giovedì 4 dicembre 2008

Joni Mitchell


Da molto tempo volevo raccontare qualcosa di lei, Joni Mitchell, ma... come si descrivono simili carriere?
Impossibile far convivere sintesi (necessaria al blog) e chiarezza (necessaria a chi legge).

Proverò a parlarne attraverso note recuperate online.

Roberta Joan Anderson - prenderà il nome d’arte dal suo primo marito, il folk singer Chuck Mitchell - nasce a Fort McLeod, Canada, nel novembre del 1943.
Dopo un’infanzia trascorsa a lottare con la poliomielite (che colpisce in tenera età anche un altro grande contemporaneo canadese, Neil Young), il suo primo omonimo album, poi ribattezzato "Song to a Seagull", esce nel 1968 e si avvale della produzione di David Crosby.
Seguono altri importanti lavori, che la consolidano ai vertici della fama del circuito folk grazie a canzoni come “Both sides, now” (portata al successo da Judy Collins), “The circle game” (interpretata anche da Tom Rush), “Big yellow taxi” e “Woodstock”, celebrazione dell’omonimo festival dell’estate 1969 che diventa un hit nella versione di Crosby, Stills, Nash & Young.
Dopo "Blue", album totalmente acustico e caposaldo riconosciuto di un nuovo stile di cantautorato “confessionale” al femminile che influenzerà intere generazioni di autrici, i primi indizi di cambiamento arrivano con "For the Roses" e soprattutto con "Court and Spark", disco del 1974 che mette in mostra la voglia di deragliare su territori più jazz e fusion accanto ad un pop sofisticato che le frutta il suo maggior successo commerciale.
L'inclinazione dell'artista viene seguita in un nuovo, sperimentale itinerario musicale che durerà oltre un decennio e le farà incontrare sul suo cammino personaggi come Charles Mingus (che le ispira un omonimo album del 1979), Pat MethenyJaco Pastorius e Wayne Shorter.
Il ritorno a casa, se così si può dire, avviene negli anni ‘90 con un tris di album che la riportano verso sonorità più marcatamente folk ed essenziali (su "Night Ride Home" affiora un nuovo pezzo scritto a quattro mani con Crosby, “Yvette in English”).

Il nuovo decennio vede la Mitchell sempre più distante dal mondo discografico e dedita alla sua altra passione artistica, la pittura.

Musicalmente, è il momento dei flirt con la grande orchestra, protagonista di due album in successione: il primo, "Both Sides", "Now", dedicato principalmente alla rivisitazione di standard della canzone americana; il secondo, "Travelogue", ad una rielaborazione del repertorio della stessa cantautrice, affiancata dal bassista (ed ex marito) Larry Klein.
Nel 2002, in aperta polemica con il music business, annuncia di volersi ritirare dall’attività musicale per dedicarsi alla pittura; ma nel 2005 realizza una compilation della serie “Artists' choice” per Starbucks, catena di caffetterie americani che sta investendo nella pubblicazione di musica.

Nel 2007 è la seconda grande artista dopo Paul McCartney ad annunciare la pubblicazione di un nuovo album per HearMusic, etichetta discografica di Starbucks. "Shine" viene pubblicato alla fine di settembre 2007 ed è il primo disco di inediti in quasi 10 anni.





mercoledì 3 dicembre 2008

Zita Swoon


La scena è quella indie di Anversa, in Belgio.

È qui che nel 1993 muovono i primi passi gli Zita Swoon, gruppo che si posiziona a metà strada fra il pop di matrice francese e un folk rock che non disdegna spruzzatine blues e disco.
Anima e unico vero centro gravitazionale della band, che cambia spessissimo formazione nel corso degli anni, è Stef Kamil Carlens (bassista e cantante nei primi tre album dei dEUS).
Tra l'altro, nel 1993 la sua creatura ancora non si chiama Zita Swoon bensì A Beatband, che con questo nome e sempre nel '93 pubblica l'EP "Jintro Travels The Word In A Skirt".
Il cambio di nome arriva nel 1995, però ancora non si tratta di Zita Swoon: questa volta Stef Kamil Carlens seglie Moondog Jr.


Il gruppo pubblica l'LP "Everyday I Wear A Greasy Black Feather On My Hat" (1995), poi perde la causa contro l'etichetta tedesca Moondog (nomi troppo simili) e dunque cambia ancora casacca adottando finalmente quella degli Zita Swoon.Per fortuna tutto questo non danneggia il successo appena raggiunto, che tra le altre cose li porta per la prima volta negli Stati Uniti (al South by Southwest Festival del 1998), nello stesso anno in cui esce l'album d'esordio col nuovo nome: "I Paint Pictures On A Wedding Dress".
A coronamento di un anno ricco di soddisfazioni, all'inizio del 1999 gli Zita Swoon ricevono il titolo di Ambasciatori Culturali delle Fiandre (parte nord del Belgio).
Nnel 2001 arriva "Life = A Sexy Sanctuary" e dopo un sacco di esibizioni live esce quello che molti considerano quanto di meglio prodotto finora da Carlens e soci: "A Song About A Girls" (2004), che inoltre viene seguito da "A Band In A Box" (2005, reportage dei live acustici nel 2004/2005) la cui qualità conferma tutte le cose buone che si dicono degli Zita Swoon.Sempre nel corso di una lunga tournée, questa volta nel 2005/2006, il gruppo scrive gran parte dei brani che finiscono in "Big City" (2007).
Poi, per ragioni poco chiare Stef Kamil Carlens comincia a litigare col suo management. Questo influenza negativamente le sorti del nuovo disco ("Big Blueville"), che rimane nel cassetto fino a marzo del 2008, quando Discograph riesce a farlo uscire in Francia e in Benelux, però solo in pochissime copie.Intanto la band continua la sua attività live a tappeto, con un tour che li tiene occupati per tutto il 2008 e che tocca anche l’Italia.

Everything is not the same



La frase d'autore:

"Siamo buoni a nulla, ma capaci di tutto" (Jim Morrison)


martedì 2 dicembre 2008

Damien Rice


Damien Rice nasce il 7 Dicembre

1973 alla periferia di Dublino.

Fa la sua prima vera esperienza musicale nei Juniper, che si formano ufficialmente nel 1991, quando Damien, Brian Crosby, Paul Noonan and Dominic Phillips erano ancora a scuola. Suonano ai matrimoni e ai compleanni, conoscono Dave Geraghty e nel periodo del college prendono casa insieme a Straffan, County Kildare. Nel 1995 esce "Manna", EP indipendente composto da canzoni acustiche, e nel 1997 i Juniper firmano un contratto da 6 album con la PolyGram. Nel 1998 escono due singoli, Weatherman (che entra nella top 20 irlandese) e The World Is Dead (top 30 irlandese).
Ma la casa discografica cerca di spingere il gruppo verso una dimensione troppo commerciale, e così Damien lascia la band nel 1999, alla vigilia della registrazione del loro primo album. Il resto della band forma tuttora i Bell X1, mentre Damien parte in giro per l'Europa per ritrovare se stesso.
Nel Marzo 1999 Damien si trasferisce in Toscana, e torna a Dublino un anno dopo pieno di idee. Sembra trovare un nuovo approccio alla musica e decide di registrare alcune canzoni. Invia il suo demo al produttore David Arnold (lo stesso di Bjork), che rimane impressionato dalla voce del cantautore irlandese e finanzia il progetto musicale di Damien, procurandogli un pò di soldi per mettere in piedi uno studio mobile tutto suo. Nel 2001 esce "The Blower's Daughter", il primo singolo tratto dall'album d'esordio "O". All'uscita dell'album, nel febbraio 2002, la critica si accorge subito del cantautore irlandese, che intraprende un tour di successo prima nei dintorni di Dublino e poi in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna.


"O", disco di platino in Irlanda, gli porta la nomination per il Meteor irish Music Awards e numerose apparizioni in festival (tra cui il Glastonbury) e in televisione (soprattutto al David Letterman Show e al Jools Holland Show). Damien ha voluto incidere "O" per conto proprio per non avere un contratto discografico con una major che potesse condizionarlo o dirigerlo verso un tipo di scelte musicali che lui non vorrebbe prendere. Damien stesso afferma, infatti, che la sola cosa che può condizionarlo è la sua musica.
Inizialmente, Damien cantava con Lisa Hannigan, la cui voce si può sentire in tutte le uscite ufficiali fino a "9". Il 15 Marzo 2007 Lisa ha ufficialmente lasciato il gruppo per intraprendere una propria carriera solista.
Adesso la band è composta da: Damien Rice (voce, chitarra, piano), Vyvienne Long (violoncello, piano), Tom Osander (batteria e percussioni) e Shane Fitzsimons (basso). Spesso nella band si aggiunge anche Joel Shearer (chitarra), cantante e chitarrista dei Pedestrian, e alcuni suoi amici come Blair Sinta e Brendan Buckley (entrambi batteristi, hanno sostituito Tom per buona parte del tour del 2007).

The Blower's Daughter



Traduzione di "The Blower's Daughter

Ed è così proprio come tu hai detto che sarebbe stato
la vita è facile per me la maggior parte del tempo ed è così la storia più corta:
niente amore nè gloria niente eroe nei suoi cieli
non posso levarti gli occhi da dosso non posso levarti gli occhi da dosso
ed è così proprio come tu hai detto che sarebbe stato
dimenticheremo entrambi la brezza la maggior parte del tempo
ed è così l'acqua più fredda, la figlia del vento l'alunna di rifiuto
non posso levarti gli occhi da dosso non posso levarti gli occhi da dosso
ti ho detto che ti disprezzo? ti ho detto che voglio lasciarmi tutto alle spalle?
non posso smettere di pensarti non posso smettere di pensarti ..
fino a quando non troverò qualcun altro

La frase d'autore:

"La vera poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità. Apre tutte le porte. E voi potete passare per quella che preferite" (Jim Morrison)



lunedì 1 dicembre 2008

"anNALIsa scarrone"



Ho scoperto da pochissimo una giovane e talentuosa savonese, Annalisa Scarrone (anNALIsa scarrone)... cantante, divisa tra musica e studio, con una grande passione che, come spesso accade, si accende in tenera età.
Rimango sempre affascinato davanti a un talento, in un qualsiasi campo, quando è accompagnato dall’impegno.

Annalisa mi sembra possegga la miscela giusta, quella che nella vita serve sempre, qualsiasi strada si intraprenda: capacità, dedizione, spirito di sacrificio, idee chiare e… forse un pò di testardaggine.

Questo mio giudizio così positivo, è basato soprattutto sulle informazioni raccolte e sull’istinto, quella “prima impressione” che difficilmente mi tradisce.


Lei si racconta così sul suo My Space:



Nasco il 5 agosto del 1985 e fin da piccolissima, grazie soprattutto ad uno zio lungimirante, mi appassiono alla musica. Dai sei anni mi dedico alla chitarra classica, che abbandono poi nel 1999, quando comincio lo studio della tecnica vocale sotto la guida della cantante pianista Danila Satragno. Mi avvicino nel frattempo anche a pianoforte e flauto traverso; questo comunque non vuol dire che io sia una pianista o una flautista. Per chiarezza.
Nel luglio del 2001 partecipo al seminario tenutosi a Loano sotto la guida di Carl Anderson, già Giuda in "Jesus Christ Superstar". Nel 2004 partecipo come corista, insieme a Roberta Daniel e Mariagrazia Scarzella alla registrazione dell’ultimo disco di Danila Satragno, "unLupoinDarsena".

Dal 2004 al 2006 collaboro come corista con l’orchestra Bruni di Cuneo, insieme con le allieve del corso di “Tradizioni musicali extraeuropee e vocalità afroamericane" tenuto da Danila Satragno al conservatorio Ghedini. Saltuariamente collaboro con il bassista-contrabbassista Dino Cerruti, con il quale, tra le altre cose, ho registrato "Ombre" e "The dry cleaner from Des Moines" (vedi sopra), con la partecipazione anche di Rodolfo Cervetto e Loris Tarantino. Attualmente, quasi laureata in Fisica (alla quale nel frattempo mi sono immolata), sto affrontando un progetto di brani originali.

Per capire qualcosa di più ho provato a sottoporla alle mie solite domande e, “chiacchierando” via mail, l’immagine di Annalisa ha preso un contorno definito.

l'INTERVISTA

Nonostante viviamo nella stessa città e ci occupiamo di musica, anche se in maniera differente, conosco il tuo nome da poco più di un mese.
Chi è Annalisa Scarrone?
Più che spiegare chi sono, mi sento più adeguata nell’illustrare quello che faccio. Ecco, diciamo che mi piacerebbe definirmi una “musicista”, anche se sono consapevole di essere piuttosto una che semplicemente si “salva” con la musica. Il fatto è che ci sono cose che non si è capaci di gestire, ma che allo stesso tempo soffrono nel restare taciute; per quanto mi riguarda, ho la fortuna di poter costruire a queste impressioni una forma, cantandole.

Ti ho ascoltata attentamente. Chiunque possegga una bella voce cerca giustamente di usarla, lasciandosi guidare dall’istinto. L’età non conta. Nel tuo caso, oltre al timbro, all’estensione, alla modulazione, ci “vedo “ della tecnica. Sei un talento naturale o hai anche speso energie e tempo nello studio del tuo “strumento”?
Sicuramente sono stata fortunata, poiché la materia prima è sempre stata buona, ma credo sia doveroso, volendo fortemente costruirsi una professione, dedicarsi all’apprendimento delle basi tecniche. Questo è quello che ho fatto, guidata dalla mia insegnante ed amica Danila Satragno.

Se ho capito bene, la musica è una tua attività parallela ad una diversa professione/studio. Come convivono i due aspetti? Se potessi, faresti prevalere la musica, facendola diventare la tua unica attività?
Esatto, oltre all’attività musicale mi sto parallelamente laureando in Fisica all’Università degli Studi di Torino. Ho sempre trovato interessante la convivenza arte-scienza, anche se questo non significa che non sia faticosa da gestire. In futuro, se sarò fortunata, mi piacerebbe puntare di più sulla musica, pur essendo consapevole di quanto questa scelta sia complicata.

Quando mi hanno parlato di te, citando altri musicisti della tua sfera, è emerso il nome del bassista Dino Cerruti, che casualmente ho visto dal vivo dopo pochi giorni. Il Jazz è il tuo vero amore?
Trovo che definire un proprio “genere prediletto” sia limitativo. Quando mi approccio ad un brano non mi soffermo sul fatto che ci siano o meno le chitarre distorte ( tanto per fare un esempio!), ma rimango ad assaporare la sincerità del messaggio e la sensazione.

Come stai impostando il tuo futuro musicale?
Diciamo che sto provando ad intraprendere questo tortuoso sentiero, con molta umiltà e senza illudermi. Continuo a scrivere e a studiare, bussando qua e là di tanto in tanto.

Il tuo sogno nel cassetto?
Avere la possibilità di guadagnarmi da vivere con la musica.

Qualche quesito standard.

Come e quando nasce la tua passione per la musica?
Fin dall’infanzia, quando ho iniziato a studiare la teoria musicale alla scuola elemtentare.

I tuoi genitori hanno favorito lo sviluppo della tua passione?
Sempre

Quali sono i tuoi riferimenti musicali piu’ importanti?
Bjork e i Portishead, ma anche Nick Cave, PJ Harvey, Joni Mitchell, Sigur Ros, Radiohead, Holland Jolie, Cristina Donà, Subsonica.

Qual’e l’artista/gruppo a cui sei più legata?
Decisamente Bjork

Suoni qualche strumento?
Ho studiato chitarra classica, flauto traverso e pianoforte, ma vorrei essere precisa nel sottolineare che non sono una chitarrista, né una flautista o una pianista. L’unico strumento che sento di poter vestire in modo professionale è la voce.

Cosa giudichi importante… il testo, la musica, entrambi?
Mi piace pensare che si tratti di un tutt’uno.

Meglio il Vinile, il CD o l’MP3?
CD
La musica deve necessariamente essere divisa in categorie?
No (vedi sopra)

Esiste musica per differenti età?
Non credo proprio. Forse però per apprezzare certe cose bisogna aver raggiunto un certo tipo di “tranquillità”

Immagina una tua diversa collocazione: palco? Produzione? Solo ascolto?Organizzatore? Scrittore?
Solo ascolto

Cosa salveresti della tradizione musicale italiana?
Nada Malanima

Perché ci si innamora di canzoni di cui spesso non si capisce una parola?
Per la suggestione che si crea nell’immaginazione, andando a ripescare ricordi e situazioni

Blues, Progressive o Jazz?
Scelta impossibile!

Classica, Hard Rock o Punk?
Sicuramente non Punk…

Musica scaricabile da internet o… a costo contenuto, per vie tradizionali?
A costo contenuto per vie tradizionali.

Un grazie ad Annalisa.

domenica 30 novembre 2008

Ian Siegal, il giorno dopo.



Nel post precedente ho pubblicizzato la presenza di Ian Siegal a Savona.

Prima della performance ufficiale, alle 22.30, Ian si è esibito per un gruppo ridotto di persone, qualche adulto , e tante anime immacolate.

Sto parlando ovviamente di bambini.

Tra le iniziative del Raindogs, c'e' anche questa, e cioè il tentativo di far avvicinare il pubblico minore alla musica e agli artisti.
Qualche brano, inframezzato da domande di grandi e piccini , una sorta di uno contro tutti , al quale i musicisti si prestano con piacere.

Ian Siegal , nonostante la band, si è esibito per noi da solo.

Leggendo il post precedente , e quindi la sua intervista, si capisce l'importanza del personaggio.

A questo pensavo ieri, riflettendo sul luogo dell'esibizione.

Il Raindogs è luogo prestigioso e ambito , ma la capienza potrebbe essere un limite quando ad esibirsi è gente di questa caratura.

A domanda specifica il bassista mi ha "rassicurato".

Il problema non è la capienza, semmai la qualità del pubblico . E proprio il giorno precedente, su un altro palco, l'apporto completo dell'audience è venuto a mancare e :"..se non è calda la platea anche noi non riusciamo a dare il meglio, è un dare avere che non ha niente a che vedere con i calcoli..." ha concluso il musicista.

Non so se la piccola schiera di bimbi seduti a terra era sufficientemente appassionata, ma Ian ha dato segni di apprezzamento e ha dimostrato una disponibilità che non è mai scontata, quando si parla di stelle di prima grandezza.

E così, dalle domande dei presenti, scopriamo che Siegal ha iniziato a suonare a diciott'anni, che suona 4/5 ore al giorno, che considera il mandolino ed il banjo strumenti tradizionali nel blues, che Bill Wiman è una persona piacevole e , ad una domanda legata al particolare pubblico della pre serata , risponde dicendo che è un vero piacere avere di fronte dei bimbi.

Per quelli come me , che solo nel corso della settimana hanno saputo dell'esistenza di Ian, è stato un grande piacere scoprire la sua tecnica chitarristica, accompagnata da una voce incredibile.

Mi rimane il rimmarico di non aver potuto assistere alla performance di tarda sera, delusione bilanciata in parte dal "ricordo per sempre", garantito dalla foto che ho scattato con lui sul palco.


venerdì 28 novembre 2008

Ian Siegal


Ancora un grande avvenimento al Raindogs di Savona.

Domani sera gli amanti del blues potranno ascoltare Ian Siegal.
Provo a presentarlo, attraveso il "lavoro di altri", essendo per me un artista tutto da scoprire.

Le vie del blues secondo Ian Siegal: l’intervista di Massimo Baraldi.

C’è chi sostiene che il blues sia la musica del diavolo e, in queste cose, ognuno è libero di pensarla un pò come vuole. Certo, dopo aver assistito a un concerto di Ian Siegal, è difficile non cominciare a crederlo: tanto scalcia, sibila, barrisce e strepita che pare averne un’intera orda dentro di sé: suona come se stesse andando a fuoco, ma fosse troppo impegnato a tenere il ritmo per preoccuparsi di spegnere le fiamme.

Classe 1971, devoto a Muddy Waters e Son House come a Tom Waits, Ian è un personaggio che sembra fatto su misura per il palcoscenico. Interprete carismatico e appassionato, unisce uno stile chitarristico ruvido e vigoroso a una voce camaleontica che non può non impressionare per estensione e mutevolezza. Forse le ragioni non saranno tutte qui, ma già queste spiegano perché oggi si parli di lui come di uno dei bluesmen più rappresentativi non solo della scena britannica attuale, ma dell’intero Vecchio Continente.

MB: La prima volta che ho incontrato te e la tua National Triolian del 1929 è stato grazie a Norman Hewitt e al suo “Blues to Bop”, a Lugano, nel 1999. Allora eri una brillante promessa, oggi sei riconosciuto come uno dei più influenti bluesmen del Regno Unito. Niente male, non hai di che lamentarti.
IS: Oh no, non mi lamento affatto! Non ho ancora capito esattamente perché sia successo, ma ne sono estremamente felice. Le cose mi stanno andando piuttosto bene ora. Ai tempi del Festival ero agli inizi, e non posso che ringraziare Norman per avermi offerto quell’opportunità. È un gran bravo tipo, per essere un inglese.

MB: Ma non sei inglese anche tu?
IS: Sì, appunto.

MB:Se mio padre fosse ancora vivo, direbbe: "Questo è il mio ragazzo!”, a dirlo è stato Big Bill Morganfield, il figlio di Muddy Waters, parlando di te. Se è vero che suo padre è il tuo eroe musicale, non mi viene in mente un complimento migliore!
IS: Già. Lo è. Sai, Muddy aveva un sacco di “figli” che non erano propriamente suoi: Johnny Winter o Paul Oscher, per esempio. Lui ha “adottato” quei ragazzi bianchi e se li è portati a casa, per insegnar loro il blues. Big Bill sostiene che la stessa cosa sarebbe successa con me, se solo mi fossi trovato in giro al momento giusto. Lo considero un bellissimo complimento, è una cosa bella da dire. Sono parole che non dimentichi.

MB: So che sei stato in tour con Big Bill.
IS: Sì, diverse volte. Lui dice che siamo fratelli, di sangue. Certo, però, se fosse vero sarebbe piuttosto strano! È un tipo in gamba. Un enorme orsacchiotto.

MB: Sei solito alternare performance acustiche in solitaria a concerti con la tua band. L’atmosfera è completamente diversa… a volte fai entrambe le cose, altre no. In quale situazione ti senti maggiormente a tuo agio?
IS: Da solo sei libero, non devi preoccuparti di tenere insieme nessuno, ma con una band c’è più eccitazione, divertimento, rock ‘n’ roll. Non ho una preferenza, mi sento a mio agio comunque.

MB: Hai lavorato duro per molto tempo, poi nel 2003 e 2004 hai avuto un’ottima visibilità aprendo i tour europei di Bill Wyman e i suoi Rhythm Kings. Com’è andata? E in che occasione lo hai incontrato, la prima volta?
IS: Non ricordo esattamente quando è stato; avevamo lo stesso sassofonista, è così che venni a sapere che stavano cercando qualcuno a cui affidare l’apertura. Fu lui a mostrargli il video di un mio concerto al Festival di Edimburgo, e Bill deve aver pensato “Va bene, questo è uno a buon mercato, uno facile.” È stata una grande esperienza, di lui posso dire che è stato estremamente gentile. Prima di me non si erano mai portati in giro nessuno. Soggiornavamo negli stessi hotel, viaggiavamo sullo stesso bus, per qualche ragione, mi hanno concesso di essere parte della band. Eravamo come una famiglia. È stato bello. Loro sono alcune tra le persone migliori che io abbia mai incontrato.

MB: Continuerai a lavorare con lui?
IS: L’ultima volta che ho visto Bill è stato alla festa per il suo settantesimo compleanno, in un club londinese. Se ce ne sarà la possibilità senz’altro, ma certo non possono usare sempre la stessa persona. Sono rimasto in contatto, comunque. Spero che saranno loro a supportare me, un giorno. Quella gente mi ha dato davvero una grande opportunità.

MB: La stessa cosa avvenne in passato con gli Animals e Chuck Berry…
IS: Esattamente. Parliamo di gente che non cerca di tenere il successo per sé stessa, ma di condividerlo con gli altri. Questo è positivo.

MB: Nel 2006 hai sperimentato il circuito blues della West Coast americana. Com’è andata? Pensi che da quelle parti i tempi siano maturi per una nuova “Blues Invasion”, o stanno cavandosela bene per conto loro?
IS: Non se la stanno cavando affatto. Non si può parlare di una vera scena blues laggiù; direi che le cose vanno più o meno come in Inghilterra. Certo, ci sono tanti musicisti di talento capaci di suonare del buon blues, ma il posto giusto dove andare è l’Europa, ora: Olanda, Belgio, Germania, Scandinavia. È stata un’esperienza interessante, ma non sono molto interessato a tornare. Chissà, forse il blues sopravvive nel Sud, nella West Coast ho trovato più che altro rock ‘n’ roll. È in Europa che voglio costruire la mia carriera, ed è qui che ci sono i veri appassionati di blues. Certo, in Italia la comunità è ancora piccola, ma penso che concentrerò la mia invasione proprio verso questo paese e la Spagna. Si tratta di educare la gente al blues.

MB:Standing In The Morning”, nel 2002, ha rappresentato una svolta significativa dal blues tradizionale a una selvaggia, paludosa, musica urbana. La connessione col passato resta chiara, seppur contaminata da influenze diverse.
IS: La mia casa discografica ha sostituito l’etichetta “Blues”, attribuitami inizialmente, con “Americana”, perché suono ogni tipo di musica che abbia radici americane. La prossima settimana farò il mixaggio di un album solo che ho appena terminato di registrare… col blues non ha nulla a che fare, se non per un pezzo. Tutto il resto è country, gospel, bluegrass. Quella musica ha il blues in sé, comunque. Come del resto il blues ha in sé il country. Musica americana, questo è ciò che amo. Quanto a “Standing In The Morning”, ho cercato di concentrarmi il più possibile sulla scrittura dei pezzi e dei testi, in qualcosa che ricorda lo stile di Tom Waits.

MB: È un grande album.
IS: Grazie! Ma non è stato così popolare quanto quelli che lo hanno seguito… “Meat And Potatoes” e “Swagger” hanno avuto un impatto molto maggiore. Per quel che mi riguarda lo considero la cosa migliore che abbia mai fatto, peccato però che la gente non sembri pensarla allo stesso modo!

MB: Anche “Hard as…” non era affatto male. Ho ancora la mia copia, che conservo gelosamente.
IS: Pare che qualcuno ne abbia rimediato una copia su eBay a centocinquanta euro, io però non mi sono beccato niente! È una cosa folle che qualcuno sia disposto a pagare una cifra del genere, ma anche un grande complimento. A saperlo glielo avrei venduto io per dieci.

MB: Stai dicendomi che ho fatto un buon affare?
IS: Sicuro. Mettilo su eBay e facciamo a mezzo.

MB: Scordatelo. Non ho nessuna intenzione di venderlo. Piuttosto, nel 2005 è venuto “Meat and Potatoes”, “Swagger” nel 2007 e entrambi sembrano ulteriori passi nella direzione presa con “Standing In The Morning”. Stai avvicinandoti alla tua idea di suono?
IS: Non ho niente del genere in testa. Non solo tratto ogni album come una cosa a sé stante, ma ogni singola canzone. Non so mai che cosa farò, a priori. A volte scrivo i pezzi direttamente in studio, mentre stiamo registrando. Non è molto professionale, la band odia questa mia abitudine. Funziona un po’ come: “Ok, ora che facciamo?”,Non lo so, non preoccupatevi”. Non saprei proprio dire quale sia il suono che ho in testa, quindi… ma forse un giorno lo troverò. Ciò che faccio è suonare, e questo è tutto. L’influenza blues è sempre presente, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Little Richard, Tom Waits… ma anche Hank Williams e tutti i ragazzi del country .Vedremo. Penso di non avere ancora raggiunto il mio pieno potenziale come autore, ma ci sto provando. Farti esperienza nella vita aiuta, perché puoi scriverne. Sono sempre in cerca della prossima canzone. Se un giorno potessi tirar fuori qualcosa come “Honky Tonk Women”, bè, sarei un uomo felice. Nonché milionario.

MB: E cosa mi dici del nuovo album al quale accennavi prima?
IS: Non ha un titolo, ancora. Dentro c’è B.J.Cole alla pedal steel guitar; è stato eccitante averlo con me! Lui ha suonato con John Cale, Sting, Albert Lee, Emmylou Harris e tantissimi altri. Attualmente lavora con Bjork. Quello strumento ha un suono semplicemente meraviglioso, sembra provenire da un altro pianeta.

MB: Uscita prevista?
IS: All’inizio di giugno, lo porterò nei festival quest’estate. La mia band non la prenderà bene, ma un solo ogni tanto ci vuole.

MB: C’è qualcosa che vorresti aggiungere? Di cui ti va di parlare?
IS: Spero, ed è la stessa cosa che direi agli inglesi, che i giovani italiani aprano le loro menti a questa musica. Sai, quando la sentono la amano, sempre, ma è necessario che la incontrino, altrimenti non c’è futuro. In Svezia, la scorsa settimana, il pubblico era di cinquantenni, e per lo più uomini. Proprio come in Inghilterra. Ma… e i ventenni? Se non cominciano a uscire e ascoltare, per chi suoneremo? Mi auguro che i giovani imparino a capire e apprezzare il blues. Solo così potremo garantirci un futuro.

MB: Perché pensi che accada? Non si può dire che in Inghilterra non abbiate una solida tradizione…
IS: Posso dirti, e molti musicisti lo confermerebbero, che spesso ti si presenta un ragazzino con un: “Hey! Sono qui perché i miei mi ci hanno portato. Pensavo che il blues fosse solo Eric Clapton o Gary Moore… non sapevo nulla del resto, e non avrei mai pensato che potesse essere così interessante, divertente, sexy! Questa roba non è deprimente!”. E proprio questo è uno dei problemi: la gente è convinta che il blues sia una roba che se la senti poi ti ammazzi. Posso però assicurarti che dopo la prima volta tornano, e si portano pure gli amici; non possono essere forzati, però, devono venire spontaneamente. In Olanda, e in generale in quell’area, i ragazzini lo fanno. E spero che in futuro accadrà anche altrove.

MB: Forse questo spiega perché molti musicisti americani stiano facendo base nel Nord Europa…
IS: Sicuro, è perché le condizioni economiche sono molto più favorevoli. Sai, in California ho suonato con alcuni ex componenti della Elvin Bishop Band, veri professionisti, tra i migliori con cui mi sia capitato di lavorare. Li pagavo cento dollari a testa per ogni serata e nel farlo ero davvero imbarazzato, ma là è normale. Non potrei mai ingaggiare un inglese per la stessa cifra. È impossibile, con quei soldi non ci campi, ma loro sono soddisfatti. È così che gira, semplicemente. Non c’è da sorprendersi se decidono di venire in Europa, dove possono spuntare mille o duemila dollari a sera. Non è la stessa cosa!


giovedì 27 novembre 2008

Fairport Convention


Parlare in maniera esaustiva dei Fairport Convention è cosa davvero complicata.

Le formazioni, gli intrecci e le storie che si sono succedute, impediscono la realizzazione di una sintesi efficace , adatta ad un contenitore come il blog.
Ma mi piace rendere omaggio a questo gruppo storico, ancora attivissimo sulla scena internazionale.
Il mio desiderio è anche alimentato dal fatto che da pochi giorni ho visto all’opera Dave Pegg e Gerry Conway, in occasione della Convention dei Jethro Tull, ad Alessandria.
Nell’occasione ho anche potuto verificare la disponibilità di Dave, la sua simpatia e la semplicità con cui vive il proprio ruolo.
Vista la premessa, presenterò un minimo di biografia generale e qualche nota su gli attuali componenti.


Fairport Convention sono un gruppo inglese folk rock.
Fondati da Simon NicolRichard ThompsonAshley Hutchings e Shaun Frater, i Fairport Convention, iniziando come gruppo di cover di rock della West Coast, sviluppano presto un loro stile che mescola il rock con la musica tradizionale folk inglese, contendendosi il titolo di più grande folk rock band inglese con i Pentangle.
Dopo numerosi cambi di formzione si sciolgono nel 1979 per riformarsi per un concerto nel 1985, e da allora continuano a suonare e pubblicare dischi.

In parte il continuo successo che ancora oggi hanno i Fairport Convention è dovuto all'annuale festival di Cropredy, nell'Oxford shire, ora rinominato Fairport's Cropredy Convention e che riunisce ogni anno almeno 20.000 fans sin dal 1974.


Qualche nota su gli attuali Fairport Convention

Dave Pegg (Birmingham, 2 novembre 1947)) è un bassista, noto soprattutto per essere stato membro dei Jethro Tull, durante buona parte degli anni ottanta.


Pegg diventò musicista di professione verso la metà degli anni sessanta. In questo periodo fallì la sua prima audizione come chitarrista per The Uglys, un gruppo rock guidato da Steve Gibbson il quale però gli offrì un posto come bassista.
Il 1970 è un anno particolarmente significativo nella vita di Pegg in quanto entra a far parte dei Fairport. Infatti Ashley Hutchings, , fondatore e bassista della band, abbandonò la stessa per creare gli Steeleye Span e così Pegg lo sostituì.
Nel 1979 i Fairport si dissolvono e Pegg si unisce ai Jethro Tull come sostituto di John Glascock, deceduto nel novembre di quell'anno.
I Fairport decidono però di riunirsi nel 1985 e Pegg li segue senza però abbandonare completamente i Jethro Tull. Anzi nel 1987 nasce una sorta di gemellaggio fra le due band in seguito ad un concerto dei Jethro negli USA con i Fairport che aprivano i concerti.
Attualmente Pegg vive a Banbury, nell' Oxfordshire. Dalla moglie Christine (da cui ha divorziato) ha avuto due figli: Stephanie e Matt, anch'egli bassista di buon livello.


Simon Nicol (Londra, 13 ottobre 1950) è un chitarrista e cantante, di genere electric folk.


È uno dei membri originali dei Fairport, nonché il membro che vanta la più lunga militanza nel gruppo, nonostante la pausa sabbatica che si è preso tra il 1971 e il 1975/6, durante la quale ha registrato diversi album e partecipato a tournée. Il suo ritorno coincise con il rilascio dell'album Gottle o' Geer da parte del gruppo.
È anche strettamente legato alla Albion Band, nelle sue varie incarnazioni, e a Richard Thompson.

Ric Sanders nasce l’8 dicembre del 1952 e cresce a Birmingham.

Entra nei Fairport Convention nel1985. Il violino è il primo amore di Ric, che si avvicina allo strumento da giovanissimo. Il suo primo impegno professionale è del 1972, quando è in tour in Europa col Red Buddah Theatre di Stomu Yamashta.

Verso la metà degli anni Settanta, Ric è molto richiesto come solista jazz e lavora, tra gli altri, con Michael Garrick, Johnny Patrick e il leggendario pianista jazz Jaques Dieval.
Sul finire degli anni Settanta segue i propri interessi folk e jazz come membro, rispettivamente, della Albion Band e dei Soft Machine. È in tour e registra con entrambe le band.
Con la Albion Band, si esibisce al National Theatre.
Nel 1980, Ric e il chitarrista dei Soft Machine John Etheridge danno vita ai Second Vision.
Registreranno un album e faranno diversi tour.
Ric si unisce poi al chitarrista Vo Fletcher in progetti didattici musicali: il duo supporta l’iniziativa dell’Unione dei Musicisti nelle scuole e registra per la TV della BBC.
Dal 1985, Ric suona a tempo pieno coi Fairport Convention, pur
continuando a coltivare un interesse attivo verso il jazz e altre forme musicali.

GerryConway: batteria e percussioni.

Gerry nasce l’11 settembre del 1947 e cresce a Londra. Si unisce ai Fairport Convention nel 1998.

Sin da bambino, Gerry sognava di diventare un batterista, ottenendo la sua prima vera batteria all’età di undici anni. Da quando ha lasciato la scuola, la sua vocazione si definisce chiaramente con l’andare a lavorare alla EMI nella speranza di un provino.
L’occasione arriva, e Gerry si trova a suonare la batteria coi Jet Set, che fanno ska e soul.
Il passo successivo è con la band della leggenda del blues Alexis Korner.
Dopo un anno con Korner, Gerry si unisce a Trevor Lucas negli Eclection, che chiudono i battenti nei primi Settanta.
Gerry entra nei Fotheringay ma, nonostante il buon successo a livello di critica e la presenza di Sandy Denny e Trevor Lucas, la band avrà vita breve.
Dopo una seduta di studio con Cat Stevens, Gerry viene invitato a unirsi alla band e passa
sei anni in giro per il mondo con lo stesso Stevens.
Nel 1979 si sposta negli Stati Uniti, dove vivrà per qualche anno, lavorando principalmente con Jerry Donahue.
Negli ani Ottanta è per un anno in tour coi Jethro Tull e poi con la band di Richard Thompson. Nel 1985, si unisce ai Pentangle e da allora è nell’organico del gruppo di Jacqui McShee.

Chris Leslie: voce solista, violino, mandolino, bouzouki.
Chris nasce il 15 dicembre del 1956 e cresce nel nord dell’Oxfordshire.
Entra nei Fairport Convention nel 1996.

Ispirato dai musicisti della sua zona, Chris comincia a suonare il violino all’età di tredici anni.



Tra le sue principali influenze quello che, più tardi, diventerà il suo mentore Dave Swarbrick.
Nel 1976, Chris e suo fratello John Leslie cominciano a esibirsi in duo e registrano un album nello stesso anno. Chris suona anche col cantautore Steve Ashley, con cui è spesso in tournée nel Regno Unito e nell’Europa continentale.
Ha studiato liuteria nel Nottinghamshire e ha completato il suo corso triennale nel 1983.
Tornato nell’Oxfordshire, viene invitato in tour da Dave Pegg, per promuovere il suo album solista. Dave Swarbrick inviterà Chris a fondare il pionieristico gruppo acustico dei Whippersnapper, una band che ha prodotto molti dischi e girato Regno Unito, Europa e Stati Uniti.
Chris è stato anche in tour col gruppo rock All About Eve.
Negli anni Novanta, lavora in duo col chitarrista dei Whippersnapper Kevin Dempsey, collabora col pianista folk Beryl Marriott e fa parte del Mandolin Quartet di Simon Mayor.
Suona anche il violino nei tour dei Jethro Tull di Ian Anderson.
Nel 1995 Chris entra nella Albion Band, con cui è in tour e in studio prima di congiungersi, l’anno seguente, ai Fairport Convention.
Oltre che da musicista, Chris ha contribuito alla scrittura di molti brani del repertorio dei Fairport.

Vive in una cittadina nel nord dell’Oxfordshire.



Le ultime parole famose:

"Veicoli per andare sott'acqua? Servirebbero solo ad annegare gli equipaggi!" (H.G.Wells, scritttore britannico, 1901)


mercoledì 26 novembre 2008

Andy White


Domani sera , 27 novembre, al Raindogs di Savona,sarà di scena Andy White.

Scopriamolo assieme, attraverso qualche nota trovata in rete.

Andy White è un cantautore irlandese nativo di Belfast.
L’interesse di Andy White nei confronti del linguaggio, della musica e della politica risulta chiaro da sempre, grazie anche all’ambiente creato in famiglia da un padre editorialista politico e da una madre pianista.
La sua prima poesia (scritta a 9 anni) si intitolava “Riots” e fu la scena punk di Belfast a convincerlo che prendere in mano la chitarra e mettere in musica le proprie poesie non era poi una cattiva idea.
Il suo singolo di debutto “Religious Persuasion”, pubblicato nel 1985 per l’etichetta indipendente Stiff Records, lo portò all’attenzione di Peter Jenner, scopritore dei Pink Floyd e figura chiave nell’ascesa alla fama dei Clash.
Dopo aver pubblicato dischi per Polygram e Warner, negli ultimi anni White ha trovato una libertà di manovra non indifferente grazie al lavoro con la Cooking Vinyl e da “ANDY WHITE” ha iniziato a pubblicare per la ALT Recordings, etichetta creata per dare sfogo all’omonimo trio (ALT, appunto) da lui creato assieme a Liam O’Maonlai e Tim Finn dei Crowded House, con i quali ha inciso due album nel ’95 (“ALT” e “BOOTLEG”).
Oltre ad essersi affermato come performer appassionato, Andy White è da tempo legato alla sfera organizzativa del Womad di Peter Gabriel e infatti quando Andy ha suonato in Sicilia per la causa, lo si è visto eseguire “Religious Persuasion” con due percussionisti iraniani.
Andy ha sempre avuto un rapporto molto stretto con il nostro paese, sin da quando nel 1986 il mensile BUSCADERO lo descrisse, agli esordi (con RAVE ON ANDY WHITE).
Da allora Andy ha sempre avuto un occhio di riguardo per la nostra terra e il destino ha voluto che l'incontro con Edoardo Bennato a Dublino nel 1998 portasse a una collaborazione tra i due.


Ciò che più sorprende di questo personaggio, è la sua capacità di aver mantenuto un profilo estremamente sobrio e definito, pur affiancando spesso il proprio talento a quello di altri grandi artisti internazionali, quali Peter Gabriel e Neil Finn dei Crowded House, arrivando a sopravanzare Bono e Van Morrison sulla stampa nazionale come miglior autore irlandese. Insomma, sembra proprio che Andy White abbia la capacità istintiva di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.
Vive dal 1998 in Svizzera dove, sebbene lontano fisicamente dalla scena irlandese, si è conquistato uno spazio in Internet e poi, riesce ad arrivare in Italia in tre ore d'auto, per assaporare lo stile di vita italiano che tanto ama (.."l'Irlanda col sole", definisce così il nostro Bel Paese).
Insomma, un cantautore per i tempi moderni, e il suo tempo è proprio qui e adesso al Raidogs di Savona.




martedì 25 novembre 2008

Perigeo



Spesso più vicino al jazz che al rock, il Perigeo...

gruppo italiano degli anni settanta, viene comunque unanimemente inserito negli elenchi dei gruppi del "pop italiano".
Lo stile del Perigeo si può definire un misto tra fusion e progressive italiano tipico di quegli anni. Guidato da Giovanni Tommaso, composto da elementi con formazione jazz , presenta forti richiami alla musica jazz-rock degli album dei Soft Machine.
Nel loro primo disco, Azimut (1972), che raggiunge subito buoni risultati, emergono le forti radici Jazz dei cinque musicisti .
Nel successivo album, Abbiamo tutti un blues da piangere (1973) vengono invece
inseriti brani orientati verso il rock, dando così origine al jazz-rock e al jazz-prog, ossia la prima vera materializzazione delle tecniche moderne apportate da Tommaso.
Il successivo album Genealogia (1974) comprende brani, sempre di alto livello, ma più orecchiabili, con maggiore utilizzo del sintetizzatore e del moog (suonato dallo stesso Tommaso) .



Ne La valle dei Templi (1975), che si avvale della presenza di Tony Esposito alle percussioni, viene data particolare importanza alla ritmica, e il gruppo ottiene un buon riconoscimento commerciale. Con Non è poi così lontano (1976), il Perigeo esalta al massimo le doti tecniche dei musicisti, ma chiude con il jazz rock. L'album continua a mettere in mostra le abilità tecniche dei singoli componenti del gruppo, cedendo, però a canoni più commerciali.
Discreto successo dell'epoca, fu "Fata Morgana", incluso anche nella compilation "Pop Villa Pamphili", una raccolta che rende omaggio al luogo in cui si svolse, negli anni Settanta, una delle più importanti manifestazioni del progressive italiano. Non mancano, infine, sprazzi di classico walzer viennese, tratti da "New Vienna".
Fiacco seguito ai lavori precedenti, il disco segna il crepuscolo della band, che si scioglie nello stesso anno. I componenti del gruppo iniziano così a dedicarsi completamente alla carriera di sessionmen e a numerose collaborazioni esterne, realizzando anche dischi da solisti e svolgendo attività didattica presso i conservatori e altre prestigiose scuole di musica jazz.
Nel 1980, dopo una lunga pausa durante la quale il gruppo è ufficialmente disciolto, avviene una reunion per la produzione del doppio album Alice, nel quale il jazz rock si alterna a brani più pop. Sull'etichetta del disco la denominazione del gruppo è Perigeo Special, ma si tratta ancora dei componenti originali.
Successivamente, Giovanni Tommaso riforma il gruppo con nuovi membri, e dà vita al New Perigeo. Questa formazione partecipa alla realizzazione di Q Concert, un EP con Rino Gaetano e Riccardo Cocciante e dell'LP Effetto amore, dopo i quali si scioglie
Nel 1981, i New Perigeo pubblicano l'album Effetto amore, oggi praticamente introvabile, con almeno un paio di tracce degne di nota ("Mediterraneo", "Bocca di notte").
Nonostante il progetto sia stato di breve durata, il Perigeo fu sicuramente il più riuscito tentativo di fusione tra jazz e rock avvenuto in Italia, grazie a una sapiente conciliazione tra improvvisazione e momenti studiati a tavolino. Tale esperimento, il cui successo fu dovuto all'abilità tecnica e compositiva dei cinque, sarebbe stato intrapreso molto presto da vari gruppi prog italiani.






lunedì 24 novembre 2008

Dave Matthews Band


La Dave Matthews Band, conosciuta anche ...

con l’acronimo di DMB, è una jam band americana, formata nel 1991 a Charlottesville, Virginia da Dave Mattews (voce e chitarra acustica), LeRoi Moore (sassofono), Stefan Lessard (basso), Boyd Tinsley (violino elettrico), Carter Beauford (batteria), Peter Griesar (tastiere), che ha lasciato la band nel 1993.
Tutti i membri della band incontrarono Dave a Charlottesville.
Dal 1998 si esibiscono, durante i live, con il tastierista Butch Taylor, che sebbene non figuri ufficialmente come membro della band, è oramai un turnista fisso sul palco della DMB.
Nel 2005 al gruppo si aggiunge il trombettista Rashawn Ross. Moore, Beauford, Tinsley e Taylor spesso contribuiscono come seconde voci.
Sembra ormai essere opinione comune quella di considerare la DMB come una garanzia per quanto riguarda le performances dal vivo, considerate tra le migliori della musica rock contemporanea.


Il 19 agosto 2008 il sassofonista LeRoi Moore è deceduto in seguito a complicazioni dovute ad un incidente con un ATV avvenuto il 30 giugno dello stesso anno.

Curiosità:

Hanno eseguito una delle 5 performance totali tenutesi al Great Lawn, Central Park di New York (gli altri sono Diana Ross, Paul Simon, Simon and Garfunkel, e Garth Brooks).



Citazione del giorno:

"Le circostanze possono far diventare coraggioso anche chi non lo è" (Esopo)