venerdì 11 marzo 2016

Le copertine di MAT2020: nel 2016 spazio dovuto per Keith Emerson, raccontato da Corrado Canonici


ACCADEVA NEL MARZO 2016…

Nel momento del pieno sconcerto, appena avuta la notizia della scomparsa di Keith Emerson, la prima cosa che ci è venuta in mente è stata quella di ricordarlo in modo adeguato, con la sola nostra possibilità che è quella dell’utilizzo di carta e inchiostro digitale. Ci siamo rivolti a Corrado Canonici, suo agente, già collaboratore di MAT2020: chi meglio di lui, che gli ha vissuto accanto, poteva lasciare un ricordo significativo?

 

KEITH EMERSON: UN RICORDO

di Corrado Canonici


Keith Emerson dei Nice e degli Emerson, Lake & Palmer, il Jimi Hendrix delle tastiere: non è uno scherzo di cattivo gusto, quel Keith Emerson non è più tra noi.

Keith è morto nella notte fra il 10 e l’11 marzo nella sua casa di Santamonica, California. Mari, la sua compagna di lunga data, donna bella, intelligente e devota a Keith ed alla sua musica, lo ha trovato così, tornando a casa. Non riesco a non pensare a Mari costantemente, alla forza di cui avrà bisogno per fronteggiare un trauma così grande.

Ma non vogliamo ricordare Keith per la parte finale e tragica della sua vita, pensiamo invece a quello che ci ha regalato, agli albums geniali che hanno cambiato la storia del rock.

Come lo ricordo io?

Ricordo l’incontro con il manager storico di EL&P, Stewart Young, quando l’ho contattato per vedere se gli andava di avere Emerson di nuovo in tour: mi incontra a Notting Hill e mi fa un’intervista inquisitoria, serissima, voleva essere sicuro che fossi la persona giusta. Ricordo il primo incontro con Keith pochi giorni dopo aver incontrato Stewart; l’appuntamento con Keith è a Londra, Goodge Street. Non trovo il ristorante, quindi lo chiamo: “Dov’è il ristorante? Non ti trovo”. E lui mi guida al telefono con il suo tipico humour: “Attento quando attraversi la strada, guarda quell’auto che sta arrivando, ecco ora è libero” – quindi lui mi vedeva ma io no! Gli chiedo dove diavolo è, ma lui ridendo sotto i baffi non me lo dice. Improvvisamente me lo trovo di fronte sul marciapiede, letteralmente saltato fuori da dietro un cartello, atterrando a gambe larghe come per dire: “Signore e Signori, Keith Emerson”. Scoppio a ridere, lui mi stringe la mano; tutto inizia in quel ristorante di sushi, nostra passione comune.

Ricordo con orgoglio il primo tour organizzato per lui, iniziato con difficoltà (cattivi promoters si incontrano, a volte) ma poi diventato di grande successo, accoglienze fantastiche dappertutto. Ricordo la sua felicità di essere tornato on stage e la voglia di continuare, che poi lo ha portato ad incontrare il suo collaboratore Marc Bonilla, grandissimo chitarrista e vocalist che ha saputo stimolare Keith così tanto da, finalmente, tornare a registrare un nuovo album dopo anni di inattività discografica. Ricordo un altro tour, il concerto in Austria davanti al suggestivo castello di Wiesen, poi il giorno dopo il volo su Roma, alla stessa ora della finale del campionato mondiale, quello vinto dall’Italia. Ho viaggiato in aereo vicino ad uno dei figli di Keith, Darren, che aveva deciso di seguire alcune date per stare vicino al padre. Ci siamo fatti quattro risate, Darren si muove come Keith da giovane ed ha lo stesso humour. Il giorno dopo si suonava a Roma. Keith mi chiede di scrivergli l’inno italiano, che vuole suonare al Moog per iniziare il concerto. Mi chiede se mi serve una tastiera, al che lo guardo scherzosamente con sufficienza e gli dico: “Ovviamente no” (nella mia ‘vita precedente’ ho suonato professionalmente, ho le note in testa, non devo suonarle per scriverle). Vedo un cambio nel suo atteggiamento, un sorriso compiaciuto; quando Keith capisce di aver a che fare con musicisti diventa diverso, si avvicina. Per Keith, se uno ama la musica e la può suonare, vuol dire che lo può capire. Penso che il cambiamento da agente ad amico sia avvenuto lì, in quell’hotel, con me che gli scrivo le note dell’Inno di Mameli.

Impossibile non ricordare quando ci è capitato di suonare alcune note assieme, lui al piano ed io al contrabbasso; e Keith che mi dice “Perchè non suoni con me alla RAI il prossimo mese?”. Suonare con Emerson: da ragazzino me lo sognavo. A quell’apparizione RAI ne sono seguite un paio d’altre, grande divertimento.

Il tour russo è stato uno dei migliori, con il concerto finale alla “Creation Of Peace Festival”, dove oltre a Keith come headliner c’era Patty Smith. 250,000 persone di pubblico, bellissimo; poi seguito da due date a Mosca ed una a San Pietroburgo – dalle date di Mosca sono usciti un CD ed un DVD. Mi sento orgoglioso ed onorato di aver contribuito a quelle creazioni di Keith, attraverso il live.

Vorrei concludere con quello che penso sia un atto di giustizia: dare ad Emerson ciò che è di Emerson. Infatti, sebbene sia fuor di dubbio che Emerson, Lake & Palmer siano una reazione chimica a tre, e tutti e tre sono necessari per farla accadere, è anche vero che la musica è prevalentemente di Keith, lo è sempre stata. Keith era il visionario, con l’intuizione geniale di abbattere frontiere musicali creando quello che in fondo è stato il primo ‘villaggio globale’ della musica – dove rock, classica, blues, jazz e ballads coesistono e si arricchiscono a vicenda creando un panorama musicale inedito ed interessantissimo. Nel nostro piccolissimo, continueremo con la tribute band “3C” a portare la bandiera della sua musica a cui tanto teneva. Il nome ce l’ha dato Keith stesso quando ha registrato gentilmente un video-messaggio di saluto per noi, gesto di grande generosità, tipico del personaggio.

Keith Emerson: grazie di cuore. Sei stato un genio. Ci mancherai tantissimo.

 

SUGGERIMENTI

https://www.youtube.com/watch?v=mTj4538fkGA&list=PLCWR7cftUj6R-WndKy71flBU-g6HRNpd6&ab_channel=SilverBell

ultimo concerto  di ELP, High Voltage Festival, Londra, 2010

https://youtu.be/avR0nA3IG50

dal concerto di Mosca di cui ci sono disponibili CD e DVD 

https://youtu.be/aV9TvkVhHug

RAI1, 50 Canzonissime, dove ho avuto per la prima volta il piacere di suonare con lui. 

www.emersonlakepalmer3c.com

la nostra tribute band che Emerson ha “battezzato” e a cui ha dedicato un video-messaggio.

 

Corrado Canonici, di base a Londra, nasce come contrabbassista professionista per poi diventare agente, rappresentando fra gli altri proprio Emerson dal 2004.

Dall’anno scorso ha formato, assieme ai vecchi amici Colò e Carlini, la ELP tribute band CC&C, che Emerson ha ribattezzato 3C (www.emersonlakepalmer3c.com)




 

mercoledì 9 marzo 2016

Gianni Venturi-Lucien Moreau: "MOLOCH"


Ho conosciuto Gianni Venturi come frontman dell’Altare Thotemico, e seguendo nel tempo il suo percorso musicale ho imparato ad apprezzarlo come artista completo, come portatore sano di messaggi pesanti, con la propensione all’azione iconoclasta.
Non conoscevo invece Lucien Moreau, altro musicista musicalmente eterodosso, e trovo che l’abbinamento possa sfociare nel matrimonio perfetto, nell’empatia assoluta, nella spontanea condivisione dei compiti in fase creativa, con un disegno conclusivo che provoca una botta terrificante, capace di scuotere le coscienze e le menti di chiunque si avvicini alla loro attuale proposta, l’album “Molock, 72 minuti di comunicazione attiva, suddivisi su 15 tracce: tanta roba, se si pensa alla media tempo di un album, poca cosa dopo aver appreso i contenuti. La qualità e l’efficacia non sono funzione di un tempo determinato, ma gli argomenti trattati suggerirebbero un martellamento continuo perché, è un dato di fatto, viviamo nella tragedia quotidiana.
Rubo due frasi scritte da altri per sintetizzare l’essenza dei due artisti:

Gianni Venturidi lui si può dire che ha lavorato, scritto, suonato, dipinto, recitato e, infine, vissuto
Lucien Moreauè nato su di un’isola e morirà su un’isola: nel frattempo cerca nuove strade per raccontare il dentro

La suddivisione dei compiti è netta, con stesura dei testi e proposizione vocale di Venturi, e tutta la parte compositiva e strumentale ad appannaggio di Moreau.
Il disco è dedicato a figure di riferimento, muse ispiratrici ben identificate - Allen Ginsberg, Frida Kahlo, William Blake, David Bowie - ma l’attenzione è viva su “centinaia di altri artisti, nostri fratelli e sorelle, coraggiose icone di una vita senza compromessi”, chiosano i due musicisti.
Disco di estrema denuncia sociale, a fine ascolto mi appare molto più semplice di quanto mi aspettassi: un bene e un male al contempo. Provo a spiegare.
La premessa - la lettura del comunicato stampa, le parole di Venturi e Moreau, proposte a seguire - mi portava a pensare alla necessità di una buona dose di concentrazione, ad un’attenzione rigida al copione per captare i significati più reconditi, ad un utilizzo della ragione che poteva escludere il puro piacere d’ascolto, quel godimento inconscio che arriva quando le trame musicali colpiscono a tradimento.
Beh, non è certo un contenitore semplice, ma sicuramente capace di accoglienza, senza che siano necessari particolari sforzi. Non è un problema estetico, o di solo contenuto, ma tutto ciò che Venturi e Moreau ci urlano in faccia è il nostro dramma quotidiano, talmente grande e diffuso che elencarne i punti salienti diventa quasi mortificante, umiliante, perché la convivenza è diventata un’abitudine e perché il bispensiero inventato da Orwell si è impadronito di chiunque abbia il potere di muovere i fili del nostro teatro.
La guerra, le ideologie andate in fumo, le differenze culturali e di genere, le diversificazioni sociali… e l'assuefazione è una mannaia più grande del problema stesso!
Studiare la storia, si dice, aiuta a capire chi siamo e a costruire un futuro: “Storia magistra vitae”, ma pare proprio che l’uomo sia privo del buon senso necessario, perché il potere e il denaro sono sempre di più l’obiettivo della vita: “Senza profitto non c’è conflitto”, recita “Kaddish”, uno dei brani dell’album, nel meraviglioso video che propongo a seguire.
E’ un grande circo il nostro, “Il Circo Dei Normali”, che appiattisce verso il basso, e solo raramente si trova il coraggio di rialzare la testa per non rischiare di uscire dall’uniformità di pensiero e di atteggiamento, che rassicura gli ignavi e gli accidiosi.
Il grido di denuncia è al contempo una preghiera, perché resta la speranza che la protesta, forte e circostanziata, riesca a far aprire gli occhi a chi per mestiere o codardia preferisca la controllata cecità.
La musica di Venturi e Moreau è poesia, urlo di dolore, pugno allo stomaco e tacitamente una via di uscita, tortuosa, ma che ha come goal l’intento di distruggere il paesaggio distopico ormai diffuso nelle nostre vite, nelle nostre città e nei nostri pensieri.
Difficile etichettare un album come “Molock”: sperimentale? Elettronico? Progressivo?
Ecco, è quest’ultima la definizione che preferisco, idealizzando il prog al di fuori del pensiero comune, riferendomi invece alla libertà espressiva, al cambiamento, al continuo divenire di idee e sonorità.
Un gran lavoro, di elevato impatto emotivo e didattico, da esportare sui palchi più disparati, adatto ad ogni situazione in cui si voglia  e si possa utilizzare la musica per dare la scossa e mettere in connessione cuore, cervello e muscoli.
Un mio flashback… e come tale va preso… Gianni Venturi e Lucien Moreau mi hanno fatto ritornare ad un’arte gioiosa e primitiva, poco spendibile all’epoca - gli anni ’60 - quella prolificata nella Factory di Warol, luogo in cui, tra dissolutezza e pazzia, nascevano libere le idee, a volte eccentriche, ma rispettose del genere umano, un esempio pacifico e sfrontato, condizionato dagli eccessi, ma finalizzato ad una creatività non violenta.
Confronti inopportuni? Solo feeling da ascolto per un album notevole, il cui peso specifico sarà evidente dopo lo start al video di fine articolo.
Voto elevato per “Molock”.


L’INTERVISTA

Non conoscevo il progetto MOLOCH: come nasce la collaborazione con Lucien Moreau?

Ci siamo conosciuti improvvisando, lui con il violoncello io recitando testi in una galleria d’arte a Ferrara! Due performance nello stesso giorno. Un energia fortissima ci scorreva fuori e dentro…

Qual è il vostro punto d’incontro… l’anello di congiunzione tra anime differenti?

Età differenti, ma anime molto simili, anche se io musicalmente vengo dal progressive, lui a volte è più progressivo di me; tutto per Lucien è in divenire, in costante trasformazione, facile per me trovare punti d’incontro con lui. Non abbiamo nemmeno bisogno di parlare, siamo onde nello stesso mare.

L’album appena rilasciato presenta forti messaggi di denuncia sociale: mi racconti come è nato e che cosa contiene il lungo percorso di quindi tracce?

Noi crediamo che l’arte abbia il dovere di tenere gli occhi spalancati sul tessuto sociale; a volte esprimere concetti importanti necessita di tanto tempo, crediamo che 15 tracce siano il minimo per raccontare il percorso di “Moloch”! Prendiamo ispirazione da Allen Ginsberg e tutta la beat generation, quando le parole dei poeti cominciavano ad irrompere nel mondo della gente in maniera dirompente. Ricordate il processo a Ferlinghetti per avere pubblicato ”Urlo”! Quel processo vinto ha aperto la via ad una nuova poesia, ad un arte sempre più connessa con il mondo e le sue pene.

Come definireste la vostra proposta dal punto di vista squisitamente musicale?

Rock teatrale elettronico di matrice progressiva!

Parlare di musica mi sembra però riduttivo… sperimentazione, teatro, poesia, arte senza alcuna limitazione: esiste un pubblico particolare a cui è rivolto il vostro lavoro?

Crediamo fermamente che il pubblico spesso sia più preparato di quanto pensi la grande industria discografica. Me ne rendo conto dal vivo, a volte la gente è sorpresa, colpita, ma sinceramente interessata. Una nicchia? Magari si, ma in espansione. Noi ci rivolgiamo ad un pubblico “umano”, nel senso completo della parola. Un pubblico ancora preso dall’emozione, che sa ancora indignarsi di fronte al dolore. A chi sa gridare, gioire, correre, essere controtempo, magari un pubblico fuoritempo... e non politically corretly!

Leggendo le biografie di Venturi/Moreau emergono percorsi articolati e fuori dal comune: che ruolo vi siete ritagliato, più o meno volontariamente, in un mondo musicale carico di stereotipi e sempre più complicato?

Sì, complicato lo è, ma divertente; sappiamo che con la musica non diventeremo ricchi, e siamo consapevoli che, soprattutto in Italia, difficilmente avremo grandi consensi. Ma proprio questa consapevolezza ci permette di scrivere, comporre quello che più ci piace. Ci sarà un motivo perché questo lavoro sta piacendo in Germania, Olanda, Francia… forse perché da noi il pubblico è molto più superficiale? Anche chi recensisce spesso mi delude in Italia, ma non per il parere negativo o positivo, questo è soggettivo, ma per l’esigenza di collocare, catalogare, etichettare, e spesso senza la cultura musicale o artistica sufficiente. Credo che il nostro ruolo sia di proporre arte svincolata e non stereotipata. Bella? Brutta? Ai posteri l’ardua sentenza.

Il bellissimo video ufficiale, “Kaddish”, utilizza immagini e testo molto forti per sottolineare l’orrore delle guerre, prive di ogni logica giustificazione, dietro alle quali si cela sempre potere e denaro: quanto può essere efficace l’utilizzo del “visual” per passare idee forti, ma in generale per raccontare la propria musica?

Le immagini sono forti perché l’argomento è drammatico. Facciamo fatica ad apprezzare l’ironia sul dolore, ad esempio chi parla di cose brutte come guerra crisi, dolore, violenza, e lo fa con musichette e sorrisini, creando magari piccoli slogan accattivanti. Si tratta di mercificazione del dolore! Se dico guerra, voglio che tu per un istante senti la commozione di una madre che vede il suo bimbo saltare su di una mina antiuomo! Credo che il “visual”, se ben usato, sia utilissimo per raccontare la musica e i concetti che la animano!

E’ ”Molock” un contenitore che si presta alla proposizione live?

Assolutamente sì, ma il live non sarà mai uguale al disco, di volta in volta avremo ospiti, e video, e improvvisazione! Il live è certamente da non perdere. Il modo in cui usciamo dal virtuale per divenire anime visibili!

Qualunque siano i vostri pensieri sul mondo musicale un disco come “Molock” va diffuso il più possibile: come avete pianificato la pubblicizzazione?

Il nostro ufficio stampa sono la gente! Utilizziamo tutti i social network, You tube, passaparola, live, tutto il possibile con meno spesa possibile! Anche questa intervista!!!

Un’ultima cosa: il progetto “Molock” avrà un seguito?

C’è già pronto un altro album!


Tracklist
1.Dorje Phurba 01:50
2.Eindao 04:11
3.Kaddish 05:10
4.Tiger Tiger, ft. Chiara Megan Munari 03:21
5.Il Circo dei Normali 05:28
6.Rivoluzione 05:12
7.Satori, ft. Alice Lobo 04:11
8.Anime Erranti 04:41
9.Bambina di Fragola, ft. Alice Lobo 07:49
10.Urlo (La Frequenza) 05:56
11.La Soluzione 04:16
12.Canto Armonico del Silenzio 04:33
13.Qohèlet 06:11
14.Libera la Follia, ft. Alice Lobo 04:06
15.Lo Sciamano, ft. Chiara Megan Munari 05:02

Rilasciato nel febbraio del 2016

Composto ed eseguito da Gianni Venturi e Lucien Moreau.

Musicisti
Gianni "Jonathan" Venturi – voice and vocals
Lucien Moreau – music composition

Featuring Alice Lobo – vocals
Featuring Chiara Megan Munari – vocals
Federico Viola – additional electronics / effects

Registrato e mixato da Federico Viola
all’Animal House Studio

Fotografie di Simone Anomalia Furia





sabato 5 marzo 2016

“PROG ROCK!-101 dischi-dal 1967 al 1980”: presentazione alla Ubik di Savona


Fabio Zuffanti e Riccardo Storti presentano il loro libro fresco d’uscita, “PROG ROCK!-101 dischi-dal 1967 al 1980”, alla Ubik di Savona, seconda tappa del consueto giro promulgativo. Giorno scelto il 4 marzo, data di nascita di Chris Squire e... di Lucio Dalla! Casualità.
A fine post è possibile ripercorrere la prima parte dell’evento, grazie alla video ripresa di Alberto Sgarlato.
Sala gremita, carica di “ammalati” del genere - prog - con folta partecipazione di pubblico della zona di Albenga, ovvero, come fare 50 km di strada per immergersi nell’argomento musicalmente più amato.
Zuffanti e Storti sono ormai una coppia consolidata: amici, stesse passioni, stessa città, quella Genova che ha dato contributo fondamentale allo sviluppo del beat, del cantautorato, della sperimentazione e, ovviamente, della musica progressiva.
Entrambi, di base, musicisti, anche se la conformazione attuale prevede “dentro il mestiere pieno” il solo Fabio, mentre Riccardo esercita altra professione, anche se la passione di sempre lo ha portato ad essere parte attiva dello studio approfondito, della ricerca, della pubblicazione delle sue scoperte, tra romanzo e documentazione tecnica e storica.
Zuffanti propone le sue idee da oltre vent’anni, e la sua fertilità creativa, l’inesauribile lancio di progetti senza soluzione di continuità, lo rendono unico sulla scena nazionale e non solo.
L’azione simbiotica dei due passa attraverso molteplici collaborazioni, tra radio e TV, ma approda oggi, per la prima volta, al book, in questo caso un volume di oltre 400 pagine praticamente privo di immagini, e quindi lettura sostanziosa.
Per esperienza posso dire che una scrittura a quattro mani e tutt’altro che facile, almeno quando il risultato ricercato è la sintesi di pensiero, ovvero l’impossibilità di trovare, nel corso di lettura, demarcazioni nette tra gli autori: due teste pensanti, esperienze e culture diverse, ma un unico messaggio omogeneo come output.
Non è mio scopo, in questo spazio, commentare il libro, ma piuttosto descrivere l’evento savonese, ma viene spontaneo lasciare sul campo qualche pensiero.
Vorrei partire dalla copertina - che pare piaccia solo a me -, probabilmente frutto della scelta dell’editore.



Tra le mille possibilità che potevano ricondurre all’arte tipicamente prog, mi ritrovo in mano l’estrema - ed elegante - semplicità, con la porzione scritta, stilizzata, completamente nera, posta su uno sfondo bianco lucido: mi piace pensare che l’impatto minimalista si legato al contrasto cercato rispetto alla sontuosità del contenuto, mettendo in moto da subito l’idea di progressione, di crescendo, che ben si adatta alla dinamicità del tipo di musica trattata.
E poi si arriva alla materia da leggere e, soprattutto, da ascoltare, quei 101 album che hanno permeato la vita di un giovane Zuffanti, condizionandone presente e futuro; non i più belli di sempre, non i super conosciuti, non solo quelli inglesi, ma… i più significativi, quelli più amati, checché ne dica il mondo al contorno.
Ma tutto ciò probabilmente non era sufficiente per ottenere la fermatura del cerchio, e allora entra in gioco lo studioso e competente Storti, che contestualizza le opere, prova a sviscerarle, descrive i dettagli tecnici e produce didattica in modo soft.
Il rapporto osmotico dei due autori provoca la miscela omogenea a cui facevo accenno in precedenza, e nasce così un contenitore prezioso, la cui lettura - quella consigliata - prevede la partenza dalla pagina 1 e via a seguire, perché solo così emergerà il senso della continuità, della storia in divenire, con due paletti temporali che, come dichiarato nel titolo, prevedono una partenza ufficiale, quella del ’67, ed una data seconda, il 1980, considerata da molti la fine ufficiale del momento di piena visibilità della musica progressiva.
Ma la curiosità può condurre ad una fruizione diversa, la consultazione dell’indice, una lettura che dà immediatamente il senso dell’opera - che definisco democratica, essendo gli artisti citati provenienti da tutto il mondo, e non solo dalla seminale Inghilterra -, con la scoperta di tratti sconosciuti, il ritrovamento di elementi persi da lustri, e la presenza di nomi che difficilmente vengono inseriti nelle liste prog ufficiali: Aphrodite’s Child, Lucio Battisti, Claudio Lolli, Alberto Fortis… ma allora viene spontaneo chiedersi: “Come può essere definito il prog nella visione del terzo millennio?”. Domanda da un milione di dollari! Cito il pensiero di Zuffanti e Storti, estratto dalla prefazione del book: “L’appellativo Prog riguarda tutte quelle musiche che, a partire dai tardi anni Sessanta, hanno incominciato ad espandersi e, contaminandosi con stili diversi, hanno allargato il concetto di Pop Song, sperimentando arditi accostamenti tra diverse influenze, senza timore di ricercare nuove melodie, armonie, suoni e strutture.”
Con questa logica, nella casella “prog”, si possono fare rientrare i mostri sacri dell’allora rock sinfonico (YES, Genesis, ELP ecc.) e al contempo Tito Schipa jr, Franco Battiato, Angelo Branduardi, Alan Stivell, Juri Camisasca and so on.
Un libro pieno di sorprese, con un titolo a mio giudizio non rappresentativo della sostanza -ancorché fotografia esatta delle linee guida - che partendo dal punto di vista assolutamente soggettivo approda ad un cosmo di cui fanno parte tutti i cultori del genere “Musica”, nella sua più ampia accezione.
Occorre anche sottolineare come i “101” siano accompagnati da un gran numero di suggerimenti discografici, e alla fine si arriva ad una vera "moltiplicazione prog" che, personalmente, mi provoca un significativo effetto domino, un altro/alto pregio dell’opera.
Settantacinque minuti non sono bastati per soddisfare tutti i miei quesiti - era questo il mio compito di giornata - e probabilmente anche il pubblico avrebbe voluto osare di più, ma era comunque evidente la soddisfazione generale, frutto dell’intelligenza propositiva che ha condotto all’interessamento di un pubblico attento, certamente specializzato, ma molto partecipativo.

E per i primi tre curiosi - e “coraggiosi” - è arrivato anche un piccolo cadeau… ma questa è tutta un’altra storia!




mercoledì 2 marzo 2016

LA FABBRICA DELL’ASSOLUTO-1984: L’ULTIMO UOMO D’EUROPA


Non capita spesso di poter commentare un nuovo album avendo la certezza di cosa la band possa dare dal vivo.
In studio, di questi tempi, si possono realizzare capolavori da attribuire ad orchestre e magari il protagonista è uno solo, probabilmente virtuoso, ma elemento singolo.
E poi, si sa, una band che si rispetti da il meglio di sé su di un palco, cercando di scaldare un audience che, se soddisfatta, ripagherà con la miglior moneta possibile: l’entusiasmo.
Oggi sono nella condizione di scrivere dei romani LA FABBRICA DELL’ASSOLUTO dopo averli visti all’opera, a Genova, circa tre mesi fa.
Nel mio commento post concerto - quel giorno non avevo ancora sentito il loro disco di debutto - trassi delle conclusioni che trovano conferma dopo l’attento ascolto di  “1984: L’ULTIMO UOMO D’EUROPA.
Scrivevo allora: “Musica complicata, di non facile assimilazione, costruita nei dettagli, con risvolti tecnici impegnativi preferiti agli aspetti melodici; tempi composti impossibili e una voce narrante coinvolgente e recitativa. Trame vintage con una proposizione tastieristica variegata e molto seventies, atmosfere rarefatte che in alcune sfumature inventano una miscela corposa fatta del mondo hammilliano intriso di fratelli Shulman.”
Da quel giorno il nome della “Fabbrica” è diventato di uso comune per gli amanti della musica progressiva italiana, e in un ristretto spazio temporale il gruppo ha trovato una pregiata dimensione, costruita soprattutto sulla stima della critica e sul buon seguito di pubblico.
L’album racconta, riassume e diventa colonna sonora del romanzo distopico per eccellenza, “1984”, di George Orwell, pubblicato nel 1949.
In estrema sintesi… trattasi della descrizione negativa di un futuro buio in cui, dopo una guerra nucleare, il mondo resta diviso in potenze totalitarie; l’Inghilterra - la storia si svolge a Londra - fa parte della macro-nazione dell’Oceania, governata da un regime che si ispira ad una forma radicale di socialismo, e in questo contesto si muovono i personaggi che ritroviamo in forma esplicita nell’album: Winston Smith e Julia - membri del Partito Esterno - O'Brien - membro del Partito Interno, principale antagonista dei protagonisti - e il Grande Fratello, che permea con al sua presenza tutto il romanzo.
Un forte attacco ad ogni forma di perversione, senza connotazione politica, senza ideologie e linee temporali, e in questo senso il libro appare tremendamente attuale, capace di evidenziare i risvolti della rigida manipolazione dell’informazione e la ferrea repressione di ogni forma di libertà intellettuale e politica.
Affrontare il debutto discografico con un simile messaggio, attraverso un concept fatto di impegno sociale e indagine psicologica, non era obiettivamente facile, ma da quanto emerge dall’intervista a seguire, il tutto è nato spontaneamente, con la piena condivisione delle parti.
La musica proposta riporta a schemi antichi, ad un’idea… diffusamente analogica, ad una struttura articolata che svela i suoi segreti nel momento in cui il tutto fluisce, le liriche si fondono alle atmosfere e il simbolismo di certi atteggiamenti - vedi l’uniforme da palco - propone immagini che pesano come macigni.
L’artwork magnifico contribuisce a consolidare il contenitore musicale, che appare davvero completo, come capita ad ogni disco prog fatto come i sacri crismi, quindi con l’attenzione rivolta a tutti i vari elementi costitutivi.
Una tecnica sopraffina è uno dei comuni denominatori della band, con le tastiere d’altri tempi di Daniele Fuligni, il virtuosismo chitarristico di Daniele Sopranzi, una pazzesca sezione ritmica composta dal drummer Michele Ricciardi e dal bassista Marco Piloni e la voce penetrante del frontman Claudio Cassio.
Significativa la presenza di Pino Ballarini - il big tra gli ospiti -, ex vocalist de Il Rovescio delle Medaglia, presente anch’esso al concerto genovese di dicembre.

Un album destinato a lasciare il segno nel mondo della musica progressiva, un disco che ha permesso di far conoscere al grande pubblico di settore il valore de LA FBBRICA DELL’ASSOLUTO.
Il solito fiuto e impegno di Black Widow Records


L’INTERVISTA

Possibile sintetizzare la storia della band, dalla genesi ad oggi?

Innanzitutto un saluto a tutti gli appassionati che ci leggono!
Premettiamo che la fortuna ha giocato un ruolo fondamentale nella nascita della band. Diciamo questo perché nel 2011, quando tutto è iniziato, ognuno di noi era impegnato in altri progetti, ma contemporaneamente in ciascuno di noi stava nascendo la voglia di fare qualcosa di originale, di mettersi alla prova con le proprie forze per creare qualcosa di personale. Così Michele (batteria) ha incontrato Daniele (tastiere) e ha coinvolto Marco (basso) e Daniele (chitarra)  -con i quali suonava da tempo - in qualche sessione in sala prove. Dal primo incontro si è concretizzata una grande sintonia, non solo personale, ma anche relativa alla strada musicale da perseguire. A partire dal 2012 abbiamo quindi iniziato ad incontrarci per condividere idee e spunti musicali e per trascorrere del tempo insieme. Sentivamo di essere affiatati e coesi, suonare insieme era molto stimolante ma percepivamo  l’incompiutezza del nostro lavoro, senza una voce che sapesse arricchire questo progetto tanto desiderato. Così, dopo vari tentativi, spesso deludenti, nel 2013 è arrivato l’incontro con Claudio Cassio: la sua sensibilità musicale e vocale e il suo entusiasmo, unito all’empatia, ci ha convinti immediatamente e da subito abbiamo capito che “il cerchio si era chiuso”. L’immersione nel progetto da quel momento è stata totale e c’è stata una forte sinergia tra di noi. Il lavoro svolto ha preso sempre più forma, portandoci alla realizzazione di questo album d’esordio, che rappresenta una somma delle nostre individualità ma che, al contempo, ha una propria autonomia rispetto al contributo che ciascuno di noi ha fornito durante le composizioni.

Che tipo di cultura musicale avete alle spalle?

Direi che la nostra cultura musicale è veramente stratificata ed eterogenea! Questo vale sia per il lato prettamente teorico e tecnico, di studio sullo strumento, sia dal lato dell’ascolto musicale. La nostra formazione generale spazia dalla rigida formazione della musica classica sino allo studio del jazz e di laboratori dedicati.
Anche gli ascolti musicali sono intensamente stratificati tra la musica classica, il jazz ed ovviamente moltissimo rock progressivo e non solo. Assolutamente innegabile il fatto che amiamo tutti la musica rock degli anni 60/70 e quindi band come Beatles, Deep Purple, Led Zeppelin, Pink Floyd hanno fatto da incipit alla nostra cultura musicale quando eravamo poco più che adolescenti. Successivamente nel corso degli anni abbiamo certamente affinato i nostri ascolti, sia con i grandissimi classici del prog, sia nella scoperta di fondamentali artisti minori, spesso sconosciuti che hanno però influenzato la nostra Musica ed il modo stesso anche di concepirla.

Colpisce sempre vedere giovani musicisti che propongono trame di alto impegno, che non trovano riscontro nella giusta visibilità: come vi siete innamorati del Prog?

Tutti noi abbiamo iniziato ad amare questo genere in età più o meno adolescenziale; ricordo personalmente che per me fu un vero apri pista l’ascolto e la scoperta del disco “Collage”, proprio intorno ai 13 -14 anni d’età. Ma anche per tutti gli altri componenti è stata la medesima cosa, probabilmente con titoli diversi. Amiamo moltissimo sia il progressive rock internazionale sia quello italiano, per cui probabilmente alcuni di noi hanno un debole in più. Band come Il Rovescio della Medaglia, Alphataurus, Balletto di Bronzo, Cervello, Museo Rosenbach, The Trip, Banco e moltissimi altri hanno influenzato le nostre vite musicali in modo definitivo. Tra le band internazionali su tutte possiamo citare i King Crimson, Yes, ELP ma anche altri grandissimi classici come Genesis, Van Der Graaf Generator.

Ho avuto la possibilità di vedere un vostro concerto e trovo che la vostra proposta, non certo semplice, riesca comunque ad arrivare rapidamente al pubblico: come definireste la vostra musica?

Grazie! Il fatto di fare una musica piuttosto elaborata, ma riuscire comunque a mantenere una proposta anche in sede live piuttosto fruibile rapidamente, è un bellissimo complimento! Autodefinirsi per noi è veramente impossibile, poiché in realtà non ci siamo mai prefissati di seguire nessuno standard. La nostra musica è soltanto il frutto della nostra intenzionalità nel seguire una passione profonda e nel cercare di esteriorizzare tramite l’Arte quello che sentiamo e proviamo, il tutto condito sia dalle influenze musicali sia dalle esperienze umane che ognuno di noi vive nel corso della propria quotidianità.
Se invece dovessimo semplicemente dire come immaginiamo il nostro suono e come vorremmo che fosse recepito dal pubblico, gli aggettivi sarebbero:
Sperimentale, Psichedelico, Spaziale ed Acido, in poche parole ROCK!

Che significato date all’uniformarsi sul palco utilizzando lo stesso abito, una tuta da lavoro?

La scelta della tuta ricade essenzialmente al senso dell’opera 1984 ed è ispirato proprio agli abiti presenti nel film “Orwell 1984” diretto da Michael Radford.
Ci piaceva fortemente l’idea di richiamare anche visivamente l’opera, trasportando un elemento legato all’immagine. Nel futuro prossimo difatti abbiamo già ulteriori idee per estendere questa visione. Dunque no, la tuta da lavoro non è strettamente legata al nome della Fabbrica.

Veniamo all’album da poco uscito, “1984, L’Ultimo Uomo d’Europa”: che cosa contiene? Quali i messaggi che volete condividere?

Fare musica non è solo eseguire delle note, ma è piuttosto la realizzazione di un'idea e di un messaggio che attraverso quelle note riesci a trasmettere. Il fatto che il romanzo di George Orwell ha ispirato tutti e cinque è molto emblematico del tempo che stiamo vivendo. Così attraverso questo nostro album abbiamo scelto di lanciare un messaggio e di esprimere un “disagio“ che la società contemporanea vive.

Molto bello l’artwork del disco, che mi pare simboleggi bene la vostra musica: me ne parlate?

L’opera è stata dipinta dall’artista Cesare Modesto intorno al 1982, e si chiama “La Libertà di Scelta”: Cesare è per noi prima di tutto un grandissimo amico! La collaborazione con lui è dunque sintomo di una grandissima sintonia e stima reciproca, e testimonia la voglia di realizzare un qualche cosa assieme. Il quadro è stato selezionato tra una serie di lavori del passato di Modesto, e appena l’abbiamo vista abbiamo compreso che era semplicemente perfetta per raffigurare in immagine tutto il significato della nostra Musica. Non smetteremo mai di essere grati a Modesto per averci aiutato in modo così spontaneo ed appassionato.

Dimenticavo: perché avete scelto il nome “La fabbrica dell’Assoluto”?

Il nome LFDA è stato scelto dopo aver passato molto tempo senza nemmeno un nome. Non riuscivamo a trovare qualcosa che potesse soddisfarci realmente, così abbiamo scelto la “Fabbrica”, nel tentativo di realizzare qualcosa che sia Assoluto come è poi la Musica e l'Arte in generale. Un modo per indicare che il nostro approccio è guidato dall’unione di più individualità che si uniscono e si confrontano per alimentarsi a vicenda e per alimentare una creazione comune e allo stesso tempo autonoma da ciascuno. La Fabbrica nasce dall’incontro di amicizia, passione e condivisione per un certo tipo di visione musicale. La scelta del nome deriva dalla descrizione del processo compositivo della band: ossia la Musica, viene creata da tutti i componenti assieme, tramite lunghe sessioni di jam sperimentali.

Come giudicate l’attuale stato della musica italiana?

Se per “stato della musica italiana” possiamo intendere lo stato della musica progressiva in Italia, la nostra risposta è : “florido”.
A nostro giudizio stiamo assistendo ad una nuova e stimolante stagione, una vera e propria nascita e ri-nascita di tantissime band di valore assoluto con cui stiamo creando moltissimi legami, sia professionali che di amicizia. Uno su tutti è sicuramente quello che ci lega ai nostri amici e colleghi d’etichetta Ingranaggi della Valle, che stimiamo sia musicalmente che a livello umano.

Che tipo di progetti avete pianificato per il futuro prossimo?

Attualmente siamo completamente immersi assieme alla nostra casa discografica, la Black Widow Records alla promozione del nostro disco. Fondamentale inoltre è il discorso legato al fronte live: vogliamo cercare di suonare il più possibile proprio per far conoscere la nostra musica e fare moltissime esperienze. Successivamente sarà naturale ricominciare anche la composizione ed il nostro processo musicale, poiché la nostra passione non si ferma a 1984, abbiamo già tantissimi altri stimoli ed idee nuove che verranno sviluppate. Il tutto ovviamente con i nostri tempi, proprio perché nella nostra Fabbrica quello che conta veramente è unicamente la nostra passione e soddisfazione artistica, non potremmo mai creare una musica manipolata e regolamentata dall’esterno.
Fortunatamente abbiamo dalla nostra una vera casa discografica, che è interessata a ricevere e pubblicare musica vera, fatta con la pancia e che ritiene di fondamentale importanza la qualità prima di tutto.
Dunque approfittiamo di quest’ultima domanda per ringraziare te Athos per tutto il lavoro che svolgi e tutto il tempo che c’hai dedicato. Un abbraccio a tutti i lettori ed addetti ai lavori che ci seguono e supportano con passione.

FULL ALBUM


TRACK LIST:

1)I DUE MINUTI DELL’ODIO
2)4 APRILE 21984
3)CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO, CHI CONTROLLA IL PRESENTE CONTROLLA IL PASSATO
4)O’BRIAN
5)BISPENSIERO
6)LA BALLATA DEI PROLET
7)L’OCCHIO DEL TELESCHERMO
8)GIULIA
9)LO SGUARDO NEL QUADRO
10)PROCESSO DI OMOLOGAZIONE
a.Il risveglio
b.La Tortura
c.2+2=5
11)LA STANZA 101
12)LA CANZONE DEL CASTAGNO
13)AMAVA IL GRANDE FRATELLO


LA FABBRICA DAL VIVO...


Line up

Claudio Cassio: voce, cori
Daniele Fuligni: Hammond, Minimoog model D, Mellotron, pianoforte, Binson Echorec 2, Logan String Melody, Davolisint, effetti sonori
Marco Piloni: basso elettrico, basso fretless, contrabbasso, generatore BF, Jen sx 1000, effetti sonori
Michele Ricciardi: batteria, percussioni
Daniele Sopranzi: chitarra elettrica, chitarra acustica, lapsteel, generatore BF, Binson Echorec 2, effetti sonori, cori
                                                                                                                                      
Special guests: Pino Ballarini: Voce in “La Canzone del Castagno”
Francesco Rinaldi: Parlati in “I due minuti dell’odio”,  “Bispensiero”, “Amava il Grande Fratello” Marco Palazzi, Sara Imperatore: Cori in “2+2=5” Stefano Matteucci: Sassofono in “2+2=5” Luca Violini: Voce narrante in “I due minuti dell’odio”, “O’brian”, “L’occhio del Teleschermo”, “Giulia”, “Amava il Grande Fratello” Banda musicale di Montopoli: ”Amava il Grande Fratello” 

Tutti i brani sono stati registrati al Miniver Studio tra Ottobre 2014 e Marzo 2015 ad eccezione del brano “Bispensiero” realizzato presso lo Studio Sette" (www.facebook.com/studiosetterecordingfactory)
Mixato da "La Fabbrica dell’Assoluto" Ingegnere di Mastering: Alessandro Cavallo, Studio Sette
Musica e testi: La Fabbrica dell’Assoluto
Copertina tratta dall’opera “La Libertà di Scelta”, del pittore Cesare Modesto (www.cesarearte.it)
Fotografo: Asdrubale Gallo (www.asdrubalegallophoto.com)
Grafica: Pino Pintabona

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