domenica 22 maggio 2011

Cavalli Cocchi-Lanzetti-Roversi


Ufficiale:


"CCLR" ha firmato per l'americana "Cherry Red
Records"!
L'album "
Cavalli Cocchi-Lanzetti-Roversi" uscirà per la "Esoteric Recording", importante label Inglese specializzata anche in Prog.

In Italia verrà distribuito dalla "Audioglobe".
L'uscita mondiale è programmata per il 29 giugno prossimo.

Considerando che CCLR è un gruppo formato da un batterista, un cantante ed un pianista anche suonatore di Chapman Stick, le statuette tribali dell'India del Nord sono un segno magico.


sabato 21 maggio 2011

Pupi Bracali racconta "Harvest"


Inizio oggi una nuova rubrica che spero abbia lungo corso.
Tutto è nelle mani di Pupi Bracali, scrittore ed esperto di musica, che ha avuto un’idea che avevo già cercato di mettere in pratica, senza grande successo, tempo fa. Ecco alcune delle sue parole:
… ho un ideuzza che da tempo mi frulla nel cervello. Molti album che ho amato e amo hanno, a volte, segnato anche un momento della mia (nostra) vita non solo intrinsecamente musicale. Quindi pensavo di scrivere alcune recensioni di dischi non sterilmente asettiche, ma legate a momenti della mia vita privata inserendoci anche un piccolo tocco narrativo. Ovviamente molti altri lettori del blog potrebbero identificarcisi come spesso capita anche a me.”
Caro Pupi, se “non ci molli” il fine settimana è tuo e sono sicuro che i tuoi ricordi saranno anche quelli di molti di noi.
Le musiche della nostra vita – Harvest di Neil Young (Warner Bros. Records 1972)


Possiedo un po’ meno di quattromila dischi in vinile.
Quasi tutto rock, un bel po’ di jazz, un paio di centinaia di musica classica, qualcosa di italiano più varie ed eventuali.
Tra quelle poche migliaia di album, alcuni hanno un posto particolare nel mio cuore. Si sa che la musica oltre alla sua bellezza intrinseca possiede un potere evocativo non indifferente.
Uno di questi dischi è Harvest di Neil Young, autore di cui possiedo una trentina di album (ma questo è un mio sciocco vanto personale e comunque vince Frank Zappa con una quarantina).
Harvest mi fu regalato nel 1972 dalla mia ragazza di allora che era a conoscenza del mio amore per lei e per il cantautore canadese.
Quell’anno possedevo un vecchio giradischi da pochissimi soldi decrepito e usurato. Poiché quel dono a cui tenevo tanto non meritava un ascolto fallace e approssimativo promisi a me stesso e alla mia ragazza che avrei ascoltato il disco solo dopo aver acquistato un impianto stereo decoroso.
E così fu: alcuni lunghi mesi di sudati risparmi mi separarono dall’ascolto del mitico album, ma infine ottenni il risultato: un metallizzato e luccicante stereo con casse Indiana Line a tre vie, giradischi con testina Shure e amplificatore Pioneer, apparve nella mia cameretta e la sera stessa della sua apparizione invitai la mia ragazza (... ebbene sì dopo tutti quei mesi stavamo ancora insieme!) all’ascolto comune di Harvest di Neil Young.
Come uno sciamano che preparava un rito tolsi i sigilli al disco; la plastica trasparente che lo avvolgeva finì gemente e accartocciata in un angolo; la copertina apribile rivelava all’interno una foto di Young con la sua tipica camicia a quadri e con le mani sui fianchi catturato da un obiettivo sfocato e deformante. Poi c’erano i titoli delle canzoni, i musicisti e tutti i crediti relativi al disco.
Dentro, oltre la busta che conteneva l’album, una doppia facciata riportava tutti i testi dei brani scritti in corsivo e vergati con inchiostro nero sul noisette della carta, dalla stessa mano di Neil Young.
E poi c’era la musica. Quella musica.
Spensi la luce, io e la mia ragazza ci rannicchiammo in silenzio sulla mia brandina e la musica partì lenta e potente nel buio della stanza.
Nell’oscurità, i led dell’amplificatore, due aghi che vibravano all’unisono col ritmo della musica, ondeggiarono, agitandosi ritmicamente nei due piccoli rettangoli luminosi colore giallo/verde, unica fonte luminosa in quella stanza. Il basso e la cassa stoppata della batteria di Out on the weekend, il brano di apertura, furono l’inizio di una quarantina di minuti memorabili.
Godetti a quell’ascolto e col tempo imparai a memoria le parole e i vari momenti del disco: la slide di Ben Keith che miagola come un gatto in amore quasi per tutto l’album, l’(im)percettibile fruscio che, al secondo minuto di Out on the weekend, testimonia la caduta di un leggìo (o di un microfono) nello studio di registrazione e che Young non volle eliminare col timore di rovinare il brano, l’arpeggio acustico live e solitario di The needle and the damage done sul quale migliaia di ragazzini (tra i quali il sottoscritto) impararono i primi rudimenti chitarristici, canzone contro e sulla droga (but every junkie is like setting sun) che sembra presagire le tristezze e le morti che rivestirono in seguito, come un tetro sudario, un album bello e oscuro come Tonight’s the night. Imparai a conoscere i momenti di un country melanconico come quello di Old man e quello più scanzonato di Are you ready for the country, momenti che ti fanno riconciliare con un tipo di musica che non è solo quella becera e commerciale di John Denver o di Tony Joe White.
Apprezzai i sinfonismi orchestrali di There’s a world e di A man need a maid, e il CSN&Y style dell’antirazzista Alabama che vede per l’appunto ai cori Crosby e Stills, e conobbi per la prima volta il timido chitarrismo solista di Neil Young in Word che pur ancora in nuce fa presagire i furori futuri di una chitarra tra le più selvagge, riconoscibili e imitate da quel momento fino a oggi.
Ascoltai il ritmo altalenante di Harvest e quello altrettanto ondeggiante di Heart of gold che vede ai cori le presenze di James Taylor e Linda Ronstadt, conobbi il pianoforte e gli arrangiamenti di Jack Nitzsche che otterrà fama e successo qualche anno dopo con la colonna sonora del film Qualcuno volò sul nido del cuculo... Ascoltai, ascoltai, ascoltai...
Da quella sera, da quella prima strabiliante e particolare esperienza sonora, ascoltai Harvest ancora mille volte fino a quasi consumarlo, poi il tempo passò.
Altri tempi, altre musiche e negli anni ottanta apparvero i cd. Non come tutti, ma certamente come molti mi adeguai; accantonai i long playing e cominciai ad acquistare e ad ascoltare quella nuova fonte di musica. Il mio giradischi Thorens incastonato nella mia libreria (discheria) divenne quasi una mensola su cui poggiare riviste, piccoli oggetti e gli occhiali che il tempo e l’età avevano fatto apparire sul mio naso nello stesso periodo dei cd.
Cd che aumentavano sopra i miei scaffali fino a diventare gli oltre duemila che possiedo oggi.
Poi accadde un paio di anni fa in un afoso pomeriggio estivo mentre mi crogiolavo al sole della spiaggia; fui raggiunto da un mio giovane amico munito di lettore portatile cd. Mi chiese se volevo ascoltare qualche cosa e nel novero di quella decina di cd che teneva in un contenitore venne fuori una copia di Harvest, album che non ascoltavo da più di vent’anni.
Mi distesi al sole, misi le cuffiette, mi rilassai e andai in estasi quasi come la prima volta.
Il disco reggeva benissimo l’urto del tempo e mi piacque nuovamente al punto che mi ripromisi di riascoltarlo appena ritornato a casa.
Lo feci e la sorpresa fu grandissima: dopo aver sbarazzato il giradischi dalla pila di libri ed altri oggetti che lo ricoprivano da tempo, misi sul piatto il vecchio pezzo di plastica del 1972 e scoprii che quell’antico vinile frusto e frusciante era immensamente “più bello” del suo equivalente su cd. Quel suono freddo e asettico che pur mi era piaciuto in quella spiaggia, era soverchiato dal calore e dalla profondità del suono che proveniva da quegli antichi solchi sfregiati da una vecchia puntina. Una volta di più, compresi e toccai con mano e con le orecchie, (se mai ce ne fosse stato bisogno) la superiorità sonora del vinile ed il suo valore...
Dal 1972 anno in cui ricevetti in dono Harvest sono cambiate tante cose: il mio impianto stereo è stato rinnovato alcune volte e alcune volte ho cambiato casa. La mia passione per quell’album però non è mai cambiata e... cosa ancora più importante, non è cambiata nemmeno la ragazza di allora che mi regalò quel disco. Ora è mia moglie, abbiamo un fantastico figlio di vent’anni e dopo avere attraversato e vissuto con gioia tanti esaltanti momenti musicali che vanno dalle dolcezze del progressive alle tempeste punk, dal folk inglese ai furori grunge, dall’hip hop, al post rock, capita ancora che ogni tanto ci rannicchiamo sul divano, spegniamo la luce come la prima volta e ci riascoltiamo Harvest di Neil Young.
Maurizio Pupi Bracali

venerdì 20 maggio 2011

Intervista a Tolo Marton


Fotografia di Nicola Fasolato

Esattamente il 9 aprile, alla fine del concerto tenuto a Genova nel corso della edizione del Genova Prog Festival, Tolo Marton, a tavola col resto della band (Tagliapietra, Pagliuca e Smaniotto), mi raccontava dell’utilizzo di un vecchio distorsore che avevo notato sul palco. Mi era rimasto impresso perché “antico”, uguale (credevo) a quello che io usavo da adolescente, 38 anni fa, e ora inserito nella mia teca dei cimeli. Ci siamo lasciati con la promessa di un scambio di battute e dopo alcuni giorni ho preparato un… questionario. A distanza di un mese e mezzo ho dovuto eliminare una domanda, la prima, perché nel frattempo divenuta obsoleta. Dinamicità del mondo della musica? Non lo so, ma è certo che per qualche motivo il bellissimo progetto nato nel novembre scorso, con l’esibizione alla Prog Exhibition di Roma è terminato, e forse insistere nell’indagine potrebbe essere di scarso interesse e provocare piccoli dispiaceri.

Di Tolo Marton avevo già pubblicato qualcosa:


Fotografia di Cristina Arrigoni

Ma sentiamo cosa ci racconta Tolo.

A Genova ero a pochi metri da te durante l’esibizione e mi ha colpito la tua estrema semplicità, nei movimenti sul palco, nell’uso della tecnologia (vedi sezione effetti), nella relazione con gli altri. E’ qualcosa che un musicista trova con la maturità e l’esperienza o fa parte del tuo carattere?
No, fa parte del mio carattere. Sono nato e cresciuto facendo lunghissime jam session, ascoltando quello che suonano gli altri e interagendo di conseguenza. Il mio udito è sempre stato molto attento a ciò che succede attorno … qualche volta per me è una condanna.

Leggendo la tua biografia, emerge come il tuo punto di partenza sia legato alla musica classica, e il tuo percorso sino ad oggi ti vede protagonista in generi musicali diversi tra loro. E’ la tua natura che ti ha portato a spaziare senza confini o è una necessità legata allo sviluppo personale?
Tutte e due le cose. Per natura ho bisogno di variare, ascoltare musiche differenti e di conseguenza sentirmi suonare cose diverse, non ci sono altri motivi. Mi dispiace però che spesso vengo etichettato solo come un chitarrista blues, questo sì. Ma riflettendo, è un problema di chi lo dice, perché dimostra la propria ignoranza o poca voglia di conoscere un musicista.

Immagino che la tua premiazione a Seattle, da parte del padre di Hendrix, come vincitore del “Jimi Hendrix Electric Guitar Festival”, sia un evento tra i più significativi della tua carriera. Che ricordi ha di quei giorni?
Grande nervosismo e paura di suonare male. La cosa più importante non era vincere, ma riuscire a rendere almeno al 50% delle mie possibilità. Sarebbe stato terribile per me perdere sapendo che la tensione mi aveva impedito di suonare come so suonare. Poi felicità e sollievo, ma non subito, solo quando sono tornato all’hotel. Ricordo Al Hendrix che voleva io stessi al suo fianco sopra il palco, poi quando pronunciò la fatica frase “And the winner is…”. Poi mi diede la chitarra che io gli chiesi di firmare.

Quattro veneti su di un palco fanno pensare a legami importanti, che superano i confini musicali. Secondo la tua esperienza, è più importante la professionalità o l’amicizia, quando ci si riunisce in gruppo e si fissa un obiettivo comune?
Tutte e due, ma prima metterei necessariamente la professionalità.

Credi ci sia crisi di talenti, rispetto al passato, o sono più le idee che mancano, o ancora, pochi sono disposti a investire sulla qualità, preferendo ciò che crea denaro?
I talenti ci sarebbero sempre, ma senza senso critico, coerenza, ricerca dell’arte, del nuovo e ci metto anche la meritocrazia (tutti elementi a cui oggi non viene data alcuna importanza), servono a ben poco.

Se fai un bilancio relativo al collegamento internet/musica, cosa vedi di positivo e negativo?
Positivo per le possibilità infinite di informazioni che internet offre. Negativo quando, in mancanza di una logica e una guida, si perde anche molto tempo. Avere dei maestri in carne ed ossa che sappiano consigliare è sempre importante.

Che cosa stimola particolarmente la tua vena creativa?
Una volta era il bisogno di esprimermi, di farmi ascoltare e pure un certo malessere e insoddisfazione, uniti all’ascolto assiduo e allo studio di grandi artisti. Oggi lo star bene, avere una destinazione certa per ciò che suono o compongo.

Hai qualche rimpianto per un treno che non hai mai preso per eccessiva paura?
Sì, non solo per paura ma anche per senso di responsabilità verso la mia famiglia. Mi spiace non essermi fermato in America quando ero più giovane.

Che cosa vorresti ti accadesse, musicalmente parlando, nei prossimi cinque anni?
Se la tua domanda riguarda la situazione generale: vorrei che “ai posti di comando” arrivassero finalmente delle persone competenti, a cui interessa la vera musica e non solo la vendita immediata. Alla lunga sono convinto che anche loro avrebbero tutto da guadagnare. Per me auspico di continuare a far musica con serenità e un po’ più di sicurezza.

giovedì 19 maggio 2011

Donato Zoppo-"Amore, Libertà e Censura"


Raccontare “Amore, Libertà e Censura “ di Donato Zoppo non mi sembra una cosa semplicissima.
E’ uno di quei casi in cui, a scuola, avremmo pensato a buone possibilità di andare “fuori tema” e prendere un votaccio. L’enorme tentazione (e l’istinto) è quella di muoversi tra differenti “strati”, scivolando sulla figura di Lucio Battisti e arrivando alle vicende personali. Ma l’argomento è il libro, il che comporta una miriade di cose che hanno come start up l’autore e il suo pensiero.
Ma so già che fallirò miseramente e andrò un po’ a ruota libera.
Donato Zoppo ha fatto un lavoro egregio, da scienziato della materia, partendo da una frazione dell’intera storia battistiana, sezionandola, raccontandola, giustificandola attraverso testimonianze dirette, citazioni ed estratti dalla sterminata bibliografia esistente, il tutto avvolto dalla “storia del nostro paese”, dalla politica alle battaglie civili. Nell’intervista a fine post, l’ultima domanda riguarda “la macchina del tempo” e la differenza tra il racconto diretto e quello fatto attraverso lo studio e la raccolta dati. Non esistendo tale macchina occorre arrendersi e vivere il tempo che qualcuno ha scelto per noi, sperando di avere un po’ di fortuna, ma il lavoro tecnico/ scientifico che il “giovane Zoppo” ha realizzato, ha portato ad un risultato incredibilmente completo ed efficace.
La quota messa sotto analisi è un album, anomalo, “Amore e non amore”, sul mercato dal luglio 1971, dopo numerosi rinvii. E’ il primo vero 33 giri di Lucio Battisti, non essendo una raccolta di successi, come usava all’epoca, ma un insieme di inediti. E’ anche il disco della “divagazione” rispetto al pregresso, con la voglia di tracimare verso la musica progressiva che stava in quei giorni maturando. Forse è questo il motivo per cui “Progdonato” è rimasto affascinato da questa parentesi “nuova”nel percorso di Battisti.
Uno dei grandi pregi di un libro come questo (almeno per quelli della mia generazione) è l’incredibile effetto domino che si innesca immediatamente. Non è solo un risveglio della memoria, ma credo sia bene ricordare alcune cose che nel libro sono evidenziate da persone autorevoli, già immerse, in quanto protagonisti, in quel mondo lontano, mentre il mio ricordo è quello di chi all’epoca (1971) aveva quindici anni, amava la musica progressiva (anche se non sapevamo ancora che avrebbe assunto quel nome) e, per induzione, assimilava ogni cosa passasse su di una radio o juke box, Claudio Villa compreso.
Non ricordavo la svolta di “Amore e non amore”. Non ricordavo l’alternanza di brani come “Dio mio no” a lunghi pezzi strumentali. Non ricordavo nemmeno i titoli chilometrici di Mogol.
Come posso aver perso tutto questo?
Battisti ha caratterizzato la vita di milioni di giovani e ancora oggi sentendo certi suoi brani … sto male. Inutile spiegare l’ovvia motivazione. Ogni canzone un ricordo, sempre nitido e pungente.
Ma l’assoluta mancanza di elasticità mentale caratteristica della giovinezza, collocava la figura di Battisti a metà strada tra ciò che si doveva ascoltare e ciò che era assolutamente interdetto. Come testimonia Gianni Leone nel libro, nei magazzini di dischi la musica di Lucio era posta nella zona “musica facile”, e questo era già un deterrente, una spinta a non approfondire, almeno sino a quando si aveva il bisogno di “usare “ Battisti in maniera egoistica, a seconda delle necessità, quasi sempre in compagnia.
Analizzando quel periodo dopo quarant’anni ho la conferma che la casualità gioca un ruolo fondamentale sui nostri percorsi di vita e … se Lucio fosse nato a Liverpool… ad esempio, cosa sarebbe accaduto?
Il racconto di Donato conferma in pieno l’idea che avevo di Battisti, un uomo schivo per carattere, poco propenso al mettersi in mostra se non attraverso la sua musica, un po’ scorbutico e refrattario alle relazioni sociali pubbliche, poco incline ai compromessi, testardo, ma completamente differente nel privato.
Il privato e ciò che non dovrebbe interessare di un musicista, ma conoscerne i risvolti aiuta ad illuminare un personaggio, e se l’indagine non è rivolta alla ricerca del pettegolezzo il quadro può diventare davvero “da studio”, e quindi interessante.
Mi sono imposto, nel corso della lettura, di formarmi un’idea personale sulla motivazione che ha portato a volere a tutti i costi “Amore e non amore”, un album decisamente fuori dagli schemi, registrato assieme a quella che sarebbe diventata la PFM, più altri protagonisti oggi conosciuti.
Nessuna mania di protagonismo, o voglia di rinnegare il passato, ma un binario, per metà occupato dalla tradizione (anche se “Dio mio no” è di per se uno study case) e per l’altra metà dall’esigenza di cimentarsi e di tradurre in musica le emozioni derivanti dall’acquisizione di ciò che esisteva nel resto del mondo, una sorta di spugna che, assorbito il massimo consentito, tende a rilasciare ciò che è stato trattenuto da tempo. E poi la voglia di suonare in un gruppo, la quasi necessità di dirigere personalmente un ensemble di musicisti, il “provare” a discostarsi”, almeno una volta, dalla forma canzone.
Esperimento riuscito in pieno con un lavoro che, seppur lontano dai canoni battistiani, è il preludio ad una stagione che sarà quella delle Orme, del Banco, della PFM, degli Osanna; non di Lucio Battisti, il cui impegno in questo senso può considerarsi una parentesi, ma anche in questo caso il suo talento e la sua intelligenza musicale lo hanno reso un precursore dei tempi. Grande il contrasto di situazioni, con la volontà di raccontare e lanciare messaggi attraverso la sola musica (sorprendente se si pensa a quale fosse il pane quotidiano del binomio Battisti-Mogol), integrando solo con lunghissimi titoli (di Mogol) che, estrapolati dal contesto, fanno oggi sorridere.
Zoppo lascia molto spazio alla voce dei musicisti che hanno accompagnato Lucio da sempre; oltre a loro ho trovato eminenti figure il cui nome provoca sconvolgimenti interni ad ammalati di musica come io sono, uomini per me importantissimi, essendo essi il mezzo con cui nutrivo la mia “malattia”, attraverso la carta stampata (poca), la radio e la televisione. Leggere il libro per scoprirne di più.
Era anche un tempo in cui, accanto all’antipatico (ma capibile) fenomeno della censura (quanti segreti ci sono all’interno del book!) esisteva una stampa capace di influenzare il pubblico e quindi “temuta” dai musicisti.
Le recensioni di Caffarelli su Ciao 2001, per esempio, erano per noi oro colato e determinavano le scelte sull’acquisto, non essendo le tasche degli adolescenti piene di denaro. Erano anche i giorni in cui, come mi ha detto Armando Gallo recentemente, “bastava provarci per diventare delle star..”, e anche se l’Italia non era l’Inghilterra, il paragone tra i tempi potrebbe far rimpiangere il passato.
Curiosa la testimonianza di chi sottolinea una sorta di genesi dei problemi dell’attuale industria discografica, quella di chi racconta come già a inizio anni ’70 iniziò il calo delle vendite, fatto legato alla registrazione (ora diremmo “clonazione” di un CD o download in rete) di canzoni trasmesse in radio e catturate dallo stereo dell’amico benestante.
Il libro di Donato Zoppo è fatto di musica, di storia, di costume. Un analisi approfondita di come ci si muovesse in quei giorni, della dinamicità del businnes musicale e del torpido che fa parte della nostra vita, ma che è più interessante (anche se doloroso) quando il soggetto è un nostro idolo musicale. E’ soprattutto la creazione di una delle tante immagini (ogni persona che ha conosciuto il musicista potrebbe fornire la propria) di Lucio Battisti e del suo “clan” selezionato, piena degli ingredienti che rendono più grande chi già grande è per volontà divina. E’ anche una storia di amicizie e stime reciproche, di cose mai dette e solo pensate, di tanto amore e poco “non amore”.
Zoppo ci ha descritto alcuni aspetti un po’ particolari che a ben vedere, magari in dosi omeopatiche, sono racchiusi nella persona comune, e forse il quadretto che ne deriva, quello che fa emergere qualche lato debole, umano, in chi aveva ricevuto in dono un talento immenso, è quello che può far avvicinare definitivamente a Battisti… anche quelli come me e Gianni Leone che tenevano a debita distanza il reparto “musica di disimpegno”, quasi fosse un peccato avvicinarsi a canzoni come “I giardini di Marzo”, “Pensieri e Parole”, “Non è Francesca” e, per restare in tema, “Dio mio no”, perché nello stesso spazio avremmo trovato, ad esempio, le canzoni del Festival di Sanremo. Insomma, era tutto un evitare per paura di essere “contaminati”. Non era certo il tempo della saggezza!
Grazie Donato.

Appendice testi.

Il libro di Zoppo ha acceso altre mie curiosità e mi ha portato a riflessioni relative ad un campo per me ostico (riflessioni e curiosità sono reazioni a stimoli che un libro ed il suo autore dovrebbero sempre regalarci): mi riferisco alle liriche.
L’interpretazione di un testo è per me elemento di estremo interesse, ma trovo grande difficoltà nel collegarlo alle musiche, e preferisco immaginare delle parole e dei racconti attraverso i suggerimenti che mi arrivano dalla sola musica (spesso anche la voce è per me un mero strumento musicale). Le parole e i legami tra di esse avrebbero per me valenza (quando meritano) anche solo attraverso la lettura su carta, senza integrazione alcuna. Se poi ci si prendesse la briga di tradurre i brani di maggior successo di quel periodo, Beatles in primis, la delusione sarebbe enorme (e qui subentra la bellezza della musicalità della lingua inglese che tutto può calmierare).
Ma l’aspetto importante nel caso di Mogol è che un testo come quello di “Mio Dio no”, va analizzato nel contesto storico in cui nasce. L’argomento usato, la “passività” di un uomo sopraffatto dall’intraprendenza della donna che sta aspettando con trepidazione, non rispecchia l’immagine che tutti hanno ( o vogliono avere) del gentile sesso, nel 1971, e parlarne così apertamente è una vera rivoluzione, e la censura è la più ovvia conseguenza (e la miglior pubblicità).
Ma l’utilizzo delle parole unite alla musica ( e qui risiedono i limiti del mio pensiero precedente) può avere effetto di un detonatore in una polveriera.
Le parole di Mogol “.. le discese ardite e le risalite..” e “… planando sopra boschi di braccia tese..”, sono state utilizzate in comunicati e manifesti ufficiali come slogan politici, da fazioni poste agli antipodi, a dimostrazione (come dice Miche Bovi nel suo “Anche Mozart copiava”) che: “ le parole di Mogol sono più efficaci ed indelebili di quelle di Carlo Marx e di Julius Evola”.
A seguire una bella testimonianza di Paolo Giaccio che ricorda il 1971 di Battisti e a conclusione articolo Donato Zoppo risponde a cinque mie domande.


Pensieri e parole di Paolo Giaccio …


Anno 1971. Mentre Mario Luzzatto Fegiz e io, con l'aiuto di Carlo Massarini, conduciamo Per Voi Giovani, il programma dedicato alla musica rock internazionale e alla più innovativa musica italiana, Lucio Battisti lascia la Ricordi e forma, con Mogol, una sua etichetta indipendente: la Numero Uno. Oltre che al controllo degli affari la mossa gli serve per garantirsi la più completa libertà artistica e creativa La promoter è Mara Maionchi. E' lei che ci fa ascoltare in anteprima Pensieri e Parole, la nuova canzone di Battisti. Non siamo però, i primi. La canzone è stata appena rifiutata da Arbore e Boncompagni, autori di Alto Gradimento, un altro programma radio di grande successo artefice del lancio di molti hit discografici, perché ritenuta inadatta al loro stile di programmazione. Noi la prendiamo in esclusiva. Ricordatevi che, in quegli anni, non c'erano altre radio se non quelle della Rai. Quindi, a parte chi aveva il disco, l'unico modo per ascoltarla era quello di sintonizzarsi sul nostro programma. Questa esclusiva, unita al primo posto subito raggiunto nella classifica di vendita dei singoli, lancia la canzone e il nostro programma, consolidando anche su un pubblico di studenti la notorietà di Battisti. Pensieri e Parole si svolge su un doppio piano vocale, con un fraseggio che riannoda il dentro e il fuori di una persona. Sfiora i temi della psicanalisi, contrappone una vita di sentimenti semplici e genuini ai sogni e ai progetti di un uomo in crescita. Racconta le lacerazioni sentimentali che un uomo appena adulto deve affrontare, trovandosi già ingabbiato in ruoli e responsabilità. Descrive bene, con le parole di Mogol, la poetica misteriosa di Battisti, a quel tempo profondamente legato, quasi come un gemello, al paroliere. Un week end passato in campagna, vicino a Lecco, con tutta la tribù di Mogol e Battisti, serve a confermarmi queste impressioni. Serve anche a far superare a Battisti diffidenze e timidezze. Come è noto Battisti evitava il più possibile i contatti con giornalisti e dj. Dopo quel week end mettiamo in cantiere una lunga intervista radiofonica per presentare in anteprima nel nostro programma il suo nuovo album: Il Mio Canto Libero. L'intervista dura vari giorni. Inizia in una sala prova, in campagna. Non contenti del risultato ci spostiamo poi in uno studio a Milano, dove Battisti, al pianoforte, canta dal vivo tutti i pezzi dell'album e molte altre sue famose canzoni. E' così che nel 1972, per un'intera settimana, siamo in grado di presentare nel nostro programma un ospite che mai, fino ad allora, e neanche negli anni a seguire, accetta di mostrarsi così intimamente e sinceramente ai suoi ascoltatori: il suo nome è Lucio Battisti.

 … e Donato (mi) risponde…



La scrittura del libro e le lunghe ricerche indotte ti avranno condotto sicuramente ad aneddoti e a situazioni, magari non rilevanti, ma che ti hanno colpito particolarmente, su Lucio Battisti o su qualcuno/qualcosa del suo mondo. Hai qualcosa che ti preme evidenziare, e che magari non ha trovato spazio nel libro?

Il libro è una buona ed esauriente sintesi delle mie ricerche, nulla è rimasto fuori poiché tutto serviva a dare il quadro completo di quel Battisti. Un Battisti voglioso di libertà, di rock-blues, di sperimentare senza pressioni discografiche. Indubbiamente nelle lunghe chiacchierate con Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Franco Mussida e Fico Piazza il riferimento personale e “umano” è venuto fuori: questi musicisti hanno condiviso con Lucio buona parte della loro giovinezza e anche se Battisti era già allora un ragazzo riservato e poco espansivo, tutti quanti mi hanno reso partecipe di ricordi, sensazioni ed emozioni. Ad esempio Valter Patergnani, il leggendario ingegnere del suono della Ricordi, mi ha raccontato davvero per ore e ore i suoi ricordi con Lucio, anche al di là del disco Amore e non amore: ad esempio quando Lucio ha dovuto registrare il primo provino per la Rai – quello scartato perché “fonicamente non accettabile”… - beh al bando di regia c’era proprio Patergnani, che anni dopo sarà tra i responsabili del focoso Amore e non amore.

Per quelli della mia generazione, affascinati dall’ascolto di certa musica (prog), Battisti era considerato “commerciale”, anche se poi ogni momento della nostra adolescenza ha avuto come riferimento le sue canzoni. Tu che, anagraficamente parlando, sei al di fuori delle “stupide” posizioni di noi giovanotti dell’epoca, da cosa sei rimasto abbagliato, cosa ti ha spinto ad approfondire la storia e le opere di Battisti?

Battisti ha prodotto musica talmente importante da essere la colonna sonora della vita di ognuno di noi, a prescindere dall’età e dall’estrazione sociale, culturale e locale. Per chi, come me, ascolta e racconta la musica, il patrimonio battistiano è imprescindibile. Come si fa a non amare Anima latina, Io tu noi tutti, Il mio canto libero? Sono album che hanno definito la storia della canzone italiana, e francamente non li definirei neanche commerciali nel senso negativo che solitamente si appioppa a questo aggettivo: il binomio Battisti-Mogol ha lavorato per la massa, ha proposto musica “popolare” poiché rivolta alla massa, eppure lo ha fatto raggiungendo l’obiettivo più importante: la qualità. Ecco cosa mi ha sempre affascinato: perché pezzi come EmozioniIl nostro caro angeloE penso a teGli uomini celesti (tanto per fare qualche nome a caso) sono così belli, raffinati, ricercati eppure così popolari? Qual è il segreto? Ecco cosa mi muove a studiare Battisti e a raccontarlo. Ne ho raccontata una fase, quella meno nota del 1971 e di Amore e non amore, un disco figlio di un artista irrequieto, con tanta voglia di suonare in modo libero, il rock-blues che amava, confrontandosi addirittura con la direzione d’orchestra e strizzando l’occhio al progressive d’Inghilterra. E stiamo parlando del cantante popolare, da classifica, che tutti conoscono … Cos’altro c’è di più stimolante?
Nel corso delle tue interviste e ricerche, hai trovato aggettivi “appiccicati” a Lucio, comuni alle varie persone intervistate? Sei riuscito a creare, di lui, un tuo profilo?

Premesso che le mie interviste erano focalizzate su Amore e non amore e sul biennio 1970-71, due aggettivi sono stati i più frequenti: perfezionista e spontaneo. Se ci pensi sono due contraddizioni, eppure Lucio era tutto fuorché schizofrenico. La spontaneità era la sua bussola, il suo elemento di orientamento, forte com’era il suo desiderio di arrivare al cuore dell’ascoltatore suscitandogli un’emozione. Per farlo doveva essere spontaneo, immediato, credibile, e ci riusciva, tanto che interiorizzava rapidamente i testi scritti da Mogol. Ma al tempo stesso era un musicista. Il miglior produttore di se stesso, oltre che un esigente musicista. Per raggiungere i suoi risultati doveva dunque chiedere molto alla sua musica, ai suoi musicisti, ed ecco il perfezionismo. Ma era un perfezionismo sui generis: in Dio mio no doveva ricreare l’atmosfera torrida di un incontro amoroso, di una lei vorace che dopo aver spazzolato via la cena vuole anche trombarsi il suo lui, ebbene cosa fa Lucio? Sceglie di improvvisare il pezzo in studio, un solo accordo in Mi 7 con tre chitarre per ben 7 minuti, con assoli improvvisati di Baldan e Radius, il finale chiamato senza preavviso. Insomma, il perfezionismo della spontaneità! L’idea che mi sono fatto di Lucio è di una persona difficile perché era un vero, grande artista: estremamente concentrato sulla sua musica, completamente asservito alle note, per questo sicuro di sé e del suo talento, talmente sicuro da risultare anche sbruffone e spesso intrattabile. Però se dovessi riassumere in poche parole: un compositore coraggioso, libero e orgoglioso.

Se potessi dare seguito, a tuo piacimento, a biografie di artisti ormai scomparsi, su chi ti butteresti a capofitto?

A me piace seguire delle tracce, girare intorno agli interrogativi e poter offrire delle risposte, con Amore, libertà e censura penso di averlo fatto. Tra gli scomparsi ad esempio mi piacerebbe esplorare John Coltrane, Alice Coltrane, Miles Davis (uno dei musicisti che esercita maggior fascino su di me), lo stesso John Lennon, ma anche figure tuttora viventi e enigmatiche come Peter Green, Roky Erickson, Bill Laswell, Robert Fripp, Giovanni Lindo Ferretti e infine Battiato, cantautore al quale devo molto perché mi ha aiutato a sondare certe correnti gravitazionali che mi hanno portato a pensatori a me molto cari, Gurdjieff su tutti. Tra l’altro Battiato ha realizzato un documentario su uno scrittore che amo, ovvero Gesualdo Bufalino: sarebbe eccitantissimo esplorare i rapporti tra i due, ammirare la grazia dell’uno e la levità dell’altro, e trovare sapori di Sicilia antica nell’arte di entrambi. Un’altra traccia che prima o poi seguirò mi porterà nel Mali, alla ricerca del blues del deserto di Ali Farka Tourè e dei Tinariwen…

Donato, onestamente, hai mai pensato che, almeno per un po’ di tempo, vorresti essere un po’ più vecchio per vivere in prima persona una parte della storia della musica che non tornerà più?

Beh ti confesso che qualche volta, magari alle prese con qualche ricerca piuttosto faticosa, il desiderio di entrare in una macchina del tempo l’ho avuto, ma si è trattato di situazioni molto sporadiche. A me piace scrivere, e intendo la scrittura come uno strumento per raccontare qualcosa: per me raccontare significa annullarsi, farsi canale tra un evento (che può essere un disco, un concerto, la vita di un artista, un momento storico) e il lettore, significa fare da interprete. Purtroppo, soprattutto nell’ambito rock e in particolare tra i reduci del rock progressivo, c’è la convinzione che per raccontare gli anni ’70 sia necessario averli vissuti: sicuramente essere stato testimone diretto di un evento aiuta a rievocarlo ma è possibile narrare gli anni ’70 anche senza esserci stato. È doveroso saper studiare, raccogliere e valutare le fonti, documentarsi senza sosta e realizzare delle interviste. D’altronde Theodore Mommsen la storia di Roma non l’ha vissuta in prima persona, né Piero Melograni (o il nostro Riccardo Storti) è andato a cena con Mozart, eppure ci hanno offerto dei saggi imprescindibili…


mercoledì 18 maggio 2011

George Baker


Era il 1970, e nella top ten dei 100 dischi più venduti dell'anno George Baker era presente con Little Green Bag.

George Baker ( 8 dicembre 1944) è un cantante e cantautore olandese, nato da madre olandese e padre italiano.

È stato il leader del gruppo pop dei George Baker Selection e ha poi proseguito la sua carriera musicale da solista.

Nel 1967 George Baker si unì al gruppo dei Soul Invention che più tardi cambiò il proprio nome in George Baker Selection. Il loro singolo di debutto "Little Green Bag", contenuto nell'omonimo album, ebbe un grande successo e raggiunse il numero 21 della famosa classificaBillboard Hot 100.

Nel 1972 la band aveva già venduto 5 milioni di dischi.

Il loro quintoalbum Paloma Blanca uscì nel 1975, e il singolo "Una Paloma Blanca" raggiunse la vetta delle classifiche musicali di diversi paesi nel mondo.

Verrà poi ripresa come cover di successo da altri artisti, tra le quali la più nota è forse quella di Demis Roussos.

Nel 1978 la band, dopo aver venduto oltre 20 milioni di dischi, si separò perché "la pressione era diventata troppa". Qualche anno dopo, nel 1985, Geroge Baker formò una nuova George Baker Selection che rimase unita sino al 1989. Il nuovo gruppo rilasciò una dozzina di album oltre a diverse compilation.

Nel 1992 la canzone "Little Green Bag" venne usata da Quentin Tarantino nel suo film Le Iene, e di nuovo il singolo cominciò a vendere in molti paesi.

La carriera da solista di Baker ebbe inizio a metà tra le esperienze con le due band George Baker Selection, ovvero tra il 1978 e il 1985, e poi proseguì ininterrottamente dal 1989 in poi.

Come solista George Baker ha pubblicato 10 album, l'ultimo nel 2000.

martedì 17 maggio 2011

Claudio Rocchi



Claudio Rocchi era il bassista degli Stormy Six all’epoca in cui realizzarono il loro primo album nel 1969.
È probabile, anche se mancano riscontri precisi, che l’abbandono da parte di Rocchi coincida con il passaggio del gruppo a temi di impegno politico, peraltro classici dell’epoca, che caratterizzeranno tutta la loro produzione a seguire.
Successivamente scelse la carriera solista, esordendo nel 1970 con Viaggio, album coraggioso ed austero, totalmente acustico, che vedeva la partecipazione di Mauro Pagani (successivamente nelle file della Premiata Forneria Marconi), al flauto e al violino: l’album ottenne il premio della critica discografica oltre ad avere buoni riscontri di vendite, grazie anche agli spazi radiofonici che il cantautore trovava nella trasmissione Per Voi Giovani, ideata da Renzo Arbore e condotta da Carlo Massarini.
Dello stesso anno è la sua partecipazione al Teatro dell’Arte di Milano nello spettacolo sperimentale Il Fatto èdi e con Geri Palamara, Norman Zoia (ovvero Norman Popel), Vivien Wauwade, Bruno Vilar, Alberto Colombi. In questo contesto oltre a esibirsi come cantautore e affabulatore si cimentava anche in qualità di coreografo (mise in scena un balletto con Paola Baldi, Margherita Bottini, Luciana Calvano, Annie Lerner e Roberta Rossi).
Ma è il secondo album, Volo Magico n.1, del ‘71, che è considerato dalla critica il suo migliore, in virtù di una sorprendente maturazione sul piano musicale, con qualche equilibrata concessione a stilemi tipicamente rock, e con un valido gruppo di musicisti tra cui spicca alla chitarra elettrica un giovanissimo Alberto Camerini, allora semplice session-man.
L’album conteneva una suite, che occupava l’intero lato A, caratterizzata da un ipnotico sapientissimo crescendo per certi versi (inconsciamente?) ispirato dalla coeva Stairway to heaven dei Led Zeppelin, mentre la seconda facciata presentava, tra gli altri, forse il suo brano-manifesto, il brevissimo ma pregnante La Realtà Non Esiste.
L’anno successivo uscì La norma del Cielo( Volo Magico n.2), un altro bel lavoro, per metà tratto dalle stesse session del disco precedente e tre nuovi brani, Lascia Gesù, L’Arancia è un Frutto d’Acqua e La norma del cielo.
L’album del 1973, Essenza, viene realizzato in larga parte improvvisando in studio, sull’onda delle emozioni ed esperienze riportate dal viaggio in India dell’anno precedente. Da notare la partecipazione all’album di Elio D’Anna (Osanna) al flauto e Mino Di Martino (Ex Giganti) alla chitarra acustica.
Nel 1974 pubblica Il miele dei Pianeti, le Isole, le Api, realizzato con i membri del gruppo Aktuala e il percussionista indiano Trilok Gurtu.
Nella seconda metà degli anni 70, con album quali Rocchi e Suoni di frontiera, viene abbandonata la dimensione canzone, per avvicinarsi all’uso dell’elettronica e della sperimentazione.
(notizie dalla rete)


La realtà non esiste

lunedì 16 maggio 2011

Genesis- 03-02-1974



Nell’ultimo numero di “ContrAPPUNTI”, il periodico di musica progressiva del CSPI “guidato” da Riccardo Storti, è presente un mio articolo ispirato dall’ascolto casuale di un brano dei PANDORA. E’ bastato il titolo per riportarmi sul sentiero dei ricordi.

Genesis in Italia. Era il 1974

In questo spazio ho più volte ricordato i miei antichi trascorsi musicali, legati soprattutto agli anni 70.
Il primo concerto, il primo festival… immagini sfuocate, caratterizzate soprattutto dal contorno, dall’atmosfera. Se ancora oggi sono per me aspetti fondamentali, figuriamoci cosa potevano valere nell’adolescenza!
Mancava, a quei tempi, la videocamera tascabile, e in ogni caso sarebbe mancata la voglia di avere un simile peso tra le mani. Ma cosa vorrebbe dire, oggi, possedere un vecchio filmato di quei momenti, magari solo l’immagine del vicino di poltrona?
Grazie a “Codice Zena” (di Riccardo Storti) ho recuperato molte delle mie partecipazioni, essendo Genova la meta più ovvia, vista la vicinanza dalla mia città, Savona, tenendo conto della mia giovane età di allora e della gran quantità di proposte transitanti per l’Alcione e dintorni.
Ho anche avuto il piacere di ritrovare casualmente miei coetanei, appassionati di musica, che ho scoperto presenti assieme a me, nello stesso posto, nello stesso giorno, per lo stesso evento.
Il chitarrista genovese Giacomo Caliolo, ad esempio, con cui ho condiviso, senza saperlo, più di un concerto.
Bernardo Lanzetti era dall’altra parte della barricata, con gli Acqua Fragile, di supporto ai Gentle Giant e quando gli ho rammentato quella performance mi ha risposto: “ ma allora ti ricordi anche quando ho mandato a quel paese ...” . Non avevo presente l’episodio, perché non accadde nello spettacolo pomeridiano, l’unico che mi era concesso, ma in quello serale.
La scorsa settima ho scoperto un’altra compartecipazione.
Il sesto brano di “Sempre e Ovunque Oltre il Sogno”, neonato album dei Pandora, è intitolato “03.02.1974”, una data che mi accomuna a Bebbe Colombo (e al sempre presente Caliolo), elemento fondatore dei Pandora. Poter ricordare qualcosa di estremamente importante in una storia personale, utilizzando la musica per ricordare la musica, è qualcosa di veramente emozionante, e mai mi sarei aspettato di arrivare a conoscere il nome e cognome di un ex ragazzo, che ha con me condiviso uno dei momenti speciali della vita, attraverso un album messo in circolo 37 anni dopo.
Ecco come, nella stralcio della lirica di “Pandora”, viene ricordato quel giorno. Le parole, assieme alla musica volutamente contaminata, rappresentano indizi che non lasciano dubbi agli appassionati “antichi” delle vicende targate ’70:
“Come un ricordo sempre presente, emozionante indimenticabile indelebile, eravamo tutti lì per voi.
Tutti in un sogno magico, un viaggio dentro le emozioni, delle nostre anime felici. Emozionati, entusiasti.
Non era solo musica in quella sera, non era solo show in quel momento, non erano soltanto le canzoni di una vita, era il tocco magico che fugge via.
Ero uno dei tanti presenti all’evento storico della mia vita, come tutti voi quella sera, ho pianto , cantato e viaggiato.
Poi irrompe “The Knife”, urla brividi e lacrime, e fu la fine per noi, al cospetto degli Angeli.
Ancora oggi vi penso, mi emoziono e piango”
Io con le dita sulla tastiera (del PC) posso fare molto meno, e il mio salto a ritroso nel tempo non potrà avere né l’efficacia né la godibilità di “03.02.1974”, ma sono rimaste tracce che mai si cancelleranno e che cercherò di delineare.
Il concerto era previsto per le ore 18, al Palasport di Torino. I miei 17 anni suonati mi davano la possibilità di una concessione, nonostante il giorno dopo mi aspettasse la scuola. Non ricordavo esattamente che giorno fosse, ma avevo ben nitido il monito dei miei genitori che mi esortavano a tornare velocemente a casa, perché il giorno dopo avrei avuto lezione. Una rapida ricerca su internet mi ha confermato che era domenica. Conoscevo già molto bene “Selling England by the Pound”, “oggetto” promozionale del tour, uscito da pochi mesi.
Credo sia interessante mettere in rilievo come la musica “nobile” di quel tempo, anche se il fenomeno si sarebbe poi rivelato di breve durata, fosse una “fantastica” malattia contagiosa. I tempi sono cambiati e certe rappresentazioni si vivono con maggior distacco, perché rientrano nella sfera della normalità, ma in quei giorni era possibile una mobilitazione generale per un evento musicale che, nel mio caso, avveniva a 150 km di distanza da percorrere in treno, di sera, con ritorno notturno. Il quartiere in cui sono nato e in cui abitavo, si chiama Santa Rita, e avrà contato una trentina di persone con età simile alla mia. Non eravamo tutti amici, e non ci eravamo messi d’accordo, eppure ci ritrovammo tutti al Palasport di Torino. La stazione di Savona era poi il punto di riferimento in cui si raccoglievano i ragazzi che arrivavano dai paesi periferici e tra le immagini confuse rimaste in testa, una riguarda un gruppo molto nutrito di giovani anime, tutti visi conosciuti, magari amici degli amici, tutte con lo stesso obiettivo.
Non ricordo nulla dei discorsi dell’andata, ma posso immaginare l’argomento.
La picture che segue è relativa al palco e a un fiume umano, che probabilmente mi parve tale perché messo in relazione al pubblico pomeridiano dell’Alcione.
Sicuramente lo spazio non era adeguato all’evento, perché ricordo molti ragazzi lamentarsi all’esterno per l’impossibilità di trovare un biglietto.
Forse nacque anche qualche tafferuglio, ma non ne sono certo.
L’immagine successiva è quella di Peter Gabriel che compare con uno dei suoi abiti spettacolari, e presenta l’enorme vuoto di capelli nella parte centrale della testa, una sorta di “riga ampliata”, come era solito fare in quel periodo.
Non sono in grado di segnalare la set list, ma ricordo con estrema chiarezza un forte brivido che mi percorse la schiena, lo stesso che ho sentito la scorsa estate quando, al Priamar di Savona, si è esibito Steve Hackett che per un attimo mi ha fatto tornare indietro a quel lontano ’74, quando è partito il piano di “Firth or Fifth”.
E poi mi appare il vuoto sugli elementi oggettivi, ma rimane l’eccitazione, la partecipazione, la sensazione, già allora, di aver preso parte a qualcosa di storico. Negli anni a seguire, quel tour sarà ricordato come l’ultimo, vero, dei Genesis targati Gabriel.
Faccio estrema fatica ad andare oltre con la memoria, ma ho bene in mente come, nei giorni a seguire, l’argomento principe di quei ragazzi di Santa Rita, che vivevano a pane e CIAO 2001, fosse la rivisitazione dell’esperienza vissuta.
Esperienza che costò molto cara a qualcuno del gruppo, qualche “bravo ragazzo” che si fermò in stazione sino a notte inoltrata e compì qualche sciocchezza (prelievo di giornali impacchettati, in attesa di essere smistati). Cose tutto sommato innocenti, ma che ebbero importati implicazioni giudiziarie.
E anche questo aspetto negativo ha contribuito a rendere indelebile un vecchio ricordo.

SET LIST


Watcher of the Skies

Dancing with the Moonlit Knight

The Cinema Show

I Know what I Like

Firth of Fifth

The Musical Box

More Fool me

The Battle of Epping Forest

Supper's Ready
Bis :The Knife


Un mio caro amico e compagno di concerti, nonché batterista del nostro primo gruppo, Paolo Macchia, ha conservato il biglietto che io ho perso chissà dove.
Mi sembra un bel modo per tornare sull’evento.