Zia Ross, di
MAT2020, ha raccolto alcuni eventi
musicali che si svolgeranno dal 19 gennaio al 2 febbraio. Per quelli a seguire
consultare il web magazine che sarà disponibile da inizio febbraio (www.mat2020.com)
sabato
19/01
AFTERLIFE Live Club - via della Gomma 28 - Ponte San Giovanni (PG)
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA -
via Pietro de Coubertin – Roma (Roma)
ROSCOE
MITCHELL
info: 06/80241281 - 199/109783 - ROMA -
www.auditorium.com
ROSCOE MITCHELL Era la metà degli anni '60 a
Chicago quando Roscoe Mitchell iniziò la sua carriera, partecipando alla
nascita dell'AACM, la storica associazione per lo sviluppo della musica
creativa, nel cui interno nacque l'Art Ensemble of Chicago, una formazione
cruciale nel definire il - corso del
jazz dopo la rivolta musicale degli anni '60. Mitchell e compagni furono tra i
primi a teorizzare la Great Black Music, un sincretismo sonoro in cui conviveva
tanto il rispetto per la tradizione jazz, quanto l'attenzione per le altre
musiche afroamericane, il blues, il rhythm'n'blues, il funky ed il black rock,
così come per l'improvvisazione più free, avventurosa e d'avanguardia.
Parallelamente all'attività con l'Art Ensemble - che lo impegna tuttora -
Mitchell ha realizzato una lunga serie di opere, spaziando dai recital solitari
per sax e flauti, ai gruppi di chiara discendenza jazz a pagine a contatto con
la tradizione accademica europea, mostrandosi artista versatile e di rara
sensibilità.
Richard Galliano francese della Costa Azzurra
ma di chiare origini italiane, assurto in pochissimi anni ai vertici mondiali
del jazz, é il principale artefice del rilancio a tutto campo della fisarmonica
quale strumento dalle innumerevoli capacità espressive.
Giovedì
31/01
CONSERVATORIO DI MUSICA GIUSEPPE
VERDI – via Conservatorio, 12 - Milano (MI)
FERRARA JAZZ CLUB -
Torrione San Giovanni, Via Rampari di Belfiore 167 – Ferrara (FE)
ROSCOE
MITCHELL
ROSCOE MITCHELL: Era la metà
degli anni '60 a Chicago quando Roscoe Mitchell iniziò la sua carriera,
partecipando alla nascita dell'AACM, la storica associazione per lo sviluppo
della musica creativa, nel cui interno nacque l'Art Ensemble of Chicago, una
formazione cruciale nel definire il corso del jazz dopo la rivolta musicale
degli anni '60. Mitchell e compagni furono tra i primi a teorizzare la Great
Black Music, un sincretismo sonoro in cui conviveva tanto il rispetto per la
tradizione jazz, quanto l'attenzione per le altre musiche afroamericane, il
blues, il rhythm'n'blues, il funky ed il black rock, così come per
l'improvvisazione più free, avventurosa e d'avanguardia. Parallelamente
all'attività con l'Art Ensemble - che lo impegna tuttora - Mitchell ha
realizzato una lunga serie di opere, spaziando dai recital solitari per sax e
flauti, ai gruppi di chiara discendenza jazz a pagine a contatto con la
tradizione accademica europea, mostrandosi artista versatile e di rara
sensibilità.
Il Museo Rosenbach rappresenta un’entità musicale -
ed un fenomeno - sorprendente, un anomalo caso da studio approfondito.
Il loro unico album, “Zarathustra”,
è considerato uno dei capisaldi della musica progressiva italiana, ma come ben
sanno gli appassionati del genere trovò alle origini vita dura, durissima, per
effetto di errate valutazioni di stampo ideologico. Era un periodo di forti
messaggi, trasmessi soprattutto dal filone cantautorale, ma la rigidità giovanile tipica di quei giorni era in
grado di offuscare le menti, anche dei più ispirati.
A distanza di quarant’anni il Museo Rosembach ritorna, e lo fa proprio con la rivisitazione di Zarathustra, proposto in maniera
singolare, come testimonia il titolo dell’album, “ Zarathustra, Live in Studio”(AEREOSTELLA).
Per tutti i particolari relativi al progetto rimando all’intervista
a seguire, realizzata con Alberto Moreno, uno dei tre “antichi” della band,
assieme a Stefano
“Lupo”Galifi e a Giancarlo Golzi.
Quale il significato di una riproposizione dell’esistente a distanza di così tanto tempo?
L’impressione è che si voglia rifare il punto zero,
ovviamente rimodernato, per poi spiccare il volo con nuovi lavori che, come
Moreno dice, sono già in cantiere e in avanzato stato formativo.
Esiste forse un altro motivo, l’amore dell’oriente per il prog
italiano, ed in particolare per questa opera simbolo, già arrivata da quelle
parti un anno e mezzo fa, quando Lupo la presentò assieme al Tempio delle Clessidre, la band con cui
militava sino a pochi mesi fa. E ora Il Museo Rosenbach è atteso in Giappone…
Partiamo dai contenuti… immutati, naturalmente. Ma il contesto
è profondamente cambiato, in peggio, e il concetto del “superuomo” ha assunto
un significato differente, diventando il terreno in cui prolifica la normalità,
la coesistenza con la semplicità, il ritorno alle origini e la voglia di
serenità.
Non ho potuto fare a meno
di ascoltare le due versioni comparate (a memoria non mi era mai
capitato), e la prima cosa che salta agli occhi è la modifica della track list, che in questo “Live
in Studio” è capovolta, con la famosa suite situata nell’ideale lato B,
precisa scelta preparatoria alle esecuzioni live, momento per cui è stata
progettata una evoluzione crescente che raggiunge l’apice con i 22 minuti del
pezzo forte Zarathustra.
Anche la line up è
cambiata, rinforzata e ringiovanita, e così accanto a Moreno (non più al basso ma alle tastiere), Galifi (voce) e Golzi
(batteria), troviamo la doppia chitarra di Max
Borelli e Sandro Libra, la
seconda tastiera di Fabio Meggetto e
il basso di Andy Senis. Una
formazione corposa per un sound rinvigorito.
Accennavo ad un ascolto comparato, che in alcuni caso ha
significato alternare lo stesso brano nelle stesse precise modalità. Impossibile
criticare la prima versione, e le imprecisioni tecniche legate alla vecchia
registrazione fanno parte del profumo dell’epoca, ma è indubbio che le attuali
tecniche disponibili abbiano permesso di rilasciare un album perfetto e godibile in
tutti i suoi dettagli.
La nuova linfa poi appare particolarmente azzeccata, e gli
innesti hanno messo a disposizione un importante tasso tecnico ed entusiasmo,
fattori che probabilmente si sono rivelati motivanti per i tre membri
originali.
Mi era capitato di ascoltare l’intero Zarathustra qualche
anno fa, presentato on stage dal Tempio delle Clessidre, ed era stato
emozionante… sono ora curioso di vedere il vero Museo all’opera, senza dover
fare 12 ore di volo.
Per il momento accontentiamoci del supporto digitale, e se le
premesse sono queste possiamo dire…. bentornato Museo Rosenbach!
Che cosa ha fatto
scattare la molla… perché dopo tanti anni avete ridato vita al Museo Rosenbach?
La molla
che ha rimesso in moto il Museo non è scattata improvvisamente, si era solo
allentata per l’usura del tempo e per i diversi impegni di ciascuno di noi.
Giancarlo ha continuato a suonare nel professionismo, Lupo ha cominciato una
fase di cover singer e io ho continuato a comporre e a suonare ( Exit). Ti
posso dire che lo scatto della molla è avvenuto di colpo per quanto riguarda il
ritorno alla suite di Zarathustra, nel senso che è stata decisa la reprise solo
un anno, fa quando ci siamo detti: “ Ma
adesso sappiamo rifare il nostro album d’esordio?”
Riesci a sintetizzare
cosa si prova nel ritrovarsi a distanza di lustri, seppur con l’innesto di
qualche forza nuova?
Mi ha
colpito la scrittura del 1973, nella quale ho ritrovato tutto il mio background
formativo… Gentle Giant, Jehtro Tull. Genesis … Banco… poi risuonandolo ho
approfondito passaggi che allora eseguivo d’istinto. L’inserimento di nuovi
musicisti è stato un arricchimento sia umano che musicale. Quando ho sentito
suonare Andy Senis ho capito che dovevo lasciare il basso a lui. Per poter dare
dal vivo la completezza della partitura ci volevano due chitarre e due tastiere
così la band è lievitata.
Che cosa significa, dal
punto di vista strettamente tecnico, realizzare Zarathustra con gli attuali
mezzi a disposizione?
La prima
differenza riguarda l’uso del mellotron M400… non più nastri calanti! Il suono
usato oggi è un campionamento d’accordo ma anche i nastri lo erano e davano enormi problemi soprattutto nei
live; per il resto i mezzi di cui disponiamo permettono un lavoro di
preparazione più accurato, uno scambio di provini decisamente agevole… e poi una registrazione
più controllata nei settaggi.
Come nasce l’idea di un
live in studio?
Nasce dal
Tempio delle Clessidre, quando abbiamo
sentito la loro versione ci siamo posti la domanda di cui sopra; una sera Gian mi ha fatto notare che MAI negli anni 70 avevamo registrato la suite a
parte un frettoloso provino apparso su “Rare and” (Mellow records) e allora, con il ritorno
stabile di Lupo, la riesecuzione è entrata a far parte di un progetto live più
articolato. E’ come se avessimo registrato il primo tempo di un film…
Il messaggio che
proponevate 40 anni fa con l’ausilio delle liriche di Mauro La Luce appare più
che mai uno stimolo verso la riflessione. Occorre essere un superuomo per rinunciare
a ciò che da sempre ci appare indispensabile, nel tentativo di trovare la serenità?
Può
sembrare un gioco di parole ma il superuomo è l’uomo normale, non condizionato
pesantemente da pregiudizi o ipocrisie, in grado di rapportarsi alla natura con
spontaneità e innocenza, con la capacità di apprezzare i suoi doni e di
prevedere il suo corso di fronte al quale è sostanzialmente impotente. Il
superuomo è un uomo integrato nell’ambiente che gli è toccato. La serenità
viene da questa pacata accettazione del suo destino.
Il decadimento
rappresentato nella cover è di forte impatto e nonostante profumi di antico,
appare come simbolo del presente. Come nasce l’art work dell’album?
Siamo
partiti dall’immagine di un Museo all’interno del quale trova posto il messaggio
di Zarathustra; è una cover spaziale nel senso che abbiamo voluto ricostruire
un luogo; la decadenza deriva dal fatto che il Museo Rosenbach vuole
essere uno specchio, un piccolissimo riflesso del mondo in termini
musicali e iconografici. L’immagine del nostro mondo oggi non può che rimandare
ad un senso di decadenza, di polvere che deve essere rimossa.
Che cosa ha lasciato il
tempo sui tre pilastri del “Museo” (Galifi, Golzi e Moreno), qualche ruggine
prog eliminata rapidamente o solo un positivo accumulo di esperienza musicale?
La
seconda che hai scritto! La musica in generale (non mi riferisco a quella del
Museo) è così profonda che di esperienza non se ne ha mai abbastanza. Suonare è
una gioia che supera qualunque età e i tre “storici” pilastri hanno bisogno di
aggirare\ingannare il Tempo.
Come nasce la
collaborazione con Aerostella e quali sono i maggiori vantaggi nel lavorare con
Iaia De Capitani?
Iaia è
molto competente ed è una persona con la quale ci sentiamo tranquilli. Da parte
sua ci sono state gentilezza e chiarezza, atteggiamenti necessari per un buon
lavoro d’equipe.
Come giudichi l’attuale
stato della musica progressiva? E’ un buon momento per riproporla?
Ti sembrerà
strano ma non ascolto molta musica prog, e non è per presunzione; in generale
quando lavoro sulla composizione evito di ascoltare. Quando ascolto soltanto
vado sui classici del rock e della musica classica. Per quanto riguarda la
seconda domanda mi sento di risponderti che è sempre un buon momento per
riproporre musica di qualunque genere essa sia.
Siamo vicini al vostro
viaggio in Oriente, dove il pubblico ha fame di prog, soprattutto italiano (e
Lupo ne sa qualcosa). Può essere per voi un punto di partenza che vi conduca
anche verso un nuovo album?
Il nuovo
album è quasi pronto e ha la stessa struttura di Zarathustra: una suite e
alcune canzoni di completamento. C’è quindi un concept con una tematica non
estranea al mondo del disco che ci ha portato così
fortuna. Sarà un affresco a volte crudo nei suoni e nei testi e svilupperà i
temi indicati dal nostro amico profeta. Il Giappone ci ha dato molte
soddisfazioni in termine di vendite e di popolarità. Stiamo lavorando per
essere all’altezza dell’appuntamento.
È morto Claude
Nobs, fondatore del Festival
Jazz di Montreux.
Nobs aveva 76 anni, ed è rimasto vittima
di una caduta sugli sci durante le vacanze di Natale: dopo più di due settimane
di coma e dopo aver subito un intervento chirurgico, si è spento la notte
scorsa all’ospedale di Losanna.
“È una grande personalità della
musica che se ne va, un uomo appassionato, e penso che sia stata proprio la sua
passione per la musica a rendere possibile questo piccolo miracolo sul lago
Lemano”, ha detto il Ministro della Cultura elvetico.
Era il 1967 quando Claude Nobs lanciò il Festival di Montreux, capace di
attrarre sin dai primi anni le più grandi star mondiali: Miles Davis, Ray
Charles, James Brown, Carlos Santana, Sting, Gilberto Gil, Ella Fitzgerald,
solo per citarne alcuni.
O BB King, con cui Nobs e la sua armonica si esibirono in anni ben più
recenti.
Dal 5 al 20 luglio si terrà la quarantasettesima edizione del festival
di Montreux, la prima senza Nobs.
Ricorda Aldo Pancotti/Wazza Kanazza:
Berna 28 maggio 1978 - Concerto
dei Jethro Tull
La voce squillante di un presentatore...“ Benvenuto Italia… Good evenin, sit back, relax and
make yourself confortamble to enjoy, an evening with… Jethro Tull... Jethro Tull…”.
A ripensarci (ero presente), ancora mi si
accappona la pelle!
Tutti avete riconosciuto l'intro di Bursting Out, il live di quel tour.
Chi parlava al microfono era Claude Nobs che… se ne andato a 76
anni; era anche il fondatore del Festival Jazz di Montreaux, e musicista.
Sit back relax, and RIP Claude!
Il
ricordo di Ian Anderson- Tribute
to Claude Nobs
It is with great sadness that I read an email
last night from the Montreux Jazz Festival staff, announcing the passing of our
old friend Claude Nobs, founder of the MJF all those years ago in 1967.
He booked Jethro Tull to appear in 1970 and
again in 2003. He was still actively involved in directing the Festival, even
last July in the 46th year of the annual event, when he announced us on stage
for our third show there and joined us the next day as a featured guest at a
public workshop performance where he played blues harmonica with me and talked
with energy and enthusiasm, as always, to the audience.
Claude had been unwell on a few occasions in the
last years and was well aware of the passing years and need to look after
himself. We would meet for dinner once in a while when we were at home in
Montreux or visit his chalet for a quiet chat.
So, to hear of the accident on Christmas Eve
which lead to his emergency surgery and subsequent coma, was a huge shock, to
say the least. He took a tumble while on his cross-country skis near his home
and was rushed to hospital by helicopter ambulance later that night. He
remained in a coma for the next two weeks but we all imagined that he would
somehow miraculously awake and bounce off back up to Caux, in the hills high above
Montreux, with the boyish energy which he retained for all the time I have
known him. But it was not to be.
The things I will always remember most about
Claude were not the public persona, not the party-throwing generous host to all
the good and great of the Rock, Jazz and pop fraternity who drifted in and out
of his life. No, It is the boundless, naive optimism of the man, the boy, the
child which infected all around him. His innate love for music, musicians,
gadgets, trains, motorcycles and - well - just stuff was the simple charm which
exuded from him.
We will miss him sorely and treasure the legacy
which he has left for Montreux, all genres of music and the millions of
concert-goers who have enjoyed the sounds echoing off the water from that
beautiful little corner of Lac Léman, Switzerland.
But, as Claude would undoubtedly say, if we
could pass him the microphone right now, The show must go on.
Sono arrivato alla conoscenza deiQuanah Parkerattraverso il leader
della band, e autore di tutte le composizioni dell’albumQuanah!,Riccardo Scivales.
Band veneziana di lungo corso, nasce adinizio anni 80e per quattro anni si
dedica alNeoProg,senza peraltro arrivare
alla realizzazione di alcun album.
Nel2005la voglia di riprovarci
emerge, e Riccardo ricostituisce il gruppo con correzioni alla line up,
arrivando così aQuanah!, 12 tracce diArt Rock- una definizione
davvero calzante quella fornita dal C.S. - che delineano una precisa immagine
deiQ.P.
Nel lungo periodo di “assenza”, il talentuoso Scivales
non è stato alla finestra,diventando uno dei più apprezzati
autori di libri di musica e trascrittori di brani pianistici jazz a livello
internazionale. Impossibile ricostruire sinteticamente la sua impressionante
biografia e rimando al sito personale per recuperare notizie supplementari:
Il nostro scambio di battute è davvero esaustivo e
chiarisce la filosofia musicale di Riccardo e della band.
I brani proposti rappresentano l’evoluzione temporale
deiQ.P.,essendo stata realizzata
una miscela tra le “scritture” antiche - rivisitate - e quelle nuove, con una
incisione originale del 1984, la bonus track “Shenn Menn”.
Formazione dall’assetto tradizionale, ma con la
particolarità di una vocalist di prestigio, quellaBetty Montinoche, come ammetteRiccardo,potrebbe rappresentare l’alter
ego femminile diJon Anderson, omaggio inconscio al
punto di riferimento “YES”.
Nessuna copia, nessuna coverizzazione, ma stili e influenze diverse che
confluiscono in un lavoro pieno di fascino, anche se di non immediata
metabolizzazione.
Per apprezzarne i risvolti occorre prendersi il tempo corretto, afferrare
al volo le atmosfere cangianti e sognare sull'asse voce-tastiere.
Il ritmi non sempre lineari disegnati dalla sezione ritmica formata da
Giuseppe Di Stefano - basso - e Paolo "Ongars" Ongaro - batteria -
trovano il perfetto incontro con le trame chitarristiche inventate dalla
chitarra elettrica di Giovanni Pirrotta, e nasce spontaneo un ensemble
compositivo che a tratti mette i brividi.
Viene da rammaricarsi per la lunga assenza, e nasce la speranza che il
presente possa presentare un punto di partenza per la diffusione della musica
dei Quanah Parker,simbolo di una certa immortalità, ma
con una originalità che non sempre accompagna il talento, anche se elevato.
La prima cosa che sorprende leggendo la
storia della band, è il contrasto tra la lunga esperienza, che inizia negli
anni ’80, e il fatto di trovarsi al cospetto di un primo album. Mi racconti
l’evoluzione del progetto?
La
formazione originaria, da me fondata e attiva dal 1981 al 1985, era formata da
Riccardo Scivales (tastiere e composizione di quasi tutti i brani), Roberto Noè
(chitarra elettrica, composizione di alcuni brani, lead vocals o back vocals
in alcuni brani), Roberto Veronese (basso elettrico, sostituito per circa un
anno da Giorgio Salvadego), Giuliano Bianco (batteria) e Roberto Lucano
(tecnico del suono). Abbiamo avuto vari cantanti: Alfio Bellunato (per un
brevissimo periodo iniziale), poi Alessandro Monti e Maddalena Cutaia.
Alessandro Monti ha anche offerto l’ispirazione per vari testi. Questa
formazione diede vari concerti ed ebbe una certa notorietà (perlomeno in ambito
locale). Eravamo giovanissimi e pertanto senza finanze, quindi non pensammo mai
ad incidere un vero disco. Grazie alla bravura di Roberto Lucano, riuscimmo
però a registrare con un TEAC a 4 piste numerosi brani con una qualità sonora
abbastanza buona (queste registrazioni sono tuttora inedite, a parte Shen Menn, inclusa come bonus track nel CD Quanah!). Alla registrazione di due o tre brani parteciparono
anche dei musicisti ospiti: Stefano Covis (chitarra ritmica) e Stefano Sepulcri
(flauto). Nel 1985, i problemi legati al servizio militare (allora
obbligatorio) ci portarono allo scioglimento; dopo lo scioglimento, prendemmo
strade diverse (anche per motivi di studio e di lavoro) e persi di vista tutti
gli altri Quanah, eccetto Giuliano Bianco, che ha suonato per dieci anni
(1995-2005) nella mia band afrocubana “Mi Ritmo”. Quando ho rifondato i Quanah
nel 2006, ho scelto quasi tutti nuovi musicisti perchè molti dei componenti
originari ormai abitavano in città troppo distanti tra loro, per cui era
impossibile poter provare insieme;la formazione
attuale è stata rifondata nel 2006. Giovanni Pirrotta (mio collega nelle scuole
di musica) aveva manifestato interesse per le mie composizioni, e abbiamo
passato un’estate a lavorare insieme sulle vecchie registrazioni dei Quanah per
trascriverle e “ricostruirle”. Si sono poi aggiunti a noi Giorgio Salvadego
(uno dei due bassisti dei Quanah originali, e Presidente del fan club The
Italian YES Appreciation Society), il batterista Paolo “Ongars” Ongaro e Andrea
“Supercantante” Cuzzolin (voce, chitarra ritmica). (In seguito, per circa due
anni abbiamo avuto come bassista Francesco Calabrò, e per un brevissimo periodo
come cantante Sara Righetto). Come già sai, i componenti della formazione
attuale sono Riccardo Scivales (tastiere, composizione), Elisabetta “Betty”
Montino (voce), Giovanni Pirrotta (chitarra elettrica), Giuseppe Di Stefano
(basso elettrico) e Paolo “Ongars” Ongaro (batteria). Quando Ongaro non è
disponibile (causa motivi di lavoro nella stagione estiva), dal 2008 il nostro
validissimo alternate drummer è
Massimiliano “Max” Conti (altro grande estimatore dell’universo YES). A partire dal
2006, i “nuovi Quanah” hanno avuto una discreta attività live (vedi ad esempio Silly Fairy Talehttp://youtu.be/7gBZid_iKwI) e hanno partecipato
con successo anche a varie rassegne importanti: su tutte “Musica Continua 2006-2007” (Mestre), che nella
stessa stagione aveva ospitato gli Hatfield and the North. Oltre a tutti i
brani vecchi e nuovi dei Quanah Parker, fino a tutto il 2010 abbiamo suonato
regolarmente in concerto numerose covers di Yes (Wurm, Roundabout, Soth Side Of the Sky, Long Distance Run Around, Owner Of A Lonely Heart),Rick Wakeman (Merlin The Magician),Jethro
Tull (Aqualung, Hymn 43, Locomotive Breathe),Genesis (Lilywhite Lilith),Pink
Floyd (Breathe), PFM (Impressioni di settembre) eBeatles (Come Together, Hey Jude).
Più recentemente abbiamo deciso di proporre soprattutto i nostri brani. Ci
siamo inoltre autoprodotti alcuni materiali, come un Demovideo DVD (2007, recensito molto favorevolmente da Donato Zoppo
in MovimentiProg) e un mini CD demo (After
The Rain, 2009).
Perché
abbiamo inciso così tardi Quanah!,il nostro primo disco “ufficiale”? Se
non vivi di sola musica “suonata” è molto difficile conciliare gli impegni di
lavoro e famiglia con le prove, le date ecc., e trovare anche un periodo in cui
tutti possono prendersi dei giorni liberi per entrare in sala d’incisione. La
svolta è arrivata a inizio 2011, quando ci siamo finalmente imposti di incidere
un vero CD presso l’eccellente HLK Studio (Caorle, VE) di Roberto Riosa.
Abbiamo inciso tutto in tempi brevissimi (due giorni), poi siamo andati un po’
per le lunghe con i missaggi, perché per i soliti impegni di lavoro potevamo
farli solo una volta a settimana (e di sera tardi). A missaggi completati, il
“vecchio Quanah” Alessandro Monti è venuto ad ascoltare un nostro concerto e ne
è rimasto così entusiasta che ci ha offerto di co-produrre questo CD Quanah! per la sua etichetta diplodisc.
Abbiamo cercato di curare anche l’aspetto visuale del CD: in tal senso, Betty
Montino ha creato il suo bellissimo artwork della copertina e del booklet. Il
CD è stato presentato ufficialmente il 24 novembre 2012 all’importante rassegna
“MusicaContinua” di Mestre (dove avevamo già suonato nel 2007), e per l’occasione
io e Betty abbiamo suonato vari brani del CD in arrangiamenti per voce e
tastiera, e sono stati anche proiettati due promovideo gentilmente realizzati
da Roberto Noè e da Alessandro Pizzin
(organizzatore della rassegna):
Riguardo ai nostri materiali
pubblicati, una cosa forse importante e di cui vado particolarmente orgoglioso
è che (almeno per quanto ne so io) probabilmente siamo l’unica Prog band
italiana i cui spartiti sono stati stampati e pubblicati all’estero: infatti,
gli spartiti per piano solo di varie mie composizioni per i Quanah (Chant Of The Sea-Horse, Flight, After The Rain e Prelude To
“Sailor Song”) sono stati pubblicati nelle prestigiose riviste statunitensi
“Keyboard Classics” e “Piano Today” (ora purtroppo chiuse dopo trent’anni di
gloriosa attività). Così anche per altri due brani del nostro repertorio live,
un mio arrangiamento in 5/4 di Jingle
Bells (intitolato Take Five Jingle
Bells) e un mio arrangiamento in 3/4+3/8 di Amazing Grace (ispirato a una bellissima versione di questo brano
di Rick Wakeman nel suo DVD omonimo), entrambi pubblicati nella rivista
statunitense “Sheet Music Magazine” (anch’essa purtroppo ora chiusa dopo
trent’anni di attività). Sempre nella rivista “Piano Today” sono stati inoltre
pubblicati i miei arrangiamenti per piano solo di South Side Of The Sky (Yes) e Merlin
The Magician (Wakeman), accompagnati da miei articoli introduttivi sul Prog
e sullo stile di Wakeman. “Piano Today” era uno straordinario magazine “a tutto
campo”, rivolto a un pubblico di pianisti sia classici che jazz che Latin, e la
cosa bella è stata l’immediata reazione positiva dei lettori di questa rivista:
alcuni di loro, infatti, hanno scritto delle lettere di grande apprezzamento
alla pubblicazione di questi miei materiali Prog. Inoltre, ho ricevuto una
lettera personale di apprezzamento per il mio Chant Of The Sea-Horse da parte del grandissimo pianista jazz Dick
Hyman, che tra le altre cose è autore di uno dei primissimi dischi storici di
Moog (Moog: The Electric Ecletics Of Dick
Hyman, Command Records, 1968, contenente il brano The Minotaur, una hit che all’epoca influenzò profondamente Keith
Emerson e il suo assolo di Moog in Lucky
Man).
Il contenuto del disco è una miscela tra
antico e nuovo, una sorta di recupero del passato con l’aggiunta di nuove idee.
Quali sono le differenze fondamentali che trovi ascoltando, a lavoro terminato,
periodi storici inevitabilmente a confronto?
Essendo
tutti i brani di mia composizione, mi è difficile trovare grandi differenze: la
band attuale è semplicemente la naturale prosecuzione di quella iniziale. Ad
ogni modo, c’è senz’altro una certa differenza di sonorità, dovuta:
-
alle mie attuali tastiere, che sono digitali, mentre quelle che usavo nel
periodo 1981-1985 erano analogiche. Intendiamoci: adoro le sonorità analogiche,
mi piacerebbe poter suonare circondato da tastiere analogiche, e con i vecchi
Quanah usavo quattro tastiere (un organo, un piano elettrico, un pianoforte
elettronico e una tastiera d’archi). Ma motivi eminentemente pratici non
rendono più possibile tutto ciò. Ora faccio tutto (anche live) con un unico
pianoforte digitale Casio Privia PX-300 (talvolta con l’aggiunta di un expander
Korg): ci ho lavorato davvero molto su, cercando di creare dei “miei suoni” personali
mediante la sovrapposizione di timbri e il loro balance (in Quanah! ascolta ad esempio Chant Of The Sea-Horse e le Intro di After The Rain, People In Sorrow e Silly
Fairy Tale). In tal senso, mi hanno molto influenzato le sonorità usate da
Rick Wakeman in DVD recenti (suoi o degli Yes) degli anni 1990s e 2000s (tipo The Ultimate Anthology, Songs From Tsongas,ecc.), sonorità che in qualche modo ho ritrovato anche in alcuni
brani nello stupendo DVD Ciò che si vede
è del Banco.
-
al fatto che i musicisti attuali sono diversi, ovviamente, da quelli del
periodo 1981-1985, e quindi usano
anch’essi strumenti e sonorità diverse. Riguardo alle diversità stilistiche: 1)
Paolo Ongaro ha un forte background Prog e “rock” (il batterista originale era
più legato al jazz e alla fusion); 2) oltre a un grande background Prog,
Giuseppe Di Stefano ha lo stesso background jazzistico e fusiondel bassista originario, però usa un
basso a 6 corde e ha una sonorità particolarissima (è un vero cultore del
suono!); 3) Giovanni Pirrotta (che è anche un eccellente chitarrista country) ha un background rock diverso
rispetto a quello (sempre rock, ma più legato al Prog) del chitarrista
originale, e ha anche una diversa concezione timbrica dello strumento. Dopo
avermi conosciuto si è però accostato con entusiasmo al Prog, con eccellenti
risultati; 4) un elemento importante che caratterizza la band attuale è
sicuramente la cantante Betty Montino, in virtù delle sue grandissime capacità
tecnico-interpretative e del suo particolare “colore” timbrico. Betty sa
spaziare dal rock alla musica classica al jazz, e uno dei suoi principali
modelli di riferimento è Kate Bush.
Riguardo
alla miscela “old&new” e al recupero del passato con l’aggiunta di nuove
idee e lo sviluppo di idee precedenti: nel riproporre i brani della vecchia
formazione, dove lo abbiamo ritenuto necessario abbiamo mantenuto praticamente
intatte quasi tutte le idee originali—nel CD Quanah!,questo è il caso
di Quanah Parker, Sailor Song e The Garden Awakes. Vari altri brani sono stati invece sviluppati o
rielaborati, con l’aggiunta di nuove Intro e Finali, nuovi temi o controcanti,
el’aggiunta (o l’ulteriore sviluppo) di sezioni aperte
all’improvvisazione: nel CD, è il caso ad esempio di After The Rain, No Time For
Fears, Flight e Silly Fairy Tale. Sempre nel CD in
oggetto, Chant Of The Sea-Horse è un
brano completamente nuovo e vari altri (The
Limits Of The Sky, People In Sorrow e
Asleep) sono a tutti gli effetti
delle nuove creazioni della band attuale, elaborate partendo da semplici vecchi
abbozzi “piano e voce”, registrati da me e Alessandro Monti nel 1985. Ad ogni
modo, per sottolineare la continuità con i Quanah originali, nel CD abbiamo
incluso una bonus track registrata
nel 1984 (Shen Menn).
Leggendo nel booklet annesso al CD la nota di
Alessandro Monti, si arriva ad una bella definizione di Art rock, all’interno
della quale si evidenza la non curanza dell’aspetto consumistico. Perché
secondo te è diventato quasi impossibile vivere di sola musica, se si sceglie
la via della qualità e dell’impegno musicale?
Per la verità, nelle liner notes in italiano c’è scritto che
l’Art rock “è apparentemente privo di valenze consumistiche”:
un’affermazione su cui vale la pena di riflettere se solo pensiamo agli album
di Art rock che hanno venduto decine di milioni di dischi, come Tubular Bells di Mike Oldfield, Journey To The Centre Of The Earth di
Wakeman e The Dark Side Of The Moon dei
Pink Floyd solo per citare alcuni esempi. Ad ogni modo, penso che oggi sia
diventato quasi impossibile vivere di sola musica “di qualità e impegno
creativo” per mille motivi: il “semideserto” culturale che sembra imperante, la
crisi economica che ha colpito anche i locali che propongono musica dal vivo, e
(non ultimo) il fenomeno delle “tribute band”, che purtroppo rende sempre più
difficile proporre musica propria nei locali.
Il tuo amore per il mondo “YES” è dichiarato.
Quanto conta tutto questo nella scelta di una vocalist come Betty Montino, che
potrebbe ricondurre ad un Jon Anderson in versione femminile?
A parte l’immenso Jon Anderson
e il mio amore per il mondo “YES”, mi ha sempre affascinato l’uso della voce
femminile (e in particolare del vocalizzato femminile) nel rock, nel
Prog e nella musica folk inglese e celtica (altre mie influenze importanti).
Tra i primi esempi che mi vengono in mente, brani come Catherine Of Aragon e Anne
Boleyn di Wakeman, The Great Gig In
The Sky dei Pink Floyd, l’album The
White Ladies dei Trace di Rick Van Der Linden, i primi Renaissance (quelli
con Annie Haslam li ho ascoltati poco), l’immensa India di Llegò la India via Eddie Palmieri,gli irlandesi Clannad e le cantanti del folk inglese, nonché la
fantastica “rock women band” Cheetah. Ad ogni modo, a pensarci bene, molto
probabilmente hai proprio ragione tu nell’ipotizzare che la scelta di una
vocalist donna come Betty Montino potrebbe avermi ricondotto (magari
inconsciamente) a un Jon Anderson in versione femminile! E anche qui c’è una
continuità con i Quanah originali, che come ho detto prima avevano anche una
cantante donna (Maddalena Cutaia), per certi versi affine a Betty. Direi
inoltre che la voce femminile conferisce al rock un’aura “spirituale” (e in
qualche modo “fatata”): il che ci riporta ancora—e daje!—a Jon Anderson e al mondo “YES”!
Che cosa ha in più, e in meno, la band
attuale rispetto a quella di inizio anni ’80?
Difficile risponderti senza
fare un torto a qualcuno dei componenti passati o attuali dei Quanah! Dico
questo perché ho avuto la fortuna di lavorare sempre con musicisti bravi e
sensibili, e ognuno di loro ha portato un proprio importante contributo alla
band.
Che cosa accade nei vostri live show? Cosa
c’è oltre alla musica?
Oltre alla musica utilizziamo
dei fondali video che vogliono dare una suggestiva ambientazione alla musica
stessa. Soggetti dei fondali sono numerosi quadri di grandi paesaggi o di
soggetti pellerossa dipinti dai vedutisti statunitensi dell’Ottocento, alcune
foto del capo pellerossa Quanah Parker, alcuni sfondi delle copertine di Roger
Dean per gli Yes, e anche delle immagini astratte (ad esempio vedi i Link ai
promovideo, e i video nel nostro sito www.quanahparker.it ).
Ho letto di una tua collaborazione con Tony
Pagliuca. Progetti top secret?
Nel 2010 ho curato l’editing e
il Music Engraving tramite software degli spartiti di tutti i brani del
bellissimo disco di Tony, APRES MIDI
piano solo. Stiamo cercando un editore che pubblichi questo album di
spartiti, e uno di questi (Gioco di bimba)
è stato finora pubblicato in proprio, in tiratura limitata. Sempre nel 2010,
per Tony ho anche arrangiato per duo pianoforte/tastiera Felona, Ritratto di un mattino
e Frutto Acerbo, che abbiamo
suonato insieme dal vivo alle Fiere di San Donà di Piave. Riguardo alla mia
collaborazione attuale in duo con Tony, per il momento non posso dirti di più:
speriamo che si concretizzi, e in quel caso credo che sarà una bella sorpresa!
Sempre seguendo la bio del gruppo, viene
descritta la tua intensa attività didattica e compositiva anche al di fuori dai
nostri confini. Mi racconti qualcosa di più?
Molte informazioni - e
materiali esemplificativi importanti - li trovi nel mio sito www.riccardoscivales.com cliccando sui tasti
Reviews, Music Books, Compositions, Transcriptions, Arrangements, ecc. (Il sito
è rimasto indietro a qualche anno fa, e devo aggiornarlo). Inoltre, nella mia
attività di insegnante di Pianoforte Moderno nelle scuole di musica propongo
spesso ai miei allievi migliori delle versioni per piano solo di classici del
Prog come South Side Of The Sky, Catherine Parr, Catherine Of Aragon, Anne
Boleyn, Jane Seymour, Trilogy, Tarkus, Knife-Edge, A Salty Dog, Repent Walpurgis, Profondo
Rosso, Gioco di bimba, Wait For Sleep,ecc.: hanno una grandissima validità didattica, e dovresti vedere
come entusiasmano gli allievi! Alla faccia di chi dice che il Prog è un genere
“di nicchia”, ecc.
Come vedi il futuro della musica di impegno e
qualità?
Penso che potrebbe avere un
futuro senz’altro migliore se ci fosse un’educazione musicale decente (e
intelligente e aperta) nelle scuole e nei media. Per quanto riguarda la mia
personale esperienza didattica, ho notato che quando mi arrivano dei nuovi
allievi cresciuti a “X Factor” ecc., non appena faccio loro conoscere qualcosa
di bello (tipo la grande musica rock del periodo 1966-1975, ma anche altri
generi musicali), questi allievi si entusiasmano, e se ne hanno le doti, nel
giro di qualche anno cominciano essi stessi a formare le loro band e a creare
qualcosa di bello.
E dopo questo primo album… cosa farete da
grandi?
Quest’anno incideremo un
secondo album. Il materiale è già pronto: abbiamo molti brani nuovi, e dobbiamo
ancora incidere vari vecchi brani del primo periodo dei Quanah, che abbiamo già
rielaborato e suonato spesso live!