“Roxy:
Tonight's the Night Live” rappresenta il sunto di una serie di
concerti realizzati da Neil Young assieme ai suoi collaboratori del momento
(Ben Keith alla pedal steel, Nils Lofgren al piano, Billy Talbot al basso e
Ralph Molina alla batteria), ovvero i Santa Monica Flyers, band con cui Young
aprì le serate del Roxy Theatre di Los Angeles in un lontano settembre, con
molteplici set in cui veniva proposto tutto l’album, da poco registrato. Era il
1973, ma ci sarebbero voluti altri due anni prima che “Tonight's the Night”
esplodesse, perché percepito all’epoca come eccessivamente “buio” (anche dalla
stessa Reprise Records, l’etichetta discografica), nei suoni e nelle atmosfere
- partendo dai colori di copertina per approdare alle sonorità “tetre”-, ed è considerato
il momento topico di quella che è considerata la “Trilogia del dolore”.
Racconta a questo proposito lo
stesso Young nelle note di copertina:
“Avevamo perso da poco Danny Whitten e il nostro roadie
Bruce Berry per overdose di eroina, ci mancavano e li sentivamo nella musica
ogni sera che suonavamo. Le tracce sono state registrate dal vivo, senza
ripulirle. Per quasi un mese abbiamo registrato iniziando alle undici e suonando
fino alle prime ore del mattino. Qualche volta avevamo un piccolo pubblico. Una
volta venne Mel Brooks con alcuni amici. Abbiamo bevuto un sacco di tequila e
ho scritto le canzoni di “Tonight's the night”. Avevamo nove canzoni e le
abbiamo suonate un paio di volte tutte le sere per molto tempo fino a che non
abbiamo pensato di averle imparate. Abbiamo finito di registrare e abbiamo
deciso di festeggiare con un concerto in un nuovo locale aperto sul Sunset
Strip, il Roxy. Siamo andati lì e abbiamo registrato per alcune sere, aprendo
il Roxy. Conoscevamo davvero le canzoni di “Tonight's the night” dopo averle
suonate per un mese. Quindi le abbiamo suonate di nuovo, dall'inizio alla fine,
due set a notte per alcuni giorni. E’ stato grande."
Sul palco, dal vivo, gli stessi brani si ammorbidivano e, nel processo
evolutivo, assumevano un tocco più leggero e abbordabile.
L’ascolto dell’album in studio provocava
la sensazione che, a volte, Young e il suo team rodassero le canzoni mentre le
registravano, una sorta di working in progress creativo, ma in questa
testimonianza live i timbri cambiano ed emerge l’umore giusto, un buon
compromesso tra arte e aspetti ludici, necessario quando si propone la propria
musica.
Per chiunque abbia ascoltato l’album
originale è sorprendente catturare in questo live Young e il suo gruppo che
scherzano sul palco, evitando ogni riferimento al lutto di cui sopra.
E alla fine la registrazione diventa la
testimonianza di come la musica di Neil Young abbia subito una costante
evoluzione, caratterizzata da tragedie personali, da cadute e riprese che hanno
determinato per il pubblico la creazione di un brand fascinoso, un’etichetta
che è rimasta appiccicato al cantautore canadese.
Il disco è prodotto da Young e
dall’indimenticato collaboratore di una vita, David Briggs, ed è uscito come
esclusiva del Record Store Day il 21 aprile, per poi arrivare nei negozi in
un’edizione standard in vinile, CD e digitale, a partire dalla settimana
successiva.
Ma quali sono le considerazioni ufficiali
relative al “Tonight's The Night” originale?
Può bastare per incuriosire il fato che
nel 2003 la rivista Rolling Stone abbia inserito al 331º posto della sua lista
dei 500 migliori album di sempre?
Io lo consiglio vivamente in questo “abito
sconosciuto” ai più!
Indagini
sull'effimero essenziale alla vita e non solo
(Marna,
2018)
Claudio Sottocornola propone
un nuovo progetto letterario a distanza di due anni dall’uscita di “Varietà”. Ho tra le mani “Saggi Pop-Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo”, quasi 600 pagine che, alla soglia dei 60 anni - limite anagrafico che,
solitamente, richiede sforzo di accettazione e necessità di bilanci -
rappresenta, almeno per l’osservatore esterno, un perfetto sunto della vita e
dell’opera del “Filosofo del Pop”. Sì, è questo l’appellativo ormai incollato
al nome di Sottocornola, una sottolineatura che unisce
caratteristiche e skills professionali ad aspetti apparentemente ludici -
trattar di musica, spesso, appare come attività minore -, il tutto affrontato
con approccio olistico, sino al calarsi nella parte, a mettersi in gioco in
prima persona trasformandosi in narratore, artista, performer ed educatore specifico.
Il racconto storico musicale
che impegna seriamente e quotidianamente l’autore - forse inizialmente corollario
dell’attività principale - è diventato didattica e, mi spingo oltre, missione…
non importa l’elemento anagrafico degli eventuali discenti, qualunque sia l’età
resta forte l’esigenza di dare nobiltà e significato a una musica che per molti
pseudo esperti è relegata al concetto di leggerezza estrema, di quell’effimero
essenziale di cui Sottocornola ci racconta. E se queste “canzonette” - quelle “facili”
da canticchiare, tanto amate dal popolo - vengono inserite nel contesto
storico, sviscerate e accompagnate da un’analisi approfondita, si realizza che
brani molto criticati per la loro semplicità - anche se di grande successo di
vendita - si impregnano di nobiltà, magari indotta, che giustifica la grande
considerazione dovuta a posteriori.
La razionalità che è tipica
dell’età adulta è condizionata, se parliamo di musica, dal nostro vissuto, quello
adolescenziale e precedente, quell’inzupparsi dell'atmosfera del momento, assorbendo ogni tipo
di evento e profumo, un accostamento di immagini ed elementi sonori che ci
seguiranno per sempre, stimolando memorie piacevoli e non, sviluppando odori e
sentimenti, costruendo la nostra colonna sonora della vita.
Claudio Sottocornola ha
vissuto la sua giovinezza in un periodo storico di grande rivoluzione musicale,
influenzato da ciò che arrivava dal resto del mondo, vivendolo dall’interno per
effetto della sua condizione-
occasionale - di studente decentrato (negli USA): il rock & roll, il blues,
il beat, il prog, generi musicali molto diversi e apparentemente distanti dalla
tradizionale canzone italiana, quella su cui maggiormente si concentra l’autore,
quella raccontata in questo libro, quella che propone nelle sue famose “Lezioni-Concerto”.
In realtà i “Saggi Pop” di
cui scrivo sono molto più completi e complessi, e gli argomenti affrontati
diventano accerchianti, avvolgenti, elementi di riflessione che, uniti
tutti i punti periferici, portano al focus, a una conclusione, e nonostante il
book appaia a tratti una sorta di riepilogo di idee ed esperienze, rimane alla
fine una specie di “trama da romanzo”, con un porto di arrivo ben definito. Che
cosa troviamo all’attracco della nostra nave? Rubo tracce del commento finale
di Marco Bracci: “Un libro che parla di
noi, di noi che conosciamo il mondo attraverso l’arte, nelle sue accezioni e
diramazioni più impreviste, e attraverso di essa impariamo che l’effimero è essenziale
alla vita.”
Mi piace anche citare l’idea
di “riconciliazione di opposti”, quella che nel libro è attribuita a titolo
esemplificativo alla simbolica Marylin Monroe, donna meravigliosa in cui
convivevano innocenza e seduttività. Dovendo fare opera di
esemplificazione questa ricerca di armonia tra elementi contrapposti - tra
vissuto e musica, tra cultura ed esperienza - trova soluzione nelle pagine di “Saggi
Pop”.
Ermeneutica: è questo uno
dei termini più utilizzato nel testo e nei commenti di presentazione, termine
di origine filosofica che porta a interpretare l’esistenza umana attraverso l’analisi
dei testi. Sottocornola ci conduce per mano in questo percorso, a tratti non
semplice, e lungo la strada sviscera l’elemento canzone, soffermandosi sul
ruolo della donna, sugli aspetti religiosi, sul divismo e sull’immagine, sul
cinema, sul festival italiano per antonomasia, sull’evoluzione delle mode. Ad
incrementare l’icasticità del suo pensiero l’autore propone interviste di cui è
stato protagonista, la trasposizione delle sue famose “lezioni musicali”, e mette in mostra aspetti meno conosciuti del suo proporsi, le "Pop Ideas", disegni da lui realizzati di cui la copertina del libro è primo esempio.
La dedica con cui l’autore apre
il suo lavoro è la seguente: “Agli
educatori che hanno contribuito a formarmi come pensiero, volontà e cuore”.
Il discepolo Sottocornola ha, da tempo, raccolto il testimone, e il suo status
di studioso, intellettuale e pensatore, incrementa di valore per effetto della
sua propensione alla condivisione, all’insegnamento, alla capacità di rendere
evidente l’importanza di quel sottobosco culturale che si nasconde, ad esempio,
dietro a pochi minuti di una canzonetta divenuta ormai insopportabile.
Insopportabile… sì, anche
questo è lecito, perché se mettiamo da parte l’elemento razionale e ci lasciamo
andare nel mondo fantastico dell’effimero, esaltazione e distruzione sono facce
della stessa medaglia, quella riconciliazione degli opposti a cui accennavo che
porta allo stato di entropia a cui il mondo tende in modo naturale.
Conoscendo personalmente
Claudio Sottocornola ho apprezzato incondizionatamente “Saggi Pop…”, un libro che consiglio vivamente, anche se la musica
non fa parte dl vostro quotidiano.
Ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, poeta,
giornalista e scrittore,
Claudio Sottocornola ha pubblicato saggi, opere poetiche, multimediali e
musicali. Studioso del popular, tiene corsi presso la Terza Università di Bergamo,
collabora con varie riviste e realizza ricerche di carattere interdisciplinare
fra musica, filosofia e immagine, che propone a un pubblico trasversale
attraverso le sue famose lezioni-concerto, nelle scuole, nei teatri e nei più
svariati luoghi del quotidiano, che lo vedono in azione come eclettico
performer. Si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di
“interpretazione”, alla cui luce indaga il mondo del contemporaneo, e per
un approccio olistico e interdisciplinare al sapere.
Se mi fosse chiesto di
spiegare in termini concreti e sintetici che cosa sia la musica progressiva, il
sontuoso cofanetto che mi trovo tra le mani rappresenterebbe il mezzo ideale
per raggiungere l’obiettivo. I protagonisti musicali di questa opera sono i The Samurai Of Prog, una famiglia allargata di cui ho
scritto più volte su queste pagine. Per dare una collocazione geografica ai TSOP si potrebbe immaginare una sede
finlandese e una serie infinita di collaborazioni mondiali, ma basterà leggere
a fondo articolo il cospicuo elenco degli “aiuti” per chiarirsi le idee.
Sono partito dal cofanetto
perché è davvero emozionante rimirarlo, aprirlo, leggerlo, anche solo
guardarlo, un piacere molto simile a quanto provavamo al cospetto del "rito del
vinile". E qui l’artista, responsabile dell’artwork, è quel genio di Ed Unitsky, legato a doppio filo alla
storia dei Samurai, un talento creativo capace di tradurre liriche in immagini di
grande effetto evocativo.
Il titolo del nuovo progetto
è “OMNIBUS-The
Early Years”.
Racconta Marco Bernard, bassista e motore della
band: “Si tratta dei nostri primi tre album che sono andati
esauriti (“UNDERCOVER”, “SECRETS OF DISGUISE” e “THE IMPERIAL
HOTEL”), li abbiamo rimissati, abbiamo
aggiunto e/o tolto parti, voci e strumenti e per ogni album abbiamo incluso
delle bonus tracks ad hoc (in fin dei conti solo le bonus track potevano essere
pubblicate come nuovo CD ma abbiamo optato per includerle in questo opus di oltre cinque ore di musica)”.
Già, stiamo parlando di cinque ore di musica che rivisitano album
della band già noti, con qualche novità.
La storia dei TSOP nasce
dal grande amore per la musica progressiva, che inizialmente si concretizza con
il dare nuovo volto ad alcune cover dei mostri sacri del prog: nascono così "UNDERCOVER" (2011) e il doppio album “Secrets Of Diguise” (2013) che ripropongono
la musica dei Genesis, YES, Marillon, ELP, Pink Floyd, Gentle Giant, PFM, King Crimson, Van der Graaf Generator. Ma il grande accordo compositivo di
Bernard (italiano, ma residente in Finlandia) con l’americano Steve Unruh e il finlandese Kimmo Pörsti produce la voglia di
innestare musica inedita, sino ad arrivare a “The Imperial Hotel” (2014), primo album di musiche totalmente
originali.
Per la cronaca, dal quel 2014 la produzione discografica è andata
avanti a spron battuto e di fatto ogni anno si è registrato un nuovo rilascio,
ed è già ufficiale un nuovo capitolo previsto per la prossima primavera.
Quindi, il grande pregio di “Omnibus”
è quello di riproporre la musica immortale del prog, migliorata dall’intervento
tecnologico, con la miscela vincente fatta di brani storici (“Dogs”, “Jerusalem”, “Assassing”, “The Lamia”, “Starship Trooper”, “Dancing
With The Moonlit Knight”, “Traveler”,
“Aspirations”, “Darkness”, “Karn Evil 9”,
“Time And A Word”,” One More Red Nightmare”) uniti a brani
nuovi inseriti nella sezione “bonus tracks”, che vediamo nel dettaglio:
Allegato ad “UNDERCOVER”
troviamo “Journey to the Island”,
realizzato con l’intervento di Octavio Stampalia, mentre “Indictment Ever After”
è una registrazione di molti anni fa, già comparsa su “Decameron parte 3” (2016).
L’appendice di “Secret of
Disguise” è rappresentata da “This
Side” e “The Other Side (of me)” -
vecchie registrazioni fatte con Lalo
Huber e Carlos Lucerna, mai
rilasciate - e da “Karn Evil 9 - Second
Impression”, brano di Keith Emerson rivitalizzato da Kerry Shacklettcon aggiunta
di basso e batteria.
Alcune bonus di “The Imperial
Hotel” ci portano in Italia...
“Un Respiro e Tutto Cambia”
è una totale creazione di Luca Scherani
impreziosita dalla vocalità di Stefano “Lupo”
Galifi, mentre “La Magia è la Realtà”
propone musica e testo di Elisa Montaldo
(che nel brano suona le tastiere e canta), un pezzo che comparirà in lingua
giapponese nel prossimo album dei TSOP, “TOKI
NO KAZE”.
A completare la sezione ligure la traccia “Rimani nella Mia Vita”, vecchio brano dei Latte & Miele (musica di
Oliviero Lacagnina e liriche di
Giancarlo Dellacasa) tratto dall’album “Papillon”(1973).
Il pezzo “Anatta” rappresenta
la prima collaborazione dei TSOP con Christian Bideau.
Per chi non conoscesse i TSOP occorre dire che si tratta di una vera
multinazionale della musica, e la lettura dei collaboratori - oltre 60 -
inserita a seguire, sarà chiarificatrice.
Ma vorrei soffermarmi sugli aspetti emozionali, quelli suscitati da
una raccolta artistica incredibile, una gioia per gli amanti della musica
progressiva, un concentrato di storia e buoni propositi, un melange di tecnica
ai massimi livelli e idee innovative, elementi che rendono il cofanetto come il
massimo della rappresentatività prog, sunto di immagini passate e nuove luci,
contenitore potenzialmente didattico e comunque di facile fruizione.
Un gran bel regalo di Natale questo “OMNIBUS-The Early Years”, e anche il prezzo è
allettante, solo 23 € (compreso
spese di spedizione) in Europa:www.seacrestoy.com
Ecco l’anticipazione video:
Songs / Tracks Listing
"UNDERCOVER"
1. Before the Lamia (2:09)
2. The Lamia (7:19)
3. Starship Trooper (10:28)
4. World of Adventures (9:47)
5. Assassing (7:04)
6. Gravità 9.81 (4:59)
7. Jerusalem (2:46)
8. Dogs (11:49)
9. The Promise (9:47)
Bonus tracks:
10. Journey to the Island (5:20)
11. Indictment Ever After (6:56)
Total time 78:27
"SECRETS OF
DISGUISE"
CD 1 (75:57)
1. Three Piece Suite (12:40)
2. Sweet Iphigenia
(7:32)
3. Descenso En El
Maelstrom (5:29)
4. Before The Dance (2:50)
5. Dancing With The Moonlit Knight (8:28)
6. Aspirations (6:37)
7. Traveler (5:16)
8. Sameassa Vedessa (5:10)
9. One More Red Nightmare (7:29)
10. To Take Him Away (7:11)
11. Time And A Word (7:11)
CD 2 (72:52)
1. Singring And The Glass Guitar (22:57)
2. Darkness (8:10)
3. Jacob's Ladder (7:20)
4. The Case Of Charles Dexter Ward (definitive mix) (14:45)
Bonus tracks:
5. This Side (5:13)
6. The Other Side (of me) (7:16)
7. Karn Evil 9 - Second Impression (7:07)
"THE IMPERIAL
HOTEL"
1. After The Echoes (8:43)
2. Limoncello (7:57)
3. Victoria's Summer Home (2:53)
4. The Imperial Hotel (28:10)
5. Into The Lake (7:52)
Bonus tracks:
6. Un Respiro e
Tutto Cambia (5:22)
7. Anatta (3:55)
8. La Magia è la
Realtà (6:21)
9. Rimani nella Mia
Vita (4:10)
Total time 75:27
Line-up / Musicians
- Steve Unruh / vocals, guitars, flute, violin
- Marco Bernard / Rickenbacker and Dingwall basses
- Kimmo Pörsti / drums, percussion
With:
- Jon Davison / vocals & acoustic guitar & arrangements
- Roine Stolt / guitar
- Bogáti-Bokor Akos / acoustic & electric guitars, vocals
Un paio
di mesi fa ho incontrato virtualmente Michele
Conta, l’unico
elemento della Locanda delle Fate
che non avevo avuto ancora occasione di conoscere. Nell’atto finale della band,
l’ultimo concerto di Asti, un anno fa, non era presente, per motivi che racconta
lui stesso a seguire, e quindi colmo ora la lacuna.
Michele
ha un progetto prog in corso, anticipato da un paio di brani che propongo a seguire: a
lavoro ultimato commenterò l’album, ENDLESS NIGHTS, per intero. E’ stata
dunque questa l’occasione per chiedere a Michele di raccontare un po’ della sua
storia, e lui si è lasciato andare, parlando di vita e musica…
L'incontro
con i componenti della Locanda delle Fate è avvenuto molto presto, intorno ai
16/17 anni, e ricordo che mi portavano avanti indietro con camioncino e
macchine perché non avevo ancora la patente.
Ho avuto
la fortuna che mio papà mi iscrisse al Conservatorio da bambino, per
cui avevo già alle spalle 7-8 anni buoni di studio del pianoforte. In realtà
un paio di anni prima, e cioè verso i 14 anni, avevo già incontrato Ezio
Vevey, il chitarrista.
Una sera
d'estate andai col motorino a una festa di borgata alla periferia della
mia città e Ezio faceva parte di quel complessino che suonava sul ballo a palchetto. Rimasi letteralmente folgorato dalla grinta e dal suono che usciva
dalla sua chitarra, che contrastava nettamente con la scarsità del resto
della band. Allora presi coraggio e in una pausa andrai a parlargli per
conoscerlo, e ci mettemmo d'accordo per incontrarci e suonare un pò insieme; il
posto prescelto fu la casa di campagna di sua nonna, in un paesino vicino ad
Asti, e l'unico giorno disponibile era il sabato pomeriggio, perché non avendo la
patente doveva portarmi mio papà. Il volume
con cui suonavamo era veramente forte, per cui succedeva che il giorno dopo la
nonna di Ezio riceveva telefonate dai contadini delle Cascine vicine che si
lamentavano poiché le vacche nelle stalle erano disturbate, e si agitavano per
via del volume troppo alto della musica.
Ritornando
alla Locanda, loro erano già un gruppo noto in zona, grazie alla loro
bravura, e facevano cover di vari gruppi; quell'anno decisero di aggiungere una
seconda tastiera alla formazione e di sostituire il chitarrista e cantante,
quindi praticamente entrammo a breve distanza io Ezio e Alberto Gaviglio, quest'ultimo
come cantante e seconda chitarra.
Il
contatto con me avvenne perché mio papà lavorava con Luciano Boero e
quindi Luciano venne a conoscenza di questo figlio che studiava pianoforte e a
cui piaceva il rock.
L'incontro
con la Locanda fu davvero decisivo per la mia formazione, perché imparai a
suonare in un gruppo: ad esempio da Oscar Mazzoglio rubai i segreti
dell'improvvisazione con l'organo Hammond, con Giorgio Gardino, il batterista,
scoprii che esistevano ritmi nuovi e difficili che mi influenzarono in seguito
quando incominciai a comporre musica mia; da Luciano imparai certi segreti per
tirar giù un pezzo da un disco senza avere in mano uno spartito; da Alberto catturai
la sua fantasia letteraria e imparai a lasciarmi trasportare dalla musica.
In
definitiva fu una bella scuola, cosicché in un paio di anni le regole ferree
del conservatorio erano solo più una base su cui man mano costruii il mio modo
più libero e personale di suonare il piano.
Dopo
qualche anno in cui suonavamo in giro pezzi di altri per pagarci la grande
quantità di strumenti e amplificazione che avevamo comprato, io e Ezio
proponemmo agli altri di chiudere con le serate e provare a fare pezzi nostri:
e così fu.
Nacque in
poco più di un anno “Forse le lucciole
non si amano più”, 7 brani musicali, 4 composti da me e tre da Ezio.
Ricordo
l'impressionante velocità con cui ci si riusciva a capire nell'arrangiare i
vari pezzi, le idee venivano spontanee e incredibilmente condivise.
Negli
anni a venire riflettei molto su quel periodo magico e penso che sia stata una
gran fortuna il fatto che il destino abbia voluto che 7 ragazzi viaggiassero
per un determinato periodo di tempo sulla stessa lunghezza d'onda.
Inevitabilmente
il tempo passa e ognuno di noi cambia ed evolve in modo differente.
Penso che
per ogni band questo periodo di grazia sia più o meno duraturo, ma che
inevitabilmente prima o poi finisca. Ti trovi una sera a suonare e capisci che
le tue idee cominciano a prendere un'altra strada e fai un pò di fatica a farle
accettare dagli altri: questo secondo me è il momento in cui ogni musicista
deve prendere coraggio, far su armi e bagagli e incominciare a costruire su
queste nuove idee la propria musica futura.
Intendiamoci
questo non c'entra niente con l'amicizia e la stima personale perche è ancora
intatta e anzi più forte di allora.
Questo
stato d'animo l'ho espresso nel brano"Crescendo"
che e'l'ultimo che ho composto per la Locanda.
Ci siamo
trovati più volte negli anni a venire per cercare di trovare l'entusiasmo per
rimetterci insieme, e devo dire che la cosa che essenzialmente ci ha fatto
prendere strade diverse è il fatto che io sentivo fortissima l'esigenza di
comporre cose nuove piuttosto che andare a riproporre nei concerti i
brani storici. Una cosa mi era chiara: il poco tempo che avevo
disposizione, al di là del mio lavoro, volevo spenderlo per esplorare nuove
composizioni, e così da solo, e con non poca fatica, ho intrapreso questo
progetto che comprende sei brani - tre strumentali e tre anche cantati -
registrati con il tecnico e coarrangiatore Simone Lampedone di Torino e con
Frank Arkwright ai mitici Abbey Road di Londra.
Il timore
iniziale è svanito presto: infatti ho potuto lavorare con tranquillità
circondato da persone disponibili ad ascoltare con pazienza le mie idee.
Hanno
suonato diversi musicisti, in particolare cito i batteristi Gavin Harrison e
Lele Melotti, i chitarristi Marx Arminchiardi e Ermanno Brignolo che adesso
vive a Sydney.
L'Incontro
conSimone è stato davvero fortunato, innanzitutto perché oltre ad essere un mago
nell’usare il computer con la musica (e infatti tiene corsi affollatissimi di
giovani) è un bravo arrangiatore ed è di una generazione più giovane, il
che è servito a dare al mio progressive un suono se vuoi più moderno di quello
classico degli anni ’70.
Di
Ermanno mi ha colpito l'incredibile capacità che ha nello spaziare da Segovia -
con la chitarra classica - al Rock più sfrenato: nonostante la giovane
età è già un musicista completo.
DI Gavin
Harrison che dire, è uno dei migliori batteristi al mondo e il suo giudizio su
un brano piuttosto che un altro mi ha aiutato scegliere i 6 brani del cd.
Mi
ricordo che all'inizio mi disse: “Fammi
sentire i brani perché io suono solo quello che mi ispira…”, e quindi si può capire come il fargli ascoltare ogni singolo brano fosse per me come superare
un esame di maturità. Per inciso mi è andata bene perché me ne ha rifiutato
solo uno.
Se mi si chiede se questo è un lavoro isolato o se avrà un seguito… non so rispondere,
perché questo dipenderà essenzialmente dal riscontro che avrà e cioè se
sarà apprezzato o meno; mi viene in mente un'immagine: qualche anno fa mi
trovavo a passare dalla piazza principale della mia città durante il periodo
delle elezioni politiche, e mentre un candidato esponeva con forza e
convinzione le sue idee nella piazza c'erano quattro gatti ad ascoltarlo… io
per lui ricordo di aver provato un senso di imbarazzo e tristezza. Ecco, non
vorrei mai trovarmi in questa situazione.
Comunque
ovviamente sono ottimista e penso positivo, sono già a buon punto per un
prossimo lavoro che sarà completamente dedicato al pianoforte, così anche più
facile da realizzare visto che non ci sono da cercare altri musicisti, testi
per le musiche eccetera.
Ritornando
ancora parlare per un attimo della Locanda devo essere sincero e
dire che non sono riuscito a mantenere una promessa che avevo fatto loro,
e cioè che sarei stato presente all'ultimo concerto di addio nella nostra città,
Asti: la sfiga ha voluto che quella settimana avessi una forte influenza. Mi
ricordo che alle 17 di quel sabato pomeriggio mi sono svegliato con una mezza
intenzione di andare al teatro, però mia moglie mi ha guardato in faccia e mi
ricordo che mi ha detto: “Ma dove vuoi
andare che sembri uno zombie... ti conviene
ritornare a letto...”.
E così è
andata… con una grande tristezza, perché so che avrei fatto loro piacere.
Bio
Michele
Conta nasce ad Asti, all’età di 10 anni inizia a studiare pianoforte presso
l’Istituto di musica G. Verdi di Asti sotto la guida dell’organista e
compositore di musica sacra Giuseppe Peirolo; prosegue gli studi presso il Conservatorio
A. Vivaldi di Alessandria con la concertista Maria Gachet.
A
17 anni diventa pianista e compositore delle musiche del gruppo Rock
progressive LOCANDA DELLE FATE;
Il
disco d’esordio si intitola FORSE LE LUCCIOLE NON SI AMANO PIU’, prodotto nel
1977 da
NIKO
PAPATHANASSIOU (fratello del grande Vangelis) per l’etichetta discografica
Polydor/Universal
Il
disco viene considerato universalmente un capolavoro del rock progressive
La
Locanda pubblica successivamente 2 singoli più commerciali: New York nel 1978 e Annalisa nel 1980
Lo
stesso anno il gruppo si scioglie.
Nel
1983 viene pubblicato un cd intitolato LIVE
Nel
2015 il grande produttore e rapper americano Dr: DRE sceglie un suo arpeggio di
pianoforte del brano “Vedesi Saggezza e
cervello di seconda mano” e lo usa come sample nella canzone FOR THE LOVE OF MONEY contenuta nel CD COMPTON
Tale
cd giunge in Nomination come miglior Album Rap ai GRAMMY AWARD 2015 e a Conta
vengono
riconosciuti i diritti d’autore per Italia e resto del mondo.
Successivamente
il film ad esso ispirato (STRIGHT OUTTA COMtTON) avrà la nomination come miglior sceneggiatura agli Oscar di Los
Angeles.
Attualmente
sta per uscire sulle principali piattaforme il cd ENDLESS NIGHTS registrato
agli studi ABBEY ROAD di Londra con il batterista dei King Crimson Gavin
Harrison il batterista Lele Melotti, il chitarrista Ermanno Brignolo di Sidney,
Simone Lampedone (co -arranger e sound engeenering ), Frank Arkwright (sound
and Mastering engeenering).
Un po’ di foto storiche di Michele Conta e della Locanda delle
Fate