venerdì 22 agosto 2025

Buon Compleanno a Roland Orzabal, il visionario sonoro dei Tears for Fears

 


Ricordiamo oggi Roland Orzabal, la mente creativa dei 

Tears for Fears


Il 22 agosto del 1961 nasceva Roland Orzabal, il co-fondatore, chitarrista, cantante e principale compositore dei Tears for Fears. La sua figura è stata fondamentale nel definire un sound che ha attraversato generazioni, combinando profondità lirica con una raffinata complessità musicale.

Roland Orzabal, insieme a Curt Smith, ha plasmato i Tears for Fears in una delle band più influenti degli anni '80 e oltre. Ciò che distingue Orzabal è la sua straordinaria capacità di tradurre concetti psicologici e filosofici complessi in testi e melodie che risuonano universalmente. 

Album come The Hurting e il multiplatino Songs from the Big Chair non sono solo successi commerciali, ma veri e propri manifesti artistici che esplorano temi come la terapia primaria, l'alienazione e la ricerca dell'identità. Brani iconici come "Shout", "Everybody Wants to Rule the World" e "Sowing the Seeds of Love" sono esempi lampanti della sua maestria nel creare canzoni che sono al tempo stesso intellettualmente stimolanti e irresistibilmente accattivanti.

Il genio di Orzabal risiede nella sua abilità di orchestrare arrangiamenti complessi, spesso incorporando elementi di synth-pop, new wave, art rock e persino influenze sinfoniche, creando un suono ricco e stratificato. La sua voce, potente e distintiva, si alterna e si fonde con quella di Curt Smith, creando armonie vocali che sono diventate un marchio di fabbrica della band.

Anche dopo le pause e le riunioni, Orzabal ha mantenuto una coerenza artistica e una visione che hanno permesso ai Tears for Fears di rimanere rilevanti e apprezzati.

Orzabal non è solo un musicista eccezionale, ma un pensatore, un innovatore e un maestro nel creare paesaggi sonori che invitano alla riflessione. La sua influenza sulla musica pop e rock è innegabile, e il suo contributo continua a essere una pietra miliare per chiunque apprezzi la musica con sostanza e profondità.

Evidenziamo quindi oggi, nel giorno della sua nascita, il talento e la visione di Roland Orzabal, un artista che ha saputo elevare la musica pop a una forma d'arte profonda e significativa.



giovedì 21 agosto 2025

Compie gli anni Enrico Maria Papes, il cuore pulsante de I Giganti

 


Enrico Maria Papes, il talentuoso batterista che ha scandito il ritmo della celebre band italiana I Giganti, festeggia oggi il suo compleanno. La sua figura è legata a uno dei gruppi più significativi della musica italiana degli anni '60, un'epoca di fervente creatività e profondi cambiamenti culturali.

Nato a Milano, Papes ha iniziato il suo percorso musicale con il contrabbasso, ma ben presto ha scoperto la sua vera vocazione dietro il set di batteria. Il suo stile si è fuso perfettamente con le sonorità de I Giganti, contribuendo a creare un sound riconoscibile e d'impatto. Insieme a Checco Marsella, Sergio Di Giulio, e Mino Di Martino, ha dato vita a brani che sono diventati veri e propri classici.

Chi non ricorda l'intramontabile successo di "TEMA"? Questo brano, con il suo testo potente e il suo arrangiamento orchestrale, è diventato uno dei manifesti di un'intera generazione, e la batteria di Papes ne è la spina dorsale. Ma il loro repertorio è stato molto più vasto, spaziando da composizioni impegnate - come l'album "TERRA IN BOCCA" - a pezzi più energici che dimostravano la versatilità del gruppo, come "In paese è festa"e "Proposta".

Enrico Maria Papes è stato un vero e proprio artigiano del ritmo, capace di imprimere il suo tocco personale a ogni canzone. La sua tecnica, unita a una sensibilità artistica non comune, ha contribuito a definire il sound de I Giganti, rendendoli unici nel panorama musicale italiano.

Anche dopo lo scioglimento della formazione originale, Papes ha continuato a mantenere viva la sua passione per la musica, testimoniando un amore percussivo che non si è mai spento.





mercoledì 20 agosto 2025

L'armonia fragile: la saga di Crosby, Stills, Nash & Young

 


La storia di Crosby, Stills, Nash & Young è una sinfonia di armonie celestiali e dissonanze profonde, un intreccio di talenti individuali brillanti e personalità vulcaniche che si sono attratte e respinte con la forza di magneti impazziti. La loro unione, seppur effimera e costellata di drammi, ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale, definendo un'epoca e regalando al mondo alcune delle melodie più evocative e politicamente cariche del loro tempo.

Il seme di questo supergruppo germogliò dalle ceneri di band iconiche. David Crosby, con la sua barba da corsaro e la sua mente acuta e spesso caustica, era stato un membro fondatore dei Byrds, pionieri del folk-rock psichedelico. Stephen Stills, un virtuoso della chitarra con un'anima blues e un'ambizione smisurata, aveva guidato i Buffalo Springfield, un gruppo effimero ma cruciale che aveva anche lanciato un certo Neil Young. Graham Nash, il cantautore melodico e pacato, aveva conquistato le classifiche con gli Hollies, portando con sé un'innata sensibilità pop.

La scintilla scoccò in una festa a Los Angeles nel 1968. Crosby, reduce dalla sua burrascosa uscita dai Byrds, e Stills, fresco della dissoluzione dei Buffalo Springfield, si ritrovarono a cantare insieme, le loro voci che si fondevano in un'armonia spontanea e magica. Nash, in visita alla prossima compagna Joni Mitchell, rimase folgorato da quella chimica vocale immediata. Quella notte, tra chiacchiere, fumo e la promessa di qualcosa di nuovo, nacque l'embrione di un progetto che avrebbe ridefinito il concetto di supergruppo.

 

Il loro primo album, "Crosby, Stills & Nash", pubblicato nel 1969, fu un trionfo immediato. Le loro armonie intricate e perfette, le melodie orecchiabili e i testi, che spaziavano da riflessioni intime a commenti sociali incisivi, conquistarono il pubblico e la critica. Brani come "Suite: Judy Blue Eyes", un'ode complessa e toccante all'amore perduto di Stills, "Marrakesh Express", con la sua atmosfera esotica e sognante portata da Nash, e "Long Time Gone" di Crosby, un lamento amaro sulla morte di Robert Kennedy, diventarono immediatamente classici.

Il successo fu travolgente, ma l'assenza di un tastierista e di un batterista stabili si fece sentire durante i loro primi concerti. Fu a questo punto che entrò in scena Neil Young. Stills e Young avevano avuto un rapporto tumultuoso ma artisticamente fecondo ai tempi dei Buffalo Springfield, e l'idea di riunire quei due talenti incandescenti, uniti alle armonie celestiali di Crosby e Nash, prometteva qualcosa di unico e potente.

L'aggiunta di Young trasformò il trio in un quartetto leggendario, ma portò con sé anche una dose extra di imprevedibilità e tensione. Young, un artista schivo e indipendente per natura, accettò di unirsi al gruppo a condizione di mantenere la sua libertà creativa e la possibilità di dedicarsi ai suoi progetti solisti. Questa dinamica instabile divenne una costante nella storia di CSN&Y.

Il loro primo album come quartetto, "Déjà Vu" (1970), fu un altro successo planetario, un'istantanea perfetta di un'epoca di cambiamenti sociali e politici. Canzoni come la title track, con le sue armonie malinconiche e il suo senso di presagio, "Woodstock" di Joni Mitchell (interpretata con vibrante energia dalla band) e "Teach Your Children" di Nash, un inno alla comprensione intergenerazionale, divennero la colonna sonora di una generazione.

L'apice della loro carriera fu il tour di "Déjà Vu", un'impresa mastodontica che li consacrò come una delle band più importanti del mondo. Tuttavia, le tensioni interne, alimentate da ego smisurati, divergenze artistiche e un crescente abuso di droghe, iniziarono a incrinare l'armonia fragile del gruppo.

Le sessioni per il loro secondo album come quartetto si rivelarono un disastro, un caos di litigi, egoismi e mancate collaborazioni. L'album non vide mai la luce nella sua forma originale, e i quattro musicisti intrapresero strade separate, concentrandosi sulle loro carriere soliste, spesso di grande successo.

Nei decenni successivi, la storia di CSN&Y fu un susseguirsi di reunion sporadiche, spesso accolte con grande entusiasmo dai fan, ma puntualmente interrotte da vecchi rancori e nuove incomprensioni. Ogni volta che le loro voci si univano di nuovo, la magia originaria riaffiorava, ricordando al mondo la bellezza e la potenza della loro armonia unica.

La loro saga è un monito sulla fragilità dei legami creativi quando vengono messi alla prova da ambizioni individuali e demoni personali. Ma è anche una celebrazione di un momento irripetibile nella storia della musica, quando quattro talenti straordinari si incontrarono e, per un breve ma intenso periodo, crearono un'armonia che continua a risuonare nel cuore di chi crede nel potere della musica di unire e di emozionare. La loro storia rimane un'armonia fragile, forse, ma una melodia indimenticabile.







martedì 19 agosto 2025

Ginger Baker: 19 agosto 1939 nasceva l'artigiano del ritmo tra rock, jazz e Africa

 


Il 19 agosto 1939 nasceva Peter Edward "Ginger" Baker, un nome destinato a scolpire il suono della batteria nella storia del rock. Ben più che un semplice percussionista, Baker è stato un pioniere, un batterista fusion che ha fuso la potenza del rock con la complessità del jazz e l'anima ritmica dell'Africa, creando uno stile inimitabile e profondamente influente. La sua carriera, segnata da un talento torrenziale e una personalità vulcanica, lo ha reso una figura leggendaria e controversa del panorama musicale.

Prima di diventare una star del rock, Baker era un musicista jazz. Cresciuto a Londra, si immerse nella scena del trad jazz britannico, assorbendo lezioni fondamentali sull'improvvisazione e sulla poliritmia. I suoi primi eroi non furono i batteristi rock, ma giganti del jazz come Max Roach e, soprattutto, Phil Seamen, il suo mentore. Da loro imparò la fluidità, la tecnica e la capacità di raccontare una storia con le percussioni, competenze che portò con sé quando la musica si fece più rumorosa.

Il punto di svolta arrivò con la formazione dei Cream nel 1966, un supergruppo con Eric Clapton alla chitarra e Jack Bruce al basso. Qui, il talento di Baker esplose in tutta la sua potenza. 

Nei Cream, la batteria non era un semplice accompagnamento, ma una voce solista che si intrecciava in intricate conversazioni con gli altri strumenti. Brani come "Toad" non erano solo assoli, ma manifestazioni di un virtuosismo senza precedenti nel rock. Baker introduceva nel genere schemi ritmici complessi e un'improvvisazione che lo distinguevano da tutti i suoi contemporanei.

Dopo la breve ma intensissima avventura con i Cream, Baker seguì una passione che covava da tempo: la musica africana. Il suo viaggio in Nigeria fu una vera e propria epifania. Qui, studiò e collaborò con il leggendario Fela Kuti, immergendosi nelle poliritmie complesse dell'afrobeat. Questa esperienza non fu solo un'ispirazione, ma una trasformazione profonda. Il suo stile si arricchì di nuovi colori e texture, portandolo a fondare la band Ginger Baker's Air Force, un collettivo multiculturale che combinava rock, jazz e ritmi africani in un audace esperimento sonoro.

Il resto della sua carriera fu una continua esplorazione, tra progetti solisti, collaborazioni con artisti del calibro di Fela Kuti e Bill Frisell, e la formazione di diverse band. Nonostante le difficoltà personali e i problemi di salute, Baker ha sempre mantenuto una devozione incrollabile per il suo strumento e per la musica.

Ginger Baker è scomparso il 6 ottobre 2019. Non è stato solo un maestro della batteria, ma un pioniere che ha spinto i confini del suo strumento e ha dimostrato che la tecnica jazz poteva coesistere con l'energia del rock. La sua influenza si ritrova in generazioni di batteristi che hanno cercato di emulare la sua potenza, la sua grazia e la sua inventiva.

La sua musica è un'affermazione del fatto che il ritmo può essere un linguaggio universale, capace di unire stili e culture apparentemente distanti. Ginger Baker rimarrà per sempre uno dei grandi, un vero artigiano del ritmo il cui battito continua a risuonare nella storia della musica.




lunedì 18 agosto 2025

Il 18 agosto 2012 ci lasciava Scott McKenzie, voce della generazione Flower Power

 


"Se stai andando a San Francisco, non dimenticare di mettere qualche fiore tra i capelli"


Il 18 agosto 2012, ci lasciava Scott McKenzie. Il cantante, noto in tutto il mondo per l'inno generazionale "San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)", si è spento nella sua casa di Los Angeles all'età di 73 anni, una morte è avvenuta dopo una lunga battaglia contro la sindrome di Guillain-Barré, una rara malattia autoimmune che lo aveva afflitto negli ultimi anni.

Nato Philip Wallach Blondheim il 10 gennaio 1939, McKenzie è stato molto più che l'interprete di un'unica canzone. La sua carriera, sebbene brevemente sotto i riflettori globali, è stata un riflesso autentico degli ideali del suo tempo. Amico d'infanzia di John Phillips dei Mamas and the Papas, McKenzie era immerso nella vibrante scena musicale della East Coast prima di diventare una figura di spicco del movimento "flower power".

Il suo successo più grande, "San Francisco", fu scritto da John Phillips per promuovere il Festival del Rock di Monterey del 1967. La canzone, con il suo messaggio di amore, pace e ribellione pacifica, divenne rapidamente un fenomeno mondiale, raggiungendo le vette delle classifiche in molti paesi e incarnando lo spirito della "Summer of Love". Non era solo un brano musicale; era un manifesto. La sua voce dolce e malinconica, accompagnata da un arrangiamento che evocava immagini di libertà e fratellanza, ha reso "San Francisco" un brano immortale.

Sebbene McKenzie non abbia mai replicato quel successo a livello commerciale, la sua influenza e il suo impatto culturale sono rimasti indelebili. Ha continuato a lavorare nella musica, anche con i Mamas and the Papas in tour negli anni '80. La sua vita, lontana dai riflettori che lo avevano illuminato per un breve periodo, è stata un testamento alla sua integrità artistica.

La scomparsa di Scott McKenzie segna la fine di un'era. La sua voce rimarrà per sempre legata a un momento di speranza e idealismo, un'epoca in cui la musica era uno strumento di cambiamento. Oggi, mentre ricordiamo il suo contributo, continuiamo a sentire l'eco di quella melodia e di quel messaggio che ha fatto di San Francisco il cuore di una generazione: "If you're going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair."








domenica 17 agosto 2025

Deep Purple: Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Child in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.

Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.

Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 
(Da un racconto di Mark Paytress)


Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.








sabato 16 agosto 2025

Shel Shapiro: compie gli anni un'icona del beat italiano

 


Norman David Shapiro, per tutti semplicemente Shel Shapiro, nasce a Londra il 16 agosto 1943. Figlio di un pugile ebreo e di una casalinga, cresce in un quartiere popolare dove sviluppa la sua passione per la musica, imparando a suonare la chitarra da autodidatta. A metà degli anni '60, arriva in Italia e fonda un gruppo destinato a diventare uno dei nomi più importanti della musica beat: i Rokes.

Con i Rokes, Shel Shapiro si impone come leader carismatico, portando in Italia un sound fresco e innovativo, ispirato ai grandi gruppi britannici come i Beatles e i Rolling Stones. Canzoni come "Che colpa abbiamo noi", "È la pioggia che va" e "C'è una strana espressione nei tuoi occhi" diventano inno di un'intera generazione, scalando le classifiche e conquistando il cuore di milioni di giovani. La loro energia sul palco e il loro look inconfondibile li rendono un fenomeno di costume, capaci di influenzare non solo la musica, ma anche la moda dell'epoca.

Il successo dei Rokes dura fino al 1970, anno del loro scioglimento. A quel punto, Shel decide di rimanere in Italia e intraprendere una carriera da solista. Oltre a continuare a cantare, si dedica a tempo pieno alla produzione musicale, collaborando con artisti del calibro di Mia Martini, Alberto Fortis e Loretta Goggi. La sua sensibilità e la sua esperienza si rivelano fondamentali per la nascita di alcuni dei più grandi successi della musica italiana.

Negli anni '80 e '90, Shel Shapiro continua a lavorare dietro le quinte, componendo colonne sonore per il cinema e il teatro e portando avanti la sua passione per l'arte e la cultura. Negli ultimi anni, è tornato sulle scene, sia con spettacoli teatrali che con nuovi progetti musicali, dimostrando una vitalità e una creatività senza tempo.

La storia di Shel Shapiro è la storia di un artista poliedrico, un'anima rock che ha saputo reinventarsi e rimanere sempre fedele alla sua passione per la musica. Dalla Londra degli anni '60 all'Italia del boom economico, la sua vita è un viaggio affascinante, fatto di successi, cambiamenti e una costante ricerca di nuove espressioni artistiche. Il suo contributo alla musica italiana è indiscusso e la sua figura rimane un punto di riferimento per intere generazioni di artisti.






Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky...


Ospitata in quella che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi di Sonny Boy Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in quella fatale notte.

La popolarità di Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30 grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi soprannaturale.

Nel luglio 1938, dopo molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood.
Il sabato sera suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del proprietario della bettola.
Sonny Boy Williamson racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”,  lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto.
Non appena ricominciò a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco.
Al whisky era stata aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.

Da “Io C’ero”, di Mark Paytress 





venerdì 15 agosto 2025

Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles



Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965

"Now, ladies and gentlemen, honoured by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The Beatles!"


Fu l’apice della Beatlemania: 55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento intravedevano i Fab Four al di là del recinto di protezione.

A qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il risultato delle partite.

E’ stato il più grande concerto mai visto”, dichiarò entusiasta John Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.

Un attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana (una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.

Da Wall Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un veicolo li attendeva per portarli a destinazione.

Ma bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles tornasse a galla.

John Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando al piano un trascinante "I'm Down".

In realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano più semplici  artifici scenici . “Avevo sbiellato” ammise Lennon diversi anni più tardi.
(Note di Mark Paytress)


Set list

Twist And Shout
She's A Woman
I Feel Fine
Dizzy Miss Lizzy
Ticket To Ride
Everybody's Trying To Be My Baby
Can't Buy Me Love
Baby's In Black
I Wanna BeYour Man
A Hard Day's Night
Help!
I'm Down





giovedì 14 agosto 2025

The Who-"Who's Next": un must del rock!

Artista: The Who

Titolo: Who's Next

Pubblicazione: 14 agosto 1971

Durata: 43:39

Genere: Rock

Etichetta: Decca Records

Produttore: The Who, Glyn Johns

Registrazione: marzo - maggio 1971


Ogni tipo di giudizio relativo ad un progetto musicale è opinabile, tutto passa attraverso sensazioni e preferenze personali, ma esistono le fondamenta e poi tutto il contorno, e quando mi riferisco alle “fondamenta” penso a contenitori sonori che mettono tutti d’accordo, sia per la loro “bellezza specifica” che per la capacità dimostrata nel tempo di saper influenzare ciò che arriverà dopo, diventando di fatto un “apripista” del genere di riferimento.

Vorrei descrivere uno di questi dischi in modo estremamente semplice, immaginando di utilizzare l’articolo per avvicinare un giovane, un neofita, e provare ad incuriosirlo.

A fine post sarà possibile ascoltare ogni singola traccia dell’album con l’aggiunta di un contributo video.

Il disco in questione è "Who's Next" dei The Who, senza dubbio - e di questo sono certo - uno dei migliori album rock di tutti i tempi. Qualche dettaglio… ma non troppi!

Quinto album in studio della band inglese, fu pubblicato il 14 agosto 1971 dalla Decca Records e contribuì a consolidare la reputazione della band, una delle più influenti e innovative nel panorama musicale dell'epoca.

Una delle caratteristiche distintive di "Who's Next" è la potenza e l'energia delle performance musicali.

L'album si apre con la celebre "Baba O'Riley", una canzone iconica caratterizzata dal maestoso synth introduttivo e dai riff di chitarra potenti. La voce di Roger Daltrey è intensa e appassionata, mentre la sezione ritmica composta da John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria fornisce una base solida e dinamica.

Il punto centrale dell'album è la lunga suite "Won't Get Fooled Again", un brano epico - con il suo potente finale di chitarra e le urla strazianti di Daltrey – che cattura l'essenza del rock 'n' roll e la ribellione giovanile dell'epoca: ancora oggi continua ad essere considerata un classico del rock.

Altri brani degni di nota includono "Behind Blue Eyes", una ballata emotiva e struggente che mette in luce il talento vocale di Daltrey, e "My Wife", scritta da John Entwistle e unico brano dell'album che non porta la firma di Pete Townshend. "The Song Is Over" è un altro momento memorabile dell'album, con il suo arrangiamento ricco di strati sonori e le armonie vocali impeccabili.

Un elemento che rende "Who's Next" così speciale è anche la produzione di Glyn Johns, che ha saputo catturare perfettamente l'energia cruda e l'urgenza delle esecuzioni della band. L'album suona fresco e potente anche dopo oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione.

Inoltre, "Who's Next" è un album che ha avuto un impatto significativo sulla musica rock successiva, con l'uso innovativo dei sintetizzatori e degli arrangiamenti strumentali che ha aperto nuove strade per la sperimentazione sonora nel rock, influenzando generazioni di musicisti.

"Who's Next" appare come album senza tempo, che dimostra la grandezza della band. Le performance straordinarie, i testi potenti e la produzione impeccabile si combinano per creare un'esperienza musicale indimenticabile.

Un must per qualsiasi collezione musicale!

La rivista Rolling Stone lo ha inserito al 28º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

 

Curiosità 

Dopo la pubblicazione del precedente album, “Tommy”, nel 1969, Pete Townshend concepì un'altra opera rock intitolata “Lifehouse”, che avrebbe dovuto fondere rock e teatro, ma il progetto non si concretizzò e il chitarrista decise di salvarne comunque le tracce da pubblicare nel nuovo album del gruppo, “Who's Next” appunto.

L'abbandono del complesso progetto di “Lifehouse” diede quindi al gruppo maggiore libertà, senza bisogno di mettere in sequenza i brani per realizzare un concept album (come fatto per “Tommy”). Ciò permise alla band di concentrarsi sui singoli brani, rifinendoli per bene e uniformando la sonorità.


La copertina 

La copertina è una foto del gruppo scattata a Easington Colliery, ritratto apparentemente realizzato dopo aver finito di urinare su un monolite di cemento. Secondo il fotografo Ethan Russell, la maggior parte degli Who non fu in grado di urinare davvero, e quindi venne gettata dell'acqua sui lati della costruzione per simularne l'effetto.

Il monolite presente in copertina viene spesso visto come un ironico riferimento al celebre monolite del film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che era uscito nei cinema solo tre anni prima e per il quale la band avrebbe dovuto comporre alcune delle musiche.

Nel 2003, il canale televisivo americano VH1 ha nominato la copertina di “Who's Next” come una delle migliori di sempre.

Esiste una versione scartata della copertina dell'album, che avrebbe dovuto raffigurare delle donne nude obese, ma l'idea venne accantonata quasi subito. Altra copertina alternativa a cui si era pensato, era una foto del batterista Keith Moon vestito in lingerie nera, con una frusta in mano e una parrucca da donna in testa.


Tracce edizione originale (cliccare sul titolo per ascoltare)


Lato A

Baba O'Riley - 5:09

Bargain - 5:34

Love Ain't For Keeping - 2:11

My Wife - 3:41 (John Entwistle)

The Song Is Over - 6:16

Lato B

Getting In Tune - 4:50

Going Mobile - 3:43

Behind Blue Eyes - 3:39

Won't Get Fooled Again - 8:38


Formazione

Roger Daltrey - voce

Pete Townshend - chitarra, pianoforte, sintetizzatore

John Entwistle - basso

Keith Moon – batteria


Musicisti aggiuntivi

Nicky Hopkins – pianoforte in “The Song Is Over” e “Getting in Tune”

Dave Arbus – violino in “Baba O'Riley”

Al Kooper – organo nella versione alternativa di “Behind Blue Eyes”

Leslie West – chitarra nella versione estesa di “Baby Don't You Do It” (bonus track del ‘95


Produzione

Kit Lambert, Chris Stamp, Pete Kameron – produttori esecutivi

Produzione musicale: The Who & Glyn Johns

Ingegnere del suono: Glyn Johns

Fotografie: Ethan A. Russell


The Who nel 1971







Woodstock 1969: l'anima di una generazione in tre giorni di musica e pace

 


Musica, fango e un'utopia di pace: il festival che ha segnato un'epoca


Nel cuore di una tumultuosa estate del 1969, mentre il mondo era scosso da conflitti sociali, tensioni politiche e la guerra del Vietnam, un evento destinato a diventare un'icona culturale si materializzò in un'anonima fattoria a Bethel, nello stato di New York. Il "Woodstock Music & Art Fair", un festival originariamente pensato per attrarre circa 50.000 persone, si trasformò in un raduno spontaneo e pacifico di oltre 500.000 giovani. Questo evento non fu solo un concerto, ma una potente manifestazione di una controcultura che aspirava a ideali di pace, amore, e libertà.

L'idea nacque da quattro giovani intraprendenti: Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. La loro visione era quella di creare un festival che unisse musica, arte e una comunità di persone con visioni simili. Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un'area di 1,2 km² nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto., ma l'opposizione locale costrinse gli organizzatori a cercare in fretta una nuova location. La salvezza arrivò da Max Yasgur, un contadino che offrì il suo terreno di 600 acri a Bethel. La decisione di Yasgur di ospitare il festival, nonostante le proteste dei suoi vicini, è rimasta un simbolo di apertura e tolleranza.

Il cartellone di Woodstock fu una vera e propria enciclopedia della musica rock, folk e blues dell'epoca. Per tre giorni, dal 15 al 18 agosto, il palco divenne un altare sonoro per artisti leggendari e talenti emergenti. Richie Havens aprì il festival con una performance improvvisata e toccante, dando il via a una carrellata di esibizioni memorabili.

Joe Cocker, con la sua interpretazione graffiante di With A Little Help From My Friends dei Beatles, catturò l'anima del pubblico. Janis Joplin, con la sua voce potente e la sua presenza magnetica, si confermò una delle figure più carismatiche del rock. La performance dei Jefferson Airplane incarnò lo spirito psichedelico e ribelle del movimento.

Il clou del festival fu senza dubbio la performance di Jimi Hendrix, che chiuse l'evento la mattina di lunedì. La sua epica e distorta esecuzione dell'inno nazionale americano, "The Star-Spangled Banner", divenne un'iconica protesta contro la guerra del Vietnam, un grido di dolore e speranza che risuonava perfettamente con il sentimento di una generazione.

Oltre alla musica, ciò che rese Woodstock un evento storico fu l'incredibile esperienza umana che si sviluppò. Le previsioni meteorologiche avverse, con piogge torrenziali che trasformarono il prato in una palude di fango, non scoraggiarono i partecipanti. Anzi, la condivisione di cibo, acqua e rifugi divenne un simbolo di solidarietà e di una comunità che si autogestiva in modo pacifico.

La logistica crollò sotto il peso della folla inaspettata, ma la gente si aiutò a vicenda. Nonostante le condizioni spartane e l'assenza di servizi adeguati, non si registrarono episodi di violenza. L'atmosfera era permeata da un senso di fratellanza e di utopia.

Woodstock non fu solo un concerto; fu un punto di svolta. Divenne il manifesto di una generazione che cercava un'alternativa alle convenzioni sociali e politiche del tempo. L'evento dimostrò che centinaia di migliaia di persone potevano coesistere in pace, un messaggio potente in un'epoca di conflitti.

Il festival ha lasciato un'eredità incancellabile nella musica, nella cultura popolare e nella storia sociale. Ha ispirato innumerevoli altri festival e ha consolidato l'idea che la musica potesse essere un veicolo di cambiamento e un potente strumento di espressione collettiva. A distanza di oltre mezzo secolo, "tre giorni di pace e musica" rimangono un simbolo di speranza e di un'utopia, per quanto breve, che ha ridefinito il significato di una generazione.







mercoledì 13 agosto 2025

Il 13 agosto del 1970 usciva "Metamorphosis", il cambio di passo degli Iron Butterfly


Album: Metamorphosis

Artista: Iron Butterfly

Pubblicazione: 13 agosto 1970-pubblicato negli Stati Uniti

Durata: 40:49

Genere: Rock psichedelico-Acid rock-Hard rock-Proto-metal

Etichetta: ATCO Records

Produttore: Richard Podolor

Arrangiamenti: Iron Butterfly, Richard Podolor

Registrazione: Studio City al American Recording Company nel maggio/luglio 1970

 

L'album "Metamorphosis" degli Iron Butterfly fu pubblicato il 13 agosto del 1970 da ATCO Records, ed è stato uno dei loro lavori più sperimentali e diversi rispetto al loro sound tradizionale. È stato il primo album della band ad essere pubblicato dopo l'uscita del cantante originale Doug Ingle, che lasciò la band poco prima delle registrazioni.

"Metamorphosis" presenta una varietà di stili musicali che spaziano dal rock psichedelico al blues e al country.

L'album si apre con "Free Flight", una lunga traccia strumentale che mette in mostra l'abilità strumentale dei membri della band. La successiva "New Day" è una canzone dalle sonorità country-rock, che mostra il nuovo stile musicale che gli Iron Butterfly stavano esplorando all’epoca.

Uno dei punti salienti dell'album è sicuramente la cover di "Easy Rider (Let the Wind Pay the Way)", originariamente interpretata da Roger McGuinn dei The Byrds. Gli Iron Butterfly aggiungono la loro impronta alla canzone, creando una versione unica e coinvolgente.

E poi “Butterfly Bleu” - che propongo in video a seguire - che riporta allo stile della mega-hit del gruppo “In-A-Gadda-Da-Vida”, soprattutto per la durata (17:05 minuti di In-A-Gadda-Da-Vida contro i 14:03 minuti di Butterfly Bleu).

Tuttavia, nonostante la diversità musicale presente in "Metamorphosis", l'album non raggiunse il successo commerciale dei lavori precedenti. Alcuni critici musicali ritennero che la mancanza di un frontman vocale come Doug Ingle avesse influenzato negativamente la ricezione dell'album.

Complessivamente, "Metamorphosis" è un'interessante deviazione dal sound classico degli Iron Butterfly, con una varietà di stili musicali esplorati. Sebbene possa non essere considerato il loro album più riuscito, vale comunque la pena di ascoltarlo, per gli appassionati della band e per coloro che sono curiosi di scoprire un lato diverso degli Iron Butterfly. 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Scritto e arrangiato da Iron Butterfly, eccetto dove indicato.

Lato A

Free Flight – 0:40

New Day – 3:08

Shady Lady – 3:50 (testo: Robert Woods Edmonson)

Best Years of Our Life – 3:55

 – Slower Than Guns 3:37 (testo: Robert Woods Edmonson)

Stone Believer – 5:20

Durata totale: 20:30 

Lato B

Soldier in Our Town – 3:10 (testo: Robert Woods Edmonson)

Easy Rider (Let the Wind Pay the Way) – 3:06 (testo: Robert Woods Edmonson)

Butterfly Bleu – 14:03

Durata totale: 20:19

Formazione

Doug Ingle - voce solista, organo

Mike Pinera - chitarra, voce solista

El Rhino (Larry Reinhardt) - chitarra

Lee Dorman - basso

Ron Bushy – batteria 

Musicisti aggiunti:

Richard Podolor - sitar, chitarra a 12 corde

Bill Cooper - chitarra a 12 corde

 

Note aggiuntive:

Richard Podolor - produttore, arrangiamenti

Registrazioni effettuate all'American Recording Company di Studio City, California

Bill Cooper - ingegnere della registrazione