Jessamine è stata una band post-rock americana che ha
registrato tre album per la Kranky records, tra il 1994 e il 1998, e un certo
numero di 45 giri per altre etichette discografiche. Questi singoli sono stati
successivamente raccolti dalla band in una compilation autoprodotta nel 1997,
intitolata “Another Fictionalized History”.
Il suono
della band è stato influenzato dai lavori di gruppi Krautrock, come Can e Neu!, e il loro primo album presenta qualche somiglianza sonora con i suoni delle
band dei primi anni Novanta della scena shoegaze britannica. Questo mix di
krautrock, shoegaze, drone, space-rock ed elettronica sperimentale aiutò la
band a forgiare un suono unico, che li aiutò a distinguersi dalle altre band
attive nella scena di Seattle che erano più grunge, metal o indie-rock.
La loro capacità nel consolidare un suono unico, tuttavia, non si tradusse in successo di vendite e la band rimase nell'oscurità, con un piccolo seguito
di culto.
La band si
sciolse nel 1998 e Ritter e Brown registrarono insieme con il nome di
Fontanelle per un altro paio d'anni.
Come già anticipato, è uscito il libro “Racconti e schegge di Acqua Fragile-L’intensa vita di Gino
Campanini”, e la storia della band diventa il sottofondo per il
racconto della vita del suo primo chitarrista.
La presentazione ufficiale è avvenuta il 3 dicembre a
Parma (Auditorium Palazzo del Governatore), ovvero la città dove tutto è
nato e dove tutto si è sviluppato.
Non è questo lo spazio corretto per proporre un commento al
book, essendo scopo primario la presentazione in video di stralci degli
interventi degli autori -Andrea Pintelli, Athos Enrile e Angelo
De Negri - e dei protagonisti presenti in sala, uno spazio elegante, dal
profumo storico e dal sapore aulico, la location migliore possibile per
l’occasione.
I protagonisti a cui faccio riferimento sono alcuni dei
membri del gruppo: gli “antichi” Franz Dondi e Pieremilio Canavera
- facenti parte anche della nuova A.F. - e Maurizio Mori, a cui si sono
aggiunti Stefano Pantaleoni e Rossella Volta, presenti nel nuovo
corso.
Mancava Bernardo Lanzetti, lontano dalla città, che
però ha regalato la sua importante testimonianza attraverso un intervento
telefonico.
Ma soprattutto non era in sala il vero autore, la persona
che, raccontando i dettagli delle sue tante vite, “occupa” buona parte del
libro, ovvero Gino Campanini, assente giustificato dal momento che la
Thailandia, luogo in cui vive da anni, non è certo dietro all’angolo. La
tecnologia in questo caso non è servita ed è facile immaginare la sua delusione
per il mancato collegamento.
A compensare la sua assenza la figlia Jennifer -
autrice di una toccante prefazione al libro - che, attraverso pillole di vita
personale e ricordi, ha realizzato un intervento icastico che ha permesso di
mettere a fuoco ambientazione e atmosfera di un periodo difficilmente
comprensibile per chi non ha avuto l’opportunità di viverlo in prima persone.
Serata aperta dall’organizzatore e factotum Pierangelo
Pettinati e condotta con sapienza ed esperienza dalla preparatissima Simonetta
Collini,che ha gestito in scioltezza un momento per molti
emozionante e seguito da un folto pubblico.
Storie nate a Parma, tra musica e vita vissuta, tra drammi e
sogni, un caleidoscopio di traumi e resilienza che durante la lettura si
trasforma in film.
Ma, come già sottolineato, non è questo un articolo dedicato
al commento, né alla sintesi del contenuto, mentre prevale il fatto oggettivo
che propongo attraverso le immagini video di Maura Genta, partendo proprio dal
30 maggio 2013, giorno in cui andò in scena il Vox 40 di Bernardo Lanzetti, anche
in quell’occasione a Parma, al Teatro al Palco: la visione a distanza di anni
dell’intervista riempitiva on stage che realizzai in quell’occasione con i
componenti originari di A.F. si è trasformata, al momento giusto, in detonatore
capace di far scoccare la scintilla, quella che nel 2017 spinse Gino Campanini
ad aprirsi totalmente, idealizzando un libro che, nonostante le ovvie
difficoltà, alla fine ha visto realmente la luce.
E’ mia opinione che ogni persona su questa terra, una volta
raggiunta la maturità, possa avere storie interessanti da raccontare e
condividere col mondo intero, certo è che gli eventi che hanno caratterizzato
la vita di Gino - quelli legati al destino e quelli da lui provocati con
determinata incoscienza - sono qualcosa di non comune, a volta difficili da
immaginare mentre le pagine scorrono rapidamente, ed è per questo che qualche
spiegazione anticipante la lettura diventa, a mio giudizio, gradita ed
opportuna.
Sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista degli
altri A.F. seduti in sala, Stefano Pantaleoni compreso, ma come noto sono
queste le occasioni in cui il tempo è limitato e va focalizzato su pochi punti
chiave, pertanto, non resta che guardare e poi… comprare il libro, e sono certo
che il contenuto non deluderà il lettore!
Magic Carpeté stato un gruppo pionieristico britannico formato da musicisti dediti al folk
psichedelico, apparsi per la prima volta ad inizio anni Settanta.
I membri
della band erano Clem Alford - sitar -, Alisha Sufit - voce e
chitarra -, Jim Moyes - chitarra - e Keshav Sathe - percussioni
tabla indiane.
Nel 1972 la
band pubblicò un album omonimo, “Magic Carpet” (cliccare sul titolo per l'ascolto), per l'etichetta
Mushroom (UK), che da allora è diventato un oggetto ricercato nel mercato
internazionale dei vinili da collezione.
Un po’
di storia…
Negli anni ‘60
e ‘70, sia nel Regno Unito che in America, era fiorente l’interesse per la
cultura e la musica indiana, le cui rappresentazioni più famose furono quelle del
virtuoso suonatore di sitar, Ravi Shankar, e del suonatore di sarod Ali Akbar
Khan.
Numerose band
britanniche dell'epoca iniziarono a usare il sitar e, più in generale, i suoni
musicali indiani, il tutto per aggiungere un sapore orientale alle loro
registrazioni. Al contrario, i Magic Carpet proponevano una fusione
anglo-indiana più coesa, con la strumentazione indiana usata come parte
integrante della musica e non semplicemente un'aggiunta.
La band, basata
sulla solidità di Alford - di formazione classica e virtuoso del sitar - e
sulla voce eterea di Alisha Sufit, creò un suono caratterizzante, descritto
(forse in modo fuorviante) come musica "progressive folk psichedelica".
L'album “Magic
Carpet”, uscito nel 1970, originariamente ebbe poco successo, soprattutto
perché la band si sciolse nel 1972, ma meno di vent'anni dopo, con un rinnovato
interesse per la musica dell'epoca - in particolare per i dischi rari -, la stampa
specializzata se ne occupò massicciamente.
I Magic Carpet
sono stati inclusi in vari libri dedicati alla musica dell'epoca, tra cui Electric
Eden, con la traccia "The Dream" inclusa nell'album Electric
Eden associato; inoltre, si segnala Seasons They Change: The Story of
Acid and Psychedelic Folk, di Jeanette Leech.
Album
L'album “Magic
Carpet” è stato descritto come "una corona all’interno del
tesoro della musica folk psichedelica", per effetto della prima vera
combinazione tra strumentazione indiana e occidentale.
Dopo un primo
lancio live al 100 Club di Londra, la band si esibì al Wavendon di Cleo Laine e
Johnny Dankworth e godette della distribuzione radio su Sounds of the Seventies
di Pete Drummond su BBC Radio, oltre a fare diverse apparizioni in club e
festival. Nonostante questi eventi positivi, il gruppo si sciolse poco dopo
l'uscita del primo album e il riconoscimento ufficiale avvenne circa quindici anni
dopo.
A quel punto le recensioni
arrivarono, ampie e positive, così come le ristampe, in Cd e vinile, realizzate
dall’etichetta britannica Magic Carpet Records.
Entrando nel tecnico… sette
delle tracce vocali scritte da Sufit impiegano accordature modali nell'accompagnamento
della chitarra. Queste accordature "aperte", introdotte e divulgate
per la prima volta da musicisti come Davey Graham e Joni Mitchell, sono
estremamente compatibili con l'accordatura modale del sitar, e consentono una
vera integrazione dei suoni.
La voce di
Sufit è presente in nove delle dodici tracce, le restanti tre sono puramente
strumentali.
Nel 1996,
Alford e Sufit si riunirono di nuovo e collaborarono per registrare l'album “Once Moor”, sottotitolato “Magic Carpet 2”. Trattasi di un vero seguito
dell'album originale, con la semplice strumentazione acustica - chitarra,
sitar, tabla, tamburo e dulcimer degli Appalachi.
Il disco è
stato pubblicato su CD e vinile pesante. Nello stesso periodo, l'album di Clem
Alford, intitolato “Mirror Image”, è stato ristampato, sempre dalla Magic
Carpet Records, un disco pubblicato per la prima volta in vinile nel 1974.
"Racconti e schegge di Acqua Fragile-L'intensa vita di Gino Campanini"
In uscita il 3 dicembre
Nel 2013, in occasione del VOX 40
organizzato da Bernardo Lanzetti per celebrare i suoi quarant’anni di carriera,
ho conosciuto personalmente tutti gli ex componenti dell’Acqua Fragile. Eravamo
a Parma, Teatro al Parco.
Mentre dal palco riempivo un “buco”
dello spettacolo con un’intervista alla ex band, uno degli antichi protagonisti
di A.F. si muoveva in modo atipico, saltellando tra le varie posizioni, forse
infastidito dalle tante presenze, magari preoccupato da un così profondo bagno
nel passato, decisamente a disagio, almeno nella mia percezione delle cose. Era
Gino Campanini, il primo chitarrista, se non sbaglio arrivato in
quell’occasione appositamente dalla Thailandia, dove risiede, e quindi una
presenza pesante.
Non suonò Gino in quella occasione,
ma rimanemmo in contatto e in un periodo successivo approfondii con lui
attraverso un’intervista via mail riportata nel book.
Ma non basta. A un certo punto Gino
prese coraggio e mi propose un suo scritto focalizzato sulla sua vicenda
personale, sulla sua vita e gli accadimenti non certo banali.
Non mi chiese direttamente di
occuparmene, soltanto di leggerlo, e ancora oggi non sono certo della sua
fiducia nei miei confronti in qualità di scribacchino!
“Tis is mai laif-Passioni e dolori
di un rocker di periferia” - è questo il titolo - era ancora da definire,
ma col passare del tempo Campanini è arrivato ad un punto fermo, e il racconto
di settant’anni di vita appare oggi un malloppo decisamente consistente.
Io ho fatto da filtro, modellando
tutto il possibile, ma cercando di lasciare inalterata l’anima del racconto e
anche il linguaggio tipico dell’epoca e delle zone in cui Gino ha vissuto. Ne
emerge un quadro incredibile che, partendo da metà anni ’60, arriva ai giorni nostri.
La musica, gli eccessi, la vita
difficile a volte fatta di stenti, un’esistenza a cavallo tra l’estrema libertà
contrapposta a qualche dipendenza, a tratti dalle droghe, quasi sempre dal
sesso.
Parma e la sua provincia e poi il Sud
Est Asiatico, porzione di mondo ideale per Campanini, quella in cui decide di
passare il resto della vita.
Il racconto è divertente, amaro,
doloroso, inquietante, didattico… c’è tutto in questo quadretto disegnato dal
talentuoso Gino Campanini, uno che ha suonato sullo stesso palco dei Rolling
Stones, mica bruscolini!
Ma l’occasione era troppo ghiotta per
lasciarsela scappare e allora, in pieno accordo col mio secondo compagno di
viaggio, Andrea Pintelli (anche lui parmense), ho pensato di inserire il
materiale utile a rivivere le vicende di Acqua Fragile, band prog nata nei
primi anni ’70 e tutt’ora in attività con nuovi progetti, e quindi non mancano
immagini, interviste e biografie di un gruppo iconico, penalizzato all’epoca da
quello che avrebbe dovuto essere un pregio, il sapiente cantato in lingua
inglese.
Bernardo Lanzetti, per
storia/curriculum/competenze/visibilità, è il simbolo della band - la mente, il
leader - ma in questo contenitore, nato grazie allo spunto di Gino Campanini,
c’è spazio per saperne un po’ di più, molto di più, attraverso le parole degli
altri storici componenti della band.
Non aggiungo altro, se non che il
terzo compagno di viaggio e Angelo De Negri, autore di tutta la grafica e l’impaginazione.
E ora non resta che addentrarsi nella
lettura, le vicende di Gino tolgono a tratti il fiato!
Christine McViedei Fleetwood
Mac ci ha lasciato dopo una breve malattia all'età di 79 anni.
Christine si
è spenta serenamente in ospedale mercoledì 30 novembre circondata dalla
sua famiglia, che ha chiesto gentilmente di rispettare la privacy in un momento
estremamente doloroso, aggiungendo: “Vorremmo che tutti conservassero
Christine nei loro cuori e ricordassero la vita di un incredibile essere umano
e di una musicista venerata che è stata amata universalmente.”
I Fleetwood
Mac, rock band anglo-americana fondata a Londra nel 1967, ha venduto più di 100
milioni di dischi in tutto il mondo, diventando uno dei gruppi di maggior
successo di sempre.
La band ha
reso omaggio alla McVie in una dichiarazione congiunta, mercoledì sera dopo la
notizia della sua morte. "Non ci sono parole per descrivere la nostra
tristezza per la scomparsa di Christine McVie. Era davvero unica nel suo
genere, speciale e talentuosa oltre misura. Era la migliore musicista
che chiunque potesse sognare di avere nella propria band e la migliore amica
che chiunque potesse sperare di trovare nella propria vita.Siamo stati
fortunati a poter condividere una vita con lei. Individualmente e insieme, la abbiamo
amata profondamente e le siamo grati per i fantastici ricordi che ci uniscono.
Ci mancherà molto".
Nonostante una
storia tumultuosa, i Fleetwood Mac sono diventati una delle rock band più
conosciute degli anni ‘70 e ‘80, gruppo composto da Mick Fleetwood, Christine
e John McVie, Lindsey Buckingham e Stevie Nicks.
McVie, nata
nel 1943 nel villaggio di Bouth, nel Lake District, era originariamente
conosciuta come Christine Perfect, il suo nome da nubile. Iniziò con la band
blues Chicken Shack che conobbe il successo con una cover di “I'd Rather Go
Blind”, di Etta James, con McVie alla voce. Dopo aver sposato John McVie nel
1968, lasciò la band un anno dopo e si unì ai Fleetwood Mac nel 1970.
Dopo molti
cambiamenti nella formazione, nel 1974 si unirono Nicks e Buckingham, un'era
che McVie definì "piuttosto sensazionale" aggiungendo: “Abbiamo
avuto i nostri combattimenti qua e là, ma non c'era niente come la musica o l’energia
che mettevamo sul palco che potesse tenerci legati. Non stavamo facendo nulla
in Gran Bretagna, quindi siamo scesi in America e siamo caduti in questa enorme
odissea musicale".
Christine e
John McVie divorziarono nel 1976, ma rimasero amici e mantennero un rapporto di
lavoro.
“Rumors”,
pubblicato nel 1977, divenne uno degli album più venduti di tutti i tempi e
includeva successi come “Second Hand News” e “You Make Loving Fun”. Oltre a diversi
brani multiplatino, il disco ha venduto più di 40 milioni di copie in tutto il
mondo.
Parlando di
quel periodo McVie ha recentemente dichiarato al Guardian: "Ci stavamo
divertendo molto e ci sembrava incredibile che stessimo scrivendo quelle
canzoni".
L'album è
stato etichettato come "pop" e ha preso il nome e i temi dalle molteplici
e turbolente rotture all'interno della band, dove era usuale l’utilizzo di
stupefacenti: "Le sessioni di registrazione finivano ogni sera come un
cocktail party, con persone ovunque.”
McVie
pubblicò anche alcuni album da solista, il secondo dei quali, “Christine McVie”
del 1984, conteneva i successi “Got a Hold on Me” e “Love Will Show Us How”.
In seguito,
sposò il musicista Eddy Quintella, che scrisse con lei alcune canzoni, tra cui “Little Lies”, dall'album “Tango in the Night” dei Fleetwood Mac. Hanno poi divorziato
nel 2003.
Nel 1998 si
prese una pausa dalla band: "Volevo solo assaporare la vita nella campagna
inglese, senza dover andare in giro per strada", e allora mi sono
trasferita nel Kent, godendo del fatto che potevo camminare senza essere riconosciuta;
poi, naturalmente, ho iniziato a sentirne la mancanza del privilegio della
visibilità".
Nel 2014 fa
il suo ritorno nei F.M. andando in tour con la band.
La morte di
McVie arriva due anni dopo quella del co-fondatore dei Fleetwood Mac, Peter Green,
arrivata all'età di 73 anni.
I tributi si
sono riversati online dall'interno dell'industria musicale. La band
statunitense Haim, la cui canzone “Hallelujah” è stata citata da Nicks nel suo
tributo a McVie, ha scritto: "La sorellanza che Stevie e Christine
avevano era vitale per noi che crescevamo. Vedere due donne forti sostenersi a
vicenda nella nostra band preferita ha avuto un impatto enorme su di noi per
tutta la vita".
Il 30 novembreCarlo Aonzoha presentato alla Ubik di Savona il suo nuovo
progetto denominato "Classical Mandolin
solos" - (Hal Leonard), 20 brani a solo mandolino
revisionati ed eseguiti in ordine di difficoltà: dagli esercizi di Giuseppe
Branzoli fino a brani da concerto completi che richiedono avanzata tecnica
mandolinistica.
Per chi fosse lontano dalla musica, ma interessato alla
cultura musicale e oltre, ecco un’immagine di Carlo Aonzo estrapolata dal
comunicato stampa:
Carlo Aonzo, famosissimo
mandolinista, ha collaborato con prestigiose istituzioni di tutto il mondo.
Concertista, ricercatore, docente, fondatore e Direttore dell’Accademia
Internazionale Italiana di Mandolino; vanta un’ampia discografia sia in ambito
classico che in diversi altri generi musicali. Annovera numerose partecipazioni
in trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali italiane e straniere.
È sempre più difficile incontrare Carlo nella sua Savona,
essendo ormai in perenne movimento da una parte all’altra del mondo per portare
il verbo della buona musica attraverso lo strumento di famiglia, il mandolino.
Divulgatore, ricercatore, strumentista di livello
internazionale, conduce un incessante lavoro teso al coinvolgimento e alla
trasmissione di cultura e tradizioni.
Pubblico interessato e book molto specifico, sicuramente per
addetti ai lavori, ma la capacità didattica e la visione a lungo raggio di
Carlo produce meraviglie e, senza prendere ad esempio i suoi insegnamenti “stranieri”,
esiste un efficacie modello cittadino che risale al 2008, quella settimana
settembrina dedicata al mandolino che ha dato enormi soddisfazioni ai
partecipanti e che è stata ricordata anche in questa occasione.
Il volume, per sua costituzione, si identifica nei vari
passaggi con differenti periodi di vita vissuta e si è prestato quindi per
ricordare gli albori di una storia nata in una famiglia caratterizzata dalla
sapiente e confortante figura di Pino Aonzo, il padre di Carlo, il primo
esempio musicale, portatore di una sana filosofia musicale divenuta faro della
vita, basata sul fatto che non esiste buona o cattiva musica, ma solo quella
suonata bene o male. Da qui le “aperture” di Carlo Aonzo, a suo agio in
qualsiasi ambito - non solo quello classico che gli è certo più consono - ma anche
nel rock, come testimoniato nel video a seguire.
Da qui una valanga di aneddoti, tra il “vecchio e il nuovo”, episodi
divenuti leggenda, immagini reali che mettono in rilevo una delle figure musicali
massime del nostro paese.
Al tirar delle somme, come prevedibile, è stata questa l’occasione
per ripercorrere la vita musicale e personale di un musicista che ha fatto
della divulgazione del mandolino una ragione di vita, dai primi passi ai giorni
nostri, passando per un DNA famigliare che permette di individuare nella “storia
degli Aonzo” un esempio da seguire e un vanto per la città di Savona.
Inizio col presentare il
pensiero di Martello che sintetizza così il nuovo progetto:
“Il disco comprende nove
tracce di cui una strumentale. I testi si ispirano a racconti di Guy de
Maupassant e di Edgar Allan Poe. Di questi autori sono state scelte le opere
più legate al mistero, al fantastico e alla follia.Il progetto non è teso a realizzare una
trasposizione musicale di lavori letterari. Si tratta piuttosto di una
evocazione di atmosfere e suggestioni influenzate dalla lettura delle opere di questi
autori. La musica è legata alla corrente del “progressive rock”. I brani,
sempre slegati dalla tradizionale forma musicale della canzone, sono
caratterizzati dal largo uso di sequenze melodiche, spesso di largo respiro e
da frequenti momenti contrappuntistici. Numerosi i riferimenti a particolari
forme della musica classica come, ad esempio, il canone. La vocalità si
caratterizza per l’ampia estensione nel registro baritonale. I brani “Ligeia” e
“Prigioniero di visioni” sono cantati da Lino Vairetti, voce solista e
fondatore degli Osanna. Il brano strumentale è un omaggio a Ian Anderson,
storico flautista dei Jethro Tull. Si tratta di una rielaborazione di una
bourrée settecentesca rivisitata secondo lo schema della famosa “Bourée” dei
Jethro Tull.”
Il mistero, il fantastico e la
follia a cui si accenna nell’introduzione si avvertono, quasi a pelle, nel
corso dell’ascolto. Ci sono sufficienti informazioni oggettive, tante da poter
entrare agevolmente all’interno di un progetto molto specifico, che unisce
atmosfere tipiche di un certo prog ad una classicità frutto del DNA dei
musicisti.
L’amore per i Jethro Tull è
palese ma non vincolante, e anche il tributo fornito attraverso uno dei brani
più celebri della Ian Andrson’s band - Bourée - viene completamente
rivisitato, al contrario di quanto accade con chi normalmente propone quel
pezzo, cercando la sovrapposizione assoluta.
Rileggere certe storie del
passato cercando la contaminazione delle opere letterarie dell’800 obbliga
musicisti e ascoltatori ad imboccare un sentiero fatto di elementi acustici, di
situazioni auliche, di sacralità sparsa, e le trame rock si sposano con la
tradizione e la cultura popolare.
“Prigioniero
di visioni” appare la sintesi perfetta del significato di
rock progressivo aggrappato alla tradizione tipicamente italiana, un
mantenimento dei canoni irrinunciabili del genere a cui si aggiunge la
contaminazione folk e melodica, potendo contare su skills strumentistiche di
grande rilievo e sulla padronanza assoluta della “materia”.
Lino Vairetti interviene in un
paio di episodi - “Ligeia” e sulla title track - e, ovviamente,
impreziosisce il disco con il suo timbro vocale e con la sua capacità di
“leggere” le linee guida - non solo in ambito prog -, ma l’album, questo album,
non può essere suddiviso in scomparti sonori ed episodi, giacché il profumo che
rimane alla fine dell’ascolto ha qualcosa di totalizzante, che prescinde il
gradimento della singola traccia.
È questo un disco che si
avvicina particolarmente ai miei personali gusti progressive, con frequenti
cambi di tempo e mood, con la miscela folk- rock che prediligo, con la ricerca
colta non fine a sé stessa ma proiettata verso un messaggio per il quotidiano,
e non viene meno, quindi, l’elemento didascalico e didattico.
Ma non occorre essere un
discepolo del prog per poter assaporare “Prigioniero di visioni”, la
trasversalità mi pare una caratteristica importante del progetto, a patto che
regni la curiosità e l’apertura mentale del fruitore.
Spero a questo punto di aver
incuriosito a sufficienza il lettore, e per i propositi dell’autore e per
l’ascolto dell’album (track by track) rimando al seguente link, consigliando
vivamente la musica di Mauro Martello e Sezione Frenante:
Due uomini, uno giovane e l’altro
anziano, condividevano un appartamento. L’uomo giovane era affezionato al suo
anziano amico ma era ossessionato da uno dei suoi occhi, di un pallido azzurro,
per lui simile a quello di un avvoltoio… Sarà il battiti del cuore della
vittima che il giovane assassino crede di udire a far confessare il delitto in
un travolgente crescendo di emozioni.
Dopo una energica
introduzione, il flauto dà il via ad un canone a tre voci (flauto, chitarra1,
chitarra2) seguito da un ponte che lancia la parte cantata. Dopo uno stop
improvviso viene proposto un nuovo
canone a due voci (pianoforte e flauto) sostenuto armonicamente dal basso. La
chitarra elettrica introduce il basso fino alla riproposizione del tema del
canone iniziale, riproposto ad una sola voce. Un nuovo canone atre voci
(flauto1, chitarra, flauto2) porta alla coda costituita dal tema del primo
canone suonato all’unisono flauto-chitarra.
Una terribile pestilenza, la Morte Rossa, sta devastando una
contrada e il principe Prospero, uomo di
animo felice e temerario, si rende conto che le sue terre sono spopolate (molti sono
morti a causa della pestilenza, oppure sono semplicemente fuggiti per evitare
il contagio). L'uomo allora decide di ritirarsi insieme ad un migliaio di amici
e cortigiani nel suo palazzo, così da evitare di contrarre il morbo.
All'interno dell'edificio gli occupanti trascorrono gioiosamente le giornate,
con danze e giullari. La Morte Rossa troverà comunque il
modo di irrompere nel palazzo e di compiere la sua missione di morte.
L’introduzione
strumentale, caratterizzata da un respiro hard rock, conduce presto ad una
serie di momenti tematici in ritmi composti. Il ritorno dal 4/4 lancia la prima
parte cantata ad un ritmo sostenuto. Segue un momento molto lirico del flauto
sorretto dalla tastiera con archi campionati. La seconda parte cantata, viene
interrotta da un breve tema, caratterizzato da evocazioni ”celtiche” seguito dalla riproposizione del
tema in ritmo composto già
presentato nella prima parte.
Il narratore inizia il suo racconto
sforzandosi di ricordare come e quando conobbe la sua amatissima e defunta
moglie Ligeia, senza però riuscirci. Forse perché sono passati anni, forse
perché il dolore gli ha fiaccato la memoria, o forse ancora perché l'immensa
grazia, la bellezza, l'intelligenza e la straordinaria erudizione della donna
gli sono penetrate nel cuore così nel profondo da dimorarvi in modo così tanto
ignoto e inaccessibile. Alla fine del racconto, come in una visione, come in un
incubo sconvolgente, Ligeia apparirà ancora agli occhi del narratore
Il recitato
iniziale (affidato a Lino Vairetti che canta l’intero brano) si sviluppa nel
tema affidato alla chitarra elettrica in contrappunto con il basso e con
interventi del glockenspiel a colorare la melodia. La prima parte cantata vede
il contrappunto della chitarra acustica che ripete il tema precedentemente e
esposto dalla chitarra elettrica. Il brano procede poi con una citazione dal
Trio op 100 di Franz Schubert, su cui è inserito il canto. Un cambio improvviso
di ritmo sostiene un intervento del flauto che lancia una lirica melodia
eseguita dalla chitarra elettrica. Il breve finale è affidato alla voce.
Durante il
periodo delle grosse nevicate, solamente due persone rimarranno a controllare l’albergo che
rimarrà isolato sulla montagna per molti mesi. Tutto sembra
procedere tranquillo tra il freddo e la monotonia della montagna. Ma ben presto
la permanenza assume dei risvolti molto particolari. Uno dei due uomini
oscirà per una battuta di caccia e non farà più ritorno. L’altro custode,
rimasto solo con il cane vivrà un’esperienza sconvolgente che lo condurrà alla
pazzia.
L’introduzione è
affidata ad un bordone prodotto dalla tastiera, sul quale il flauto esegue
alcuni passaggi che sfociano su un tema strumentale in 7/4 sottolineato da
forti accenti del basso e della batteria. Dopo un passaggio in 6/4, un breve
momento “free” lancia il riff che sostiene il canto. La ripresa del passaggio
in 6/4, questa volta cantato precede la lunga coda strumentale su cui la
chitarra elettrica esegue alcuni momenti tematici che sottolineano il ritmo.
È una
rielaborazione di una bourrée del compositore tedesco Johann Ludwig KREBS
(1713-1780), allievo di J.S.Bach. La bourrée è una antica danza francese
ampiamente diffusa in Europa nel periodo barocco. Questo brano ricalca “Bouree”
di Ian Anderson in una sorta di omaggio alla celebre composizione dei Jethro
Tull.Analogamente alla rielaborazione
di Anderson, IAN’S CRAB BOURRÉE modifica la ritmica del tema, sviluppando una
variazione con degli “stacchi” rockeggianti”, un assolo del basso ed una
ripresa del tema a due flauti.
Un giudice stimato e temuto per la
sua ferrea irreprensibilità, viene attratto dalla folle idea di commettere
omicidi e di incolpare e far condannare innocenti al suo posto.
È il brano più
lineare del disco, caratterizzato da una costante pulsazione ritmica e
dall’alternarsi della melodia cantata con interventi strumentali.
L’incredibile
avventura del protagonista, "un solitario, un sognatore", che viveva
nella sua casa, circondato da cose, ninnoli, mobili, ai quali era affezionato
tanto da sentirli importanti come persone e che una sera mettono in atto una
inspiegabile rivolta e "decidono" di andarsene dalla casa in cui
erano ospiti. Vi torneranno poi, altrettanto misteriosamente.
La melodia introduttiva viene affidata al basso e poi
ripresa dalla chitarra fino ad una sezione rockeggiante che si interrompe per
lasciare spazio alla parte cantata.La
lunga coda è costituita da un riff che sostiene l’intervento melodico del sax
soprano.
È la storia di
una possessione. Non una possessione diabolica, ma il protagonista racconta di
una misteriosa presenza di un essere invisibileche gli vive accanto, beve l’acqua e il latte dal comodino durante la
notte, sfoglia i libri e muove i fiori… Alla fine del racconto il posseduto
darà fuoco alla sua casa con per uccidere l’Horla. Ma questa entità sarà
davvero perita nell’incendio?
Dopo la melodia
sul registro acuto del flauto accompagnato dall’organo, la chitarra ne riprende
la linea tematica, sostenuta dal basso e dalla ritmica. Il sax soprano propone
vari spunti melodici che si interrompono con un pesante melodia sostenuta da
stacchi accordali molto accentati. La parte vocale che segue lascia presto
spazio al pathos del duduk sostenuto dal bordone dell’organo. un tema
“orientale” basato sulla scala minore armonica conduce al riff della coda e al
finale cantato.
È una immaginaria
trasposizione in tempi moderni di Ligeia. Questa donna appare ovunque, ma è solo
un’illusione, un’utopia, un miraggio, un sogno…
È il brano più melodico del disco ed è cantato
da Lino Vairetti. Il tema, quasi lirico, si ripete due volte prima di lasciare
spazio alla parte strumentale che, dopo il cambio di tonalità, vede la chitarra
protagonista che, alla fine, viene affiancata dal sax.
Nato a Mestre, ha
iniziato la sua attività musicale giovanissimo collaborando con vari
musicisti e compagnie teatrali, per le quali ha eseguito musiche di scena
affrontando in questo contesto in particolare il repertorio etnico
internazionale. Si è poi interessato al genere “progressive rock”.
contemporaneamente frequentava il Conservatorio “Benedetto Marcello” di
Venezia dapprima sotto la guida del M° Pasquale Rispoli e, in seguito,
del M°Guido Novello che lo ha seguito fino al diploma in flauto traverso
conseguito nel 1981. Nello stesso Conservatorio ha poi seguito il corso di
perfezionamento.
A partire da 1986 si è
dedicato allo studio della musica barocca e rinascimentale eseguita su
strumenti d’epoca, con particolare attenzione alle composizioni nate nella
prima metà dal 1700. Ha seguito corsi con alcuni tra i più grandi specialisti
del flauto barocco (S. Balestracci, W. Van Hauwe, M. Zimmermann). Il repertorio
solistico di Mauro Martello comprende sonate e concerti di Platti, Telemann,
Hasse, Vivaldi, Marcello, Bach, Haendel, Bon, Locatelli, Mozart oltre a
composizioni della scuola francese del 1700.
Ha poi approfondito lo
studio di diversi strumenti a fiato di diverse culture ed in particolar modo
del duduk armeno seguendo per diversi anni gli stages tenuti dal grande
virtuoso Gevorg Dabaghyan.
Suona di diversi
ensemble di musica antica: Collegium Musicum Venezia, Trio Vaghi accenti, Trio
Veneziano.
Con il gruppo “Sidera
Noctis” ha pubblicato il cd "From Lost Space" che ha ottenuto
lusinghiere recensioni su riviste specializzate.
È componente del gruppo
storico di “progressive rock” Opus Avantra di Donella Del Monaco e Alfredo
Tisocco.
Fa parte del
"Lincoln Quartet", una formazione che propone in live il repertorio
dei Jethro Tull di Ian Anderson, il grande virtuoso del flauto rock. Il gruppo
si esibisce spesso con Clive Bunker, batterista storico dei Jethro Tull.
Dal 1995 è animatore e
arrangiatore del gruppo musicale giovanile I FLAUTI DI SAN MARCO.
Nel 2003 ha curato, per
una produzione del Teatro La Fenice di Venezia, il coro di voci bianche
per l’allestimento de “L’Opera delle Filastrocche” composta da Virginio Savona
che è andata in scena in diverse repliche al PalaFenice di Venezia.
Nel’autunno 2005 ha
partecipato alla tournèe “Lontano dal mondo” che ha avuto repliche in alcuni dei
più importanti teatri del nord Italia ("La Pergola" di Firenze,
"Carignano" di Torino, "Carcano" di Milano, "Sociale"
di Mantova, "Duse" di Genova, "Embassy" di
Treviso, "Nuovo" di Verona, Comunale di Belluno,
"Donizetti" di Bergamo, "Arena del sole" di Bologna, Teatro
di Varese, Teatro "Grande" di Brescia). Lo spettacolo, scritto
da Marco Goldin e organizzato da "Linea d'ombra", è stato organizzato
per promuovere la grande mostra su Gauguin e Van Gogh allestita a Brescia tra
ottobre 2005 e marzo 2006 e che è stata visitata da oltre 541.000 persone.
Ha tenuto concerti e
registrazioni discografiche anche con importanti esponenti del "pop"
italiano (Tosca, Antonella Ruggiero), del "progressive" storico
(Osanna, Jenny Sorrenti, Aldo Tagliapietra, Alberto Radius) e della canzone
d'autore (Massimo Bubola). Per Aldo Tagliapietra ha registrato con il flauto e
il duduk il brano “Radici” dall’album Invisibili Realtà.
Nell'autunno 2006 ha
partecipato alla prima esecuzione assoluta di "Em/Pyre" di Elliott Sharp
nell'ambito della Biennale di Venezia.
Nel 2008 ha realizzato
la riduzione teatrale del romanzo di Antonia Arslan "La masseria delle
allodole" con l'attore Sandro Buzzatti. Per questo spettacolo ha curato
anche le musiche di scena, composte da Avedis Nazarian, che ha eseguito al
duduk e allo shvi con i musicisti Anna Campagnaro (violoncello) e Gabriele
Bruzzolo (percussioni).
Nell'autunno del 2011 ha
partecipato, nel ruolo di flautista e compositore, al tour "Van Gogh e il
viaggio di Gauguin" con il critico e storico dell'Arte Marco Goldin, il
fisarmonicista Renzo Ruggieri e il violoncellista Piero Salvatori. Nel corso
del tour è stato accompagnato anche dalle orchestre "Filarmonia
Veneta" e "Alighieri" di Marina di Ravenna. Lo spettacolo è
andato in scena a Milano (Teatro Carcano), Verona (Teatro Nuovo), Genova
(Teatro Stabile), Venezia (Teatro Santa Margherita), Rimini (Nuovo Palazzo dei
Congressi), San Marino (Teatro Titano), Bologna (Arena del Sole), Torino
(Teatro Nuovo), Genova (Palazzo Ducale) Milano (Palazzo Clerici)
Sempre in veste di
solista e compositore ha partecipato ad altri tour teatrali per Linea
d'ombra, nei più importanti teatri del nord Italia, nel 2013, 2014 e 2016.
È uscito,
nell'ottobre 2015 il disco "Sul punto di essere altrove", con 16
suoi brani originali.
Nell'autunno 2016 ha
portato in scena, nei ruoli di attore e strumentista e compositore, lo
spettacolo teatrale "Lectio Brevis" (Quadri satirici sulla scuola
italiana) su testo di Enrico Busani (tratto dal libro "Santi, docenti e
vaffa) e regia di Chiara Borgonovi.
Ha partecipato, come
ospite flautista, alla registrazione del cd Live degli Osanna "Pape Satàn
Aleppe" pubblicato e distribuito dal 18 novembre 2016. Con la stessa
formazione ha partecipato alla registrazione dell’album “Il diedro del
Mediterraneo”.
Dal 2022 entra a far
parte della band “Sezione Frenante”. Con questa realizza il cd “Prigioniero di
Visioni” di cui compone musiche, testi e arrangiamenti. Il lavoro esce
nell’ottobre 2022 e vede la partecipazione di Lino Vairetti (Osanna).
Nella sua
carriera ha tenuto migliaia di concerti come solista e in formazioni da camera
in Italia e all’estero (USA, Germania, Svizzera, Austria, Slovenia, Belgio,
Francia, Romania, Giappone).
Si è esibito come
flautista in alcune trasmissioni televisive delle tre reti RAI.
Ha al suo attivo decine
pubblicazioni discografiche alle quali ha partecipato in veste di solista e in
formazioni cameristiche.