lunedì 6 dicembre 2021

Bernard and Pörsti-“Robinson Crusoe”


Bernard and Pörsti-“Robinson Crusoe”

P & C Seacrest Oy 2021

 

Parlare della musica che riporta al ceppo “The Samurai of Prog” è diventata prassi nei miei spazi, perché rappresenta il paradigma del mio concetto di musica progressiva.

Certo è che la multinazionale del prog, dal corpo finlandese, lascia innumerevoli possibilità anche dal punto di vista della quantità, vista la capacità di sfornare album a raffica.

Il progetto attuale è denominato “Bernard and Pörsti”, ovvero due terzi di Samurai (il terzo polo è rappresentato da Steve Unruh, qui assente).

Impossibile, per il mio modo di concepire l’informazione musicale, trattare l’argomento frettolosamente, condensando il commento in poche righe, perché quando si tratta di TSoP cerco di andare in profondità, nella speranza che le note fornite, magari superflue per qualcuno, possano dare una visione completa del loro grande lavoro.

La loro ispirazione, specialmente negli ultimi tempi, è stimolata da favole, romanzi, storie del passato, elementi che sollecitano la tendenza a creare, non solo musica, perché gli aspetti visuali restano una peculiarità del loro lavoro.

Altra caratteristica, per chi ancora non li conoscesse, è la predisposizione al coinvolgimento di musicisti provenienti da differenti parti del globo, con una sempre maggior presenza di talenti italiani, anche se in questa occasione il top è rappresentato dalla partecipazione in un brano di Steve Hackett.

Sempre a vantaggio di chi non conoscesse la loro musica è bene evidenziare che il duo che in questa occasione conduce le danze è formato dall’italiano - vivente in Finlandia - Marco Bernard (bassista) e dal batterista finlandese Kimmo Pörsti.

Che cosa esce oggi dal loro cilindro? L’album si intitola “Robinson Crusoe”, romanzo che ha fatto sognare generazioni di giovani e appassionati di romanzi di avventura.

Proviamo a riannodare le fila della storia utilizzando una sintesi della sinossi fornita da Marco Piva, indispensabile per iniziare il viaggio.

<< "ROBINSON CRUSOE" (più precisamente “The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe”) è un romanzo pubblicato dallo scrittore inglese Daniel Defoe nel 1719, considerato il capostipite del moderno romanzo di avventura e, da alcuni critici letterari, del romanzo moderno in generale.

Defoe fu uno scrittore ed economista molto prolifico che, durante il regno della regina Anna, trascorse un po’ di tempo in prigione a causa delle sue opere satiriche, anticonformiste e rivoluzionarie, e che, in seguito, divenne una spia inglese a Edimburgo negli anni che portarono alla creazione del Regno Unito.

Si narra la storia di Alexander Selkirk, un bucaniere scozzese che fu lasciato sull'isola di Más a Tierra, a oltre 600 chilometri dalla costa del Cile, dopo aver detto al suo Capitano che considerava la nave su cui si trovavano non navigabile (Selkirk aveva ragione, la nave affondò pochi giorni più tardi e i pochi sopravvissuti furono catturati dalla flotta spagnola).

Rimase solo sull’isola, con un'accetta, alcuni vestiti, una Bibbia, una pentola e biancheria da letto. Vi rimase per quasi cinque anni, nutrendosi degli animali che era in grado di cacciare e trovando riparo nelle capanne che poteva costruire con gli alberi locali.

Molti critici hanno considerato il personaggio di Robinson Crusoe unallegoria di come gli inglesi speravano di essere visti dall’esterno, persone “costrette” a forgiare il mondo a loro immagine e somiglianza, sopportati dal popolo locale colonizzato - qui simboleggiato da Venerdì - accondiscendente nell’accettare gli inglesi come loro superiori, a causa della loro più avanzata cultura e riconosciuta civiltà.

Ma nonostante il libro sia risultato di presa immediata e fonte di numerose imitazioni, il messaggio non fu a tutti gradito e la risposta si concretizzò con la realizzazione da parte della “concorrenza” di storie e romanzi che evidenziavano un punto di vista completamente diverso, una lettura eseguita da un’altra angolatura, il più famoso dei quali è "I viaggi di Gulliver".

"Robinson Crusoe" resta comunque il più famoso nel genere, fonte di ispirazione recente, se si guarda al famoso film Cast Away" uscito nel 2000, di Robert Zemeckis, avente come protagonista Tom Hanks.>>

Provo ora a guidare l’ascolto, con l’aggiunta di note salienti arricchite dal pensiero di alcuni autori che introducono il lettore agli aspetti meramente compositivi.

L’album si apre con uno strumentale di oltre sei minuti, “Ouverture”, scritto da Octavio Stampalía e in cui sono impegnati:

Marco Bernard (basso Shuker), Kimmo Pörsti (batteria e percussioni), Octavio Stampalía (tastiere), John Hackett (flauto), Ruben Àlvarez (chitarra), Steve Bingham (violino) e Marc Papeghin (corno francese e tromba).

Il motivo principale per cui privilegio la musica progressiva risiede nel piacere che provo catturando l’incastro perfetto tra il generico rock e la classica, con l’ampia possibilità di spaziare e attingere ad ogni genere, e l'episodio che dà lo start al disco è una sintesi perfetta del mio ideale.

Umori cangianti, cambi di tempo, atmosfere sognanti e ritmo che suggerisce nuovi stati d’animo. Il viaggio sta per iniziare e non servono parole per disegnare quanto è pronto ad andare in scena. Emozionante!

Segue “Like an Endless Sea”, una traccia di nove minuti e mezzo che introduce il personaggio chiave:

Robinson Crusoe (che in realtà si chiama Robinson Kreutznaer) è un inglese di York. La sua famiglia vorrebbe che diventasse avvocato, ma lui vuole navigare. La prima nave su cui si trova naufraga, mentre la seconda viene occupata dai pirati e Robinson diventa schiavo di un moro. Fugge con un giovane di nome Xury e una nave portoghese li raccoglie. Vende Xury al capitano in cambio di un passaggio in Brasile, dove diventerà proprietario di una piantagione”.

Marco Bernard (basso Shuker), Kimmo Pörsti (batteria e percussioni), Oliviero Lacagnina (tastiere), John Wilkinson (voce), Steve Bingham (violino), Sara Traficante (flauto), Marcel Singor (chitarra), Marc Papeghin (corno francese e tromba) e Rafael Pacha (chitarra acustica).

La musica è del “nostro” Oliviero Lacagnina con il testo di Aldo Cirri che fornisce un’immagine molto efficacie: “Il cuore di un uomo è molto simile ad un immenso mare: ha le sue maree, le sue tempeste, nelle sue profondità anche le sue perle”.       

Ed è proprio a Oliviero che ho chiesto lumi a proposito di questa nuova esperienza creativa:

Per realizzare il brano mi sono ispirato esclusivamente alle parole del testo di Aldo Cirri. Dopo l'introduzione scritta come un Anthem di Haendel, il brano diventa ritmico cercando di descrivere il movimento turbinoso di un mare inquieto. Dopo la calma apparente del cantato ho ripreso il movimento ritmico sempre nell'intenzione di descrivere le ansie di Robinson presenti nella sua personale visione dell'immenso mare che sta per affrontare.  Il pezzo contiene piccoli profumi jazzistici, come solevo fare negli anni '70 (Papillon docet)”.

Primi cinque minuti di fughe e controfughe, con riferimenti emersoniani e decisi passaggi jazz impreziositi dai dialoghi tra elettrica e violino: la descrizione delle turbolenze di animo e mare trovano pace con l’entrata della voce di Wilkinson che incanta con la sua timbrica particolare. Restano un paio di minuti per riagganciarsi al debutto di traccia, dove è possibile mettere in evidenza un grande virtuosismo strumentale che riconduce ai grandi miti del prog: di sicuro Lacagnina è tra di loro, almeno per quanto riguarda il panorama italiano.

I tre minuti di “The Voyage Begins” ci regalano una perla di David Myers che utilizza il suo grand piano per affascinare e incantare l’ascoltatore attento e sensibile.

E con le su note fluenti il vero viaggio ha inizio…


The Island of Despair” è un brano di dieci minuti e descrive il luogo in cui Crusoe vivrà per molto tempo:

Crusoe si unisce a una spedizione di schiavisti, ma la nave naufraga su un'isola chiamata l'Isola della Disperazione, lontana da qualsiasi rotta commerciale, a circa quaranta miglia dalla costa del Venezuela. Robinson è l'unico sopravvissuto (a parte un cane e due gatti). Prima che la nave affondi riesce a tenere con sé le cose di cui potrebbe aver bisogno e riesce a realizzare una situazione di vivibilità, vicino a una piccola grotta. Trascorre il suo tempo leggendo la Bibbia e allevando capre, che usa per il latte e per il cibo”.

Autore di musica e lirica è Alessandro Di Benedetti, che suona le tastiere con una buona compagnia di virtuosi dello strumento:

Marco Bernard “Shuker bass”, Kimmo Pörsti (batteria), Bart Schwertmann (voce), Steve Bingham (violino), Rafael Pacha (chitarre elettriche e acustiche, flauto dolce, viola da gamba) e Steve Hackett (chitarra elettrica).


L’ex Genesis partecipa e regala assoli di chitarra di certificata qualità, inserendosi nel contesto in punta di piedi, come solo lui sa fare.

Una sorta di suite che propone un cambio di voce - questa di Schwertmann è più rockeggiante - e un’infinità di soluzioni. Comprendere l’argomento trattato e abbinarlo alla musica permette il coinvolgimento dell’ascoltatore e il continuo palleggio tra elementi aulici e dinamicità appare come il leitmotiv del disco.

Friday” è il brano più lungo, oltre dieci minuti, e riporta immediatamente a galla la storia super conosciuta di “Venerdì”:

Dopo molti anni, Crusoe scopre che, in una parte dell'isola che non ha mai visitato, a volte una tribù di cannibali va a banchettare. Pensa di ucciderli tutti, ma poi si rende conto che non sanno che stanno facendo qualcosa di sbagliato. Cerca di liberare uno dei prigionieri per avere un compagno e vi riesce. Robinson lo chiama Venerdì e gli insegna l'inglese. Insieme attaccano i cannibali liberando altri due prigionieri: il padre di Venerdì e uno spagnolo che raccontano loro che, su un'isola vicina, sono naufragati anche alcuni marinai spagnoli. Escogitano un piano per fuggire e, assieme, partono per l'altra isola”.

La composizione è di Marco Grieco, che si cimenta con tastiere, chitarra acustica e percussioni. Assieme a lui i soliti Bernard e Pörsti (basso batteria), Marco Vincini alla voce e Rafael Pacha alla chitarra elettrica.

Vista la complessità del pezzo ho chiesto indicazioni all’autore, che si è lasciato andare ad una lunga e interessante disamina:

"Friday", è il mio primo brano in assoluto composto per i The Samurai of Prog. In pieno lockdown. La prima cosa che ho pensato, quando mi è stata richiesta da Bernard e Pörsti la composizione del brano che raccontasse l'incontro e il successivo sodalizio tra Crosue e "Venerdì", è stata che questa poteva essere un’occasione d'oro per creare un ponte musicale tra i due generi, lontanissimi tra loro, per i quali compongo di più nella mia attività di compositore, il Rock Progressive e il Musical. Quindi, inevitabilmente, ho posto a me stesso una sfida che è abbastanza tipica del mondo dell'Opera e del Musical: riuscire a musicare le parole originali scritte da Defoe e far "cantare" in stile Progressive Rock Crosue, rendendolo credibile, come se fosse naturale, meccanismo tipico del Musical, appunto. Per farlo sono immediatamente andato alla ricerca del testo originale inglese di "The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe" di Daniel Defoe e mi sono immerso nella lettura avvincente, in un inglese meravigliosamente antico e raffinato, focalizzandomi sull'incontro di Crosue con Venerdì. Alla fine, ero piuttosto emozionato. Era come se la metrica stessa del testo mi stesse suggerendo le ritmiche, le sincopi, i contrappunti. Poi il romanzo originale era scritto come se fosse Crosue stesso a raccontare tutto in prima persona, perfetto per il mio esperimento di "Progressive Musical"!

Sapevo fin dall'inizio che il lavoro sarebbe stato corposo e arduo. Il testo da mettere in musica risultava essere estremamente lungo e, inevitabilmente, lo sarebbe stata anche la composizione risultante (e così è stato: "Friday" risulta essere la composizione più lunga dell'intero album, superando i dieci minuti).

Allora, per approcciare meglio le idee che il testo stimolava in me, ho pensato subito che "Friday" sarebbe stata una minisuite suddivisa in quattro sezioni ideali che ho battezzato così: 1) Cannibals; 2) The rescue; 3) The close encounter; 4) Friday and the memory of the time.

Ho suddiviso il testo in queste quattro parti e, prima di mettermi alle tastiere, ho imbracciato la chitarra acustica e ho buttato giù l'intro di chitarra che poi si fonde con l'ostinato di pianoforte che sentivo continuamente turbinare nella mia testa; quando ho poi cominciato ad entrare nel vivo della prima parte ritmica, il testo si è perfettamente e naturalmente "adagiato" sugli accenti sincopati che stavo creando, e da lì è scaturito tutto il resto, un continuo succedersi di sezioni cantate ed altre strumentali, cercando di esplorare, in un viaggio immaginario, gli stilemi della musica progressive degli anni 70, anche con qualche voluta citazione.

E, considerato il compagno di viaggio così immenso che noi tutti impegnati in questo album abbiamo poi avuto l'onore di avere in Sir Steve Hackett, ho voluto tributare a questo grande musicista e alla sua incredibile carriera musicale, il "sapore" della mia composizione, impreziosita dalla voce evocativa e potente di Marco Vincini, dalle vibranti chitarre elettriche di Rafael Pacha e dalla possente sezione ritmica di basso e batteria dei "Samurai" Marco e Kimmo. Alla fine, "Friday", è risultato essere molto vicino a quel che desideravo fosse: un brano innovativo, in bilico tra il Rock Progressive e il Musical nel solco della più rigorosa tradizione stilistica della musica prog anni '70.

E, devo essere onesto, è da quando ho scritto "Friday" che sto pensando seriamente di comporre, appena avrò la possibilità, un Musical Progressive, magari proprio su Robinson Crosue, e sarebbe fantastico portare sul palco tutti i grandi musicisti che suonano in questo disco e mescolarli con attori e ballerini che solitamente animano le mie composizioni per Musical... sarebbe meraviglioso!

Robinson Crosue è un album che considero davvero unico e che consiglio vivamente di ascoltare col cuore, lasciandolo emozionare.”

Dopo tanta specificità le mie parole risulterebbero superflue… bello immaginare che ci possa essere un futuro in un campo che credo non sia mai stato battuto - quello del musical prog - in questo caso stimolato proprio dalla collaborazione con i Samurai.

La grande quantità di italiani si intensifica con un abituè del posto, Luca Scherani, che scrive “The Rescue”:

Prima che i naufraghi spagnoli vengano liberati, una nave inglese raggiunge l'isola. C'è stato un ammutinamento e gli ammutinati hanno intenzione di lasciare il capitano sul posto. Robinson aiuta il capitano a riappropriarsi della nave e gli ammutinati vengono lasciati sull'isola. Tornato in Inghilterra, Robinson scopre di essere stato creduto morto.  Con Venerdì va in Portogallo per recuperare i guadagni della sua piantagione in Brasile, che sono tanti. Decidono di tornare via terra, e sui Pirenei vengono attaccati dai lupi; scappano e tornano in Inghilterra”.

Scherani si propone anche alle tastiere, con Bernard e Pörsti a cui si aggiungono Adam Diderrich al violino, Marcella Arganese alla chitarra elettrica e Stefano “Lupo” Galifi alla voce: ma quante facce conosciute!

Anche in questo caso ho avuto l’opportunità di chiedere all’autore come si fosse mosso per questo “salvataggio”:

Robinson è capitato anche nel periodo in cui stavamo lavorando al disco di Lupo (Stefano “Lupo Galifi”, voce nel brano, N.d.r.), quindi sapevo come metterlo "a suo agio". Infatti, gli ho scritto una cosa più in linea con il percorso che abbiamo intrapreso.

Mentre i musicisti mi hanno un po’ odiato perché sugli strumentali ho inserito variazioni minime e un po’ cervellotiche che spesso l'ascoltatore non coglie (proprio perché sono minime, da una volta all'altra che ripropongo un passaggio), ma servono solo a far scagliare maledizioni sul compositore!”.

“Lupo” è il quarto vocalist che entra in gioco ed è quello che conosco meglio e che quindi non mi coglie di sorpresa, ma l’intesa con Scherani e Arganese appare consolidata e vincente.

Grande capacità del gruppo di unire la vocazione alla melodia tipica di “casa nostra” al coraggio della contaminazione controllata, e alla fine il synth diventa una “fuga”, il violino un “lamento” e gli archi artificiali descrivono momenti epici che producono brividi emozionali.

L’epilogo, l’immagine della nuova esistenza, è affidato a “New Life”: con uno strumentale era iniziato il viaggio e con uno strumentale il viaggio finisce.

L’autore è Andrea Pavoni, che si cimenta alle tastiere accompagnando la solita sezione ritmica a cui si aggiunge John Hackett al flauto (come avvenuto nell’atto iniziale) e Marcel Singor alla chitarra.

Cinque minuti da sogno per descrivere la rinascita, un piccolo frammento temporale che chiude una storia che, se guardata nella sua globalità, rappresenta una metafora della vita che contraddistingue molte esistenze, con ruoli ben precisi, quelli di Crusoe, di Venerdì, del mare, del viaggio, della ricerca di sé stessi e di un mondo diverso, con la presunzione di essere migliori e con l’accettazione che non ci si possa ribellare all’ordine costituito.

Oltre alla bellezza estetica e reale di questo nuovo progetto mi vengono in mente un paio di pensieri finali. Il primo riguarda la capacità di presentare come un unicum frammenti che ogni musicista ha scritto e creato nel proprio luogo di conforto: alla fine, se non fosse specificato, nessuno penserebbe alla dicotomia che è tipica del lavoro dei Samurai… senza tecnologia e predisposizione al gioco di squadra certi lavori non potrebbero nascere.

La seconda cosa a cui ho pensato - che lego spesso ai lavori di Bernard & Friends - è la potenzialità di progetti come questo nel campo della didattica, mio vecchio pallino.

Una favola, una storia, un romanzo, prendono forza in un’aula se abbinate agli aspetti sonori, così come a quelli visivi, e non bisogna dimenticare che ancora una volta emerge la genialità di Ed Unitsky, che inventa un altro artwork da sogno.

Non resta che ringraziare chi ci regala musica di estrema qualità e lo fa con continuità, come fosse una missione da compiere!



Bernard & Pörsti: Robinson Crusoe

01 Overture- 06:18

02 Like an Endless Sea-09:38

03 The Voyage Begins-03:08

04 The Island of Despair-10:00

05 Friday-10:08

06 The Rescue-07:23

07 New Life-05:16

 

Prodotto da Marco Bernard e Kimmo Pörsti

Introduzione e sinossi di Marco Piva

Artwork di Ed Unitsky www.facebook.com/ed.unitsky.fanpage

 


giovedì 2 dicembre 2021

Enrico Bianchi - "Libertà"


Enrico Bianchi - "Libertà"

VIDEORADIO


La lunga militanza di Enrico Bianchi nel mondo della musica lo “autorizza” ad ogni tipo di rappresentazione che abbia alla base la qualità della proposta, ma l’album “Libertà”, rilasciato in questi giorni, appare come un amaro bilancio di vita unito a quel sentimento che permette di sopravvivere e guardare oltre: la speranza, “… il solo bene che è comune a tutti gli uomini, anche quelli che non hanno più nulla…”.

Il concetto di “libertà”, alla base del lavoro di Bianchi, è stato messo a dura prova negli ultimi due anni, periodo negativo che ha spinto ogni essere pensante a riflettere sui reali valori della vita, rimettendo in discussione certezze e convincimenti radicati.

Il tempo per elaborare ha portato i più sensibili a riannodare i fili della propria esistenza, miscelando i ricordi e il presente, spingendo verso un viaggio a ritroso nel tempo e proiettando le speranze sul futuro prossimo.

È questo un meccanismo che privilegia i creativi, e un musicista navigato come Enrico Bianchi deve aver sentito il bisogno di tracciare il suo bilancio, mettendosi un po’ a nudo e fissando un paletto sul suo cammino.

Ascoltando i brani in successione ho immaginato storie ed esperienze che restano totalmente personali e quindi inviolabili nei dettagli, ma mi è venuta facile l’immedesimazione, la comparazione con il mio vissuto, e quando un disco o una singola canzone conducono all’interazione, l’obiettivo minimo è stato centrato.

<<La musica è "Libertà" di espressione>>: è questo l’incipit del comunicato stampa che anticipa il disco. Aggiungo una citazione nobile: “La musica è l’unità di misura del tempo che fluisce”, un paio di assiomi che, uniti tra loro, potrebbero rappresentare una didascalia per questo splendido progetto.

Enrico Bianchi, protagonista alle tastiere, è autore di musica e liriche, e si affida all’arrangiamento e alla produzione di Andrea Cervetto (presente alla chitarra e basso) e alla batteria di Alfredo Vandresi… un team tutto genovese!

Quarantaquattro minuti, suddivisi su dieci tracce, permettono di realizzare un percorso vario di sentimenti e sonorità/tipicità specifiche, esplorando culture e tradizioni che escono dai nostri confini.

Apre l’album “Sessantotto”, titolo che evoca il periodo dell’illusione, della voglia di cambiare il mondo, della speranza, quasi certezza, che un nuovo corso fosse possibile. Cosa resta a distanza di lustri?

Voglio vivere come so, ombre e luci ad un passo, quel che cerco è la libertà, mai come adesso… dalle mille diversità si alzerà il vento… voglio solo la libertà di cambiare il mio mondo…”.

Musicalmente accattivante, di facile presa e dall’andamento moderatamente rock, con la voce di Bianchi che si presenta - per chi non lo conoscesse - con caratterizzazione e giusto pathos.

Segue “Canto notturno alla mia anima”, amara riflessione, bilancio che arriva, forse, in una di quelle notti in cui non si riesce a prender sonno, optando per una drammatica autoanalisi.

“…siamo piccole fiammelle controvento, grande genio e poca spiritualità… per noi che non sappiamo più lasciarci andare, è scomoda la compagnia di quest’anima, la mia…”.

Magnifico pezzo dal tratto argentino, tra una tessitura di fisarmonica e un’efficace chitarra che “piange”, mentre il ritmo conduce alla danza e si delinea un’atmosfera a tinte grigie.

Mar amargo” mi appare come centrale nella narrazione di Bianchi e giustifica e amplifica la mia introduzione:

…questo ambizioso viaggio sarà scommessa a vita o sarà l’oblio, in questo mare aperto sento più forte Dio… spiego le vele ma non c’è vento sulle onde e non c’è terra all’orizzonte, mare amaro… finirà questo andare via senza arrivare mai e sarà un addio al vecchio mondo…”.

La traccia rappresenta un cambio musicale deciso - caratteristica del disco - perfettamente centrato sul concetto di “libertà”.

È un folk elettrico che riporta a certe rappresentazioni della musica progressiva e che trova l’apice nell’ultimo minuto, completamente strumentale.

Mai più senza libertà” è stato scelto come brano trainante ed è stato realizzato il video che propongo a fine articolo.

“Libertà” è la parola che viene ripetuta come un mantra, all’interno di soluzioni sonore che profumano di sacralità e di epicità, mentre alcuni concetti emergono e toccano la sensibilità personale:

“… Io dischiudo le tue ali adesso, volo libero, sui tetti e le campagne in un cielo che sarà libertà…”.

Gocce di tempo” è forse la canzone più orecchiabile, una apparente facilità messa al servizio del doloroso esercizio del ricordo:

“… e mi vengono in mente certi giorni, quando ero ragazzino, quando si giocava sulla neve e immaginavo il mio destino … gocce di tempo caduto che solo adesso ho raccolto e bevuto…”.

Ritmo cadenzato e soluzioni brillanti, con la convivenza della slide e del sintetizzatore.

Anna non piangere” è un tango lento struggente che riporta ad una delle tante storie possibili legati ai sogni, alle aspettative, al dolore che segue la delusione, anche se c’è sempre spazio per la speranza:

Anna non piangere, vedrai cambierà, il nostro amore non passerà, piove ma scivola ogni goccia su noi…”.

L’abbinamento tra musica e lirica potrebbe provocare qualche lacrimuccia…

Judy e Paolo” utilizza un modus orientaleggiante per raccontare una storia d’amore, con tutte le classiche caratteristiche che contraddistinguono le esistenze meno fortunate e trovano conforto nel sogno:

“Judy ha 18 anni appena ed un uomo non ce l’ha, però ha un figlio che più cresce e più le rassomiglia; se tu scavi nei suoi occhi, nella sua bella allegria, troverai un’anima persa nella sua scia. Judy però ha un sogno che conserva da bambina, se arrivasse per davvero il principe dei sogni miei sopra al suo cavallo bianco io volerei…”

Paolo non è un principe, ma rappresenta la fermatura del cerchio.

Libero” è l’urlo che apre al nuovo che avanza, la gioia primaverile dopo il grigiore dell’inverno, la rinascita:

Vita che lavi la vita che è stata già, sole che ci scalderà, la nostra storia è nei giorni che aspettano, domani è qua…”.

Un bel groove, una sezione ritmica in evidenza che accompagna il grido liberatorio di Bianchi.

Con “Albánia” si cade pesantemente sul sociale e sul dramma di chi emigra per cercare una vita migliore, ma spesso l’illusione si scontra con la dura realtà, uccidendo ogni tipo di motivazione:

E quando arriveremo vedrai che gioia, poter girare senza aver paura, già vedo delle luci, presto ci saremo noi, ma il peso delle nostre vita ci fa ribaltare, ci stiamo inabissando, adesso si è fermato il vento, non c’è pace in questo silenzio che ci circonda, il viaggio per la vita per me finisce qua. Ma al mondo ci sarà una terra dove andare, con uomini e donne in pace a lavorare… continuerò a scappare, è stato un sogno e non sognerò mai più…”.

Conclude il disco un brano cantato in genovese, omaggio alla terra che ha dato i natali all’autore, il titolo è “Canta de lö”, un quadretto bucolico e malinconico, carico di spleen, che disegna il luogo in cui sono ben fissate le radici, incomparabile con qualsiasi altro posto nel mondo:

Là dove il sole si china, dove non si conta la luna, dove il sole si prede il mare, alta sale su una stella e vicino bei ragazzi; là dove in ogni vecchia via trovi una ragazza in piedi, brilla un po’ di più stella…”.

Un disco piacevole, carico di significati, pregno di soluzioni musicali rilevanti, risultato di un lavoro di squadra in cui Cervetto e Vandresi brillano di luce propria.

Consigliato ad un pubblico trasversale.


BIOGRAFIA 

Pianista, arrangiatore e polistrumentista, dopo l’esperienza "GENS" entra in una band composta da ex di gruppi famosi, gli "Extra", con Bernardo Lanzetti (PFM) e una parte dell’Equipe 84 di Victor Sogliani, Vanni Comotti e Fulvio Monieri (Bennato e Fogli Band) e Andrea Cervetto (Mito New Trolls).

Dopo molte collaborazioni occasionali Alberto Radius ricompone la sua Formula 3 e lo chiama con lui e con Alfredo Vandresi alla batteria. 

Sette anni di concerti in tutta Italia, Svizzera, Canada, Giappone, tante ospitate in tv (RAI 1, I Fatti Vostri, Le Ragazze del Sabato, ecc.) fino ad arrivare alla chiamata di Giorgio “Fico” Piazza (PFM) che aveva formato una band con riferimento al primo periodo PFM.

Successivamente Enrico Bianchi con gli "EXTRA" riprende una intensa collaborazione insieme a Ricky Portera che, dopo la morte di Lucio Dalla, decide di ampliare la band con Iskra Menarini e il grande Teo Ciavarella al piano.

Attualmente Bianchi ha fondato una superband composta da Giorgio Usai (New Trolls), Alfredo Vandresi (Formula 3, Delirium), Paolo Ballardini (RAI-BAND della trasmissione "I migliori anni") che hanno terminato da poco il tour in varie piazze del sud e centro Italia.

ENRICO BIANCHI oggi si propone in questo primo album dal titolo "Libertà", pubblicato da Beppe Aleo di Videoradio, come cantautore. I testi impegnati esprimono contenuti importanti e di grande attualità.

In preparazione il tour con la sua band che toccherà da gennaio vari club e teatri in Italia e all'estero.


Tracklist

1-Sessantotto (3:46)

2-Canto notturno alla mia anima (4:09)

3-Mar amargo (4:25)

4-Mai più senza libertà (4:30)

5-Gocce di tempo (5:00)

6-Anna non piangere (4.44)

7-Judy e Paolo (4:29)

8-Libero (4:34)

9-Albánia (4:19)

10-Canta de lö (5:15)

 

Distribuzione

www.self.it

www.videoradio.org

www.videoradiochannel.it







lunedì 29 novembre 2021

Intervista a Ian Bruce-Douglas, uno dei protagonisti del “The Bosstown Sound” di fine anni Sessanta

 

L’interessantissima intervista che propongo oggi, realizzata da Klemen Breznikar con il leader, cantante e compositore degli Ultimate Spinach, Ian Bruce-Douglas, risale a una decina di anni fa ma mi sembra un bel documento in grado di sviscerare la storia di una band storica e di porre l’accento sul movimento che fu definito “The Bosstown Sound”.

Non mi è dato di sapere che fine abbia fatto Ian, e dalla sua pagina facebook si evince che la sua ultima apparizione sul social risale al giugno del 2014:

https://www.facebook.com/ian.brucedouglas

Ho tradotto il documento originale che penso potrà essere di interesse comune.


NELL'ARTICOLO, IL MUSICISTA COMMENTA BRANI MUSICALI DA LUI COMPOSTI. CLICCARE SUL TITOLO PER POTERLI ASCOLTARE


La miscela unica di psiche, jazz, rock, voce gregoriana e strumentazione barocca distingue Ultimate Spinach da qualsiasi altra band dell'epoca.

Fu il leggendario produttore discografico Alan Lorber ad inventare il concetto di "The Bosstown Sound" - "The Sound Heard 'Round The World" per commercializzare e promuovere il meglio della scena psichedelica degli anni Sessanta a Boston (i gruppi chiave includevano Orpheus, Beacon Street Union, Ultimate Spinach, Chamaeleon Church e altri).

  

"Il prototipo del Bosstown Sound!" 

Intervista a Ian Bruce-Douglas era il leader, cantante e compositore

 


Come stai? Dove e quando sei cresciuto? La musica è stata sin da subito una parte importante della tua vita?

Innanzitutto, grazie per il tuo interesse per questo vecchio dinosauro psichedelico... sono onorato del tuo interessamento. Come sto andando? Sono vecchio e stanco! Ma pensiamo alla musica. Se parliamo di formazione musicale la maggior parte delle mie influenze sono state Progressive Jazz e Musica Classica/Orchestrale, e poi la vecchia musica R & B, che negli anni ‘50 chiamavano "race music". Non mi piaceva molto il rock, ad eccezione di Jerry Lee Lewis, The Everly Brothers e Buddy Holly. Odiavo assolutamente Elvis. Ho anche ascoltato un sacco di quella che ora chiamano “Third World Music”: tribale africana, canti dei nativi americani, musica tradizionale giapponese e cinese, non certo il genere di cose che la maggior parte dei bambini della mia età ascoltava all’epoca. Ma poi, guardando indietro, mi rendo conto che ero un ragazzino piuttosto strano, che non aveva o non voleva molti amici.

Facevi parte di qualche altra band prima di formare gli Ultimate Spinach?

Ho iniziato a mettere insieme gruppi musicali quando ero al liceo. All'epoca, non avevo ancora iniziato a comporre o a cantare, quindi ci limitavamo a coverizzare gli strumentali, principalmente di The Ventures e Duane Eddy.

Puoi raccontare qualcosa su come si formarono gli Ultimate Spinach?

Mi ero trasferito a Cape Cod, nel Massachusetts, per aiutare i miei genitori con la loro attività di ceramica. Durante quel periodo studiai con il vasaio di fama mondiale Harry Hull. Lui e sua moglie Martha diventarono miei buoni amici e mi incoraggiarono a diventare me stesso. Tutto questo si estendeva anche alla musica, anche se nessuno dei due sapeva suonare uno strumento. A quel tempo, avevo iniziato a prendere LSD e avevo persino trascorso un fine settimana a casa di Timothy Leary a Millbrook, New York. A causa di tutta la cannabis e l'LSD, iniziai ad avere questi grandi flash creativi. Prima erano i disegni, senza dubbio ispirato dal mio poeta e pittore preferito, Kenneth Patchen, con cui ho iniziato a corrispondere regolarmente. Poi, era poesia, di nuovo, probabilmente ispirato a Patchen. Alla fine, iniziai a sentire tutte queste strane piccole melodie nella mia testa. Avevo un paio di chitarre acustiche, ma quello che provavo aveva bisogno di qualcosa di molto più grande di una semplice chitarra. Così decisi di mettere insieme una band per creare musica e per poter ascoltare i miei brani dal vivo, così come li avevo sentiti nella mia testa. Iniziai a chiedere in giro a Hyannis se qualcuno conoscesse chitarristi, bassisti e batteristi. Il primo esperimento fu un disastro totale e andò in pezzi nel giro di un paio di mesi dalla sua creazione. Ma registrammo una demo. Ho sentito successivamente uno di quei brani spuntare in rete, uno strumentale chiamato "Night Owl Blues", dove io suono l'armonica. Nonostante questo fallimento abissale ero ancora motivato, quindi riprovai. Col senno di poi, mi rendo conto che non avevo idea di quello che stavo facendo e non feci neppure delle audizioni. Era come "Oh, suoni la chitarra? Vuoi essere nella mia band?". Ecco perché quella combinazione di persone ha finito per diventare per me un incubo.

Come ricordi quelle prime sessioni?

Le sessioni che facemmo ai Patrucci & Atwell Studios andavano bene. I nostri nuovi manager avevano raccolto fondi per le demo tra i loro amici ricchi e realizzammo quattro brani. Pensavo che Geoff avesse scritto dei brani davvero carini rispetto ai miei e che avessero maggiori possibilità di farci ottenere un contratto. Quindi, gli chiesi di includerne due nei provini. Ma quando i nostri manager acquistarono la demo a New York City, alcune aziende, che erano apparentemente interessate, dissero che dovevamo concederci altri sei mesi per maturare come band e poi presentare un’altra proposta. Avevano ragione! Eravamo molto, molto acerbi. Ma poi, Alan Lorber, a cui mi riferirò da ora in poi come "Il Parassita", si dimostrò interessato e questo fu molto motivante, soprattutto dopo i rifiuti da parte delle major. Tuttavia, era interessato solo ai miei brani, il che mi sorprese, dal momento che le cose di Geoff avevano un aspetto più commerciale, un po’ come The Mamas & Papas. Le prime sessioni dell'album furono un misto di frustrazione e commedia, ed ero molto nervoso. Nel proseguire i lavori sembrava che le cose andassero abbastanza bene, tranne il fatto che “The Parasite” prese la canzone "Pamela" e la cambiò completamente, inclusa l'aggiunta dell'intro di Bach. Poi, mi fregò, perché prima che firmassimo con lui mi promise che sarei stato coinvolto con il missaggio, il che era per me molto importante, dal momento che sentivo nella mia testa come doveva essere il prodotto finito. Ma, al termine della registrazione mi disse di tornare a Boston. Questo mi sconvolse, come puoi immaginare. Da quel momento in poi, le cose andarono peggiorando. Geoff, Richard e io non eravamo mai andati molto d'accordo e avevamo discusso molto, nel backstage, l'estate in cui fummo scoperti da “The Parasite”, mentre stavamo suonando al The Unicorn Coffeehouse. A quei tempi soffrivamo, perché non stavamo facendo molti soldi. Guardando indietro, posso capire in qualche modo le loro preoccupazioni: erano sposati e Richard aveva un figlio. Io ero single e spensierato. In quel contesto, quindi iniziarono a piagnucolare e io mi incazzavo e finivamo per avere discussione molto forti nel backstage, tali che il pubblico poteva sentire. Quando iniziammo il tour, con pochi soldi in tasca, le discussioni peggiorarono. Ero l'unico della band che, in realtà, prendeva LSD e fumava cannabis. Il resto dei ragazzi erano bevitori di birra. Richard era un ubriacone. E Barbara? Aveva appena 18 anni, era laureata in una scuola cattolica, era vergine e non aveva cattive abitudini. In una parola: una ragazza abbastanza piacevole ma molto noiosa!

Il secondo album è stato un incubo. La maggior parte la scrissi in studio tra un take e l'altro. Avevo la bronchite e la polmonite e gli altri del gruppo non parlavano più tra loro. A peggiorare le cose, il primo batterista aveva saggiamente deciso di abbandonare prima del primo tour. Lo sostituii con quello che si rivelò un disastro totale, Russell Levine. Quando eravamo in studio, mi chiedeva: "Beh, Ian, quale dei tuoi aborti registreremo dopo?". Anche il Parassita stava “giocando” con noi. Ci mise l'uno contro l'altro e promise alla band che si sarebbe sbarazzato di me, mentre a me promise che si sarebbe sbarazzato di loro. Gentile! Quando tutto diventò chiaro, riuscii a prevalere e licenziai Richard e Geoff. Stavo per licenziare anche Russ, ma lui seppe delle mie intenzioni, mi chiamò e, con le sue lacrime di coccodrillo, mi pregò di non lasciarlo a casa, rendendosi conto di aver sbagliato giudicandomi. Ci cascai e lo tenni nel gruppo, ma poi le cose peggiorarono ulteriormente, principalmente perché Russ ricominciò a lavorare contro di me alle mie spalle. Lui, il mio chitarrista sostituto Jeff Baxter e il mio "amico" e road manager Bob Kelleher, diventarono il Team From Hell. Alla fine, smisi, nel giro di pochi mesi dall'avvio di questo pozzo nero in continua crescita, anche se ciò significava avere problemi contrattuali con “The Parasite”. Quindi, per me, "Ultimate Spinach" non è stata un'esperienza piacevole, anche se ho imparato molto, e da allora ho continuato ad avere diverse band molto migliori, in cui tutti andavano d'accordo.

Come hai deciso di usare il nome "Ultimate Spinach"?

Questa domanda mi è stata posta tantissime volte! Un giorno, nel 1967, ero nella mia stanza e usai un LSD davvero puro. Iniziai a guardarmi allo specchio e dalla mia faccia uscivano cose divertenti. Avevo un sacco di pennarelli colorati con cui al tempo disegnavo. Ne afferrai uno verde e iniziai a dipingere il mio viso. Quando finii mi guardai e dissi: "Whoa! Sono l'ultimo spinacio. Lo spinacio definitivo sono io!" Un paio di mesi dopo iniziai con il progetto "The Underground Cinema" e quando firmammo con “The Parasite”, cambiai il nome della band in "Ultimate Spinach", per "fortuna". Un po’ di fortuna!

Kenneth Patchen e Jean-Paul Sartre ti hanno influenzato?

In realtà, abbiamo iniziammo a registrare il primo album nel settembre del '67, che poi fu rilasciato il 6 gennaio 1968. Ma hai ragione su alcune delle mie influenze. Patchen era un grande, di sicuro. E, sì, stavo attraversando la mia "fase esistenziale" e avevo letto tutto di Sartre e anche Albert Camus che, a sua volta, mi portò a leggere Kierkegaard, Nietzsche, Cant e pochi altri. Ero sempre alla ricerca di risposte. Lo sono ancora! Sono stato anche influenzato da John Coltrane, Cannonball Adderley, Charlie Mingus, Miles Davis e altri grandi del Modern Jazz. Per quanto riguarda i miei "ricordi più forti"… rimembro solo un sacco di buon LSD, mescalina, cannabis e hashish e tutte quelle meravigliose groupie che mi hanno tenuto alto il morale.

Cosa puoi dirmi delle copertine dei dischi?

L’artwork di entrambi gli album fu creato da un artista e fotografo meraviglioso, David Jenks. Il primo album comprendeva una serie di foto scattate ai Bert Stern Studios di New York. David poi li sovrappose l'uno all'altro e aggiunse i suoi tocchi artistici. La copertina del secondo album era un dipinto bellissimo e delicato. In questo, puoi vedere l'influenza giapponese minimalista di David. I suoi dipinti attuali sono molto più ricchi e mi ricordano Andrew Wyeth, anche se non in modo imitativo. Il suo stile è unicamente suo.

La scena musicale di Boston era davvero eccitante alla fine degli anni '60?

Sì, è stato un momento emozionante, ma non solo a Boston. San Francisco, Los Angeles, New York, Filadelfia, Chicago e altre grandi città degli Stati Uniti hanno attraversato esplosioni creative simili. Sospetto che ciò sia dovuto in gran parte all'influenza della nuova musica proveniente dall'Inghilterra e all'introduzione di LSD, cannabis e altre sostanze psicotrope nella cultura tradizionale. C'era un'incredibile differenza tra il periodo in cui ho iniziato il liceo, nel 1960, e la cosiddetta "Summer of Love" del '67. Il movimento contro la guerra era diventato una forza dominante che avrebbe, di fatto, posto fine al conflitto nel Vietnam. Le donne si bruciavano i reggiseni e chiedevano di essere trattate alla pari. Gli uomini si facevano crescere i capelli e si vestivano in modo colorato. Poi, naturalmente, c'era tutta la faccenda del "Free Love", che era la mia parte preferita. Purtroppo, è stato di breve durata e Woodstock ha rappresentato l'inizio della fine. Le droghe più usate divennero cocaina, eroina, tranquillanti da prescrizione e speed. I giovani ricominciarono a bere e il movimento delle donne prese una piega sbagliata e troppi si conformarono al gruppo senza pensare in proprio. La discoteca divenne di gran moda e Nixon fece bandire tutta la musica psichedelica dalla radio, compresi gli “spinaci”. È stato un momento incredibile, e dubito che vedremo mai più qualcosa di simile. Vuoi una prova? Ascolta la merda che si fa passare per musica pop, in questi giorni. Guarda le mode del momento. Abbiamo l'HIV e i preservativi e un sacco di tranquillanti da prescrizione e stimolatori dell’umore. Il governo degli Stati Uniti ha intensificato la sua "guerra alla droga", ma prende di mira i consumatori e i coltivatori di cannabis, mentre i messicani importano eroina e crack a tonnellate. I nostri leader sono tutti comprati e pagati dalle grandi imprese ed esiste un gruppo di fascisti che hanno saldamente il controllo della situazione. La creatività e il pensiero indipendente non sono incoraggiati. Siamo diventati una nazione di pecore.


Mi puoi descrivere la tua visione delle tracce più significative dei vari album?

"Ego Trip" 

Questo è stato uno dei primi brani che ho scritto dopo aver iniziato a prendere LSD. L'ho scritto pensando a un cretino che ho incontrato a Cape Cod, che pensava di essere troppo figo.

Sacrifice of the Moon

È stato il mio primo serio tentativo di scrivere uno strumentale rock e sono stato fortemente influenzato da Erik Satie.

Plastic Raincoats / Hung-Up Minds

C'erano gli hippy e poi c'erano i tipi ultra-cool di New York che pensavano che Andy Warhol fosse "Dio". Le ragazze di quel giro indossavano stivali di plastica bianca, acconciature rigide bouffant e impermeabili di plastica. Ho provato con una di loro e ho deciso che mi piacevano di più le ragazze hippie… molto meglio! In questa canzone ho cercato di esprimere il mio disprezzo per le "Plastic People.

"(Ballad of The) Hip Death Goddess"

Ero in realtà a posto quando scrissi la canzone, ma molto, molto stanco. Ho descritto il tipo di donna ultra-cool che era bella ma in un modo sterile. I ragazzi avevano occhi solo per lei, ma erano trattati con totale indifferenza e disprezzo.

Your Head Is Reeling

Questo è probabilmente il brano che preferisco nel primo album. Descrive le visioni da incubo che stavo avendo e, attraverso la mia voce, delinea il dolore e la paura che stavo provando.

Dove in Hawk’s Clothing”

Questa era contro la guerra e la scrissi affinché la cantasse il nostro batterista originale, perché aveva una profonda voce “bluesy”. Quando se ne andò, mi trovai bloccato nel cantarla in concerto e non ha mai suonato bene come l’originale.

"Barocco #1"

Questo è stato il mio secondo strumentale rock. Qui si può sentire l'influenza che i compositori barocchi hanno avuto su di me. Ho ascoltato e suonato tanta musica di Bach, Händel e di altri di quel periodo. Ho sempre amato quella musica anche se la suono molto male!

"Funny Freak Parade"

Qui deridevo affettuosamente gli hippy.

"Pamela"

Il titolo del brano prende il nome dalla mia prima moglie e ci descrive in un momento in cui facevamo l’amore mentre usavo dell’LSD incredibilmente potente.

Cosa ricordi della registrazione di “Behold & See”?

Credo di aver già risposto in precedenza. Tutto quello che vorrei aggiungere è che, anche se ho scritto la maggior parte dei brani in studio e “The Parasite” mi metteva pressione per terminarlo - nonostante fossi malato e avessi la febbre alta durante la maggior parte di quelle sessioni -, penso che le canzoni fossero molto più creative di quelle del primo album e, anche se non ha venduto altrettanto bene, penso che sia stato un album migliore del primo, e di tanto. Ero cresciuto molto tra il primo e il secondo lavoro e credo che questo abbia trovato riscontro nella musica.

Gilded Lamp of the Cosmos

Ho scritto questa canzone appositamente per Caryl May Britt affinché potesse cantarla. Era una piccola e giovane donna con una voce potente. Il testo, come la maggior parte di quelli di questo album, era il risultato di esperienze derivante dall’uso di LSD.

Visions of Your Reality

La mia voce in entrambi gli album è stata terribile e non posso credere che “The Parasite” non abbia cercato di farmi fare più tentativi. I testi sono pretenziosi e "profondi". Ma cosa puoi aspettarti da un cantautore di 21 anni?

"Jazz Thing"

Come ho già detto, non ho ascoltato molto rock fino a quando la musica psichedelica non ha iniziato a essere proposta alla radio. Ho sempre preferito il jazz e la musica orchestrale. Quasi tutti i brani rock erano in 4/4, il che suonava monotono. Alcuni dei miei pezzi jazz moderni preferiti erano in 3/4. Così ho deciso di usare 4/4 per le parti vocali e 3/4 per le parti strumentali. Penso che abbia funzionato abbastanza bene, in realtà.

"Mind Flowers"

Dopo "Hip Death Goddess", questa è stata la seconda canzone psichedelica davvero intensa che ho scritto, caratterizzata dal contrasto tra la voce bassa e quella urlante più alta: esprimeva i diversi elementi che combattevano dentro di me.

Where You’re At

Questo sono solo io che cerco di essere "alla moda" e usare una frase "cool".

Suite: Genesis of Beauty (In Four Parts)

Armonie più ricche della maggior parte dei brani degli “Spinaci” e qui è palese l’influenza di Floyd Cramer sulle parti di pianoforte elettrico Wurlitzer. 

Fifth Horseman of the Apocalypse

La canzone ha una bella linea melodica realizzata con l'armonica, sembra quasi una colonna sonora di un film western, fatta eccezione per gli assoli di chitarra che amo. 

Fragmentary March of Green

Un altro dei miei brani preferiti! In sostanza, si tratta di un povero ragazzo che vive una vita "normale", è sposato con una moglie grassa e assillante, ha un lavoro e troppe responsabilità. Cerca di fare la cosa giusta e nella sua progressione di vita diventa totalmente pazzo e prende in considerazione il suicidio.

Che ne dici dei concerti dell’epoca?

Senza essere troppo espliciti: un sacco di sesso bollente, LSD, peyote, hashish e Cannabis. Non ricordo molto altro!

Cosa è successo dopo?

Sono rimasto completamente disgustato dal mio personale "Frankenstein's Monster" e ho smesso. La band ha tentato di fare un terzo album senza di me. Fallì miseramente e si sciolsero. Sono andato in isolamento per circa sei mesi e ho trascorso molto tempo in una spiaggia vicino a casa mia, a Cape Cod, suonando la chitarra e componendo nuova musica.

Con gli Azlbrax* hai pubblicato “In the Valley of the Shadow” nel 1988.

Mentre mi piace la maggior parte dei brani e sentivo che rappresentavano una nuova maturità nella mia scrittura, devo dire che sono rimasto molto deluso dalla produzione. Sfortunatamente, ho permesso al mio ingegnere del suono di avere troppe opinioni su come avremmo dovuto fare il missaggio e i risultati sono stati decisamente scarsi. Ma dal momento che ero il produttore, la responsabilità del successo o del fallimento di questo album è mia e solo mia. La più grande lezione che ho imparato da quella esperienza è che, se avessi ancora usato persone esterne, non mi sarei dovuto lasciare influenzare dalle loro opinioni. Fare quell'album è stato in realtà uno spettacolo horror. Il primo studio che abbiamo usato era di proprietà di un ragazzo che era sull'orlo di un esaurimento nervoso, fatto che, ovviamente, non sapevo fino a quando il danno non era stato fatto. Aveva un bel mixer analogico MCI a 24 tracce e un tape-deck. Sfortunatamente, con il nastro, le macchine dovevano essere calibrate in modo molto preciso per non rovinare i processi di premastering e mastering che seguivano la fase di registrazione / missaggio. Nel suo studio, tutto suonava bene, ma nel momento in cui provai a suonare i mix su un altro sistema, li trovai orribilmente striduli e inascoltabili. Alla fine, scoprii che questo idiota aveva modificato le calibrazioni perché pensava che questo avrebbe comportato un suono "più caldo", cosa che mise in pratica peggiorando la situazione. Poi, mentre stavamo registrando, quando avrebbe dovuto controllare i contatori sulla scheda MCI, si mise a guardare le partite di calcio sulla TV posizionata sul soffitto. Quella fu la goccia che ha fatto traboccare il vaso e lo licenziai. Lo studio in cui mi trasferii aveva la stessa configurazione MCI, e fu qui che scoprimmo che le macchine del primo studio erano calibrate in modo improprio. Quindi, tutto tranne la mia voce, doveva essere scartato e ri-registrato.

Cosa stai facendo adesso?

Vivo in una remota fattoria di dieci acri e sto salvando gatti randagi e selvatici. Per lo più sono vecchi, malati o brutti e nessun altro li vorrebbe. Sto ancora scrivendo musica, probabilmente la migliore di sempre, e ho intenzione di registrare di nuovo. Non solo gli originali recenti, ma ho intenzione di ri-registrare il meglio dei miei brani con "Azlbrax" e tutti quelli degli Ultimate Spinach che, per citare “The Parasite”, suoneranno finalmente come avrebbero dovuto fare sin dall’inizio.

Grazie per avermi dedicato tutto questo tempo, l’ultima parola è la tua…

Ok, per favore, comprate i miei prossimi CD e chiedete anche agli amici di farlo. Il 100% dei profitti derivanti dalle vendite degli album andrà a sostenere i gattini dell’associazione “The Cat Farm”. Il mio amato compagno ed io finanziamo totalmente la cura dei nostri gattini. Non accettiamo donazioni e non diamo in adozione i nostri gatti. Ci costa circa 200 dollari a settimana e non siamo ricchi. Venderò i miei album online e, forse, su amazon. Se amate i gatti o gli animali in generale, per favore aiutaci a sostenerci. Vi ringrazio in anticipo per il vostro sostegno.

*Band formata da Ian Bruce-Douglas che visse dalla metà alla fine degli anni '80, e, nel corso della loro prima tournée, denominata Bloodlust. Quando la synth player Dona Maggio intorno al 1986 lasciò la band, fu sostituita da Debra McKinnon e il gruppo si trasformò in "Azlbrax", che pubblicò un 45 giri autoprodotto e un album (su cassetta) chiamato "In The Valley Of The Shadow", con musica orientata al pop con un uso prominente del MIDI e di testi duri e sarcastici.

La band si sciolse nel 1990.