Nel momento del pieno sconcerto, appena avuta la notizia della
scomparsa di Keith Emerson, la prima cosa che ci è venuta in mente è stata
quella di ricordarlo in modo adeguato, con la sola nostra possibilità che è
quella dell’utilizzo di carta e inchiostro digitale. Ci siamo rivolti a Corrado
Canonici, suo agente, già collaboratore di MAT2020: chi meglio di lui, che
gli ha vissuto accanto, poteva lasciare un ricordo significativo?
KEITH EMERSON: UN RICORDO
di Corrado Canonici
Keith Emerson dei Nice e degli Emerson, Lake & Palmer, il Jimi Hendrix delle
tastiere: non è uno scherzo di cattivo gusto, quel Keith Emerson non è più tra
noi.
Keith è morto nella notte fra il 10 e
l’11 marzo nella sua casa di Santamonica, California. Mari, la sua compagna di
lunga data, donna bella, intelligente e devota a Keith ed alla sua musica, lo
ha trovato così, tornando a casa. Non riesco a non pensare a Mari costantemente,
alla forza di cui avrà bisogno per fronteggiare un trauma così grande.
Ma non vogliamo ricordare Keith per la
parte finale e tragica della sua vita, pensiamo invece a quello che ci ha regalato,
agli albums geniali che hanno cambiato la storia del rock.
Come lo ricordo io?
Ricordo l’incontro con il manager
storico di EL&P, Stewart Young, quando l’ho contattato per vedere se gli
andava di avere Emerson di nuovo in tour: mi incontra a Notting Hill e mi fa
un’intervista inquisitoria, serissima, voleva essere sicuro che fossi la
persona giusta. Ricordo il primo incontro con Keith pochi giorni dopo aver
incontrato Stewart; l’appuntamento con Keith è a Londra, Goodge Street. Non
trovo il ristorante, quindi lo chiamo: “Dov’è
il ristorante? Non ti trovo”. E lui mi guida al telefono con il suo tipico
humour: “Attento quando attraversi la
strada, guarda quell’auto che sta arrivando, ecco ora è libero” – quindi
lui mi vedeva ma io no! Gli chiedo dove diavolo è, ma lui ridendo sotto i baffi
non me lo dice. Improvvisamente me lo trovo di fronte sul marciapiede, letteralmente
saltato fuori da dietro un cartello, atterrando a gambe larghe come per dire: “Signore e Signori, Keith Emerson”.
Scoppio a ridere, lui mi stringe la mano; tutto inizia in quel ristorante di
sushi, nostra passione comune.
Ricordo con orgoglio il primo tour
organizzato per lui, iniziato con difficoltà (cattivi promoters si incontrano,
a volte) ma poi diventato di grande successo, accoglienze fantastiche
dappertutto. Ricordo la sua felicità di essere tornato on stage e la voglia di
continuare, che poi lo ha portato ad incontrare il suo collaboratore Marc
Bonilla, grandissimo chitarrista e vocalist che ha saputo stimolare Keith così tanto
da, finalmente, tornare a registrare un nuovo album dopo anni di inattività
discografica. Ricordo un altro tour, il concerto in Austria davanti al suggestivo
castello di Wiesen, poi il giorno dopo il volo su Roma, alla stessa ora della
finale del campionato mondiale, quello vinto dall’Italia. Ho viaggiato in aereo
vicino ad uno dei figli di Keith, Darren, che aveva deciso di seguire alcune
date per stare vicino al padre. Ci siamo fatti quattro risate, Darren si muove
come Keith da giovane ed ha lo stesso humour. Il giorno dopo si suonava a Roma.
Keith mi chiede di scrivergli l’inno italiano, che vuole suonare al Moog per
iniziare il concerto. Mi chiede se mi serve una tastiera, al che lo guardo
scherzosamente con sufficienza e gli dico: “Ovviamente
no” (nella mia ‘vita precedente’ ho suonato professionalmente, ho le note
in testa, non devo suonarle per scriverle). Vedo un cambio nel suo
atteggiamento, un sorriso compiaciuto; quando Keith capisce di aver a che fare
con musicisti diventa diverso, si avvicina. Per Keith, se uno ama la musica e
la può suonare, vuol dire che lo può capire. Penso che il cambiamento da agente
ad amico sia avvenuto lì, in quell’hotel, con me che gli scrivo le note
dell’Inno di Mameli.
Impossibile non ricordare quando ci è
capitato di suonare alcune note assieme, lui al piano ed io al contrabbasso; e
Keith che mi dice “Perchè non suoni con
me alla RAI il prossimo mese?”. Suonare con Emerson: da ragazzino me lo
sognavo. A quell’apparizione RAI ne sono seguite un paio d’altre, grande
divertimento.
Il tour russo è stato uno dei migliori,
con il concerto finale alla “Creation Of Peace Festival”, dove oltre a Keith
come headliner c’era Patty Smith. 250,000 persone di pubblico, bellissimo; poi
seguito da due date a Mosca ed una a San Pietroburgo – dalle date di Mosca sono
usciti un CD ed un DVD. Mi sento orgoglioso ed onorato di aver contribuito a
quelle creazioni di Keith, attraverso il live.
Vorrei concludere con quello che penso
sia un atto di giustizia: dare ad Emerson ciò che è di Emerson. Infatti, sebbene
sia fuor di dubbio che Emerson, Lake & Palmer siano una reazione chimica a
tre, e tutti e tre sono necessari per farla accadere, è anche vero che la
musica è prevalentemente di Keith, lo è sempre stata. Keith era il visionario,
con l’intuizione geniale di abbattere frontiere musicali creando quello che in
fondo è stato il primo ‘villaggio globale’ della musica – dove rock, classica,
blues, jazz e ballads coesistono e si arricchiscono a vicenda creando un
panorama musicale inedito ed interessantissimo. Nel nostro piccolissimo,
continueremo con la tribute band “3C” a portare la bandiera della sua musica a
cui tanto teneva. Il nome ce l’ha dato Keith stesso quando ha registrato
gentilmente un video-messaggio di saluto per noi, gesto di grande generosità,
tipico del personaggio.
Keith Emerson: grazie di cuore. Sei
stato un genio. Ci mancherai tantissimo.
la nostra tribute band che Emerson ha “battezzato”
e a cui ha dedicato un video-messaggio.
Corrado Canonici, di base a Londra, nasce come
contrabbassista professionista per poi diventare agente, rappresentando fra gli
altri proprio Emerson dal 2004.
Dall’anno scorso ha formato, assieme ai vecchi
amici Colò e Carlini, la ELP tribute band CC&C, che Emerson ha ribattezzato
3C (www.emersonlakepalmer3c.com)
Ho conosciuto Gianni Venturi come frontman dell’Altare
Thotemico, e seguendo nel tempo il suo percorso musicale ho imparato ad
apprezzarlo come artista completo, come portatore sano di messaggi pesanti, con
la propensione all’azione iconoclasta.
Non conoscevo invece Lucien Moreau, altro musicista musicalmente eterodosso, e trovo che l’abbinamento possa sfociare nel
matrimonio perfetto, nell’empatia assoluta, nella spontanea condivisione dei
compiti in fase creativa, con un disegno conclusivo che provoca una botta
terrificante, capace di scuotere le coscienze e le menti di chiunque si
avvicini alla loro attuale proposta, l’album “Molock”, 72 minuti di comunicazione attiva, suddivisi
su 15 tracce: tanta roba, se si pensa alla media tempo di un album, poca cosa
dopo aver appreso i contenuti. La qualità e l’efficacia non sono funzione di un
tempo determinato, ma gli argomenti trattati suggerirebbero un martellamento
continuo perché, è un dato di fatto, viviamo nella tragedia quotidiana.
Rubo due frasi scritte da altri per sintetizzare
l’essenza dei due artisti:
Gianni
Venturi…
di lui si può dire che ha lavorato,
scritto, suonato, dipinto, recitato e, infine, vissuto…
Lucien
Moreau…
è nato su di un’isola e morirà su
un’isola: nel frattempo cerca nuove strade per raccontare il dentro…
La suddivisione dei compiti è netta, con stesura
dei testi e proposizione vocale di Venturi, e tutta la parte compositiva e
strumentale ad appannaggio di Moreau.
Il disco è dedicato a figure di
riferimento, muse ispiratrici ben identificate - Allen Ginsberg, Frida Kahlo,
William Blake, David Bowie - ma l’attenzione è viva su “centinaia di altri artisti, nostri fratelli e sorelle, coraggiose icone
di una vita senza compromessi”, chiosano i due musicisti.
Disco di estrema denuncia sociale, a fine
ascolto mi appare molto più semplice di quanto mi aspettassi: un bene e un male
al contempo. Provo a spiegare.
La premessa - la lettura del comunicato
stampa, le parole di Venturi e Moreau, proposte a seguire - mi portava a pensare
alla necessità di una buona dose di concentrazione, ad un’attenzione rigida al
copione per captare i significati più reconditi, ad un utilizzo della ragione
che poteva escludere il puro piacere d’ascolto, quel godimento inconscio che arriva
quando le trame musicali colpiscono a tradimento.
Beh, non è certo un contenitore semplice,
ma sicuramente capace di accoglienza, senza che siano necessari particolari sforzi.
Non è un problema estetico, o di solo contenuto, ma tutto ciò che Venturi e
Moreau ci urlano in faccia è il nostro dramma quotidiano, talmente grande e
diffuso che elencarne i punti salienti diventa quasi mortificante, umiliante, perché
la convivenza è diventata un’abitudine e perché il bispensiero inventato da
Orwell si è impadronito di chiunque abbia il potere di muovere i fili del
nostro teatro.
La guerra, le ideologie andate in fumo, le
differenze culturali e di genere, le diversificazioni sociali… e l'assuefazione è una mannaia più grande del problema stesso!
Studiare la storia, si dice, aiuta a capire
chi siamo e a costruire un futuro: “Storia magistra vitae”, ma pare proprio
che l’uomo sia privo del buon senso necessario, perché il potere e il denaro
sono sempre di più l’obiettivo della vita: “Senza
profitto non c’è conflitto”, recita “Kaddish”, uno dei brani dell’album, nel meraviglioso video che propongo a seguire.
E’ un grande circo il nostro, “Il
Circo Dei Normali”, che
appiattisce verso il basso, e solo raramente si trova il coraggio di rialzare la testa per non
rischiare di uscire dall’uniformità di pensiero e di atteggiamento, che
rassicura gli ignavi e gli accidiosi.
Il grido di denuncia è al contempo una
preghiera, perché resta la speranza che la protesta, forte e circostanziata,
riesca a far aprire gli occhi a chi per mestiere o codardia preferisca la
controllata cecità.
La musica di Venturi e Moreau è poesia,
urlo di dolore, pugno allo stomaco e tacitamente una via di uscita, tortuosa,
ma che ha come goal l’intento di distruggere il paesaggio distopico ormai
diffuso nelle nostre vite, nelle nostre città e nei nostri pensieri.
Difficile etichettare un album come “Molock”: sperimentale? Elettronico?
Progressivo?
Ecco, è quest’ultima la definizione che
preferisco, idealizzando il prog al di fuori del pensiero comune, riferendomi invece
alla libertà espressiva, al cambiamento, al continuo divenire di idee e
sonorità.
Un gran lavoro, di elevato impatto emotivo
e didattico, da esportare sui palchi più disparati, adatto ad ogni situazione
in cui si voglia e si possa utilizzare
la musica per dare la scossa e mettere in connessione cuore, cervello e
muscoli.
Un mio flashback… e come tale va preso… Gianni
Venturi e Lucien Moreau mi hanno fatto ritornare ad un’arte gioiosa e primitiva,
poco spendibile all’epoca - gli anni ’60 - quella prolificata nella Factory di
Warol, luogo in cui, tra dissolutezza e pazzia, nascevano libere le idee, a
volte eccentriche, ma rispettose del genere umano, un esempio pacifico e
sfrontato, condizionato dagli eccessi, ma finalizzato ad una creatività non
violenta.
Confronti inopportuni? Solo feeling da
ascolto per un album notevole, il cui peso specifico sarà evidente dopo lo
start al video di fine articolo.
Voto elevato per “Molock”.
L’INTERVISTA
Non
conoscevo il progetto MOLOCH: come nasce la collaborazione con Lucien Moreau?
Ci
siamo conosciuti improvvisando, lui con il violoncello io recitando testi in
una galleria d’arte a Ferrara! Due performance nello stesso giorno. Un energia
fortissima ci scorreva fuori e dentro…
Qual
è il vostro punto d’incontro… l’anello di congiunzione tra anime differenti?
Età
differenti, ma anime molto simili, anche se io musicalmente vengo dal
progressive, lui a volte è più progressivo di me; tutto per Lucien è in
divenire, in costante trasformazione, facile per me trovare punti d’incontro
con lui. Non abbiamo nemmeno bisogno di parlare, siamo onde nello stesso mare.
L’album
appena rilasciato presenta forti messaggi di denuncia sociale: mi racconti come
è nato e che cosa contiene il lungo percorso di quindi tracce?
Noi
crediamo che l’arte abbia il dovere di tenere gli occhi spalancati sul tessuto
sociale; a volte esprimere concetti importanti necessita di tanto tempo,
crediamo che 15 tracce siano il minimo per raccontare il percorso di “Moloch”!
Prendiamo ispirazione da Allen Ginsberg e tutta la beat generation, quando le
parole dei poeti cominciavano ad irrompere nel mondo della gente in maniera
dirompente. Ricordate il processo a Ferlinghetti per avere pubblicato ”Urlo”! Quel processo vinto ha aperto la
via ad una nuova poesia, ad un arte sempre più connessa con il mondo e le sue
pene.
Come
definireste la vostra proposta dal punto di vista squisitamente musicale?
Rock
teatrale elettronico di matrice progressiva!
Parlare
di musica mi sembra però riduttivo… sperimentazione, teatro, poesia, arte senza
alcuna limitazione: esiste un pubblico particolare a cui è rivolto il vostro
lavoro?
Crediamo
fermamente che il pubblico spesso sia più preparato di quanto pensi la grande
industria discografica. Me ne rendo conto dal vivo, a volte la gente è
sorpresa, colpita, ma sinceramente interessata. Una nicchia? Magari si, ma in
espansione. Noi ci rivolgiamo ad un pubblico “umano”, nel senso completo della
parola. Un pubblico ancora preso dall’emozione, che sa ancora indignarsi di
fronte al dolore. A chi sa gridare, gioire, correre, essere controtempo, magari
un pubblico fuoritempo... e non politically corretly!
Leggendo
le biografie di Venturi/Moreau emergono percorsi articolati e fuori dal comune:
che ruolo vi siete ritagliato, più o meno volontariamente, in un mondo musicale
carico di stereotipi e sempre più complicato?
Sì,
complicato lo è, ma divertente; sappiamo che con la musica non diventeremo
ricchi, e siamo consapevoli che, soprattutto in Italia, difficilmente avremo
grandi consensi. Ma proprio questa consapevolezza ci permette di scrivere,
comporre quello che più ci piace. Ci sarà un motivo perché questo lavoro sta
piacendo in Germania, Olanda, Francia… forse perché da noi il pubblico è molto
più superficiale? Anche chi recensisce spesso mi delude in Italia, ma non per
il parere negativo o positivo, questo è soggettivo, ma per l’esigenza di collocare,
catalogare, etichettare, e spesso senza la cultura musicale o artistica
sufficiente. Credo che il nostro ruolo sia di proporre arte svincolata e non
stereotipata. Bella? Brutta? Ai posteri l’ardua sentenza. Il
bellissimo video ufficiale, “Kaddish”, utilizza immagini e testo molto forti
per sottolineare l’orrore delle guerre, prive di ogni logica giustificazione,
dietro alle quali si cela sempre potere e denaro: quanto può essere efficace
l’utilizzo del “visual” per passare idee forti, ma in generale per raccontare
la propria musica?
Le
immagini sono forti perché l’argomento è drammatico. Facciamo fatica ad
apprezzare l’ironia sul dolore, ad esempio chi parla di cose brutte come guerra
crisi, dolore, violenza, e lo fa con musichette e sorrisini, creando magari
piccoli slogan accattivanti. Si tratta di mercificazione del dolore! Se dico
guerra, voglio che tu per un istante senti la commozione di una madre che vede
il suo bimbo saltare su di una mina antiuomo! Credo che il “visual”, se ben
usato, sia utilissimo per raccontare la musica e i concetti che la animano!
E’
”Molock” un contenitore che si presta alla proposizione live?
Assolutamente
sì, ma il live non sarà mai uguale al disco, di volta in volta avremo ospiti, e
video, e improvvisazione! Il live è certamente da non perdere. Il modo in cui
usciamo dal virtuale per divenire anime visibili!
Qualunque
siano i vostri pensieri sul mondo musicale un disco come “Molock” va diffuso il
più possibile: come avete pianificato la pubblicizzazione?
Il
nostro ufficio stampa sono la gente! Utilizziamo tutti i social network, You
tube, passaparola, live, tutto il possibile con meno spesa possibile! Anche
questa intervista!!!
Un’ultima
cosa: il progetto “Molock” avrà un seguito?
C’è
già pronto un altro album!
Tracklist
1.Dorje Phurba 01:50
2.Eindao 04:11
3.Kaddish 05:10
4.Tiger Tiger, ft.
Chiara Megan Munari 03:21
5.Il Circo dei
Normali 05:28
6.Rivoluzione 05:12
7.Satori, ft. Alice
Lobo 04:11
8.Anime Erranti
04:41
9.Bambina di
Fragola, ft. Alice Lobo 07:49
10.Urlo (La
Frequenza) 05:56
11.La Soluzione
04:16
12.Canto Armonico
del Silenzio 04:33
13.Qohèlet 06:11
14.Libera la
Follia, ft. Alice Lobo 04:06
15.Lo Sciamano, ft.
Chiara Megan Munari 05:02
Rilasciato nel febbraio del
2016
Composto
ed eseguito da Gianni Venturi e Lucien
Moreau.
Fabio Zuffantie Riccardo Stortipresentano
il loro libro fresco d’uscita, “PROG ROCK!-101
dischi-dal 1967 al 1980”, alla Ubik di Savona, seconda tappa del consueto giro promulgativo. Giorno scelto il 4 marzo, data di nascita di Chris Squire e... di Lucio Dalla! Casualità.
A fine post è
possibile ripercorrere la prima parte dell’evento, grazie alla video ripresa di
Alberto Sgarlato.
Sala gremita, carica
di “ammalati” del genere - prog - con folta partecipazione di pubblico della
zona di Albenga, ovvero, come fare 50 km di strada per immergersi nell’argomento musicalmente più
amato.
Zuffanti e Storti sono
ormai una coppia consolidata: amici, stesse passioni, stessa città, quella
Genova che ha dato contributo fondamentale allo sviluppo del beat, del
cantautorato, della sperimentazione e, ovviamente, della musica progressiva.
Entrambi, di base, musicisti,
anche se la conformazione attuale prevede “dentro il mestiere pieno” il solo
Fabio, mentre Riccardo esercita altra professione, anche se la passione di
sempre lo ha portato ad essere parte attiva dello studio approfondito, della
ricerca, della pubblicazione delle sue scoperte, tra romanzo e documentazione tecnica
e storica.
Zuffanti propone le
sue idee da oltre vent’anni, e la sua fertilità creativa, l’inesauribile lancio
di progetti senza soluzione di continuità, lo rendono unico sulla scena
nazionale e non solo.
L’azione simbiotica
dei due passa attraverso molteplici collaborazioni, tra radio e TV, ma approda
oggi, per la prima volta, al book, in questo caso un volume di oltre 400 pagine
praticamente privo di immagini, e quindi lettura sostanziosa.
Per esperienza posso
dire che una scrittura a quattro mani e tutt’altro che facile, almeno quando il
risultato ricercato è la sintesi di pensiero, ovvero l’impossibilità di trovare,
nel corso di lettura, demarcazioni nette tra gli autori: due teste pensanti,
esperienze e culture diverse, ma un unico messaggio omogeneo come output.
Non è mio scopo, in
questo spazio, commentare il libro, ma piuttosto descrivere l’evento savonese,
ma viene spontaneo lasciare sul campo qualche pensiero.
Vorrei partire dalla
copertina - che pare piaccia solo a me -, probabilmente frutto della scelta
dell’editore.
Tra le mille
possibilità che potevano ricondurre all’arte tipicamente prog, mi ritrovo in
mano l’estrema - ed elegante - semplicità, con la porzione scritta, stilizzata,
completamente nera, posta su uno sfondo bianco lucido: mi piace pensare che
l’impatto minimalista si legato al contrasto cercato rispetto alla sontuosità
del contenuto, mettendo in moto da subito l’idea di progressione, di crescendo,
che ben si adatta alla dinamicità del tipo di musica trattata.
E poi si arriva alla
materia da leggere e, soprattutto, da ascoltare, quei 101 album che hanno
permeato la vita di un giovane Zuffanti, condizionandone presente e futuro; non
i più belli di sempre, non i super conosciuti, non solo quelli inglesi, ma… i
più significativi, quelli più amati, checché ne dica il mondo al contorno.
Ma tutto ciò
probabilmente non era sufficiente per ottenere la fermatura del cerchio, e
allora entra in gioco lo studioso e competente Storti, che contestualizza le
opere, prova a sviscerarle, descrive i dettagli tecnici e produce didattica in
modo soft.
Il rapporto osmotico
dei due autori provoca la miscela omogenea a cui facevo accenno in precedenza, e
nasce così un contenitore prezioso, la cui lettura - quella consigliata -
prevede la partenza dalla pagina 1 e via a seguire, perché solo così emergerà il
senso della continuità, della storia in divenire, con due paletti temporali
che, come dichiarato nel titolo, prevedono una partenza ufficiale, quella del
’67, ed una data seconda, il 1980, considerata da molti la fine ufficiale del
momento di piena visibilità della musica progressiva.
Ma la curiosità può
condurre ad una fruizione diversa, la consultazione dell’indice, una lettura
che dà immediatamente il senso dell’opera - che definisco democratica, essendo
gli artisti citati provenienti da tutto il mondo, e non solo dalla seminale
Inghilterra -, con la scoperta di tratti sconosciuti, il ritrovamento di elementi
persi da lustri, e la presenza di nomi che difficilmente vengono inseriti nelle
liste prog ufficiali: Aphrodite’s Child, Lucio Battisti, Claudio Lolli, Alberto
Fortis… ma allora viene spontaneo chiedersi: “Come può essere definito il prog
nella visione del terzo millennio?”. Domanda da un milione di dollari! Cito il
pensiero di Zuffanti e Storti, estratto dalla prefazione del book: “L’appellativo Prog riguarda tutte quelle
musiche che, a partire dai tardi anni Sessanta, hanno incominciato ad espandersi
e, contaminandosi con stili diversi, hanno allargato il concetto di Pop Song,
sperimentando arditi accostamenti tra diverse influenze, senza timore di
ricercare nuove melodie, armonie, suoni e strutture.”
Con questa logica,
nella casella “prog”, si possono fare rientrare i mostri sacri dell’allora rock
sinfonico (YES, Genesis, ELP ecc.) e al contempo Tito Schipa jr, Franco
Battiato, Angelo Branduardi, Alan Stivell, Juri Camisasca and so on.
Un libro pieno di
sorprese, con un titolo a mio giudizio non rappresentativo della sostanza
-ancorché fotografia esatta delle linee guida - che partendo dal punto di vista
assolutamente soggettivo approda ad un cosmo di cui fanno parte tutti i cultori
del genere “Musica”, nella sua più ampia accezione.
Occorre anche sottolineare
come i “101” siano accompagnati da un gran numero di suggerimenti discografici, e
alla fine si arriva ad una vera "moltiplicazione prog" che, personalmente, mi provoca
un significativo effetto domino, un altro/alto pregio dell’opera.
Settantacinque minuti
non sono bastati per soddisfare tutti i miei quesiti - era questo il mio
compito di giornata - e probabilmente anche il pubblico avrebbe voluto osare di
più, ma era comunque evidente la soddisfazione generale, frutto dell’intelligenza
propositiva che ha condotto all’interessamento di un pubblico attento,
certamente specializzato, ma molto partecipativo.
E per i primi tre
curiosi - e “coraggiosi” - è arrivato anche un piccolo cadeau… ma questa è tutta un’altra storia!
Non capita spesso di
poter commentare un nuovo album avendo la certezza di cosa la band possa dare
dal vivo.
In studio, di questi
tempi, si possono realizzare capolavori da attribuire ad orchestre e magari il
protagonista è uno solo, probabilmente virtuoso, ma elemento singolo.
E poi, si sa, una band
che si rispetti da il meglio di sé su di un palco, cercando di scaldare un
audience che, se soddisfatta, ripagherà con la miglior moneta possibile: l’entusiasmo.
Oggi sono nella
condizione di scrivere dei romani LA FABBRICA DELL’ASSOLUTOdopo
averli visti all’opera, a Genova, circa tre mesi fa.
Nel mio commento post
concerto - quel giorno non avevo ancora sentito il loro disco di debutto - trassi
delle conclusioni che trovano conferma dopo l’attento ascolto di “1984: L’ULTIMO UOMO
D’EUROPA”.
Scrivevo allora: “Musica complicata, di non facile
assimilazione, costruita nei dettagli, con risvolti tecnici impegnativi
preferiti agli aspetti melodici; tempi composti impossibili e una voce narrante
coinvolgente e recitativa. Trame vintage con una proposizione tastieristica
variegata e molto seventies, atmosfere rarefatte che in alcune sfumature
inventano una miscela corposa fatta del mondo hammilliano intriso di fratelli
Shulman.”
Da quel giorno il nome
della “Fabbrica” è diventato di uso comune per gli amanti della musica
progressiva italiana, e in un ristretto spazio temporale il gruppo ha trovato
una pregiata dimensione, costruita soprattutto sulla stima della critica e sul
buon seguito di pubblico.
L’album racconta,
riassume e diventa colonna sonora del romanzo distopico per eccellenza, “1984”,
di George Orwell, pubblicato nel
1949.
In estrema sintesi… trattasi
della descrizione negativa di un futuro buio in cui, dopo una guerra nucleare, il
mondo resta diviso in potenze totalitarie; l’Inghilterra - la storia si svolge
a Londra - fa parte della macro-nazione dell’Oceania, governata da un regime
che si ispira ad una forma radicale di socialismo, e in questo contesto si
muovono i personaggi che ritroviamo in forma esplicita nell’album: Winston
Smith e Julia - membri del Partito Esterno - O'Brien - membro del Partito
Interno, principale antagonista dei protagonisti - e il Grande Fratello, che
permea con al sua presenza tutto il romanzo.
Un forte attacco ad ogni
forma di perversione, senza connotazione politica, senza ideologie e linee
temporali, e in questo senso il libro appare tremendamente attuale, capace di evidenziare
i risvolti della rigida manipolazione dell’informazione e la ferrea repressione
di ogni forma di libertà intellettuale e politica.
Affrontare il debutto
discografico con un simile messaggio, attraverso un concept fatto di impegno
sociale e indagine psicologica, non era obiettivamente facile, ma da quanto
emerge dall’intervista a seguire, il tutto è nato spontaneamente, con la piena
condivisione delle parti.
La musica proposta
riporta a schemi antichi, ad un’idea… diffusamente analogica, ad una struttura
articolata che svela i suoi segreti nel momento in cui il tutto fluisce, le
liriche si fondono alle atmosfere e il simbolismo di certi atteggiamenti - vedi
l’uniforme da palco - propone immagini che pesano come macigni.
L’artwork magnifico
contribuisce a consolidare il contenitore musicale, che appare davvero
completo, come capita ad ogni disco prog fatto come i sacri crismi, quindi con
l’attenzione rivolta a tutti i vari elementi costitutivi.
Una tecnica sopraffina è
uno dei comuni denominatori della band, con le tastiere d’altri tempi di Daniele Fuligni, il virtuosismo
chitarristico di Daniele Sopranzi,
una pazzesca sezione ritmica composta dal drummer Michele Ricciardi e dal bassista Marco Piloni e la voce penetrante del frontman Claudio Cassio.
Significativa la presenza
di Pino Ballarini - il big tra gli
ospiti -, ex vocalist de Il Rovescio
delle Medaglia, presente anch’esso al concerto genovese di dicembre.
Un album destinato a
lasciare il segno nel mondo della musica progressiva, un disco che ha permesso
di far conoscere al grande pubblico di settore il valore de LA FBBRICA DELL’ASSOLUTO. Il solito fiuto e impegno di Black Widow Records
L’INTERVISTA
Possibile
sintetizzare la storia della band, dalla genesi ad oggi?
Innanzitutto
un saluto a tutti gli appassionati che ci leggono!
Premettiamo che la fortuna ha giocato un ruolo fondamentale
nella nascita della band. Diciamo questo perché nel 2011, quando tutto è
iniziato, ognuno di noi era impegnato in altri progetti, ma contemporaneamente
in ciascuno di noi stava nascendo la voglia di fare qualcosa di originale, di
mettersi alla prova con le proprie forze per creare qualcosa di personale. Così
Michele (batteria) ha incontrato Daniele (tastiere) e ha coinvolto Marco (basso)
e Daniele (chitarra) -con i quali
suonava da tempo - in qualche sessione in sala prove. Dal primo incontro si è
concretizzata una grande sintonia, non solo personale, ma anche relativa alla
strada musicale da perseguire. A partire dal 2012 abbiamo quindi iniziato ad
incontrarci per condividere idee e spunti musicali e per trascorrere del tempo
insieme. Sentivamo di essere affiatati e coesi, suonare insieme era molto
stimolante ma percepivamo
l’incompiutezza del nostro lavoro, senza una voce che sapesse arricchire
questo progetto tanto desiderato. Così, dopo vari tentativi, spesso deludenti,
nel 2013 è arrivato l’incontro con Claudio Cassio: la sua sensibilità musicale
e vocale e il suo entusiasmo, unito all’empatia, ci ha convinti immediatamente
e da subito abbiamo capito che “il cerchio si era chiuso”. L’immersione nel
progetto da quel momento è stata totale e c’è stata una forte sinergia tra di
noi. Il lavoro svolto ha preso sempre più forma, portandoci alla realizzazione
di questo album d’esordio, che rappresenta una somma delle nostre individualità
ma che, al contempo, ha una propria autonomia rispetto al contributo che
ciascuno di noi ha fornito durante le composizioni.
Che tipo di
cultura musicale avete alle spalle?
Direi che la nostra cultura musicale è veramente stratificata ed
eterogenea! Questo vale sia per il lato prettamente teorico e tecnico, di
studio sullo strumento, sia dal lato dell’ascolto musicale. La nostra
formazione generale spazia dalla rigida formazione della musica classica sino
allo studio del jazz e di laboratori dedicati.
Anche gli ascolti musicali sono intensamente stratificati tra la
musica classica, il jazz ed ovviamente moltissimo rock progressivo e non solo.
Assolutamente innegabile il fatto che amiamo tutti la musica rock degli anni
60/70 e quindi band come Beatles, Deep Purple, Led Zeppelin, Pink Floyd hanno
fatto da incipit alla nostra cultura musicale quando eravamo poco più che
adolescenti. Successivamente nel corso degli anni abbiamo certamente affinato i
nostri ascolti, sia con i grandissimi classici del prog, sia nella scoperta di
fondamentali artisti minori, spesso sconosciuti che hanno però influenzato la
nostra Musica ed il modo stesso anche di concepirla.
Colpisce sempre vedere giovani musicisti che propongono trame di alto
impegno, che non trovano riscontro nella giusta visibilità: come vi siete
innamorati del Prog?
Tutti noi abbiamo iniziato ad amare questo genere in età più o meno
adolescenziale; ricordo personalmente che per me fu un vero apri pista
l’ascolto e la scoperta del disco “Collage”,
proprio intorno ai 13 -14 anni d’età. Ma anche per tutti gli altri componenti è
stata la medesima cosa, probabilmente con titoli diversi. Amiamo moltissimo sia
il progressive rock internazionale sia quello italiano, per cui probabilmente
alcuni di noi hanno un debole in più. Band come Il Rovescio della Medaglia,
Alphataurus, Balletto di Bronzo, Cervello, Museo Rosenbach, The Trip, Banco e
moltissimi altri hanno influenzato le nostre vite musicali in modo definitivo.
Tra le band internazionali su tutte possiamo citare i King Crimson, Yes, ELP ma
anche altri grandissimi classici come Genesis, Van Der Graaf Generator.
Ho avuto la possibilità di vedere un vostro concerto e trovo che la
vostra proposta, non certo semplice, riesca comunque ad arrivare rapidamente al
pubblico: come definireste la vostra musica?
Grazie! Il fatto di fare una musica piuttosto elaborata, ma riuscire
comunque a mantenere una proposta anche in sede live piuttosto fruibile
rapidamente, è un bellissimo complimento! Autodefinirsi per noi è veramente
impossibile, poiché in realtà non ci siamo mai prefissati di seguire nessuno
standard. La nostra musica è soltanto il frutto della nostra intenzionalità nel
seguire una passione profonda e nel cercare di esteriorizzare tramite l’Arte
quello che sentiamo e proviamo, il tutto condito sia dalle influenze musicali
sia dalle esperienze umane che ognuno di noi vive nel corso della propria
quotidianità.
Se invece dovessimo semplicemente dire come immaginiamo il nostro
suono e come vorremmo che fosse recepito dal pubblico, gli aggettivi sarebbero:
Sperimentale, Psichedelico, Spaziale ed Acido, in poche parole ROCK!
Che
significato date all’uniformarsi sul palco utilizzando lo stesso abito, una
tuta da lavoro?
La scelta della tuta ricade essenzialmente al senso dell’opera 1984 ed
è ispirato proprio agli abiti presenti nel film “Orwell 1984” diretto da
Michael Radford.
Ci piaceva fortemente l’idea di richiamare anche visivamente l’opera,
trasportando un elemento legato all’immagine. Nel futuro prossimo difatti
abbiamo già ulteriori idee per estendere questa visione. Dunque no, la tuta da
lavoro non è strettamente legata al nome della Fabbrica.
Veniamo all’album da poco uscito, “1984, L’Ultimo Uomo
d’Europa”: che cosa contiene? Quali
i messaggi che volete condividere?
Fare musica
non è solo eseguire delle note, ma è piuttosto la realizzazione di un'idea e di
un messaggio che attraverso quelle note riesci a trasmettere. Il fatto che il
romanzo di George Orwell ha ispirato tutti e cinque è molto emblematico del
tempo che stiamo vivendo. Così attraverso questo nostro album abbiamo scelto di
lanciare un messaggio e di esprimere un “disagio“ che la società contemporanea
vive.
Molto bello l’artwork del disco, che mi pare simboleggi bene la vostra
musica: me ne parlate?
L’opera è
stata dipinta dall’artista Cesare Modesto intorno al 1982, e si chiama “La
Libertà di Scelta”: Cesare è per noi prima di tutto un grandissimo amico! La
collaborazione con lui è dunque sintomo di una grandissima sintonia e stima
reciproca, e testimonia la voglia di realizzare un qualche cosa assieme. Il
quadro è stato selezionato tra una serie di lavori del passato di Modesto, e
appena l’abbiamo vista abbiamo compreso che era semplicemente perfetta per
raffigurare in immagine tutto il significato della nostra Musica. Non
smetteremo mai di essere grati a Modesto per averci aiutato in modo così
spontaneo ed appassionato.
Dimenticavo: perché avete scelto il nome “La fabbrica dell’Assoluto”?
Il nome LFDA è stato scelto dopo aver passato molto tempo
senza nemmeno un nome. Non riuscivamo a trovare qualcosa che potesse
soddisfarci realmente, così abbiamo scelto la “Fabbrica”, nel tentativo di
realizzare qualcosa che sia Assoluto come è poi la Musica e l'Arte in generale.
Un modo per indicare che il nostro approccio è guidato dall’unione di più
individualità che si uniscono e si confrontano per alimentarsi a vicenda e per
alimentare una creazione comune e allo stesso tempo autonoma da ciascuno. La
Fabbrica nasce dall’incontro di amicizia, passione e condivisione per un certo
tipo di visione musicale. La scelta del nome deriva dalla descrizione del
processo compositivo della band: ossia la Musica, viene creata da tutti i
componenti assieme, tramite lunghe sessioni di jam sperimentali.
Come giudicate l’attuale stato della musica italiana?
Se per “stato della musica italiana” possiamo intendere lo stato della
musica progressiva in Italia, la nostra risposta è : “florido”.
A nostro giudizio stiamo assistendo ad una nuova e stimolante
stagione, una vera e propria nascita e ri-nascita di tantissime band di valore
assoluto con cui stiamo creando moltissimi legami, sia professionali che di
amicizia. Uno su tutti è sicuramente quello che ci lega ai nostri amici e
colleghi d’etichetta Ingranaggi della
Valle, che stimiamo sia musicalmente che a livello umano.
Che tipo di progetti avete pianificato per il
futuro prossimo?
Attualmente siamo completamente
immersi assieme alla nostra casa discografica, la Black Widow Records alla
promozione del nostro disco. Fondamentale inoltre è il discorso legato al
fronte live: vogliamo cercare di suonare il più possibile proprio per far
conoscere la nostra musica e fare moltissime esperienze. Successivamente sarà
naturale ricominciare anche la composizione ed il nostro processo musicale,
poiché la nostra passione non si ferma a 1984, abbiamo già tantissimi altri
stimoli ed idee nuove che verranno sviluppate. Il tutto ovviamente con i nostri
tempi, proprio perché nella nostra Fabbrica quello che conta veramente è
unicamente la nostra passione e soddisfazione artistica, non potremmo mai
creare una musica manipolata e regolamentata dall’esterno.
Fortunatamente abbiamo dalla
nostra una vera casa discografica, che è interessata a ricevere e pubblicare
musica vera, fatta con la pancia e che ritiene di fondamentale importanza la
qualità prima di tutto.
Dunque approfittiamo di quest’ultima
domanda per ringraziare te Athos per tutto il lavoro che svolgi e tutto il
tempo che c’hai dedicato. Un abbraccio a tutti i lettori ed addetti ai lavori
che ci seguono e supportano con passione.
FULL ALBUM
TRACK LIST:
1)I DUE MINUTI
DELL’ODIO
2)4 APRILE 21984
3)CHI CONTROLLA IL
PASSATO CONTROLLA IL FUTURO, CHI CONTROLLA IL PRESENTE CONTROLLA IL PASSATO
Special guests: Pino Ballarini: Voce in “La Canzone del
Castagno”
Francesco
Rinaldi: Parlati in “I due minuti dell’odio”,
“Bispensiero”, “Amava il Grande Fratello” Marco Palazzi, Sara
Imperatore: Cori in “2+2=5” Stefano Matteucci: Sassofono in “2+2=5” Luca
Violini: Voce narrante in “I due minuti dell’odio”, “O’brian”, “L’occhio del
Teleschermo”, “Giulia”, “Amava il Grande Fratello” Banda musicale di Montopoli:
”Amava il Grande Fratello”
Tutti i brani sono stati registrati al Miniver Studio tra Ottobre 2014 e Marzo 2015 ad
eccezione del brano “Bispensiero” realizzato presso lo Studio Sette" (www.facebook.com/studiosetterecordingfactory)
Mixato da "La
Fabbrica dell’Assoluto" Ingegnere di Mastering: Alessandro Cavallo, Studio
Sette
Musica e
testi: La
Fabbrica dell’Assoluto
Copertina tratta dall’opera
“La Libertà di Scelta”, del pittore Cesare Modesto (www.cesarearte.it)