giovedì 26 aprile 2012

Tintozenna


“Per ora mi esibisco dal vivo in acustico, da solo, non avendo la possibilità di tornare a suonare con una band…”, questa la frase topica compresa nella prima mail ricevuta da Tintozenna.
Tintozenna è dunque ora un solo musicista, chitarrista, autore, compositore, costretto a scegliere la strada dell‘ One Man Band dopo una serie di delusioni professionali-e forse qualcosa di più- raccontate in parte nell’intervista a seguire e nella biografia a fine post.
Lunga la gavetta, fatta di centinaia di concerti e ben cinque album all’attivo.
Il giudizio che posso fornire è rivolto, credo, a qualcosa che non esiste più nella forma, ma solo nella sostanza, perché i brani che ho ascoltato andranno rivisitati in chiave acustica e il set rivisto in funzione  di esibizioni live molto differenti da quelle di  un power trio quale poteva essere quello precedente.
Molta energia, una voce capace di ondulare tra il sussurrato e il tipico hard rock, e l’utilizzo di testi mai banali che appaio l’applicazione di schemi rigorosi, nel rispetto dell’equilibrio musica/liriche.
Complicato per me dare una definizione e collocazione, e forse il neologismo BioRock, emerso nel corso dello scambio di battute a seguire, può costituire la giusta immagine di una musica vitale, che rappresenta l’essenza e la spinta al movimento, e quindi alla vita.
Difficile immaginare il volto di Tintozenna come mera interazione di chitarra e voce, perché l’espressione elettrica sembrerebbe la più indicata per la proposta, ma la strada dell’autarchia da necessità potrebbe trasformarsi in virtù, e la musica potrebbe giovarsene, senza bisogno di comparazioni, senza la necessità di stabilire cosa sia meglio o peggio tra passato e presente, ma dimostrando che le idee e il talento possono emergere in ogni occasione e sotto ogni forma ( e formazione).
Attendiamo di vedere il nuovo volto di Tintozenna…


L’INTERVISTA

Partiamo dalle origine, come ti sei avvicinato alla musica, quando hai capito che avresti voluto diventasse la tua vita?

La musica mi ha sempre accompagnato sin da bambino quando giravo in carrozzina sempre con un mangiadischi in braccio. Ma cambiò tutto anni dopo, quando provai a scrivere il mio primo brano, lì mi persi completamente, scoprii un nuovo mondo infinito… il mio sentire!

Esiste qualche un musicista sopra gli altri che ti ha influenzato maggiormente?

Ce ne sono tanti anzi tantissimi e tramite essi ho scoperto la mia essenza e ciò che a me interessa veramente. I principali sono stati i  Pink Floyd, Led Zeppelin, Jim Morrison, Black Sabbath, Hendrix, Alice in chains, Nirvana, Rage against the machine, Rhcp, Tool, Radiohead, Korn.

Ho letto la tua biografia e ho notato l’immensa gavetta che hai dovuto fare. Perché ormai è difficilissimo vivere di musica … di qualità?

Perché anche la musica come l’arte e la comunicazione in genere, essendo da sempre ritenuta ai piani “alti” molto, ma molto pericolosa (ed effettivamente potenzialmente lo potrebbe essere perché lo è), la si è volutamente trasformata in un qualcosa di banale, scontato ed atta soltanto ad indirizzare il sentire umano verso una via spenta e non viva… repressione e banalizzazione a livello emozionale, lo si respira ovunque ed in ogni ambito, non soltanto in musica.

Mi hai parlato del tuo nuovo “assetto acustico”, ma ciò che ho sentito è abbastanza elettrico e per niente solitario. Mi parli della tua svolta che, a quanto ho potuto capire, non è stata una scelta volontaria?

E’ stata invece una scelta volontaria dopo aver cambiato troppe volte formazione e tutti i personaggi con cui ho suonato, dopo un primo entusiasmo iniziale, divennero più dediti al voler apparire a tutti i costi e primeggiare. Portar avanti un progetto ben preciso con il semplice scopo di comunicare è sempre stato difficile.

Come nascono le tue canzoni? Hai un iter compositivo sempre uguale?

Assolutamente no. Ogni brano è unico anche nella sua nascita e crescita. Ognuno di essi si è sviluppato in modo diverso dagli altri partendo comunque da sensazioni intense ed estreme. Ad esempio “Canto d’innocenza” nacque da emozioni riversate di getto su di un foglio sottoforma di parole, mai ritoccate, mentre in testa sentivo la musica accompagnare il tutto … fuoriusciva tutto all’unisono.  A volte invece mi capita di trovar un passaggio o un riff di chitarra che mi intriga e lo smusso fin quando non mi cattura totalmente ripetendolo poi all’infinito . Lì è come se andassi in trans e tutto si crea da se: escono fuori le parole magicamente. In questo modo è nato ad esempio “VIVO?”… è come se la musica attirasse le parole giuste. Altre volte ci son degli scritti che magari rileggo dopo mesi, in attesa del momento giusto per esser ripresi ed utilizzati. Mi vien naturale comprimerli, semplificarli, dandogli una metrica diretta e quando li sento conclusi, non li modifico più e da li comincio a costruirci intorno la parte musicale. In questo caso son le parole ad attrarre l’atmosfera, la musica.

Cosa ami della fase live e cosa di quella in studio?

Semplicemente tutto. Son due fasi completamente diverse, ma entrambi incredibili e che  amo profondamente. La fase di studio per me è la fase di scoperta: essendo tutto più chiaro e limpido si ha di fronte l’emozione di base in modo più espanso e diretta. E’ come se scoprissi più a fondo il mio messaggio catturandone tutte le sfumature. Qui interviene anche la creatività per rendere il tutto più fruibile, diretto ed emozionabile per se stessi, e ci si addentra negli incastri di colori unici con possibilità infinite, fino ad arrivare a ciò che, ad istinto, funziona e rende perfetta quella comunicazione. La fase live è volo, espansione totale, dilatazione dei sensi, comunicazione, condivisione e fusione totale… è sentirsi vivi, unici ed in sintonia con il tutto, liberi … che altro dire?

Se dovessi dare una collocazione alla tua musica, in quale casella la inseriresti?

Tintozenna è “BioRock”. Dirlo mi fa sorridere molto perché il termine è speciale per me. Fu coniato dal mio migliore amico Giorgio (da anni ormai non più presente qui, fisicamente perlomeno, ma spesso presente in altro modo, vedi “Bivio”) . Una volta accadde che una persona chiese a me e alla mia band di allora che genere fosse la musica di Tintozenna. Ci fu il solito tentennare  cercando di trovare una risposta esaustiva, ma di colpo Giorgio, onnipresente al mio seguito, disse appunto “BioRock”. Mi girai verso di lui chiedendogli il significato e lui rispose semplicemente “Rock Biologico… naturale”

Che cosa non funziona, secondo te, in questo mondo musicale dove non é quasi necessario vendere la musica perché te ne puoi appropriare gratuitamente?

Tutto non funziona nel mondo musicale come in tutto del  resto, e lo si respira in ogni istante ed in ogni ambito! La musica è una passione infinita e vita, che oltre all’impegno con se stessi per far fuoriuscire al meglio le proprie emozioni e la propria comunicazione è anche un grande dispendio di energia e di mezzi soprattutto. Quindi ritengo che debba essere dato un peso a tutto . Ci vorrebbe un cambiamento di mentalità e culturale in ognuno di noi, che ci porti a scoprire, scovare e ricercare realtà differenti da quelle che ci impongono volutamente.  Appoggiare anche realtà indipendenti ed autoprodotte che ci piacciono, diffonderle e sostenerle, acquistando i loro lavori. Un Cd di una band poco conosciuta o anche di band agli esordi, non costa poi molto ed in più si scoprono cose molto interessanti a cui spesso non si dà peso perché non sono nomi altisonanti ed ultra pubblicizzati. Ma il nome lo possiamo rendere noi noto se ci travolge dopo aver ascoltato. Ben venga la band che si è costruita da sola e con l’aiuto di coloro che l’hanno stimata e appoggiata, vola in alto mantenendo intatte le radici. Ciò che deve essere estirpato è lo strapotere economico e di imposizione artistica delle grandi Major: delle vere e proprie imprese di papponaggio lobotomizzanti . Idem per enti come la Siae. Non son da meno alcune etichette discografiche indipendenti che non offrono nulla agli artisti e speculano soltanto su di essi. Insieme ad esse ci metto tutti quei “grandi” artisti fenomeni, sia italiani che stranieri, che si mostrano devoti al loro pubblico e comprensibili ai loro problemi scrivendo brani visibilmente finti . Son coloro che fanno i buonisti e che non si sforzano di imporre il prezzo del biglietto per il loro concerto rendendolo più accessibile a tutti anche se potrebbero. Essi potrebbero far spettacoli meno egocentrici rinunciando a qualche megaschermo in più, con un palco più semplice e minimale, ma suonando veramente, non facendo le marionette reimpostate Ce ne sono un’infinità, troppi per i miei gusti, e ciò che mi dà veramente fastidio e che non sopporto è il fatto che colui che è arrivato ad un alto livello di popolarità, prestigio e comunicazione, ha l’obbligo secondo me di essere portavoce delle persone comuni e di far del suo massimo per aiutare a cambiare le cose nel mondo avendo il potere di una “voce” che può creare unione e cambiamento, ma non lo fa. Sta a noi cambiare creare ciò con la nostra volontà e la voglia di veder le cose come sono realmente, liberandoci dalle costrizioni imposte in ogni ambito.

Fuor di retorica, che cosa consiglieresti ai tanti giovani che hanno una forte passione musicale e che vorrebbero convogliare in quel campo tutto il loro impegno?

Di farlo senza indugi, di essere soprattutto se stessi e di spalancarsi completamente senza schemi preimpostati, senza immedesimarsi in altri e senza costrizioni, lasciandolo uscir fuori il loro vero essere e la loro unicità con semplicità.

Apri il libro dei sogni. Cosa vorresti si realizzasse per te, dal punto di vista musicale, nei prossimi tre anni?

Tutti i miei sogni. Uno o due dischi da studio prodotti e registrati come li ho in mente da sempre e.. live live live live live  e live... elettrici logicamente.





  
TINTOZENNA a ruota libera…

(Compositore/autore/cantante e chitarrista)

Iniziai il mio progetto “Tintozenna” scrivendo i testi ed incidendo i primi brani nel ’95 con l’ausilio di un 4 piste, e dopo aver accumulato un po’ di brani cominciai a cercare un bassista ed un batterista per rendere reale il mio progetto.
Nel ’96 entrai in studio per registrare il primo album e da allora in totale ne ho  prodotti cinque.
Negli anni ci furono molti cambiamenti a livello di formazione e persi tanto tempo ogni volta per ricominciare nuovamente e poter andare avanti col mio obbiettivo.
Purtroppo la precisione e la professionalità non mi è mai stata facile da trovare e soprattutto non è mai stato facile trovare i personaggi che credessero veramente nel progetto (le registrazioni risentono molto di ciò secondo me, infatti non ne sono pienamente soddisfatto e non rispecchiano quello che veramente sento e ciò che vorrei comunicare).
I risultati ottenuti da allora ad oggi sono:
1) 5 dischi registrati in studio
2) Centinaia di concerti dal vivo condividendo i palchi con nomi del calibro di Morhine, Africa Unite, Radici nel Cemento, Andrea Mirò, Giorgio Canali, Marlene Kuntz, Morgan, Prozak, Ricky Portera  e Daniele Tedeschi, ed esibizioni per Audiocoop Lazio.
3) Passaggi radio/interviste su emittenti nazionali, come Rock in Fm, Radio Città Futura,  Radio Rock, Radio BBS, RadioRai (trasmissine “Demo”) e due webradio americane, una WolfRadio del   Kentucky ed una della California di cui non ricordo il nome. (Stranamente queste ultime due mi tennero in programmazione per molto tempo nonostante i miei  brani fossero cantati in italiano, allucinante no?)
4) Recensioni su riviste della capitale e non, come “Sotterranei”,”Underground”,”La Repubblica”, ”Il   Messaggero”, ”La Provincia
5) Recensioni sul web come(quelle che ho ritrovato):
6) demo del mese per Ammonia Records
7) In uno dei miei dischi feci la cover rivisitata di Franco Battiato “Shock in my town”ed essa   si trova sul fan club di Battiato:
8) Tre video presenti in rete:
    il video di “Vuoto” (fatto in casa)ed il video di “Virus bianco” sul link
    il video di “Mother earth”(versione in inglese)

x contatti:

x info, brani, testi, foto, disegni ecc..

mercoledì 25 aprile 2012

Liliana Fantini-"Correvoce"



Gli incontri casuali si rivelano a volte particolarmente … di qualità, ma per accorgersi della reale dimensione di chi si ha davanti occorrono a volte tempi lunghi, semplicemente perché si è impreparati a scoprire e a lasciarsi scoprire. Occorre spiegare come ho conosciuto Liliana Fantini.
Era il 14 aprile, e ad un’ora improbabile -le15.00- in una giornata meteorologicamente difficile, mi trovavo assieme a Max Pacini ad Alba, libreria La Torre, per presentare il nostro contenitore “Cosa resterà di me?”.
Pochi i presenti, per i motivi descritti, ma gli occhi attenti di Liliana avrebbero giustificato da soli la nostra descrizione del book. Nel momento topico, rappresentato dalla lettura di stralci di libro, è venuto naturale invitare Liliana a sostituirci e lei,  vinta la titubanza iniziale, ha dato dimostrazione di sapienza espressiva. E mi ha realmente emozionato.
A fine presentazione scopriamo che Liliana ha appena pubblicato un album di matrice jazz, di cui è la “proprietaria” di musica e testi. Che c’è di strano… capita a tanti !?
L’intervista a seguire chiarirà molto della storia di questa new singer, ma è d’obbligo sottolineare che sto parlando di talento - questo è certo - a lungo latente, dal momento che non esistono follow up di amori musicali adolescenziali, ne la partecipazione a corsi specifici. Siamo semplicemente al cospetto di una luce che si accende all’improvviso e chiarisce le idee, indica la strada futura, e suggerisce le modalità di percorrenza.
L’empatia creatasi tra Liliana, Max e me, non sarebbe interessante, se non fosse fondata su di un concetto importante, che è quello che credo stia alla base di “Correvoce”, il disco di Liliana; siamo accomunati da una scoperta che è quella del prendere coscienza che ogni essere umano è speciale, almeno potenzialmente; gli uomini e le donne hanno sempre  molto da dire, anche se spesso non lo sanno, ritenendosi… inadeguati o poco interessanti. Il rischio è che questa forza interna non venga mai a galla. La “mezza fortuna” è quella che ci segna quando ce ne rendiamo conto, almeno, nel corso della vita, quando si è ancora in tempo, per dare soddisfazione a se stessi e per essere di insegnamento agli altri, che magari faticano nel riconoscere i segni che prima o poi qualcuno ci manda. E nella fase didattica occorre spiegare quanto sia utile abbattere il muro delle “vergogna”, quella sorta di blocco che ci attanaglia quando siamo molto giovani, ma che ci divertiamo a demolire, mattone dopo mattone, quando raggiungiamo una certa maturità.
Un lungo ragionamento il mio, forse non funzionale alla spiegazione di “Correvoce”, ma parlare di Liliana Fantini significa per me descrivere un simbolo, un riferimento che lego oggi ad un aspetto dell’arte, la musica,  ma che rappresenta un esempio di come siano molteplici le possibilità di vivere differenti vite, di come sia spesso il caso a determinare i nostri percorsi, e di come ci sia sempre il modo per affermare chi realmente siamo. Il pensiero di Liliana, nelle righe a seguire, chiarirà perfettamente chi lei sia.
Se avessi ascoltato “Correvoce” senza sapere niente dell’autrice, non avrei mai pensato ad un’opera prima, ne ad un’interprete nata per caso, ma piuttosto ad una professionista, magari intrappolata nella ragnatela del businnes musicale, ma… una del mestiere.
Liliana ha il jazz nel sangue.
Lo ha scoperto per caso, quasi fulminata sulla via di Damasco, ma il fatto importante è che l’esigenza di esprimersi ha trovato una via preferenziale, la più complicata.
Chiunque abbia qualcosa da dire, e conosca tre accordi di chitarra, è in grado di comporre una canzone. Alla canzonetta da fischiettare si può contrapporre un blues -se si ha sofferto abbastanza- o il messaggio tipico cantautorale, ma difficilmente si sfocia nel jazz.
Jazz è libertà assoluta, jam session, assoli che rimbalzano da uno strumento ad un altro, virtuosismo esasperato.
A Liliana Fantini è invece accaduto un piccolo miracolo.
Intanto ha una voce incredibile, capace di modulare come un’esperta vocalist, e con una timbrica davvero gradevole. Ma la novità… sorprendente novità, è che una musicista “immatura”, sceglie la strada più controversa per raccontare la propria vita e i propri sentimenti, e vince la sfida. In realtà il termine “sfida” riporta ad una sorta di forzatura, mentre qui vige la naturalezza, che conduce poi alla libertà a cui accennavo.

“E scopro il jazz, e proprio questa musica mi chiedo mai perché, si sia nascosta in scantinati e palchi senza mai arrivare a me, o forse è il sintomo di un mio timore oscuro di cambiare…” (E scopro il jazz)

Comincia così l’album, con un brano difficilissimo da interpretare.
E poi momenti amari, che descrivono il buio di un amore finito, e la lunga strada che riporta alla “Nuova vita”, una vita che riprende significato attraverso la qualità dei rapporti umani e, naturalmente, fatta di musica e di occasioni per condividerla.
A Liliana non manca proprio niente e so che sarebbe contenta se le sue creazioni camminassero spedite, magari attraverso la voce di altri, ma io credo che la strada intrapresa sia quella giusta, da alimentare con performance live, con l’aiuto e i consigli di chi le è stato vicino sino ad oggi e, soprattutto, ha creduto in lei.
Non credo  sarà per lei  impresa impossibile calcare “scantinati e palchi” con la musica del cuore dalla sua parte!


L’INTERVISTA

Quale tipo di formazione specifica(musicale) e culturale hai alle spalle? Come sei arrivata alla musica?

Ho frequentato il liceo Classico a Monza… allora abitavo là. L’università era un sogno negato, data l’impossibilità economica. Sono finita a fare la programmatrice, ramo informatico, quindi.. un mestiere che con me non ha nulla a che fare. Una scelta faticosa che continua, chissà che un giorno non riesca a liberarmi di questo fardello.
Mi piacerebbe molto poter dire che ho cominciato a studiare musica in giovane età, come tanti artisti hanno fatto, ma così non è.
La musica ha sempre fatto parte di me, fin da piccola, (mi ricordo cantare “Senza fine” di Paoli, piccolissima, con un pianino con i tasti colorati) ma mi sono sempre limitata a fruirne come ascoltatrice, per tanti anni. 
Gli ascolti: cantautori: Paoli, Tenco, Dalla, De Gregari, Guccini... e poi Graziani, Venditti, Cocciante, Mina, Vanoni, Gaber, Iannacci, musica italiana di qualità. Oltre oceano Frank Sinatra, Dionne Warwick, Whitney Houston, ma anche gli europei Jethro Tull, Supertramp... beh... Beatles, sempre!  Da adolescente mi sono avvicinata alla musica classica e più tardi all’opera, grazie a uno sceneggiato televisivo su Giuseppe Verdi (ricordo Carla Fracci interpretare la moglie Giuseppina Strepponi ).
Solo verso i  40 anni mi sono iscritta a un corso di canto lirico amatoriale, (nel frattempo avevo fatto famiglia, una figlia… ecc.)  volevo tirare fuori la voce, cantare le arie d’opera (in un coro ero stata utilizzata come contralto, perché la mia voce non abituata a cantare non aveva estensione, e a me ‘sta cosa non era andata giù) . Non è facile a quell’età, ma mi sono abbastanza divertita. Qualche anno dopo ho pensato che l’esperienza lirica,  approcciata a livello amatoriale e in tarda età, non avrebbe potuto regalarmi ulteriori emozioni (il canto lirico necessita di dedizione, rigore, e va intrapreso da giovani per giungere a ottenere risultati di rilievo) e ho virato l’interesse sul jazz, che ho avuto modo di avvicinare tramite un’insegnante di Torino, Silvia Pellegrino e successivamente sotto la guida di Elisabetta Prodon. Ho scoperto e studiato  gli standard jazz, nuove sonorità che si sposavano comunque a ballad ricche di emozioni .
Negli anni, l’ascolto delle grandi voci jazz, Ella Fitzgerald, Billie Holliday, Nina Simone e altre interpreti  mi avevano fatto apprezzare anche questo genere, inizialmente ignorato.
Paolo Conte, Bollani, Gualazzi  si sono quindi aggiunti ai miei ascolti abituali, oltre ai classici del jazz.

Ci siamo conosciuti casualmente  e frequentati per pochi minuti, con una certa… interattività, ma io, te-credo- e Max, tanto per citare i presenti ad Alba alla libreria La Torre, abbiamo in comune il bisogno –che forse prima era latente- di raccontarci, di denudarci, e di indicare percorsi alternativi a chi non ha la consapevolezza delle proprie possibilità (non parlo ovviamente di nessun tipo di “successo”). Sono lontano dalla verità per quanto riguarda Liliana Fantini?

In questo momento della mia vita prevale la voglia di esprimermi, di non nascondermi più. Se in ognuno di noi c’è un universo, è fantastico poterlo condividere, potere contribuire al bello e cacciare via la polvere del quotidiano, spesso non esaltante. E la musica è bellezza, così come tante altre arti.. Non a caso sto presentando nell’albese, insieme a due amiche, Silvia Pio poeta, come ama definirsi lei e Bruna Bonino, fotografa, un progetto di poesia, fotografia e canzoni, proprio simile a quello cha avete ideato voi nel vostro bel libro. C’è il desiderio di scoprirsi, portando bellezza, emozioni, svelando anche quello che è intimo, ma che spesso risuona con l’intimità dell’ascoltatore, creando empatia. Cosa resterà di noi? Non so, ma se abbiamo contribuito, anche per un attimo, a emozionare qualcuno, a fargli vibrare il cuore, a risvegliare qualcosa di sopito, a suggerirgli un pensiero, ecco… qualcosa resterà.

La tua urgenza di comporre, nata su di una spiaggia repentinamente, poteva incontrare strade molteplici. Perché il jazz?

Non saprei nemmeno dare una risposta precisa.. quando in macchina ti gira un blues in testa, per giorni.. e all’improvviso si materializzano le parole.. “Ho visto un angelo volare, cadere sulle scale”.. che sembra un nonsense, non stai a chiederti il perché, gli vai dietro e basta. Che altro?    Un concerto della Torino Jazz Orchestra  mi ha tenuto incollata alla sedia in cui però era un’impresa stare fermi, il contrabbasso rimbombava nella pancia e le emozioni sensoriali erano  amplificate al massimo; nel tragitto di ritorno, in auto da sola, ho creato l’80 % di quello che sarebbe poi diventato  “E scopro il jazz”... allora quello è jazz... forse, non so.
(Quando Max, alla Torre, raccontava il suo fermarsi in macchina per scrivere il testo della canzone che gli girava nella testa, non ho potuto non sorridere pensando alla mia esperienza, molto simile)
Molto lo devo agli arrangiamenti e al gusto di Fabio Gorlier (nel brano citato, insieme ai suoi amici musicisti, ha creato un ensamble trascinante, in cui poi anche Cisi si è inserito con la sua arte), un gusto condiviso, comunque.

Questa importante decisione si può  mettere in relazione a qualche cambiamento significativo  che riguarda la tua vita?

Beh, sì! Un ciclo della vita terminato. Aver visto morire i miei genitori,  una storia d’amore finita, in maniera molto sofferta (“Come hai potuto”) e finito, spero, una sorta di sonnambulismo, che mi faceva vorticare nelle emozioni e nelle disperazioni. Finito di piangere, mi sono guardata intorno e dentro, soprattutto dentro... se si ha coraggio di farlo ci sono belle cose, anche se si fa fatica a crederlo. Mi hanno aiutato in questo percorso lo yoga, la meditazione, una concezione della vita non più materialistica, ma che apre una porta a una visione spirituale del tutto. Il  frutto di questo cammino, sempre in divenire, sono le canzoni come “Corre voce”, “Nuova vita”, “Liberotango”, “Voglio amare”.

Il termine “musica jazz”, come tu sottolinei, evoca la parola “libertà”, ma è quasi sempre uno stato legato all’improvvisazione strumentale. I tuoi testi sono, al contrario, imprescindibili dalla musica e con essi attraversi tutta la gamma degli importanti sentimenti umani. E’ sempre naturale per te il connubio messaggio/musica?

Le mie canzoni sono nate come una mia urgenza... dovevo esprimermi, dire quello che sono, quello che ho sofferto, quello che spero e quello in cui credo. In questo momento mi è naturale, sì, esprimere in musica le mie emozioni. E’come se finalmente si fosse liberato un tappo che comprimeva tutto... sapevo che sotto c’era qualcosa, ma non sapevo cosa. E’ uscito, sta continuando a uscire e mi sta dando un gran gusto. La libertà del jazz sicuramente è strumentale, ma anche la voce può avere briglia sciolta. Vengo da una formazione di canto lirico dove tutto è preciso e misurato. Nei jazz ho apprezzato la  libertà di anticipare o ritardare una battuta, di esprimermi con toni e colori diversi, di non rimanere imbrigliati in una scansione rigida del pentagramma.

Ti sei cimentata ad Alba nella lettura improvvisata di una storia molto personale che non ti apparteneva, e mi hai fatto commuovere. Quante altre cose sai fare, oltre ad essere musicista?

Ho frequentato tempo fa un corso di formazione teatrale ad Alba. Ho amato da subito la dizione, che ho trovato musicale e l’ho fatta mia. Mi viene naturale dare colore e intensità diverse a quello che leggo, giocare con i toni per evidenziare dei passaggi, per dare luce alle emozioni che attraversano un testo.  Da sempre ho apprezzato il teatro, ma come per il canto, pensavo che mai avrei potuto cimentarmi io in prima persona. Anche questo è stato un percorso intrapreso in età matura. Ho fatto qualche esperienza sul palco, sono… bravina, ma amo di più la musica e il canto in assoluto. In ogni caso, se ho occasione di leggere, lo faccio volentieri.. mi piace leggere ad alta voce, interpretare, dare emozione ed emozionarmi io stessa. Il suono delle parole è musica.

Nei tuoi ringraziamenti e commenti vengono citati con una certa enfasi alcuni musicisti e collaboratori che hanno partecipato al tuo progetto. Quanta amicizia c’è in “Corre voce”?

“Correvoce è un progetto che ha avuto luce grazie a Fabio Gorlier, che stimo tantissimo, anzi... lo adoro, e che sempre ringrazierò per avermi dato retta per la realizzazione di questo disco. L’ho conosciuto frequentando il canto lirico, in quanto era, ed è tuttora, il pianista accompagnatore della classe di canto, uno dei suoi tanti impegni artistici. Lui insegna pianoforte e suona jazz in parecchie formazioni. Ha apprezzato i miei pezzi e li ha arrangiati con gusto, indovinando le mie intenzioni, impreziosendo con la sua bravura quello che io avevo solo nella mente. Si è avvalso della collaborazione dei suoi amici, Emilio e Michele, che non conoscevo, ma che in un batter d’occhio sono entrati in sintonia con Fabio oltre che con me, rivelandosi bravi professionisti oltre che estremamente simpatici e alla mano. La ciliegina sulla torna l’ha poi messa Emanuele Cisi, artista notissimo suggerito da Piangiarelli, che con estrema umiltà e simpatia ha acconsentito a partecipare al cd di una sconosciuta cantante. Si è inserito in due brani a cui tengo molto e che sono piaciuti anche a lui. Bello, no?

Quanto pensi possa influenzare la propria arte il luogo in cui si vive? Conta la dimensione, la tradizione e la cultura che si tramanda di generazione in generazione?

Credo che conti, certo. Se si respira arte, cultura e musica è più facile che il talento possa andare in risonanza ed emergere trovando i giusti stimoli per esprimersi. Penso alla scuola genovese, che ha influenzato tantissimi artisti… o all’humus napoletano che ha alimentato tanta splendida musica, ma ci sarebbero moltissimi esempi.  Tuttavia, se qualcosa di forte “spinge” dentro, penso possa trovare la sua via di espressione anche sopra il cucuzzolo di una montagna.

Mi è chiara la definizione di “serenità”, mentre è più complicato stabilire cosa voglia dire essere felici. Ammesso che tu abbia le idee più chiare delle mie… a quale delle due categorie aspiri maggiormente?

L’aspirazione alla felicità è quello che mi interessa, ovviamente. La serenità ha un sapore più tiepido, momentaneo,  la felicità la visualizzo come espressione dell’essere.  Credo che sia nostro diritto aspirare a essere felici. Che vuol dire? Per me significa essere se stessi, potersi esprimere in libertà, essere in sintonia con la propria anima. Significa fare quello per cui si sente gioia, il più vicino possibile a quello che intimamente ti detta il cuore. Significa avere relazioni gratificanti, amorevoli, avendo la consapevolezza che siamo parte di un tutto inscindibile, che siamo intimamente collegati tra noi e con la terra. Viviamo un periodo di grande confusione, insoddisfazione e stress. Credo che qualcosa debba cambiare, che si debbano ritrovare dei gesti semplici, una solidarietà che ci è sconosciuta, una comunione di intenti. Il potere, politico e religioso, tende a separare e tenere soggiogati, certo sarebbe difficile tenere a bada un popolo consapevole, piuttosto che uno dormiente. Ho appeso in cucina una riflessione di Marianne Williamson, citata in un famoso discorso di Mandela. Mi è cara. Ogni tanto… butto un occhio…

La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è quella di avere un enorme potere.
E’ la nostra luce, non la nostra oscurità, che ci spaventa di più.
Ci chiediamo: "chi sono io, per credermi brillante, stupendo, pieno
di talenti, favoloso?"
In realtà, chi sei tu per NON esserlo?
Sei un figlio di Dio.
Il tuo stare nel piccolo non aiuta il mondo.
Non c’è niente di illuminato nel raggrinzirti, così che le altre persone non si sentano insicure vicino a te.
Sei fatto per risplendere, come i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è in noi.
Non è solo in alcuni di noi: è in ognuno.
E quando lasciamo splendere la nostra luce, inconsciamente diamo il permesso agli altri di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
 
E ora, dopo questo exploit di creatività, cosa ti aspetti dall’immediato futuro artistico?

Mi piacerebbe continuare su quest’onda, avere l’opportunità di cantare i miei pezzi, di emozionare le persone, visto che sto ricevendo bellissimi riscontri all’ascolto del cd da ogni genere di persone. Ultimo tra questi, un artista molto noto, anzi... nazionale, il nostro  Gianni Morandi, che ha avuto il mio cd tramite un’amicizia comune e che gentilmente mi ha telefonato invitandomi a proseguire in questo senso, suggerendomi di dare evidenza al fatto che non è mai troppo tardi per esprimersi artisticamente e realizzare qualcosa di bello. Vorrei continuare a comporre, come sto facendo del resto, e trovare il modo per fare arrivare a un pubblico, il più vasto possibile, le mie parole e la mia musica.  Non mi spiacerebbe nemmeno se qualche artista più noto di me scegliesse di cantare qualche mio brano, un’opportunità ulteriore di far conoscere le mie creazioni.  Mi piacerebbe ampliare la collaborazione artistica, avere la possibilità di misurarmi con nuovi musicisti e nuove idee.





INFORMAZIONI  UTILI


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martedì 24 aprile 2012

Steve Hackett al Politeama di Genova


Fotografia di Enrico Rolandi

Grande serata di musica domenica 22 al Teatro Politeama di Genova, ultima tappa del mini tour italiano di Steve Hackett, che con la sua band “elettrica” – con cui alterna il progetto acustico- diventa, al  momento,  l’unico elemento ufficiale dei Genesis a ritornare a Genova nell’anno del quarantennale (22 agosto 1972, Teatro Alcione), anticipando nel modo migliore possibile le celebrazioni e le convention che ricorderanno il passaggio nella nostra terra di uno dei più grandi gruppi prog rock mai esistiti.
Sei mesi fa avevo avuto l’opportunità di intervistare Steve, e avevamo concluso con questo scambio di battute:

Puoi dare qualche anticipazione al pubblico italiano a proposito di tuoi nuovi tour in Italia o nuovi albums?
Sarò in tour in primavera. Ho il piacere di poter dire che il mio nuovo album, “Beyond the Shrouded Horizon”, è un grande successo. Inoltre sta per uscire “Fire and Ice”, un nuovo DVD live”.

La primavera è arrivata e Hackett transita da Genova, dove trova un Teatro abbastanza “frequentato” e, soprattutto, pieno di entusiasmo.
In questi casi i commenti risultano quasi superflui, perché il comune denominatore tra brani del nuovo album e quelli più datati, miscelati a gemme che fanno parte della storia, profumano di Genesis, dalla prima all’ultima nota, e l’audience, che era lì per quel motivo, non è rimasta delusa.
Steve è apparso in buona forma, ed è stato apprezzato anche il suo sforzo comunicativo e il tentativo di esprimersi in italiano.  Rispetto al concerto di luglio 2010, l’ultima occasione in cui lo vidi in elettrico, evidenzio l’assenza del bravo e folcloristico Nick Beggs, sostituito da un altro abituè, Lee Pomeroy, mentre continua la collaborazione con Amanda Lehmann alle chitarre- ma anche la voce è splendida-, Rob Townsend  ai fiati, Roger King alle tastiere e Gary O'Toole alla batteria e voce.


                                                   Fotografia di Enrico Rolandi

Tra le tante definizioni di prog, mi è rimasta impressa quella fornita da Hackett tempo fa, il quale affermò che quel particolare genere musicale non sarebbe mai nato senza il mellotron. Una semplificazione, che però identifica un fondamento di una dottrina musicale ancora molto amata. E le atmosfere sinfoniche non sono mancate neppure al Politeama, ed hanno caratterizzato, oltre alla parte conosciuta, anche il repertorio del nuovo album.
Ma si sa, in queste occasioni ci si aspetta ciò che già si conosce … si spera di vedere materializzarsi sul palco  qualche scena già vissuta, e in parte ciò accade, quando si toccano momenti come Firth of Fifth, The Carpet Crawlers o Los Endos, e il pubblico sottolinea palesemente la  predisposizione al ricordo di ciò che, seppur molto lontano, ha ormai assunto lo status dell' immortalità.
Momenti acustici si alterneranno ad altri  elettrici, tra rock e attimi intimistici, ma alla fine ciò che conta è la riuscita piena della riproposizione di un’opera già conosciuta, se non direttamente almeno attraverso i media, e in questo caso è andata in scena una delle tante puntate de “La Storia del Rock”. Una fortuna esserci.
Non ero presente all’Alcione quarant’anni fa, anche se vidi i Genesis in gran spolvero due ani dopo a Torino, e oggi come allora, quella musica mi provoca forti “scossoni”, e mentre ascoltavo il primo bis, Watcher of the Skies, ripetevo tra me e me, il solito retorico quesito, quello relativo al come diffondere tra i giovani una musica che, una volta conosciuta, diventa elemento irrinunciabile. Si accettano idee innovative!
Due ore intense e interattive e, a mio giudizio,   un grande concerto.
Siparietto finale con contatto col pubblico per le firme di rito. Steve appare stanco e provato dalla performance, ma gentile con tutti. Arriva il mio turno e mi riconosce dal nome (il suo invito personale via mail verrà presto incorniciato e appeso assieme al biglietto autografato), e questo in qualche modo mi gratifica. Ho in mano un pass per l’after show, per "disturbarlo" ancora in camerino, ma… desisto, qualsiasi frase “obbligata” non avrebbe potuto dare valore aggiunto ad una bella serata di musica.
Quale miglior modo per ricordare … la genesi italiana dei Genesis!?


lunedì 23 aprile 2012

Earth and Fire



Molti… molti… molti… anni fa, nel mio girovagare per il reparto dischi della STANDA, ne vidi uno che costava meno degli altri e, solo per questo dettaglio, al tempo non trascurabile, lo acquistai. In realtà un’altra cosa mi colpì, la bella copertina. Non rimasi entusiasta della compera, dopo l'ascolto, ma qualcosa di gradevole c'era.

Il gruppo si chiamava Earth and Fire, era svedese- ma allora era fatto per me sconosciuto-e di loro, in attesa di internet, persi le tracce. Persi anche l’album, nel senso che a distanza di qualche anno me ne disfai.
Nel corso della lettura di un libro dedicato al prog sono ricaduto su quella band, e improvvisamente mi è tornato alla mente qualche passaggio che evidentemente aveva lasciato il segno. Ora internet esiste e, tra intuito e ricordi, ho recuperato tutte le tracce del disco omonimo e sono rimasto colpito.
E’ un album del 1970, e inoltre di un gruppo scandinavo, alla periferia  della zona di luce musicale dell’epoca quindi, ma lo devo assolutamente rivalutare.
Il brano che propongo incarna perfettamente il fervore musicale del tempo e ha il potere di riportarmi a quella atmosfera che sono contento di aver vissuto.
Rendo quindi omaggio ad un seme della mia adolescenza, piccolo, ma da perfetto album dei ricordi.


Storia

Earth and Fire è il nome di un gruppo di rock progressivo neerlandese, originario dell'Aja. La formazione storica comprendeva Jerney Kaagman (voce), Ton van de Klejj (batteria), Hans Zieck al basso e i fratelli Gerard (tastiere) e Chris Koerts (chitarra). Partiti come gruppo pop nel 1968, con il nome di Opus Gainfull, la formazione originale vede alla batteria Cees Kalis e alla voce Lisette. A causa di problemi di salute, la cantante abbandonerà e verrà sostituita dalla Kaagman, scoperta da Barry Hay dei Goldeng EarringCambia anche il batterista ed il gruppo è pronto per incidere il primo album e seguire i Golden Earring in tour. Proprio i contatti con il gruppo di Hay li portano a cambiare il loro suono. Nel ‘71 sono il primo gruppo neerlandese ad utilizzare il mellotron ed abbracciano definitivamente il progressive, dandone un'interpretazione assai personale. Le melodie sono malinconiche e tristi, simili a nenie infantili, condotte dalla strana voce della Kaagman. Un altro punto di forza della formazione è la batteria di van de Kleij. Nel 1975, per l'album "To the World of the Future", si ha un cambio di formazione: al basso arriva Theo Hurts. Nel ‘78 sfornano un hit internazionale, "Weekend", mentre nel 1981 realizzano un singolo che diventa sponsor del Rally di Montecarlo. Nel 1980 l'album "Reality Fills Fantasy" registra un altro cambio di formazione: al basso arriva l'ex Focus, nonché marito della Kaagman,Bert Ruiter, mentre alla batteria Ab Tamboer. Nel contempo la musica del gruppo si è via via ammorbidita fino ad arrivare al pop di "Andromeda Girl ". Alla batteria torna van de Kleij, così come Ziech che affianca Ruiter al basso. L'anno seguente esce l'ultimo album del gruppo, ormai dedito al pop, "In a State of Flux". La formazione è nuovamente cambiata: Chris Koerts lascia ed il suo posto viene preso da Ronnie Meylesl, Gerard Koerts torna a dedicarsi anche alla chitarra e si fa affiancare alle tastiere da Ton Scherpenzeel, torna Tamboer alla batteria e Ziech lascia di nuovo Ruiter da solo al basso. Il gruppo si scioglie nel 1983, ma torna per una serie di concerti nel 1987. Nel 1989 esce un nuovo album, ma con una formazione orfana anche di Gerard Koerts: ad affiancare la Kaagman abbiamo Ruiter al basso, Age Kat alla chitarra,Jons Pistoor e l'ex Kayak Ton Scherpenzeel alle tastiere e Ab Tamboer alla batteria. Le nuove composizioni ad opera di Scherpenzeel sono pop ed hanno ben poco a che vedere con il passato del gruppo, rappresentato solo dalla voce della cantante.Nello stesso anno i gemelli Koerts relizzano un album strumentale incentrato sui sintetizzatori a nome Earth & Fire Orchestra, “Frames”.

Earth and Fire (1970) è il primo album in studio degli  Earth and Fire. Sebbene non si possa ancora parlare di rock progressivo, il gruppo aveva indubbiamente delle analogie con i lavori coevi dei Genesis e degli Yes (da notare che anche i due gruppi britannici non iniziarono la loro carriera con lavori propriamente progressivi). Il primo singolo fu Season, scritta dal chitarrista e cantante dei Golden Earring George Kooymans. La copertina è di Roger Dean (WIKIPEDIA).


Track list

1. Wild And Exciting
2. Twilight Dreamer
3. Ruby Is The One
4. You Know The Way
5. Vivid Shady Land
6. 21th Century Show
7. Seasons
8. Love Quiver
9. What's Your Name

Line up

Jerney - Voce, esperta d'elettronica
Hans Ziech - Basso
Ton van de Kleij - Batteria
Chris Koerts - Chitarra
Gerard Koerts - Piano, organo


venerdì 20 aprile 2012

In ricordo di Sandy Denny



Trentaquattro anni fa, il 21 aprile del 1978, ci lasciava Sandy Denny.
Ho estratto alcune tracce da wikipedia per ricordarla, evidenziando soprattutto l’eredità musicale lasciata.

Alexandra Elene "Sandy" McLean Denny nasce a Wimbledon il 6 gennaio del 1947 e la sua breve vita si consuma nello spazio di soli 31 anni.
E’ stata una cantautrice folk, nota per il suo caratteristico timbro vocale, dalle evocative coloriture nebbiose e dalle suggestioni spettrali, considerato tra i più       rappresentativi del genere: secondo il giornalista e musicologo Richie Unterberger è stata "la più importante cantante folk-rock britannica".

In veste di cantante dei Fairport Convention, nel 1968, si è resa artefice della prima fusione tra folk tradizionale inglese e rock; da quell'esperienza avrebbe avuto origine l'intera corrente britannica del folk rock.
Come nel caso di altri artisti, la fama di Sandy Denny è cresciuta in misura considerevole dopo la sua morte fino a generare un vero e proprio culto tra gli amanti del genere, anche attraverso una nutrita serie di pubblicazioni che, a partire dalla metà degli anni ‘80, ha contribuito ad alimentarne il seguito.
Dal 1998 una varietà floreale della famiglia delle Hemerocallidacee porta il suo nome.
A Sandy Denny viene comunemente attribuita la prima sperimentazione nell'accostamento dei brani tradizionali britannici alle sonorità rock e west coast in voga sul finire degli anni ’60. Va comunque segnalato che i membri deiFairport Convention, gruppo di cui fu cantante nel 1969, giocarono un ruolo essenziale nel corso di questa elaborazione; oltre al gusto chitarristico di Richard Thompson, capace di conferire coerenza alla rilettura strumentale dei brani tradizionali in chiave moderna senza snaturarne le melodie, fondamentale fu il contributo di ricerca svolto presso la Cecil Sharp House dal bassista Asley Hutchings durante i lavori per Liege&Lief: quello che viene generalmente indicato come primo disco folk-rock del filone britannico nacque proprio sugli antichi brani e testi recuperati da Hutchings, oltre che sul vastissimo repertorio folk tradizionale posseduto da Sandy.
Il canone musicale definito da Sandy Denny con i Fairport Convention nei diciotto mesi di permanenza alla guida della formazione, oltre ad avere indelebilmente segnato il percorso successivo del gruppo dopo il suo abbandono, rimane a tutt'oggi alla base dell'esperienza musicale degli artisti folk rock angloirlandesi che sarebbero venuti - come ad esempio Kate Bush, o i The Corrs - e persino di alcuni gruppi a loro precedenti come i Pentangle, i Chieftains, i Clanned o i Lindsfarne - e contemporanei; discorso a parte meritano i The Corrs, gruppo progressivamente accostatosi alla musica pop ma comunque basato su solidi elementi folk rock, spesso mutuati in modo esplicito proprio da Sandy Denny e dai F.C.
Echi di tale ciclo di sperimentazione a cavallo tra il folk e il rock contemporaneo sono riscontrabili anche in gruppi decisamente hard come i Led Zeppelin - non a caso il gruppo volle proprio Sandy Denny come voce di contraltare a quella di Robert Plant in The Battle Of Evermore - e persino heavy metal come i Thin Lizzy, gruppo irlandese che non di rado ha inserito nei propri brani elementi di irish folk; Philip Lynott, cantante del gruppo, ha peraltro registrato un tributo a Sandy assieme al gruppo irlandese dei Clann Edair, nel 1984.
La musica di Sandy Denny, in specie nella sua veste più eminentemente cantautorale, ha spesso varcato quelli che sono gli stretti confini folk rock per approdare a generi anche poco affini; il brano Remember dei Groove Armada, inserito nell'album Lovebox del 2003, è basato sulla traccia vocale estratta dal brano Autopsy (contenuta nell'album Unhalfiricking), con l'aggiunta di parti interpretate dal London Community Gospel Choir mentre Who Knows Where the Time Goes, che attualmente conta una cinquantina di riproposizioni da parte di altri artisti, è stato reinterpretato anche da cantanti decisamente distanti dal folk come la jazzista Nina Simone, Judy Collins o Cat Power; analogo discorso vale per la rilettura del brano Solo ad opera di Fish, ex frontman dei Marillon, proposta nell'album Songs from the Mirror del 1993.
Nell'album "North Atlantic Drift" del 2003, la band inglese Ocean Colour Scene ha dedicato il pezzo "She's Been Writing" a Sandy Denny.



Hanno detto di lei:

« La mia cantante preferita tra tutte le voci femminili inglesi di sempre»
(Robert Plant, Led Zeppelin)

« Era una perfetta cantante folk-rock britannica. Neanche l'ombra di un vibrato. Pura e semplice. »
(Pete Townshend, The Who)