mercoledì 20 giugno 2012

SEID-The Magic Handshake



Voilà…  a seguire alcune note (Un po’ di storia…) liberamente  tratte dal comunicato stampa emesso dalla Black Widow Records, la label genovese che presenta un nuovo album dei Seid, The Magic Handshake.

Gruppo norvegese, di cui non conoscevo l’esistenza, realizza un gran lavoro che è disponibile nel doppio formato, CD/vinile.
Ho iniziato l’ascolto nella convinzione che i Seid  fossero un gruppo antico, che per qualche motivo mi ero perso per strada, e dopo un primo completo passaggio niente poteva farmi supporre di essere al cospetto di una band “fresca”.
Decode The Glow, la traccia nominata anche nel comunicato di BWR, è davvero geniale e riporta alle migliori atmosfere rock ’70, con un cambio di tempo degno di Cashmire degli Zeppelin. E qui mi sono soffermato più volte.
Ma una peculiarità dell’album è la varietà di situazione e stili, e si passa dal rock succitato a trame sognanti e cosmiche come solo Daevid Allen ha saputo regalarci.
Tale caratteristica è dichiarata dai componenti del gruppo, “Pirati Spaziali”, vogliosi di navigare differenti acque e cieli; ma spesso tra le intenzioni e il prodotto finale non esiste soddisfacente collegamento.
Anche la strumentazione utilizzata è sintomo di voglia di spaziare, e al fianco della tradizione, troviamo una variegata sezione fiati e persino il Theremin, lo strumento elettronico più antico del mondo, alternato a moderni sintetizzatori.
Esprimere qualcosa di nuovo in campo musicale è tutt’altro che semplice, e forse non è neanche il pensiero fisso di chi compone, ma quando le influenze personali si uniscono, e ci si pone l’obiettivo di fare buona musica e condividerla, possono uscire combinazioni sorprendenti, capaci di catapultare nel passato avendo la piacevole sensazione di ascoltare nuovi suoni e camminare su nuovi percorsi.
I Sed riescono in tutto questo e convincono in pieno.
Un po’ anonimo e “illeggibile” l’artwork, almeno quello relativo al CD.


Un po’ di storia…

La band ama chiamare la loro musica  Cosmic Pirate Rock, una sorta di miscela tra lo stile spacerock degli Hawkwind e la psichedelia dei Gong, cosparso con una buona dose di energia rock. La parola “Pirata” utilizzata nella definizione musicale  è riferita alla gioia che i Seid provano nel navigare in tutti i tipi di acque musicali, “ saccheggiando” ciò che  piace e forgiando il tutto con le idee personali. Dopo circa 100 concerti in Norvegia, Danimarca, Svezia, Germania e Paesi Bassi tra il 2002 e il 2006, la band è pronta per conquistare nuovi territori con il loro nuovo album. Questa non deve essere considerata una "reunion", perché ci sono  canzoni nuove, un nuovo membro e nuove visioni. I protagonisti originali, Burt Rocket, Organ Morgan, Janis Lazzaroni e Jürgen Kosmos hanno reclutato Viktor Martin alla batteria e voce.
Dopo sei anni di pausa  i Seid tornano quindi  con un nuovo album.
La pausa ha fatto bene alla band che, sebbene  abbia ottenuto il plauso della critica per i precedenti due full-length album, con  The Magic Handshake, raggiungono la loro vetta personale.

Il quintetto suona progressive e groovy rock psichedelico, musica  complessa che raccoglie l’eredità degli anni ’70. 
I riferimenti sono reperibili nel repertorio di  Arthur Brown o dei primi  Pink Floyd.
Nella loro  forma più cosmica possono ricordare anche la band ormai sciolta We Oslo.
 I punti di forza dell'album sono… il  rock Ölyôk Kok Friebib e, Fire It Up!
Anche il singolo  Decode The Glow, con l’intervento vocale di Stina Star, è un brano che colpisce, e si può già considerare un classico, con il contributo di Stina Star, che si unisce piacevolmente  alla voce  di  Jørgen Yris (Jürgen Kosmos).
La maggior parte delle canzoni è permeata da  uno repentino cambio di velocità e di situazioni e  Seid rappresenta realmente qualcosa di nuovo nell’attuale panorama delle rock band.
Un magistrale nuovo album per i norvegesi SEID, che con "The Magick Handshake" realizzano un autentico gioiello di Prog Rock psichedelico e si dimostrano in forma smagliante.


TRACK-LIST
1. SPACE PIRATES RETURN
2. DECODE THE GLOW
3. THE DARK STAR IS WAITING
4. THE TRUE MERRY POPPERS
5. TRÔN
6. FIRE IT UP!
7. ÖLYÔK KOK FRIEBIB
8. BIRDS
9. SPACE ROCK DOGMA
10. MAGIC HANDSHAKE
11. SISTER SINSEMILIA

Stina Stjern: Vox on “Decode the Glow”
Martin Skei: Saxophones on “Birds, Decode the Glow” and “Magic Handshake”
Magnus Robot: vox on “Tron”
Hemmelig Tempo: Nice noise, Theremin, bird-samples, innumerable synthesizers on” Birds and Olyok kok friebib”
Hans Jorgen Stop: Vox on” Birds”, “The true Merry Poppers” and “Fire it up!”
Asgeir Engan: Vox on “The dark star is waiting”
Oyvin Yri: Clarinets on “ the true merry poppers”
Robin Sohrabi-Shiraz: Saxophones on “ the true merry poppers”
Asgeir, Oyvin, Kallem Ingunn: Choir on “the true merry poppers” and “Olyok kok friebib”

Seid is:
Burt Rocket
Janis Lazzaroni
Organ Morgan
Martin Viktor
Jurgen Kosmos

martedì 19 giugno 2012

Alessandro Di Maio-The Dark Side of the Moon



Tratto dalla tesi di Alessandro Di Maio.

Pink Floyd – The Dark Side of The Moon




The Dark Side of the Moon è l'ottavo album dei Pink Floyd.
Registrato negli studi di Londra della EMI tra il giugno 1972 e il febbraio 1973, uscì il 17 marzo 1973 negli Stati Uniti e il 24 marzo 1973 in Europa.
L'opera, diversa dallo stile e dal sound delle precedenti produzioni del gruppo, è considerata da molti la migliore opera dei Pink Floyd.
L’idea iniziale dell’album era parecchio ambiziosa: creare un concept album di 24 ore nel quale un giorno di un uomo riassumesse la vita dell'uomo stesso.
Naturalmente, ai tempi dei dischi in vinile, sarebbe stato impossibile. Così hanno deciso di rimpicciolire l'album, lasciando intatta l'idea.
Si presenta con un titolo intrigante e con una copertina con un’ immagine molto semplice, molto minimalista, ma ricca di significati, il prisma rimane bene impresso nella memoria, e ogni volta che lo si vede non si può fare a meno di pensare ai Pink Floyd.
Alan Parson è l’ingegnere del suono che ha prodotto l’album, e si guadagnò un Grammy Award per il miglior album prodotto, come tecnico del suono, del 1973.
Durante le sessioni di registrazione si utilizzarono le tecniche più sofisticate dell'epoca: lo studio era in grado di missare fino a sedici tracce, caratteristica che offriva un alto livello di flessibilità, anche se la band arrivò a usare molte più tracce, al punto che dovettero copiare i nastri.

Analisi dei brani
Speak to me / Breathe: è il primo brano ed inizia con il battito del cuore, che corrisponde alla nascita dell’uomo (questo battito lo ritroveremo all’ultimo brano, Eclipse, corrispondente al battito che cessa, ovvero la morte).
Questo viene messo insieme al rumore di registratori di cassa, macchinari industriali, per mettere in evidenza il fatto che si parte già immersi nella materialità, a discapito della crescita spirituale.
On The Run: il tema trattato è quello della vita in corsa, ma la parte da analizzare è soprattutto l’elaborazione sonora, innovativa e brillante per l’epoca. I Pink Floyd utilizzano per la prima volta un sequencer (dispositivo utilizzato per creare e riprodurre delle sequenze di segnali). In questo brano ci sono all’incirca 40 tracce, un numero spaventoso per l’epoca (la media era di 8/10 tracce). Il lavoro fatto con gli effetti, i panpot, e il mix dei suoni è stato davvero innovativo. La sensazione di spazialità è davvero ben definita, ed è davvero difficile pensare che questo brano risale a 40 anni fa circa, vista l’atmosfera futuristica che ci trasmette. Un vero capolavoro dell’ingegneria del suono.
Time: il brano parla ancora del valore del tempo e di quanto venga sprecato. Il ticchettio degli orologi all’inizio del brano sono stati registrati da Alan Parson in un negozio d’antiquariato.
L’uso di suoni inconsueti è molto frequente nell’album, caratteristica molto innovativa per quel periodo. Il coro di voci in questo brano è effettato particolarmente, attraverso l’uso di phaser, flanger e tremolo. Questo tipo di lavorazione sulle voci non era mai stato fatto prima.
The Great Gig in The Sky: nasce come improvvisazione strumentale di pianoforte e chitarra slide, ma Alan Parson decise di aggiungerci un assolo di voce. Venne chiamata Clare Torry, che con una sola improvvisazione, che riteneva penosa, stupì l’intero gruppo.
Money: si prende gioco dell'avarizia e del consumismo, con un testo ironico ed effetti sonori relazionati alla ricchezza. Gli effetti sonori di Money vennero alla luce unendo le registrazioni casalinghe di monete tintinnanti di Waters, il rumore di fogli strappati e quelli di un registratore di cassa e di una macchina calcolatrice, creando un loop.
Us and Them: parla dell'etnocentrismo e del confronto. Anche qui l’uso degli effetti da parte di Alan Parson è egregio, dall’uso del delay sulla voce all’uso del leslie (organo blues con amplificatore a ventola, che dà la tipica rotazione del suono).
Any Colour you like: pezzo strumentale dell’album. Gli strumenti messi in rilevanza sono un moog con un delay molto accentuato, un synth e delle chitarre effettate con il tremolo.
Brain Damage: tratta della malattia mentale come risultato del porre la fama e il successo in cima alla lista delle necessità di un individuo.
Eclipse: brano finale dell’album, espone i concetti di alterità e unità, mentre forza l'ascoltatore a riconoscere le caratteristiche comuni a tutti gli esseri umani. Finisce con il battito del cuore che troviamo all’inizio di “Speak to Me”.
Il suono del battito cardiaco è stato creato equalizzando una grancassa.

Conclusione
I Pink Floyd con quest’album non avranno inventato nulla di nuovo sotto l’aspetto formale musicale, ma con quest’album hanno sicuramente rivoluzionato l’era dell’ingegneria del suono, con delle tecniche di missaggio e di sperimentazione del suono totalmente innovative, a tal punto da ispirare moltissimi gruppi di ieri e di oggi.





lunedì 18 giugno 2012

Tesi di alessandro Di Maio-Pink Floyd: Analisi e Innovazioni



Pubblico oggi parte di una tesi di Alessandro Di Maio.
Incuriosito dall’interesse di un giovane per la musica immortale dei Pink Floyd, ho a lui posto alcune domande.
Il post è abbastanza corposo, ma penso valga la pena prendere un po’ di tempo per rivisitare la storia della nostra musica attraverso occhi … meno contaminati.

L’INTERVISTA

Immagino tu sia molto giovane, ma non mi stupisce il fatto che apprezzi musica “antica” ma di estrema qualità, situazione che rilevo con una certa frequenza tra le nuove generazioni. Come nasce per te l’interesse verso i Pink Floyd?

L'interesse verso i Pink Floyd nasce con un po' di ritardo, verso i 18 anni, quando finalmente mi decisi ad ascoltare questo gruppo che ormai sentivo ovunque. La scintilla partì da una parte del concerto "Pulse" (la canzone "Comfortably Numb" precisamente, ma non solo) dove rimasi estasiato dall'immenso impianto audio-visivo e dall'impatto che creava.

Essendo tu un allievo di Flavio Scogna immagino che  il tuo indirizzo sia di tipo classico. Riesci a trovare un modo per descrivere le affinità tra musica progressiva e quella classica? Molti lo hanno fatto ma mi interessa sapere cosa ne pensa una persona della tua età.

Invece non provengo affatto da un indirizzo di tipo classico, ma da un indirizzo completamente tecnico. Frequento il corso "Tecnico di sala di Registrazione", che è una laurea per fonici. Sono attivo anche musicalmente, studio la chitarra elettrica da qualche anno.  Un modo per descrivere le affinità tra musica progressiva e classica non te lo so dire in modo esaustivo, anche perché non ho un passato classico, anzi lo studio della musica classica è venuto dopo lo studio della musica progressiva. Per certo ti so dire che tutta la musica di oggi è contaminata dalla musica classica e del passato, la musica progressiva soprattutto (basti pensare anche ai Genesis, agli Yes, ecc.), senza di essa probabilmente non avremmo tutta questa variegatura di generi che la "musica di oggi" ci propone. (nota: qui potrei scrivere molto di più ma non scriverei nulla di nuovo, quindi mi sono limitato a questa risposta, la posso ampliare comunque.)

Credo che avere come docente un musicista come “il tuo Prof” sia una grossa fortuna, perché la sua visione della musica è la più ampia possibile? Quali sono i valori più profondi che ti ha passato negli anni di interazione?

E' vero, è stata una grande fortuna poter frequentare un suo corso, anche se molto breve purtroppo. Il valore più profondo che mi ha passato è l'apertura musicale, il non doversi mettere un muro di pregiudizi davanti alla musica, qualsiasi essa sia. Penso che questo valore, che già avevo dentro, sia stato amplificato davvero tanto dopo il suo corso. Prima di conoscere il prof. Scogna avevo un buco di conoscenze riguardo molti compositori della storia della musica contemporanea, che è riuscito a colmare in poco tempo, dandomi una visione molto più aperta e stimolante della musica. Mi ha dato molti stimoli alla ricerca della musica, e so che sarà una ricerca che andrà avanti per tutto il corso della mia vita.

Che giudizio dai, in generale, dello stato attuale della musica?

Penso che la musica ai giorni d'oggi sia parecchio lobotomizzata, un po' come la generazione d'oggi, soprattutto per la "musica non classica", ovvero rock e derivati. Penso si sia fatta confusione tra prendere ispirazione e fare solamente un copia/incolla a oltranza senza un minimo di reinterpretazione personale. Questo è un problema però che si è sempre presentato, e non è una novità. Penso che il problema principale sia l'ascoltatore. Ai giorni d'oggi, l'ascoltatore medio si trova bombardato da una quantità tale di musica che non gli viene nemmeno la voglia di cercare qualcosa di nuovo e di indagare, ma sente solo quello che gli capita. Quante volte abbiamo scaricato intere discografie senza aver ascoltato nemmeno metà album? Anche a me è capitato. Se non si riesce ad arrivare allo stimolo della curiosità, che sia tramite un maestro, tramite un amico, tramite un blog,  un'immagine, non riusciremo mai ad uscire da questa lobotomizzazione generale. Penso che sia fantastico riuscire ad ascoltare e ad emozionarsi con la più grande varietà di musica: passare da Ravel ai Pink Floyd, da Bach ai King Crimson, da Eric Satie ai Massive Attack, da Mahler ai Radiohead, da Mozart a John Coltrane, da Beethoven a Miles Davis e via dicendo... (ho fatto dei paragoni  così estremi volutamente, e ovviamente è impossibile mettere gli stessi artisti sullo stesso piano).
Un problema analogo che trovo nell'ascoltatore medio di oggi è anche la qualità con la quale ascolta la musica: ormai si preferisce la quantità alla qualità. Si preferisce avere 1000 dischi in mp3 128 kbps (quindi con una compressione dati altissima, a tal punto da non riuscire a sentire dei suoni e a tagliare molte alte frequenze) che avere 300 dischi in Flac o in Wav. Inoltre il mercato del cd sta morendo sempre più velocemente, e tutti i ragazzi d'oggi sentono la musica con il loro ipod in ambienti rumorosi o addirittura col cellulare...

Prova a proiettarti verso il futuro prossimo, e disegnami la tua ideale collocazione musicale prossima.

Se per futuro prossimo intendi le mie aspettative, spero di riuscire a entrare nel mondo del lavoro come ingegnere del suono e music producer. Non nascondo di avere il sogno nascosto di portare avanti un mio progetto musicale, che sto cominciando a idealizzare in questo periodo. Spero soprattutto che la musica venga rivalutata in Italia, ora come ora vedo speranza di lavorare sia sotto l'aspetto tecnico che musicale solo all'estero.
Sarà divertente rileggere queste domande tra una decina d'anni...


Conservatorio Statale di Musica “L. Refice”
Corso di Storia della Musica Moderna e Contemporanea
Tesi di Alessandro Di Maio
Anno Accademico 2010-2011
Prof. Flavio Emilio Scogna

Pink Floyd: Analisi e Innovazioni




I Pink Floyd sono i pionieri della psichedelia e uno dei massimi complessi rock di sempre. Nel corso di una carriera lunghissima (in cui si distinguono tre fasi, corrispondenti ad altrettante formazioni) hanno spostato i limiti del pop e del rock sposando l'elettronica e approfondendo la ricerca sonora in una serie di album giudicati pietre miliari della musica popolare del Novecento. Altra loro peculiarità è quella di aver prodotto mastodontiche rappresentazioni multimediali della propria musica attraverso spettacoli in cui la componente visiva è parte integrante di quella sonora.

Biografia
L'era di Syd Barret (1965-1968)
Roger Keith Barrett, detto Syd, nasce e vive a Cambridge dove si fa subito notare per la personalità eccentrica e per il suo talento artistico. Che non scaturì subito con la musica, bensì con la pittura e la letteratura.
Più tardi, quando cominciò ad interessarsi alla musica, in particolare al blues, si unì ad un gruppo, i Geoff Mott And The Mottoes, dove Roger Waters, ogni tanto, prendeva parte alle prove con il suo basso. Casa Barrett ben presto divenì una specie di club, dove Syd conobbe Bob Klose e strinse una forte amicizia con David Gilmour, che sarà proprio colui che prenderà il suo posto nel '68.
Syd prese in considerazione l'idea di formare un gruppo con Roger e Bob, ma i due avevano già formato una band senza di lui, che aveva vari nomi tra i quali Sigma 6, Abdabs, Screaming Abdabs, Meggadeaths e infine Tea Set. Quando Syd si unì a loro, la formazione a cinque comprendeva, oltre a Waters e Klose, Rick Wright e Nick Mason, due studenti del Politecnico di Architettura.
Quando la band conobbe Mike Leonard, un tecnico delle luci che mise a disposizione la sua casa, cominciarono i famosi "light shows" con luci psichedeliche che furono una costante dei Floyd non soltanto nella periodo di Barrett.
La band però aveva bisogno di un cantante, che trovarono in un negozio di dischi, Chris Dennis, un cantante blues di Cambridge.Nel frattempo Syd, tornò con un nuovo nome per il gruppo: aveva un paio di dischi di due bluesman della Georgia, Pink Anderson e Floyd Council. Mise assieme i loro nomi, ottenendo Pink Floyd, un nome che fu ben accetto dagli altri del gruppo.
I The Pink Floyd Sound iniziarono a suonare in varie feste o pub, e intanto Dennis lasciò la band, riservando il ruolo di voce solista a Barrett.
Pure Klose, seppur amichevolmente, si allontanò: il suo interesse era di stampo jazzistico, mentre lo spirito "anarchico" di Syd era più spinto verso il rock e la rottura delle tradizioni; così i The Pink Floyd Sound rimasero in quattro.
Syd Barrett era il leader indiscusso della band. Tutte le composizioni erano sue, il suo stile chitarristico era inimitabile, soprattutto nei live dove i Floyd tiravano fuori tutto il loro estro creativo e psichedelico. Citazione interessante tratta dal libro Lo scrigno dei Segreti : “I suoi entusiasmi e le sue influenze erano quanto di più tipicamente underground si potesse immaginare: oracoli cinesi e racconti per l’infanzia; fantascienza da poco prezzo e i racconti della Terra di Mezzo di Tolkien; ballate folk inglesi, blues di Chicago, elettronica d’avanguardia; Donovan, Beatles e Rolling Stones. Il tutto ribolliva nel calderone del suo inconscio per emergere in una voce, una sonorità e uno stile che erano unici di Syd”.
Era il 1966, e la corrente psichedelica stava prendendo piede in Inghilterra, soprattutto a Londra, dove i Floyd vennero ingaggiati per alcuni concerti al Marquee Club, grazie ai nuovi manager Peter Jenner e Andrew King.

Ma fu soltanto nel 1967 che i Floyd furono tra le band di spicco della Londra psichedelica: diventati "house band" del nuovissimo UFO Club a Londra, cuore del movimento underground della capitale britannica, il cui gestore Joe Boyd era un amico di Jenner, registrarono il primo 45 giri Arnold Layne / Candy And A Currant Bun.
Fu subito un successo, e ben presto i Floyd registrarono un altro 45 giri, See Emily Play / The Scarecrow, che permise loro di acquistare nuova fama nel labirinto delle band psichedeliche che bazzicavano i locali underground londinesi in quegli anni.
Risalgono a questi tempi i primi effetti collaterali dell'acido su Syd Barrett; anche se non in modo evidente come nel '68, Syd cominciò a dare segni di stanchezza già dall'estate di quell'anno, quando uscì il meraviglioso The Piper At The Gates Of Dawn. In questo periodo Syd cominciò ad assumere, oltre a massicce dosi di acido, anche qualche pillola di Mandrax, un potentissimo antidepressivo che sarà la sua rovina insieme agli allucinogeni.
I mesi successivi Syd si fece sempre più assente, l'LSD gli stava distruggendo il cervello e le poche composizioni di allora (Apples And Oranges, Jugband Blues, Scream Thy Last Scream, Vegetable Man) riflettono perfettamente la sua condizione psicologica in quel momento.
Ben presto i Floyd ebbero bisogno di un altro chitarrista, e la scelta ricadde su Dave Gilmour, chitarrista dei Joker's Wild (band che faceva da spalla ai Floyd nei concerti) nonchè grande amico di Barrett. Si provò una formazione a cinque, ma Syd stava sempre peggio e la band decise, non senza sofferenze, di escluderlo dal gruppo.
L'album che pubblicarono in quella situazione di cambiamento, A Saucerful Of Secrets, sembra quasi l'addio di Syd al mondo: psichedelia sempre, ma non più i sogni visionari e lisergici di Piper, ma nuovi toni malinconici e tristi.
Finita l'era Barrett, i Floyd ora non avevano più il loro frontman e principale compositore, e si trovarono di fronte ad un momento di crisi.

I nuovi Floyd (1969-1972)

Con Gilmour al posto di Barrett e senza più il loro leader, i Floyd si trovarono spiazzati, tanto più che si prese seriamente in considerazione l'idea di sciogliere il gruppo.
Ma nel 1969 registrano Music From The Film More, in soli otto giorni, per il regista Barbet Schroeder (per cui fecero anche Obscured By Clouds).
Il disco non ebbe molto successo, non fu benvoluto né dal pubblico né dalla critica, ma i Floyd, non scoraggiati, si buttano a capofitto in un grande progetto, un album doppio metà live metà studio.

Quell'album esce lo stesso anno, è Ummagumma; diviso, come detto prima, in due parti: quella live, che ripropone vecchi successi dei Floyd Barrettiani e non, e quella in studio, completamente nuovo, composto da quattro sezioni firmate ognuna da un membro dei Floyd.
Gli stessi Floyd non furono affatto soddisfatti del risultato; nonostante ciò, l'album ebbe un successo enorme rispetto a quello che si aspettavano.
La successiva fatica, anche questa poco soddisfacente, fu la colonna sonora di Zabriskie Point; nonostante le lunghe giornate di lavoro a Roma, alla fine il regista Antonioni scelse solamente tre canzoni dei Floyd per il film, che fu completato con brani di Grateful Dead, John Fahey, Young Bloods e Patti Page.

L'anno successivo, comunque, si aprì veramente la seconda fase Pink Floyd: con la magnifica title-track di 23 minuti si apre una delle pietre miliari non solo della discografia degli stessi, ma dell'intera storia del Rock: Atom Heart Mother. Un inizio orchestrale, con la collaborazione di Ron Geesin, che poi sfocia in tre pezzi quasi acustici, delicati, e termina con la psichedelia di Alan's Psychedelic Breakfast, in cui i rumori di fondo la fanno da padrone.
Da notare, comunque, che i Floyd avevano appena subito un grosso furto pari a quarantamila dollari in amplificatori e strumenti vari.

Atom Heart Mother fu anche il primo album in cui compare Alan Parsons come tecnico del suono, e soprattutto è l'inizio del grande successo dei Pink Floyd.
Esce anche Meddle nel 1971, che a prima vista sembra molto simile ad Atom: lunga suite che occupa un intero lato dell'LP (Echoes), una ballata acustica (A Pillow Of Winds), e la perla psichedelica (One Of These Days).
In realtà Meddle porta molte innovazioni non solo nei Floyd, ma in tutto il panorama musicale di quei tempi: l'uso dell'elettronica, le sperimentazioni, i cori da stadio, nuove impronte blues. Meddle è sperimentazione pura.
Prima di Meddle, in realtà, i Floyd avrebbero dovuto scrivere la musica per un balletto colossale, 60 ballerini e un'orchestra di 108 strumenti...Erano stati incaricati da Roland Petit, che voleva una cosa originale, ma dopo non poche peripezie si decise di utilizzare vecchi brani dei Floyd.

E' del '72 Live At Pompeii, surrealistico film-concerto girato nell'anfiteatro di Pompei (rigorosamente senza pubblico), dove, oltre ad interviste inedite, ci sono sequenze in cui si vede la band suonare nello spettacolare anfiteatro o andare in giro per il Vesuvio. Il film ebbe molto successo, soprattutto per merito delle eccezionali ambientazioni.


Il grande successo e l'inizio della fine (1973-1977)

E' il 1973. Esce The Dark Side Of The Moon, il più grande successo commerciale dei Floyd, Le lunghissime registrazioni dell'album, dovute senz'altro alla ricerca, da parte della band, del perfezionismo in ogni piccolissimo dettaglio, fanno sì che l'album esca ben due anni dopo l'ultima fatica, tempo molto lungo se consideriamo i tempi dei Floyd in quei periodi. Quest’album verrà analizzato nei dettagli in seguito.
Fu a Syd che i Floyd dedicarono l'intero Wish You Were Here, che esce nel 1975. La lunga suite, divisa tra inizio e fine, partenza e conclusione, racchiude gli altri brani come una sorta di barriera da cui non si può uscire, e non si deve, perchè nel contesto è cosa unica, nel presente allucinato si ricorda le (non meno allucinate) follie e sogni passati. Shine On You Crazy Diamond è il tributo a Syd Barret, che fece la storia e contribuì a momenti fantastici che purtroppo finirono troppo presto.
Durante le registrazioni, un "ragazzotto grasso e calvo", come racconta Wright, andò a trovarli in studio. Fu proprio Dave Gilmour, colui che aveva preso il suo posto nella band, a riconoscere per primo il loro vecchio amico Syd.
Come erano finiti i Floyd di Barrett, dovevano avere una vita relativamente breve anche i Floyd rimasti, che con Animals cominciarono ad incamminarsi verso la fine. Mason e Wright contribuivano minimamente per problemi personali e di famiglia, e Waters e Gilmour iniziarono ad azzuffarsi per il controllo della band.
La spuntò Waters, che, instaurando la più ferrea delle dittature, scrisse Animals tutto da solo. Un concept basato sulla filosofia orwelliana, in cui Waters descrive con assoluto cinismo il genere umano, dividendolo in cani, maiali e pecore, facendo una sola, piccola eccezione per i "maiali con le ali".
Ben presto, però, le cose peggiorarono: la Norton Warburg, società di investimenti su cui i Floyd avevano scommesso tutto, fallì, e la band fu costretta ad un "esilio fiscale" nel sud della Francia.
Waters prese la situazione in mano e cominciò a lavorare, oltre che ad un album solista (The Pros And Cons Of Hitch Hiking), alla folle idea del "Muro". Roger Waters in futuro scriverà anche un’opera lirica, “Ça ira”, di cui parleremo in seguito.

Il Muro e l'implosione finale (1979-1985)
Waters ormai controllava tutto, scriveva testi e musiche, era diventato il leader indiscusso della band.
Le tematiche fondamentali che trattava variavano dalla critica alla politica del tempo alla morte del padre nella seconda guerra mondiale, dalla crudeltà del mondo discografico alla ribellione per ciò che l'uomo era diventato nella società.
The Wall, 1979, altro grandissimo successo dei Floyd insieme a The Dark Side Of The Moon, riprende le tematiche politiche di Animals e le amplia, trattando dell'alienazione umana nella società moderna, la costruzione di un "Muro" immaginario che protegge dai pericoli del mondo, ma nello stesso tempo crea una solitudine che a lungo andare porterà alla follia. I "mattoni" che costituiscono questo Muro altro non sono che avvenimenti, tragedie, comportamenti, ingiustizie subite o recate, tutto ciò che succede nella vita (certo non proprio fortunatissima) del protagonista Pinky, non identificato come una persona ma come idealismo del genere umano stesso; tutto ciò si accumula, nel tempo, e finisce per erigere una barriera che separa Pinky dal resto del mondo.

Comunque sia, il Muro alla fine viene abbattuto in seguito ad una sorta di "auto-processo mentale" in cui Pinky rivede tutta la sua vita e alla fine viene condannato, e il Muro viene abbattuto, lasciando spazio ad un debole, ma sincero, messaggio di speranza: "Soli, o a coppie, quelli che davvero ti amano camminano su e giù fuori dal muro".
Alla fine delle registrazioni, Roger espelle Wright dalla band, a causa di uno scarso impegno e dal presunto consumo di cocaina di Rick (che lui stesso ha sempre negato).
The Wall nell'82 diventa anche un film, diretto da Alan Parker e con Bob Geldof nel ruolo di Pinky; non è nient'altro che l'album con l'ausilio di immagini. Non ci sono dialoghi, se non qualche sporadica frase; le animazioni di Gerald Scarfe e la fantastica performance di Geldof aiuteranno, se non altro, a spiegare meglio il concept.
The Final Cut, uscito 1983, non è altro che un'appendice sofferta a The Wall elaborata completamente da Roger Waters. I Pink Floyd, o meglio ciò che ne rimaneva, divisero definitivamente le loro strade nel 1985, senza mancare di azzuffarsi ancora una volta per i diritti del nome. A sorpresa la spuntò Gilmour, che fece di tutto per non far finire in  quel modo i Pink Floyd.

Un nuovo inizio e la conclusione definitiva (1986-1994)
Gilmour scrive un nuovo album, A Momentary Lapse Of Reason, e richiama Mason e Wright (il contributo di questi ultimi fu soltanto una formalità, visto che scrisse tutto Dave; è l'album floydiano in cui si sente di più la sua influenza, con lunghi passaggi strumentali e quel sound che caratterizza tutta la sua carriera solista).
E' il 1994, e Gilmour, Mason e Wright, riuniti ancora una volta sotto il nome Pink Floyd, pubblicano The Division Bell, più che degna conclusione di una band che ha fatto la storia.

Storia recente (2000 -oggi)
Nel 2000 viene pubblicato Is There Anybody Out There?, l'ultimo live dei Pink Floyd, registrato durante il tour di The Wall nell'80-'81.
Nel 2001 esce Echoes: The Best Of Pink Floyd, l'unica vera raccolta che contiene tutti i più grandi successi della band opportunamente rimasterizzati.

Il 2 Luglio 2005, in occasione del Live 8 promosso dall'amico Bob Geldof, i Pink Floyd si riuniscono, nella formazione storica Waters-Gilmour-Wright-Mason per suonare insieme ancora una volta; durante l'esecuzione di Wish You Were Here, Waters ricorda Syd Barrett.
Syd Barrett muore il 7 Luglio 2006 a Cambridge, per complicanze dovute al diabete. Il 10 maggio 2007 viene organizzato un concerto in sua memoria, a cui partecipano i Pink Floyd, che però non suonano insieme: prima suona Waters e poi il trio Gilmour-Wright-Mason. Il motivo fu di non voler distogliere l'attenzione dal fatto che era un concerto in memoria di Syd.
Il 15 Settembre 2008 muore Rick Wright, dopo una breve lotta contro il cancro. Mason, che aveva sempre fatto da "collante" tra Gilmour e Waters e ha sempre detto possibile una reunion dei Floyd, dopo la morte di Rick ammise che i Floyd erano finiti per sempre.


sabato 16 giugno 2012

Ricordo di Demetrio Stratos



Rispolvero e aggiorno (nelle date) un vecchio post di Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza, che ci regala il suo ricordo di Demetrio Stratos, a trentatré anni dalla sua morte.

CANTARE LA VOCE

Il 13 giugno del 1979 ci lasciava Demetrio Stratos, (Madonna!, sono passati trentatré anni!) per me la vera voce progressive; nessuno aveva raggiunto livelli di sperimentazione così "provocatori".
Non sto qui ha fare la sua biografia o il recensore dei dischi... ho sempre sostenuto che la musica è fatta di "emozioni" e non di "nozioni", e quello che è bello per me, può essere repellente ad altri e viceversa.
Voglio solo ricordare Demetrio attraverso le mie esperienze.
Purtroppo l'ho visto dal vivo solo una volta, nel 1975 a Roma in un concerto, credo per il voto ai 18 anni, organizzato dal partito radicale, insieme al Banco del Mutuo Soccorso, e Saint Just; naturalmente ero lì per gli "amici" del Banco.
La cosa che mi impressionò subito fu il soundcheck, non per gli strumenti, ma per la voce. Demetrio faceva cose incredibili, le sue corde vocali erano uno strumento che si adattava a quello che la sua mente voleva, suoni metallici, polifonici, versi di animali, sembrava un contrabbasso, vi giuro che mi viene la pelle d'oca ancora oggi!
Me lo presentò Gianni Nocenzi.
Gli feci i complimenti; all'epoca non era di moda farsi fotografare con gli artisti, anche perché la fotografia era un hobby, ed io ne avevo altri!
Ho continuato ad amare gli Area attraverso i dischi e le cassette audio registrate dagli amici, poi nel 1978 (settembre?)un giorno leggo sui muri del paese di Genzano (Roma), " AREA in concerto" , organizzato questa volta dalla FGCI, (Federazione Giovani Comunisti), quando ancora esistevano i comunisti !
Bene finalmente gli Area vicino casa, gli organizzatori sono amici, quindi prevedo una bella serata.
Quel maledetto giorno, cadde tanta di quell'acqua che il diluvio universale a paragone era l'annaffiatoio di Barbie... non smise un attimo dalla mattina alla sera, e non fu possibile neanche montare il palco!




All'epoca non esistevano i cellulari, gli Area erano in viaggio, e nessuno poté metterli al corrente della situazione; morale della favola concerto annullato.
Gli Area arrivarono a Genzano nel pomeriggio, con il loro furgone, e ci furono subito dei diverbi con gli organizzatori per la parcella e i rimborsi spese... mi ricordo parecchie urla ed incazzature.
Si era fatto notte e il gruppo si recò nell'unico bar aperto fino a tardi(erano altri tempi), da "Menelik" a Lanuvio; ancora ricordo la figura di Demetrio a torso nudo, solo con un gilet di cuoio... sembrava una capo indiano! Mi avvicinai molto timoroso, visto l'aria che tirava, e gli strinsi la mano.
Dopo un paio di bestemmie in milanese si rilassò, ma poi andaro via in albergo, e questa fu l'ultima volta che vidi Stratos vivo.
Nel 2001, il Banco tiene un concerto a Lanuvio, con Mauro Pagani ed altri ospiti; nel corso degli anni avevo "recuperato" un pò di materiale video degli Area; mi viene in mente di rendere omaggio a Demetrio, coinvolgo Vittorio Nocenzi, Fabrizio Zampa (giornalista), Pietro D'Ottavio (giornalista), anche per ripagare quelli dell'epoca, quelli del concerto "saltato" e mai visto, regalando la possibilità di vedere Demetrio dal vivo, anche se solo su di uno schermo.
Ok si decide per il giorno prima del concerto in piazza, ma guarda caso PIOVE!
Gli dei non erano favorevoli a Demetrio (come un titolo di un loro album..); spostiamo il tutto nella biblioteca comunale... è strapiena; Vittorio e Fabrizio, raccontano aneddoti, storie vissute, parlano del concerto tenuto all'arena di Milano per raccogliere fondi, proprio mentre Demetrio moriva; le immagini scorrono c'è molta nostalgia e commozione.
Vi devo confessare che fui molto orgoglioso di quella serata, e spero di aver modo di omaggiarlo ancora.
Purtroppo Stratos non è un morto che "vende"; mi sarei aspettato uno special della RAI TV, anche alle due di notte; a parte rai radio' tre e qualche iniziativa da "carbonari", e passato tutto molto in sordina. Peccato.
Ciao Demetrio la tua immagine è rimasta scolpita nella mia mente, e ancora oggi mi ritengo onorato e fortunato per averti incontrato, anche solo per pochi indimenticabili momenti.
WazzAldo


venerdì 15 giugno 2012

Fabio Zuffanti-“O Casta Musica”


Tutto quanto segue voleva essere una recensione di un libro ufficialmente non ancora uscito, ma mentre battevo i tasti le mie parole sono diventate, consapevolmente, uno sfogo parallelo. Poco male, perché non credo sia buona cosa giudicare ciò che si è appena letto, senza un minimo di metabolizzazione; chiedo quindi a Fabio Zuffanti, a cui spesso mi rivolgerò direttamente, di perdonare l’apparente fuori tema, che  vivo come meno grave, essendo io perfettamente conscio della divagazione.

Ho appena finito di leggere “O Casta Musica”, di Fabio Zuffanti, nell'occasione inusuale scrittore.
Fabio è l’uomo dei mille progetti musicali, vulcano di idee che lascia e riprende senza mai dimenticare di chiudere i cerchi.
Maschera di Cera, Finisterre, Hostsonaten
Però non è di musica “attiva” che voglio parlare, ma piuttosto di ciò che gira attorno ad essa, di cosa pensa Zuffanti e alcune persone da lui coinvolte.
E vorrei parlare anche del coraggio di Fabio, che sicuramente sa di aver dato estremo fastidio facendo nomi e cognomi, prendendosi rischi che sarebbero meno importanti se l’autore non fosse un “musicista che vive di musica”.
Un mio amico artista -per diletto- scrisse tempo fa un libro di denuncia che toccava settori “pericolosi”. Molte le minacce personali, una macchina bruciata, la necessità di cambiare luogo di lavoro... eppure mi confessò: “ E’ stata la cosa di cui vado più vado fiero da quando sono nato, e lo rifarei subito!”.
Anche Fabio sarà orgoglioso di ciò che ha fatto e penso che troverà molte adesioni. Spero che nessuno riuscirà a bruciargli il basso!
Non ho in mano il book, di fatto dovrebbe uscire a settembre, e credo siano state fatte un centinaio di copie promozionali, ma ieri ho ricevuto il contenuto in  PDF. Non sono un privilegiato, ma dovendo coadiuvare Zuffanti in una presentazione, la mia conoscenza della sostanza era indispensabile. Amo molto la confezione, tutto ciò che è attorno al prodotto, che lo avvolge e lo racconta, ma visto che dovremo abituarci all’e-book, anche fogli di stampante sono un lusso, e in fin dei conti raccolgono il necessario.
Ieri è arrivato il file, e dieci minuti fa ho finito di leggerlo, e sono quindi queste a seguire annotazioni a caldo.
Tutto nasce un anno e mezzo fa, quando Fabio raggiunge l’orlo e… tracima. Capita spesso nella vita, a un certo punto non riesci più a trattenerti e vuoti il sacco, spesso facendo danni irreparabili, altre volte traendo giusto risultato. Vedremo in quale razza di categoria si è tuffato il nostro autore e, come direbbe il Lucio nazionale più volte citato nel libro, “… lo scopriremo solo vivendo…”
La scintilla si accende quando Zuffanti, nel breve lasso di tempo passato in un supermercato, non può fare a meno di ascoltare più volte la stessa cantante che passa in radio, Elisa.
Da qui l’effetto domino porta a ricordare cosa era avvenuto in situazioni precedenti in altri supermarket, oppure ascoltando la radio in auto o in ogni altra occasione in cui si  la radio di turno era stata subita. Ah Finardi, ma dove sta la tua radio libera!?
La rivisitazione di tutto questo porta Fabio -ma potrebbe farlo chiunque ami la buona musica- a denunciare una situazione in cui non esiste quella che lui chiama “democrazia musicale”, dove sono sempre gli stessi 15 ad avere spazio, mentre non ci sono occasioni per chi fa la musica che io chiamo di impegno. Scopriremo poi tra le parole degli ospiti un’altra possibilità, ovvero che “la casta”  non è rappresentata dalle Major, ma sono i musicisti stessi, sempre i soliti 15, che sono in grado di dettare legge.
Zuffanti definisce il suo libro ingenuo e lui di conseguenza.
Ho riflettuto su ciò che lui ha appena compiuto, un suo magnifico progetto che dovrebbe di diritto “passare” ovunque, scuole comprese. Mi riferisco a “The Rime of the Ancient Mariner”. Non è dell’album che voglio parlare, ma del fatto che dal momento della genesi al completamento dell’opera, seppur con grande pausa temporale, sono passati una quindicina di anni. Ma qualcuno si rende conto di cosa voglia dire impegnarsi in un progetto musicale?
Ora, prendiamo ad esempio una canzone (eufemismo) come quella che presentò qualche anno fa una certa Arisa o Arista - nemmeno mi viene il nome - e che vinse “Sanremo giovani” … bene, penso che per realizzarla ci potranno volere tre ore, forse due. Poi però occorre trovare il coraggio per proporla, e qualcuno tale coraggio ce l’ha e dal suo punto di vista forse ha ragione, visto il risultato in termini di visibilità!
Ecco, quando rifletto su questi argomenti, mi viene da pensare - e da chiederti - … ma se queste persone hanno successo e vengono pure pagate fior di quattrini, non saremo noi, uomini e donne italiani, un popolo di dementi dal punto di vista culturale?
La gente va educata e quindi il terreno fertile dovrebbe essere quello dei  giovani.
I genitori possono fare alcune cose, anche se difficilmente arriveranno a fare ciò che ho ideato diabolicamente io, e cioè utilizzare la mia autorità di padre (non autorevolezza in questo caso) per imporre ai miei due figli (18 e 15 anni) di non alzarsi dal divano sino a che “The Dark Side of the Moon” non  fosse terminato. E che soddisfazione sentirsi dire: “ … avevi ragione papà!”.
Ma la scuola dovrebbe fare qualcosa in più, magari riducendo di un’unità i temi sul Manzoni o su Dante e dare in pasto alla classe un album appena uscito da recensire, dividendo i testi dalle musiche, le traduzioni dall’artwork… un fantastico lavoro di squadra dai molteplici risvolti.
Utopie? Se fossi un insegnante ci proverei.
Non sto andando fuori tema, sto divagando pensando a ciò che ho trovato nel libro, al grido di dolore, alla sensazione di delusione, alla frustrazione che, in maniera maggiore o minore proviamo tutti noi che amiamo la buona musica.
I tempi cambiano e tutto muta.
Ci hai fatto caso caro Fabio che non esistono più i juke box? Erano il simbolo degli stabilimenti balneari e dell’estate, e con quelli ci siamo creati ricordi indelebili, tra Battisti e… Battisti. Ma la mia adolescenza di inizio anni ’70 è testimone di altro materiale, perché in quelle scatole musicali ho più volte inserito la moneta per sentire “Inside” dei Jethro Tull, “Question” dei Mody Blues, “Hocus Pocus” dei Focus, “Peel the Paint” dei Gentle Giant”, “ I Know What I Like “ dei Genesis, e potrei continuare.
Erano obiettivamente altri tempi.
Eppure, come sottolineato nel libro, noi siamo stati i cultori del prog (che viene assunto come esempio di degna musica, ma non è il solo), perché i Van Der Graaf, i Gentle Giant, gli Yes e i Genesis sono diventati famosi nelle nostre terre e solo successivamente li abbiamo condivisi col mondo.
Non conosco nei dettagli i meccanismi che regolano il businnes musicale, ma mi scontro quotidianamente, anche in prima persona, col problema.
Le persone che elenchi, i vari Vasco, Jovanotti, Pausini, Giorgia, Ligabue, Ramazzotti, Pezzali, per me non esistono. Ma io non ne faccio una questione di principio, semplicemente non mi piacciono, non mi danno niente, mi fanno anzi stare male, e non riconosco in loro nessun valore artistico. Non è un fatto di “semplicità musicale”, il mio corpo li rifiuta, anche adesso che ho raggiunto una tale onestà intellettuale da poter  entrare  in un negozio di dischi  e acquistarne uno di Orietta Berti, se solo realizzasse qualcosa  che per qualche irrazionale motivo mi coinvolgesse.
Eppure, come Zuffanti denuncia, c’è spazio solo per loro, i soliti, a Sanremo come in radio o in televisione. E poi i figli di padri illustri… da qualsiasi parte ci giriamo c’è l’inganno!
E che dire della musica dal vivo? Cosa bisogna fare per portare a teatro dei giovani e far loro capire cosa significa sudare e presentare un evento di qualità?
Un concerto che inizia alle 21 nasce quattro ore prima e finisce quattro ore dopo, se si abita di fronte al teatro, oppure si possono aggiungere 200-300 chilometri di viaggio, andata e ritorno, anche notturno, con i rischi conseguenti. I musicisti di nicchia, quelli che non fanno parte della supposta casta, per essere pagati, spesso devono portarsi il pubblico senno… niente. Se poi sono fortunati avranno un cachet che gli permetterà di guadagnare 60-70, forse 100 € a testa. Già, ma non sono lavoratori, sono musicisti!
In una recente occasione in cui ho organizzato un evento, un mio collaboratore dal muso buono, poche ore prima del concerto, entrava nel bar di fronte, pieno zeppo di giovani, e  provava a convincerli alla partecipazione, con ogni subdolo mezzo. Tutti ben predisposti alla ghiotta occasione, sino a quando scoprivano che occorreva stare seduti su di una comoda poltrona rossa, e non ci si poteva muovere per bere e chiacchierare. Bere? Chiacchierare ad un concerto? Ma da quale pianeta arrivano i nostri giovani?
E’ altresì incomprensibile come ci si sia assuefatti a pagare 15 euro per una misera pizza margherita e una birretta (grande truffa!) mentre sembra insopportabile spendere 10 euro per tre ore di performance (spesso c’è la doppia band).
Questi sono i fruitori medi della musica, e noi siamo gli alieni, anche un po’ stupidi quando ci commuoviamo ascoltando “And You And I”.
Non sono pienamente d’accordo sulle critiche alle cover band, non in toto almeno. Certo, non avrei mai pensato nella mia vita di vedere la pubblicità di un tributo a Pezzali, nemmeno agli 883, ma proprio a lui,  personalizzato!
Ma esistono musicisti che si rifanno ai grandi del passato che non sono più in  attività in quella forma aggregativa, e che, pieni di talento, riescono a fare rivivere la musica di un tempo, varcando i nostri confini e assumendo piena autorevolezza: parlo di The Watch (Genesis), Big One (Pink Floyd),  o dei nutriti discepoli di sua maestà Ian Anderson, che riescono a proporre ensemble a volte più gradevoli dell’originale. Spesso queste cover band trovano il consenso di membri dei gruppi originali, e il loro progetto è parallelo a produzione nuova.
Caro Fabio, non so dove risiedano le cause profonde, non sono ancora riuscito a capire se è nato prima l’uovo o la gallina, se il pubblico chiede spazzatura perché è ciò che preferisce o perché è l’unica cosa che conosce e che ha imparato negli anni.
I modelli sono davanti agli occhi di tutti.
Mi viene da ridere quando Zuffanti accenna ai talent show, dove a rilasciare giudizi definitivi c’è gente come Simona Ventura. Ma come si permette di provarci? Cosa ha mai sentito nella sua vita da poter giudicare? “ Ehm, mi dispiace ma non mi hai fatto arrivare niente, non mi hai emozionata!” Ma di che parla? A ciascuno il suo mestiere e lei è pure brava. Ma la musica non è affar suo.
I Talent… ah se potessi mandare in miniera la De Filippi!
Qualche anno fa, in tempi non sospetti, scrissi un articolo su suggerimento di un mio ex compagno di scuola. Sua nipote era una fantastica giovane cantante jazz e fui felice di intervistarla, benché fosse un’emerita sconosciuta. Ha un gran talento e lo capii subito.
Arrivò successivamente al cospetto della Maria nazionale ( ora è una singer molto famosa) e nello spazio di tre giorni dalla sua entrata mi scrisse, con un po’ di imbarazzo, se potevo togliere il suo brano che avevo inserito nel post, di matrice jazz. Sconveniente orientare il possibile lettore del mio blog (i miei picchi più alti di lettura li ho avuti quando arrivò in finale) verso un genere poco consono allo standard del programma!
E che dire delle radio. Zuffanti cita Massarini come esempio, anche se appare dispiaciuto per non essere stato disponibile a lasciare una sua testimonianza.
Era la primavera del 1972, avevo sedici anni, e mi potevo informare solo attraverso Ciao 2001.  Un pomeriggio mi sintonizzai su “Per Voi Giovani” e un DJ diverso da quelli attuali, mi raccontò a parole - e poi con esempio musicale- chi fossero i VDGG e che cosa contenesse Pawn Hearts, e ci fu spazio per Rondabout e quindi Fragile.
Impossibile spiegare a parole la musica, eppure quell’archetipo di DJ riuscì nell’impresa e arrivai al primo concerto della mia vita adeguatamente preparato. Quel sant’uomo- me lo ha confermato lui stesso- era Carlo Massarini.

Il libro è scritto in maniera molto semplice e diretta, senza nessun fronzolo di contorno e in questa veste arriva al lettore.
Molti gli autorevoli ospiti, da Eugenio Finardi a Mario De Luigi, da Massimo Gasperini a Mattia Shellet, da Mox Cristadoro a Stefano Isidoro Bianchi, da Giancarlo Onorato a …Tommaso Labranca. Grande intervento il suo, per lucidità chiarezza e intelligenza.
Sarà casta o no, ma è reale il fatto che le decine di meravigliosi nuovi artisti che scopro settimana dopo settimana, sono solo piccole realtà locali, mentre potenzialmente potrebbero conquistare buonissimi spazi.
Nascere nel posto giusto al momento giusto ha una buona valenza, e mi ha colpito una frase che ho letto di Cristiano De Andrè a proposito di Finardi: “ Ha avuto la fortuna di avere 20 anni in un momento speciale della storia musicale”.
Chissà che la teoria dei corsi e ricorsi storici non si avveri anche in questo caso!
Ma cosa si può fare per cambiare il modo di agire e di proporre le cose?
Parlare del libro di Zuffanti e diffondere il messaggio è un primo passo, perché non siamo di fronte a nessun Vangelo o dogma inamovibile, ma il solo discutere e scambiare civilmente le opinioni può essere uno start up, uno scossone alle coscienze.
Caro Fabio, io una certezza ce l’ho, e so che altri la pensano come me: la somma di dieci singole persone motivate, con un unico obiettivo, non fa 10, ma forse 100, 1000, 100000, e una goccia di pioggia può trasformarsi in temporale.
Io qualche idea ce l’ho, e al più presto ne potremo parlare.

Info supplementari al seguente link:

Un esempio di musica che tocca il cuore… melodia, atmosfera, complessità tecnica, voce calata dal Paradiso… tutto appare semplice perché tutto è studiato nei particolari, che si fondono in un unico suono, e quando la tensione aumenta il pubblico percepisce la magia che sta avvenendo, diventando un corpo unico con chi si esibisce sul palco, e comprende che ciò che sta vivendo è un attimo di pura, rara e semplice  felicità. Solo la musica, la musica come questa, ha un tale potere. Con questa musica sto bene e a volte male… i soliti alti e bassi della vita!