mercoledì 9 aprile 2008

Janis Joplin



In questo blog, ed in altri spazi a me gentilmente concessi, credo sia emersa la mia "totale avversione” per la sfera privata di alcuni miei miti.
Ho raccontato di Hendrix e di Jim Morrison, tra i meno fortunati, di Clapton e di Townsend tra quelli ancora in vita, e la lista continuerà.
In ogni piccola intervista che riesco a realizzare, esiste sempre una domanda di carattere generale che riguarda il collegamento tra musica ed eccessi.
In effetti ho una morbosa curiosità verso la sfera del degrado, fisico e morale.
Mi capitava anche da adolescente, quando vestito da Hippie, durante i concerti, avevo le sempre le antennine in funzione per carpire qualche “strano atteggiamento/movimento” dei vari partecipanti.
Mi identificavo in quel mondo, cercavo in qualche modo di farne parte, ma d’istinto mi si innescava un meccanismo di autoprotezione che mi suggeriva dove fossero i pericoli e cosa dovessi fare per evitarli.
Eppure ero attratto (sono attratto) da chi osa, da chi ha il coraggio di sfidare la sorte e le leggi della natura.
Intendo attratto dall’aspetto psicologico.
Forse la forza della gioventù fa pensare che si possa vivere in eterno.
Forse in gioventù non si ha interesse a vivere in eterno.
Forse in gioventù ci si pone un limite oltre il quale si “metterà la testa a posto”.
Tutto questo preambolo per introdurre un altro artista “ maledetto”: Janis Joplin.
Non l’ho mai conosciuta a fondo, ma mi e’ rimasta marchiata a fuoco la sua esibizione a Monterey.
Biografia sintetica.

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, e ancor piu` dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed e` difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra.
Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che e` rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.
Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovo` impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, Cheap Thrills (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco mette in vista esibizionismo, auto-commiserazione, e una scandalosa volgarita`.
Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di auto-distruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "...take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.
Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues "(1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come Try (ancora di Ragovoy).
Era gia` arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale:
morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.
I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che e` il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.
E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.

Ascoltiamola






Citazione del giorno:

"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" (Janis Joplin)

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