martedì 17 luglio 2012

I TRIP tornano a casa... il resoconto del concerto di Alassio


Quando alcuni anni fa ho avuto la possibilità di parlare direttamente con  Joe Vescovi,  musicista con cui ho in comune la città di origine, tra i tanti ricordi rispolverati  era nata anche una piccola speranza, quella di rivedere i TRIP ancora insieme, magari in un tour che toccasse anche la nostra città, Savona.
A parole è una cosa molto semplice, ma nella realtà si trattava di … sogni ad occhi aperti.
A volte i sogni si avverano, e il 14 luglio 2012, a distanza di tre anni da quella chiacchierata, la reunion dei TRIP si è realizzata, i concerti importanti sono arrivati e anche l’evento  ligure è diventato realtà.
Occorre sottolineare come il circuito degli amici - in questo caso gli amici di Alassio - sia stato determinante per far emergere una genere musicale che, seppur in fase di riscoperta, resta al momento di nicchia, e  trovare il giusto interlocutore all’interno delle istituzioni cittadine è fatto fondamentale. E’ quindi doveroso  evidenziare che  sabato scorso si è realizzato qualcosa di storico, musicalmente parlando, e se gli artisti sono stati gli ovvi attori, la sensibilità, la passione e la determinazione di chi resta normalmente nell’ombra - organizzatori e amministratori locali - ha consentito di passare qualche ora indimenticabile, tra i ricordi, il presente  e... il futuro.
Da molti lustri i TRIP mancavano da Alassio, e mi piace ricordare come la loro sede ufficiale, ad inizio anni ’70, fosse la vicinissima Cisano sul Neva, luogo in cui vivevano e provavano e in cui fu realizzato un festival di caratura nazionale, manifestazione a cui io, ai tempi adolescente, partecipai.
Ma la serata è stata caratterizzata dal ricordo di Wegg Andersen, il cofondatore del gruppo, scomparso prematuramente pochi mesi fa.
Ritorno un attimo al pensiero di Joe, quando mi raccontava di ciò che era stato, e dell’incidente giovanile di Wegg che lo tenne lontano dal palco per lungo tempo. Erano quelli i momenti in cui i bassisti si offrivano per una sostituzione che non avvenne mai, perché come Vescovi racconta, i TRIP senza Wegg - o Joe - non avrebbero avuto un senso compiuto, e la tecnica e il gusto musicale in questo caso non c’entrano.
Era perciò questo l’unico modo per poter  vedere la band in azione, senza uno dei due pilastri iniziali, situazione benedetta dallo stesso Wegg pochi giorni prima di lasciarci, quando chiese a Joe di proseguire: “ Joe, i Trip sono nelle tue mani, non mollare!”.
Non solo TRIP nel fantastico Auditorium Enrico Simonetti”, ma una lunga kermesse musicale che ha visto la partecipazione di due gruppi locali, i Flower Flesh e Il Cerchio d’Oro. Anche in questo caso l’assemblaggio appare nel segno della commemorazione di Wegg Andersen, una sorta di fil rouge sostenuto da musicisti - Sgarlato, Piccolini, Pradal, i gemelli Terribile - che avevano con lui condiviso momenti importanti e diretti, a contorno della Prog Ehxibition romana del novembre 2010.
Non ha potuto essere presente Daniele Nuti, tra gli artefici dell’organizzazione, e questo mio scritto, unito a qualche riassunto video, proverà quindi ad essere un’utile  testimonianza per chi non c'era. Tra i più attivi Rudy Pio, vero punto di riferimento locale.

Il mio personale concerto è iniziato due giorni prima, quando tutto il gruppo ha utilizzato una sala del Circolo Artisi di Savona per le prove di rito, durate due giorni.
E’ stata l’occasione per rivedere vecchie conoscenze e per stimolare la memoria di Vescovi, uno che … non dimentica niente. La cena, con Joe, Furio Chirico e altri amici, ha regalato situazioni e scenette comprese tra l’aneddoto, il gossip e la dura realtà,  ricordi che, per chi ha passioni musicali, sono il valore aggiunto alle normali conoscenze musicali.

Ecco uno stralcio del pomeriggio all’Artisi. I protagonisti sono: Joe Vescovi, Furio Chirico, Fabri Kiarelli e Angelo Perini.


Per la serata di sabato erano previsti molti ospiti.
Ad alternarsi sul palco, assieme ai TRIP, Pino Sinnone, il batterista dei primi due album, e Silvana Aliotta, indimenticata vocalist del Circus 2000, accompagnata nell’occasione dalla figlia Valeria Caponnetto, vocal coach e musicista, sulle orme di Silvana.
Un ospite importante anche per il Cerchio d’Oro, Giorgio “Fico “ Piazza, primo bassista della PFM.

Soundcheck frenato da un po’ di pioggia che, fortunatamente, non disturberà prove e concerto.
Si respira un’aria da evento atteso, e gli addetti ai lavori si mischiano ai curiosi, attirati dalla musica o dal semplice movimento visibile nell’anfiteatro, immerso nel Parco San Rocco.
I motivi di cauta apprensione riguardano anche i musicisti.

I Flower Flesh si presentano senza vocalist ufficiale, assente per motivi di salute, e il sostituto ha dovuto imparare il repertorio in soli due giorni.
Il Cerchio d’Oro, miscela di musicisti super esperti e giovani uomini, non calca il palco da due anni e presenta un nuovo chitarrista.
I TRIP sono professionisti, da ogni punto di vista, ma i sentimenti e gli stati d’animo sono condizionati dai ricordi, dalle amicizie, dagli amori, e per Joe e Furio -  e Pino Sinnone  - non potrà essere  un concerto come gli altri.
I tempi sono ristretti e vanno rispettati. Attorno alle 21.30 inizia la musica dei Flower Flesh, con l’handicap a cui accennavo. Beh… la full immersion di due giorni ha dato buoni frutti, e lo stato generale non ha subito perturbazioni. Un grosso punto di merito per la formazione di Alberto Sgarlato, se si tiene conto che non c’è stato praticamente tempo per un corretto soundcheck. Riuscire a caratterizzare una performance, lasciando tracce importanti, in solo trenta minuti, non è cosa semplice, ma il gradimento del pubblico è la testimonianza che la musica è arrivata, e i F.F. possono davvero ritenersi soddisfatti.
Qualche interessante aneddoto per riempire il cambio set e si riparte con Il Cerchio d’Oro.
Il pubblico è attento e partecipativo. Tanti vecchi amici, musicisti, e i familiari di Wegg, arrivati dalla Svizzera, con un documento stampato, un messaggio del vecchio amico  Jimmy Page, compagno di scorribande musicali ai tempi della “Sweet London”,  che si scusa per non poter essere presente. Accidenti!

Il Cerchio riparte dall’album “Il Viaggio di Colombo”, ma è questa l’occasione per inserire un paio di chicche che faranno parte del prossimo disco, la cui uscita è prevista entro la fine dell’anno, con la partecipazione di alcuni importanti ospiti.
La ruggine, che probabilmente è fisiologica nella loro situazione, risulterà alla fine poca cosa e non inciderà sul risultato. Un po’ di emozione e il normale bisogno di confidenza da palco, sono elementi oggettivi che riguardano più i musicisti che non il pubblico, quell’audience che ha gradito incondizionatamente la musica di una band di lungo corso che appare come … all’inizio di una nuova strada.
Il set si conclude con la sorpresa di cui pochi sapevano, la presenza di Giorgio Piazza, incaricato di dare la … versione originale della linea di basso di “Impressione di Settembre”. Chi meglio di lui poteva riuscire nell’intento?
Ancora qualche conversazione prima del clou, con l’assessore al turismo Rinaldo Agostini che fornisce il suo ricordo seventies, quando non faceva politica ma si occupava di musica in qualità di D.J.  Si è ricordato molto bene dei TRIP e anche a lui va dato il giusto merito.

Joe Vescovi entra in scena e sintetizza il significato della serata: poche lacrime e tanta musica… Wegg avrebbe voluto così!
E così ci troviamo davanti la prima vera prog band italiana - anche se sarebbe corretto denominarla italo-inglese -  se è vero che l’album “The Trip” uscì nel 1970.
Occorre dire innanzitutto che il sound attuale è incredibile:
Joe appare quello di un tempo, ma con l’esperienza di una vita fatta di musica alle spalle. Fascino inalterato.
Furio è un batterista eccezionale … potenza, tecnica, gusto, tutte doti che lo porteranno a trovare la sintesi nell’assolo, momento solitamente dedicato al virtuosismo, ma in questo caso funzionale al concept, accettato in passato persino da Wegg che, in virtù del suo status di musicista inglese, non vedeva di buon occhio gli assoli di batteria negli album.
I due giovani, Kiareli alla chitarra e Perini al basso, hanno un compito non facile, avere cura della tradizione e fornire un po’ di nuovo e personale, cogliendo l’esigenza dei mutamenti temporali.
Ritengo sia un’accoppiata di qualità, con Fabri che a tratti prende in mano la situazione e conduce il gioco. Ha anche incredibili doti di vocalist, e dopo averlo ascoltato dal vivo non potrò più commettere l’errore - in cui sono incappato da poco -  di attribuire ad altri le sue parti. Un tocco più duro, a volte quasi metal, che aumenta la forza dell’attuale musica dei TRIP.
Si passa da Atlantide a Caronte, utilizzando un paio di brani un po’ più “esterni”, come “Fortuna”, in cui Pino Sinnone ritrova Joe dopo quarant’anni, e   “Ode a Jimi Hendrix”. Incredibile duetto vocale, nell’occasione, tra Kiareli e Silvana Aliotta, quella che dal palco ho definito l’unica cantante rock degli anni ’70, ma che non ha perso nulla dell’espressività dell’epoca, maturando qualità che le permettono di essere una cantante da prendere come esempio. La sua performance non è passata inosservata e immagino che qualche proposta interessante arriverà.
Accanto a lei, in “Atlantide”, Valeria Caponnetto che ha contribuito a creare un attimo di estrema “concentrazione musicale”. Bella sorpresa.
Parole, musica,  sensazioni e fiori sul palco, nel ricordo di Wegg e Billy Gray, anche lui tra i protagonisti dei primi due album e anch’esso scomparso troppo presto.
Una grande festa che ritrova uniti tutti  i partecipanti, senza distinzioni.
Presente anche Andrea Rosso, il proprietario della villa che ospitava i TRIP a Cisano, omaggiato da Vescovi che ha dichiarato nell’occasione che senza di lui certe cose non sarebbero mai nate.
E ora, dopo aver chiuso un cerchio lungo una vita, occorre guardare avanti, avendo la consapevolezza che si ha ancora molto da dare, e che la reunion dei TRIP, ha ben poco a che fare con la nostalgia, sentimento che resta sospeso nell’aria, lasciando a Joe, Furio, Fabri e Angelo la certezza che lavorare su nuovo materiale potrebbe fornire alla band una seconda vita e una nuova pelle, da utilizzare per il prossimo lungo … viaggio.
Un’altra di quelle giornata da catalogare come “Io c’ero”… per fortuna.   
Un piccolo riassunto della serata.

venerdì 13 luglio 2012

Trip in concerto



Grande evento domani sera, sabato 14 luglio ad Alassio, l’Alassio Prog che si terrà nell’ Auditorium Enrico Simonetti, alle ore 21, nel Parco San Rocco, con ingresso gratuito.

Molteplici i motivi di interesse, non solo tecnico musicale, ma anche affettivo.
Innanzitutto la motivazione principale, e cioè suonare nel ricordo di Arvid Wegg Andersen, il bassista, cofondatore dei Trip, recentemente scomparso.
Wegg, assieme a Joe Vescovi, ha rappresentato l’anima del gruppo lungo tutto il suo percorso, e suonare in suo onore sarà un po’ come averlo on stage.
Altro elemento importante è il ritorno dei Trip in Liguria, a pochi chilometri da Cisano Sul Neva, luogo in cui la band si ritirava per “costruire” la propria musica.
Joe Vescovi è di Savona e il ritorno a casa, dopo svariati lustri, sarà probabilmente per lui emozionante.
Il terzo fattore lo si potrebbe definire “il collante” della serata.
Oltre ai Trip, saranno presenti in differenti momenti, altre due Band, Il Cerchio d’Oro e i Flower Flesh, ovvero musicisti che recentemente (Prog Exhibition 2010) avevano potuto condividere attimi di tranquillità, lontano dal palco, con Wegg e con i Trip.
Non mancheranno gli ospiti, come Pino Sinnone, il batterista degli esordi, e Silvana Aliotta, la mitica cantante del Circus 2000.

Per un ricordo di Wegg digitare il seguente link:




giovedì 12 luglio 2012

VenaViola-A Cosy Morning Upside Down



A Cosy Morning Upside Down è il nuovo EP dei VenaViola, giovane formazione sannita nata nel 2005, ormai al quinto lavoro.
Oltre trenta minuti di musica suddivisi su sei brani, tre dei quali live, registrati nel corso di un programma radio, e facenti parte del disco  precedente,  “Smash Up“.
Le informazioni a seguire ( intervista realizzata da Synpress e biografia) sono significative e aprono le porte verso il mondo VenaViola.
Non avevo mai avuto l’opportunità di ascoltare questa formazione atipica… atipica per me, e sono rimasto piacevolmente sorpreso. Per evitare condizionamenti ho evitato di leggere il loro pensiero, riservando al post-ascolto la parte oggettiva.
Escludo anche le etichette dichiarate, sicuramente utili per chiarire le idee a chi le ha già abbastanza chiare, ma non necessariamente funzionali alla “comprensione della musica”.
In realtà credo sia questo uno di quei momenti in cui occorre lasciarsi andare, senza riflettere, senza cercare di capire, ma aspettare la risposta che arriva subito dopo l’impatto. Per gli approfondimenti c’è tempo ed è una via doverosa da seguire, ma la bellezza di questo A Cosy Morning Upside Down nasce dalle atmosfere e da ciò che arriva immediatamente a chi ascolta.
E’ uno di quei rari casi in cui si raggiunge il feeling da “concerto riuscito”, quella sorta di concentrazione che sfocia subito dopo nel coinvolgimento, e che porta a viaggiare con la mente, a riflettere e a sognare. La sola, importante, differenza è che le reazioni non possono… ritornare ai musicisti, ma per quello ci sarà spazio in fase live.
Musica elettronica, trame melodiche e sognanti e una voce “penetrante”, quella di Veta, capace di condurre verso un viaggio adimensionale e pieno di sfumature che si colgono facilmente… se si possiede un minimo di sensibilità.
Ed è forse il contrasto tra musica “tecnologica” e soffice melodia che colpisce immediatamente chi, come me, si avvicina per la prima volta al sound dei VenaViola.
La resa live, da quanto si può percepire dall’album, è molto alta ed il set termina con una perla tutta al femminile, dove la parte vocale è sostenuta dal solo piano di Anna Salzano.

Nello scambio di battute a seguire mi ha colpito un aspetto… sociale,  l’accettazione, la rassegnazione, la consapevolezza che di musica non si vive più, stato d’animo con cui convivono ormai tutti i musicisti, a Benvento, a Milano o a Trieste. E alla fine l’importante sarà dare dimostrazione, al pubblico e a se stessi, che  potenzialmente si ha molto da dire, e se una strada per farlo sapere sarà il free download, ben venga anche quello. Personalmente resto dell’idea che il lavoro, e gli sforzi immani che lo supportano, debbano essere riconosciuti, e che a uomini e donne capaci di realizzare musica come quella contenuta in A Cosy Morning Upside Down andrebbe steso un comodo e rassicurante  tappeto che possa condurre ad un palco pieno di musica.
Retorica? Luoghi comuni? Frasi fatte?
A ciascuno la propria interpretazione e il proprio… piano di azione.



INTERVISTA a VenaViola realizzata da Synpress

A cosy morning upside down è il vostro nuovo disco, quali sono le differenze dai precedenti?
Siamo arrivati al quinto lavoro ed abbiamo avvertito la necessità di uscire con questo disco per tirare finalmente un solco con la nostra gavetta in giro per locali, palchi e “pavimenti” italiani. Non è una situazione che puoi programmare o decidere, è un naturale processo che decide di prendere forma da se. A cosy morning upside down arriva in un momento importante del nostro percorso e possiede quelle sonorità che stiamo cercando da tempo e che rappresentano al meglio quello che sono i VenaViola. Abbiamo cominciato con un demo senza cantato, siamo passati per Ep tipicamente trip-hop come 360 Muse fino ad arrivare ad un assetto-base con Smash Up. Oggi siamo in grado di dire che la prima parte del nostro percorso si è conclusa e A cosy morning upside down è l’inizio della nuova fase del gruppo, l’anticamera di quello che sarà. Vogliamo raccontare sensazioni “a testa in giù”, positive e leggere. L’affiatamento e la location della nostra sala prove hanno contribuito a questo.

Il vostro ultimo lavoro Smash Up nasceva con il contributo di Gianni Blob dei Black Era: stavolta invece avete fatto tutto da soli?
Diciamo di si anche se in fase mastering una sorta di “supervisione indiretta” di Gianni c’è stata. Ci fidiamo molto di lui ed Angelo ha provato a seguire alla lettera i suoi consigli. Allo stesso modo però sentivamo la necessità di capire e vedere dove siamo in grado di arrivare oggi. A cosy morning upside down lo sentiamo nostro come non mai, dal concepimento dei brani alle registrazioni, passando per progetto grafico e priorità da seguire nel missaggio e nel mastering. Abbiamo lavorato con grande serenità grazie anche ad una buona alchimia che si è creata e si è sviluppata tra di noi, specialmente in fase di stesura dei brani.

Una parte importante del nuovo lavoro sono i tre brani live, registrati durante una diretta in radio: vi sentite più a vostro agio in studio o dal vivo?
Il piacere di suonare live è dentro ogni musicista, impossibile sostenere il contrario. Abbiamo un punto cardine: suoniamo live sempre, anche in fase studio. I tre brani inediti sono nati suonandoli e programmandoli assieme, dal vivo. Ci sembrava giusto e pertinente poi integrare il lavoro con tre pezzi live registrati durante lo Smash Up Tour che fanno parte del disco precedente. Inizialmente l’idea era quella di inserire tre brani presi da tre serate diverse, poi abbiamo suonato a RCB Live Series in un programma radio e la resa del live ci ha convinto a promuovere quella serata: l’impatto è stato favorevole ed abbiamo preferito lasciare anche qualche “sporcizia” presa dai microfoni per rendere più vera la resa dei brani. L’ultimo pezzo del disco, Love is not your best weapon, lo abbiamo spogliato rispetto alla versione originale, lasciando spazio solo al piano ed alla voce.

A cosy morning upside down viene proposto in free download: quali sono i motivi di tale scelta?
In questo disco abbiamo deciso di fare da soli e dunque abbiamo ritenuto giusto optare per il free download, una forma che a noi piace e che può arrivare in ogni dove senza problemi. Nonostante tutto non sarà un semplice free download visto che oltre al disco composto da sei pezzi ci sarà la possibilità di scaricare la copertina ed il libretto di A cosy morning upside down. Per chi non è soddisfatto c’è anche un’altra opzione, quella di scaricare i video dei tre brani live del disco. Basta collegarsi sul nostro sito ufficiale, www.venaviola.it e decidere quale tipo di download eseguire.

Una caratteristica peculiare dei VenaViola è stata l’immediata adesione ai moduli del trip hop, genere oggi non più in voga come qualche anno fa, benché il lascito sia stato importante. Qual era il segreto di nomi come Massive Attack e Portishead?
Non ci piace parlare solo di determinati gruppi però bisogna dare atto che Massive Attack e Portishead hanno segnato una scena, quella di Bristol, che ha cambiato il modo di concepire l’elettronica e di aprire nuove frontiere in quella che forse impropriamente si definisce scena indie. Mantenere in voga quel tipo di sound è stato praticamente impossibile anche perché con il passare degli anni quella purezza ha lasciato campo a nuove forme di elettronica, più vicina al rock come è il caso dei Notwist o più pop come hanno tracciato Lali Puna o Ms Jhon Soda tanto per citare dei nomi. In Italia poi il discorso è assolutamente diverso visto che non c’è mai stato un fenomeno trip-hop: ricordiamo Riccardo Sinigallia, qualcosa degli Offlaga Disco Pax, ma sinceramente non si è mai intravista una scena. Continuiamo a pensare che un vero gruppo trip-hop italiano sono stati proprio i Black Era del nostro caro vecchio Blob!

Due tastiere, basso e voce: siete una formazione alquanto sui generis. È una convivenza facile?
Facilissima e divertente. La scelta di non usare chitarre e batterie nei lavori precedenti (se si esclude 360 Muse) non è stata casuale. In questo disco però non ci siamo accontentati e così abbiamo introdotto nuovi strumenti e “riacquistato” le chitarre elettriche in Ljomi, il pezzo che apre il disco. Ma non è tutto, stiamo rispolverando strumenti come diamonica o suoni di percussioni. Nei live come nel disco ci sono parti di handclapping, seconde voci, parti di moog, violini. Tutto questo rientra nel nuovo percorso dei VenaViola: nei lavori precedenti vi erano le collaborazioni con altri musicisti, ora suoniamo tutto noi.

A differenza di molti gruppi “di provincia”, che scarsamente favoriti dall’ambiente si sciolgono dopo poco tempo, la vostra storia non conosce interruzioni dal 2005, anno di fondazione della band. Qual è il vostro segreto?
L’attenzione e la consapevolezza di vivere in provincia. Se riesci a convivere con questi due punti ben scolpiti in testa eviti inutili nervosismi e riesci a disegnarti un percorso. Molte band valide dopo poco scoppiano perché insoddisfatte di quello che rendono. Certo, suonare a pochi euro in giro per club con soldi che a stento di servono per pagare autostrada e benzina non è il massimo, ma fa parte del nostro modo di vivere dopotutto. Bisogna poi convivere con una verità e cioè che oggi non si può pensare di campare in Italia facendo musica e basta. Ognuno di noi ha studiato e si guadagna da vivere con dei lavori: questo ci serve anche per suonare e continuare ad esistere. Con il tempo poi maturi e capisci anche chi è che vuole fotterti e chi invece crede in te. Non bisogna mai perdere la padronanza e capire quali sono i momenti difficili dove serve resistere e quali sono i momenti dove devi spingere e godertela. Efficace al riguardo è la strofa di Gianni Lindo Ferretti nel periodo Csi, in Linea Gotica: “Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”.

Siete una formazione sannita: Benevento e il Sannio negli ultimi tempi stanno rivelando una buona scena di rock e dintorni. Qual è il vostro parere in merito?
Benevento non è Milano e non lo sarà mai ma per fortuna e grazie all’impegno di tanti ragazzi vanta un circuito musicale ben assortito. Dieci anni fa era impensabile ospitare nel Sannio concerti di Paolo Benvegnù o Ferretti, abbiamo festival validi. Oltre a questo ci sono musicisti che si stanno facendo onore in Italia e all’estero e sono partiti da qui. Esiste un potenziale che però non viene sfruttato in pieno perché la larga fetta della città si dimostra ancora provinciale e poco aperta a concedere spazi per la musica. Ci preme però dire che giriamo tanto e suoniamo in altri posti paragonabili a Benevento: i problemi sono sempre gli stessi a detta di chi vive le realtà simili.

I VenaViola hanno un rapporto privilegiato con l’immagine: anche per questo nuovo album ci saranno dei video?
Lo ammettiamo, ci stimola. Non è un mistero però che abbiamo sempre collaborato con videomaker e filmaker. Siamo costantemente impegnati in progetti paralleli con il mondo del cinema e del cortometraggio, sia come VenaViola che come singoli componenti. Naturalmente si è creato uno “scambio” con i registi che incrociamo nei nostri percorsi e grazie ai loro consigli o ai loro contributi realizziamo lavori anche per la promozione della band. In questo caso sarà pronto a breve il video di Ljomi, pezzo lancio di A cosy morning upside down realizzato da Giovanni Bocchino, poi sicuramente ce ne sarà un altro più avanti.

Il prossimo disco dei VenaViola seguirà le tracce di A cosy morning upside down oppure dobbiamo aspettare qualcosa di nuovo?
Entrambe le cose. A cosy morning upside down è l’anticamera di quello che sarà per i VenaViola. Ma la novità più grande del nuovo disco sarà nel cantato visto che Veta scriverà i prossimi brani in italiano. Non sappiamo ancora se sarà un addio o un semplice arrivederci all’inglese, ma dopo sette anni ci sembra doveroso dare la giusta attenzione all’italiano. Abbiamo tutto il tempo per lavorare al nuovo disco, contiamo di essere nuovamente in carreggiata nella seconda metà del 2013. Ora però spazio a A cosy morning upside down!


Bio VenaViola

Il progetto VenaViola nasce nell’autunno del 2005 grazie all’incontro musicale tra Angelo Cusano (dedicatosi all’elettronica già con il marchio Elettro Consumo Indispensabile) ed il bassista Gaetano Vessichelli (per sei anni con la band rock funk Maluenga, oltre a brevi periodi con formazioni post rock come Edelweisse e Tenia).

L’attività discografica dei VenaViola comincia nel dicembre del 2006 con la realizzazione del primo demo Soundtrack, la Terra: un autoprodotto di quattro brani che ha accompagnato la mostra audiovisiva dello scultore sannita Gianluca Russo. Si tratta di un lavoro dai suoni sperimentali, con il duo che trova l’ispirazione da Brian Eno, Fleishmann e dal trip-hop stile Portishead. Dopo questo primo assaggio, entrano a far parte del gruppo la cantante Michela Antonucci ed il chitarrista Carlo Zollo: con loro i VenaViola realizzano il primo ep, intitolato 360 Muse, nel marzo del 2007. Il tour di questo nuovo prodotto della band beneventana, viene presentato in molti club del centro Sud con una forte densità di live tra Campania, Lazio e Molise. 360 Muse riesce a conquistarsi buone recensioni da parte degli addetti ai lavori e viene distribuito in più di 600 copie.

Mentre la band porta avanti l’attività live, non mancano nuove collaborazioni con registi ed artisti: Maurizio Tomaciello, attore della “Silvio D’Amico” di Roma, realizza due reading con i VenaViola, mentre con il regista Umberto Rinaldi la band realizza diverse colonne sonore per spot e cortometraggi: con uno di questi, Le Regole della Sicurezza, Rinaldi si aggiudica il prestigioso premio “Achille D’Oro” al festival di Sulmona. Anche il trombettista beneventano Luca Aquino (Italian Top Jazz 2010) si accorge dei VenaViola e li invita a partecipare alla manifestazione “Music for Abruzzo” per la raccolta fondi in favore delle popolazioni terremotate nell’aquilano: per l’occasione viene realizzato lo spettacolo “Polvere di Musica” con Luca Aquino e VenaViola, ed i reading di Maurizio Tomaciello ed Assunta Berruti.

Tra il marzo 2009 e il 2010 i VenaViola cambiano struttura: termina la collaborazione con Michela e Carlo, al loro posto la nuova vocalist è Veta (Teresa Viglione). I VenaViola realizzano nel febbraio 2010 il loro terzo lavoro discografico, il primo in italiano, L’Ira di Gaia con la collaborazione di Giulio Cestrone de Il Cielo di Bagdad. In questo nuovo lavoro sono presenti anche le prime due cover della band, La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè e Quando passa lei di Paolo Benvengù: i due brani vengono inseriti e segnalati su Crueza de Ma e Suggestionabili, i maggiori portali dedicati ai due cantautori italiani. Con il brano omonimo, la band sannita partecipa alle selezioni finali di Sanremo Nuova Generazione edizione 2010: durante la promozione dell’ep in italiano, la band è invitata alla Giornata Mondiale dell’Acqua, dividendosi il palco con altri artisti che hanno sposato la causa, come Andrea Rivera o il Pozzo di S.Patrizio.

Nella primavera del 2011 entra nella band il quarto elemento, la pianista salernitana Anna Salzano. Con lei comincia la lunga pre-produzione di Smash Up, quarto lavoro dei VenaViola, che da il via al nuovo sound: nessun addio al trip-hop puro presente in 360 Muse ma una maggiore attenzione alla forma canzone di matrice nordeuropea. Il 6 Maggio 2011 viene presentato Smash Up, concepito e realizzato nella nuova sala prove della band con il missaggio di Gianni Blob dei Black Era.

Line up:

Veta (voce), Angelo Cusano (elettronica), Anna Salzano (piano e tastiere) e Gaetano Vessichelli (basso e chitarra)


video dei tre pezzi live in radio saranno a breve disponibili sul sito ufficiale della band e su Youtube. 
A Cosy Morning Upside Down - inclusi copertina e libretto - è disponibile in free download al seguente  link: 


Info:

VenaViola:


Ufficio Stampa Synpress44:






mercoledì 11 luglio 2012

Maelstrom-The Passage


Il disco di cui parlo oggi è The Passage, di Maelstrom.
Siamo al cospetto di una “One Man Band”, che nel caso specifico nasconde il nome di Ferdinando Valsecchi, che ha  totalmente autoprodotto, registrato, mixato e masterizzato l'EP, parte di un progetto Post-Metal.
Atmosfere dark per queste cinque tracce che presentano un rock… inquietante, laddove il termine coincide con uno stato di “tensione” che si mantiene costante per tutto l’ascolto, sfociando a tratti in una sorta di angoscia musicale che scuote i sentimenti più intimi.
La voce, utilizzata non in senso tradizionale ma come narratrice, si incastra perfettamente nel disegno di Maelstrom, diventando linea guida portante.
Il lavoro in studio rende molto bene l’idea di viaggio introspettivo realizzato attraverso la musica, e diventerà fondamentale capire se tutto ciò rimarrà integro in fase live.
Molto bello l’art work, tra immagini e liriche presenti anche in lingua inglese.
I temi cari a Valsecchi sono “pesanti” e toccano la sensibilità di ogni essere umano:
la ricerca del significato dell’esistenza e del proprio ruolo, il destino, la speranza, la noia, il significato di Dio e dell’Universo, l’essenza della vita stessa.
Tutto questo rovesciato su di un tappeto musicale che pone alla sua base una generica musica rock, che vuole essere contaminata dalla tecnologia e dal metallo puro.

Un disco apprezzabile, forse un po’ di nicchia, perché il tempo per afferrare i particolari e capire cosa c’è oltre… beh, sembra sia un lusso di questi tempi!



L’INTERVISTA

Come nasce “The Passage”? A quel tipo di esigenza corrisponde?
The Passage nasce dopo aver ascoltato una demo degli Arktika e il loro full lenght. In quel momento cercavo un genere che neanche io sapevo cosa fosse, ma ebbi la rivelazione durante l'ascolto. Ad ogni modo il genere dei Maelstrom e quello degli Arktika non sono così vicini, specialmente dal punto di vista del "cantato". Per quanto riguarda l'esigenza invece i Maelstrom, prima di finire di scrivere i primi pezzi nel 2011, nacquero per essere specialmente attivi in sede live (ironico direi!)

Perché la scelta di non avvalerti di altri musicisti?
In teoria avrei dovuto collaborare con un amico, ma non aveva molto tempo a disposizione e a me le tracce andavano bene così, senza l'aggiunta della componente di effettistica ambientale come pad o suoni effettati. In futuro ci sarà qualche collaborazione con altri musicisti, specialmente per la sede live, ma per quanto riguarda il nucleo compositivo sono sempre stato io al centro dei Maelstrom.

Riesci in fase live, come “One Man Band”, ad essere altrettanto efficace che in fase “studio”?
In fase live, come accennavo prima, intendevo prendere qualche musicista che già si è interessato e proposto al progetto, per lo studio invece diciamo che essendo io principalmente un bassista mi sono scritto le parti di  chitarra in modo che potessi risuonarle.  Ad ogni modo la soddisfazione finale è decisamente superiore. 

Come ti sei formato dal punto di vista musicale? Quali gli esempi che ti hanno segnato?
Io ho iniziato a studiare musica seriamente e autonomamente quattro anni fa, dopo che i miei genitori cercarono  l’avvicinamento quando ero piccolo e, successivamente, nell’adolescenza. Non avrei mai immaginato di volerlo fare come mestiere un giorno. Ora comunque, oltre a continuare l'auto-insegnamento, seguo un corso di basso alla scuola musicale Lizard. Per quanto riguarda gli esempi che mi hanno segnato, intendendo come i gruppi più influenti o che mi hanno colpito di più personalmente, non legati quindi strettamente ai Maelstrom, direi Iced Earth, Solefald, Agalloch, Borknagar, Latitudes, Arktika, We Made God e molti altri.

Quanto sono importanti i testi nella tua musica?
Nella mia in particolare molto. Nei Maelstrom poi sono fondamentali. Benché le canzoni fossero nate prima dei testi, e che i testi sono stati sostituiti da quelli scritti da un mio amico, visto che i miei non mi soddisfacevano da un punto di vista letterario, le liriche per questi quattro pezzi sono complementari alla musica; così come la musica segna il passaggio lento, inesorabile, da uno stato di claustrofobia riguardo a come viene vissuto il mondo, ad uno stato invece di "libertà", la scoperta della vita fine a sé stessa, che è bella perché "è",  e il testo lo sottolinea con un flusso di coscienza del personaggio (maschio o femmina che sia) che si evolve con la musica.

Mi racconti qualcosa a proposito delle liriche?
L’importanza dei testi è fondamentale e per sottolineare questa affermazione richiamo l’attenzione sui titoli, che se letti di seguito formano una frase di senso compiuto: The passage/ In a painted black word/ I dreamt for a brighter sky/ and I wanted to live / until the rest of my life. Le quattro canzoni sottolineano il passaggio (inteso come realizzazione di un pensiero che si evolve) sia musicale che testuale, la traccia The Passage racchiude le quattro parti in cui sarebbe diviso l'EP.
Ma è bene ascoltare, magari accompagnandosi alla lettura del booklet.


Cosa vorresti ti accadesse, musicalmente parlando, nei prossimi tre anni? Possibilmente che i Maelstrom vengano conosciuti, e che sempre più persone possano ascoltare i loro cd. 




Biografia

Nati nel 2011 dopo aver ascoltato una demo degli Arktika, Maelstrom è una one-man-band che spazia fra l'Experimental & il post-metal. Dopo aver registrato una demo di 4 tracce (Change of Season), la band pubblica il primo EP ufficiale il 10 Giugno 2012 chiamato The passage. L'EP è stato completamente composto, registrato, mixato, masterizzaato & prodotto da F.Valsecchi, ad esclusione dei testi, a cura di M.Simonelli, con le idee di F. Valsecchi.
I testi sono in italiano, benché sia possibile trovare una traduzione in inglese all'interno del libretto.

Members: F.Valsecchi - Voices, Guitars, Bass, Drum Programming
INFO


lunedì 9 luglio 2012

Valter Monteleone- HillPark



HillPark è il primo album solista di Valter Monteleone, musicista di lungo corso che si propone con un progetto “studio” da one man band, sei tracce per una trentina di minuti di musica.
Come emerge nell’intervista a seguire, la batteria è lo strumento più … vicino all’esigenze espressive di Monteleone ma, dimostrando ottime capacità di polistrumentista, Valter si cimenta anche con chitarre, basso, tastiere e piano. Aggiungo anche una voce caratteristica in un paio di brani cantati in inglese, HillPark e Castle.
Il tappeto musicale è il jazz, e su quel terreno confortevole perché ben conosciuto vengono tessute trame di differenti matrici, dal “Jazz al rock, dal blues alla bossanova, dal tango al pop e allo  swing”(dal comunicato stampa ufficiale).
Le linee guida sono quelle del racconto di una fetta di vita attraverso il viaggio, fisico o idealizzato. Niente come un’esperienza itinerante colpisce la nostra fantasia e stimola a cercare il percorso della creazione, ma avere la capacità di trasformare immagini in musica è cosa per pochi; in “HillPark” i commenti musicali privi di liriche risultano particolarmente efficaci e spingono l’ascoltatore, in maniera del tutto naturale, ad iniziare un viaggio proprio, abbinandolo magari  a ricordi personali.
C’è la bossanova utilizzata per dipingere il Sud America … c’è il jazz rock di fine anni ’60 che dipinge un immaginario tour oltremanica tra castelli sempre sognati… c’è lo swing che racconta una giornata piovosa passata in terra toscana… c’è la fusione di stili - dal valzer al tango al flamenco - che nasce pensando ai giardini di Salisburgo.
Un continuo altalenare di stili che riconducono all’amore primordiale, il jazz, nella sua massima espressione di libertà: la jam session su cui  calare a turno il proprio pensiero ed estro musicale.
Il progetto così come ideato - un uomo solo che crea ed esegue - dovrà trovare adeguata risistemazione per la proposizione live, perché sarebbe un vero peccato non poter presentare il “castle dream” anche on stage.
Il cocktail è indovinato, fascinoso e capace di toccare i sentimenti più profondi, e credo che a un musicista non si possa chiedere di più!
Da ascoltare.




L’INTERVISTA

Scrivere il primo libro, registrare il primo album solo, dipingere la prima tela… tutte azioni che spesso sono un bilancio di vita, un punto e a capo. Che cosa rappresenta per te “HillPark”?

HillPark è un semplice esperimento, non rappresenta certamente un bilancio di vita; è nato dalla pura curiosità di ascoltare i singoli arrangiamenti dei brani da me composti, analizzando in studio le varie sonorità e gli accostamenti di diversi stili musicali. Direi invece che rappresenta, sempre secondo me, un buon punto di partenza per proporre, nell’ambito del jazz, nuovi temi su cui improvvisare in jam session, ma soprattutto semplici temi, esposti nella classica forma degli standard-jazz raccolti nei Real Book.

Hai registrato da solo ogni strumento e hai cantato. Perché questa autarchia musicale? Avevi bisogno di qualcosa che fosse solo tuo, difficile da condividere con altri musicisti?

In passato ho effettuato numerose registrazioni in studio e live con vari gruppi, dalla big band all’ottetto, al quintetto, al trio (Taras Jazz Forum Orchestra, New Orleans Taras Jazz Band, JT & C Project, Academy Jazz Trio, Soul Jazz Duo, Plurima Mundi, Art Jonica Jazz Quartet); tutte formazioni nelle quali la musica d’insieme assumeva un preciso significato e il modo di suonare si interfacciava tranquillamente con gli altri musicisti. Tuttavia suonare da solo, senza condividere con altri le emozioni che si trasmettono, pensando unicamente alla ricerca del giusto arrangiamento, è stata un’esperienza unica. Certamente non ho intravisto nessuna autarchia, è un termine che assolutamente non si addice al mio stile musicale.

Che cosa rappresenta per te la collaborazione con Luca Scornavacca?

Luca Scorny Scornavacca è un grande fonico e sound engineering; nel suo studio, e in parte anche nel mio, abbiamo vissuto delle sedute di registrazioni molto intense, senza però stancarci eccessivamente. Ci siamo compensati a vicenda riguardo alle nostre singole esperienze, raggiungendo, credo, un discreto risultato.

Come pensi potrai trasferire la tua condizione di “one man band” in fase live, mantenendo una buona rappresentatività del lavoro in studio?

Una buona band di musicisti sarà la giusta condizione per promuovere il risultato di HillPark in versione live. E’ attualmente in fase di definizione e sicuramente assumerà una configurazione jazzistica; i brani dell’album, come già detto, si prestano all’improvvisazione tra le varie esposizioni dei temi.

I viaggi e i luoghi che capita di “toccare” nell’arco di una vita lasciano segni indelebili in ogni persona, anche nelle meno sensibili. Qual è l’immagine più significativa tra quelle da te descritte ( o immaginate)?

Sicuramente HillPark è ispirato ai luoghi del mio vissuto; la musica in esso contenuta rappresentava, nel momento in cui la componevo, un continuo scambio di sensazioni tra l’atmosfera vissuta negli anni passati e quella presente durante la composizione. In quel momento rivivevo le sensazioni vissute in precedenza, riascoltavo voci o suoni percepiti allora, riassaporavo i profumi tipici dei luoghi a me più cari. Ovviamente non era solo un tuffo nel passato ma anche un confrontarsi col presente; l’immagine che ricorreva più frequentemente era comunque quella dei castelli, forse il cd avrebbe dovuto chiamarsi “castle dream”!

Ciò che scaturisce dalla tua musica è una vasta serie di esperienze musicali, impossibile da inserire in un’unica categoria. Come nasce, musicalmente parlando, Valter Monteleone?

Ho iniziato la mia attività musicale come turnista in varie formazioni, alla fine degli anni ’60, iniziando come chitarrista e in seguito come batterista. Il genere era il pop, con il riferimento fisso alla musica anglo-sassone che in quel periodo era imitatissima e invidiatissima. I gruppi di cui facevo parte proponevano spesso la musica degli Aphrodite’s Child, dei Beatles, dei Procol Harum. Successivamente, passando al jazz, ho assaporato la sua cultura musicale e contemporaneamente, in età adulta, ho frequentato l’Accademia Musicale Mediterranea studiando musica classica, senza purtroppo completare i miei studi di pianoforte principale. L’aver militato, contemporaneamente, in una big band e in altre formazioni jazz, ha sicuramente accresciuto la mia voglia di approfondire i vari stili nei singoli strumenti.

Quale tra i tanti strumenti da te utilizzati è quello che ti da maggiori soddisfazioni?

Sicuramente la batteria è lo strumento musicale che mi integra maggiormente in un gruppo; infatti, lo scambio di emozioni tra i vari musici durante una session è importantissimo! Nel mio esperimento ho seguito lo stesso principio, anche se, durante le registrazioni, ascoltando in cuffia le varie tracce da me suonate in precedenza, colloquiavo praticamente con me stesso.

Esista una situazione che potresti definire  di “felicità musicale”?

Non una, ma tante situazioni, secondo me, contribuiscono a raggiungere la felicità musicale, dipende molto da cosa si sta suonando e dalle “condizioni al contorno” rispetto al momento principale che si sta vivendo. Gli studi musicali e il jazz sull’argomento mi hanno insegnato tanto.

Qual è il lato più triste del tuo viaggio, reale e musicale?

Non credo di essermi imbattuto in momenti tristi, anche se la nostalgia dell’infanzia trascorsa nei luoghi raccontati in HillPark è stata spesso presente. Il mio viaggio immaginario ha toccato luoghi a me molto cari per motivi personali ma anche luoghi che non ho mai visitato, come il Brasile, la cui musica mi ha sempre affascinato sin dalle prime esperienze musicali.

Prova a disegnare il futuro prossimo… cosa potrebbe esserci dopo “Hill Park?

A parte la promozione live, band permettendo, sono già al lavoro per un altro album, con una formula diversa dal primo e la partecipazione, incrociando le dita, di qualche bel nome. Mai dire mai!





Info:

Valter Monteleone:
http://www.myspace.com/valtermonteleone

Ufficio Stampa Synpress44:
http://www.synpress44.com


Dal comunicato stampa ufficiale…
Valter Monteleone, di origine senese ma trapiantato in Puglia da molti anni, è un musicista di notevole esperienza: già attivo come turnista tra anni '60 e '70, si è poi concentrato sul jazz e sulle possibili connessioni tra generi, dalla musica sudamericana alprogressive-rockHillPark è il suo primo lavoro solista, nato dalla collaborazione con Luca 'Scorny' Scornavacca, attivo ingegnere del suono coinvolto come formidabile "sparring partner" dell'autore.