domenica 20 dicembre 2015

Koneskin-"Liberty Place"



I Koneskin propongono Liberty Place, album di debutto che viene rilasciato un paio di anni dopo la costituzione della band, anche se l’alchimia non nasce casualmente, ma è frutto di una lunga frequentazione e identità di vedute musicali.
Arrivo a loro attraverso la conoscenza con il batterista Sergio Ponti, un musicista che ho sempre contestualizzato nel “mondo Jethro Tull”, per via dell’alto numero di concerti che lo hanno visto protagonista in quell’ambito, assieme alla Beggar’s Farm.
Ma è evidentemente riduttivo, giacchè i suoi progetti sono molteplici e direi molto variegati.
Non conoscevo invece Gabriele Zoccolan, chitarrista, e Feryanto Demichelis, tastierista e vocalist, ed è stato piacevole scoprirne le notevoli qualità.
Un progetto simile prescinde però dalle competenze individuali a favore del sound generale, caratteristica voluta e quasi imposta, che si allontana da certo new prog, molto diffuso, ancorato con forza al narcisismo delle trame seventies.
Nell’intervista a seguire ho posto una domanda poco opportuna - o meglio, formulata con troppo anticipo - che nascondeva i miei dubbi, quelli legati al fatto che la stessa potenza d’urto palesata nel lavoro di studio potesse difficilmente replicarsi in fase live: avrei trovato da solo la risposta guardando meglio la disponibilità della rete, perché il video che propongo a fine articolo permettere l’immediata fermatura del cerchio.
Il “Power Trio” di cui parlo non è tradizionale, perché l’antico appellativo fu coniato per band tipicamente rock blues, dove era impossibile prescindere da un’imponente e tradizionale sezione ritmica.
La potenza dei Koneskin risiede invece nella proposta di un tappeto sonoro che colpisce all’improvviso, che circonda, che fa vivere l’ascolto nell’attesa del ristoro, a cui seguirà una nuova ondata a tre dimensioni.
Le tinte sono scure, difficilmente arrivano raggi di luce, e i paesaggi che vengono alla mente disegnano una distopia sottolineata dalla vocalità soffusa e controllata di Feryanto Demichelis, e tutto questo affascina, perché attraverso la ricerca timbrica, la cura dei dettagli, la sperimentazione, nasce il “sound Koneskin”, frutto delle contaminazioni di una vita, sicuramente originale, nemmeno troppo difficile da assimilare.
Sono solito allontanare l’eccessiva razionalità nei miei commenti, convinto che la musica sia soprattutto fatto istintivo, dove il bello e il meno bello siano solo punti di vista, dove la tecnica è spesso superata dalla capacità di creare quell’atmosfera che ti afferra e non ti abbandonerà mai più… e così, ascoltando questo nuovo disco, la memoria è caduta ad un momento preciso della mia vita, quando, diciassettenne - era il 1973 - fui testimone di una performance dei King Crimson, che iniziarono il loro set torinese con Larks' Tongues in Aspic.
Nessuna comparazione, nessuna esaltazione, ma solo la constatazione che Liberty Place contiene i germi di un passato ben preciso, rinforzato da esperienze più moderne di artisti che possiedono la capacità di realizzare situazioni in bianco e nero, sentieri sonori intrisi di una certa malinconia meditativa, che quando arriva lascia il segno, e quando manca la andiamo a cercare, a costo di soffrire.

Trentasei minuti di tensione, trentasei minuti di dolcezza alternata a forza prorompente, trentasei minuti di musica che non lascerà indifferenti.



L’INTERVISTA

I Koneskin sono per me una novità assoluta: come nascono, cosa vi accomuna  e quali sono i vostri obiettivi musicali?

Sergio-I Koneskin nascono nel 2013, anche se noi tre ci conosciamo e stimiamo musicalmente da tantissimi anni. L'amicizia tra Gabriele (Zoccolan, chitarra) e Feryanto (Demichelis, piano e voce), va indietro nel tempo a quasi 20 anni fa.
Gabriele e Feryanto mi hanno contattato un paio di anni fa e fatto sentire alcune idee che mi hanno entusiasmato da subito.
Ci accomuna innanzitutto una grande amicizia e, subito dopo, una stima reciproca nelle rispettive capacità musicali, creative ed esecutive. A livello di gusti, questi sono così diversi ed eterogenei da “garantire” che nessuno di questi emerga in maniera predominante nelle nostre composizioni. Gabriele adora Jorma Kaukonen, ZZ Top e King Crimson; Feryanto potrebbe citarti Blonde Redhead, Sakamoto e Sigur Ros, Radiohead ed io Queen, Jethro Tull, Creedence Clearwater Revival e parecchio metal estremo.
Il nostro obiettivo è suonare e comporre esclusivamente musica originale, sperando sia apprezzata e diffusa. Per ora pare funzionare!

La band è composta da “soli” tre musicisti: scelta precisa funzionale al progetto o … cos’altro?

Sergio-La scelta è funzionale al progetto e devo dire che mi piace la “sfida” di proporre il nostro muro sonoro, a volte imponente, a volte delicato, utilizzando le risorse di soli tre musicisti. Personalmente adoro la formula del trio: Rush, Primus, Muse, Police, Cream... non gli manca nulla a livello sonoro e d'impatto! Inoltre, la nostra unione personale è così solida che preferiamo lasciarla inalterata e non scherzare con la nostra formula!

All’impatto la vostra musica sembra tutt’altro che minimalista: è completamente riproducibile in fase live mantenendo l’effetto che si avverte ascoltandola su supporto digitale?

Sergio-Ti assicuro che è tutto fedele al disco e lo facciamo regolarmente e senza problemi dal vivo con, forse, ancora maggiore impatto: Feryanto con due tastiere ed effettistica varia, Gabriele con un sapiente uso dei suoni ed io grazie al fantastico campionatore Roland SPD-SX, che mi permette di suonare in tempo reale parti di batteria non riproducibili con un set prettamente acustico.
Tranne che nel brano “Maya”, non vengono utilizzate basi.

A proposito, come sono i Koneskin dal vivo?

Sergio-Abbiamo collaudato la band con una serie di date in Romania, dove sono conosciuto come batterista di Dordeduh e Sunset in the 12th House. Con queste due formazioni ho suonato tra il 2013 ed il 2014 in tutti i più importanti metal fest in Europa: Hellfest, Wacken, Rockstadt Extreme, e sono delle vere e proprie istituzioni nazionali. Ciò ci ha permesso di poter trovare più facilmente contatti per esibirci davanti ad un pubblico attentissimo e rispettoso. Devi sapere che in Romania non esistono praticamente tributi e cover band, per cui non è difficile per una band sconosciuta, che propone composizioni originali, trovarsi di fronte ad un pubblico di 200/300 persone a sera. Pubblico che però ha gusti raffinati e grande cultura... se non piaci o gli ricordi altre band, al terzo pezzo sono tutti fuori a fumare. A noi è successa una cosa molto bella: durante la tournée si è sparsa la voce sui social network e tramite passa parola, che la band funziona e, ad ogni data, abbiamo ottenuto un consenso di pubblico sempre maggiore. E' stato fantastico! Inoltre, abbiamo pronto uno spettacolo dove musica ed immagini sono completamente sincronizzate, per tutta la durata dello show: stiamo solo cercando un posto dove poterlo proporre!

Parliamo dell’album di esordio, Liberty Place: qual è l’anima dell’album dal punto di vista lirico, del messaggio?

Feryanto-Liberty Place” risveglia una presenza sensibile, a volte nascosta, ma insita in ognuno di noi, nella mente e nell’essere; suonare questi brani è come lasciare che la musica emerga naturalmente, come naturalmente si respira o si parla; siamo una band  super sconosciuta e abbiamo molto da imparare, ma consideriamo questo esordio un buon punto di partenza e un buon tentativo di “connessione” e sperimentazione musicale, un luogo libero da ogni forma chiusa o da regole, che stimola  in ognuno di noi la voglia  di  riscoprire un luogo abbandonato, in cui si genera la forma, attraverso cui ciò che viene solo sentito possa in qualche modo essere immaginato, visto, sognato vissuto e raccontato.

Quale invece la proposta meramente musicale?

Feryanto-Le nostra  musica  è concepita  prima di tutto come evento sonoro, con l'intento di riempire ampi spazi sia fisici che interiori, senza tempo, riconsegnando il giusto valore al “silenzio” come condizione del suono e materia sonora: il silenzio per noi  è un mezzo espressivo pieno di potenziale significato. Spesso mettiamo volutamente da parte le nostre qualità tecniche virtuosistiche strumentali per mettere al centro la forza espressiva di ognuno di noi e le potenzialità dei nostri strumenti. Prediligiamo una ricerca molto accurata per il gesto e per i dettagli, ci divertiamo a creare incastri ritmici a volte casuali, tensioni sonore senza mai risolverle, dialoghi ed imitazioni su diversi strati , accompagnate da melodie vocali sospese.
Gabriele-Siamo molto affascinati dal concetto di band come era sviluppato negli anni ’60 e ’70 da gente come Area, PFM, Genesis, Queen. Suonare tanto assieme, ascoltarsi e… connettersi, per creare attraverso la ricerca quotidiana un linguaggio musicale proprio, unico ed inimitabile. Nei nostri brani non vi è mai un momento dove uno dei tre è solista. La regola è valorizzare se stessi dando spazio agli altri. Cogliere le idee altrui e valorizzarle . Siamo molto democratici e quindi tanto anacronistici quanto futuristi.

Come descrivereste a parole il vostro sound a chi ancora deve avvicinarsi a voi?

Feryanto-Abbiamo un sound mediamente cupo, manteniamo tutti i suoni che usiamo in sala quando proviamo, cercando il più possibile di riportare in studio quella idea di compattezza sonora a cui siamo abituati e a cui puntiamo.
Gabriele-Spesso veniamo annoverati come band Prog, talvolta Alternative e pure Post Rock. Io credo che i Koneskin siano tre Artigiani del linguaggio Rock intenti ad inseguire e spesso prevedere che tempo fa… fuori e dentro di loro. Il nostro è un rock emozionale ed emozionante.

A chi vi siete affidati per l’artwork?

Sergio-Suonando da circa sei anni costantemente in Romania ho avuto modo di conoscere Costin Chioreanu, uno dei grafici attualmente più richiesti a livello europeo, che collabora abitualmente con Dordeduh, Sunset in the 12th House, At The Gates, Opeth e tantissimi altri. Abita a Bucharest e ci siamo incrociati spesso. Quando sono nati i Koneskin ho fatto vedere a Feryanto e Gabriele alcuni suoi lavori e sono rimasti molto colpiti. Gli abbiamo spedito i brani, dandogli assoluta carta bianca: il risultato è esattamente ciò che vedi sulla nostra copertina.

Tengo a sottolineare che Costin, oltre ad essere veramente talentuoso è veloce, preciso ed estremamente professionale. Non ho dubbi sul perchè alcune delle band più importanti del panorama metal e prog si affidino costantemente a lui.

Come pubblicizzerete il vostro disco? Sono previste date o presentazioni?

Sergio-Intendiamo fare il maggior numero di concerti possibile. Ci stiamo attivando personalmente e tramite alcuni agenti che conosciamo all'estero.

Quale vorreste fosse il vostro futuro a breve, restando con i piedi per terra?

Gabriele-La risposta è secca e diretta… LIVE!

Eccoli dal vivo mentre eseguono un brano dell'album...



lunedì 14 dicembre 2015

THE TRIP-ATLANTIDE RIMASTERIZZATO + LIVE IN TOKYO 2011: rilasciato nel 2013


THE TRIP-ATLANTIDE RIMASTERIZZATO + LIVE IN TOKYO 2011

Nel giugno del 2013 è  stato rilasciato THE TRIP-ATLANTIDE,  il digipack celebrativo dei THE TRIP. Il box è un'eccezionale Legacy Edition contenente Atlantide rimasterizzato e l'inedito Live in Tokyo 2011, che SONY MUSIC ha proposto in DOPPIO CD e in DOPPIO VINILE.
Mi piace riparlarne oggi, a un anno di distanza dalla scomparsa di Joe Vescovi.
Il cofanetto in mio possesso contiene parte della proposta, i 2 CD: il primo è  il classico terzo album Atlantide, rimasterizzato, perfetto tecnicamente, alla faccia del fruscio a cui ero abituato! Tra poco tornerò sul concetto.
Il secondo è un live inedito - Live in Tokyo 2011 - che testimonia il pieno splendore della seconda fase della band, concerto realizzato nel novembre del 2011 in Giappone, nel contesto “Italian Progressive Rock Festival”.
Andiamo con ordine, e per far ciò occorre puntualizzare che farò estrema fatica nel separare “l’oggetto” dell’articolo dai miei sentimenti, dai miei accadimenti personali, che mi legano ai Trip sin dall’adolescenza. Sono molte le cose che vorrei raccontare ma, obiettivamente, sono un fatto tra me e loro, tra me e Joe Vescovi, l’uomo che mi sembrava camminasse a un palmo da terra, quando passeggiava nel centro storico della “nostra” città, Savona, nel 1972. Avevo 16 anni.
Faccio un lungo salto all’ indietro nel tempo.
Ho pochi anni sulle spalle, ed è uso comune lo scambio dei vinili, per condividere gli ascolti: “Me lo presti, te lo riporto domani…”.
I nostri “giradischi” sono penosi, e noi incoscienti, squattrinati, affamati di musica, faremmo meno danno sull’LP se incidessimo i solchi con l’aratro del contadino, piuttosto che usare la puntina più economica esistente sul mercato.
In questo scambio di ascolti, Atlantide, il mio vinile, entra nella casa di chissà chi, e ci riesce dopo 37 anni, quando una reunion scolastica favorisce il ritorno nelle mani… del proprietario. E io che pensavo di averlo perso nel corso di un trasloco!
Provo a metterlo sul piatto ma… impossibile l’ascolto, e così decido di regalarlo, di metterlo in bella mostra in un pub cittadino, dove appena entrati, in alto a destra, è ancor oggi ben visibile.
Il pub è il Van Der Graaf ed il gestore era all'epoca Fabrizio Cruciani, ex musicista e amico di Joe Vescovi.
Ecco… chi volesse vedere il disco originale (pare che oggi abbia un buon valore commerciale, ma suppongo se integro), lo può trovare appeso ad una parete… prettamente prog.
L’aneddoto mi serve per agganciarmi alla seconda vita dei The Trip, perché il  ritrovamento del “mio” Atlantide coincide con la reunion del gruppo, fatta di titubanza iniziale, ma sfociata in momenti significativi che hanno dimostrato quanto il pubblico ami ancora certi protagonisti di una musica che è ormai immortale.
Il momento appariva favorevole, forse ci si era stufati della banalità della proposta, e probabilmente è come dice Furio Chirico: ” … la musica prog non è altro che musica classica, rivisitata attraverso gli stilemi del rock…”, e quindi ciò che è nicchia può tornare ad essere movimento corposo.
In questa ottica la riproposizione di Atlantide assume molti significati e diventa prodotto per differenti cause ed esigenze: oggetto di culto e collezione… in fondo basta aprire il digipack per emozionarsi; contenitore didattico… è il regalo che farei a qualsiasi giovane decidesse di saperne di più; musica che ben si conosce, ma che si vuole ascoltare in perfetto stato dopo la cura tecnologica; amore per il live, quello che tutti dovrebbero vivere in prima persona; possibilità di godere del più recente Arvin Wegg Andersen, scomparso nel 2012. E poi la metafora di Atlantide regge bene il confronto col nostro tempo, e mi viene da pensare, ancora una volta, a come sarebbe utile introdurre la musica nelle scuole, in  modo un po’ innovativo.
Ed è proprio al Wegg appena citato che è dedicato il secondo CD, quello che sa di Oriente, di pubblico caloroso e competente, di musicisti che comprendono che è il momento giusto per insistere: sono amati… la loro musica arriva come e più di prima.
Il mio nuovo ascolto parte dal live: la ricerca della novità detta la priorità.
C’è molto materiale tratto da Atlantide, sei tracce su otto, con la compensazione che avviene attraverso “Caronte” e “L’ultima ora ode a Jimi Hendrix”, che sostituiscono Leader ed Energia.



Aver visto gli ultimi Trip on stage aiuta nel comprendere l’atmosfera dell’album, anche se la figura di Wegg, bassista e vocalist, resta sospesa sul palco, e mi piace immaginare che il numero della sua maglietta verrà ritirato dal campo, come accade ai grandi del calcio, quando finiscono la carriera.
L’ascolto comparato permette anche di confrontare due line up differenti, e la qualità dei protagonisti non fa parte del discorso.
Se l’album “originale” ci consente di ascoltare il trio classico dell’epoca - tastiere, basso e batteria - il secondo disco presenta - oltre  a Joe Vescovi, Furio Chirico e Wegg Andersen (alla voce) - il chitarrista e vocalist Fabri Kiareli e il bassista Angelo Perini; trattasi  quindi di due filosofie musicali molto differenti, nel secondo caso con una variazione sulla suddivisioni dei compiti, e con il vantaggio della tecnologia e della forza - e freschezza di idee - di due giovanotti di estremo valore.



Grande l’energia dei fondatori. Stupisce la capacità di Vescovi di mantenere vive trame… sì, da lui disegnate, ma non certo semplici, e il riproporle intatte dopo oltre 40 anni mi pare un miracolo.
Miracolo sono anche la forza, la tecnica, la fantasia di Furio Chirico, un motore spaventoso che ha la capacità di trascinare i compagni di viaggio verso l’obiettivo, ad un ritmo che spesso appare ai limiti delle possibilità umane.
Atlantide conserva intatto il profumo della storia, e l’aver accostato il passato al risultato dell’attività dell’ultimo periodo appare come una perfetta riduzione della frattura temporale che in casi analoghi risulta spesso insanabile, nonostante sforzi imponenti e impegno costante.
Qui c’è qualità, mitologia, ricordi, sentimenti, amicizia, lavoro, sudore, scelleratezza e… il disegno di un futuro che avrebbe potuto essere roseo, se si fosse potuto proseguire.
Afferrare un’ancora di salvataggio che arriva da tempi lontani fa storcere il naso a chi vede sempre il trucco dietro ad ogni azione, ma sarebbe un errore scambiare per nostalgici gli uomini e le donne che riscoprono valori che avevano lasciato nel cassetto, dimenticati o giudicati superati: il momento della comprensione prima o poi arriva.
Anche la musica dei Trip… anche Atlantide, ha un’origine lontana, ma basterà ascoltare - o riascoltare - questo dono musicale, per convincersi che sì, forse i tempi stanno davvero cambiando.
Atlantide è uscito anche in doppio vinile - e questa è davvero una grande notizia per i cultori del genere - e qualche grazie supplementare occorre dirlo, a Pino Tuccimei in primis e alla Sony Music, disposta ad investire su un progetto di qualità, ma non certo di sicuro successo commerciale, se per successo si intende “numero di copie vendute”.


Il viaggio di Joe si è interrotto dopo che era già capitato a Billy Gray -1984 - e a Wegg Andersen (ma nella storia dei Trip, se ci si rifà alle origini, occorre ricordare anche il fondatore Riki Maiocchi, mancato nel 2004), e non avremo mai più album nuovi - salvo sorprese da parte dei The New Trip di Pino Sinnone - batterista dei primi due album - e con la certezza che la Black Widow Records rilascerà a breve un album di vecchi “live”- ma restano testimonianze come questo “THE TRIP-ATLANTIDE” che non possono mancare nella collezione degli amanti del prog.


Atlantide

1. Atlantide (00:00)(VESCOVI)
(Indietro nel Tempo/Mare/Alba sul continente)
2. Evoluzione (05:25) (VESCOVI/ANDERSEN)
(Presenze di Vita/Civiltà modello)
3 Leader (08:35) (VESCOVI/ANDERSEN)
(Il Popolo crede nel capo/Promessa di una vita migliore con il dominio di Energia)
4. Energia (11:19) (VESCOVI)
(Energia è nelle mani del capo/La follia del Leader esplode/Gli uomini saranno schiavi)
5. Ora X (14:43) (VESCOVI/ANDERSEN)
(Dominerò per tutta l'eternità/Energia irrompe/Il popolo ma anche il suo capo viene..)
6. Analisi (17:39) (VESCOVI/ANDERSEN)
(Crolla l'illusione di comandare la natura/Energia distrugge l'uomo che male l'ha usata)
7. Distruzione (21:46) (VESCOVI)
(Anarchia/Cataclisma)
8. Il Vuoto (30:01) (VESCOVI)
(Scompare il continente/La Natura ha vinto)

Line Up
- Joe Vescovi / keyboards, vocals
- Arvid "Wegg" Andersen / bass, vocals
- Furio Chirico / percussion


domenica 13 dicembre 2015

Delirium e La Fabbrica dell'Assoluto in concerto a Genova


Serata Prog nel cuore di Genova, venerdì 11 dicembre.
A La Claque erano di scena un paio di band con un discreto denominatore comune legato al genere musicale proposto, i “locali” e super conosciuti Delirium IPG e i romani La Fabbrica dell’Assoluto, una novità nel panorama italiano.
Il sunto potrebbe essere... l’esperienza e l’antica visibilità di Ettore Vigo e soci contrapposte alla recente costituzione - 2013 - di un ensemble musicale con le idee estremamente chiare, che decide di percorrere una strada tutta in salita dopo aver assorbito la discografia prog rock degli anni ’70.
Detta così sembrerebbe quasi una sorta di passaggio di consegne, ma nella realtà dei fatti la proposta dei Delirium vede il timone saldamente posizionato sulla direzione “futuro”, perché la svolta di cui ho parlato più volte, e in differenti spazi, ha portato ad un deciso cambio di strategia, probabilmente arrivato in via del tutto naturale.
Ma il filo che unisce le due band è più forte di qualsiasi razionale spiegazione, e risiede proprio nel coraggio di affrontare sentieri sconosciuti, infarciti di incognite: forse una necessità, nel caso dei Delirium, probabilmente coraggio per “La Fabbrica…”.
E sono proprio questi ultimi ad aprire la serata, presentando un set che durerà quarantacinque minuti, praticamente senza soluzione di continuità.
Loro sono: Claudio Cassio - voce e cori -, Daniele Sopranzi - chitarra elettrica e acustica -, Daniele Fuligni - tastiere -, Marco Piloni - basso -, Michele Ricciardi - batteria.
Si presentano rigorosamente in tuta da lavoro e propongono parte del loro album di esordio, "1984 - L'ultimo Uomo d'Europa", disco di cui parlerò prossimamente, cercando di captare i significati ed i particolari caratterizzanti.
Posso quindi commentare in pillole ciò che ho visto, senza alcuna preparazione preventiva:  musica complicata, di non facile assimilazione, costruita nei dettagli, con risvolti tecnici impegnativi preferiti agli aspetti melodici; tempi composti impossibili e una voce narrante coinvolgente e recitativa. Trame vintage con una proposizione tastieristica variegata e molto seventies, atmosfere rarefatte che in alcune sfumature inventano una miscela corposa fatta del mondo hammilliano intriso di fratelli Shulman.
Suggestioni, solo immagini che non determinano comparazioni ne estrema enfasi, ma solo la sorpresa per l’aver trovato un profumo conosciuto che mi permette di intravedere cosa possa esserci dietro l’angolo. Mi piacerebbe avere la possibilità di risentirli, perché l’applicazione d’ascolto - necessaria al cospetto di una novità, per giunta impegnativa - mi ha impedito quel dolce “lasciarsi andare” che è l’aspetto ludico e piacevole degli eventi live.
A metà della loro esibizione entra in scena un pezzo storico della musica prog italiana, il cantante Pino Ballarini, ex Il Rovescio della Medaglia, che si esibisce in un paio di brani, uno dei quali del vecchio repertorio del Rovescio, documentato a seguire.
Una bella sorpresa!


Non è invece per me una sorpresa la performance dei Delirium.
A fine esibizione Ettore Vigo, il tastierista storico, assumendo il ruolo di archetipo del prog, sottolineava qualche imprecisione - come accade in tutti i live di qualsiasi gruppo! - dando rilievo all’ultima cosa a cui il pubblico è interessato in queste occasioni, ma si sa, i professionisti…
Molto più importante il calore che scaturisce e porta ad interagire audience e palco.
Ritorno alla chiosa precedente, quel cambio di strategia naturale che è in atto dal cambiamento della line up, che attualmente prevede: Ettore Vigo  - tastiere -, Martin Grice - sax e flauto -, Fabio Chighini - basso -, Alfredo Vandresi - batteria -, Alessandro Corvaglia - voce, chitarra acustica e tastiere -, Michele Cusato alla chitarra elettrica.
Il set dei Delirium è temporalmente il più ampio possibile, e parte dal primo album del 1971 sino ad arrivare all’ultima creatura, L’era della menzogna, disco che sta portando a casa molteplici soddisfazioni.
Ma anche la parte più antica trova vivacità di colore grazie ai nuovi arrangiamenti e all’entusiasmo dei “giovani”, che fanno da traino a chi pensava ormai di non poter trovare lo stimolo giusto per innovativi filoni musicali.
I Delirium sono il gruppo che ho maggiormente seguito negli ultimi sei anni, e sono testimone della sterzata che è stata sancita ancora una volta a La Claque, dove il folto pubblico ha accompagnato, brano dopo brano, l’evolversi del concerto.
Se nel caso de La Fabbrica dell’Assoluto, per i motivi citati, era richiesta una buona dose di razionalità, nel caso dei Delirium la “pancia” poteva bastare, e questo mi sembra uno degli obiettivi primari di un live concert.
Va da sé che unire gli elementi porta alla piena soddisfazione.


Ancora un pensiero per i Delirium: osservare l’affiatamento, il divertimento e lo scambio di ruoli e cortesia fa pensare ad un progetto davvero riuscito, ed è bello e didattico vedere musicisti in pista da diversi lustri protesi in avanti e non fossilizzati sui successi passati, che mai vanno rinnegati, ma dosati sapientemente, come accaduto nel canonico bis, quando a Dolce Acqua ha fatto seguito Jeshael, brani che hanno provocato l’entusiasmo generale.
Tutto esaurito a La Claque, molti i musicisti tra il pubblico, e sottolineo  la presenza di Mauro La Lluce, storico paroliere dei Delirium, e di Anna Ferrari, pittrice che ha realizzato il dipinto da cui fu tratta la copertina dell’album “La voce del vento”.
In visita anche l’amica giapponese Yoshiko, ma ormai è una di casa e fa parte dei fedelissimi.
Una bella serata di musica organizzata in collaborazione con Black Widow: un piacere essere stato tra i presenti.

lunedì 7 dicembre 2015

Fumonero-"Note Ruvide"


Note Ruvide è l’album d’esordio dei Fumonero, band genovese di recente nascita, ma composta da musicisti di buona esperienza e provato lavoro sul campo.
Nello scambio di battute a seguire il gruppo si racconta, permettendo di captare  elementi utili alla comprensione del mondo musicale ideato, certamente immediato, ma sufficientemente articolato da richiedere un minimo di analisi e spiegazione.
Siamo al cospetto di puro rock, con tutte le diramazioni del caso… dal blues alla ballad di atmosfera, mantenendo sempre una discreta “durezza”, bilanciata episodicamente da sonorità decisamente riflessive.
Dalle loro parole emerge che “Note Ruvide è un disco piuttosto eterogeneo…”, ma nonostante la diversificazione della proposta trovo una certa concettualità che supera le varianti ritmiche, un filo conduttore dove l’amore di una vita, il rock appunto, diventa il mezzo e non il fine, perché esiste una buona determinazione nel lanciare il messaggio chiaro e diretto.
C’è attenzione per gli aspetti sociali e per i malesseri quotidiani, per i sentimenti contrastanti che regolano le nostre vite, per il torpore che annebbia i riflessi, per la capacità estrema di non prendere decisioni, frenati da paura e pigrizia.
E che cosa meglio della musica può urlare la sofferenza, diventando al contempo veicolo e valvola di sfogo?
I Fumonero propongono un viaggio che parte da una pellicola in bianco e nero - ideale colonna sonora di sceneggiati televisivi anni ’70 -, l’unico strumentale dell’album, Lucida illusione, per terminare con Utopia, quello che considero un gioiellino, per costruzione lirica e capacità di colpire all’impatto.
Tra capo e coda c’è tutto un mondo, con episodi che permettono di fruire di momenti più “leggeri” - il video relativo al brano Guendalina ne è un esempio - alternati ad un certo rigore intellettuale che non consente banali cedimenti, ma il denominatore comune, il vero DNA di questa band, è un sano hard rock, che utilizza la lingua italiana, ma che si rifà a modelli anglosassoni consolidati, e c’è da supporre che le esibizioni live siano concentrati di pura energia.
Inutile fare opera di comparazione e scomodare modelli di riferimento, perché se è vero che la conoscenza della cultura musicale del passato lascia tracce indelebili, è altrettanto vero che i Fumonero riescono a fornire i loro tratti personali, e questo si traduce in originalità del prodotto finale.
Nell’album si segnalano un paio di ospiti, il rapper Nefercamon - nel brano Fumo nero - e il savonese Davide Garbarino - di “mestiere” tastierista e vocalist - nella traccia Come neve al sole.
E’ dura, di questi tempi, la vita dei musicisti che non scendono a compromessi e restano fedeli al proprio credo musicale, e non è facile riuscire ad ottenere la giusta visibilità: i Fumonero non inventano nulla, ma caratterizzano il loro lavoro con il tocco che permette la creazione di un brand, di una tipizzazione che rende la loro musica accoppiata ad un marchio riconoscibile e questo, col passare del tempo, potrebbe fare la differenza.
Esordio che fa ben sperare!



L’INTERVISTA

Come, quando e dove nascono i Fumonero?

Siamo a Genova, verso la metà del 2012. Dopo aver condiviso altre esperienze musicali, il cantante Simone “Seth” Borsellini e il chitarrista Alessio Pucciano decidono di formare una nuova band di inediti rock cantati in italiano. Subito si unisce Andrès Coronado, chitarrista acustico, che partecipa alla stesura dei primi brani. Un attimo dopo la formazione si completa con l’arrivo di Patrick Suffia alla chitarra, seguito da Mirko Fallabrino al basso e Marco Pendola alla batteria. Si crea immediatamente l’affiatamento giusto per arrangiare i nuovi pezzi e nel giro di pochi mesi ci si ritrova sul palco per il primo live. Da allora sono trascorsi più di due anni, abbiamo fatto più di 50 concerti dal vivo e registrato un album in studio, ma la passione è rimasta la stessa di quando abbiamo cominciato.  

Che tipo di passione accomuna i componenti della band? Avete un riferimento artistico su cui concordate?

Ciò che ci accomuna a livello di gusti musicali è senza dubbio il rock nelle sue varie sfumature, ognuno di noi ha poi delle preferenze che spaziano dall’heavy metal all’indie, con tutto ciò che si può trovare nel mezzo. Non c’è un artista in particolare a cui ci ispiriamo, o almeno non uno soltanto. Piuttosto le nostre influenze individuali sono come tanti tasselli che vanno a formare il sound dei Fumonero, da cui emergono aspetti differenti del nostro background musicale.

Provate a spiegare a parole la vostra musica, a chi ancora non l’ha conosciuta.

Quello dei Fumonero è sostanzialmente un rock diretto e di impatto, che dà ampio spazio alla melodia senza trascurare le ritmiche trascinanti tipiche di questo genere, e si apre in alcuni punti a contaminazioni acustiche ed elettroniche. Trasmettiamo il nostro messaggio cercando di trovare gli arrangiamenti più adatti ad accompagnare il significato delle parole, e il più delle volte lo facciamo attraverso un suono potente ma ricercato allo stesso tempo.

Spesso il nome di una band, anche quando nasce casualmente, cela un concetto condiviso preciso: perché Fumonero?

Il “fumo nero” da cui il gruppo prende il nome fa riferimento a una metafora che sta a indicare il flusso di disinformazione alimentato dai media e generato dall’ignoranza, intesa non tanto come mancanza di istruzione, ma piuttosto come l’atteggiamento di chi segue ciecamente i precetti che gli vengono imposti in maniera più o meno esplicita, senza porsi nessuna domanda a riguardo. L’indifferenza, l’accettazione passiva di verità costruite su misura, il ricorso alla violenza e all’odio per mascherare la povertà d’intelletto, sono tutte manifestazioni del “fumo nero” che ci circonda e ci impedisce di vedere le cose come sono realmente.

Il vostro album di esordio si intitola “Note Ruvide”: qual è l’anima del disco? Quali i messaggi?

Note Ruvide è un disco piuttosto eterogeneo, che racconta le varie sfaccettature della nostra anima rock. All’interno dell’album si possono trovare brani allegri e spensierati, come nel caso del singolo Guendalina, alternati ad altri più cupi e impegnati, come la canzone Fumo nero. Tra questi due estremi si collocano poi le altre tracce, che alternano momenti quasi cantautoriali con parti veloci e tirate tipiche dell’hard rock di matrice anglosassone.

Siete soddisfatti, ad oggi, delle vendite?

Considerando il momento di crisi del mercato musicale (e non solo!) che stiamo attraversando, siamo molto soddisfatti del nostro piccolo risultato. Inoltre, anche se Note Ruvide si può trovare in alcuni negozi sparsi per l’Italia, non abbiamo alle spalle una vera distribuzione capillare sul territorio, quindi possiamo contare praticamente soltanto sulle copie che vendiamo ai nostri concerti. Nonostante tutto, a distanza di qualche mese dall’uscita abbiamo dovuto ordinare una ristampa dell’album e la cosa ci rende particolarmente orgogliosi.

Come giudicate lo stato della musica nella vostra città, Genova, e più in generale in Italia?

Genova è una città molto attiva dal punto di vista musicale e ci sono un sacco di band validissime che meritano davvero di essere seguite con attenzione, come White Mosquito, Aphoria, 4 Monkeys, Cardiophonic, solo per citarne alcune. Purtroppo spesso mancano le situazioni per suonare brani originali, che si riducono a quei tre o quattro locali che ancora credono nella musica emergente inedita. Nelle altre zone d’Italia in cui ci è capitato di suonare abbiamo notato che la situazione non è molto diversa, in questo periodo c’è in generale scarsa attenzione per la musica dal vivo. Per fortuna però c’è anche chi continua a darsi da fare in questo senso, e tra musicisti, locali e organizzatori ci si dà una mano a vicenda promuovendo eventi e scambi date.

Che cosa accade nei live dei Fumonero? Esiste una buona interazione col pubblico?

Durante i nostri concerti si crea sempre una forte empatia con il pubblico, soprattutto grazie al carisma del nostro frontman, che è in grado di coinvolgere i presenti in ogni situazione. Dal punto di vista dello spettacolo, stiamo dando molta importanza anche all’impatto visivo oltre che alla musica, attraverso la scelta di un look particolare, trucchi ed effetti di scena come luci led e macchine del fumo.

So che avete realizzato un video clip del brano “Guendalina”: quanto pensate sia importante l’aspetto visual nella pubblicizzazione di un lavoro musicale?

Nell’era di You Tube il videoclip rappresenta uno strumento molto importante, poiché può essere potenzialmente diffuso in tutto il mondo con un semplice clic. Per noi band emergenti la difficoltà principale sta nel recuperare i fondi per ottenere un prodotto di alta qualità e per promuoverlo a dovere. Per quanto ci riguarda comunque cerchiamo sempre di fare il massimo con i mezzi che abbiamo a disposizione.

Che cosa vorreste accadesse ai Fumonero nei prossimi… tre anni?

Un tour negli stadi e milioni di dischi venduti! Scherzi a parte, nei prossimi anni abbiamo intenzione di continuare il percorso che abbiamo iniziato, cercheremo di farci conoscere più possibile dal vivo, magari anche aprendo i concerti di artisti già affermati, come è accaduto nell’ultimo anno con Punkreas, Omar Pedrini e Povia. Come lavoro in studio stiamo arrangiando i brani che andranno a comporre il nostro secondo album, e ci auguriamo di poterlo pubblicare prima possibile.


TRACKLIST

01 Lucida illusione
02 Re del nulla
03 Catene
04 Guendalina
05 Fumo nero
06 Come neve al sole
07 100 % ira
08 A pesca di cadaveri
09 Utopia

Membri:
 Simone Seth Borsellini-voce
Alessio Pucciano-chitarra/voce
Patrick Suffia-chitarra
Mirko Fallabrin-basso
Marco Pendola-batteria

INFO



domenica 6 dicembre 2015

Andrea Vercesi-"Blue": l'intervista



Andrea Vercesi cambia pelle… ma non troppo!
Indubbiamente il suo nuovo album, Blue, determina la discontinuità rispetto al passato, una storia fatta di innamoramenti epocali per certo rock progressivo, quel mondo “tulliano” che Vercesi ha vissuto da vicino, che lo ha formato, che gli ha permesso di conoscere e di calcare gli stessi palchi di mostri sacri, icone da vinile diventate improvvisamente umane e avvicinabili: Ian Anderson, Jonathan Noyce, Clive Bunker, Andrew Giddins, Martin Barre, Gary Pickford-Hopkins, tanto per citarne alcuni: protagonisti della storia del rock!
Questa stretta conoscenza ha condotto verso spontanee collaborazioni che sono andate a impreziosire la discografia del musicista pavese, fornendo immagine e valore aggiunto ad album come “Surrounded By Music” e “Mad Fallen Leaf”.
Ma Andrea scalpita nella sua stanza, realizza a ripetizione momenti solitari, prosegue nella vena che forse lo soddisfa maggiormente, quella più intimistica, che gli consentirebbe di trovarsi vis a vis con il pubblico dopo essersi spogliato di tutta “l’elettricità” possibile, a favore di una sei corde acustica, di un mandolino, di un flauto, di qualche percussione e… della sua voce.
Questa sua propensione alla dimensione solistica si sposa perfettamente con i cambiamenti in atto, quelli personali, che ogni tanto provocano scossoni giganteschi e che si ripercuotono sulla musica che un artista propone. E poi il raggiungimento dei quarant’anni resta sempre un traguardo importante!
Blue è il sunto del nuovo Andrea Vercesi, un album dal sapore internazionale, che propone un modello cantautorale british, nei tratti principali già noto, un binomio voce/chitarra acustica tipico di menestrelli inglesi di antica memoria, con sfumature a volte beatlesiane (This is life) ma fedele al credo di sempre, quell’anima che emerge in ogni lavoro di Vercesi.
E ritorno all’affermazione iniziale, quel “cambiare pelle… ma non troppo”, perché i tratti distintivi restano, e per chi conosce il passato musicale di Andrea sarà relativamente facile scoprire che certe peculiarità non svaniscono, qualunque sia l’umore del momento compositivo, e alla fine riuscire a dare caratterizzazione alla propria musica dovrebbe essere uno degli obiettivi dell’artista.

Il colore blu è da sempre una fonte di ispirazione, e fior fior di musicisti hanno utilizzato il termine per creare ed esporre le loro pictures musicali; a volte è sufficiente uno sguardo per perdersi nel mare dei sentimenti, e il risvolto più logico, per un uomo di musica, è il collegamento di  immagini, stati d'animo, liriche e suoni: che cosa possa scaturire da questo tipo di miscela ce lo insegna Andrea Vercesi, regalandoci il suo intenso Blue.





l’INTERVISTA

E’ appena uscito il tuo nuovo album, “Blue”, e la prima cosa che salta gli occhi è il tuo autarchismo musicale, un passo indietro rispetto alle importanti collaborazioni che hanno caratterizzato il tuo passato: nuova sfida o necessità produttiva?

L'esigenza parte da una mia piena volontà di creare tutto dal nulla e da solo... i testi sono miei, la musica è scritta da me, ho registrato e suonato tutto, mixato e masterizzato con la mia attrezzatura di home recording. Autoarchismo è la parola giusta! Forse avevo la necessità di esprimermi al meglio mostrando un lato estremamente personale, e con me stesso sono stato molto critico.

Capto nell’aria alcuni tuoi cambiamenti personali molto importanti: quanto hanno inciso sul tuo nuovo lavoro?

Decisamente... l'ispirazione non è cosa da poco. L'ho trovata... ed ha coinciso con cambiamenti importanti nella mia vita... decisamente. In realtà “Blue” è una persona... importantissima per me ora... che è entrata nella mia vita come quella stupenda sensazione di calore che solo una giornata estiva con un cielo terso (blu, appunto... come i suoi occhi) ti può dare. Questo calore mi ha svegliato da un periodo di “letargo musicale compositivo” dal quale da tempo avrei voluto uscire. Non solo ne sono uscito, ma ho creato la musica di questo CD in pochissimo tempo. Stiamo parlando di due mesi da quando ho cominciato a scriverli e da quando ho finito di masterizzare il tutto. I pezzi sono usciti estremamente fluidi. Le idee anche. Credo che i dischi “migliori” nascano spesso o da un profondo innamoramento o da un amore finito male...

I brani che ho ascoltato riportano ad un modello intimistico, poco elettrico, fatto soprattutto di atmosfere: è stato più facile fissare tutto questo in un contenitore realizzato tra le mura a te abituali, quelle di casa tua?

Sicuramente la mia esigenza era di rispettare una sorta di “semplicità” degli arrangiamenti. I pezzi per me dovevano essere belli anche solo con voce e chitarra... il resto poteva essere superfluo. Potrei peccare di modestia, ma il mio intento era questo. Se poi i pezzi piaceranno meglio ancora... a me piacciono molto!

La lingua inglese è da sempre il tuo modello espressivo preferito: cosa significa tradurre i sentimenti in una lingua che, di base, non ti appartiene?

La musicalità della lingua inglese mi ha sempre affascinato e sono un pò restio ad affrontare un disco in italiano, ma non escludo di farlo... d'altronde in passato ho scritto anche in italiano, ma faccio un'enorme fatica a sentirmi cantare i miei testi in lingua italiana. Forse deriva anche dal mio bagaglio musicale che contempla pochi artisti del nostro paese.

Che cosa ti è rimasto dentro del mondo “Jethro Tull”, quello per cui ti ho conosciuto nel 2006?

Tantissimo... non l'ho abbandonato, ma il mio modo molto “british” di comporre è stato in parte accantonato forse per il mio avvicinamento ad artisti classici americani. In realtà so benissimo che molti mi associano ad i Jethro ed è normale che sia così, con i riscontri che ho avuto. Con questo CD non è che volessi scrollarmi da dosso una “parte” che mi stava stretta, però i pezzi sono usciti così e ritengo che difficilmente i cultori di Anderson & C. troveranno assonanze tra questi miei pezzi ed i pezzi dei Jethro (come spesso è successo in passato). Per assurdo il brano che da il titolo al precedente “Mad Fallen Leaf” (dove molti sentono solo ed esclusivamente connotazioni tipicamente Tulliane) ascoltato da Anderson gli ha fatto scrivere che gli ricordava il Cat Stevens dei primi tempi... e detto da lui...  

In che formato è fruibile “Blue”?

Per ora il formato classico è ordinabile a me direttamente scrivendo ad andrea_vercesi@libero.it, , ma esiste anche un'offerta su facebook che potrete trovare sulla mia pagina “andrea vercesi musicista”, ed anche una vendita su eBay. Prossimamente “Blue” sarà disponibile per il download anche su Google Play (come anche è già disponibile il precedente “Mad Fallen Leaf” che come sai aveva 3 ex-membri dei Jethro ed altri artisti come ospiti).

Come lo pubblicizzerai? Sono previste date live?

In realtà i pezzi sono già stato proposti dal vivo, e con successo tra l'altro. Ho visto buoni riscontri... anche solo voce e chitarra, ma ho in cantiere un “nuovo” AV Project (meno articolato del precedente) con 3 componenti (uno sono io... il resto un bassista ed un batterista) e proporremo pochissime cover e tutto “Blue”, alcuni pezzi dal primo “Surrounded By Music” e da “Mad Fallen Leaf”... devo credere nella mia musica e proverò a proporla come già fatto in passato, anche se sappiamo benissimo le difficoltà a cui andrò incontro.

Hai appena compiuto 40 anni, sei giovane, ma spesso è il momento del primo bilancio: escludendo gli aspetti personali, puoi fare un resoconto artistico della tua storia artistica?

Grazie per il giovane! Sì... 40 anni non sono molti, ma non sono pochi! Ho iniziato a suonare la chitarra acustica a 15 anni circa, e la mia prima band l'ho avuta a 16 anni. Ho sempre suonato... il salto di qualità è stato con i Beggar's Farm, una decina di anni fa, con i riconoscimenti (anche dello stesso Anderson) in merito al modo in cui propongo la musica dei Jethro. Dentro di me c'è la voglia di avere un'identità veramente personale e secondo me con “Blue” sono riuscito ad ottenere tutto questo, ma è solo una base di partenza... mi sento ancora ispirato, e non escludo di produrre nuova musica entro breve. Sicuramente non aspetterò altri 5 anni!