giovedì 18 giugno 2015

OSANNA-"PALEPOLITANA"


Con un po’ di ritardo, ampiamente spiegato da Lino Vairetti nello scambio di pensieri a seguire, si ricorda e si celebra la nascita dell’album seminale Palepoli, creazione che risale al 1973.
Visto il risultato… valeva la pena aspettare!
Doppio CD/VINILE per riproporre il passato, che diventa il trampolino ideale per presentare il nuovo, con un legame molto forte che, mi auguro, emergerà dalla lettura dell’articolo.
Ma andiamo con ordine, il titolo, quel Palepolitana che è la crasi di due termini simbolo, Palepoli -la “città vecchia” napoletana- e Metropolitana, la subway cittadina, conosciuta e apprezzata per la bella mostra di centri culturali presenti ad ogni fermata: ogni episodio, ogni step, un concentrato d’arte, protetto dalle viscere della terra, ma disponibile per il mondo intero.
L’unione di intenti e idee ha condotto quindi verso la realizzazione di un doppio formato fisico.
Parto dal secondo, l’intera -e corretta, come ci spiega Lino- rivisitazione dell’album Palepoli, molto fedele all’originale, ma con la ripresa di dettagli eliminati nell’album del '73. Questo particolare, unito all’obiettiva diversità della line up, permette di godere di una chicca, che mette un punto fermo sull’elemento storico e mostra il nuovo volto degli OSANNA.
Palopoli, costituito da tre lunghe tracce (Oro Caldo, Stanza Città e Animale Senza Respiro) era lo specchio delle riflessioni giovanili del post ‘68, la contrapposizione tra la voglia di rapida evoluzione e la necessità di mantenere la tradizione, l’occhio del giovane rivoluzionario -rivoluzione intesa come cambiamento- che non rinuncia nemmeno un attimo al suo DNA. Non credo esista in Italia una band così concentrata nel mantenere vivi usi e costumi locali, uniti al rock, a cui possiamo dare molti appellativi, ma sempre di rock parliamo.
Sacra teatralità, oggi come allora, qualunque siano gli elementi, giovani e meno giovani, italiani e stranieri, perché la “scuola Vairetti” funziona bene se c’è l’impegno a proseguire sul binomio “avanguardia e radici”, e se gli ingredienti -in questo caso i musicisti- respirano quell’aria da sempre, beh, tutto si semplifica.
Semmai viene da interrogarsi sul perchè l’inglesissimo David Jackson appaia più napoletano di un… napoletano, a suo perfetto agio e in totale sintonia, dal vivo e in studio, col resto del gruppo. E di questo sono testimone oculare.
Da Palepoli parte un lungo bridge temporale, quello che conduce ai giorni nostri, a Palepolitana appunto.
Ancora una volta un concept che, elemento comune ai due album, parla di Napoli.
Vairetti disegna il momento fantascientifico, che utilizza come metafora e quindi come messaggio da spingere nell’aria.
Il protagonista, mezzo uomo e mezzo androide, arriva casualmente sulla terra e si rifugia nella profondità napoletana, attratto dall’indefinibile, dall’ignoto rappresentato dall’oscurità, che diventa obiettivo da raggiungere e forte attrattiva; e nel suo viaggio viene a conoscenza di un mondo imperdibile, unico, poco conosciuto o volutamente ignorato per lasciar spazio al luogo comune, quel modo di vivere per stereotipi che uccide anche chi lo propone.
Palepolitana diventa quindi il mezzo utilizzato dagli OSANNA per difendere una città -una storia, una cultura, un modo di concepire la vita- che spesso diventa oggetto di feroci critiche, additata come luogo da cui fuggire, cattivo esempio di micro società.
Manifestare l’amore è elemento basico della nostra vita, ma descrivere gli occhi di un essere per noi perfetto, o sottolineare l’incremento del battito cardiaco dopo un incontro magico sono espressioni di quasi normalità, mentre l’apologia della nostra terra, quando vuole esprimere amore, diventa al contempo poesia e impegno sociale, che mi pare sia perfettamente sintetizzato in questo grande progetto targato OSANNA.
Lino Vairetti è diventato un cesellatore, un maestro d’orchestra che ha sempre in mente la trama giusta, su cui poi lascia spazio di manovra: le persone autorevoli se lo possono permettere!
La nuova parte, se guardiamo al mero aspetto musicale, esalta ancor più il legame tra i principi della musica progressiva, la melodia e le atmosfere tipiche di un mondo fatto di teatro, tradizione e utilizzo pieno della lingua madre, il napoletano, idioma largamente usato nell’album, una musica dentro la musica.
Alto tasso di virtuosismo, ma nessuna fuoriuscita dagli schemi, perché il senso di ordine e misura si mantiene anche in presenza di una tarantella.
Esiste una modalità di ascolto che ho adottato e che consiglio, ed è quella legata alla lettura dei testi mentre la musica gira… un seguire passo dopo passo i pensieri targati OSANNA, perché la bellezza di certa musica risiede nell’entrare in sintonia con chi ha sofferto per crearla, e sarà così più facile calarsi nella parte.

Vale la pena ricordare la formazione, che oltre al leader Vairetti -voce, acustica e armonica- prevede Gennaro Barba alla batteria, Nello D’Anna al basso, Pako Capobianco alle chitarre, Sasà Priore alla tastiere e Irvin Vairetti alle tastiere e voce.
Tra gli ospiti, oltre al già citato Jackson ai fiati, Sophya Baccini alla voce, Gianluca Falasca al violino e Angelo Salvatore al flauto.
Grande l’opera sull’artwork, che immagino sorprenderà nel formato vinile.

E allora corri… corri… corriportami con te
Abbiamo sempre bisogno di una linea guida, qualcuno da seguire, e l’intuito ci dirà se varrà la pena rischiare e regalare un po’ di fiducia.
Grande album, una vera nuova vita quella degli OSANNA.



Cosa racconta Lino airetti…

Partiamo dal nome, dalla fusione di due termini che danno vita al nome dell’album, Palepolitana: come nasce l’idea?

Palepolitana è una sorta di acronimo nato da Palepoli (nome storico della città di Napoli e dell’album del ‘73 degli Osanna) e metropolitana. Ho voluto dare risalto ad alcune eccellenze della nostra città (fin’ora alla ribalta dei media per denunciare solo degrado, illegalità, camorra e tant’altro), e la nuova linea della metropolitana partenopea  è un fiore all’occhiello per Napoli; tutte le stazioni sono delle vere gallerie d’arte contemporanea con la presenza di artisti famosi a livello internazionale, una cosa unica al mondo. L’album è una dichiarazione d’amore per Napoli ed è ambientato proprio nell’undergound napoletano, in quelle viscere della terra dove sono nascosti e vivono tutti gli umori, le anime, i fantasmi, le leggende e le storie della città che ha un patrimonio culturale, artistico, musicale e poetico tra i più importanti del mondo.

Il disco esce con un po’ di ritardo rispetto al pensiero iniziale che prevedeva la celebrazione del quarantennale di Palepoli, nel 2013: che cosa ha provocato lo slittamento?

Lo slittamento è stato provocato dalla imprevista pubblicazione del CD “Rosso Rock” (uno splendido e non programmato live in Japan del 2011 che è stato pubblicato nel 2012), e poi alla successiva pubblicazione del doppio DVD “Tempo”, che era già in programma e che, legato alla presentazione di Rosso Rock, ha avuto la precedenza sull’uscita di Palepolitana. Tuttavia questo ritardo è stato provvidenziale perché ci ha permesso di elaborare più materiale ed operare poi una scelta più accurata e interiorizzata.

Il CD è doppio, e ad una prima parte di inediti avete aggiunto la rivisitazione del “vecchio” Palepoli: che tipo di liason esiste tra una musica che gli Osanna crearono oltre quarant’anni fa e quella attuale?

Palepolitana vuole essere una sorta di continuazione di Palepoli. Chiaramente aggiornata coi tempi e sulle tematiche di fondo. Sono entrambi due “concept album” in cui si parla metaforicamente di Napoli. In quello storico c’è più un taglio critico e politico (dovuto anche alle realtà sociali giovanili che si  vivevano  in quegli anni post ‘68), il secondo è una vera è propria dichiarazione d’amore per Napoli. Una esaltazione delle sue eccellenze e delle sue peculiarità più nobili e fantastiche. Musicalmente c’è una differenza di stile dovuta ad un diverso modo di comporre, arrangiare e suonare, più legato alla attualità se pur calato in uno stile che parte da lontano che è prerogativa del nostro modo di esprimerci. La stessa parte letteraria (elaborata esclusivamente in italiano ed in dialetto napoletano), è più in sintonia con i tempi se pur scritta in chiave poetica. Ci sono molte differenze compositive, ma un unico mood interpretativo. Tutto il gruppo si è espresso con la stessa intensità emotiva in tutti e due percorsi musicali.

L’album è di tipo concettuale, come nella più vincente tradizione prog, ma mi pare che in questo caso le storie raccontate abbiano il preciso scopo di proporre una Napoli diversa da come molti la dipingono, presentando una specie di difesa, autorevole, che diventa atto d’amore per una città e per la sua cultura: ho almeno in parte centrato i vostri intenti?

Esattamente. Hai letto quello che è stato l’obiettivo principale del nostro lavoro. Come ho già detto prima Palepolitana è un atto d’amore per la nostra città e pur sapendo che il degrado, la violenza e l’illegalità esiste ed esisterà sempre (come in tutte le metropoli del mondo), abbiamo voluto contestare le immagini mediatiche di Gomorra, del film Passione e le parole dei testi di tanti rapper, che in giro per l’Italia e per il mondo, hanno dato una immagine diversa da quella che è la realtà. Napoli ha anche e soprattutto persone illuminate e straordinarie; ha una storia ed una cultura che si respira in ogni angolo di strada… Le contraddizioni esistono, ma sono anche l’elemento vivo di una civiltà contemporanea che racchiude in se secoli di storia eccellente ed una attualità globalizzata frutto di un mondo digitale che spesso stride e fa a cazzotti. Ma poi coesistono insieme in perfetta armonia, se si ha la capacità di saper leggere e coniugare tutto ciò che è visibile.

Che tipo di impegno ha avuto David Jackson rispetto al passato?

David è per noi un elemento effettivo del gruppo, molto più che una special guest. Purtroppo la distanza, la crisi di questi anni con la difficoltà di fare concerti, non ci hanno permesso di lavorare molto insieme. Tuttavia lui rimane un elemento indispensabile per gli Osanna, per la sua grande sensibilità musicale oltre che per il mito che rappresenta. Abbiamo inviato i file via mail per farli ascoltare lasciandogli ampio spazio creativo ed interpretativo e lui ha lavorato con la sua grande professionalità, sia su Palepoli che su Palepolitana. È presente nel doppio CD al 50 % di tutto il lavoro, con assoli e frasi che sono delle vere “chicche” straordinarie.

Cosa mi dici degli altri ospiti?

Gli altri ospito sono Sophya Baccini (già presente in altri nostri lavori e spesso dal vivo), che ha cantato alcuni brani in dialetto napoletano, interpretando il ruolo della sirena Parthenope. Poi il flautista Angelo Salvatore, che suonava già nella formazione Città Frontale, progetto Osanna negli anni ’90, che ha suonato solo in Palepolitana, e il violinista Gianluca Falasca (nostro direttore d’orchestra e arrangiatore di ensemble di archi), solista in vari brani e in quartetto per i brani Michelemmà e Canzone Amara. Collaboratori di grande talento e di nostra fiducia.

Nelle ultime pagine del booklet sono presenti immagini che fanno riferimento ai primi Osanna, cosa che vi ho visto utilizzare nei vostri live: qual è la tua più forte nostalgia musicale rispetto ai quei giorni, escludendo l’ovvia differenza anagrafica?

Io non sono un tipo nostalgico. Per me il percorso vissuto con gli Osanna dal ’70 è storia, la mia storia, e di questo sono orgoglioso. Le immagini del booklet rappresentano gli Osanna attuali fotografati da Riccardo Piccirillo nell’atelier dello scultore Lello Esposito, famoso in tutto il mondo per le sue opere legate alla napoletanità. Queste rappresentano l’attualità. Ma parlando di Palepoli non potevo esimermi da fare una citazione ed un rimando storico ad immagini della vecchia formazione legate proprio a Palepoli. Era un atto dovuto e voluto con tutto il cuore. Io sono l’unico elemento di continuità di questa magica avventura nata nel ’71 con L’Uomo e arrivata oggi, nel 2015, a Palepolitana. Oggi vivo solo il presente.

Realizzerete Palepolitana anche in vinile?

Certamente. Palepolitana sarà realizzato in doppio vinile con un brano inedito in più, di cui  parlerò in seguito. Un brano legato alla collaborazione con il gruppo torinese Arti & Mestieri. 

A fine luglio suonerete in Liguria (spero di esserci): il nuovo set live prevede la proposizione completa del nuovo disco?

Sì. Suoneremo il nuovo CD e poi tutto il repertorio storico. Oggi abbiamo un repertorio di oltre tre ore (forse anche più) e qualche taglio verrà fatto, o comunque faremo dei medley (come abbiamo già fatto in precedenza),  dove i brani vengono leggermente tagliati per non escluderli dal live.

Aggiungi tutto quello che vuoi fare sapere ai fan degli Osanna e agli appassionati di musica in genere.

Innanzitutto che Palepoli ha delle piccole chicche in più, sono state inserite un paio di cose che all’epoca furono tagliate. Sono solo frammenti, ma hanno una loro giusta rinascita a distanza di 42 anni.
E poi sottolineo un falso storico che è inciso in tutti i CD e LP nati dopo gli anni ’70 con le nuove ristampe. Il falso storico è il frutto dell’incuria o della superficialità di chi ha rimasterizzato il nostro LP senza conoscerne i contenuti. L’errore commesso è il seguente: l’album Palepoli, come tutti i conoscitori sanno, era composto da soli tre brani: Oro Caldo e Stanza Città sul primo lato e Animale Senza Respiro sul secondo lato. Ebbene, se ascoltate un qualsiasi CD pubblicato dagli anni ‘80 in poi, fino ad oggi, i due brani Oro Caldo e Stanza Città sono diventati un unico brano col solo titolo Oro Caldo, mentre Stanza Città è una ripetizione dell’inizio di Oro Caldo, con un brano di sottofondo messo al contrario che io, dopo una attenta analisi, ho scoperto che è There Will Be Time messo reverse. Una traccia inesistente nell’originale. Evidentemente i nastri analogici furono archiviati in modo anomalo e chi si è cimentato a fare il mastering ha fatto un errore clamoroso. Ascoltate e mi darete ragione. Quindi nella nuova versione, in Palepolitana, tutto è apposto e messo al punto giusto.  
Ultima cosa che mi sento di dire: siamo davvero un bel gruppo e vi invito a seguirci con attenzione e con amore che sarà sempre ricambiato da tutti noi.

Tracks Listing
CD 1: Palepolitana
1. Marmi
2. Fenesta Vascia
3. Michelemmà
4. Santa Lucia
5. AntoTrain
6. Anni di Piombo
7. Palepolitana
8. Made in Japan
9. Canzone Amara
10. Letizia
11. Ciao Napoli
12. Profugo

CD 2: Palepoli
1. Oro Caldo
2. Stanza Città
3. Animale Senza Respiro

Liriche
Search OSANNA Palepolitana lyrics

Formazione
- Lino Vairetti / vocals, acoustic and 12-string guitars, harmonica
- Gennaro Barba / drums
- Pako Capobianco / electric, acoustic and 12-string guitars
- Nello D'Anna / bass
- Sasà Priore / piano, Fender Rhodes, organ, synth
- Irvin Vairetti / vocals, mellotron, synth
Con
- David Jackson - sax & flute
- Sophya Baccini - voice
- Gianluca Falasca - violin
- Angelo Salvatore - flute
- Falasca String Quartet



lunedì 15 giugno 2015

Roberto Tiranti e Grazia Quaranta live



Serata a sorpresa, per me, venerdì 12 giugno.
Di certa la presenza di grandi vocalist, con il completamento di musicisti straordinari, che conoscevo solo in parte.
Una novità l’ambientazione, la discoteca Blue Moon, ampia e confortevole, dalla lunga storia e, a giudicare da quanto ho captato, dedita soprattutto a serate dedicate al ballo, con 400 posti a sedere… mica roba da ridere!
Tutto questo a Genova, in una zona, quella di Marassi, che solletica sempre i miei ricordi legati al Teatro Alcione.
Protagonisti Roberto Tiranti e Grazia Quaranta, due artisti che hanno in comune una vocalità strepitosa, inusuale, e che nei loro frequenti duetti hanno rappresentato una sorta di medaglia dai due volti… simili: in qualsiasi modo fosse ricaduta a terra la moneta il pubblico sarebbe rimasto soddisfatto.
Intrattenitori da palco, propositori di genovesità e internazionalità allo stesso tempo, hanno realizzato uno spettacolo che si è dimostrato molto più di un concerto tradizionale.
Tiranti è un musicista trasversale, capace di eccellere in qualsiasi ruolo, da strumentista a vocalist, da compositore a “comparsa”, quando il momento lo richiede.
Presenta il suo album, “Saper Aspettare”, rilasciato da pochi mesi, e si fa “aiutare” sul palco da Andrea Maddalone alla chitarra, Massimo Ben Trigona al basso, Roberto Maragliano alla batteria e Luca Cresta alle tastiere.
Band collaudata da rapporti di amicizia e presentazione dell’attuale volto di Roberto, che ci ha abituato a preformance incentrate sui generi più disparati, ma che sta puntando molto sul nuovo disco, che lo vede protagonista assoluto e che lo rappresenta in toto in questo preciso momento della vita.
Il pubblico apprezza e sottolinea il gradimento ad ogni fine episodio.
Per la seconda volta in poco tempo ho sentito Grazia Quaranta dal vivo: penso sia un vero talento, baciata dalla fortuna musicale, come Tiranti, perché certe possibilità relative allo “strumento voce” non sono collegate ad un percorso didattico, fondamentale, certamente, ma la caratterista da DNA è roba per pochi eletti.
Non compone Grazia, e si dedica all’interpretazione, ma non sfigurerebbe al cospetto di Tina Turner, probabilmente suo modello dal momento che presenta Addicted To Love e Proud Mary; ma c’è spazio per la Joplin, i Pink Floyd e persino per Vasco, che lei riesce a rendere … gradevole.
Al contrario della precedente occasione Grazia Quaranta è accompagnata da una band, che oltre a Maddalone -factotum di serata- presenta Andrea Chellini alla batteria, Federico Fugassa al basso e Piero Trofa alle tastiere.
E’ questa la versione che preferisco, ovviamente… se le condizioni lo permettono una band è sempre una band!
Quando Tiranti e Quaranta si incontrano sul palco le emozioni si moltiplicano, complici i Queen, come testimoniato nel video a seguire.
Forse non avranno avuto tempo di perfezionare l’intesa, ma il risultato è comunque esaltante… impossibile non farsi coinvolgere!
Ad annodare i vari steps Andrea Carlini e Alessandro Squillace, meglio conosciuti come I BEONI, che hanno strappato risate sincere all’audience. Anche per loro un piccolo frammento video.
Guardando con occhio esterno, e pensando a sviluppi musicali futuri, il Blue Moon si presta moltissimo a concerti fuori dallo standard del locale: location comoda, capiente, parcheggio, sicuramente poco… rock, ma poter ritagliare un piccolo spazio anche per quel genere sarebbe buona cosa per gli appassionati genovesi.
I comodi divani, i tavolini e l’arredamento mi hanno fatto pensare al Piper di Viareggio -non conosco quello di Roma- dove la nascita delle nuove tendenze, qualche lustro fa, avveniva proprio in un contesto simile.
Un plauso anche a chi ha investito sull’evento, lo sponsor, Marco Pastorino.
Davvero una serata da ricordare!

domenica 14 giugno 2015

"Soldato da otto soldi"-Carlo e Luciano Boero


Per la seconda volta in poco tempo mi ritrovo a esprimere il mio feeling da post lettura provocato da un libro di Luciano Boero, in questa occasione scritto a quattro mani.
Mi piace considerare Luciano un buon amico, per via di quell’empatia che spesso nasce senza particolare motivazione, a dispetto della ridotta frequentazione, ed è stato quindi motivo di soddisfazione ricevere questo suo nuovo regalo, Soldato da otto soldi.
L’argomento che ci ha accomunato da subito è stata la musica, che lui ha vissuto in piena era beat, anni ’60, con Gli Scoiattoli, per poi proseguire con il prog de La Locanda delle Fate, con cui è ancora molto attivo. Anche in veste di autore si è preso qualche grossa soddisfazione, scrivendo brani per Anna Oxa e Pierangelo Bertoli.
Ma tutto questo non c’entra con il contenuto del book.
Se nel precedente La mia chitarra suona il rock, Luciano raccontava la sua vita attraverso tappe significative che portavano alla realizzazione di un quadro ben preciso, quello di un periodo d’oro, a cavallo tra il boom economico post bellico e le agitazioni sociali di fine sixties, nella nuova pubblicazione è presente come testimone… minore, ma è suo il compito di ricucire le vicende del padre Carlo, e anche in questo caso il racconto diventa pretesto per la colorazione di un’epoca.
Sono quaderni carichi di appunti quelli che Carlo affida al figlio, uno che sa scrivere oltreché suonare, e a cui si può delegare la più grande eredità morale possibile, quella del ricordo, simile a molti altri nei contenuti, ma con sfaccettature uniche che sanno colpire nel segno.
Chissà se Carlo, tra le infinite cose fatte nella sua lunga vita (ottantacinque anni sono comunque periodo considerevole…) ha trovato il tempo per prendere appunti, o se il tutto è frutto del rush finale, quel periodo della vita in cui si ha chiaro in testa che occorre mettere qualche punto fisso, fare un minimo di bilancio e regalarlo al mondo!
Una storia nata nel 1915 e terminata nel 2000, tutto sommato felice per molti anni, nonostante la guerra e la “dignitosa” povertà, tipica dell'era, controbilanciata una frenetica attività lavorativa, tra i campi e la falegnameria, tra il negozio da barbiere/pettinatrice e la musica.
Sì, la musica, ecco le passioni che si tramandano, e se Luciano si innamorerà della chitarra e del basso, Carlo era un virtuoso degli strumenti a fiato, famoso in tutta la langa piemontese, re delle feste di paese e affini… perché Carletto… Lui sì che il sassofono lo faceva cantare!
Non ho letto di getto, non mi è risultato facile e ho avuto spesso bisogno della pausa che, fortunatamente, arriva grazie a capitoli contenuti. Anzi, devo dire che ho provato dolore, perché tutto quello che ho letto mi era già arrivato nitido dai racconti familiari, e tutti i paesi citati e le situazioni raccontate, mi hanno riportato alla condizione di sfollati dei miei genitori, proprio in quella Dogliani più volte nominata.
Ma sentimenti personali a parte, Soldato da otto soldi -questa era la paga di un fante nel 1939- è il perfetto spaccato di un epoca in evoluzione, tra il secondo conflitto mondiale e il progresso tecnologico.
Ci sono stati tempi in cui ci si sposava alle cinque del mattino, per nascondere le vergogna dei prodromi della gravidanza…
Ci sono stati tempi in cui a scuola… In alto c’era il crocefisso; appena sotto il quadro di Papa Benedetto XV  e di fianco quello di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III. Infine il tricolore con lo stemma sabaudo. Insomma: Dio, la Patria, il Re.


Attraverso il sangue ed il sudore si snoda la storia di Carlo, Vincenzina e Luciano, penetrata dalla nebbia e dalla neve, elementi naturali che mi sono rimasti maggiormente impressi rispetto al meraviglioso contrasto tra l’azzurro del cielo e il verde delle colline, brand di quelle zone per molti mesi dell’anno.
I negozi, le stufe, il dialetto, le feste dei coscritti, la bicicletta, l'auto e la crescente evoluzione legata alla modernità in arrivo, rappresentano un mondo lontano -anche se temporalmente dietro l’angolo- che se da un lato mette infinita tristezza, dall’altro riporta a momenti semplici, felici, di prospettiva. Ma il mostro tipico dei nostri giorni, quella malattia subdola che si è soliti legare all’attualità, è sempre stata in agguato, anche se magari era difficile identificarla con nome preciso, e gli ultimi anni di Carlo diventano difficili quando, probabilmente, il vaso è colmo e le difese cadono lasciando spazio alla depressione.


La musica è il continuo sottofondo per la famiglia Boero, un amore che lega indissolubilmente il passaggio delle generazioni, e che Luciano ha voluto sottolineare ad ogni inizio capitolo, che si apre con un stralcio di testo appropriato.
Sono molti gli spunti di riflessione ed ogni anima con qualche anno sulle spalle potrà trovare un po’ di personale DNA facendo scorrere le pagine, ma mi piace soffermarmi su alcuni ricordi smossi, che mi hanno riportato alle domeniche mattina di inizio anni’70, quando, dopo avere fatto il bagno settimanale, e prima di andare a messa, ascoltavamo tutti assieme la radio, Gran Varietà, o ancora quando mio padre portò a casa un fantastico ritrovato della scienza e della tecnica, uno schermo bicolore da applicare alla TV in bianco e nero, tanto da dare l’idea del TV COLOR!
Un piccolo spunto del book…

In cucina c’era una mensola. Ogni tanto guardavo quel posto vuoto e pensavo come sarebbe stato bello possedere una radio, dal momento che entrambi adoravamo la musica. Poco prima del Natale del ’54 decidemmo di fare una pazzia e con i nostri pochi risparmi ne comprai una di seconda mano, una Magnadyne S 34. Che meraviglia!
Alla sera era un piacere sedersi sul divano e godere dell’intimità della famiglia con le canzoni della radio in sottofondo, mentre Luciano faceva i compiti e Vincenzina stirava!”.

Beh, gli attimi di piena comunione restano qualcosa di impagabile, allora come oggi.
Quel mondo non esiste più, purtroppo o per fortuna, ma è una grande cosa poterne leggere l’essenza, appropriandosi della storia attraverso i sentimenti umani, e non solo i dati oggettivi.

Ho un’avversione per quello che è definito il "liscio", musica che viene ancor oggi proposta nelle feste paesane e che è parte della nostra tradizione e cultura; è quasi un malessere fisico quello che mi colpisce, irrazionale, che non ha niente a che vedere con le battaglie giovanili intraprese per imporre la sonorità ed il genere che più si ama; il fatto è che… contrariamente ai propositi gioiosi basici, che prevedono il rallegrare la festa, l’incontro dei sentimenti e la celebrazione di attimi sereni, il valzer suonato sul palchetto di Belvedere Langhe, davanti all’Hotel Bellavista, mi ha sempre fatto precipitare nei ricordi di bambino, a metà anni ’60, in un mondo ancora in bianco e nero, dove probabilmente mi sentivo a disagio.
Forse la saggezza di Luciano Boero, nel nostro prossimo incontro, servirà a trovare qualche giustificazione, dando continuità al racconto di suo padre, da lui rimodernato, e che tanto mi ha saputo dare in termini di ricordi e riflessioni.


sabato 13 giugno 2015

UT NEW TROLLS: live in Carcare (SV)

Immagini di Valter Boati

A meno di un mese di distanza -era il 17 maggio- ho rivisto gli UT New Trolls in concerto, passando da Genova a Carcare, nell’entroterra savonese, il 10 giugno.
Rilevo differenze sostanziali tra le due situazioni.
Se nel primo caso il contesto era dedicato alla musica progressiva, contenuta in una manifestazione dal sapore internazionale (FIM, Fiera Internazionale della Musica), in quest’ultima occasione il palco era all’interno di una fabbrica al lavoro (laddove esistono forni per vetro il ciclo lavorativo non si arresta mai), la Verallia Saint Gobain, che da alcuni anni schiude le porte alla musica -e non solo- organizzando concerti che sono totalmente gratuiti e aperti al pubblico, che ha la possibilità di contribuire volontariamente con un fine benefico.
Oltre alla location -nell'ultimo caso non comune- la differenza rispetto al FIM risiede anche nella formazione, con la presenza di Elisabetta Garetti, violinista di stampo classico -1° violino del Teatro Carlo Felice di Genova- e di assoluto prestigio, che avevo avuto modo di apprezzare nel DVD “live@puccini.fi, di recente uscita.
Sottolineare l’ambiente e le diversità non è mero fatto di cronaca, perché un concerto riuscito richiede sempre un forte atto partecipativo, e quando il pubblico è in parte… occasionale, magari attratto da un nome rimasto nella mente, non è detto che tutto fili liscio.
Molti gli addetti ai lavori -musicisti e appassionati- ma anche tante famiglie, autorità locali e istituzioni aziendali. Beh… chi aveva un’idea arcaica legata alla band, ha potuto apprendere il volto attuale degli UT New Trolls, basati sugli storici Gianni Belleno (batteria) e Maurizio Salvi (tastiere), che hanno trovato una fantastica armonia con una manciata di musicisti più o meno giovani: Claudio Cinquegrana alla chitarra, Alessio Trapella al basso, Stefano Genti  alle tastiere, Umberto Dadà alla voce e la già citata Elisabetta Garetti, l’elemento dinamico della line up.
Impegno vocale suddiviso su tutto il gruppo per quanto riguarda i cori, mentre il ruolo di main vocalist passa da Dadà a Belleno, con episodico intervento di Trapella.

L’ambientazione inusuale ha il suo fascino, e la presenza di anime al lavoro è palese nei passaggi tra un brano e l’altro. A ricordare a tutti che il concerto è un’occasione speciale ci pensano le istituzioni che, sul palco, introducono la band, con la forte tendenza ad allungare i tempi, probabilmente atti obbligati, ma si sa, quando si è in attesa della musica le parole sono sempre troppe!
L’acustica “naturale” (un capannone con tettoia all’aperto) risulterà alla fine decente -almeno questa è l'impressione avuta dalla prima fila- e il folto pubblico seguirà l’evento arrivando a canticchiare sull’ultimo brano, “Quella carezza…”, non certo rappresentativo dell’attuale formazione, ma il passato va sempre preservato, soprattutto se significativo.
Pubblico presente in massa, con ogni possibile pertugio occupato con tenacia… uno spettacolo -anomalo di questi tempi- vedere così tante presenze per un concerto rock.
Corretto definirlo concerto rock?
In fase di pubblicizzazione il famoso “Concerto Grosso” emergeva come elemento principale, e in effetti l’idea di riviverlo con una violinista classica confortava il concetto di musica progressiva, commistione tra trame auliche, ritmi ed elementi “duri”, il tutto miscelato ad una buona dose di libertà interpretativa: era tutto questo un buon auspicio per una serata di piena soddisfazione musicale.
A fine concerto gli esperti e super professionisti Belleno e Salvi hanno mostrato qualche rammarico, tipico di chi vive il tutto mirando alla perfezione (l’umidità ha inciso sull’elettronica, le luci impedivano in certi momenti la lettura dello spartito, l’acustica… era quella che era), ma i due capitani di lungo corso sanno perfettamente che il risultato di un concerto prescinde dal problema tecnico, che occasionalmente arriva, e quando si riesce a creare la giusta sintonia con l’audience, quando si hanno risposte ad ogni domanda, quando dopo due ore di concerto si è ancora incollati ad una sedia e si trova gusto a canticchiare, si buon dire con buona dose certezza che lo scopo è stato raggiunto.
La scaletta a seguire ci racconta di un repertorio molto ampio, che parte dal 1968 e arriva i giorni nostri, che tocca cuore e memoria dei presenti quando arriva Signore io sono Irish o Miniera, che riporta al prototipo di Prog, che regala momenti fatti di vocalizzazioni spettacolari, di virtuosismo marcato, di trasporto estremo (il volto e la postura di Cinquegrana esprimono la gioia dello stare on stage), di spazi personali (il drummer Belleno regala un assolo che sollecita all’urlo molti dei presenti), di estensioni vocali inaspettate (grande Dadà!), mentre il “Maestro” Salvi detta i tempi e guida “l’orchestra” come solo lui sa fare. Trapella e Genti completano l’ensamble con personalità e grandi qualità trasversali.
Questa nuova creatura presenta una forte assonanza col passato, con una della assi portanti del sound Trolls, che è l’utilizzo delle voci, dei cori, degli incastri che mi pare tipica e caratterizzante della band, una sorta di brand che pare resista nel tempo, mantenendo un forte valore aggiunto.
Elisabetta Garetti non è solo associabile al Concerto Grosso.
Dopo una breve sosta viene richiamata sul palco per dare il suo contributo, calandosi nella parte della vera rocker, abbandonando la seriosità dell’abito lungo a favore di pantaloni in pelle e chemise, mantenendo il colore nero e mettendosi al servizio della squadra.

Il concerto mi è piaciuto, gustato da vicino, potendo tastare il polso di pubblico e artisti: captare l’atmosfera è lo stato che alla fine determina i miei giudizi, su cui non pesano mai gli inconvenienti tecnici -presenti sempre e comunque- avendo io come obiettivo principale l’afferrare ciò che si avverte nell’aria, e a Carcare, in quel mondo Saint Gobain in cui mi sono realizzato professionalmente, le note e le gocce di vetro hanno trovato il punto di incontro perfetto.
La cosa che ho apprezzato maggiormente, cercando di guardare oltre, sono le possibilità che una band del genere può fornire, perché la scelta delle pedine risulta sempre fondamentale per qualsiasi progetto si voglia intraprendere, e gli UT fanno immaginare un lungo viale tutto da percorrere, con lo sguardo rivolto al futuro.
All’appello mancheranno alla fine un paio di bis, anche questo sintomo del particolare pubblico, poco avvezzo ad eventi di questa portata, e quindi impreparato a richiedere il supplemento musicale.
A quel dirigente francese, impegnato con grande buona volontà -e qualche difficoltà- a spiegare la valenza storica dei New Trolls, vorrei contrapporre il mio ricordo antico: era il 1992, mi trovavo a Kunsan, Corea del Sud, e sulla mia giacca avevo le mostrine di Saint Gobain. Per combattere la tristezza cercai un negozio di dischi, l’unico esistente in quel luogo; nella vetrina principale un unico vinile, italiano: Concerto Grosso!


Scaletta
-Intro- XXII Strada
-I Cavalieri del Lago dell’Ontario
-Concerto Grosso 1-Allegro
-CG1-Adagio
-CG1-Andante con Moto
-Improvvisazione nella sala vuota
-Concerto Grosso 2-Vivace
-CG2-Andante (Most Dear Lady)
-CG2-Moderato (Fare you well dove)
-L’amico della porta accanto
-Signore io sono Irish
-C’è troppa guerra
-Paganini-Per ogni lacrima
-Sarà per noi
-Vorrei comprare una strada
-Chi mi può capire
-La prima goccia bagna il viso
-Miniera
-Le roi soleil
Quella carezza della sera


venerdì 12 giugno 2015

E' online MAT2020 di Giugno


MAT2020 è online, scaricabile o fruibile in rete… un altro numero da 100 pagine, free, ricco di contenuti… imperdibile!
Stefano Pietrucci ci regala la foto di copertina scattata nell’occasione del Concerto del Primo Maggio, a Roma: fa piacere verificare che il concetto … la MUSICA non ha età” non sia retorica ma pura realtà!
Aiutateci a diffondere il verbo!

mercoledì 10 giugno 2015

MAT2020 di giugno... manca poco all'uscita


Manca poco all'uscita del numero di giugno di MAT2020, che come al solito presenta un ventaglio di argomenti di grande interesse musicale.
Partiamo da tre nuovi “aiuti”: Cristiano Ramognino ci descrive il mondo dei Dire Straits, mentre Giovanni De Santis ci parla del prossimo Festival di Lanuvio, ormai un appuntamento fisso del caratteristico paese laziale; chiude le news entry Niccolò Enrile, che racconta di un modo sconosciuto al… papà, quello del RAP.
Sul settore “nuovi album” si sottolinea il ritorno, dopo quarant’anni, del cantautore Stelio Gicca Palli e il disco dei Quanah Parker, una band da pubblicizzare in ogni occasione.
Largo spazio alla lettura, con la presentazione di un book dedicato agli Eagles, con annessa intervista all’autore, Sergio D’Alesio, e refresh/aggiornamento per un vecchio libro di Fabrizio Poggi, naturalmente correlato al mondo del blues.
Il racconto dei concerti è affidato a Jacopo Muneratti, che descrive lo stato di forma di Ian Anderson e amici; per Jacopo anche un secondo articolo, dove prova a realizzare la difesa di Phil Collins, spesso attaccato da un certo settore musicale.
Ci pensa poi Stefano Pietrucci a completare il panorama degli eventi live, regalandoci un reportage sul Concerto del 1° Maggio, a Roma, e sulla performance di fine Aprile della PFM, con la presenza del nuovo chitarrista.
L’angolo del fan è affidato, come spesso in passato, a Roberto Attanasio, l’esperto del mondo “GOBLIN”, che descrive il suo incontro -e il concerto al FIM 2015- con i Cherry Five.
Glauco Cartocci approfondisce un tema controverso, quello dell’improvvisazione musicale, contrapposta alla rigidità di “spartito”, mentre Riccardo Storti e Alberto Sgarlato rispolverano momenti del passato, da Claudio Pascoli ai Marillon.
Completano la serie degli spazi fissi i pezzi di Maurizio Mazzarella (metal) e Mauro Selis, che oltre al consueto angolo a sfondo psicologico ci porta, come al solito, nel prog poco conosciuto, in questo caso proveniente dal Brasile.
Franco Vassia ci guida al recupero di un capolavoro, Orfeo 9 e cito per ultimo Aldo Pancotti, meglio conosciuto come Wazza Kanazza, che realizza l’articolo che non ti aspetti, capace di coniugare storia, cuore e stretta attualità, e che ha come focus i “Fratelli in musica”.
Non so a voi, ma a noi MAT 2020 piace sempre di più!


martedì 9 giugno 2015

THESE RADICAL SHEEP-"SOUNDTRACK FOR BREAKFAST"


Ogni inizio di giornata presenta un rituale, un frammento di aggregazione -con altri o con se stessi- prima di partire per una nuova avventura che, forse, riserverà importanti sorprese, e si rimane nell’incertezza… meglio un po’ sana routine o il non conosciuto?
THESE RADICAL SHEEP, band veneta, propone all’esordio discografico un album originale, piacevole, e dai significati precisi, una sorta di concept che unisce gli otto episodi attraverso un valido collante, che prova a fissare la quotidianità con differenti possibili visioni, che diventano inevitabilmente rappresentativi di una vita.
Non sono poi molti gli stati d’animo che ci mettono in moto, e i sentimenti non cambiano, nemmeno con il susseguirsi delle primavere.
SOUNDTRACK FOR BREAKFAST”, questo il titolo del disco, rappresenta la colonna sonora delle nostre esistenze, e l’utilizzo di suoni e parole aumentano l’incisività di un feeling che spesso resta intrappolato nel nostro intimo. Ma i musicisti hanno qualche possibilità espressiva in più, rispetto a chi è dedito al mero ascolto.
Prendo un brano a caso, Looking For, che presento a seguire dopo averlo catturato dalla rete; ho estrapolato alcuni passaggi:

We have nothing to share, we are so different, and it is every day more true, you like the mountain but I love the sea, you never understand me; I have to looking for find another way to understand you. I have my habits, you have your patterns…this is our tragedy, you never understand me. I have to looking for find another way to understand you.

Storia di incomprensioni, freddezza, incompatibilità apparente però… resta la voglia di provarci ancora!
Sono questi momenti purtroppo comuni, che una volta presa la via della musica cambiano aspetto, si percepiscono e si assimilano in modo diverso, e spesso la negatività diventa poesia.
Frasi come … “I colori appartengo al sole e tu appartieni alle stelle…”, oppure “felicità è trovare un po’ di tempo da passare assieme…” sono il risultato della semplicità di sentimenti, quella cui si dovrebbe sempre ambire, e THESE RADICAL SHEEP disegnano otto affreschi che sanno di normalità e di eternità.
In The Middle” è una delle loro creazioni, e proprio “nel mezzo” mi è venuto spontaneo collocarli sentendo la loro musica, un folk blues che si piazza a metà strada tra Nashville e Memphis, due capitali musicali separate da sole tre ore di macchina, capaci di racchiudere l’essenza, le radici culturali e sonore da cui molti hanno attinto nel corso della maturazione personale.
Band prettamente acustica, abbastanza in controtendenza rispetto alle giovani proposte attuali, ormai compresse tra rock estremo, rap, e formato talent, i TRS presentano un lavoro davvero pregevole, raffinato, curato, che lascia l’impronta al primo ascolto. La voce di Daniele Scarante propone liriche in lingua inglese -e non poteva essere altrimenti- che permettono il salto a ritroso nel tempo -e nello spazio- e il colore dell’ambientazione assume un aspetto soffuso che induce a sognare, a viaggiare, e a cogliere le parti di dobro e banjo come una via da seguire, step by step, per almeno otto volte.

E se la fase live trovasse corrispondenza con quella “studio”, beh… complimenti ragazzi!


Daniele Scarante: voce
Andrea Ometto: chitarra
Michele Spagnolo: dobro, banjo
Alberto Zuanon: basso
Marco Zuanon: batteria

Registrato, missato e prodotto nel Dicembre 2014
da Francesco Ambrosini al Vaggimal Studio Recordings
in Lessinia (VR)
Cover Photo: Giulia Perin

CD
Autoproduzione

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Granita Press: granitapress@gmail.com

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