giovedì 24 novembre 2016

BANDA TZIGA-“Belinke Swing”


BANDA TZIGA-“Belinke Swing”

Affascinante… coinvolgente, a tratti purificatore; questo è il contenuto di “Belinke Swing”, un titolo che ha un significato ben preciso per ogni conoscitore di esclamazioni liguri, ma che vuole condurre a linguaggi culturali di carattere etnico e globale. Il viaggio della  BANDA TZIGA è totale, capace di toccare punti fisici lontani tra loro e, soprattutto, epoche musicali mantenute in vita dalla forza e dalla voglia di chi ha a cuore la sopravvivenza di ogni radice gettata e curata da saggi di altri tempi. E così si vola nel passato, utilizzando la melodia, gli strumenti appropriati, i capostipiti del genere, la tradizione, cioè tutto quanto un ensemble di “zingari” è capace di tirar fuori da chitarre, bassi e violini, strumenti che, in questo contesto, riescono a sollecitare la memoria e il cuore, lasciando nell’aria un velo di tristezza contenuta, e il ricordo di qualche sfumatura di grigio accostata all’andamento del cinema degli anni ’30, troppo rapido nei movimenti, troppo… muto nell’espressione.

I fratelli Pesenti (Luca e Fabio), Eros Crippa e Luciano Puppo mettono in campo il loro credo musicale e le loro esperienze, dando evidenza ad una musica che è patrimonio di ogni cittadino del mondo - ma spesso relegata a spazi di nicchia, con visibilità limitata e un seguito occasionale - ed è questo un merito supplementare da attribuire alla band. E poi ci sono le trame sonore, quelle di cui si può godere utilizzando la pancia, senza dover obbligatoriamente far riferimento all’impegno culturale, ma lasciandosi andare alla rivisitazione dei classici - tra jazz e folk, swing e tradizione gitana - che, miscelati nelle giuste proporzioni, diventano brani appena usciti dal cassetto di chi sa inventare musica di qualità.

Ho ascoltato, concentrato, rilassato, e a un certo punto mi sono venute spontanee un paio di domande: “Ma quanto sono bravi, e… quanto si divertono a suonare?”.



Bio succinta
Il gruppo, che si può definire di genere swing manouche e folk europeo,  si è formato circa quattro anni fa e ha all'attivo numerosi concerti.
Ne fanno parte Luciano Puppo - contrabbasso -, Luca Pesenti - violino e mandolino -Fabio Pesenti - chitarra solista e voce - e  Eros Crippa alla chitarra ritmica e voce.
I gemelli Pesenti, in passato, hanno condiviso con Puppo il progetto del gruppo musicale "Myrddin" (Irish Music), pubblicando due CD ispirati alle opere di Tolkien ("Gli Anelli" e "Il Drago"). Eros Crippa ha militato in varie formazioni, tra cui "Gli Amici di Django", e attualmente fa parte della cover band beatlesiana "My Gurus".
www.bandatziga.it




mercoledì 23 novembre 2016

I BEATLES NELLO SPIRITO DEL TEMPO: intervista a Glauco Cartocci


Glauco Cartocci è uomo impossibile da inquadrare con un solo termine: musicofilo, scrittore, progettista grafico, architetto, esperto dell’universo Beatles da lui delineato da sempre utilizzando ogni mezzo a disposizione, avendo come obiettivo la sottolineatura del suo “amore” più importante, e dopo aver cercato di sviscerare il mistero della PID (Paul Is Dead) facendo opera di oggettività, prova oggi a delineare il “Mito della Beatlemania” utilizzando parte dell’enorme mole di documenti che lo alimentarono, attingendo a tutte le fonti possibili, da quelle tradizionali - letteratura, cinema e serie televisive, fumetti e teatro - alle più recenti legate al mondo di internet.
Il suo nuovo lavoro ha un titolo - ma ancora più un sottotitolo - significativo: I BEATLES NELLO SPIRITO DEL TEMPO-Come 4 persone divennero 4 Personaggi.
Ho chiacchierato con Glauco, che come sempre ha fornito preziosi indicazioni e diverse chiavi di lettura.



L’INTERVISTA

I tuoi interessi musicali sono vasti, ma senza dubbio il tempo che hai dedicato all’argomento Beatles fornisce indicazioni precise su quale sia il tuo amore più importante: che cosa sono stati  per te i FabFour, sia dal punto di vista musicale che da quello affettivo?

Beh, i Beatles hanno sconvolto la mia gioventù, sia dal punto di vista musicale che sociale; essermi innamorato di loro mi ha impedito di diventare un imbranatone, dedito solo allo studio e al dovere. La loro Seconda Rivoluzione (da Revolver in poi) ha aperto la strada a tanti altri gruppi che successivamente ho amato, alcuni certamente superiori a loro (almeno tecnicamente). Il regalo che mi hanno fatto è enorme. Ci sono stati diversi altri amori dopo di loro (Jethro Tull, King Crimson, Genesis etc…) ma il primo amore non si scorda mai. Inoltre, mi riesce più facile scrivere di loro, perché - forse presuntuosamente - credo di aver colto qualche aspetto dei Beatles inedito, o quanto meno poco considerato, pur nella vastissima mole di scritti che li riguardano.

Tra le tue tante pubblicazioni risalta lo spazio che, nel tempo, hai dedicato alla PID (Paul Is Dead), fatto che ha suscitato prese di posizioni differenti, essendo il tuo contributo oggettivo e stimolatore di reazioni: riesci a tirare un po’ di somme e a stabilire che cosa pensa la gente di quanto hai studiato e raccontato?

Il Mistero PID ha necessitato di continui aggiornamenti, sia per la continua uscita di nuovi "Indizi" o piste di indagine, che per il grande contributo di appassionati con i quali negli anni (dal 2005) sono venuto in contatto. Posso dire che una cosa che all'inizio sembrava strana, ma che poi è stata molto apprezzata, è che il mio libro non è un trattato "a tesi", nel senso che io non pretendo di dimostrare né che Paul è sempre lui, né che è stato rimpiazzato da un sosia. Io non dò risposte definitive, ma fornisco una vastissima documentazione di fatti; ragiono senza pregiudizi su ogni filone di analisi, e lascio infine al lettore la possibilità di formarsi una propria opinione. C'è chi esce dalla lettura convintissimo che ci sono stati due "Paul McCartney", così come altri mi dicono "interessantissimo, ma per me è sempre lui". Per me è OK, perché li ho fatti ragionare, su delle basi e non sul "sentito dire". Certo, c'è sempre il saccentone che, a priori, senza sapere nulla o quasi di tutta la storia, pontifica e ti giudica un "complottista", ma ormai ci ho fatto il callo.

E’ appena uscito un nuovo volume dedicato ai Beatles: mi parli del contenuto?

Sostanzialmente delineo le tappe cronologiche attraverso le quali i Beatles sono passati "dalla vicenda alla Leggenda". Da "cantanti famosi", nei decenni, hanno acquisito un'aura mitologica, come fossero Superman, o Robin Hood, o al limite Topolino. Questo tema principale è svolto, oltre che nell'esame di passaggi della loro storia, anche attraverso un'elencazione di citazioni su di loro in ogni campo dello scibile umano. I Beatles sono citati nella letteratura, nel cinema, nelle fiction TV, nei fumetti, nel teatro e musical, nell'arte figurativa, nel web. Mostre, musei, documentari. E non basta: vengono utilizzati come esempi (vedremo come) in campo economico, politico, sociale, in alcuni casi persino religioso, per giungere ai paradossi di ricette di cucina a loro ispirate, o di asteroidi o fossili che portano il loro nome. Anche i fan più esperti penso troveranno citazioni sui Quattro che magari non conoscevano, o che avevano dimenticato, nel tale film o romanzo.

I Beatles nello spirito del tempo” ha un sottotitolo, “Come 4 persone divennero 4 Personaggi”; non basta a mio giudizio la sola musica e l’innovazione per giustificare tale passaggio: come si è arrivati trascendere la materia per arrivare alle icone impalpabili e indistruttibili rappresentate da John, Paul, George e Ringo?

Bella domanda. La prima risposta (certo parziale) che mi viene in mente è che già come caratteri erano predisposti a infiammare l'Immaginario della gente. All'inizio erano "il mostro a quattro teste", come argutamente li definì Mick Jagger. Le persone che sembrano somigliarsi e agiscono insieme sconcertano sempre il pubblico; ancor più, credo, sconcertò la successiva "esplosione" delle quattro personalità, che si vanno differenziando enormemente dal 1967 in poi (significativa la copertina di "Sgt.Pepper's" in cui si passa dai "vecchi" ai nuovi Beatles, non più omologati). Quindi i Fab entrano nella nostra immaginazione come John, il geniale guru della pace; Paul, l'eterno ragazzo, dotatissimo come musicista; George, il taciturno, il maestro mistico; e Ringo, l'estroverso amicone di tutti, talora il clown. Questo - come giustamente dici tu - è OLTRE la musica, anche se ovviamente la musica è il detonatore. A ciò vanno aggiunti fatti tragici come le morti di Lennon e Harrison, e si sa che quando l'Eroe muore il suo Mito si accresce.

Un capitolo del book è dedicato al rapporto tra John e Yoko, anch’essi miti all’interno della mitologia beatlesiana: la domanda è banale e sfruttata ma mi interessa l’opinione di chi ha studiato la materia e raccolto documenti, oltre ad aver vissuto l’epoca: Yoko Ono è da considerarsi elemento… utile, all’interno del contesto di cui parli da sempre?

Su Yoko si può pensare bene, male, o anche un misto di entrambe le cose. E' innegabile però che quel periodo (che personalmente ho amato poco) in cui Lennon si accompagnava sempre alla figura della piccola, misteriosa giapponese abbia creato una sorta di "sottomito" che resiste nel tempo, anche a prescindere da quello dei Beatles. John ci contava (ricordiamo "The Ballad of John and Yoko") e - ahimé - in una certa fase decise di sostituire il suo gruppo con Yoko. Per noi fan fu anche un colpo, ribadito dal "don't believe in Beatles" (dal brano God), ma sicuramente è un esempio fulgido di amore di coppia, fra i più eclatanti del secolo ventesimo. E John-and-Yoko sono divenuti anche loro icone, sia come "alfieri della pace" che come esempio di coppia "in cui decide tutto lei", talora con caratteri grotteschi e non voluti da loro stessi. Ma si sa che per diventare "eterni" c'è anche uno scotto da pagare.

Esiste una liason concettuale tra i libri sulla PID e quello appena uscito?

Non volutamente, anche se parecchie delle citazioni di cui parlavo prima riguardano anche la vicenda Paul Is Dead. Specialmente in ambito cinematografico, fumettistico e nei Serial TV la vicenda "Paul è Morto" è foriera di spunti. Ma è anche logico: un mistero molto "noir" è manna per creare situazioni immaginarie, e gli sceneggiatori ci pescano a man bassa. La copertina di Abbey Road è ormai un'icona mondiale, e la "sottolettura" inquietante della "processione funebre" contribuisce a renderla famosa. Ebbene, anche la PID ha foraggiato il mito, vera o falsa che sia.

Sei un esperto, anche, di grafica e di aspetti visual; mi sono fatto l’idea che la sovraesposizione, la presenza continua alla fine provochi repulsione per ciò che magari un tempo era oggetto di gradimento: perché questo rifiuto non riguarda mai i Beatles, che come tu evidenzi nel libro sono stati utilizzati e sfruttati in tutte le salse?

La tua idea è assolutamente valida; ci sono canzoni bellissime che non si riescono più ad ascoltare perché se ne è abusato, o film che dopo un po' "stufano" perché alcune sequenze sono viste e riviste. In parte, non neghiamolo, può/potrà essere così pure con i Beatles, considerando anche che ci sono dei monomaniaci in Rete per i quali esistono soltanto Loro. Io preferisco ritenermi un Beatlesiano dotato di senso critico, anche nei confronti dei miei beniamini, e alcune posizioni "eccessive" di molta gente le descrivo e le stigmatizzo anche nel libro. Quello che comunque osserviamo è che al momento la loro popolarità non è assolutamente in calo (anche se ovviamente va diversamente intesa da quando erano in attività).

Glauco, perché non ami la musica italiana, o almeno la ritieni meno importante di quella di importazione?

E' un mio limite oggettivo dovuto alla lingua: nell'ascoltare canzoni, mi piace solo l'inglese e al massimo il gaelico, non amo il suono e le cadenze di spagnolo, italiano, francese, tedesco, che non trovo adatti alla musica Rock o Prog. Ma questo non significa che non ci siano bravissimi compositori e esecutori, in Italia. A parte antichi amori per Equipe 84 e qualche altro gruppo beat, trovo straordinaria la prima parte della carriera di Elisa (ebbene sì, cantava in inglese… ma mi piace anche "Luce" in italiano); per non parlare di uno dei più grandi musicisti contemporanei, Ennio Morricone. (Ah, giusto… sono brani strumentali ahhha!).

Certo che Troisi che canta “Yesterday” era davvero godibile!

Quando abbino alle mie "conferenze" filmati, quello è un punto che il pubblico ama assolutamente! Vedi, già da lì si configurava il Mito...

E ora, quale sarà il tuo prossimo capitolo?

Mi piacerebbe avere un minimo di riscontro (non dico "successo" che è una parola grossa) con un romanzo che sto completando, e dovrebbe uscire in primavera per l'editore Erga di Genova. Parla di un personaggio effettivamente vissuto a inizio secolo XX, straordinariamente affascinante. Ho fatto delle ricerche, poi ho voltato tutto in maniera romanzesca. No, niente Rock stavolta… anche se resto affezionato al personaggio di Floyd Hendrix, eroe di un mio thriller che ebbe pochissima diffusione. Forse tu sei fra i pochi che lo ricordano!

E come si potrebbe dimenticare “Com’era nero il vinile”!



martedì 22 novembre 2016

The Pretty Things alla Raindogs House: il resoconto e il video


Momento storico domenica 20 novembre alla Raindogs House di Savona, quando arrivano i The Pretty Things, nati oltre cinquant’anni fa e tuttora in piena attività, anticipatori di una certa musica fatta di r&b, beat e psichedelia, capaci di influenzare generazioni di musicisti, nomi altisonanti compresi.
Pub stracolmo che ha riportato alla Swinging London, ed entusiasmo alle stelle sottolineato da urla e applausi ad ogni cambio di brano e dalla dinamicità di parte del pubblico, non certo composto da adolescenti, ma al cospetto di tale spettacolo risultava impossibile la staticità.
Tanto odore di vissuto, dalla tipologia del merchandising alla strumentazione presente sul palco, veri pezzi da museo la cui efficienza si è dimostrata elevatissima, mentre la serata si andava profumando di “valvole e vinile", rinnegando tutta la tecnologia possibile.



Quando salgono sul palco arrivano i brividi.
A un metro da me Dick Taylor, di mestiere chitarrista, un tempo parte del nucleo dei futuri Stones assieme a Jagger e Richard, divenuto bassista dopo l’entrata di Brian Jones.
L’ho guardato da vicino per tutto il concerto, controllando la sua ritmica, il suo movimento sulla tastiera, la sua precisione, e sono rimasto entusiasta per il ruolo così decisivo, nonostante una discreta età. 



Della band originale era presente anche il vocalist Phil May, grande trascinatore e leader, ancora in grado di modulare l’audience.



Per puntellare l’esperienza è necessaria la forza fisica e quindi la gioventù, soprattutto in un genere che richiede una sezione ritmica adeguata, ed ecco intervenire il basso di George Woosey e la batteria di Jack Greenwood. A completare la line up  Frank Holland, chitarra e armonica.

E’ un viaggio tra i successi passati e spizzichi del nuovissimo album, Sweet Pretty Things (Are In Bed Now Of Course...), una carrellata in successione che ha emozionato chi ha in qualche modo vissuto quel periodo, ma ha permesso un viaggio nel tempo, anche, a chi di quei giorni ha solo sentito parlare, perché lo spettacolo a cui abbiamo assistito ha permesso una proiezione verso un mondo lontano, troppo lontano, ma ancora capace di suscitare esplosioni positive, quelle che, fuor di retorica, solo la musica sa dare.
E alla fine, la sintesi, il giudizio finale risiede nelle parole di qualche musicista che commenta: “Però, hanno ancora un bel tiro!”.

Indimenticabile! E guardiamo uno spezzone di concerto.

SITO 




domenica 20 novembre 2016

INGRANAGGI DELLA VALLE + CLAUDIO CINQUEGRANA BAND A LA CLAQUE (GE)-19-11-2016


La collaborazione tra la Black Widow Records e La Claque ha portato a Genova un evento di grande qualità.
I romani INGRANAGGI DELLA VALLE erano alla seconda esperienza nel capoluogo ligure, dopo la partecipazione al FIM del 2014.
Situazione ghiotta, perché nell'occasione la band ha proposto il secondo album da poco rilasciato, “Warm Spaced Blue”,  ed essere testimoni degli aspetti live permette di chiudere il cerchio, quando si conosce già il prodotto realizzato in studio. Ma andiamo con ordine, seguendo la stretta cronologia.



Ad aprire la serata ci pensa la CLAUDIO CINQUEGRANA BAND.
Conosco Cinquegrana come membro degli UT NEW TROLLS e per le sua tante attività parallele che lo vedono in buona evidenza per le sue skills chitarristiche. Non mi aspettavo certamente ciò che lui e i suoi compagni di ventura hanno portato on stage, e alla fine apparirà chiara la liason tra i due gruppi protagonisti di serata, non per il genere proposto, ma per la voglia di realizzare musica che necessità concentrazione da fruizione, basata, anche, sul virtuosismo, ma soprattutto su una certa complessità di trame che ha riscosso sentito successo.
La CCB regala musica strumentale e nelle dichiarazioni di intenti pre-concerto l’obiettivo appare il tributo al genio di Steve Lukater, fondatore dei TOTO. Siamo sul jazz-rock, sulla fusion, su ritmi quasi impossibili da decodificare, su linee sonore che si intrecciano e rimpallano da un punto all’altro del placo, una sana follia musicale che presuppone un gioco di squadra notevole.
Per realizzare tutto ciò Claudio Cinquegrana si è avvalso dell’ausilio di Federico Fugassa al basso, Gianka Gilardi alla batteria e Pier Colla alle tastiere.
Non conosco il progetto e temo che potrebbe essere estemporaneo, una attività ludica dei musicisti in questione, un divertissement musicale insomma, ma se così non fosse sarebbe bene seguire con attenzione questo ensemble, che potrebbe condurre verso molteplici soddisfazioni.
Un assaggio di serata…


Gli IDV colpiscono immediatamente per la loro giovinezza, affermazione che in termini assoluti perde valore, ma occorre pensare al tipo di musica che propongono, un prog spinto, raffinato, complesso, cerebrale, fatto di atmosfere rarefatte, pressoché scevro di melodia lineare.
Avevo già ascoltato e recensito l’esordio “In Hoc Signo”, li avevo visti sul palco del FIM, ma la prova di maturità che hanno saputo dare in questa occasione va sottolineata, entusiasmo evidenziato anche in diretta, quando spontaneamente dal pubblico arriva un… “Restate qui a Genova!”, sicuramente apprezzato dalla band. Loro sono…:
Mattia Liberati (tastiere e voce), Flavio Gonnellini (chitarra e voce), Davide Noè Savarese (voce), Shanti Colucci (batteria e percussioni), Antonio Coronato (basso elettrico), Marco Gennarini (violino e voce) e Alessandro Di Sciullo (chitarre, tastiere, basso, voci).
Non conosco il background musicale specifico di questi ragazzi, ma visto il risultato sembra abbiano studiato a fondo alcuni grandi del passato, aggiungendo il talento e la formazione personale, sintetizzando il tutto in una “materia nuova”, lontano dalla spendibilità e visibilità ad ogni costo, qualcosa che presuppone un audience con particolare sensibilità.
E’ come se l’imprevedibilità di Zappa sposasse il rigore e il genio di Fripp, rilasciando un copione che va interpretato con rigore, ma lasciando uno spiraglio per la necessaria via di fuga personale. E non è semplice amalgamare e creare un collante - e un percorso sicuro -  per sette musicisti, numero cospicuo di teste pensanti che spesso è la vera barriera che si oppone al raggiungimento dell’obiettivo.
Gli INGRANAGGI presentano il loro nuovo lavoro, quasi ipnotizzati sul palco, e trasferiscono il loro status magico al pubblico che li osserva in religioso silenzio.
A presto parlerò del loro album… per questa sera mi sono preso una vista del nuovo che avanza, perché forse non tutto è ancora stato detto, almeno nei dettagli.

E il loro set inizia così...






mercoledì 16 novembre 2016

Davide Pansolin: l'etichetta Vincebus Eruptum e il progetto Psychedelic Battles


Credo che Davide Pansolin appartenga ad un ceppo raro, di cui si sono smarrite le tracce.
Mio concittadino - ma ho scoperto la sua esistenza solo da pochi mesi - muove in piena autonomia ciò che un tempo sarebbe stato lavoro per una squadra nutrita e competente. Ovviamente sto parlando di musica. A questo punto poco conta l’ambiente specifico in cui ama navigare, ognuno di noi è catturato dal mondo dei suoni senza che intervenga la razionalità, ma il suo essere open mind fa sì che la specializzazione sul versante psichedelico non escluda il resto della musica, purché esista il presupposto della qualità.
Scrittore di fanzine totalmente in lingua inglese che compila quasi da solo, organizzatore di eventi, gestore di uno spazio cittadino dedicato al suo scambio culturale preferito, leader di un’etichetta discografica e chissà quante altre cose. Il tutto con una materia base e comune: la psichedelica e il vinile.
Non svelo oltre, perché nell’intervista a seguire emerge perfettamente l’essenza del lavoro di Davide e, soprattutto, la sua dedizione totale ad un credo che, spero per lui, sia condiviso anche in famiglia! Per molti aspetti mi riconosco in lui, soprattutto per certi tratti caratteriali che vedo mancare alla maggioranza delle persone che conosco: fare seguire rapidamente l’azione al pensiero; faccio quindi il tifo per Davide, il cui coraggio imprenditoriale - e sto parlando di atteggiamento e non di lavoro - va sostenuto in tutti i modo possibili.
Una riflessione legata al mondo del vinile, quello che ho conosciuto sin dagli albori: erano i tempi del magico “rito del vinile”, quando chi riusciva ad arrivare alla nuova uscita di Genesis o YES non la teneva per sé, ma cercava la condivisione con gli amici più stretti, in una casa, con uno stereo spesso di infima qualità la cui puntina iniziava da subito l’opera di erosione.
Erano anche i giorni in cui si trovava sempre il tempo per socializzare davanti ad un LP, tutti curiosi e affascinati dal nuovo rilascio. Perché riparliamo insistentemente di vinile, nel 2016, un supporto fisico inadeguato per le nostre attuali velocità e modi di vivere? Beh, forse si incomincia a sentire l'esigenza del rallentamento, del prendere un po’ di tempo per ritrovare il ritmo più consono, e in questo senso un mezzo nato tanti lustri fa - sembra quasi un paradosso - può accostarsi a necessità attuali per tentare una sorta di rinascita. O forse è solo perché un disco dentro ad una copertina fantastica e leggibile continua a fare sognare chiunque possegga un po’ di sensibilità.


Lo scambio di battute…

Siamo concittadini in una piccola città, entrambi siamo attivi sul versante “cura e condivisione” delle musica, eppure… ci siamo conosciuti solo da pochi mesi: chi è il carbonaro, io o tu?

Direi entrambi… a parte gli scherzi, una delle pecche di come viene vissuta la musica in Italia è la settorialità. Tu storicamente ti occupi più di progressive rock, mentre io di psichedelia, ma se pensi che la matrice rock è comune e che poi molto spesso il confine tra i due “generi” è molto labile, trovo la cosa davvero incredibile. A Savona ci sono delle eccellenze che solo da poco stanno convergendo verso un’unica direzione: ci abbiamo messo tantissimi anni ma finalmente chi si occupa di cultura prova a collaborare eliminando gli steccati che si erano misteriosamente creati. Comunque l’apertura della sede in Vico Crema ha sicuramente facilitato l’incontro, perché dopo una vita underground indirizzata all’estero e alle principali città italiane, finalmente ho incentrato molto gli sforzi anche verso la mia città, nel sovraumano sforzo di tentare ad aiutare una crescita culturale per i nostri figli.

Mi ha stupito l’enorme mole di lavoro che, da solo, riesci a compiere, ed evidenzio che è tutto tempo sottratto alla famiglia e al tempo libero, e non è un lavoro nel senso tradizionale del termine: che cos’è per te la musica?

Per me la musica è passione. Non c’è altra parola. Contrariamente a te, io non sono musicista, ma da quando ho raggiunto l’età giusta (12/13 anni?) mi nutro costantemente di musica, avendo attraversato davvero molte tipologie di ascolti: negli anni mi sono specializzato nella psichedelia e in tutte i suoni limitrofi, ma i miei ascolti sono davvero polivalenti: l’unico ambito al quale stento ancora ad avvicinarmi, sicuramente per pura ignoranza, è il jazz… anche se ne apprezzo i classici…

Mi pare però giusto dare dei contorni alla mia chiosa: quali sono le tue tante attività?

L’attività principale, nata ormai 17 anni fa, è sempre stata la fanzine Vincebus Eruptum. Nata grazie alla collaborazione con i fratelli (o meglio zii) di Vinyl Magic 3, è poi diventato un contenitore autonomo, che recentemente ho deciso di mettere in letargo: forse per creare qualcosa di nuovo. Dalla fanzine è nato tutto il resto: dall’etichetta discografica alla promozione di eventi, fino alla collaborazione costante con il programma radiofonico Mr. Rock di radio Savona Sound. L’ultima attività nata è l’organizzazione di Savona-Vinile, prima fiera del disco da collezione che si è tenuta nel 2016 nella magnifica cornice di Palazzo Santa Chiara: questo filone mi permette di essere più utile alla mia città e spero di poter continuare nel tempo. Approfitto di questa occasione per dire in anteprima che ci sarà un “warm-up” in occasione di Albissola Comics a fine aprile.

Mi parli meglio della tua etichetta discografica e dei tuoi… vinili?

L’etichetta è nata con l’obiettivo di pubblicare su vinile la musica che più mi piace: tutto è nato ascoltando “The Satori In Elegance…” degli amici Sendelica: mi sembrava un peccato che una band del genere non avesse la possibilità di pubblicare anche su vinile.
Da allora sono passati quattro anni ed entro fine 2016 arriveremo alla pubblicazione di quindici diversi titoli. Diciamo che mi sono tolto delle soddisfazioni collaborando e promuovendo amici (Captain Trips, The Grand Astoria, Anuseye), pubblicando album davvero esemplari e raggiungendo il sogno di pubblicare per la mia etichetta band di culto per i miei ascolti (come i Linus pauling Quartet), o di ospitare su un disco  da me prodotto idoli dei miei ascolti, come Twink e Nik Turner nell’ultimo disco dei Sendelica.

Che tipo di progetto è  Psychedelic Battles?

"Psychedelic Battles" è un progetto nato nel 2015, sulla spinta di una proposta di due amici, Peter Bingham e Riccardo Cavicchia, chitarristi di due band amiche dell’associazione culturale Vincebus Eruptum, rispettivamente Sendelica e Da Captain Trips. I due amici volevano collaborare e chiesero a me di inventare un contenitore nel quale poter liberare la loro creatività: da lì nacque il concetto di battaglia psichedelica, ispirata dalle cruente battaglie medievali, dove al posto delle armi i cavalieri/musicisti potevano usare i propri strumenti. L’ispirazione per la copertina è invece arrivata dal “famoso” quadro raffigurante la battaglia di Orša, cittadina della Bielorussia dove l’8 Settembre 1514 combatterono gli eserciti del Granducato di Lituania e del Regno di Polonia, da una parte, e quello del Granducato di Mosca, dall'altra. Il mix tra la rappresentazione storica della battaglia ed uno strato di pura grafica psichedelica ha dato vita alla copertina: i vari volumi della serie saranno differenti solo per le tonalità, mentre lo sfondo ‘medieval-cavalieristico’ resterà tale. Un’altra caratteristica delle "Psychedelic Battles" è il musicista a cui sono”intitolate”: ogni volume infatti è dedicato a un guru del rock psichedelico. Il primo volume è stato dedicato a Sky Saxon dei The Seeds, mentre il secondo volume a David Allen dei Gong. I prossimi volumi? Sorpresa…
Passando al contenuto musicale, vero e proprio fattore dominante delle "Psychedelic Battles", il primo volume ha visto la partecipazione dei Gallesi Sendelica e degli italiani Da Captain Trips, mentre il secondo volume condivide la musica dei Tedeschi The Spacelords e degli italiani Dhvani. Finora tutta la musica rappresentata è puramente strumentale, ma questo non è un vincolo delle "Psychedelic Battles", e probabilmente nei prossimi volumi troveranno spazio anche brani cantati.
Il progetto sta avendo un buon interesse e ci sono molte band che si stanno proponendo per sfidare a singolar tenzone altri progetti musicali: nei prossimi mesi vedremo “combattere” gli Americani The Linus Pauling Quartet, i giapponesi Acid Mothers Temple, gli italiani Colt 38, gli americani The Lucky Of Eden Hall, gli svizzeri Viaticum e molti altri!

Quando ho letto le tue fanzine mi si è aperto un mondo… io che racconto a tutti come abbia vissuto a fondo la musica, sin dall’adolescenza, ho fatto fatica a trovare qualcosa di conosciuto: che tipo di ricerca musicale svolgi e quali sono i generi che preferisci?

Come già accennato ascolto davvero di tutto e ritengo di avere una cultura rock sufficientemente approfondita: mi sono dovuto specializzare sulla psichedelia perché se oggi vuoi fare cose significative devi specializzarti in una nicchia. Grazie ai contatti della fanzine, e a qualche amico più anziano di me, la ricerca è costante e non terminerà mai.

Tutto il tuo autarchismo può avere un paio di significati, sei un accentratore o non trovi il giusto ausilio: cosa pensi del lavoro di squadra?

Mi hai beccato. Purtroppo sono un accentratore, anche se in teoria credo nel lavoro di squadra. Spesso mi piace essere da solo, perché adoro la reattività: per esempio incontrare Filippo Leonardi dei Pater Nembrot il sabato sera, chiedergli come mai non esce il nuovo disco “Nusun” della sua band su vinile e la domenica mattina chiamarlo per proporgli di pubblicarlo su etichetta Vincebus Eruptum. Questo in una situazione di squadra non sarebbe possibile. Ho comunque degli amici che mi aiutano e tantissimi associati, ma le decisioni “strategiche ed operative” mi piace deciderle in autonomia, perché se non andassero bene saprei con chi prendermela!

Che significato dai al ritorno al vinile (ora anche al 45 giri)? Voglio dire… al di là dell’amore che abbiamo per l’oggetto, quando viaggiamo - e credo che tu sia spesso su quattro ruote - abbiamo bisogno d’altro!

Il vinile per noi appassionati e collezionisti non è mai andato via! Oggi ritengo che si stia un po’ esagerando con questa moda, anche se vedere adolescenti con un vinile in mano mi fa tornare indietro a quando il sabato pomeriggio mi compravo un disco da Sperati e alla sera non uscivo per ascoltarlo, anche perché avevo esaurito i fondi della settimana! Io trovo che il cd sia morto: la dinamica ideale sarebbe pubblicare su vinile e fornire il download code, in quanto come dici tu, in auto è molto comodo poter accumulare file su una chiavetta.

Che piacere ti dà la condivisione?

Enorme. L’apertura della sede in Vico Crema ha amplificato questa possibilità e devo dire che poter parlare con amici o curiosi occasionali di quello che faccio da tanti anni è una soddisfazione impagabile.

Per concludere parlami un po’ del tuo futuro e dei tuoi progetti… musicali, of course!

Continuare a produrre dischi (ne ho in cantiere te entro febbraio, tra cui il già citato “Nusun” dei Pater Nembrot, il nuovo disco dei texani Project Grimm ed il terzo volume di Psychedelic Battles), inventarmi qualcosa al posto della fanzine e riuscire a rifare Savona-Vinile a Palazzo Santa Chiara.

Un’ultimissima cosa, come ti si può trovare fisicamente, a Savona, magari al sabato, in qualche via del centro… puoi fornire la giusta indicazione?

Certo! Solo il sabato mi si può trovare in Vico Crema 15 R, nel centro storico di Savona, a cinquanta metri dalla celeberrima bottega della panissa, perché non dimentichiamo che “in Vico Crema oltre le fette c’è di più”…



King Crimson a Torino, 14 novembre 2016: luci ed ombre di un concerto storico


La ripetizione di un concerto all’esatta distanza di 43 anni non può essere per me un fatto qualunque. I King Crimson ritornano a Torino – due date consecutive – all’interno di un contesto più ampio denominato The Elements of King Crimson Tour 2016.
Rispetto a quel concerto antico, di cui sono stato testimone, l’unico elemento comune è Robert Fripp, of course, ma i nuovi compagni di viaggio hanno dato un bel contributo alla creazione di una nuova magia. Chiamare “nuovi” Tony Levin e Mel Collins suona un po’ strano, ma se il riferimento resta il 12 novembre del 1973, beh, tutto è cambiato.
Ripeto, la musica è sempre mistica, le trame affascinanti, l’avvolgimento sonoro totale, ma certo è che una tale formazione, e non parlo di nomi ma di logica di line up, è un caso unico. Ma andiamo per gradi.
Se dovessi dare un giudizio globale, parafrasando una frase storica di un noto allenatore di calcio, direi che… sono rimasto pienamente soddisfatto… a metà.
Il Teatro Colosseo è stracolmo quando una voce delicata detta le maledette regole della serata: la portavoce ci informa infatti che non sarà possibile tenere acceso alcun “electronic device”, salvo che nel corso del bis, quando “Tony” fotograferà il pubblico, che potrà ricambiare scattando foto a ripetizione per… pochi secondi. Non basta, l’esortazione è quella di “registrare” la serata solo con l’udito e godersi lo spettacolo. Grazie per il consiglio! E forse Fripp ha ragione, perché un evento del genere necessita di una sicura concentrazione, e lo scatto selvaggio non fa parte dei piani del buon Fripp. Ma l’accanimento del servizio d’ordine mi è risultato particolarmente sgradevole. 
Inizia così uno spettacolo suddiviso in due parti - con una sosta intermedia di venti minuti - che alla fine risulterà consistente anche dal punto di vista dello spazio temporale.
Prende posto sul palco la formazione sorprendente a cui facevo accenno che è bene sviscerare: 

Robert Fripp – chitarra, mellotron, pianoforte elettrico, tastiere
Tony Levin – basso, Chapman Stick
Pat Mastellotto – batteria
Gavin Harrison – batteria
Mel Collins –sax, flauto fiati
Jakko Jakszyk – chitarra, voce
Jeremy Stacey – batteria, tastiera

Il brano di apertura è esattamente quello del ’73, quel Larks’ Tongues in Aspic, Part One che conduce ai primi brividi di serata.
I tre batteristi sono posizionati in belle evidenza, con il centrale Jeremy Stacey che necessita di maggior spazio per le tastiere.
La domanda iniziale è proprio relativa al triplice drummer: operazione spettacolare o azione funzionale alla nuova strategia musicale? Con il passare dei minuti ci si rende conto che la triade di percussionisti è il fulcro dello spettacolo: tutto ruota attorno a loro, che sanno fare il lavoro solista ma al contempo svolgono il tipico lavoro richiesto da sempre al ruolo.
Agiscono a volte in simultanea, ma è possibile trovare Garrison che porta il tempo regolare mentre Mastellotto va in controtempo innescando un tourbillonn di ritmi da paura.
In alto capeggia il resto della band, un po’ ingessata, atteggiamento dietro al quale dovrebbe esserci precisa volontà, avendo visto da molto vicino Tony Levin, e sapendo quindi che la sua indole è un po’ diversa.
I brani passano e la pelle d’oca diventa caratteristica di serata: da Epitaph a Easy Money, passando per The Court of the Crimson King e The Letters, con il raggiungimento dell’apice con Starless.
Non sono riuscito ad apprezzare a pieno la voce di Jakko Jakszyk, ma avendo nella testa il timbro di Lake e Wetton, il condizionamento naturale mi impedisce una buona obiettività.
Il pubblico è apparso entusiasta, sottolineando l’eccitazione ad ogni fine brano, ma fare uscire una minima soddisfazione dal volto di Fripp non è roba per comuni mortali.
E proprio questa “relazione gelida” che rappresenta a mio giudizio una discreta lacuna, perché il concerto è il luogo deputato allo scatenarsi delle emozioni, dove nasce un rapporto osmotico che lega musicisti ad audience, ma ho personalmente patito la rigidità autoimposta della band, capace di regalare musica incredibile, ma abbastanza decisa nel… mantenere le distanze. Di fatto credo sia il primo concerto della mia vita in cui nessuno dei protagonisti sul palco apre la bocca per dire una parola, magari per presentare la band, meglio ancora per ringraziare… nulla di nulla.
Ma noi eravamo lì per la musica, e nella condizione migliore possibile per la fruizione di un evento del genere, probabilmente irripetibile. 
E quando arriviamo al bis, 21st Century Schizoid Man riporta ad un 5 luglio del 1969, quando Fripp e soci affiancarono gli Stones ad Hyde Park, due giorni dopo la morte di Brian Jones.

I King Crimson sono alla quarta renunion, sempre nel nome di Mister Fripp, che appare saldamente al comando di una nave da battaglia, capace ancora di realizzare sold out e fornire prove di longevità assoluta. In Italia non li abbiamo mai dimenticati e credo che il tour in corso ne sia la dimostrazione lampante.

Valeva la pena esserci anche se alle tante luci si contrappone qualche ombra, secondo un sentimento del tutto personale.

E per una volta non ho alcun filmato da mostrare!



domenica 13 novembre 2016

Rock Progressivo Vol. 3-Stefano Orlando Puracchio


Rock Progressivo Vol. 3 è il titolo del nuovo libro di Stefano Orlando Puracchio, probabilmente la chiusura di un capitolo dedicato ad argomento specifico, volume non programmato, ma dettato da esigenza personale - il sentire dentro che il cerchio va chiuso - e dal rapporto osmotico che si viene a creare con il lettore, che arriva a dettare qualche aspetto non ancora toccato e spera che l’argomento del cuore venga successivamente  trattato.

Cliccando sul link a seguire si può leggere il pensiero dell’autore - d’ora in poi chiamato SOP - che chiarisce perfettamente tutti gli aspetti inerenti al cuore del book:

NOTE E INTERVISTA

Partiamo intanto con un voto alto legato all’autoproduzione, le cui motivazioni sono ben spiegate da SOP nell’intervista rilasciata.
Ma essere bravi imprenditori di se stessi, il dare l’esempio e indicare una strada, non è necessariamente sinonimo di qualità del “prodotto”, quella che al contrario contraddistingue questo terzo volume dedicato ancora alla musica progressiva.
Argomento di nicchia, certamente… topic trattato e bistrattato nel tempo, ma attuale più che mai.
Vediamo gli aspetti positivi e qualche spunto di miglioramento.
Diciamo intanto che SOP è giovane e gli argomenti di cui scrive appartengono a epoca lontana - esclusa la contemporaneità di cui si occupa, anche in modo approfondito - e sono quindi il frutto delle ricerca, dello studio, e in estrema sintesi di un impegno che è caratterizzato da una passione assoluta e pulsante, palpabile riga dopo riga. 
Questa apertura mentale, dettata appunto dall’affrontare un argomento complesso senza pregiudizi, gli permette di scardinare limiti e confini che sono tipici del pensiero comune, quella creazione di rigide etichette che lo stesso SOP sente come utili per riconoscimento rapido e incasellamento, ma inappropriate quando si parla seriamente di musica, a maggior ragione se l’argomento è il Prog, che presenta tra i suoi stilemi l’assoluta libertà espressiva, ed è da considerarsi quindi un contenitore dove si può inserire tutto il conosciuto, con l’evidenziazione del termine “progressivo” che spinge verso l’idea di dinamicità e moto continuo dell’evoluzione.
L’elemento comune è sempre la qualità della proposta, e laddove esistono valori musicali assoluti non nasce nell’ascoltatore l’esigenza di costruire paletti pseudo musical - intellettuali.
Diventa quindi semplice parlare di Billy Cobham e della Mahavishnu Orchestra e passare subito dopo all’essenza della materia rappresentata dai Magma, per poi approdare al New Prog dei Pendragon, passando per la storia italiana raccontata da Lino Vairetti degli Osanna.
E in questo giro di giostra sono, anche, i protagonisti a parlare, personalmente o attraverso interposta e qualificata persona, e questa è la parte documentale che amo particolarmente, e che solitamente interessa il lettore attento.
Ma SOP non descrive solo gli elementi storicamente riconosciuti e si rivolge ancora alla “sua” Ungheria, e sono conscio del fatto che esista un’enorme parte di musica progressiva che andrebbe raccontata - che in pochi conoscono -, presente in ogni parte del mondo e attiva da decenni: la tecnologia attuale ci permette di accorciare le distanze, ma gli stereotipi difficilmente vengono erosi dalla massa dei fruitori della musica, e i chiarimenti di SOP vanno nel senso della divulgazione e dello sharing.
C’è spazio per il prog teutonico, per gli interventi qualificati di operatori del settore, per il metal progressive e per l’attualità, con la sottolineatura di gruppi italiani giovani - anche chi non lo è più ha ripreso l’attività negli ultimi anni - come i Marchesi Scamorza, VIII Strada e Il Cerchio D’Oro, questi ultimi quasi pronti a rilasciare il terzo album della loro rinascita. E mettiamoci anche i veri giovani Unreal City - anche loro a ridosso del terzo lavoro -, già presentati nell’ultimo libro, ma nuovamente intervistati, in un modo colloquiale che è lo status di tutta l’opera, quel rivolgersi ad artisti, ovviamente, ma anche ai lettori, come se il dialogo avvenisse in una stanza, calmierando le posizione di tutti i protagonisti - scrittore, artisti e fruitori del lavoro.

Se volessimo trovare una pista di lavoro per il futuro questa non riguarda gli argomenti e la loro presentazione, ma il lay out espositivo, che sicuramente segue il filo conduttore voluto dall’autore ma a volte l’impressione è che la cronologia degli argomenti poteva essere cambiata, vedi l’appendice dedicati agli Unreal City.

Un’ottima lettura, una testimonianza da conservare e un interrogativo zappiano tutt’altro che banale: “Does humor belong in music?”, l’umorismo appartiene alla musica?
Christian Vander dei mitici Magma contrasta con la retorica di Frank Zappa, perché, lui direbbe, la Musica è roba seria e il divertissement deve restarne fuori.

E su questo aneddoto, citato da SOP a pagina 54 si potrebbe scrivere un nuovo libro!