Incuriosito dall’abilità di Honey
Lantreee dal suo ruolo inusuale di
batterista femminile nei primi anni Sessanta, ho approfondito la storia dei The Honeycombs, band inglese attiva dal 1963 al
1967.
Ecco la sintesi delle notizie trovate in rete e qualche video
interessante.
The Honeycombs fu un gruppo musicale inglese principalmente ricordato per
il loro successo “Have I the Right?” (1963).
Il gruppo aveva fra i suoi membri Honey Lantree, la
prima donna batterista di un gruppo musicale dell'era Beat, mancata tre anni fa,
all’età di 75 anni.
Gli Honeycombs presero originariamente il nome di Sheratons e
vennero fondati dal parrucchiere Martin Murray nel mese di novembre del 1963 a
North London. Oltre a Murray, la formazione contava la sua assistente, la già
citata Honey Lantree, suo fratello John e due amici.
La band suonò in diversi locali del West End e alla Mildmay
Taverne vi fecero parte anche Ken Howard e Alan Blaikley che scrissero alcune
canzoni del gruppo e che diverranno in futuro due prolifici cantautori solisti.
Nel mentre, gli Honeycombs entrarono in contatto con il
produttore Joe Meek che produsse la loro Have I the Right? nel suo
appartamento a Islington.
Il brano venne scritto da Howard e Blaikley e in esso
predominano le percussioni, il cui suono venne potenziato aggiungendovi i suoni
dei membri del gruppo che battono a ritmo i piedi sulle scale di legno che
conducono allo studio; per registrare il tutto, Meek si servì di cinque microfoni
che appese alle ringhiere con delle fascette per bici. Fece anche suonare un
tamburello a diretto contatto con un microfono e accelerare la velocità della
traccia.
La band, che venne intanto rinominata The Honeycombs per
volere del futuro presidente della Pye Records Louis Benjamin, pubblicò Have
I the Right il 26 giugno 1964. Dopo uno scarso successo iniziale, il brano
riuscì a scalare le classifiche fino a raggiungere la prima posizione nel Regno
Unito, Australia e Canada e a vendere un milione di copie.
Grazie al successo della canzone gli Honeycombs andarono in
tournée in Estremo Oriente e Australia.
Poco dopo l'uscita di Have I the Right, gli Honeycombs
pubblicarono alcuni singoli di scarso successo, fra cui una cover di Something
Better Beginning (1965) di Ray Davies, e fecero diverse apparizioni in
programmi TV come Top of the Pops, Ready Steady Go!, Shindig!, Beat-Club e nel
film Pop Gear (1965).
Nell'agosto del 1965 il gruppo pubblicò That's the Way
che si piazzò alla dodicesima posizione. Il suo seguente This Year Next Year
non riuscì invece a eguagliare lo stesso successo.
Nel 1966 vennero realizzati Who Is Sylvia?, un
adattamento di An Sylvia di Franz Schubert, e It's So Hard, che verrà
riproposta dagli Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich con il titolo Hard
to Love You. Nel mese di aprile dello stesso anno Denis D'Ell, Allan Ward e
Peter Pye abbandonarono il gruppo. Alla fine del 1966 gli Honeycombs fecero una
tournée in Giappone da cui fu estratto un disco dal vivo (In Tokyo). La band si
sciolse agli inizi del 1967, poco dopo il suicidio di Joe Meek.
Nel 1972 Peter Pye iniziò una breve carriera da solista e
pubblicò tre album e due singoli usando il nome Peter Franc. Negli anni Novanta,
Murray iniziò a frequentare i circoli dei cabaret assieme ai suoi Martin
Murray's Honeycombs mentre Honey Lantree, Peter Pye e Denis D'Ell (a cui si
aggiungerà in seguito John Lantree) organizzarono una tournée di successo.
Nel 1999, essi vennero contattati dal produttore discografico
Russell C. Brennan che chiese a loro di registrare Live and Let Die per
la compilation Cult Themes from the '70s Vol. 2.
D'Ell morì il 6 luglio del 2005 mentre Lantree mancò il 23
dicembre 2018.
Il primo successo de I Quelli fu la famosa “Una bambolina
che fa no, no, no”, cover della hit francese e internazionale di Michel
Polnareff.
Sul lato B era presente un'altra cover, questa volta dei The Hollies di Graham Nash, canzone uscita lo stesso anno: “Non ci sarò”.
Il singolo italiano fu pubblicato dalla Ricordi nel 1966.
Sull'etichetta del 45 giri sono pubblicati solo i nomi degli
autori dell'originale e non di chi ha scritto il testo italiano, che rimane ignoto,
e che comunque si era largamente allontano dal significato inglese, come spesso
accadeva in quei giorni.
Nell'archivio della Discoteca di Stato è indicato il nome di
Iller Pattacini, che era però un compositore e non un paroliere e forse curò
l'adattamento nella nostra lingua.
Gli autori di “I Can't Let Go” erano il cantautore
statunitense Chip Taylor e il musicista Al Gorgoni.
Ma la stessa “I Can't Let Go” era una cover, perché la
prima pubblicazione del brano, negli USA, risale al 1965, interpretata dalla
cantautrice folk Evie Sands, anche se il
grande successo arrivò con la versione inglese degli Hollies.
Evie Sands dal vivo, in una filmato più recente…
Cos’altro aggiungere… godiamoci queste sonorità antiche ma godibilissime!
(Videoradio e Videoradio Channel
edizioni musicali)
L’inattività forzata, quella live intendo, è stata messa a
frutto da molti artisti per produrre “materiale” che riassume i sentimenti e le
riflessioni derivanti da un momento drammatico e senza precedenti.
Possiamo dire che, tecnicamente, il lavoro a distanza per i musicisti
è diventato la normalità e gli spazi fatti di oceani e migliaia di chilometri
sono ormai annullati dalla tecnologia.
Ma il DNA di chi da sempre si esprime attraverso la musica porta
alla ricerca costante della socializzazione e della presenza fisica, sia in
fase di creazione che di successiva proposizione.
Andrea Cervettopresenta il risultato del suo momento di assenza da palco e
sforna “Horizon”, un album che
propone 10 tracce suddivise su 37 minuti di sonorità variegate, ovviamente
incentrate sul suo strumento di riferimento, la chitarra.
Un po' di tempo fa, ad una mia domanda specifica atta a
stabilire il rapporto con la sei corde Andrea rispose: “La chitarra rappresenta
una parte fisica del mio corpo, mi sento fisicamente unito allo strumento ed è
uno dei mezzi attraverso il quale esterno le mie emozioni.”
Ecco, le emozioni, quelle che Cervetto ci regala, in questo
caso, attraverso tracce strumentali, con l’eccezione di due brani cantati - in italiano
- che hanno il compito di aprire e chiudere l’album.
Andrea può vantare una lunga e nobile esperienza, tra Italia
e States, e collaborazioni stellari, ma realizzare un disco in proprio significa
aumentare il grado di rischio e la responsabilità delle scelte; però, penso che
un lavoro come “Horizon” possa mettere d’accordo un pubblico vario, purché
amante del rock, perché gli ingredienti ci sono tutti.
E poi quel tocco in più che contraddistingue l’espressione
italiana, qualunque sia il genere in cui ci si riconosce e si agisce… la
capacità di utilizzo dell’elemento melodico - peculiarità di cui vantarsi - che
il chitarrista genovese mette in campo, anche, nelle sole parti strumentali.
In apertura troviamo “Uno di
questi giorni”, uscito anche come anticipazione in video e che propongo
a seguire.
Traccia struggente dove il cantato è
accompagnato da una ritmica sostenuta e dalla “slide” che colora e riempie una
tela adatta alla facilità di ascolto, un pezzo che, usato in rotazione radio,
arriverebbe facilmente al pubblico.
Con “Missing” si parte
nel viaggio strumentale e provare a collegare i titoli alla musica permette di
cercare la sintonia con l’autore.
Andamento lento con conduzione
chitarristica che riporta ai maestri sacri dello strumento, almeno alcuni,
quelli che solitamente Andrea cita come punti di riferimento e che lascio
scoprire all'ascoltatore.
Nonostante il virtuosismo solistico e
la divagazione, la linea melodica colpisce e non svanisce.
“Rock n roll will never die” ci ricorda cosa sia
il rock, quello che, appunto, non morirà mai, e l’omaggio finale a Hendrix - un
frammento di pochi secondi di “Hey Joe” - è un segnale preciso.
Con “Guitar Or Not Guitar” ci si sposta sul
versante funk, con una bella dimostrazione di team work, dove la sezione ritmica
formata da Alex e Paolo Polifrone - caratterizzante dell’intero
lavoro - dà il meglio di sé.
“Metropolitan blues”
fornisce nel titolo l’idea basica e rispolvera il concetto di “blues”, che
nella sua origine rappresenta un mezzo per urlare e denunciare il disagio, e al
contempo la cura per alleviare le sofferenze… di questi tempi avremmo tutti
bisogno di blues…
Ecletticità e probabili ricordi di
trascorsi musicali lontani e felici.
E si arriva alla title track, “Horizon”,
un brano che appare come descrizione gioiosa, molto veloce e capace di fornire
immagini e positività di ascolto.
Ma cosa rappresenterà quell’orizzonte…
una meta irraggiungibile o la visibilità dopo che la nebbia è scomparsa? A ciascuno
la propria interpretazione.
Con “Water flux” va in scena la musica
immaginifica e Cervetto & friends riescono a fornire il senso del fluire, dell’incedere
inarrestabile dell’acqua, un movimento non sempre “amico” ma in questo caso
confortante.
“Irish Storm” vede la presenza di Francesco
Moneti, violinista dei Modena City Ramblers, che lascia impronta indelebile
e caratterizza un “tempesta” che sintetizza il rock tradizionale unito al folk
irlandese; dalla miscela scaturisce una traccia godibile che, oltre a mettere
in risalto le skills di Moneti, permette di realizzare un piccolo paradigma
musicale, quello che vede accostare strumenti e generi differenti con la piena soddisfazione
di tutte le “parti in causa”.
“Stay” è l’ultimo strumentale, dal mood
decisamente melanconico, con la chitarra di Andrea che parla, canta, urla,
conduce la danza ricordandoci che anche la sola musica può esprimere icasticamente sentimenti e pensieri.
La conclusiva e acustica “Un Amore Da Vivere”,
come anticipato, è la seconda canzone in cui Cervetto usa la voce e ancora una
volta gli aspetti sentimentali emergono e suggellano la fine delle riflessioni.
Dice Andrea a proposito dei due pezzi: “Sono in netta contrapposizione, sono
le due facce della stessa medaglia…”.
Si segnala in questo caso la presenza di Dario Tanghetti
alle percussioni.
Un album davvero piacevole, adatto a tutti, non solo agli
appassionati della chitarra; una sorta di viaggio concettuale che mette in
rilevo le grandi competenze di Cervetto e della sua squadra ma, soprattutto, la
capacità di “nascondere” il virtuosismo a favore del racconto di una trama che
può essere messa in comune, per essere assimilata, certamente, ma anche
reinterpretata a piacimento.
TRACKLIST:
1-Uno
Dio Questi Giorni (4:40)
2-Missing
(4:02)
3-Rock
n roll will never die (3:20)
4-Guitar
Or Not Guitar (4:03)
5-Metropolitan
blues (3:45)
6-Horizon
(3:41)
7-Water
Flux (3:18)
8-Irish
Storm (3:40)
9-Stay (3:13)
10-Un Amore Da Vivere (4:30)
Un po’ di storia di Andrea Cervetto
Chitarrista/Cantante/Corista/Produttore/Arrangiatore,
fa parte ufficialmente della band Il Mito NEW TROLLS dal 2005.
Scelto personalmente da Brian May dei
Queen per prendere parte al musical “We will rock you” per un tour lungo due
anni, ha collaborato inoltre con Ronnie Jones, Alberto Radius, Bernardo Lanzetti,
Luisa Corna, Phil Palmer, Enzo Iachetti (nel CD“Acqua di Natale” che vede come
ospiti grandi artisti italiani tra i quali Mina, Vecchioni, Baglioni, Ruggeri,
Dalla, solo per citarne alcuni).
Ha scritto insieme a Giancarlo
Berardi (fumettista, scrittore e regista) uno spettacolo teatrale su Jimi
Hendrix del quale esegue i brani insieme a Alex Polifrone (batteria) e Fausto
Ciapica (basso); presente sul palco oltre a Berardi nel ruolo di narratore e
regista anche Franco Ori (pittore di fama), che in tempo reale dipinge tele di
notevoli dimensioni con varie tecniche pittoriche raffiguranti il genio della
chitarra di Seattle.
Collabora con Jack Sonni (ex Dire
Straits) per un progetto che vedrà i due artisti protagonisti di un tour.
Parlare dei reali di Inghilterra è di piena
attualità, visti i recenti avvenimenti funesti. In particolare la Regina
Elisabetta provoca all’osservatore esterno una simpatia incondizionata, una
sorta di rispetto che prescinde da ogni altro tipo di giudizio che potrebbe portare
a criticare un mondo che appare poco legato alla realtà attuale; eppure, è
proprio la sacralità di quell’ambiente irraggiungibile e bazzicato da una
precisa e limitata cerchia di persone che ne incrementa il profumo aulico e
immaginare che la porta del castello possa aprirsi per lasciar spazio a
persone, certamente importanti nei rispettivi settori, ma di un sangue blu
divenuto tale nel tempo per meriti acquisiti, spinge alla curiosità.
E se parliamo di rock... che ci azzecca la
Regina?
Il Principe Carlo sì che se ne intende e il
suo amore per certa musica è pieno di testimonianze, ma … “Lilibeth”?
Ho scovato un video interessante, in cui alcune delle più influenti e iconiche personalità del rock incontrano Sua
Altezza Reale.
Il fatto risale al 2005, quando Buckingham
Palace fu teatro di un evento davvero eccezionale, il momento in cui la vera
nobiltà incontrò le divinità del rock.
In quella occasione la Regina Elisabetta II accolse
quattro miti mondiali della chitarra: Brian May dei Queen, Jimmy Page
dei Led Zeppelin, Eric Clapton e Jeff Beck.
I primi tre si presentarono a sua Altezza
seguiti da Jeff Beck che, come Page e Clapton, aveva suonato nei The Yardbirds.
Al grande evento erano presenti oltre 500
persone.
Brian May - rappresentante dei Queen e quindi
il più… vicino alla regina - poté finalmente incontrare Elisabetta II e
ricorda: “Vale la pena notare che è considerato improprio parlare alla
Regina prima che lei parli con te, ma in assenza di una vera e propria
introduzione e di fronte ad un potenziale momento di imbarazzante silenzio,
sono stato spinto a prendere in mano la situazione e a dire qualcosa per
rompere il ghiaccio…”
Qualche gaffe? Non certo da parte dei chitarristi!
L’occasione dell’evento era il conferimento di
un’onorificenza alla leggenda della chitarra Eric Clapton, appunto, un nome che
poche persone nel mondo non conoscono. Eppure, la Regina, al momento di
presentarsi con il musicista gli chiese: “E’ molto che suoni la chitarra?”
Poco prima invece, a Brian May che le aveva
detto quale onore fosse stato suonare l’inno nazionale in occasione del “Golden
Jubilee Weekend” che si svolse nel giugno del 2002 a Londra, aveva risposto: “Ah
perché eri tu?”.
L’ultima stoccata infine è toccata a Jimmy
Page, che ha dovuto rispondere alla domanda: “Anche tu sei un
chitarrista?”.
Sono passati due anni dall’uscita di "Glistrani giorni di NOInessUNO”, secondo album di Franco
Giaffreda,ed ecco il suo ritorno all’atto
discografico, in un momento certamente tra i più difficile per chi ha un ruolo in ambito musicale, qualunque sia la sua dimensione.
Il nuovo progetto si intitola “Apologia di un destino comune” e trae spunto
dal drammatico momento in cui stiamo vivendo, fatto di rinunce, preoccupazioni,
limitazioni e precarietà di ogni tipo di socializzazione.
Ma i momenti difficili forniscono stimoli alla
creatività, o almeno alla riflessione spinta, e se si vive lo status di artista
il passo successivo sarà quello di fissare per sempre i sentimenti che conducono
alla creazione.
Nello specifico, Giaffreda elabora e racconta il
disagio personale attraverso la storia di tre persone comuni, analizzando la
loro vita prima e dopo l’avvento del Covid-19.
Recentemente mi è stato chiesto cosa mi stesse
maggiormente pesando dell’attuale proposta musicale, nella mia veste di
commentatore e ascoltatore: in primis la musica suonata a distanza, quegli pseudo
concerti che prevedono che ognuno se ne stia sul proprio divano, musicisti e
fruitori della musica. La seconda è l’impegno su di una produzione legata al
singolo brano. Elementi probabilmente necessari alla sopravvivenza ma di cui farei a meno, conscio però del mio ruolo privilegiato.
Franco Giaffreda esce dalla logica su scritta
e mi stupisce nuovamente, come avvenuto nella precedente occasione.
Abituato a vederlo in equilibrio tra il lavoro
chitarristico nel Biglietto per l’Inferno e quello di frontman e flautista dei
genesisiani Get'em out, ero rimasto spiazzato dalla genuinità e dalla varietà
della sua proposta del 2019 e mi pare che sia proprio questo il fil rouge che
permette di legare gli ultimi due suoi lavori.
“Apologia di un destino comune” è un
album di rock puro, tradizionale, con tanto di ballad annesse. Esistono le
sfumature prog - un DNA che non si può cancellare - ma l’immagine prevalente è
quella del pop rock fatto, anche, di virtuosismo strumentale.
La cura delle liriche e del messaggio da
veicolare supera la dimensione dello sfogo e della denuncia personale e
descrive la perfetta situazione in cui identificarsi, perché a differenza di
altre occasioni le esperienze che stimolano la creazione del musicista sono in
comune con chi svolge il solo ruolo di “spettatore” e appare quindi più facile
la comprensione e l’immedesimazione.
Tredici tracce suddivise su quasi 42 minuti di
musica, con attimi strumentali - “2020”, durissimo rock che apre l’album
e il frammento chitarristico (48 secondi) “Re-legati - e una serie di
episodi che seguono la durata della forma canzone, eccezion fatta per la lunga “Sospeso
fra le stelle” (7:39), viaggio onirico dal ritmo contenuto, dosaggio di
atmosfera musicale, melodia e conduzione chitarrista “dolorosa” nei toni.
Difficile estrapolare un brano perché trattasi
di album concettuale e ogni tessera del puzzle appare funzionale al progetto.
Si segnala un guest importante in “Incredibile
realtà”, Michael Manring, che con il suo hyperbass impreziosisce
brano e album.
In sintesi, un album che va goduto nel suo
insieme, cercando di entrare in sintonia con musica e parole, seguendo l’iter evolutivo e
trovando punti di contatto con le storie proposte.
E poi esiste la fruizione più libera e
spontanea, quella che prevede la mera gioia di ascolto, quella piacevolezza che
caratterizza l’intero disco.
Franco Giaffreda è artista poliedrico, polistrumentista,
compositore e ha una bella voce: il suo “Apologia di un destino comune”
attende solo la prova del live… perché prima o poi la nebbia sparirà!
Non mi sovvengono band o musicisti
come i The Samurai Of Prog, capaci di
sfornare musica a getto continuo, una prolificità inusuale, simbolo di passione
sconfinata e capacità organizzativa.
Attenzione, non parlo di
“costruzioni” semplici e lineari ma di un’architettura elaborata, che richiede
tempo, cura dei dettagli e un utilizzo spinto della tecnologia, non perdendo
mai di vista l’idea del team work e la fusione tra gli antichi stilemi del prog
e la modernità richiesta oggigiorno, all’interno di un contesto dove il tempo
sembra scorrere a velocità incontrollabile.
In questo spazio ho scritto a
ripetizione dei TSOP, commentando ogni loro lavoro ma vale la pena ricordare
che la band ruota attorno ad un nucleo fisso formato da Marco Bernard(italiano
trapiantato in Finlandia, bassista), Kimmo Pörsti(finlandese, batterista) e l’americano Steve Unruh(violino,
flauto e voce).
Per questo nuovo capitolo musicale
appare come sempre nutrito il numero di collaboratori sparsi per il mondo:Ton Scherpenzeel, Bart Schwertmann (Kayak), Octavio
Stampalía (Jinetes Negros), Cam Blokland (Southern Empire), Valerie
Gracious (Phideaux), Alessandro Di Benedetti (Mad Crayon), Rafael
Pacha (Last Knight), Jaime Rosas (Entrance), Kari Riihimäki, Carmine
Capasso, Marc Papeghin, Marcelo Ezcurra, e David Myers.
Nel loro continuo gioco, in bilico
tra passato e attualità, tra sonorità classiche e melodie tradizionali, i TSOP
propongono questa volta una rilettura di una fiaba dei fratelli Grimm, “The Lady And The Lyon”, una prima parte a cui
seguirà a breve un seguito, tanto per non smentire il concetto di prolificità!
Non ho ancora avuto la possibilità di
toccare con mano involucro e contenuto ma so che gli aspetti che riguardano
artwork e packaging sono solitamente il top, valore aggiunto al prodotto
musicale che riesce a mitigare la nostalgia da vinile.
Però, mi sono fatto un’idea scorrendo
il booklet digitale e penso che sia questo il modo corretto per poter usufruire
al meglio “The Lady And The Lyon”: un ascolto combinato alla lettura, con tutte
le didascalie, i riassunti e i credits del singolo brano.
I fratelli Grimm - e il titolo di una
delle loro fiabe più famose - vengono utilizzati per molteplici storie, una
sorta di “libro musicale” che unisce differenti arti, come vedremo a seguire.
Una quarantina di minuti di musica
suddivisa su sei episodi, una produzione quantitativamente ridotta rispetto
allo standard TSOP, che solitamente supera l’ora di ascolto, ma se consideriamo
questo come “primo atto” tutto si spiega.
Apre l’album “Into the Woods”
(3:06) che vede i Samurai affiancati da Alessandro Di Benedetti alle tastiere
(autore) e Raphael Pacha alle chitarre.
Traccia strumentale che prepara la
strada agli avvenimenti da raccontare e termina col recitato “Once upon a
time”, preludio all’apertura del “book sonoro”.
Atmosfere magiche create dal mix tra
strumentazione classica ed una “elettrica” lancinante.
Pianoforte e violino disegnano una
natura protettiva e l’oscurità caratteristica di “certe storie”. L’inizio di
molteplici fiabe… dentro al bosco!
“The Three Snake-Leaves”
(9:43) è musicata da Jaime Rosas con il contributo lirico di Unruh.
Una strana storia fatta di amore,
dolore e giustizia, dove il concetto di rinascita passa attraverso la
simbologia fornita dal serpente, fatto a pezzi ma poi tornato alla vita dopo …
la cura delle foglie, le stesse che salveranno il principe naufrago, dopo il
tradimento della sua principessa, che pagherà per la sua azione.
I TSOP sono coadiuvati nell’occasione
dal già citato Rosas alle tastiere e da Cam Blokland alla chitarra elettrica.
La sezione ritmica appare decisiva
per lo sviluppo del brano così come la conduzione vocale di Unruh, un colore
timbrico unico, anche nel recitato.
Prog allo stato puro con cambio
continuo di ritmo e mood, con riferimenti al passato che diventano spontanei;
sottolineo una rara dote della band - che metto in relazione alla traccia - che
è quella di far rivivere il racconto attraverso la proposta sonora ovvero, la
lirica e la musica potrebbero raccontare la stessa storia senza mai
incontrarsi.
A seguire lo strumentale “Iron
John” (5:57) del tastierista Ton Scherpenzeel, ospite assieme al
chitarrista Carmine Capasso.
La lettura del booklet ci aiuta a
comprendere il pensiero creativo, basato su una storia di amicizia e fiducia, e
sul concetto che gli errori commessi hanno un prezzo e che esiste la
possibilità di rimediare per poi perseguire la rotta migliore.
Marcette e trame ariose fanno da
sottofondo ad una melodia particolarmente coinvolgente, tanto da proporsi come
colonna sonora da film. Una tensione positiva pervade l’ascoltatore mentre si
sviluppa in via naturale il connubio tra rock sinfonico e racconto fiabesco.
Con “A Queen's Wish”
(11:36) si rivive la favola di “Biancaneve e i sette nani”.
Musica di Alessandro Di Benedetti
(che partecipa come tastierista) e liriche di Unruh; a coadiuvare il gruppo
Rafael Pacha (chitarra acustica e altri strumenti “popolari” discendenti dalla
cetra), Kari Riihimäki all’elettrica e Valerie Gracious alla voce.
Ed è proprio il duetto tra Valerie e
Steve la variante, il dialogo continuo tra il recitato e il cantato, necessario
per racchiudere in una mini suite una delle fiabe più conosciute nel mondo.
Traccia molto articolata, con modulazione
continua di stati d’animo, come richiede la variazione tematica.
Musicalmente parlando perfetta per
l’ascoltatore prog esigente, una sintesi di ortodossia e tradizione.
Una menzione particolare a Valerie
Gracious, la cui voce mi ha riportato alla “nostrana” Silvana Aliotta ai tempi
dei Circus 2000.
“The Lady and the Lion”
(3:58) propone all’interno del booklet il sunto della storia, ma essendo uno
strumentale il suggerimento è quello di lasciarsi andare e reinventare il contenuto.
È quello che immagino abbia fatto David Myers, l’autore del pezzo, che si
propone in piena autonomia con il suo pianoforte a coda e disegna un “solo” che
si assimila in un lampo e alimenta la voglia di viaggiare nel tempo e sognare
Magnifico!
A concludere la prima parte di questo
progetto troviamo “The Blue Light” (6:48), musica di Octavio
Stampalia (tastiere) e testo di Marcelo Ezcurra (backing vocals); gioco vocale
fondamentale, in bilico tra Unruh, Gracious e il lead vocals Bart Schwertmann.
Team completato con Kari Riihimäki (chitarra
elettrica), Rafael Pacha (chitarra acustica) e Marc Papeghin (corno francese e
tromba).
Un’altra storia a lieto fine, in cui
si mischiano situazioni e sentimenti e dove metafora e didascalia condiscono
messaggi a cui ci si abitua già in tenera età, ma che solo la maturità aiuta a
comprendere appieno.
Un altro frammento di prog complesso
(nella costruzione, non nella fruizione), dove la voce dei differenti
personaggi diventa protagonista, mentre il puzzle si completa con ritmi di puro
rock alternati a godibilissimi attimi onirici.
I The Samurai Of Prog intraprendono
una strada che mi piace immaginare didattica, ovvero una proposta che nei
contenuti lirici è solitamente dedicata, anche, ai bambini, ma che unita ad una musica
immaginifica fortifica la storia e modella i differenti stati d’animo.
Marco Bernard, Kimmo Pörsti e Steve
Unruh appaiono mostruosi, carichi di idee (molto chiare…) e con enormi capacità
realizzative.
Anche questo progetto mi pare
vincente e adatto ad un pubblico sempre più vasto.
Non resta che ascoltare e aspettare
il prossimo step che, sicuramente, ci aspetta dietro l’angolo!
La versione delle origini di Mantova, fondata
per opera di Ocno figlio di Manto trova sostegno in Virgilio, il sommo poeta
mantovano di origine che nell’Eneide, canto X, recita:
“Anche lui, Ocno, chiama una truppa dalle
patrie terre, figlio della fatidica Manto e del fiume Tosco, che diede a te, Mantova,
le mura ed il nome della madre Virgilio Eneide"
Rubo questa citazione per evidenziare che “The Princess of the allen keys”
è un racconto, tra storico e mitologico, alla ricerca delle radici, un omaggio
alla città di adozione di Fabrizio Dossena, musicista di lungo corso,
amante del prog, genere a cui ha guardato per molto tempo con devozione e
rispetto, sino a quando, trovata la giusta motivazione/maturazione e i corretti
compagni di viaggio, si è messo in proprio e oggi ci regala questo splendido paradigma
del prog.
In realtà il progetto ha avuto lenta
maturazione e mi pare siano passati un paio di anni da quando ascoltai la prima
versione.
Le difficoltà che Dossena ha trovato sulla sua
strada sono tante e legate al momento difficile che relega certa musica allo
status di “prodotto poco vendibile”, perché la maggior parte dei giovani
sceglie percorsi più “dentro al nostro tempo” e diventa quasi impossibile
trovare chi decide di avventurarsi in produzioni così articolate.
Ma proprio nel momento più complicato, quello
in cui la musica di cui maggiormente usufruisce la massa si concentra su di un
solo singolo alla volta, ecco che Fabrizio vede premiata la sua tenacia e la
“fede” nel proprio progetto.
L’incontro risolutivo è quello con Beppe
Aleo, patron di Videoradio, etichetta non certo focalizzata sul
prog, anche se il vecchio amore di Beppe - storico batterista degli anni ’70
- potrebbe essere stato decisivo per raggiungere un rapido accordo. Oppure
potrebbe trattarsi solo di solidarietà tra ex savonesi!
Ma ciò che più importa è il risultato, una
sorta di “Rock Opera” che non può lasciare indifferenti.
La lunga intervista a seguire realizzata con
Dossena permette di fornire spiegazioni e dettagli utili alla comprensione di
un album concettuale che propone la storia di Mantova e il mito della sua
fondazione, collegato alle vicende della profetessa Manto che la tradizione
greca vuole figlia dell'indovino tebano Tiresia.
La musica diventa quindi il mezzo per
tracciare la leggenda, uno scenario in cui entrano in gioco i vari personaggi:
Tiresia, Manto, Virgilio, Charon, La principessa delle chiavi a brugola.
Lunga la lista dei musicisti, così come quella
degli ospiti, anche se si sottolinea la nobile presenza del genesisiano Nad
Sylvan ma, soprattutto, quella di Cristiano Roversi, a cui Dossena attribuisce
i massimi meriti per la riuscita del progetto.
“The Princess of the allen keys” - che
uscirà in formato CD il 21 maggio e successivamente in vinile - va ascoltato
senza soluzione di continuità, anche se è proposto come una suddivisione in
sette tracce, per un totale di cinquantacinque minuti.
Ovunque profumo di Genesis, ma è questo un DNA
dichiarato da Dossena e a me appare un gran pregio.
Per chi è sempre alla ricerca della novità
all’interno di un “mondo prog” in cui difficilmente si potrà ancora
“inventare”, catturare un disco che presenta tutti gli stilemi del genere
significa rinforzare dei paletti che ogni tanto vacillano, e ricordare quale
sia stato il punto di partenza appare al contempo saggio e difficile.
C’è una storia che lega i vari brani, tra
immagini oniriche e concrete; esiste la lunga suite, quella che si dovrebbe
ascoltare tra amici conniventi in un modus agiografico, seduti con complicità
su di un comodo divano; ci sono poi tutti gli strumenti “magici”,
quelli che la tecnologia ha semplificato ma che danno lo stesso risultato
sonoro di un tempo glorioso, contribuendo a realizzare arrangiamenti maestosi e trame ad
ampio respiro, e l’atmosfera che viene a crearsi inventa una certa sacralità
musicale che soddisfa a pieno pancia e mente, almeno per i nostalgici - come me
- che hanno potuto vivere il bello e il meglio della rivoluzione musicale di
fine anni ’70.
La conseguenza è che credo sia impossibile rimanere insensibili al cospetto di
questo lavoro, giovani e meno giovani, purché open mind e pronti nel lasciarsi
contaminare.
Musicisti fantastici dicevo, ma vorrei
sottolineare il risalto vocale prodotto da Donata Luani (Manto), spesso in
duetto con Silvan (Virgilio).
L’effetto che mi ha provocato l’album dei Noisy
Diners va oltre il piacere d’ascolto - peraltro elevatissimo -, la bellezza
estetica, l’apprezzamento per le idee e per i musicisti, e mi ha permesso di
verificare ancora una volta il ruolo fondamentale della musica, una sorta di
unità di misura del tempo in movimento, concetto antico, ma che fa piacere rimarcare quando
si riesce a verificare sulla propria pelle la veridicità delle citazioni dei
saggi del passato: “The Princess of the allen keys” è rappresentativa del mio concetto
di musica di qualità e il suo ascolto mi ha condotto verso un felice viaggio nel
tempo, trip che nulla ha a che fare con l’elemento nostalgico, ma reca in sé un
rammarico, quello che oltrepassare certi confini e arrivare al neofita sarà
impresa titanica.
Eppure… che tipo di variazione didattica sarebbe la proposizione di "The
Princess of the allen keys” per qualche docente
“aperto”?!
I tempi sono difficili, l’incertezza non vede
una fine, ma conoscendo un po’ la determinazione di movimento di Fabrizio
Dossena, immagino che non sarà impossibile delineare un prossimo futuro fatto
di live, magari in uno o più teatri!
A fine articolo propongo un esempio musicale,
anticipato dalle quattro chiacchiere fatte con Fabrizio…
Partiamo dalla tua storia e risaliamo ai
giorni nostri: come si è sviluppata la vita musicale di Fabrizio Dossena, in
buona sintesi?
La mia vita musicale ha avuto tre inizi:
-in quel di Finale Ligure nel 1973 quando mi è
stata regalata la mia prima chitarra.
-quando qualche anno dopo ho scoperto i
Beatles.
-quando dopo essermi trasferito a Spotorno ho
iniziato a conoscere persone che la musica l'avevano dentro davvero e che non
ringrazierò mai abbastanza: in ordine di apparizione Daniele De Bernardi, Ezio
Secomandi con i Total Crash e poi Insieme a Riccardo Giudice con i Black Out,
Fabrizio Cruciani e Joe Vescovi periodo Knife Edge. Grazie a loro decisi di
studiare musica arrivando a preparare e non dare l'esame per il 5° anno di
chitarra classica.
Dopo un lunghissimo periodo di pausa, ed essendo
passato alla scrittura teatrale decidendo di mettere in scena Storia di un
Impiegato di Fabrizio De André, ho ripreso a suonare (grazie al Maestro
Guido Rizzo di Alassio) e così sono nati i Clan Destino fondati insieme a Guido
Dellapietra e che quest'ultimo sta egregiamente portando a risultati e
traguardi davvero eccellenti.
Trasferitomi a Roma nel 2008 ho proseguito la
mia "educazione artistica" collaborando in svariate situazioni per
rientrare in Liguria dopo tre anni.
Nel 2012 la chiave di volta, il mio
trasferimento a Mantova.
Dopo aver annusato un po’ l'aria, nel 2017
l'incontro con Cristiano Roversi, il resto è il presente e soprattutto il
futuro.
Mi pare di capire che la musica progressiva,
quella su cui è basato il tuo nuovo lavoro, sia per te una novità: come sei
arrivato a costituire i Noisy Diners e conseguentemente l’opera rock “THE
PRINCESS OF THE ALLEN KEYS”?
La musica progressive è sempre stata una mia
grande passione, che però mi ha sempre intimorito dal punto di vista tecnico e
per una forma di rispetto ho cercato di non offenderla sino a che non mi sono
sentito in grado di approcciarmi a questo mondo nella maniera che merita.
Per quanto riguarda i Noisy Diners, dopo aver
fatto leggere a Cristiano Roversi il testo della "Principessa delle chiavi
a brugola" è stato tutto succedersi di idee che in un tempo ragionevole ci
hanno portato sino qui.
L’album è di tipo concettuale, come è tipico
del prog, e certamente l’idea di “opera” racchiude in sé il concetto di
“storia”, con un inizio e una fine: come mai hai pensato alla leggenda di Manto
e alla nascita della città di Mantova, quella in cui tu vivi? Gesto di
riconoscimento o qualcosa di più articolato?
È iniziato dalla fine, The Princess esiste (è
la mia compagna) e leggendo di Manto e nata tutta la storia: "The Princess
of the Allen keys" è la prima uscita di una trilogia, inizia con la fuga
di Tiresia (padre di Manto) da Tebe e termina con la comparsa della Principessa,
che poi è una giovane Gattara diretta discendente di Manto. Sicuramente anche
una forma di riconoscimento alla città che mi ha accolto.
So che per realizzarlo hai pensato a
collaboratori del luogo, quasi a rafforzare l’idea di gruppo locale al lavoro:
chi sono i tuoi compagni di viaggio?
Lo zoccolo duro dei Noisy Diners, oltre a me,
sono Cristiano Roversi, Ezio Secomandi, Donata Luani e Davide Jori, ma credo
che la magia ed il grande merito di questo progetto vada a Cristiano,
bravissimo come era nella mia immaginazione a coniugare tre modi di sentire la
propria musica completamente diversi, un batterista hard rock, un chitarrista
(Davide Jori) con chiare influenze acide alla Sid Barret, un progger puro come
Cristiano Roversi ed un fanatico della chitarra folk 12 corde come il
sottoscritto. A questo si sono aggiunti musicisti straordinari come Mirko
Tagliasacchi (basso), Erik Montanari (chitarra) e le voci di Stefano
Boccafoglia (Tiresias), Beatrice Cotifava (The Princess), Aran
Bertetto (Caronte), Antonio De Sarno (voce narrante, traduzioni, e linee
melodiche) e soprattutto Nad Sylvan nei panni di Virgilio.
In due brani tanto per non farci mancare nulla
abbiamo anche Mauro Negri al Sax.
Tra tanta italianità - musicisti e storia -
spicca il contrasto delle liriche in lingua inglese: da dove arriva la scelta?
La scelta della lingua inglese deriva dal
semplice fatto che la nostra intenzione è quella di rivolgerci da subito anche
al mercato estero.
Quali sono le peculiarità delle trame
musicali?
Che profumano di Genesis!
Quali sono le difficoltà tecniche che vi hanno
maggiormente impegnato?
Legare gli stili diversi dei vari musicisti e
l'attenzione maniacale alla pronuncia inglese.
Mi racconti qualcosa a proposito dell’artwork?
La copertina è un'opera di un artista
argentino, Daniel E. Dank; l'idea era un'altra, ma dopo aver visto il dipinto
raffigurato sulla copertina ho deciso immediatamente di contattare Daniel. La
cosa divertente è che il dipinto originale è in casa di un collezionista di Las
Vegas; per la cronaca Daniel nel novembre del 2019 ha esposto in piccolo museo
di Parigi che viene chiamato… Louvre.
Vorrei saperne di più degli aspetti
realizzativi e distributivi: a quale etichetta vi siete affidati e chi curerà
la diffusione dell’album?
Diciamo che siamo stati fortunati, grazie a
Ezio (il batterista) sono entrato in contatto con Giuseppe Aleo di Videoradio
Channel e Videoradio Edizioni Musicali; prima solo tante parole, con lui ci
siamo sentiti il lunedì pomeriggio e il giorno dopo eravamo già al contratto.
Cose d'altri tempi.
Per quanto riguarda la distribuzione siamo
presenti già da qualche settimana su tutte le piattaforme digitali, mentre tramite
Self Distribuzione il CD uscirà il 21 maggio e sarà possibile acquistarlo in
tutto il mondo anche tramite IBS e Amazon, ma saremo presenti anche nei cataloghi di Feltrinelli ed altri.
In quali formati è prevista l’uscita del disco?
Uscirà prima in cd, ma è chiaramente previsto
anche il vinile. Visti i tempi abbiamo dovuto temporeggiare e credo che verso
il prossimo autunno potrebbe esserci il vinile.
Sono programmati momenti di promulgazione
(concerti o incontri)?
Sì, ma di sicuro non nel 2021, perché non è
facile proporre dal vivo una vera e propria Rock Opera, tanto per usare le
parole di Nad Sylvan!