SONGS OF COMPASSION – Viaggio nelle crepe dell’anima
(United States of Alchemy: Dorothy Moskowitz, Francesco Paolo
Paladino, Luca Chino Ferrari)
Seguo e commento Francesco
Paolo Paladino da tempo
immemorabile. È una consuetudine che non ho mai interrotto, forse perché ogni
volta mi ritrovo davanti a un autore che sembra scegliere la strada più
impervia, come se la difficoltà fosse la sua vera bussola. Ogni progetto è un
ostacolo nuovo, più complesso del precedente, e ogni volta - puntualmente -
Paladino lo supera. Non per ostinazione, ma per natura: come se il limite fosse
il luogo stesso in cui la sua musica prende forma.
Con Songs of Compassion questa dinamica diventa quasi
vertiginosa… un attraversamento, un’opera che vive nella notte, ma non per
nascondersi, piuttosto per amplificare. Una notte che non inghiotte, ma
accoglie. Una notte in cui la voce di Dorothy
Moskowitz - una voce che appartiene alla storia e al futuro allo
stesso tempo - diventa un faro intermittente, un richiamo, un respiro.
La prima sensazione, entrando in questo lavoro, è quella di
trovarsi davanti a un oggetto sonoro che non vuole sedurre, non vuole stupire,
non vuole intrattenere. Vuole rivelare. Vuole far emergere ciò che normalmente
resta sotto la pelle, le crepe, le cicatrici, le memorie che non sappiamo più
nominare. È un disco che non ha paura della fragilità, anzi la assume come
materia prima, come linguaggio, come architettura.
La voce di Dorothy è il centro emotivo dell’opera. Non canta
ma interpreta il mondo. Ha una qualità che non appartiene più alla semplice
vocalità, ma alla presenza. È una voce che conosce la sofferenza, la caducità,
la memoria, e che proprio per questo riesce a essere luminosa senza essere
consolatoria. In alcuni momenti sembra Nina Simone, in altri Nico, in altri
ancora Scott Walker, ma in realtà non assomiglia a nessuno, perchè è Dorothy, e
basta. Una Dorothy che qui appare più intensa, più consapevole, più “terrena”
che mai.
Accanto a lei, Paladino costruisce un paesaggio sonoro che
trasfigura. È un alchimista, come suggerisce il nome del progetto. Prende
elementi minimi - un oboe, un clarinetto, un synth, un pianoforte virtuale - e
li fa reagire tra loro come sostanze instabili. Il risultato non è mai
decorativo… è sempre necessario. Ogni suono ha un peso, un ruolo, un
significato. Non c’è nulla di superfluo, nulla di compiaciuto, nulla di “bello”
nel senso convenzionale del termine. È un’estetica della sottrazione, della
precisione, della verità.
E poi c’è Luca Chino Ferrari,
che con i suoi testi porta dentro il disco una dimensione poetica e filosofica.
Ferrari scrive sentenze, visioni, frammenti di coscienza. La sua lingua è
tagliente e tenera allo stesso tempo, capace di passare dalla meditazione
metafisica alla memoria storica, dalla fragilità del corpo alla brutalità del
potere. È una poesia che cerca la ferita, e la trova sempre.
Il disco si muove così, come un unico grande respiro che
attraversa temi diversi ma sempre con la stessa postura, quella di chi guarda
il mondo senza filtri, senza illusioni, senza difese. Si passa dalla sofferenza
come via alla conoscenza, alla fragilità del corpo, alla memoria dei
desaparecidos, alla genealogia dell’odio, alla follia collettiva, alla dolcezza
apocalittica di una ninna nanna che vola sopra un mondo in rovina. Ma tutto
questo non è mai frammentato, è un flusso, un continuum, un viaggio.
La musica da camera si intreccia con derive elettroniche, la
psichedelia con la poesia civile, la meditazione con la denuncia. Eppure, nulla
appare forzato, tutto sembra nascere da un’unica sorgente emotiva, come se i
tre autori avessero trovato un punto di contatto così profondo da rendere
superflua ogni distinzione.
C’è un senso di “opera totale” in Songs of Compassion,
un’unità che non deriva dalla coerenza stilistica, ma dalla coerenza interiore.
È un lavoro che non cerca il pubblico, ma trova chi è disposto ad ascoltare
davvero.
E poi ci sono i video - quasi uno per ogni brano - che
amplificano ulteriormente questa dimensione. Non sono semplici accompagnamenti
visivi, ma estensioni del disco, stanze aggiuntive di questa casa notturna,
immagini che interpretano, aprono, scavano. Tra tutti, ho scelto di
accompagnare questo articolo con Pathei Mathos, perché è il punto in cui
musica e immagine trovano una risonanza più profonda. Il brano porta già in sé
un’idea di attraversamento, di consapevolezza conquistata, e il video ne
restituisce la stessa tensione: la sospensione, la memoria, il movimento interiore
che si fa forma. Non completa la canzone ma la prolunga, la rende visibile.
Songs of Compassion è un disco che deve sedimentare. Vuole essere ricordato nei
momenti in cui la vita si fa più sottile, più fragile, più vera. È un’opera che
parla di dolore, memoria, politica, corpo, destino, ma lo fa con una grazia che
appartiene solo ai lavori necessari. E Paladino, ancora una volta, supera
l’ostacolo più difficile: quello di creare qualcosa che non assomiglia a nulla,
se non a sé stesso.
Nota sui crediti
Vale la pena ricordare - perché qui non è un dettaglio, ma
una parte viva dell’opera - la complessità umana e artistica che sostiene Songs
of Compassion. Dorothy Moskowitz, oltre ad essere la voce è presenza,
pianoforte, sintesi emotiva. Francesco Paolo Paladino è il regista invisibile
che plasma computer, synth, percussioni, piani virtuali e ogni vibrazione che
attraversa il disco. Luca Chino Ferrari è la penna che incide, che scava, che
porta dentro queste musiche una poesia che non è ornamento, ma struttura.
Attorno a loro si muove una costellazione di musicisti che
abitano il progetto. Gino Ape (oboe, clarinetto), Piero Pandiscia
(percussioni, chitarra), Alessandro Fogar (synth), Giampaolo Verga
(violino), Riccardo Sinigaglia (flauto), Mauro Sambo (sax), il Trio
Cavalazzi (violino, viola, cello). E poi due presenze che da sole
basterebbero a definire un orizzonte: Gary Lucas, con la sua chitarra
che porta una poesia tagliente, e Joseph Byrd, la cui composizione Charlottesville
è un dono che attraversa il disco come una ferita luminosa.
È un’opera collettiva, ma non nel senso tradizionale del
termine: qui ogni contributo è un frammento di un’unica coscienza sonora.
Tracklist
1.
Páthei
Máthos
2.
Pale
Wanderer
3.
Through
Us
4.
Your
Body, My Body
5.
That
Afternoon in Santiago
6.
The
Saint in Me
7.
Keep
Us Green
8.
Ship
of Fools
9.
Charlottesville
10.
People
in My Hallway
11.
A
Flying Lullaby
