Voilà… a seguire alcune note (Un po’ di storia…) liberamentetratte dal comunicato stampa emesso dalla BlackWidow Records, la label genovese che presenta un nuovo album dei Seid, The Magic Handshake.
Gruppo norvegese, di cui non conoscevo l’esistenza,
realizza un gran lavoro che è disponibile nel doppio formato, CD/vinile.
Ho iniziato l’ascolto nella convinzione che i
Seid fossero un gruppo antico, che per
qualche motivo mi ero perso per strada, e dopo un primo completo passaggio
niente poteva farmi supporre di essere al cospetto di una band “fresca”.
Decode
The Glow, la traccia nominata anche nel comunicato di BWR, è davvero geniale e riporta alle
migliori atmosfere rock ’70, con un cambio di tempo degno di Cashmire degli Zeppelin. E qui mi sono soffermato
più volte.
Ma una peculiarità dell’album è la varietà di
situazione e stili, e si passa dal rock succitato a trame sognanti e cosmiche come
solo Daevid Allen ha saputo regalarci.
Tale caratteristica è dichiarata dai componenti
del gruppo, “Pirati Spaziali”,
vogliosi di navigare differenti acque e cieli; ma spesso tra le intenzioni e il
prodotto finale non esiste soddisfacente collegamento.
Anche la strumentazione utilizzata è sintomo di
voglia di spaziare, e al fianco della tradizione, troviamo una variegata
sezione fiati e persino il Theremin, lo strumento elettronico più antico del
mondo, alternato a moderni sintetizzatori.
Esprimere qualcosa di nuovo in campo musicale è
tutt’altro che semplice, e forse non è neanche il pensiero fisso di chi compone,
ma quando le influenze personali si uniscono, e ci si pone l’obiettivo di fare
buona musica e condividerla, possono uscire combinazioni sorprendenti, capaci
di catapultare nel passato avendo la piacevole sensazione di ascoltare nuovi
suoni e camminare su nuovi percorsi.
I Sed riescono in tutto questo e convincono in
pieno.
Un po’ anonimo e “illeggibile” l’artwork, almeno
quello relativo al CD.
Un po’ di storia…
La
band ama chiamare la loro musica Cosmic Pirate Rock, una sorta di
miscela tra lo stile spacerock degli Hawkwind e la psichedelia dei Gong,
cosparso con una buona dose di energia rock. La parola “Pirata” utilizzata
nella definizione musicale è riferita
alla gioia che i Seid provano nel navigare in tutti i tipi di acque musicali, “
saccheggiando” ciò che piace e forgiando
il tutto con le idee personali. Dopo circa 100 concerti in Norvegia, Danimarca,
Svezia, Germania e Paesi Bassi tra il 2002 e il 2006, la band è pronta per
conquistare nuovi territori con il loro nuovo album. Questa non deve essere
considerata una "reunion", perché ci sono canzoni nuove, un nuovo membro e nuove
visioni. I protagonisti originali, Burt
Rocket, Organ Morgan, Janis Lazzaroni e Jürgen Kosmos hanno reclutato Viktor
Martin alla batteria e voce.
Dopo
sei anni di pausa i Seid tornano quindi con un nuovo album.
La
pausa ha fatto bene alla band che, sebbene
abbia ottenuto il plauso della critica per i precedenti due full-length
album, con TheMagic Handshake, raggiungono la loro vetta personale.
Il
quintetto suona progressive e groovy rock psichedelico, musica complessa che raccoglie l’eredità degli anni
’70.
I
riferimenti sono reperibili nel repertorio di
Arthur Brown o dei primi Pink
Floyd.
Nella
loro forma più cosmica possono ricordare
anche la band ormai sciolta We Oslo.
I punti di forza dell'album sono… il rock Ölyôk Kok Friebib e, Fire It Up!
Anche il singoloDecode The Glow, con l’intervento
vocale di Stina
Star,è un brano che
colpisce, e si può già
considerare un classico, con il contributo di Stina Star, che si unisce
piacevolmente alla voce di
Jørgen Yris (Jürgen Kosmos).
La
maggior parte delle canzoni è permeata da
uno repentino cambio di velocità e di situazioni e Seid rappresenta realmente qualcosa di nuovo
nell’attuale panorama delle rock band.
Un magistrale nuovo album per i norvegesi SEID, che con "The Magick
Handshake" realizzano un autentico gioiello di Prog Rock psichedelico e si
dimostrano in forma smagliante.
TRACK-LIST
1.
SPACE PIRATES RETURN
2. DECODE THE GLOW
3. THE DARK STAR IS WAITING
4. THE TRUE MERRY POPPERS
5. TRÔN
6. FIRE IT UP!
7. ÖLYÔK KOK FRIEBIB
8. BIRDS
9. SPACE ROCK DOGMA
10. MAGIC HANDSHAKE
11. SISTER SINSEMILIA
Stina
Stjern: Vox on “Decode the Glow”
Martin
Skei:
Saxophones on “Birds, Decode the Glow”
and “Magic Handshake”
The Dark Side
of the Moonè
l'ottavo album deiPink Floyd.
Registrato negli studi
di Londra della EMI tra il giugno 1972 e il febbraio 1973, uscì il 17 marzo
1973 negli Stati Uniti e il 24 marzo 1973 in Europa.
L'opera, diversa dallo
stile e dal sound delle precedenti produzioni del gruppo, è considerata da
molti la migliore opera dei Pink Floyd.
L’idea iniziale dell’album era parecchio
ambiziosa: creare un concept album di 24 ore nel quale un giorno di un uomo
riassumesse la vita dell'uomo stesso.
Naturalmente, ai tempi dei dischi in vinile,
sarebbe stato impossibile. Così hanno deciso di rimpicciolire l'album,
lasciando intatta l'idea.
Si presenta
con un titolo intrigante e con una copertina con un’ immagine molto semplice,
molto minimalista, ma ricca di significati, il prisma rimane bene impresso
nella memoria, e ogni volta che lo si vede non si può fare a meno di pensare ai
Pink Floyd.
Alan Parson è l’ingegnere del suono che ha
prodotto l’album, e si
guadagnò un Grammy Award per il miglior album prodotto, come tecnico del suono,
del 1973.
Durante le sessioni di registrazione si
utilizzarono le tecniche più sofisticate dell'epoca: lo studio era in grado di
missare fino a sedici tracce, caratteristica che offriva un alto livello di
flessibilità, anche se la band arrivò a usare molte più tracce, al punto che
dovettero copiare i nastri.
Analisi dei brani
Speak to me / Breathe: è il primo brano ed inizia con il battito del cuore,
che corrisponde alla nascita dell’uomo (questo battito lo ritroveremo
all’ultimo brano, Eclipse, corrispondente al battito che cessa, ovvero la
morte).
Questo viene messo insieme al rumore di
registratori di cassa, macchinari industriali, per mettere in evidenza il fatto
che si parte già immersi nella materialità, a discapito della crescita
spirituale.
On The Run: il tema trattato è quello della vita in corsa, ma la parte da
analizzare è soprattutto l’elaborazione sonora, innovativa e brillante per l’epoca.
I Pink Floyd utilizzano per la prima volta un sequencer (dispositivo utilizzato
per creare e riprodurre delle sequenze di segnali). In questo brano ci sono
all’incirca 40 tracce, un numero spaventoso per l’epoca (la media era di 8/10
tracce). Il lavoro fatto con gli effetti, i panpot, e il mix dei suoni è stato
davvero innovativo. La sensazione di spazialità è davvero ben definita, ed è
davvero difficile pensare che questo brano risale a 40 anni fa circa, vista
l’atmosfera futuristica che ci trasmette. Un vero capolavoro dell’ingegneria
del suono.
Time:
il brano parla ancora del valore del tempo e di quanto venga sprecato. Il
ticchettio degli orologi all’inizio del brano sono stati registrati da Alan
Parson in un negozio d’antiquariato.
L’uso di suoni inconsueti è molto frequente
nell’album, caratteristica molto innovativa per quel periodo. Il coro di voci
in questo brano è effettato particolarmente, attraverso l’uso di phaser,
flanger e tremolo. Questo tipo di lavorazione sulle voci non era mai stato fatto
prima.
The Great Gig in The Sky: nasce come
improvvisazione strumentale di pianoforte e chitarra slide, ma Alan Parson
decise di aggiungerci un assolo di voce. Venne chiamata Clare Torry, che con
una sola improvvisazione, che riteneva penosa, stupì l’intero gruppo.
Money: si prende gioco dell'avarizia e del consumismo, con un testo ironico
ed effetti sonori relazionati alla ricchezza. Gli effetti sonori di Money
vennero alla luce unendo le registrazioni casalinghe di monete tintinnanti di
Waters, il rumore di fogli strappati e quelli di un registratore di cassa e di
una macchina calcolatrice, creando un loop.
Us and Them: parla dell'etnocentrismo e del confronto. Anche qui l’uso degli
effetti da parte di Alan Parson è egregio, dall’uso del delay sulla voce
all’uso del leslie (organo blues con amplificatore
a ventola, che dà la tipica rotazione del suono).
Any Colour you like: pezzo strumentale
dell’album. Gli strumenti messi in
rilevanza sono un moog con un delay molto accentuato, un synth e delle chitarre
effettate con il tremolo.
Brain Damage: tratta della malattia mentale come risultato
del porre la fama e il successo in cima alla lista delle necessità di un
individuo.
Eclipse: brano finale dell’album, espone i concetti di alterità e unità,
mentre forza l'ascoltatore a riconoscere le caratteristiche comuni a tutti gli
esseri umani. Finisce con il battito del cuore che troviamo all’inizio di
“Speak to Me”.
Il suono del battito cardiaco è stato creato
equalizzando una grancassa.
Conclusione
I Pink Floyd con quest’album non avranno
inventato nulla di nuovo sotto l’aspetto formale musicale, ma con quest’album
hanno sicuramente rivoluzionato l’era dell’ingegneria del suono, con delle
tecniche di missaggio e di sperimentazione del suono totalmente innovative, a
tal punto da ispirare moltissimi gruppi di ieri e di oggi.
Pubblico oggi parte di una tesi di Alessandro Di Maio.
Incuriosito dall’interesse di un giovane per la
musica immortale dei Pink Floyd,ho a
lui posto alcune domande.
Il post è abbastanza corposo, ma penso valga la
pena prendere un po’ di tempo per rivisitare la storia della nostra musica
attraverso occhi … meno contaminati.
L’INTERVISTA
Immagino tu sia molto giovane, ma non mi stupisce
il fatto che apprezzi musica “antica” ma di estrema qualità, situazione che
rilevo con una certa frequenza tra le nuove generazioni. Come nasce per te
l’interesse verso i Pink Floyd?
L'interesse
verso i Pink Floyd nasce con un po' di ritardo, verso i 18 anni, quando
finalmente mi decisi ad ascoltare questo gruppo che ormai sentivo ovunque. La
scintilla partì da una parte del concerto "Pulse" (la canzone
"Comfortably Numb" precisamente, ma non solo) dove rimasi estasiato
dall'immenso impianto audio-visivo e dall'impatto che creava.
Essendo tu un allievo di Flavio Scogna immagino
che il tuo indirizzo sia di tipo
classico. Riesci a trovare un modo per descrivere le affinità tra musica
progressiva e quella classica? Molti lo hanno fatto ma mi interessa sapere cosa
ne pensa una persona della tua età.
Invece
non provengo affatto da un indirizzo di tipo classico, ma da un indirizzo
completamente tecnico. Frequento il corso "Tecnico di sala di
Registrazione", che è una laurea per fonici. Sono attivo anche
musicalmente, studio la chitarra elettrica da qualche anno. Un modo per descrivere le affinità tra musica
progressiva e classica non te lo so dire in modo esaustivo, anche perché non ho
un passato classico, anzi lo studio della musica classica è venuto dopo lo
studio della musica progressiva. Per certo ti so dire che tutta la musica di
oggi è contaminata dalla musica classica e del passato, la musica progressiva
soprattutto (basti pensare anche ai Genesis, agli Yes, ecc.), senza di essa
probabilmente non avremmo tutta questa variegatura di generi che la
"musica di oggi" ci propone. (nota: qui potrei scrivere molto di più
ma non scriverei nulla di nuovo, quindi mi sono limitato a questa risposta, la
posso ampliare comunque.)
Credo che avere come docente un musicista come
“il tuo Prof” sia una grossa fortuna, perché la sua visione della musica è la
più ampia possibile? Quali sono i valori più profondi che ti ha passato negli
anni di interazione?
E'
vero, è stata una grande fortuna poter frequentare un suo corso, anche se molto
breve purtroppo. Il valore più profondo che mi ha passato è l'apertura
musicale, il non doversi mettere un muro di pregiudizi davanti alla musica,
qualsiasi essa sia. Penso che questo valore, che già avevo dentro, sia stato
amplificato davvero tanto dopo il suo corso. Prima di conoscere il prof. Scogna
avevo un buco di conoscenze riguardo molti compositori della storia della
musica contemporanea, che è riuscito a colmare in poco tempo, dandomi una
visione molto più aperta e stimolante della musica. Mi ha dato molti stimoli
alla ricerca della musica, e so che sarà una ricerca che andrà avanti per tutto
il corso della mia vita.
Che giudizio dai, in generale, dello stato
attuale della musica?
Penso
che la musica ai giorni d'oggi sia parecchio lobotomizzata, un po' come la
generazione d'oggi, soprattutto per la "musica non classica", ovvero
rock e derivati. Penso si sia fatta confusione tra prendere ispirazione e fare
solamente un copia/incolla a oltranza senza un minimo di reinterpretazione
personale. Questo è un problema però che si è sempre presentato, e non è una
novità. Penso che il problema principale sia l'ascoltatore. Ai giorni d'oggi,
l'ascoltatore medio si trova bombardato da una quantità tale di musica che non
gli viene nemmeno la voglia di cercare qualcosa di nuovo e di indagare, ma
sente solo quello che gli capita. Quante volte abbiamo scaricato intere discografie
senza aver ascoltato nemmeno metà album? Anche a me è capitato. Se non si
riesce ad arrivare allo stimolo della curiosità, che sia tramite un maestro,
tramite un amico, tramite un blog,
un'immagine, non riusciremo mai ad uscire da questa lobotomizzazione
generale. Penso che sia fantastico riuscire ad ascoltare e ad emozionarsi con
la più grande varietà di musica: passare da Ravel ai Pink Floyd, da Bach ai
King Crimson, da Eric Satie ai Massive Attack, da Mahler ai Radiohead, da
Mozart a John Coltrane, da Beethoven a Miles Davis e via dicendo... (ho fatto
dei paragoni così estremi volutamente, e
ovviamente è impossibile mettere gli stessi artisti sullo stesso piano).
Un
problema analogo che trovo nell'ascoltatore medio di oggi è anche la qualità con
la quale ascolta la musica: ormai si preferisce la quantità alla qualità. Si
preferisce avere 1000 dischi in mp3 128 kbps (quindi con una compressione dati
altissima, a tal punto da non riuscire a sentire dei suoni e a tagliare molte
alte frequenze) che avere 300 dischi in Flac o in Wav. Inoltre il mercato del
cd sta morendo sempre più velocemente, e tutti i ragazzi d'oggi sentono la
musica con il loro ipod in ambienti rumorosi o addirittura col cellulare...
Prova a proiettarti verso il futuro prossimo, e
disegnami la tua ideale collocazione musicale prossima.
Se
per futuro prossimo intendi le mie aspettative, spero di riuscire a entrare nel
mondo del lavoro come ingegnere del suono e music producer. Non nascondo di
avere il sogno nascosto di portare avanti un mio progetto musicale, che sto
cominciando a idealizzare in questo periodo. Spero soprattutto che la musica
venga rivalutata in Italia, ora come ora vedo speranza di lavorare sia sotto
l'aspetto tecnico che musicale solo all'estero.
Sarà
divertente rileggere queste domande tra una decina d'anni...
Conservatorio Statale di Musica “L.
Refice”
Corso di Storia della Musica Moderna e
Contemporanea
Tesi di Alessandro Di
Maio
Anno Accademico 2010-2011
Prof. Flavio Emilio
Scogna
Pink Floyd: Analisi e Innovazioni
I Pink Floyd sono i pionieri della psichedelia e
uno dei massimi complessi rock di sempre. Nel corso di una carriera lunghissima
(in cui si distinguono tre fasi, corrispondenti ad altrettante formazioni)
hanno spostato i limiti del pop e del rock sposando l'elettronica e
approfondendo la ricerca sonora in una serie di album giudicati pietre miliari
della musica popolare del Novecento. Altra loro peculiarità è quella di aver
prodotto mastodontiche rappresentazioni multimediali della propria musica
attraverso spettacoli in cui la componente visiva è parte integrante di quella
sonora.
Biografia
L'era di Syd Barret (1965-1968)
Roger
Keith Barrett, detto Syd, nasce e vive a Cambridge dove si fa subito notare per
la personalità eccentrica e per il suo talento artistico. Che non scaturì
subito con la musica, bensì con la pittura e la letteratura.
Più
tardi, quando cominciò ad interessarsi alla musica, in particolare al blues, si
unì ad un gruppo, i Geoff Mott And The Mottoes, dove Roger Waters, ogni tanto,
prendeva parte alle prove con il suo basso. Casa Barrett ben presto divenì una
specie di club, dove Syd conobbe Bob Klose e strinse una forte amicizia con
David Gilmour, che sarà proprio colui che prenderà il suo posto nel '68.
Syd
prese in considerazione l'idea di formare un gruppo con Roger e Bob, ma i due
avevano già formato una band senza di lui, che aveva vari nomi tra i quali
Sigma 6, Abdabs, Screaming Abdabs, Meggadeaths e infine Tea Set. Quando Syd si
unì a loro, la formazione a cinque comprendeva, oltre a Waters e Klose, Rick
Wright e Nick Mason, due studenti del Politecnico di Architettura.
Quando
la band conobbe Mike Leonard, un tecnico delle luci che mise a disposizione la
sua casa, cominciarono i famosi "light shows" con luci psichedeliche
che furono una costante dei Floyd non soltanto nella periodo di Barrett.
La
band però aveva bisogno di un cantante, che trovarono in un negozio di dischi,
Chris Dennis, un cantante blues di Cambridge.Nel frattempo Syd, tornò con un
nuovo nome per il gruppo: aveva un paio di dischi di due bluesman della
Georgia, Pink Anderson e Floyd Council. Mise assieme i loro nomi, ottenendo
Pink Floyd, un nome che fu ben accetto dagli altri del gruppo.
I
The Pink Floyd Sound iniziarono a suonare in varie feste o pub, e intanto
Dennis lasciò la band, riservando il ruolo di voce solista a Barrett.
Pure
Klose, seppur amichevolmente, si allontanò: il suo interesse era di stampo
jazzistico, mentre lo spirito "anarchico" di Syd era più spinto verso
il rock e la rottura delle tradizioni; così i The Pink Floyd Sound rimasero in
quattro.
Syd
Barrett era il leader indiscusso della band. Tutte le composizioni erano sue,
il suo stile chitarristico era inimitabile, soprattutto nei live dove i Floyd
tiravano fuori tutto il loro estro creativo e psichedelico. Citazione
interessante tratta dal libro Lo scrigno dei Segreti : “I suoi entusiasmi e le
sue influenze erano quanto di più tipicamente underground si potesse
immaginare: oracoli cinesi e racconti per l’infanzia; fantascienza da poco
prezzo e i racconti della Terra di Mezzo di Tolkien; ballate folk inglesi,
blues di Chicago, elettronica d’avanguardia; Donovan, Beatles e Rolling Stones.
Il tutto ribolliva nel calderone del suo inconscio per emergere in una voce,
una sonorità e uno stile che erano unici di Syd”.
Era
il 1966, e la corrente psichedelica stava prendendo piede in Inghilterra,
soprattutto a Londra, dove i Floyd vennero ingaggiati per alcuni concerti al
Marquee Club, grazie ai nuovi manager Peter Jenner e Andrew King.
Ma
fu soltanto nel 1967 che i Floyd furono tra le band di spicco della Londra
psichedelica: diventati "house band" del nuovissimo UFO Club a
Londra, cuore del movimento underground della capitale britannica, il cui
gestore Joe Boyd era un amico di Jenner, registrarono il primo 45 giri Arnold
Layne / Candy And A Currant Bun.
Fu subito un successo, e ben presto i Floyd
registrarono un altro 45 giri, See Emily Play / The Scarecrow, che permise loro
di acquistare nuova fama nel labirinto delle band psichedeliche che bazzicavano
i locali underground londinesi in quegli anni.
Risalgono a questi tempi i primi effetti collaterali
dell'acido su Syd Barrett; anche se non in modo evidente come nel '68, Syd
cominciò a dare segni di stanchezza già dall'estate di quell'anno, quando uscì
il meraviglioso The Piper At The Gates Of Dawn. In questo periodo Syd cominciò
ad assumere, oltre a massicce dosi di acido, anche qualche pillola di Mandrax,
un potentissimo antidepressivo che sarà la sua rovina insieme agli
allucinogeni.
I mesi successivi Syd si fece sempre più assente,
l'LSD gli stava distruggendo il cervello e le poche composizioni di allora
(Apples And Oranges, Jugband Blues, Scream Thy Last Scream, Vegetable Man)
riflettono perfettamente la sua condizione psicologica in quel momento.
Ben presto i Floyd ebbero bisogno di un altro
chitarrista, e la scelta ricadde su Dave Gilmour, chitarrista dei Joker's Wild
(band che faceva da spalla ai Floyd nei concerti) nonchè grande amico di
Barrett. Si provò una formazione a cinque, ma Syd stava sempre peggio e la band
decise, non senza sofferenze, di escluderlo dal gruppo.
L'album che pubblicarono in quella situazione di
cambiamento, A Saucerful Of Secrets, sembra quasi l'addio di Syd al mondo:
psichedelia sempre, ma non più i sogni visionari e lisergici di Piper, ma nuovi
toni malinconici e tristi.
Finita
l'era Barrett, i Floyd ora non avevano più il loro frontman e principale
compositore, e si trovarono di fronte ad un momento di crisi.
I nuovi Floyd (1969-1972)
Con
Gilmour al posto di Barrett e senza più il loro leader, i Floyd si trovarono
spiazzati, tanto più che si prese seriamente in considerazione l'idea di
sciogliere il gruppo.
Ma nel 1969 registrano Music From The Film More, in
soli otto giorni, per il regista Barbet Schroeder (per cui fecero anche
Obscured By Clouds).
Il
disco non ebbe molto successo, non fu benvoluto né dal pubblico né dalla
critica, ma i Floyd, non scoraggiati, si buttano a capofitto in un grande
progetto, un album doppio metà live metà studio.
Quell'album
esce lo stesso anno, è Ummagumma; diviso, come detto prima, in due parti:
quella live, che ripropone vecchi successi dei Floyd Barrettiani e non, e
quella in studio, completamente nuovo, composto da quattro sezioni firmate
ognuna da un membro dei Floyd.
Gli stessi Floyd non furono affatto soddisfatti del
risultato; nonostante ciò, l'album ebbe un successo enorme rispetto a quello
che si aspettavano.
La
successiva fatica, anche questa poco soddisfacente, fu la colonna sonora di
Zabriskie Point; nonostante le lunghe giornate di lavoro a Roma, alla fine il
regista Antonioni scelse solamente tre canzoni dei Floyd per il film, che fu
completato con brani di Grateful Dead, John Fahey, Young Bloods e Patti Page.
L'anno
successivo, comunque, si aprì veramente la seconda fase Pink Floyd: con la
magnifica title-track di 23 minuti si apre una delle pietre miliari non solo
della discografia degli stessi, ma dell'intera storia del Rock: Atom Heart
Mother. Un inizio orchestrale, con la collaborazione di Ron Geesin, che poi sfocia
in tre pezzi quasi acustici, delicati, e termina con la psichedelia di Alan's
Psychedelic Breakfast, in cui i rumori di fondo la fanno da padrone.
Da notare, comunque, che i Floyd avevano appena subito
un grosso furto pari a quarantamila dollari in amplificatori e strumenti vari.
Atom
Heart Mother fu anche il primo album in cui compare Alan Parsons come tecnico
del suono, e soprattutto è l'inizio del grande successo dei Pink Floyd.
Esce anche Meddle nel 1971, che a prima vista sembra
molto simile ad Atom: lunga suite che occupa un intero lato dell'LP (Echoes),
una ballata acustica (A Pillow Of Winds), e la perla psichedelica (One Of These
Days).
In
realtà Meddle porta molte innovazioni non solo nei Floyd, ma in tutto il
panorama musicale di quei tempi: l'uso dell'elettronica, le sperimentazioni, i
cori da stadio, nuove impronte blues. Meddle è sperimentazione pura.
Prima
di Meddle, in realtà, i Floyd avrebbero dovuto scrivere la musica per un
balletto colossale, 60 ballerini e un'orchestra di 108 strumenti...Erano stati
incaricati da Roland Petit, che voleva una cosa originale, ma dopo non poche
peripezie si decise di utilizzare vecchi brani dei Floyd.
E'
del '72 Live At Pompeii, surrealistico film-concerto girato nell'anfiteatro di
Pompei (rigorosamente senza pubblico), dove, oltre ad interviste inedite, ci
sono sequenze in cui si vede la band suonare nello spettacolare anfiteatro o
andare in giro per il Vesuvio. Il film ebbe molto successo, soprattutto per
merito delle eccezionali ambientazioni.
Il grande successo e
l'inizio della fine (1973-1977)
E'
il 1973. Esce The Dark Side Of The Moon, il più grande successo commerciale dei
Floyd, Le lunghissime registrazioni dell'album, dovute senz'altro alla ricerca,
da parte della band, del perfezionismo in ogni piccolissimo dettaglio, fanno sì
che l'album esca ben due anni dopo l'ultima fatica, tempo molto lungo se
consideriamo i tempi dei Floyd in quei periodi. Quest’album verrà analizzato
nei dettagli in seguito.
Fu a Syd che i Floyd dedicarono l'intero Wish You Were
Here, che esce nel 1975. La lunga suite, divisa tra inizio e fine, partenza e
conclusione, racchiude gli altri brani come una sorta di barriera da cui non si
può uscire, e non si deve, perchè nel contesto è cosa unica, nel presente
allucinato si ricorda le (non meno allucinate) follie e sogni passati. Shine On
You Crazy Diamond è il tributo a Syd Barret, che
fece la storia e contribuì a momenti fantastici che purtroppo finirono troppo
presto.
Durante
le registrazioni, un "ragazzotto grasso e calvo", come racconta
Wright, andò a trovarli in studio. Fu proprio Dave Gilmour, colui che aveva
preso il suo posto nella band, a riconoscere per primo il loro vecchio amico
Syd.
Come
erano finiti i Floyd di Barrett, dovevano avere una vita relativamente breve
anche i Floyd rimasti, che con Animals cominciarono ad incamminarsi verso la
fine. Mason e Wright contribuivano minimamente per problemi personali e di
famiglia, e Waters e Gilmour iniziarono ad azzuffarsi per il controllo della
band.
La
spuntò Waters, che, instaurando la più ferrea delle dittature, scrisse Animals
tutto da solo. Un concept basato sulla filosofia orwelliana, in cui Waters
descrive con assoluto cinismo il genere umano, dividendolo in cani, maiali e
pecore, facendo una sola, piccola eccezione per i "maiali con le
ali".
Ben
presto, però, le cose peggiorarono: la Norton Warburg, società di investimenti
su cui i Floyd avevano scommesso tutto, fallì, e la band fu costretta ad un
"esilio fiscale" nel sud della Francia.
Waters
prese la situazione in mano e cominciò a lavorare, oltre che ad un album
solista (The Pros And Cons Of Hitch Hiking), alla folle idea del
"Muro". Roger Waters in futuro scriverà anche un’opera lirica, “Ça ira”, di cui parleremo in seguito.
Il Muro e l'implosione finale (1979-1985)
Waters
ormai controllava tutto, scriveva testi e musiche, era diventato il leader
indiscusso della band.
Le
tematiche fondamentali che trattava variavano dalla critica alla politica del
tempo alla morte del padre nella seconda guerra mondiale, dalla crudeltà del
mondo discografico alla ribellione per ciò che l'uomo era diventato nella
società.
The
Wall, 1979, altro grandissimo successo dei Floyd insieme a The Dark Side Of The
Moon, riprende le tematiche politiche di Animals e le amplia, trattando
dell'alienazione umana nella società moderna, la costruzione di un
"Muro" immaginario che protegge dai pericoli del mondo, ma nello
stesso tempo crea una solitudine che a lungo andare porterà alla follia. I
"mattoni" che costituiscono questo Muro altro non sono che
avvenimenti, tragedie, comportamenti, ingiustizie subite o recate, tutto ciò
che succede nella vita (certo non proprio fortunatissima) del protagonista
Pinky, non identificato come una persona ma come idealismo del genere umano
stesso; tutto ciò si accumula, nel tempo, e finisce per erigere una barriera
che separa Pinky dal resto del mondo.
Comunque
sia, il Muro alla fine viene abbattuto in seguito ad una sorta di
"auto-processo mentale" in cui Pinky rivede tutta la sua vita e alla
fine viene condannato, e il Muro viene abbattuto, lasciando spazio ad un
debole, ma sincero, messaggio di speranza: "Soli, o a coppie, quelli che
davvero ti amano camminano su e giù fuori dal muro".
Alla fine delle registrazioni, Roger espelle Wright
dalla band, a causa di uno scarso impegno e dal presunto consumo di cocaina di
Rick (che lui stesso ha sempre negato).
The Wall nell'82 diventa anche un film, diretto da
Alan Parker e con Bob Geldof nel ruolo di Pinky; non è nient'altro che l'album
con l'ausilio di immagini. Non ci sono dialoghi, se non qualche sporadica
frase; le animazioni di Gerald Scarfe e la fantastica performance di Geldof
aiuteranno, se non altro, a spiegare meglio il concept.
The
Final Cut, uscito 1983, non è altro che un'appendice sofferta a The Wall
elaborata completamente da Roger Waters. I Pink Floyd, o meglio ciò che ne
rimaneva, divisero definitivamente le loro strade nel 1985, senza mancare di
azzuffarsi ancora una volta per i diritti del nome. A sorpresa la spuntò
Gilmour, che fece di tutto per non far finire in quel modo i Pink Floyd.
Un nuovo inizio e la conclusione definitiva
(1986-1994)
Gilmour
scrive un nuovo album, A Momentary Lapse Of Reason, e richiama Mason e Wright
(il contributo di questi ultimi fu soltanto una formalità, visto che scrisse tutto
Dave; è l'album floydiano in cui si sente di più la sua influenza, con lunghi
passaggi strumentali e quel sound che caratterizza tutta la sua carriera
solista).
E'
il 1994, e Gilmour, Mason e Wright, riuniti ancora una volta sotto il nome Pink
Floyd, pubblicano The Division Bell, più che degna conclusione di una band che
ha fatto la storia.
Storia recente (2000 -oggi)
Nel
2000 viene pubblicato Is There Anybody Out There?, l'ultimo live dei Pink
Floyd, registrato durante il tour di The Wall nell'80-'81.
Nel
2001 esce Echoes: The Best Of Pink Floyd, l'unica vera raccolta che contiene
tutti i più grandi successi della band opportunamente rimasterizzati.
Il
2 Luglio 2005, in occasione del Live 8 promosso dall'amico Bob Geldof, i Pink
Floyd si riuniscono, nella formazione storica Waters-Gilmour-Wright-Mason per
suonare insieme ancora una volta; durante l'esecuzione di Wish You Were Here,
Waters ricorda Syd Barrett.
Syd Barrett muore il 7 Luglio 2006 a Cambridge, per
complicanze dovute al diabete. Il 10 maggio 2007 viene organizzato un concerto
in sua memoria, a cui partecipano i Pink Floyd, che però non suonano insieme:
prima suona Waters e poi il trio Gilmour-Wright-Mason. Il motivo fu di non
voler distogliere l'attenzione dal fatto che era un concerto in memoria di Syd.
Il 15 Settembre 2008 muore Rick Wright, dopo una breve
lotta contro il cancro. Mason, che aveva sempre fatto da "collante"
tra Gilmour e Waters e ha sempre detto possibile una reunion dei Floyd, dopo la
morte di Rick ammise che i Floyd erano finiti per sempre.
Rispolvero e aggiorno (nelle date) un vecchio post di Aldo
Pancotti, alias Wazza
Kanazza, che ci regala il suo ricordo di Demetrio Stratos, a trentatré anni
dalla sua morte.
CANTARE
LA VOCE
Il
13 giugno del 1979 ci lasciava Demetrio Stratos, (Madonna!, sono passati trentatré
anni!) per me la vera voce progressive; nessuno aveva raggiunto livelli di
sperimentazione così "provocatori".
Non
sto qui ha fare la sua biografia o il recensore dei dischi... ho sempre
sostenuto che la musica è fatta di "emozioni" e non di
"nozioni", e quello che è bello per me, può essere repellente ad
altri e viceversa.
Voglio
solo ricordare Demetrio attraverso le mie esperienze.
Purtroppo l'ho visto dal vivo solo una volta, nel 1975 a Roma in un concerto,
credo per il voto ai 18 anni, organizzato dal partito radicale, insieme al
Banco del Mutuo Soccorso, e Saint Just; naturalmente ero lì per gli
"amici" del Banco.
La cosa che mi impressionò subito fu il soundcheck, non per gli strumenti, ma
per la voce. Demetrio faceva cose incredibili, le sue corde vocali erano uno
strumento che si adattava a quello che la sua mente voleva, suoni metallici,
polifonici, versi di animali, sembrava un contrabbasso, vi giuro che mi viene
la pelle d'oca ancora oggi!
Me lo presentò Gianni Nocenzi.
Gli
feci i complimenti; all'epoca non era di moda farsi fotografare con gli
artisti, anche perché la fotografia era un hobby, ed io ne avevo altri!
Ho continuato ad amare gli Area attraverso i dischi e le cassette audio
registrate dagli amici, poi nel 1978 (settembre?)un giorno leggo sui muri del
paese di Genzano (Roma), " AREA inconcerto"
, organizzato questa volta dalla FGCI, (Federazione Giovani Comunisti), quando
ancora esistevano i comunisti !
Bene
finalmente gli Area vicino casa, gli organizzatori sono amici, quindi prevedo
una bella serata.
Quel
maledetto giorno, cadde tanta di quell'acqua che il diluvio universale a
paragone era l'annaffiatoio di Barbie... non smise un attimo dalla mattina alla
sera, e non fu possibile neanche montare il palco!
All'epoca
non esistevano i cellulari, gli Area erano in viaggio, e nessuno poté metterli
al corrente della situazione; morale della favola concerto annullato.
Gli Area arrivarono a Genzano nel pomeriggio, con il loro furgone, e ci furono
subito dei diverbi con gli organizzatori per la parcella e i rimborsi spese...
mi ricordo parecchie urla ed incazzature.
Si
era fatto notte e il gruppo si recò nell'unico bar aperto fino a tardi(erano
altri tempi), da "Menelik" a Lanuvio; ancora ricordo la figura di
Demetrio a torso nudo, solo con un gilet di cuoio... sembrava una capo indiano!
Mi avvicinai molto timoroso, visto l'aria che tirava, e gli strinsi la mano.
Dopo
un paio di bestemmie in milanese si rilassò, ma poi andaro via in albergo, e
questa fu l'ultima volta che vidi Stratos vivo.
Nel
2001, il Banco tiene un concerto a Lanuvio, con Mauro Pagani ed altri ospiti;
nel corso degli anni avevo "recuperato" un pò di materiale video
degli Area; mi viene in mente di rendere omaggio a Demetrio, coinvolgo Vittorio
Nocenzi, Fabrizio Zampa (giornalista), Pietro D'Ottavio (giornalista), anche
per ripagare quelli dell'epoca, quelli del concerto "saltato" e mai
visto, regalando la possibilità di vedere Demetrio dal vivo, anche se solo su
di uno schermo.
Ok
si decide per il giorno prima del concerto in piazza, ma guarda caso PIOVE!
Gli dei non erano favorevoli a Demetrio (come un titolo di un loro album..);
spostiamo il tutto nella biblioteca comunale... è strapiena; Vittorio e
Fabrizio, raccontano aneddoti, storie vissute, parlano del concerto tenuto
all'arena di Milano per raccogliere fondi, proprio mentre Demetrio moriva; le
immagini scorrono c'è molta nostalgia e commozione.
Vi
devo confessare che fui molto orgoglioso di quella serata, e spero di aver modo
di omaggiarlo ancora.
Purtroppo
Stratos non è un morto che "vende"; mi sarei aspettato uno special
della RAI TV, anche alle due di notte; a parte rai radio' tre e qualche
iniziativa da "carbonari", e passato tutto molto in sordina. Peccato.
Ciao Demetrio la tua immagine è rimasta scolpita nella mia mente, e ancora oggi
mi ritengo onorato e fortunato per averti incontrato, anche solo per pochi
indimenticabili momenti.
Tutto quanto
segue voleva essere una recensione di un libro ufficialmente non ancora uscito,
ma mentre battevo i tasti le mie parole sono diventate, consapevolmente, uno
sfogo parallelo. Poco male, perché non credo sia buona cosa giudicare ciò che
si è appena letto, senza un minimo di metabolizzazione; chiedo quindi a Fabio Zuffanti,
a cui spesso mi rivolgerò direttamente, di perdonare l’apparente fuori tema,
che vivo come meno grave, essendo io perfettamente conscio della divagazione.
Ho appena
finito di leggere “O Casta Musica”, di Fabio Zuffanti, nell'occasione inusuale scrittore.
Fabio è l’uomo
dei mille progetti musicali, vulcano di idee che lascia e riprende senza mai
dimenticare di chiudere i cerchi.
Maschera di Cera,Finisterre,Hostsonaten…
Però non è di
musica “attiva” che voglio parlare, ma piuttosto di ciò che gira attorno ad
essa, di cosa pensa Zuffanti e alcune persone da lui coinvolte.
E vorrei
parlare anche del coraggio di Fabio, che sicuramente sa di aver dato estremo
fastidio facendo nomi e cognomi, prendendosi rischi che sarebbero meno
importanti se l’autore non fosse un “musicista che vive di musica”.
Un mio amico artista
-per diletto- scrisse tempo fa un libro di denuncia che toccava settori
“pericolosi”. Molte le minacce personali, una macchina bruciata, la necessità
di cambiare luogo di lavoro... eppure mi confessò: “ E’ stata la cosa di cui vado più
vado fiero da quando sono nato, e lo rifarei subito!”.
Anche Fabio
sarà orgoglioso di ciò che ha fatto e penso che troverà molte adesioni. Spero
che nessuno riuscirà a bruciargli il basso!
Non ho in mano
il book, di fatto dovrebbe uscire a settembre, e credo siano state fatte un
centinaio di copie promozionali, ma ieri ho ricevuto il contenuto in PDF. Non sono un privilegiato, ma dovendo
coadiuvare Zuffanti in una presentazione, la mia conoscenza della sostanza era
indispensabile. Amo molto la confezione, tutto ciò che è attorno al prodotto,
che lo avvolge e lo racconta, ma visto che dovremo abituarci all’e-book, anche
fogli di stampante sono un lusso, e in fin dei conti raccolgono il necessario.
Ieri è arrivato
il file, e dieci minuti fa ho finito di leggerlo, e sono quindi queste a
seguire annotazioni a caldo.
Tutto nasce un
anno e mezzo fa, quando Fabio raggiunge l’orlo e… tracima. Capita spesso nella
vita, a un certo punto non riesci più a trattenerti e vuoti il sacco, spesso
facendo danni irreparabili, altre volte traendo giusto risultato. Vedremo in
quale razza di categoria si è tuffato il nostro autore e, come direbbe il Lucio nazionale più volte citato nel
libro, “… lo scopriremo solo vivendo…”
La scintilla si
accende quando Zuffanti, nel breve lasso di tempo passato in un supermercato,
non può fare a meno di ascoltare più volte la stessa cantante che passa in
radio, Elisa.
Da qui
l’effetto domino porta a ricordare cosa era avvenuto in situazioni precedenti
in altri supermarket, oppure ascoltando la radio in auto o in ogni altra
occasione in cui si la radio di turno era stata subita. Ah Finardi, ma dove sta la tua
radio libera!?
La
rivisitazione di tutto questo porta Fabio -ma potrebbe farlo chiunque ami la
buona musica- a denunciare una situazione in cui non esiste quella che lui chiama
“democrazia musicale”, dove sono sempre gli stessi 15 ad avere spazio, mentre
non ci sono occasioni per chi fa la musica che io chiamo di impegno. Scopriremo
poi tra le parole degli ospiti un’altra possibilità, ovvero che “la casta” non è rappresentata dalle Major, ma sono i
musicisti stessi, sempre i soliti 15, che sono in grado di dettare legge.
Zuffanti
definisce il suo libro ingenuo e lui di conseguenza.
Ho riflettuto
su ciò che lui ha appena compiuto, un suo magnifico progetto che dovrebbe di
diritto “passare” ovunque, scuole comprese. Mi riferisco a “The Rime of the Ancient
Mariner”. Non è dell’album che voglio parlare, ma del fatto che dal momento della
genesi al completamento dell’opera, seppur con grande pausa temporale, sono
passati una quindicina di anni. Ma qualcuno si rende conto di cosa voglia dire
impegnarsi in un progetto musicale?
Ora, prendiamo
ad esempio una canzone (eufemismo) come quella che presentò qualche anno fa una
certa Arisa o Arista - nemmeno mi viene il nome - e che vinse “Sanremo giovani” … bene,
penso che per realizzarla ci potranno volere tre ore, forse due. Poi però
occorre trovare il coraggio per proporla, e qualcuno tale coraggio ce l’ha e
dal suo punto di vista forse ha ragione, visto il risultato in termini di
visibilità!
Ecco, quando
rifletto su questi argomenti, mi viene da pensare - e da chiederti - … ma se
queste persone hanno successo e vengono pure pagate fior di quattrini, non
saremo noi, uomini e donne italiani, un popolo di dementi dal punto di vista
culturale?
La gente va
educata e quindi il terreno fertile dovrebbe essere quello dei giovani.
I genitori
possono fare alcune cose, anche se difficilmente arriveranno a fare ciò che ho
ideato diabolicamente io, e cioè utilizzare la mia autorità di padre (non
autorevolezza in questo caso) per imporre ai miei due figli (18 e 15 anni) di non
alzarsi dal divano sino a che “The Dark
Side of the Moon” non fosse
terminato. E che soddisfazione sentirsi dire: “ … avevi ragione papà!”.
Ma la scuola
dovrebbe fare qualcosa in più, magari riducendo di un’unità i temi sul Manzoni
o su Dante e dare in pasto alla classe un album appena uscito da recensire,
dividendo i testi dalle musiche, le traduzioni dall’artwork… un fantastico
lavoro di squadra dai molteplici risvolti.
Utopie? Se fossi
un insegnante ci proverei.
Non sto andando
fuori tema, sto divagando pensando a ciò che ho trovato nel libro, al grido di
dolore, alla sensazione di delusione, alla frustrazione che, in maniera
maggiore o minore proviamo tutti noi che amiamo la buona musica.
I tempi
cambiano e tutto muta.
Ci hai fatto
caso caro Fabio che non esistono più i juke box? Erano il simbolo degli
stabilimenti balneari e dell’estate, e con quelli ci siamo creati ricordi
indelebili, tra Battisti e… Battisti. Ma la mia adolescenza di inizio anni ’70
è testimone di altro materiale, perché in quelle scatole musicali ho più volte
inserito la moneta per sentire “Inside”
dei JethroTull, “Question” dei Mody Blues, “Hocus Pocus” dei Focus,
“Peel the Paint” dei GentleGiant”, “ I Know What I Like
“ dei Genesis, e potrei continuare.
Erano
obiettivamente altri tempi.
Eppure, come
sottolineato nel libro, noi siamo stati i cultori del prog (che viene assunto
come esempio di degna musica, ma non è il solo), perché i Van Der Graaf, i Gentle
Giant, gli Yes e i Genesis sono diventati famosi nelle
nostre terre e solo successivamente li abbiamo condivisi col mondo.
Non conosco nei
dettagli i meccanismi che regolano il businnes musicale, ma mi scontro
quotidianamente, anche in prima persona, col problema.
Le persone che elenchi,
i vari Vasco, Jovanotti, Pausini, Giorgia, Ligabue, Ramazzotti, Pezzali, per me
non esistono. Ma io non ne faccio una questione di principio, semplicemente non
mi piacciono, non mi danno niente, mi fanno anzi stare male, e non riconosco in
loro nessun valore artistico. Non è un fatto di “semplicità musicale”, il mio
corpo li rifiuta, anche adesso che ho raggiunto una tale onestà intellettuale
da poter entrare in un negozio di dischi e acquistarne uno di Orietta Berti, se solo realizzasse
qualcosa che per qualche irrazionale motivo mi coinvolgesse.
Eppure, come
Zuffanti denuncia, c’è spazio solo per loro, i soliti, a Sanremo come in radio o in
televisione. E poi i figli di padri illustri… da qualsiasi parte ci giriamo c’è
l’inganno!
E che dire
della musica dal vivo? Cosa bisogna fare per portare a teatro dei giovani e far
loro capire cosa significa sudare e presentare un evento di qualità?
Un concerto che
inizia alle 21 nasce quattro ore prima e finisce quattro ore dopo, se si abita
di fronte al teatro, oppure si possono aggiungere 200-300 chilometri di
viaggio, andata e ritorno, anche notturno, con i rischi conseguenti. I
musicisti di nicchia, quelli che non fanno parte della supposta casta, per
essere pagati, spesso devono portarsi il pubblico senno… niente. Se poi sono
fortunati avranno un cachet che gli permetterà di guadagnare 60-70, forse 100 €
a testa. Già, ma non sono lavoratori, sono musicisti!
In una recente
occasione in cui ho organizzato un evento, un mio collaboratore dal muso buono,
poche ore prima del concerto, entrava nel bar di fronte, pieno zeppo di
giovani, e provava a convincerli alla
partecipazione, con ogni subdolo mezzo. Tutti ben predisposti alla ghiotta
occasione, sino a quando scoprivano che occorreva stare seduti su di una comoda
poltrona rossa, e non ci si poteva muovere per bere e chiacchierare. Bere?
Chiacchierare ad un concerto? Ma da quale pianeta arrivano i nostri giovani?
E’ altresì
incomprensibile come ci si sia assuefatti a pagare 15 euro per una misera pizza
margherita e una birretta (grande truffa!) mentre sembra insopportabile
spendere 10 euro per tre ore di performance (spesso c’è la doppia band).
Questi sono i
fruitori medi della musica, e noi siamo gli alieni, anche un po’ stupidi quando
ci commuoviamo ascoltando “And You And I”.
Non sono
pienamente d’accordo sulle critiche alle cover band, non in toto almeno. Certo,
non avrei mai pensato nella mia vita di vedere la pubblicità di un tributo a
Pezzali, nemmeno agli 883, ma proprio a lui, personalizzato!
Ma esistono
musicisti che si rifanno ai grandi del passato che non sono più in attività in quella forma aggregativa, e che,
pieni di talento, riescono a fare rivivere la musica di un tempo, varcando i
nostri confini e assumendo piena autorevolezza: parlo di The Watch (Genesis), Big One
(Pink Floyd), o dei nutriti discepoli di
sua maestà Ian Anderson, che
riescono a proporre ensemble a volte più gradevoli dell’originale. Spesso
queste cover band trovano il consenso di membri dei gruppi originali, e il loro
progetto è parallelo a produzione nuova.
Caro Fabio, non
so dove risiedano le cause profonde, non sono ancora riuscito a capire se è
nato prima l’uovo o la gallina, se il pubblico chiede spazzatura perché è ciò
che preferisce o perché è l’unica cosa che conosce e che ha imparato negli
anni.
I modelli sono
davanti agli occhi di tutti.
Mi viene da
ridere quando Zuffanti accenna ai talent show, dove a rilasciare giudizi
definitivi c’è gente come Simona Ventura. Ma come si permette di provarci? Cosa
ha mai sentito nella sua vita da poter giudicare? “ Ehm, mi dispiace ma non mi hai
fatto arrivare niente, non mi hai emozionata!” Ma di che parla? A
ciascuno il suo mestiere e lei è pure brava. Ma la musica non è affar suo.
I Talent… ah se
potessi mandare in miniera la De Filippi!
Qualche anno
fa, in tempi non sospetti, scrissi un articolo su suggerimento di un mio ex
compagno di scuola. Sua nipote era una fantastica giovane cantante jazz e fui
felice di intervistarla, benché fosse un’emerita sconosciuta. Ha un gran talento e lo capii subito.
Arrivò successivamente al cospetto della Maria nazionale ( ora è una singer molto famosa) e nello spazio di tre
giorni dalla sua entrata mi scrisse, con un po’ di imbarazzo, se potevo
togliere il suo brano che avevo inserito nel post, di matrice jazz.
Sconveniente orientare il possibile lettore del mio blog (i miei picchi più
alti di lettura li ho avuti quando arrivò in finale) verso un genere poco
consono allo standard del programma!
E che dire
delle radio. Zuffanti cita Massarini come
esempio, anche se appare dispiaciuto per non essere stato disponibile a
lasciare una sua testimonianza.
Era la
primavera del 1972, avevo sedici anni, e mi potevo informare solo attraverso Ciao2001. Un pomeriggio mi
sintonizzai su “Per Voi Giovani” e
un DJ diverso da quelli attuali, mi raccontò a parole - e poi con esempio
musicale- chi fossero i VDGG e che
cosa contenesse Pawn Hearts, e ci fu
spazio per Rondabout e quindi Fragile.
Impossibile
spiegare a parole la musica, eppure quell’archetipo di DJ riuscì nell’impresa e
arrivai al primo concerto della mia vita adeguatamente preparato. Quel
sant’uomo- me lo ha confermato lui stesso- era Carlo Massarini.
Il libro è
scritto in maniera molto semplice e diretta, senza nessun fronzolo di contorno
e in questa veste arriva al lettore.
Molti gli
autorevoli ospiti, da Eugenio Finardi
a Mario De Luigi, da Massimo Gasperini a Mattia Shellet, da Mox Cristadoro a Stefano
Isidoro Bianchi, da Giancarlo
Onorato a …Tommaso Labranca.
Grande intervento il suo, per lucidità chiarezza e intelligenza.
Sarà casta o
no, ma è reale il fatto che le decine di meravigliosi nuovi artisti che scopro
settimana dopo settimana, sono solo piccole realtà locali, mentre
potenzialmente potrebbero conquistare buonissimi spazi.
Nascere nel
posto giusto al momento giusto ha una buona valenza, e mi ha colpito una frase
che ho letto di Cristiano De Andrè a proposito di Finardi: “ Ha
avuto la fortuna di avere 20 anni in un momento speciale della storia musicale”.
Chissà che la
teoria dei corsi e ricorsi storici non si avveri anche in questo caso!
Ma cosa si può
fare per cambiare il modo di agire e di proporre le cose?
Parlare del
libro di Zuffanti e diffondere il messaggio è un primo passo, perché non siamo
di fronte a nessun Vangelo o dogma inamovibile, ma il solo discutere e
scambiare civilmente le opinioni può essere uno start up, uno scossone alle
coscienze.
Caro Fabio, io
una certezza ce l’ho, e so che altri la pensano come me: la somma di dieci
singole persone motivate, con un unico obiettivo, non fa 10, ma forse 100,
1000, 100000, e una goccia di pioggia può trasformarsi in temporale.
Io qualche idea ce l’ho, e al più presto ne potremo parlare.
Un esempio di
musica che tocca il cuore… melodia, atmosfera, complessità tecnica, voce calata
dal Paradiso… tutto appare semplice perché tutto è studiato nei particolari, che si fondono in un unico suono, e quando
la tensione aumenta il pubblico percepisce la magia che sta avvenendo, diventando
un corpo unico con chi si esibisce sul palco, e comprende che ciò che sta
vivendo è un attimo di pura, rara e semplice felicità. Solo la musica, la musica come
questa, ha un tale potere. Con questa musica sto bene e a volte male… i soliti
alti e bassi della vita!