccontare tutte le esperienze più belle di una vita trascorsa nel mondo della musica ci vorrebbero mesi di scrittura!

Leggendo un po’ di tua biografia ho scoperto collaborazioni pazzesche all’interno del mondo jazz, che mi hai appena confermato: è quello il tuo primo interesse musicale?

Sicuramente il Jazz è un mondo musicale nel quale tutto è possibile, e le innovazioni, la ricerca, le composizioni e le improvvisazioni danno ai musicisti grandi qualità e modo di crescere musicalmente.


L’aver suonato assieme a Roberto Ciotti dimostra anche l’amore per il blues: me ne parli?
                                                                                                                             
E’ stata anche quella un'esperienza unica… ti spiego perché: intorno al 1976/1977 suonavo in trio con Ciotti e al basso c'era Enzo Pietropaoli; bene, quel trio penso sia stato una delle prime formazioni che suonava blues in Italia a quell'epoca e il pubblico italiano non sapeva nulla a riguardo perchè il blues era poco conosciuto; in seguito si crearono altre band di blues ecc. ma è a Roberto Ciotti che si deve oggi la conoscenza del blues in Italia. Sono onorato d'aver partecipato a quella magnifica esperienza.   

Esiste un momento che ha influenzato definitivamente la tua vita e ti ha portato ad essere musicista in modo permanente?

Credo di esserci nato con il dono della musica, ti dico solo che a sei anni ero già un professionista, suonando nell'orchestra di mio padre, accompagnando nelle serate artisti quali la grande cantante Nilla Pizzi, il grande Joe Sentieri, Achille Togliani ed altri; l'orchestra girava il mondo nelle tournèe estive, anche perché, chiaramente, in inverno andavo a scuola.

Mi racconti un aneddoto, un ricordo, una conoscenza che ti ha particolarmente gratificato nel corso di carriera?

All'età di dieci anni un giorno mio padre mi diede un biglietto d'invito per un evento che si sarebbe svolto al Piper club di Roma: stiamo parlando del 1968 e nel pomeriggio si sarebbe esibito il grande batterista americano Bobby Cristian, di Chicago, e nell’occasione avrebbe presentato la nuova batteria Ludwing; fatto sta che quel pomeriggio mi accompagnò mio fratello e ricordo che c'erano tutti i batteristi più in voga del momento; suonarono in diversi, poi venne il mio turno, e ricordo che non smettevo più di suonare il solo che avevo iniziato, e alla fine mi tirarono giù dalla batteria per forza e mi fecero cenno di raggiungere il centro del palco dove c'era Bobby Cristian che parlava al microfono, e con entusiasmo e mi consegno un biglietto con su scritto primo premio batteria Ludwing: avevo vinto una batteria! Capisci… fu pazzesco! Bene, questa per me è stata una grande soddisfazione che ancora oggi ricordo con grande emozione.

So che proponi un metodo innovativo legato all’apprendimento del tuo strumento, la batteria: me ne parli?

Sì, nel mio percorso musicale ho avuto molte occasioni e la fortuna di studiare con Enrico Lucchini, Vincenzo Restuccia ed il grande Marvin Boogalu Smith… diverse tipologie di metodo, possiamo dire a volte classici a volte molto complessi: negli anni ho messo appunto un sistema didattico molto semplice ed efficace, nel senso che permette agli studenti di arrivare  praticamente subito a quello che in gergo io chiamo il lavoro finito. Ecco, il mio sistema semplice permette di suonare subito lo strumento senza dover passare a volte in percorsi inutili.

Quanto è importante per te l’aspetto didattico, l’insegnamento verso i più giovani, al di là dei problemi di ordine pratico che possono spingere ad intraprendere una strada piuttosto che un’altra?
                  
L'insegnamento e l'aspetto didattico sono secondo me un argomenti riservati a poche persone; insegnare e trasmettere agli studenti il concetto che un giorno, forse, saranno dei professionisti, è molto difficile per il semplice motivo che, con tutto il materiale a disposizione -video, libri, seminari con grandi della musica- si rischia di fare molta confusione e non si raggiunge mai l'obbiettivo finale, cioè essere un musicista completo.  


Nell’interessantissimo libro scritto qualche anno fa da Bill Bruford emerge come la vita del musicista jazz sia, a parità di importanza, molto meno remunerativa rispetto ai nomi rilevanti del rock: tu cosa ne pensi?  
                                                                                                                                     
Sì, sono d'accordo con Bruford, ma vorrei sottolineare un aspetto molto importante:  nella musica rock è più facile che nella musica jazz, il rock è più vendibile e abbraccia un pubblico molto molto vasto, il Jazz vive in un altro mondo, sia per tipologia di pubblico che di vendite, essendo musica non commerciale .

Che giudizio dai dell’attuale stato della musica?

Il momento storico musicale che viviamo ora mi pare veramente povero di idee, di ideali, di compositori, di artisti che possono dire qualcosa di nuovo; oggi è raro trovare validi musicisti, che hanno fatto la storia, ma mi auguro che nel futuro prossimo possano esserci nuove generazioni in grado di aggiungere nuove pagine significative alla storia musicale.

Preferisci la fase “live” o quella “studio”?

Essendo due situazioni diverse fra loro credo si possono unire, cioè essere professionale sempre, sia nel live che in studio, ma alla  fine dare sempre il meglio significa aver soddisfatto se stesso e gli altri,  cioè ancora una volta aver fatto della buona musica.
            
Cosa possiamo leggere nel libro dei progetti prossimi di Giancarlo Aru?
                                                                                                                                          
Nei prossimi progetti in uscita, ce n’è uno in particolare che sto preparando dedicato completamente allo sviluppo interiore dell'uomo tramite la cultura di ANTICHI RITMI E SEGRETI DEI NATIVI D'AMERICA; è questo è un progetto ambizioso e sarà presentato in autunno a Roma.


Immagine relativa a ANTICHI RITMI E SEGRETI DEI NATIVI D'AMERICA



lunedì 14 settembre 2015

Suoni e rumori, gioie e dolori: qualche riflessione rivolta a... TUTTI!


Per motivi professionali mi capita spesso di raccontare, a chi è obbligato ad ascoltarmi, che cosa significhi lavorare in modo sicuro.
Ho usato appositamente il termine “obbligato”, perché è alla base dello scarso successo di argomenti che, nel pensiero generale sono, cito testualmente frasi raccolte in rete, “… le invenzioni dello stato per creare bisogni inesistenti in chi già svolge il proprio mestiere seriamente”.
E’ una visione errata della realtà, se si pensa alla materia in questione, perchè la maggior parte dei problemi che minano la nostra salute avvengono in luoghi a noi cari e ritenuti sicuri, lontano da quel demone che ha le sembianze del luogo di lavoro, e il motivo è, nella maggior parte dei casi, un comportamento inadeguato.
E’ a mio giudizio un problema sociale che riguarda la persona  in ogni sua azione, al lavoro, nel tempo libero, tra ozio e attività, e andrebbe trattato come tale, proponendo un argomento così importante, che ha che fare con il nostro benessere, attraverso un impegno scolastico, per riuscire a creare una cultura adeguata, anziché imporre delle leggi.
La vita privata si mischia quindi alle professioni e la mia lunga esperienza lavorativa -non è un vanto affermare di essere “antichi”!-, spesso in giro per il mondo, mi porta ad affermare con assoluta certezza che non esiste una separazione netta in grado di sezionare e modificare i nostri comportamenti a seconda della porzione di giornata.
L’esempio di cui voglio parlare è legato alla musica, mia vera passione, e nelle mie docenze si arriva spesso a toccare il topic "rumore" -che sconfina nel suono- con esempi relativi.
L’esposizione prolungata al rumore è causa di una malattia professionale, l’ipoacusia, e la presa di coscienza del problema ha fatto sì che siano stati stabiliti dei limiti, oltrepassati i quali diventa un obbligo la protezione.
E’ bene dire intanto che il suono/rumore è… rappresentato dalla propagazione di energia meccanica in un fluido elastico (gas, liquido, solido) che è in grado di eccitare il senso dell’udito. Ma non esiste una precisa distinzione tra i due stati, in quanto la sgradevolezza del rumore ed il piacere sonoro sono fattori soggettivi, e se è vero che una bella melodia proposta ad elevato volume può infastidire, la percussione di un martello su lamiere di diverso spessore può diventare “agreable”, se il “picchiare” è contenuto.
C’è stato un tempo in cui i palchi di tutto il mondo regalavano migliaia di watt a folle oceaniche, le stesse potenze che investivano i musicisti a pochi passi di distanza.
Erano quelli suonatori ventenni o giù di lì, quell’età in cui si pensa che niente possa fare male, non certo la musica rock, anche se suonata ai massimi volumi. Ma immaginare un rock soffuso sembrerebbe cosa di poco senso!
Sono molti i “sordi” provenienti dai seventies, ma quello che prendo sempre come esempio durante i corsi è Pete Townshend, mitico chitarrista dei The Who, gruppo conosciuto anche dai più giovani per effetto della colonna sonora di C.S.I.
Pete è sordo come una campana, e non sono serviti i suoi notevoli mezzi economici per risolvergli il grave problema.
Pete è sempre stato anche un po’… irascibile, e nel filmato a seguire, relativo credo al 2000, si spazientisce quando vede spuntare tra il pubblico gli earplugs “usa e getta”, quelli che, se usati dalla pluralità delle persone, colorano significativamente l’ambiente.
Townshend si rivolge a loro con la famosa frase: “It’s too late”, it’s always too late!”, ed è abbastanza facile pensare ad un'audience formata da non più giovani, secondo il chitarrista corsi ai ripari troppo tardi.


Pete Townshend soffre di TINNITUS, che è il nome latino dell’acufene, che è una patologia che colpisce l’orecchio umano, portandolo a percepire rumori costanti, in forma diversa (che siano fischi, ronzii, pulsazioni o fruscii) ed è causata da molteplici fattori, uno dei quali è l’esposizione continua a suoni di forte intensità (come nel caso del chitarrista) che provocano una progressiva perdita dell’udito. E quando il danno diventa definitivo, non solo non si sente più, ma nell’orecchio si forma un ronzio permanente, che si accompagna al fenomeno del recruitment («rafforzamento») che abbassa la soglia di fastidio alla presenza di un rumore molto forte. In pratica, si sente dolore molto prima degli altri.

Dice il Dottor Claudio Albizzati: “«Cure vere e proprie per l’acufene non ve ne sono. Le medicine fanno poco, per non dire nulla, e gli stessi “mascheratori”, che sono simili agli apparecchi acustici e producono una serie di rumori bianchi o rosa, funzionano poco e male e sono più teorici che pratici. L’unico rimedio possibile è la prevenzione, ovvero non ascoltare la musica ad un volume altissimo, come invece purtroppo fanno oggi molti ragazzini con le cuffiette dell’ipod, né esporsi volontariamente a suoni di elevata intensità per lungo tempo. Solo il rispetto per le nostre orecchie può, quindi, aiutarci a tenere lontano l’acufene per il quale, lo ripeto, non c’è soluzione ma su cui, al contrario, c’è molta superficialità e disinformazione».

Ammesso che si tenga alla propria pelle -tutto da dimostrare in moltissimi casi- possiamo dire che non è necessario dotarsi di un fonometro (anche se esistono app gratuite per i nostri telefonini) per misurare i decibel, giacchè siamo in grado di proteggerci seguendo il nostro eventuale disagio personale, quei segnali che ci arrivano direttamente dal nostro corpo.
Ma quanto vale un decibel? Non è facile riconoscerlo, come facciamo con il chilogrammo o il metro, unità di misura con cui abbiamo dimestichezza!
Facile. Sto svolgendo una lezione in aula e per farmi ascoltare da tutti alzo un po’ la voce: mediamente raggiungerò i 65 decibel e quindi una normale conversazione ne prevede circa 60, mentre ai 30 rilevati in una biblioteca silenziosa si possono contrapporre gli oltre 130 caratteristici del decollo di un aereo.
Non so esattamente a cosa corrisponda la TECHNO sparata al massimo in discoteca, ma è facile presupporre un altissimo rischio legato ad esposizione prolungata.
Il primo limite di legge, quello che in ambiente lavorativo produce le azioni iniziali, è quello degli 80 decibel -gli step successivi sono 85 e 87-, valore che, senza entrare nel dettaglio, produce una serie di precauzioni che partono in primis dalla protezione individuale, sempre e ovunque possibile, e in modo relativamente semplice.
Io sono un assiduo frequentatore di concerti e riflettendo su situazioni simili vissute da adolescente, quanto la tecnologia non era certo dalla nostra parte, mi viene da pensare che a quei tempi mai avrei avuto cura del mio udito -anche se… mi volevo molto bene-, perché si era culturalmente impreparati al riconoscimento del pericolo e ai risvolti negativi verso la persona, e chi fa parte della mia generazione ricorderà bene, probabilmente con nessuna nostalgia, il tempo in cui si assisteva al cinema domenicale con una cappa bianca sopra la testa, prodotta dalla valanga dei fumatori che nel tempo avrebbero poi pagato le ovvie conseguenze -così come probabilmente pagheremo in parte anche noi, fumatori passivi.
Ora che sono “saggio” viaggio sempre con in tasca i miei protettori auricolari, colorati e cool.
Lo scorso anno, ad un concerto dei Big One, mi si avvicina un amico fotografo, nell’occasione impegnato professionalmente; ha dimenticato i suoi tappini a casa e mi chiede se ne ho un paio per lui perché, prosegue: “… non posso ascoltare il concerto, ma devo lavorare, e la musica alta mi infastidisce”.
Questo è un aspetto pericoloso, che in qualche modo contraddice una mia affermazione precedente, quella relativa alla possibilità di autoregolarsi per mantenere il giusto livello.
Traduco: se ascolto concentrato e rilassato qualcosa di “pericoloso” nei volumi, ma piacevole per la tipologia di ascolto, non avverto fastidio mentre la stessa atmosfera sonora, subita mentre l’attenzione è rivolta alla professione, diventa inaccettabile?
Da rifletterci su, io intanto suggerisco a tutti i miei amici musicisti e frequentatori di eventi live di avere cura del proprio udito, di pensare per tempo alle conseguenze di azioni inaccettabili nel momento in cui nasce la consapevolezza dei rischi a cui si va incontro.
E quando le probabilità diventano certezze forse è davvero… too late”, come Pete Townshend sentenziava. 
Ma qualcosa forse si sta muovendo, e il messaggio di speranza mi è arrivato proprio in questi giorni, quando ho assistito alla performance di una band vicentina, i Syncage, il cui giovanissimo bassista, Daniele Tarabini, sotto ai lunghi capelli nascondeva i famosi “tappini colorati”, per attenuare la potenza che certa musica richiede.
Un ragazzo saggio, che d’ora in poi porterò con me come esempio, nella speranza che l’opera di sensibilizzazione proposta con un sample calzante possa essere ancora più efficacie, e che l’immagine diventi complementare al verbo.
Dice Tarabini:" Occore avere consapevolezza dei danni che un sistema di amplificazione tradizionale causa alle orecchie, che altro non sono che i nostri principali strumenti di lavoro...".

Grazie Daniele!




“Ho perso il 70% dell'udito all'orecchio sinistro. Continuo a incidere dischi, ma ho dovuto smettere di fare concerti”.
Phil Collins