lunedì 6 agosto 2012

Crystal Phoenix


L'album di cui mi appresto a parlare è “Crystal Phoenix”, dell'omonima band, un disco “antico”, ma di recente ristampa, una riedizione proposta dalla Black Widow Records di Genova. Ed è proprio Massimo Gasperini, il fondatore dell'etichetta discografica, che racconta l'incredibile storia legata a questa opera prima:

Credo fosse l’ 89… lavoravo in una importante emittente radiofonica di Genova e una sera invitai il mio amico Renato, che presto diventerà il cantante dei Malombra, il quale mi portò questo album in vinile ovviamente e mi propose di trasmetterne un pezzo.
INCREDIBILE, fu amore a prima vista!
Ancora più incredibile era che lui il disco lo aveva comprato nel negozio accanto a quella che diventerà nel '90 a BLACK WIDOW RECORDS.
Ancora più assurdo era che l’album era assolutamente introvabile, pure essendo stato edito per un' etichetta sconosciuta di Savona.
Comiciai le ricerche dopo aver scoperto che la ragazza che cantava e suonava l’ ARPA si chiamava Myriam ed era di Domodossola; a tentativi, tramite elenchi telefonici, riuscii a trovarla e le chiesi di raccontarmi la sua storia e di spiegarmi come mai un disco appena registrato fosse già introvabile.
Semplicemente per disaccordi (ho capito che questi erano molto comprensibili) con l’etichetta, il loro accordo si era interrotto e la casa discografica aveva deciso di mandare al macero le copie restanti di questo piccolo capolavoro.
Contattai i discografici, ci incontrammo e ritirammo i master su boibine dopo aver pagato il deposito.
A questo punto seguì la nostra ristampa in CD con regolare contratto con l’artista; dopo qualche mese giunse un FAX in negozio di questa etichetta della KOREA, la SIWAN, che chiedevano un incontro col loro direttore che ci avrebbe fatto visita entro qualche giorno.
Dopo averlo sistemato nel migliore albergo della zona di Principe, lo andai a prendere alla stazione e presto capii che il motivo della sua vista era CRYSTAL PHOENIX: lo aveva in qualche modo ascoltato, - noi già a quel tempo facevamo promozione nel mondo - e lo avrebbe voluto stampare in Korea.
L’accordo fu semplice e positivo per tutti, in Korea venne stampato in vinile a poster, stampa limitata in marmo e due diversi formati di CD con copertina diversa ( l’originale era troppo Dark per loro). I contatti con la SIWAN vanno ancora avanti, loro hanno comprato altre nostre licenze e recentemente hanno fatto suonare IL TEMPIO DELLE CLESSIDRE a Seoul, e uscirà presto un DVD… Crystal Phoenix dopo 6-7 anni hanno registrato per noi un secondo album e può darsi che seguirà un terzo. Intanto noi, dopo 20, anni abbiamo messo fuori una nuova edizione del primo album con 4 bonus tracks.
La storia continua...”.

Un album ricco di di idee originali e contaminato da vari stili, come giusto che fosse, vista la giovinezza della leader della band, la polistrumentista Myriam Sagenwells Saglimbeni.
A risentirlo a distanza di molti anni dalla creazione appare come un lavoro fresco e quasi innovativo, probabilmente “vivo” per la semplice intuizione di un appassionato di musica, colpito dal primo ascolto.
Per saperne di più dei Crystal Phoenix leggere l'interessante intervista a seguire e visitare il loro sito ufficiale:



L'INTERVISTA

Cominciamo con un’apparente banalità (ma trovo che spesso ci sia correlazione, magari inconscia, con la filosofia musicale della band): da dove arriva il nome “Crystal, Phoenix”?

Non è una banalità… ci ho pensato a lungo, prima di scegliere questo nome.
La fenice di cristallo perché: il cristallo (è una roccia) è apparentemente durissimo ma si può rompere, la fenice risorge sempre dalle ceneri, quindi si rialza sempre… un po’ come mi sento io.

Massimo Gasperini mi ha raccontato l’incredibile storia legata alla vostra conoscenza. Che ricordi hai/avete di quel periodo?

Sicuramente bei ricordi! Certamente, la carriera musicale in Italia non è facile e le poche cose positive servono a darti forza.

Myriam, che tipo di cultura musicale hai alle spalle, quali musicisti ti hanno maggiormente influenzata?

Ascolto musica a seconda dello stato d’animo in cui mi trovo, ma in particolare mi piacciono i generi che danno la carica: Manowar, Malmsteen, Randy Rhoads (Ozzy Osbourne), TNT, Thy Majestie, ma anche musica irlandese tradizionale, la McEnnith o, più recentemente, ho apprezzato moltissimo il pezzo presentato per la Macedonia da Kaliopi, al Festival Europeo della Musica. Mi piace Vivaldi e trovo geniale Bach … Ascolto un po’ di tutto.

Come nasce l’idea, nel 1989, di realizzare un album da “one woman band”?

Da necessità virtù: avevo in testa un concept fin da piccola, e mi sentivo di poterlo raccontare solo in musica. Ho partecipato ad un concorso e sono stata selezionata insieme ad altri quattro artisti, per l’incisione di un album. Essendo una ragazzina, non mi si dava molta fiducia, per cui, non avendo una band stabile, ho dovuto occuparmi di tutto quello che sono riuscita a fare da sola (giudice, giuria e boia avrebbe detto mio nonno!). Riguardo un pezzo, per esempio, ho dovuto aspettare di riuscire a suonarlo tecnicamente, perché l’avevo in testa, ma non riuscivo ad eseguirlo come avrei voluto (parlo della parte di chitarra in Black out, nel secondo lavoro). Non ho potuto frequentare il conservatorio e ho dovuto arrangiarmi. E’ ovvio che alcune cose avrebbero potuto essere più migliorate con un po’ più di risorse. Per esempio: non sapendo suonare la batteria e non essendo un batterista, l’accompagnamento sintetizzato era un po’ in scatola…

Ho ascoltato con attenzione - e stupore - il vostro album omonimo. Riuscite a mantenere intatta l’atmosfera generale anche in fase live?

Ci si prova sempre, e all’ascoltatore l’ardua sentenza!

Che cosa vi è accaduto negli ultimi venti anni, dal momento che esiste solo un “secondo atto”, The legend of the two stonedragons”?

Accade che bisogna ‘sopravvivere’… quindi non potendolo fare come lavoro, ho dovuto anche trovarmene uno che, piacendomi, me lo permettesse…

Tra il primo album ed il secondo sono passati 14 anni. Se nel primo le metafore si rifanno a storie medioevali, nel secondo si è proiettati nel futuro... una buona differenza concettuale. Come è cambiato il vostro modo di realizzare e interpretare la musica?

Forse per il genere di studi che ho intrapreso, o forse per attitudine, non so, ho sempre visto e percepito ogni cosa su tre livelli. Tipo: concetto, significante e significato. Il concetto si esprime con il linguaggio che ha dei ‘segni’ verbali che però possono essere fraintesi. La musica è il linguaggio più immediato, universale perché scavalca i segni che sono le parole e tocca direttamente le sensazioni. La musica può far ricordare (passato) ed immaginare (futuro) con l’ascolto (presente). Da piccolissima pensavo che le persone si potessero capire tra loro guardandosi negli occhi, poi ho capito che questo linguaggio non verbale è andato perso, il concetto mimetizzato e occultato con le parole. Quindi l’unica cosa che rimane intoccabile, al di là di ogni parola resta la musica. Essa non mente.
Le emozioni sono state sempre le stesse, nel passato, nel presente ed anche nel futuro lo saranno… quindi, ho pensato una storia che si snodi in questi tre momenti, strettamente collegati tra loro. Passato e presente determinano il futuro (per due punti passa una e una sola retta), serve affrontare il passato, poi scegliamo il presente di momento in momento, quindi in questo senso determiniamo il nostro destino e stabiliamo il futuro (libero arbitrio).
Non si scappa da se stessi, ecco il tema del concept. Ogni personaggio è una parte di una storia, che è la storia di ognuno di noi. Ho cercato in modo più o meno riuscito, di raccontare questo. Nel tempo ho trovato persone che la pensassero come me e abbiamo continuato a lavorarci. Questo ha portato ovviamente altre idee stilistiche, che si sono inserite con le altre.

L’artwork dell’album - o almeno i disegni di copertina - è stato realizzato da Myriam. Da dove nasce l’amore per il disegno?

Sempre dalla necessità di esprimere delle sensazioni che le parole non bastano a raccontare, come per la musica. In particolare cercavo di pensare un lavoro organico, che si muovesse in più campi artistici. Ascoltando musica esprimevo attraverso il disegno, le mie emozioni.

Un’artista e una band che si muovono tra passato e futuro, che importanza danno alla tecnologia attuale, internet in primis?

La comunicazione è importante, la tecnologia offre strumenti che sta a noi imparare ad usare. Internet offre una velocità di informazione, che però banalizza e superficializza. Per ‘attirare l’attenzione’ si escogitano quindi espedienti sempre più basati sull’involucro. Non ci si guarda più negli occhi, prendendo il coraggio di ciò che si dice e si fa, si resta nascosti dietro lo schermo. Come tutte le cose, non è negativo, ma negativo ne può diventare l’uso fatto o l’abuso. Rifiutare a priori non è mai stata una scelta giusta. Serve aggiornarsi: è importante non vivere fuori dal proprio tempo.

Provate a disegnare il vostro futuro, tra desideri e progetti, da oggi al 2015.

Se, come credo, questa formazione rimarrà stabile, l’idea sarebbe quella di lavorare dal vivo. I pezzi del prossimo lavoro ci sono (sarebbe stato la conclusione del concept con la parte finale futuro-presente), ma tutto dipende. Spero di non morire di vecchiaia nel frattempo… Non potendo fare il musicista di professione, ringrazio tantissimo chi, come la Black Widow, ha creduto in questo lavoro, dando la possibilità di fare questo, che comunque non è poco...



Tracklist:

1. Damned Warrior 02:40     
2. 474 Anno Domini 05:06     
3. Somewhere, Nowhere Battle 04:37     
4. Loth-er Siniell 05:01     
5. Heaven To A Flower (Part 1);
   
Violet Cristal Phoenix (Part 2) 06:42     
6. Dark Shadow:
   
1) The Dove And The Bat;
   
2) The Last Flight 07:13     
Bonus Tracks:
7.  Damned Warrior (Demo Tape 1989)
8.  Heaven To A Flower (Demo Tape 1989)
9.  The Dove And The Bat (instrumental Demo Tape 1989)
10. 474 Anno Domini (2011 Version)




Line-up 1989:
Myriam Sagenwells Saglimbeni - Vocals, Guitars, Bass, Harp
Silvio Tomà - Guitars
Patrizio Prametti - Guitars
Roberto Mazza - Drums


Line-up 2012:
Myriam Sagenwells Saglimbeni - Vocals, Guitars, Bass, Harp
Raymond (Remo) Sgrò - Piano, Keyboards, Flute, Bass  
Andrea (Andrew) Amico - Drums

giovedì 2 agosto 2012

NATHAN - Live in Noli



Sabato 28 luglio, la suggestiva Piazza Chiappella, a Noli, in provincia di Savona, ha ospitato i Nathan e il loro tributo ai Pink Floyd.
Per chi non conoscesse il luogo, occorre evidenziare che Noli è uno di quei paesi affacciati sul mare, che nei mesi estivi si trasformano e permettono una piacevole vita turistica fatta di paesaggio, acqua marina e attrazioni mirate. La musica fa parte delle proposte ed un palco posizionato di fronte ad una sorta di anfiteatro colpisce immediatamente … se non resta vuoto.
Parto proprio dal’argomento “partecipazione”.
E’ sempre più difficile portare il pubblico in teatro, in piazza … ovunque ci sia l’evento musicale. E un concerto con poco pubblico difficilmente troverà la scintilla giusta per trasformarsi in qualcosa da ricordare, e solo un’audience coinvolta può alimentare le necessità espressive dell’artista on stage.
I Nathan hanno trovato il massimo ottenibile in termini di quantità. Tutti i posti a sedere occupati, e molti in piedi, in attesa che qualcuno si stancasse - tipicamente chi aveva figli piccoli - per l’immediato turnover. Queste sono vere soddisfazioni per chi suona, anche se “del mestiere”.
Soddisfazioni anche per chi ha lavorato per organizzare l’evento, vale a dire il Comune di Noli e la MusicArTeam di Savona.
Era la terza volta che assistevo ad un loro concerto in un piccolo spazio temporale, circa sei mesi, e ho visto enormi progressi dal punto di vista dell’amalgama, del sound generale e della forza comunicativa. Per proporre il materiale dei Pink Floyd occorre avere un chitarrista “gilmourianio”, come ha evidenziato Bruno Lugaro, bassista e una delle voci della band, e il chitarrista  Massimiliano Marano appare come uno dei cardini di questo nuovo progetto, l’ultimo di un gruppo votato al prog.
Molto nutrita la squadra: accanto ai già citati Lugaro e Marano, troviamo Massimo Spica alle chitarre, Fabio Sanfilippo alla batteria, Piergiorgio Abba alle tastiere, Alessio Contini alla voce, Monica Giovannini voce e cori, Muriel De Dominicis ai cori, e Fancesco Monti  al sax.
La serata targata Pink Floyd inizia con le parole di chi, dal palco, prova a dare un senso ad un mondo complesso, attraverso l’interpretazione di alcune copertine di vinile. E’ fatto inusuale ma pregevole nell’intento… poco apprezzato da una parte di pubblico e allora… si tira innanzi, e la musica metterà alla fine tutti d’accordo.
La scaletta che la band propone mi pare rigorosa e coraggiosa, anche nella collocazione temporale dei vari brani. Provo a spiegarmi meglio. L’universalità dei Pink, passa obbligatoriamente attraverso gli album più famosi, quelli carichi di trame conosciute anche da chi non è particolarmente amante della musica. Parlo delle tracce inserite in “The Dark Side of the Moon”, “Wish you Were Here” o “The Wall”. Il resto appare più materiale per gli amanti del genere. 
Al contrario, nella proposta dei Nathan i pezzi più "ammiccanti" non sono presentati all'inizio, quando solitamente è necessario scaldare il pubblico, ma da metà concerto in poi, e nel repertorio compaiono pezzi molto lunghi, come "Echoes", da "Live at Pompei", o "Dogs", da "Animals". Eppure il pubblico ha gradito incondizionatamente, dimostrando entusiasmo e regalando partecipazione attiva per l'intera durata del concerto, due ore circa.
Tutto un crescendo, con uno scatto in avanti che, dal sunto di "The Dark...", porta a "Another Brick in the Wall", "Comfortably Numb" e "Run Like Hell".
Davvero emozionaate.
Emozionante è per me, ogni volta, sentire Monica Giovannini proporre la complicatissima parte che fu un tempo di Clare Torry, protagonista nascosta di "The Great Gig in the Sky":

Ma ci sono altre luci che brillano in questa serata di fine luglio… dall’emozionatissimo Francesco “Frè” Monti, che si dimostra preciso nelle sue parti di sax, a Muriel De Dominicis, corista efficacissima, da Massimo Spica, chitarrista esperto a Piergiorgio Abba, il direttore della melodia, dal drummer Fabio Sanfilippo, in particolare stato di grazia, al soprendente Alessio Contini, vocalist di probabile formazione rock, ma ormai naturalmente votato al genere “psichedelico”.
Alla fine la felicità è palese per tutti: una bella serata di musica, di questi tempi, è fatto tutt’altro che trascurabile.

 

Altri video disponibili:

http://www.youtube.com/watch?v=7PbyhNm-hYQ&feature=youtu.be


mercoledì 1 agosto 2012

BANCO e ORME a Villa Serra

 Foto di Enrico Rolandi

Dopo  UT e PFM, per il terzo giorno di fila Genova presenta il suo volto prog, e nell’occasione utilizza uno scenario da favola, Villa Serra, dotata di un parco molto suggestivo che ha dato spazio alla storia del rock italiano attraverso le esibizioni di BANCO e ORME, nell’ambito del “Goa Boa Festival”.
Sono passati molti anni dagli esordi e le due formazioni continuano a regalare momenti significativi e non pare accusino stanchezza.
Entrambe differenti rispetto alle origini, presentano linee guida simili alla maggior parte dei  gruppi storici ancora in attività, vale a dire uno zoccolo duro unito a nuova linfa che, anagraficamente e ideologicamente, reca i segni del rinnovo e della “rivisitazione moderna”.
Villa Serra è un luogo molto decentrato e ci si va solo con l’obiettivo di partecipare ad un evento ben  preciso, ma i nomi in gioco erano di grande peso, e i posti a sedere non sono bastati per contenere il pubblico presente.
Un piccolo aneddoto iniziale appare come significativo e rappresentativo di quanto certe musica sia ormai immortale e attecchisca anche con le ultime generazioni.
Il merchandising del BANCO è gestito dal mio amico Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza. Un’ora prima del concerto, tra i tanti ricercatori di novità, c’erano due giovanissimi che, volendo acquistare un cimelio/ricordo, hanno iniziato un controllo approfondito delle proprie tasche, alla ricerca delle monete utili per arrivare all’obiettivo finale. Ma nonostante l’impegno, il fondo del barile era già stato raschiato e qualcosa mancava. Si può negare una piccola soddisfazione a giovani così appassionati? Ovviamente no, hanno avuto ciò che desideravano.

Iniziano le ORME, con un po’ di ritardo dovuto a problemi tecnici.
Come noto la band è molto diversa da quella nata a fine anni ’60 e di quella formazione l’unico testimone è un certo Michi Dei Rossi, di professione drummer. Accanto a lui Michele Bon, tastierista che avevo già visto in altre occasioni e con altra formazione. Alla voce Jimmy Spitaleri, con  William Dotto alla chitarra. Completa la sezione ritmica il bassista Fabio Trentini.
Il set iniziale non  è stato lunghissimo, ma ci sarà spazio alla fine per un abbondante  “incontro on stage” con Nocenzi e soci, che ha rappresentato un momento davvero godibile e inusuale, che ho cercato di condensare nel filmato di fine post.
Le formazioni cambiano, gli uomini - tutti - si modificano, ma ciò che l’appassionato di musica cerca in queste occasioni è il feeling da concerto, e per chi come me ha avuto l’opportunità di vivere certi eventi antichi, ritrovare parte di quei protagonisti miscelati su di un palco, con l’obiettivo - questo è ciò che mi è arrivato - di divertire divertendosi, è quanto di meglio ci si potesse attendere.
Dei Rossi e company ripropongono brani del repertorio conosciuto, in bilico tra “Collage”, “ Uomo di Pezza” e “Verità Nascoste”, arrivando all’apice con il condensato di “Felona e Sorona”, una sorta di bandiera della musica progressiva italiana, molto gradito dal pubblico che ha sottolineato più volte lo stato di apprezzamento.
Viene richiesto a gran voce “Gioco di  Bimba” - certi brani rimangono appiccicati per sempre addosso - ma la canzone/simbolo sarà tenuta per l’atto finale, quando Spitaleri e Di Giacomo duetteranno in scioltezza.
La band presenta un buon amalgama e l’audience ripagherà con il sostegno continuo.
Ecco un sunto da Felona e Sorona:




Il BANCO si presenta con la formazione da anni collaudata, con la sola assenza giustificata di Rodolfo Maltese. I “vecchi cardini” sono ancora Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo, rispettivamente tastiere e voce, mentre il resto della truppa comprende Tiziano Ricci al basso, Filippo Marcheggiani alle chitarre, Alessandro Papotto ai fiati e Maurizio Masi alla batteria.
Anche in questo caso il ripercorrere alcune tappe passate è d’obbligo, con pillole di saggezza di Big Francesco che ci riporta al triste presente, commentando tra un brano e un altro.
Ma la musica riesce a dare messaggi positivi e la soddisfazione di riuscire a far passare ore “sane” a chi ti è di fronte mentre suoni e canti è, credo, lo stimolo supplementare che induce a proseguire della strada della condivisione e proposizione musicale.
L’energia che scaturisce dal palco attraverso pezzi come “R.I.P.” o il  “Il Ragno”,  trova il giusto contrappunto nella ballad “Non mi Rompete” o nella perfetta “750.000 anni fa… l’amore?”, sempre capace nel  far scaturire emozionanti brividi.
La sensazione che si avverte dall’esterno è che la band abbia trovato un nuova forza, un rinnovata motivazione nel macinare chilometri per proporre il proprio credo musicale. Difficile esaltare il singolo perché non è con isolate unità che si possono raggiungere certi risultati.
Ascoltare per credere:



Circa tre ore di musica per una serata indimenticabile che arriverà al perfetto epilogo attraverso la congiunzione di anime, undici musicisti che troveranno il giusto innesco per completare un lungo set capace di  deliziare i fortunati spettatori.
E io, ancora una volta, ero presente.


martedì 31 luglio 2012

PFM all'Arena del Mare-Genova



Giovedì scorso, 26 luglio, ho assistito a un nuovo episodio della fase live della PFM.
Location fantastica, Arena del Mare - Porto Antico di Genova - un tradizionale punto di riferimento per i concerti estivi di livello.
Prima dei contenuti, vorrei mettere in risalto un aspetto che mi pare fondamentale di questi tempi: la risposta del pubblico. Nello stesso luogo ho visto transitare mostri sacri che hanno segnato profondamente la storia del rock, da Alvin Lee a Eric Burton, dai Colosseum a Warren Haynes, ma mai avevo visto un sold out, e in questo senso credo che il filmato a seguire, se pur di scarsa qualità, possa essere una buona testimonianza.


PFM omaggia Fabrizio De Andrè, fatto di per sé usuale, ma proporre il progetto  a Genova, città di Fabrizio, ha evidentemente enorme valenza, perché i suoni si miscelano ai ricordi e agli affetti, e ciò che la band presenta è esattamente la propria immagine, antica, proiettata nel presente. Manca purtroppo un elemento cardine, Fabrizio, ma a ciò non si può porre rimedio e quindi ben vengano le forme - originali - di rivisitazione. La musica saprà farlo rivivere.
Nei commenti del giorno dopo chiedevo ad un amico cosa pensasse del concerto e dell’enorme coinvolgimento verificatosi sul campo e lui rispondeva: “… difficile da spiegare… la gente cantava le canzoni di De Andrè e si muoveva per i brani della PFM…”, giudizio sintetico che ben esprime il senso della partecipazione.
In realtà lo spazio “solo PFM” arriva alla fine, con un trittico esplosivo che racchiude “La Carozza di Hans”, “Impressioni di Settembre” e “ Celebration”, quest’ultima chiamata a gran voce, sin dalla prime battute, dal pubblico rimasto all’esterno, che da quella posizione ha assistito all’intero concerto accontentandosi dell’audio. Come d’abitudine “Celebration” ha evidenziato le capacità di comunicatore e animatore di Franz Di Cioccio, un musicista capace di infiammare il pubblico - non solo con il suo strumento -  arrivando a quella che io giudico l’essenza della performance live, quel momento in cui pubblico e artisti diventano una cosa sola, in un mutuo scambio che amplifica la qualità di ciò che va in scena in quel momento.
Ma prima dell’epilogo “progressivo” tutto lo spazio è stato dedicato al Fabrizio di città e a brani tratti dai suoi primi album: “La guerra di Piero”, Bocca di Rosa”, “Andrea”, “Il testamento di Tito”, “ Volta la Carta”, “Universo”, “L’infanzia di Maria”, sono alcuni dei brani presentati nel corso della serata.
La formazione è quella tipica (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Lucio Fabbri) con Alessandro Scaglione alle tastiere e l’impiego quasi a tempo pieno di Roberto Gualdi, per permettere a Di Cioccio massima libertà nel cantato, ceduto in alcune occasioni a Mussida.
Come commentare un concerto che finisce in apoteosi!?
Le qualità tecniche si mischiano ai contenuti, le parole e i messaggi trovano nuove evidenziazioni per merito di arrangiamenti consolidati che valorizzano le idee di un uomo ormai divenuto mito.
Tutti appaiono in stato di grazia, probabilmente toccati nell’intimo dalla situazione, e ciò che alla fine emergerà è quella strana sensazione a cui facevo riferimento all’inizio, quella voglia di cantare e di ballare che appare come una liberazione, una voglia di esplosione che anticipa i propositi di Di Cioccio, che nella fase finale esorterà il pubblico ad urlare per … eliminare le scorie del quotidiano, per scacciare le cose negative da cui siamo circondati, oggi più che mai, e che un concerto “adeguato” può contribuire a nascondere, almeno per due ore, centoventi minuti di mente libera e di gioia musicale. E quell’urlo che Franz chiama, mi pare, “disobbedienza” o “ confusione “ musicale, porta a qualche riflessione che ci accompagna  nel lasciare l’Arena del Mare.
Mentre tutto questo prendeva vita sul palco, qualche nave sfiorava il concerto e andava oltre, come a controllare la situazione: qualche turista, qualche lavoratore e, chissà, magari l’anima di un antico uomo genovese che da quelle parti era già passato … musica e sogni sono un connubio perfetto!

lunedì 30 luglio 2012

Claudio Sottocornola-Working Class




Ho incontrato casualmente - virtualmente - Claudio Sottocornola nel momento giusto, nel periodo in cui mi sto interrogando, in buona compagnia, su cosa si possa fare per diffondere la cultura musicale, su come si possa entrare nel mondo della scuola per una buona semina, su quali siano i mezzi corretti per “costringere” i nostri giovani a superare la barriera della superficialità per lasciarsi trasportare in un mondo che non conoscono, che non dovrà obbligatoriamente affascinarli, ma che potrebbe riservare loro delle sorprese positive.
Nell’intervista a seguire, le prime riflessioni di Claudio riportano ad un problema di cui possiamo identificare l’inizio, ma non certo prevedere la fine, e probabilmente non esiste una sola verità, ma variegate sfaccettature che permettono di assumere posizioni differenti a seconda del momento. Mi riferisco a quell’atteggiamento particolare che porta a giudicare e a decidere quale sia la musica degna di essere chiamata con tal nome, e a denigrare/deridere/ non considerare ciò che è ritenuto facile, commerciale, di presa immediata.
Io faccio parte del gruppo degli intransigenti… moderati, anche se i ragionamenti come quelli di Sottocornola mi fanno tirare il freno a mano, per una sosta prolungata nel campo del dubbio: esiste la musica di seria A e quella di serie B?
Probabilmente non è molto importante rispondere, in fondo non si potrebbe vivere senza la musica da cui siamo circondati, e se ad assolvere il compito di arricchimento quotidiano è un brano da tre minuti piuttosto che una suite di stampo classico, beh, entrambi troveranno una giustificazione esistenziale e presenteranno la giusta dignità.
Claudio Sottocornola, intellettuale, filosofo e studioso della materia, porta in giro le sue idee, la sua musica e il contesto in cui è nata e ha vissuto, e in questo suo viaggio sul territorio l’elemento didattico si  sposa con quello ludico e favorisce l’interattività.
Ogni occasione è buona… una scuola, un circolo culturale, l’Università della 3° età, in una dimensione personale che miscela la performance canora alle parole. Questo è la traduzione pratica del “fare cultura musicale”, ed è un esempio da cui d’ora in poi trarrò spunto.
Ma tanto lavoro sul territorio ha trovato uno sbocco divulgativo importante, la rete, ed è nato il progetto Working Class, una sorta di collage video dei sui eventi, visibile dal suo sito ufficiale, diviso in cinque sezioni proposte con cadenza mensile.
Il quarto appuntamento, l’ultimo uscito, è riservato ai Cantautori.
A fine post sono riportati tutti i link utili per approfondire, e il video allegato chiarirà meglio i concetti appena espressi.
Imperdibile per chi è dotato di curiosità musicale e un po’ di onestà intellettuale.





L’INTERVISTA

Leggendo la tua storia, la prima cosa a cui ho pensato è relativa al mio cambiamento nel corso degli anni, partendo dall’adolescenza, quando certi nomi del mondo della musica leggera risultavano innominabili, mentre ora sono ben disposto verso qualsiasi prodotto “gradevole”. Esiste secondo te uno spartiacque tra buona musica  e musica con … minor dignità?

Molto spesso si tratta di una questione di affinità, che possono cambiare nel corso degli anni e allargarsi ad includere esperienze sempre più vaste ed eterogenee, al contrario di quanto accade nell’adolescenza, dove si è sollecitati ad accettare esclusivamente ciò che conferma e rafforza la propria immagine identitaria. Nella mia attività giornalistica ho incontrato due personaggi che mi hanno illuminato su questo problema, entrambi identificabili col periodo degli anni ’70. Georges Moustaki mi sottolineò nel corso di un’intervista che ogni canzone, anche quella apparentemente più stupida, è frutto di un qualche processo creativo che va rispettato e valorizzato, mentre Nicola di Bari, che incontrai a Canale 5, quando la sua carriera si era già in gran parte trasferita all’estero, insistette molto sul riconoscimento che merita qualsiasi interprete che ha il coraggio di esibirsi su un palco, e quindi di affrontare anche le critiche. Soprattutto, sono convinto che la qualità non vada mai identificata con un genere, ma che all’interno dei diversi generi si può individuare una gerarchia di intensità e valore. Attualmente comunque io ascolto solo ciò che mi dà stimoli nuovi o, in alternativa, ciò che mi corrobora nella mia identità e memoria profonde.

Che tipo di soddisfazione ricavi dal contatto con il pubblico? Riesci a realizzare anche una certa interattività?

La comunicazione è sempre bidirezionale e interattiva. Lo vedo anche nelle mie lezioni di filosofia, ove mi accorgo che il confronto con gli studenti, che sollecitano con domande, obiezioni, riflessioni personali, mi obbliga a chiarire, ridefinire, riformulare  il mio pensiero in rapporto con l’interlocutore, allargandone così lo spettro di efficacia ed inclusione dei diversi punti di vista. Nelle lezioni-concerto, per esempio, il contatto col pubblico, che interagisce sia con la sua reattività  fisica ed emotiva che con domande e osservazioni, mi ha aiutato a sdrammatizzare maggiormente il momento esecutivo, acquisendo un po’ più di “leggerezza” rispetto ai tempi in cui conducevo le mie ricerche in studio e l’interpretazione, come si evince dalla trilogia “L’appuntamento”, pubblicata qualche anno fa, è molto più drammatica ed esistenzialistica, e nella sua versione video anche un po’ “claustrofobica”, a differenza di quanto accade nei cinque live di “Working Class”, attualmente in Rete.

Ho delle esperienze negative legate al rapporto scuola/musica, laddove la materia musicale è intesa solo in senso tradizionale, o esiste un indirizzo strumentale specifico, mentre sono dell’idea che, ad esempio, un album potrebbe essere oggetto delle riflessioni e del lavoro di gruppo da svolgere nelle ore di letteratura. Qual è la tua esperienza specifica?

Condivido le tue valutazioni. A scuola la musica è scarsamente insegnata e, quando lo è, viene concepita come apprendistato tecnico (il solito corso di clarinetto o di chitarra…) o, al più, come Storia istituzionale (la musica classica!). Io stesso ho dovuto affrontare qualche scetticismo e ipercriticità nel proporre le mie lezioni-concerto, perché relative alla musica pop, rock e d’autore contemporanea, e basate sulla riesecuzione e interpretazione vocale dei brani stessi ( è semmai più tollerata la semplice storicizzazione). I problemi coinvolti sono di due tipi. Da un lato c’è una visione museale del sapere, per cui conta solo ciò che è già “passato in giudicato” e può quindi essere conservato e trasmesso, con una forte penalizzazione del contemporaneo. Dall’altro, ancor più grave, c’è una didattica con finalità esclusivamente intellettualistiche, che non si preoccupa di educare il “cuore”, la sensibilità – anche estetica – degli studenti, e quindi non li coinvolge in esperienze di ascolto e percezione, emotivamente forti e partecipative.

Vivo e lavoro (per passione) nel web, e ho sperimentato la potenza del mezzo divulgativo e la facilità dell’elemento organizzativo. Quanto è importante per te utilizzare internet, e quali sono gli aspetti negativi per te più evidenti?

Credo che ad ogni aumento di potenza corrisponda un aumento di opportunità ma anche di pericoli, come vediamo dagli stessi sviluppi della tecnologia. Internet rappresenta quindi una rivoluzione paragonabile a quella della Stampa di Gutenberg, che conduce all’immane guadagno di una divulgazione scientifica, artistica e culturale in genere aperta a tutti, in cui io stesso mi muovo e a cui attingo, come si vede dalla scelta di pubblicare “Working Class” in Rete. Ma presenta anche il limite di dare amplificazione a forme di comunicazione talvolta banali, incontrollabili e deresponsabilizzanti. Spero quindi che il tempo porterà ad un’autoregolamentazione etica sempre più efficace, limitando il rischio che l’aumento della comunicazione in estensione porti ad un suo radicale impoverimento, rischio peraltro già strutturale alla velocità del mezzo, che comporta una evidente contrazione dei passaggi linguistici e argomentativi.

La poesia, le parole, le immagini, la musica... elementi essenziali che ci accompagnano nel nostro percorso di vita. Eppure della cultura in senso lato si sente parlare - molto -  solo in determinati momenti, quando fa più comodo. E’ una visione troppo pessimistica la mia?

Forse sì, perché la “cultura” nel senso più profondo, e cioè antropologico, è coessenziale all’umanità, che non ne potrà, né mai ha potuto, farne a meno. Mi spiego meglio: se noi ipotizzassimo, per un attimo, la scomparsa di tutti i mezzi espressivi attualmente a disposizione, e quindi immagini, suoni, colori, gesti e parole, resterebbe che un essere umano in tali condizioni ancora sentirebbe, penserebbe, gioirebbe o si rattristerebbe, e quindi ancora sarebbe un soggetto “culturale” che, invece di suoni, colori o parole…, forse genererebbe semplici vibrazioni… Insomma, come sottolineano gli anglosassoni, la cultura è il modo in cui viviamo, mangiamo, preghiamo, ci divertiamo, pensiamo la nostra condizione… E’ però vero che la qualità culturale del presente è fortemente influenzata dalla visione che pone al vertice dei valori quelli economici, e quindi risulta impoverita di molteplici altri aspetti (per esempio ludici ed espressivi) essenziali alla nostra vita.

Come nasce il progetto “Working Class”?

Come per altre esperienze, mi piace cristallizzarle in un’”opera”, quando giungono ad un certo compimento, utilizzando il materiale raccolto durante la loro realizzazione. Così si può dire che il progetto “Working Class” abbia accompagnato il mio tour di lezioni-concerto dal 2004 ad oggi. Nel corso di questi live sul territorio infatti, a contatto col pubblico più vario delle scuole, dei teatri, di Centri Culturali e Terza Università, ho sempre raccolto la documentazione che amici, colleghi, fonici, video operatori (uno speciale ringraziamento va a mia sorella Augusta che ha seguito e ripreso tutto il tour), andavano realizzando, e alla fine ne ho ricavato un archivio cospicuo, da cui ho selezionato gli estratti più significativi in relazione ai diversi temi trattati. Alla fine si tratta di una ottantina di brani simbolo della canzone italiana, reinterpretati a modo mio e, soprattutto, storicizzati e contestualizzati a tracciare una storia sociale e del costume del Novecento in Italia, con particolare attenzione al periodo che va dagli anni ’50 ad oggi. La selezione e poi il montaggio delle immagini sono stati faticosissimi, perché le riprese effettuate sono molto “on the road”, girate in presa diretta e a volte casuali, ma è proprio questo che differenzia e caratterizza la mia proposta rispetto al circuito del puro consumo musicale, il suo proporsi come ricerca e momento di educazione anche estetica, testimoniando che musica non è solo intrattenimento ma anche apprendimento, crescita, formazione. “Working Class” documenta così l’interpretazione, l’interazione col pubblico, il discorso di storicizzazione a partire dalla canzone. Il tutto è ora disponibile sui siti www.claudiosottocornola-claude.com  e www.cld-claudeproductions.com , nonché sul canale CLDclaudeproductions di Youtube , e lo sarà successivamente anche in versione cofanetto dvd.

Attraverso i tuoi lavori ripercorri la storia della musica e della gente attraverso un buon numero di lustri. Esiste un fil rouge, una linea guida musicale che unisce tutte le epoche che descrivi?

La relazione fra tempo storico ed espressione artistica è una costante che io tendo a mostrare nelle mie lezioni-concerto a tema (dai teen-agers di ieri e di oggi all’immagine della donna nella canzone,  dagli anni ’60 ai cantautori), ove sono particolarmente attento agli episodi musicali innovativi e di rottura (le influenze americane, il beat, la canzone d’autore, le interpreti…) per mostrare, come voleva Heidegger, che la grande arte, di cui la musica è parte, non solo è prodotta, ma produce Storia… Questo è il fil rouge che mi spinge a guardare con ottimismo al divenire storico… ma soprattutto, alla nostra capacità di influenzarlo e orientarlo nei micro cambiamenti e nelle micro relazioni quotidiane, come attraverso la creazione artistica.

Ho posto recentemente una domanda, apparentemente retorica,  ad un famoso cantautore, relativa alla musica senza liriche, avendo letto di un suo pianto adolescenziale per una trama di Mozart. E non posso dimenticare dell’amore profondo per la musica d’oltremanica, quando non capivamo una parola della lingua inglese. Qual è il tuo pensiero sul rapporto musica /testi?

Nel mio ascolto e nella mia percezione sono olistico: sono quindi colpito dall’atmosfera, dal gesto scenico, dalla maschera teatrale e, non ultimo, dalla voce, che tuttavia avverto come suono, timbro, risonanza d’essere, e amo quindi ascoltare abbastanza al livello della musica e non sovraesposta, come piace a molti tecnici del suono italiani. Credo però che anche la comprensione delle parole (il cui contenuto evoca concetti, sentimenti e immagini) aiuti a realizzare l’atmosfera in cui ha luogo la  rivelazione…  artistica.

Anche a me capita di piangere -  e ora non ho più nessun pudore nel farlo - per una particolare musica che mi colpisce nell’intimo. Se dovessi stilare una scala di valori che comprendesse tutto ciò che è in grado di smuovere le anime, che ruolo attribuiresti alla melodia e alla possibile poesia annessa? C’è qualcosa di mistico e metafisico nel rapporto che ognuno di noi ha con il mondo dei suoni?

Da un punto di vista istituzionale penso, con Hegel, che arte, religione e filosofia siano gli ambiti di rivelazione e manifestazione dello Spirito al suo più alto livello. Della prima fa parte la musica, che io colgo soprattutto nella sua dimensione scenica, interpretativa, estetica e vocale, e quindi diventa sinergica a tutte le altre arti. Il ruolo che le attribuisco è quindi altissimo, incommensurabile, sublime, con degli esiti di tipo mistico-spirituale. Immodestamente, è qualcosa che io vado cercando quando canto – una rivelazione – che spero sempre possa a flash e bagliori arrivare a me come al pubblico che partecipa o ascolta a casa. Ma, per lo più, la musica del nostro tempo è edonisticamente avvitata su una modalità di esecuzione e proposta banale e massificante, finalizzata alla vendita e al consumo, sempre più in crisi e pertanto sempre più nevrotica.

Guardiamo un attimo al futuro. Qual è il progetto a cui ambisci e che non hai ancora avuto il modo di realizzare?

Mi piacerebbe girare l’Europa, portando alla ribalta di un pubblico vario e cosmopolita la Storia della canzone italiana nei suoi brani simbolo e nei suoi snodi stilistici ed epocali, raccontando al contempo l’evoluzione sociale e del costume nel nostro Paese, da “Nel blu dipinto di blu” a “Vita spericolata”, da “Ma l’amore no” a “Meravigliosa creatura”. E poi vorrei finalmente pubblicare un’antologia delle mie migliori interviste, realizzate soprattutto fra gli anni ’80 e ’90, ai grandi personaggi storici della canzone e dello spettacolo in Italia, da Gianni Morandi a Rita Pavone, da Enzo Jannacci a Milva, da Carla Fracci a Nino Manfredi, da Wanda Osiris ad Alberto Lattuada.


INFORMAZIONI UFFICIALI Claudio Sottocornola:
                                             http://www.cld-claudeproductions.com

Comunicato stampa Working Class:

Comunicato stampa 4° appuntamento (Cantautori): http://www.synpress44.com/01Comunicati.asp?id=1913

Ufficio stampa Synpress44: http://www.synpress44.c



giovedì 26 luglio 2012

UT all'Arena del Mare-Genova

Fotografia di Enrico Rolandi

Il mio trittico genovese di fine luglio - UT, PFM, BANCO/ORME - è iniziato mercoledì 25 luglio, con il concerto degli UT.
E così la band locale, una costola/diramazione importante dei New Trolls ritorna a Genova, in una location di indubbio fascino, quell’Arena del Mare che contribuisce a creare immagini originali legati alla band. Non sono gli elementi nostalgici quelli su cui soffermarsi, ma la mia iniziale permanenza nel backstage mi ha permesso di captare una certa emozione, almeno in chi rappresenta la continuità tra storia e presente, vale a dire Gianni Belleno e Maurizio Salvi. In questi casi, l’atmosfera carica di significati oltrepassa l’elemento musicale, e questo feeling viene trasmesso a chiunque si trovi in un piccolo raggio d’azione, spazio che ha racchiuso, naturalmente, l’attento pubblico.
Poteva andare meglio dal punto di vista delle presenze, ma in questi momenti di vita dura per tutti bisogna ragionare come dei buoni e ottimisti seminatori, pronti a cogliere i frutti della fatica quando si presenterà  l’occasione.
Maurizio Salvi mi raccontava prima del concerto di come sia problematica l’organizzazione di una band e con quale fatica si riescano a chiudere i tanti cerchi che di volta in volta si aprono, ma la musica prima di essere un lavoro - quando lo è -  è una passione che ti accompagna per una vita e anche i momenti difficili vengono superati con il suo aiuto.
La band si presenta con una novità - almeno per me - e cioè la presenza di Alessandro Del Vecchio alle tastiere e cori/voce, in sostituzione di Andrea Perrozzi.
Non conoscevo Alessandro, musicista dal notevole curriculum nonostante la giovane età, e l’inserimento mi è parso un successo, perché oltre al buon lavoro di completamento delle parti tastieristiche, ha sfoggiato una gran voce riconducibile agli stilemi dell’hard rock, e capace di raggiungere con apparente facilità note normalmente difficili da “toccare”.
Il repertorio è quello conosciuto, contenuto nel disco registrato a marzo, che pesca nel profondo prog di inizio anni ’70, sintetizzato nell’album “UT”.
Ecco il mio recente giudizio relativo all’album live, riproposto, nella sostanza, in questa occasione:


Nelle oltre  due ore di musica c’è spazio per il ricordo, il virtuosismo, l’improvvisazione e l’interazione, con sottolineature da parte dell’audience, in bilico tra concentrazione e voglia di “muoversi”.
Il mix che gli UT propongono è originale, cosa non ottenibile con la sola qualità dei musicisti, e il ricorrere a forze nuove, necessità quasi fisiologica per tutte le band storiche, è una buona spinta alla rivisitazione di ciò che è stato, con uno sguardo verso quello che verrà.
La commistione dell’ elemento classico - il bacaloviano  “Concerto Grosso” -  con tracce di rock pesante, e l’utilizzo di trame vocali corali mi sono  sembrati i temi portanti della serata, e l’impressione di omogeneità è emersa, nonostante l’inserimento di un nuovo elemento, nonostante alcuni problemi tecnici legati al funzionamento delle tastiere di Salvi, nonostante non sia cosa semplice reinterpretare le parti di Nico Di Palo.
A distanza di pochi giorni ho rivisto Fabri Kiareli, ma in veste differente, non più chitarrista dei Trip, ma bassista, oltre che vocalist. Anche in questo caso se la cava egregiamente, denotando una sicurezza da palco e una certa tendenza alla leadership che appaiono come doti naturali. Trascinatore, istrione, eclettico e campione di comunicatività.
Bella la performance di Claudio Cinquegrana, preciso  e misurato nelle parti solistiche, senza mai dare l’impressione della ricerca dell’estrema visibilità personale, fatto più volte riscontrato in ambito concertistico, anche se capibile e alcune volte tollerabile.
Il tutto diretto dal “maestro” Maurizio Salvi, che detta i tempi e conduce per mano il team. Lo avevo seguito direttamente dal palco del ProgLiguria e rispetto a quell’occasione ho rilevato una maggior voglia di lasciarsi andare e una discreta tendenza al suonare divertendosi, situazione che si verifica quando le condizioni ambientali al contorno lo permettono. Tanto di cappello!
E la quasi necessità di “gioco da palco” emerge nei duetti con l’altra colonna, Gianni Belleno, un pezzo di storia della musica italiana. Gianni suona e canta, dando prova di freschezza strumentale ed esibendosi in un lungo assolo molto apprezzato dal pubblico, che si dimostra attento nel percepire tutto quello che si nasconde dietro alla tecnica e al virtuosismo, quel cuore pulsante forse più difficile da far emergere nel caso di un drummer.
Un gran bella serata per una band che, dopo un buon rodaggio, sta entrando in forma.
Per dovere di cronaca segnalo un ospite di cui non ho captato il nome. Però… è visibile nel filmato a seguire, testimonianza del bis.
Un piccolo e antico aneddoto personale.
Era il 1992 e mi trovavo in una sperduta città della Corea Del Sud… un unico Motel e 200000 abitanti.
Nel negozio di dischi della via centrale esisteva una sola vetrina, piena zeppa di star locali. Ma al centro, in buona evidenza, la copertina di un vinile … Concerto Grosso.
Se ancora oggi ascoltarlo mette i brividi ci sarà pure un motivo!?