lunedì 21 maggio 2012

Paolo Rigotto-"Uomo Bianco"


Giusto un anno fa, da queste pagine avevo raccontato qualcosa di Paolo Rigotto e del suo esordio come cantautore. Avevo concluso l’intervista con la mia solita domanda sulla voglia di futuro: ” …e dopo Corpi Celesti… disegna i tuoi desideri per i prossimi tre anni.”  Rispose, tra le altre cose: “… pubblicare un secondo CD…”.
A quell’epoca le idee per nuove storie da raccontare erano già in cantiere, e a inizio anno Paolo si è ricordato di me e mi ha inviato una sorta di campionatura, per sentire il parere di un “esterno”.
La mia quasi necessità di condivisione, quando mi trovo al cospetto di qualità e originalità musicale, mi ha indotto a deviare i samples verso un operatore di settore, che a distanza di tempo mi ha scritto: ”  … mi sono davvero innamorato di Rigotto, mi ci è voluto un po' di tempo per comprenderlo ma alla fine mi sono appassionato!
Su questa affermazione verte la prima domanda dell’intervista a seguire, una riflessione che non è propriamente legata al gradimento che Paolo può o non può  suscitare nell’ascoltatore medio, ma al bisogno di prendere un attimo di tempo per capire, valutare e interpretare ciò che la “superficie” quasi irriverente della sua musica non riesce a nascondere: la profondità del pensiero e dell’intera proposta.
Il nome dell’album è “Uomo Bianco”, dodici tracce per quaranta minuti di riflessioni in movimento.
Rigotto gioca con la parola e confeziona non sense che arrivano dritti al segno, e attraverso le sue magie disegna scenari drammatici che, utilizzando simbolicamente il “viso pallido”, raccontano il un fallimento di un mondo che ha vissuto con stampato sul volto il marchio della - fatua- superiorità.
Le illusioni e le delusioni delle generazioni a noi vicine si aprono a ventaglio, brano dopo brano, sottolineando le contraddizioni del mondo occidentale, un luogo in cui “The English Peace” e “ The English War” hanno lo stesso esatto significato.
E emerge forte il concetto di “vivere la vita”, di rifiutare i dogmi a noi connaturati per prendersi il tempo di respirare, per oziare e guardarsi intorno, per rifiutare logiche che, appare ormai evidente, sono perdenti. “Avercela con Dio”, o con qualunque misterioso “direttore d’orchestra” non è solo uno sfogo ma diventa  un diritto, e gli aspetti materiali e quelli trascendenti si mischiano drammaticamente.
Ma alla fine ci resterà “LA MUSICA” (“Cambiare Musica”), che se è vero  che “non può cambiare il mondo…”,  resta elemento fondamentale per alleviare le sofferenze  e dare qualche spallata al muro immenso dei problemi, costruito per giunta con materiale di scarsa qualità.
Nella mia personale e generale visione del mondo della “canzone”, la musica risulta quasi sempre dominante, perché è quella che mi colpisce, nel bene o nel male.
In questo “Uomo Bianco” -ma mi sembra una specificità di Rigotto- il messaggio domina, e anche il modo dissacrante e originale di proporlo diventa un marchio di fabbrica.
La musica quindi al servizio delle parole, ma con una varietà di generi che dimostra l’ecletticità dell’autore, in bilico tra funk, rap, etnia, reggae e rock puro. E non mancano accenni di musica progressiva, come accade nella genesisiana parte centrale di “Via Lattea”.
Per completare l’opera Paolo Rigotto confeziona in equipe un art work che è parte integrante dell’album.
Bellissime fotografie in bianco e nero raccontano esistenze comuni, e momenti di vita oscura in cui tutti, prima o poi, cadono.
E la salle de bain di Francois Veramon, improbabile alter ego francese di Rigotto, diventa luogo vissuto e centro dell’attività quotidiana, e per quanto si cercherà di allontanare i dolori, affondandoli nel water rappresentato in copertina, l’operazione risulterà impossibile, e le soluzioni andranno cercate altrove, agendo e non nascondendo la faccia, perché alla fine siamo tutti “grati di essere nati…”




L’INTERVISTA

Una nostra comune conoscenza, ora felicemente  presente nella tua vita lavorativa, ha avuto qualche perplessità iniziale sulla tua musica. Capita di aver bisogno di metabolizzare con tranquillità qualcosa che inizialmente non convince, e poi non sarà un problema  rivedere le proprie idee. Sei conscio che la tua proposta sia di forte impatto e non così facile da assimilare?

Guarda, mi capita (raramente!) di leggere recensioni non proprio entusiastiche al mio e ad altri dischi  e domandarmi come si possa costruire un lavoro che piaccia indiscutibilmente al di là dei gusti e delle tendenze. Ma alla fine la verità è che non esiste un linguaggio universale, un gusto “oggettivamente giusto”, una musica obiettivamente ineccepibile. In realtà  sono sempre più convinto che la musica la si fa e basta, inutile cercare di piacere per forza a tutti, bisogna innanzitutto piacere a sé stessi. Mi piacerebbe poter dire a chiunque si imbattesse nel mio lavoro: ascoltalo una volta per capire di che si tratta, due volte per decidere se ti piace e la terza per decidere che non lo ascolterai mai più (oppure che può fare parte dei dischi con cui faresti all'amore).

Raccontami la tua evoluzione musicale e personale compresa tra Corpi Celesti e Uomo Bianco.

Corpi Celesti è stata una sorpresa anche per me, fino a un'ora prima di cominciare a realizzarlo non pensavo nemmeno all'idea di registrare un disco a mio nome e poco tempo dopo lo stavo mandando in stampa. Uomo Bianco invece è partito già con la consapevolezza di voler e poter parlare ad un pubblico un po'  più ampio, non solo musicisti, non solo musicofili, non solo amici (e amiche) intimi. Quindi le schizofrenie sonore che popolavano il primo disco hanno dovuto trovare un compromesso, gli arrangiamenti hanno richiesto decisamente di più di un mese di lavoro (il tempo che ha richiesto la realizzazione di Corpi Celesti) e soprattutto ho preteso da me che i testi descrivessero parte del nostro tempo e del nostro mondo. Chiaramente il tutto nella misura di ciò che so fare e di come lo so fare, cioè a modo mio.

L’accusa verso questo nostro mondo “bianco” è una sottolineatura di quanto è ormai davanti agli occhi di tutti, e anche i più radicati cultori della conservazione incominciano a  vacillare. Quale pensi sia l’apporto concreto che un qualsiasi musicista, attraverso la sua arte, sia  realmente in grado di dare?

La musica è semplice medicina. Ogni anno si inventa il vaccino per l'influenza invernale, questo non impedisce all'influenza di nascere e diffondersi, ma sicuramente grazie ad esso chi vuole può starne alla larga. Non è che il mondo lo si possa cambiare noi musicisti, ma chi può e vuole sentire cosa abbiamo da dire (posto che un musicista abbia qualcosa di importante da dire) può vaccinarsi da ciò che lo minaccia, o almeno capire di che tipo di epidemia si tratta. Più si diffonde il vaccino, più la gente sta meglio. Sarà poi il mondo a decidere se vuole cambiare o meno.

Colpisce la bellezza delle fotografie (in parte tue), e l’utilizzo del  “ bianco e nero”  condiziona  la “lettura” dei contenuti (è ciò che ho provato), e io non riesco mai a scindere l’art work da musica e testi. Esiste un collegamento  tra la tecnica fotografica( quindi non solo il soggetto immortalato) e il tuo mood del momento?

Bravo, sì!  Abbiamo scattato ogni foto pensando alle atmosfere delle canzoni e a cosa volevo comunicare con le parole e la musica. Quelle canzoni sono per me ormai indivisibili dalle immagini che le rappresentano e penso che questo sia legato anche alla mia passione per il cinema e la videoarte. Parlando dei mostri sacri che da sempre fanno parte del mio immaginario rock, non è possibile ad esempio pensare al primo disco del Banco senza il salvadanaio, o a The Dark Side of the Moon senza prisma e così via. Quelle immagini hanno condizionato irreversibilmente le sensazioni legate all'ascolto dei dischi che rappresentano. Infine, il bianco e nero era la mia esigenza del momento, perché  sdrammatizza il drammatico e drammatizza il grottesco.

Se dovessi fare un bilancio tra il tuo lavoro all’interno di una band e quello da solista, riusciresti a trovare un equilibrio?

Da musicista non potrei fare a meno di nessuna delle due situazioni. Essere membro di un gruppo ormai  consolidato come Banda Elastica Pellizza è, almeno per me, un elemento imprescindibile della mia vita non solo artistica. Poi c'è il  progetto solista, che è un altro paio di maniche. Ho musicalmente bisogno di dire e fare quello che mi passa per la testa e scrivere canzoni è il modo di farlo che più mi piace.  

Nella cover è simboleggiato Il nostro mondo, pronto a cadere  dentro a un water, ma… non passa, e una parte respira. E’ proprio tutto da buttare o esiste una fetta cospicua che capisce, ed è pronta a virare la rotta?

A dire la verità, credo che la stragrande maggioranza del mondo di cui facciamo parte sarebbe pronta a cambiare rotta, se gliene venisse mostrata un'altra. Il problema è che spesso si ignora che “esistono un sacco di alternative al vivere moderno” (Fight Club). Senza esagerare, non si tratta di diventare tutti quanti elfi e di andare a vivere in grotte scavate nel tufo, basterebbe sentirsi un po' meno uomini e un po' più animali.

Come hai pianificato la diffusione live del tuo progetto? Sarà più il frutto di un’azione “one man band” o in gruppo?

Proporrò, anzi già propongo, entrambe le situazioni: una di gruppo, molto “rock”, con Silvio Vaglienti alla chitarra, Roberto Cannillo alle tastiere, Francesco Borello al basso ed Elvin Betti alla batteria. In questi concerti il principale effetto speciale è la musica. L'altra situazione live è quella battezzata “stand alone mode” in cui io, da solo, canto interagendo con un maxischermo che, in sincro con la musica, manda di volta in volta immagini di vario tipo, da musicisti virtuali che “suonano” le canzoni insieme a me, a video deliranti, frutto di collage televisivi oppure realizzati artigianalmente. 





UOMO BIANCO

...Paolo Rigotto live...

Martedì 22 Maggio 2012 
Caffè del Progresso - Corso S. Maurizio 69
Torino
ore 22:00
Ingresso libero

Info:


venerdì 18 maggio 2012

Intervista a Max Manfredi



Da gennaio ad oggi mi è capitato di vedere un paio di volte Max Manfredi dal vivo e in entrambi i casi la finalità era benefica. Se a gennaio, al ProgLiguria di  Spezia, era stato ospite del Tempio delle Clessidre, un paio di mesi dopo, al Politeama di Genova, a lui era stato affidato il set di apertura di una serata piena di contenuti. Situazioni diverse e contesti differenti, ma mi preme evidenziare che quando si parla di solidarietà la musica riesce sempre a dare aiuti concreti, che oltrepassano quindi la tipica azione simbolica. Vedere Max sul palco con ruoli diversi - ospite  o propositore della propria musica – ha stimolato la mia curiosità e a lui ho posto qualche domanda che ha trovato una pronta replica. Il risultato è di indubbio interesse.




L’INTERVISTA

Da inizio anno ho avuto la possibilità di vederti sul palco un paio di volte, e in entrambi i casi si trattava di eventi realizzati a scopo benefico, pro alluvionati: il ProgLiguria di Spezia e lo spettacolo del Politeama, a  Genova. In entrambe le occasioni era lecito aspettarsi di più dal punto di  vista dell’affluenza, visto l’obiettivo e la qualità della proposta. E’ un  problema che riscontro sempre e ovunque, qualunque sia la finalità e non penso che tutto possa far capo alla crisi economica che stiamo vivendo. Che cosa  secondo te impedisce che ci siano risposte adeguate? E’ forse troppo vasta l’offerta?

Troppo vasta l'offerta, senza un pesante appoggio mediatico e una propaganda capillare riempire un teatro non è cosa semplice. Ciò detto, il Politeama era praticamente pieno. Il Prog alla Spezia no, a meno che non si sia riempito la sera.

Resto in tema ProgLiguria e quindi, per quanto ti riguarda, Tempio delle  Clessidre. Come nasce la vostra collaborazione e che cosa ami di più della loro musica?

Devo ammetterlo: Elisa, la tastierista. E' piena di verve e di entusiasmo, e ha una grazia che chiamerei gozzaniana. Però mi piacciono anche gli altri, mi piace l'energia con cui si dedicano a uno stile misto, a tratti dirompente, a  tratti diafano. Uno stile impossibile come un film perduto, o una serata di lanterna magica o di spiritismo. E, nello stesso tempo, così riconoscibile nei modi.

Nella mia quotidiana analisi di nuovi album, spesso realizzati da band agli esordi, esiste un filo conduttore, indipendente dal genere, e cioè la quasi  necessità di esprimersi attraverso più arti che confluiscono poi nel  contenitore musicale. E’ questa secondo te un evoluzione culturale o è fatto sempre esistito, ma rimasto latente perché non “richiesto” dai tempi?

I tempi non richiedono nulla, purtroppo: impongono.  La miscela di cui parli è naturalmente sempre esistita, anche se - in altri tipi di musica - le fusioni avvenivano col contagocce. Si tratta di stili apparentemente refrattari alle oggi tanto amate "contaminazioni". Eppure  si trasformavano. Prendi il fado portoghese o il rebetiko greco. Basti pensare  allo sviluppo e poi alla cristallizzazione della sua strumentazione, cristallizzazione ulteriormente disdetta in epoca contemporanea, dall'apporto di strumenti diversi dagli originari.  In altri casi queste arti finiscono nel nulla, come il periodo d'oro della  canzone napoletana (quella degli inizi del novecento), disponibile solo nella  memoria o nelle attuali esecuzioni di alcune brave artiste. Non dico "evolvono", perché non c'è nulla da evolvere. Semplicemente si trasformano. Bisogna pensare che la canzone è un organismo vivente che vive in simbiosi  con l'autore. In questo senso si può utilizzare il termine "evoluzione". Non in  senso umanistico, come una specie di miglioramento continuo, che invece non  c'è.

I miei figli liceali fanno studi classici. Fioriscono le “uscite” teatrali e  le conferenze, ma non ricordo la partecipazione ad un solo evento musicale, ne l’organizzazione di una lezione specifica. La musica non è quindi considerata cultura laddove ci si attribuisce il ruolo di detentori della massima sapienza. Eppure la musica nella scuola si potrebbe portare senza tante difficoltà. Qual è la tua idea in proposito?

Boh, penso che ci sia molta incompetenza musicale nelle  scuole. Forse gli insegnanti non portano i ragazzi ai concerti perché  ritengono, erroneamente, che vadano a sentirseli da soli. D'altra parte la canzone è anche forma teatrale. Sì, credo si tratti di distrazione,  incompetenza, mancanza di gusto o di voglia. Non tutti gli insegnanti o le scuole sono così: io ho svolto lezioni-concerto per una decina d'anni, a Milano, con l'Accademia Viscontea. Ci chiamavano gli insegnanti. Certo, se poi tagliano i finanziamenti, ci si spoetizza.

Ho letto una tua frase relativa alla musicalità delle parole e alla  poeticità dei suoni. Chiedo spesso agli artisti quale sia il vero ruolo del  messaggio, partendo da un dato oggettivo che è quello che ci siamo perdutamente innamorati, molti anni fa, di canzoni di cui non capivamo una parola. Che cosa rappresenta per te una musica priva di testo?

Senti, non esiste una musica "priva di testo". Se nasce come musica,  è musica. Se ha un testo, allora deve esserci un connubio fra musica e parola.  Una musica può essere sublime, interessante, divertente, bruttina, orrida, e così via. E' vero che ci innamoravamo di canzoni di cui non capivamo le parole, ma poi le traduzioni ce le facevamo o ce le andavamo a cercare. Se invece la domanda si riferisce alla "tenuta" puramente musicale di una canzone, eseguita senza le parole, non c'è dubbio: alcune canzoni reggono, altre no. Dipende anche dall'arrangiamento, certo. Allo stesso titolo, certi testi hanno una relativa autonomia poetica anche al di fuori della musica. Relativa, però: perché la canzone nasce da un parto gemellare.

Comporre musica, credo, sia innanzitutto un’esigenza personale. Il passo  successivo, credo, sia quello di dare visibilità e condividere le proprie  creazioni. Ma io non sono un musicista. Come spiegheresti la magia di una  qualsiasi genesi musicale e l’iter successivo?

Ahimè. Comporre musica, una volta che chiunque si mette in grado di farlo, anche senza conoscerla, significa dare sfogo a un proprio istinto.  Ognuno ne percepisce la magia, e il travaglio. L'iter successivo andrebbe spesso evitato, ma come fai a impedire a uno di pubblicare quello che ha fatto? Specialmente quando sentono in giro delle  schifezze che vengono adulate?

Mi sono fatto l’idea che tu sia un artista un po’ fuori dalla routine e dal comune modo di agire. Qual è il tuo rapporto con la tecnologia? Quanto ti piace e quanto ti infastidisce l’utilizzo di mezzi come internet?

 Allora: sono un artista fuori dalla routine nel senso che faccio  canzoni che son fuori dall'andazzo comune, dalle mode e dalla immediata  riconoscibilità. Insomma, faccio quel che mi pare, anche perché non ho nessun interlocutore che possa dirmi cosa debbo fare e cosa mi procurerebbe lui in cambio. Tutto è tecnologia, specialmente oggi. Tutto, a meno che non si registri in analogico, è digitale. A rigore non esistono più strumenti "non elettronici", nel momento in cui si amplifica o si registra. In questo senso m'interessano molto le possibilità di una materia che ignoro, ma di cui ascolto e vado conoscendo gli effetti. Se registriamo un violino, poi lo passiamo comunque in digitale. Internet mi pare necessaria. Come tutto ciò che è necessario, può essere fastidiosa, inutile o nociva: dipende da come si usa. Il cicaleccio telematico può essere utile o divertente; a patto che non sostituisca (almeno per ora!) le relazioni immediate, corporee.

Affermo sempre che l’ambiente musicale (dal mio punto di vista di fruitore del lavoro di altri) permette di vivere conoscenze di qualità, che oltrepassano e annullano le barriere generazionali. Che cosa è invece il “rapporto con gli altri” secondo il tuo vivere da artista?

Non capisco la domanda, o meglio, il nesso fra la sua prima  parte e la seconda. Non credo affatto alle barriere generazionali: il mio  pubblico è fatto di bambini, ragazzi, adulti e vecchi. Non conta la  generazione, ma la qualità dell'ascolto. Poi dalla mia pagina facebook risulta che chi parla di me ha, per la maggioranza, un'età che sta fra i trenta e i quarant'anni. Ma ripeto, il "target" è trasversale! Anche i musicisti con cui suono od ho suonato fanno parte di generazioni molto diverse.

Esiste per te un qualche rammarico per un treno passato e mai preso per 
eccesso di cautela?

Tanti, ma non so se chiamarli rimpianti. Di certo se avessi pubblicato il primo disco negli anni settanta avrei abitato un periodo più favorevole rispetto all'industria discografica e culturale italiana. Ma non mi è capitato, per tanti motivi. Quando mi son presentato in pubblico, col primo disco, ero fresco come una rosa, ma il mercato era già decrepito, e la cultura italiana stava stramazzando. Così ho dovuto fare di virtù necessità, e andare avanti in  un terreno, diciamo, melmoso.

Apriamo il vocabolario dei sogni. Che cosa trovi alla voce: “… da  realizzarsi assolutamente entro il 2013!”.

Più che sogni, strategie operative, se riguardano la mia attività. Di sicuro pubblicherò un altro prodotto discografico. I sogni, poi, chissà, sono tanti... non tutti riposano fra le maglie di una  canzone.


Per qualsia curiosità o informazione supplementare consultare il sito ufficiale di Max Manfredi:



giovedì 17 maggio 2012

Presentazione “ The Rime of ancient mariner”



Domenica 13 maggio ha avuto inizio la serie di presentazioni del nuovo progetto di Fabio Zuffanti/ HOSTSONATEN,The Rime of ancient mariner”, trasposizione musicale del poema scritto da Samuel Taylor Coleridge.
Luogo scelto per lo start up, il savonese Van Der Graaf  Pub di Fabrizio Cruciani.
Per sapere qualcosa in più dell’album è possibile consultare il sito ufficiale di Fabio e una pagina contenente un mio precedente giudizio:



Il commento finale di Zuffanti semplifica la serata: “ Non molti spettatori, ma buonissimi!”.  Il “non molti” è caratteristico, purtroppo, delle cose che riguardano la musica di qualità, ma l’occasione meritava davvero e alla fine era palese la soddisfazione di tutti, musicisti e spettatori.
L’incontro nasce come mix tra musica e parole, con domande/risposte intervallate da interventi musicali per un totale di circa un’ ora.
La parte finale del locale è stata nell’occasione trasformata in palco, con lo schieramento di  un set di strumenti che hanno permesso una sorta di esibizione elettroacustica: la tastiera di Alessandro Corvaglia, il basso di Zuffanti, la chitarra acustica di Simone Ritorto, il microfono per i differenti cantanti  e per il narratore Carlo Carnevali.
The rimeChapter One” prevede la presenza di quattro vocalist, e tre di loro si sono esibiti al VDG: Alessandro Corvaglia, Marco Snao Dogliotti e Simona Angioloni. Voci molto differenti tra loro ma incredibilmente belle, e con una grande resa all’interno di un set sulla carta minore rispetto all’originale, ma di forte impatto.
Il pubblico ha sottolineato ad ogni passaggio un notevole gradimento, arrivando ad unirsi ad un coro ufficiale, di facile presa.
Significativo anche l’interesse generale e l’interattività, con Alberto Sgarlato che, in prima fila, ha sciorinato un paio di domande interessanti, alternandosi  al conduttore ufficiale della serata.
Trovo che l’aspetto didascalico fornito dalle parole di chi ha creato e successivamente proposto sia estremamente interessante, e penso debba essere una strada da perseguire anche sul palco, in fase di reale concerto… a volte qualche semplice parola può dare informazioni interessanti per chi vive la musica con passione.
Come sottolineavo, grande resa musicale in un piccolo spazio.
L’obiettivo a medio termine è ovviamente quello di presentare la sontuosa opera per intero, su di un palco maggiore, ma non penso sia da abbandonare l’idea del set acustico e ristretto, anzi, andrebbe aumentato il tempo di performance perché è una formula che, con una  preparazione minima, garantisce un risultato notevole.
Alla fine il bis è arrivato in via naturale, e poi un altro, e poi un altro ancora.
Ma la voglia di proseguire la serata era palpabile e il compito di “guidare” è stato affidato a Corvaglia che ha tirato fuori dal cilindro una trepassiana “The Knife”, assieme a  Zuffanti, per poi passare al “suo”-e non solo “suo”- capolavoro prog, “And you and I” dei sempre amati YES.


“The rime”  è davvero un gran disco, e ascoltarlo in un contesto … familiare, a mio avviso ha esaltato certi dettagli che solo la performance live può regalare, e poco importa il luogo e la sua dimensione.
Ma sono certo che arriverà anche il momento in cui HOSTSONATEN riuscirà a proporre l’intera opera con il gruppo al completo, e se tanto mi da tanto… non mancheranno le emozioni.
A seguire un’esemplificazione filmata del mio pensiero sulla serata e su HOSTSONATEN.


lunedì 14 maggio 2012

Notturno Concertante-Canzoni allo Specchio


Per la seconda volta in un breve lasso di tempo scopro atmosfere musicali talmente belle e complete da apparire come poste su di un gradino superiore, inattaccabili e lontane da una delle tante collocazioni tradizionalmente riconosciute.
Mi era accaduto con i Sursumcorda, ed oggi ritrovo nei Notturno Concertante una filosofia musicale simile, basata sull’estrema qualità -tecnica e compositiva-, sul gusto e su di una sorta di apparente semplicità espressiva, difficilmente riscontrabile e, a mio giudizio, elemento vincente.
Canzoni allo Specchio è il nuovo album, realizzato a dieci anni di distanza dal precedente, e nell’intervista a seguire questo aspetto, assieme ad altri, viene affrontato compiutamente.
Dieci brani in cui l’ensemble formato da otto musicisti si produce in un vasto repertorio, tra musiche con liriche e strumentali (con The Price of Experience in lingua inglese).
La strumentazione utilizzata è prevalentemente acustica, l’estrazione classica è evidente e anche la “forma canzone” assume il carattere di piccola orchestrazione, con la creazione di “gemme musicali”, sintesi di lavoro e impegno enormi.
Le quattro tracce solo musicali si prestano perfettamente al ruolo di colonne sonore, attività tipica di parte del gruppo, ma sono portatrici di messaggi sonori che si integrano perfettamente con l’album, tracciando una sorta di viaggio a tema, tipico dei concept.
I testi affrontano temi sociali e argomenti personali tipici di ogni vita umana, ma risulta assai difficile sezionare “Canzoni allo Specchio”, perché nulla sembra fuori posto, e il disco appare un mosaico fatto di tanti dettagli curati in modo maniacale, ma talmente ben miscelati che l’aspetto che più emerge è l’omogeneità.
Ma Canzoni allo Specchio va oltre la musica e le oltre cinquanta pagine del booklet hanno una forte valenza supplementare. Non credo di aver mai visto tanta completezza in un “contenitore” che, se è vero che è spesso ben curato dagli artisti, difficilmente riesce a dare le possibilità fornite dal vinile… mera questione di  spazi e dimensioni.
Nell’occasione le illustrazioni sono curate da Fabio Mingarelli, artista poliedrico di assoluto livello. Disegni, fotografie, liriche, note… tutto concorre per sommare qualità a quantità, e l’art work risulta parte integrante ed essenziale dell’album, così come le storie raccontate, il folk, il jazz, il classico e tutte le contaminazioni etniche che rendono magica la musica di Notturno Concertante.
Nelle note di fine post è segnalato il sito ufficiale della band, spazio in cui è possibile ascoltare le differenti tracce.
Ma Canzoni allo Specchio ha una dedica precisa e molto importante. Il disco è infatti realizzato con la presenza spirituale del giovane bassista Antonio D’Alessio, scomparso prematuramente nel 2008, e di fatto ancora presente, come dimostra la line up inserita nel booklet, che lo vede come nono componente.
Quando abbiamo ricominciato a suonare con maggiore determinazione e abbiamo messo in piedi la nuova formazione nel 2002, Antonio è stato il nostro primo incontro. Ha avuto la capacità di fare da catalizzatore perché grazie a lui abbiamo conosciuto i ragazzi che poi sono entrati nel nuovo Notturno Concertante. E’ stato un bassista formidabile, sempre preparato, e anche negli ultimi giorni lo abbiamo trovato straordinariamente sereno.”
Amicizia, amore, musica, poesia, immagini… e chissà cosa potrà mai accadere su di un palco!



L’INTERVISTA

La prima cosa che mi ha colpito, non conoscendo Notturno Concertante, è il lungo periodo trascorso dalla pubblicazione del precedente Riscrivere il passato. Che cosa vi è accaduto, musicalmente parlando, nel corso degli ultimi due lustri?

Beh, in realtà tra un cd e l’altro abbiamo composto musiche per vari cortometraggi e film. Vorrei ricordare in particolare i brani per il corto di Giorgio Diritti Con i miei occhi, ma abbiamo fatto qualcosa anche per Rai1, Canale 5 e svariate altre colonne sonore. Credo, tra l’altro, che le sonorizzazioni siano il futuro della nostra attività musicale. Per quel che mi riguarda ho registrato due cd di chitarra classica (My favourite e AMELIA and other favourites rispettivamente nel 2004 e  nel 2009). Abbiamo tenuto qua e là dei concerti e varie esibizioni acustiche nel corso di presentazioni di libri o dischi. Inoltre abbiamo collaborato al disco di Bernardo Lanzetti, Gigi Cavalli Cocchi e Cristiano Roversi. Quindi non è stato certo un periodo di  completa inattività.

La musica che proponete mi pare di livello superiore, capace di superare generi ed etichette. Che cosa vi soddisfa maggiormente dell’unione di otto elementi, tra l’altro, di questi tempi, non facilmente collocabili in situazioni live?

Grazie! L’idea è proprio quella di creare una sorta di cross over tra vari generi, una contaminazione mirata di varie influenze musicali. Anche per questo Canzoni allo specchio ha avuto una fase di elaborazione particolarmente lunga e complessa. La possibilità di interagire con validi strumentisti ci ha consentito di sviluppare in maniera più articolata le nostre idee, aggiungendo ai temi da noi composti l’estro e la creatività di strumentisti che hanno portato un’aria di novità e freschezza nelle nostre composizioni. I nostri brani sono spesso congegnati come piccole (e semplici) partiture che si incastrano l’una nell’altra e questo è possibile grazie ad un attento lavoro di ricerca in studio e accurate prove per i concerti. Suonare dal vivo in otto, in questo momento, per svariate ragioni che è facile immaginare (budget risicati, problemi nel coordinare le esigenze dei vari componenti del gruppo, ecc.) può essere piuttosto complicato.  Ma è pur vero che proprio dal vivo le cose spesso sembrano funzionare meglio grazie ad un approccio  leggermente più rockistico e alla versatilità dei musicisti di cui ti dicevo.

I vostri brani alternano tracce strumentali a brani con liriche, e la parola non pare l’unico elemento utile al trasferimento dei messaggi. Che tipo di rapporto esiste tra testi e musiche, in fase di creazione?

Quasi sempre nasce prima la musica. Il testo è spesso un’aggiunta. In realtà quando scriviamo un brano non ci poniamo preclusioni di sorta. Vediamo come evolve, di volta in volta, la situazione. È come se il pezzo ci guidasse, in un certo senso, a compiere determinate scelte. Spesso qualche brano strumentale è stato poi cantato, difficilmente è accaduto il contrario.

Un brano è cantato in lingua inglese e ogni song è presentata sul book in doppia lingua. Sono solo esigenze di mercato o la lingua di Albione si dimostra particolarmente funzionale ad alcune vostre canzoni?

No il mercato non c’entra nella scelta dell’inglese per il testo di The price of experience. Francamente abbiamo cercato sempre la libertà di scegliere in tutta autonomia quel che fare senza condizionamenti di presunti santoni, tanto più  adesso visto le condizioni della grande industria discografica. La doppia lingua nel booklet è stata una scelta, invece, concordata con Radici Music perché contiamo di poter avere attenzione alla nostra proposta musicale anche all’estero.

La “confezione” che racchiude il CD è davvero bella e, soprattutto, utile. Come nasce la collaborazione con Fabio Mingarelli?

Fabio è un mio vecchio compagno di scuola media. L’ho rincontrato dopo svariati anni in una di quelle presentazioni di libri di cui ti dicevo. Abbiamo visto le sue opere e ne siamo rimasti affascinati. In un certo senso la nostra musica si completa con le sue opere (o, se vuoi, può essere vero il contrario). È stato naturale proporgli una collaborazione che speriamo possa continuare anche per il futuro. Magari anche in qualche happening che sottolinei la sinergia pittura/musica.

Che tipo di interazione riuscite ad instaurare in fase live con l’audience?

È molto importante in questo caso la presenza di un frontman abituato a dialogare e a stimolare il pubblico. Giuseppe Relmi ha proprio queste caratteristiche ed altre qualità. Prima fra tutte quella di fornire un contributo creativo alla nostra musica. Non a caso è lui a firmare assieme a me e ad un altro componente la title track del nostro nuovo cd. Giuseppe, pur essendo giovane, ha una lunga esperienza di concerti in svariate situazioni: per noi è importante la sua disinvoltura dal vivo.

La vostra musica prevede l’utilizzo -anche- di strumenti classici. Che tipo di rapporto avete con le nuove tecnologie? La sperimentazione strumentale è qualcosa che fa parte del vostro modo di creare?

Cerchiamo di utilizzare sempre strumenti acustici visto che abbiamo la possibilità di collaborare, adesso, con  musicisti davvero in gamba. La tecnologia è molto importante soprattutto perché ci offre la libertà di sperimentare senza costrizioni di tempo. Abbiamo un piccolo studio nel quale possiamo smontare e rimontare i pezzi, cercare le soluzioni più disparate, tornare sui nostri passi. In questo senso la tecnologia è un aspetto per noi centrale che consente di esprimerci con libertà e con tempi più rilassati (anche troppo…). Insomma ci aiuta a realizzare meglio le nostre idee musicali. Credo che l’informatica in musica abbia realizzato una rivoluzione copernicana. Qualcosa da cui è difficile prescindere.

Il disco è dedicato alla memoria di Antonio D’Alessio, scomparso prematuramente. Non esiste modo migliore per ricordare un amico ma, senza entrare nel personale, cosa vi ha lasciato dal punto di vista strettamente musicale?

Antonio era una persona splendida, mite, tollerante, comprensiva. Il suo approccio musicale era, in una parola, versatile. Riusciva a spaziare con gusto tra diversi generi musicali, che è appunto quello che ci proponiamo di fare ancora adesso. Poi è stato grazie a lui che abbiamo potuto conoscere altri musicisti poi entrati a far parte in pianta stabile del gruppo.

Che giudizio potete dare dell’attuale stato della musica, riferendovi a potenziali talenti in circolazione?

In giro c’è molta musica interessante ma che devi andare a cercare col lanternino perché l’industria discografica (o quel che ne resta…) punta su proposte che  possano produrre forti guadagni in tempi brevi. Una strategia miope e suicida che ha determinato una desertificazione culturale che è sotto gli occhi di tutti. E che paradossalmente ha portato a un drastico calo di vendite, di cui il download illegale tramite internet è solo un aspetto, tutto sommato, marginale.

Cose c’è nel vostro libro dei sogni alla voce “da realizzare al più presto?

Personalmente un bel cd strumentale che scali le classifiche americane. Tanto sognare non costa niente.




Note dal sito ufficiale

Il Notturno Concertante ha al suo attivo sei cd (The Hiding Place pubblicato originariamente dall’etichetta francese Musea nel 1989 e ristampato su cd dalla Mellow Records tre anni dopo, Erewhon edito nel 1993, News From Nowhere pubblicato nello stesso anno, The Glass Tear realizzato nel 1994) Riscrivere Il Passato (2002), Canzoni allo specchio (2012). Da segnalare la pubblicazione del brano ”Nocturne” nell’ambito di una compilation europea (Double Exposure). A tale compilation ha partecipato, fra gli altri, anche l’ex chitarrista dei Genesis Anthony Phillips. Inoltre hanno collaborato con Tony Pagliuca (storico tastierista delle Orme),e con il poeta bolognese Stefano Benni. Il gruppo si è esibito dal vivo in varie città italiane (Firenze, Roma, Napoli, Benevento, Torino, Milano), e in prestigiosi festival e teatri. Nel corso degli anni la band ha ottenuto numerosi passaggi radiofonici, articoli e interviste sulla stampa specializzata italiana ed estera. I componenti storici del Notturno Concertante sono Raffaele Villanova cantante e chitarrista e Lucio Lazzaruolo chitarre e tastiere, ma da anni si avvalgono della partecipazione fissa, in studio e live di svariati collaboratori.
Dal 1994 Lucio Lazzaruolo e Raffaele Villanova compongono musiche che sono utilizzate da Rai International nei documentari della serie Radici (in onda su Raisat), da Raiuno (per la P.T. Productions) e da Canale 5 (La clinica degli animali). Inoltre hanno composto parte della colonna sonora del film “Natale rubato”con Patrizio Rispo.
Informazioni:

Notturno Concertante:
http://www.notturnoconcertante.it

Chromazone Club:
http://www.chromazone.it


Ufficio stampa Synpress44:
http://www.synpress44.com

venerdì 11 maggio 2012

Thee Jones Bones-Stones of Revolution


“It’s Time for Revolution” è quanto indicato a grandi lettere nell’ultima pagina del libretto inserito nel cd “Stones of Revolution”, ed è quindi necessario aprire la confezione per carpire e interpretare il pensiero dei Thee Jones Bones, band bresciana arrivata al quarto album della propria storia. Ma non è necessario avere fretta, perché l’immagine di copertina parla, suona e canta anche a guardarla da lontano… potenza delle immagini e sapienza nel proporle!
Un uomo a torso nudo, con la chitarra issata come arma di conquista, a cavallo, immerso nella natura, sotto a un cielo indeciso, è il disegno di un’epoca, di una cultura, di un movimento, di una speranza e di un’illusione… e della libertà. E’ anche la picture simbolo di una musica particolare e del luogo in cui è nata o comunque cresciuta, facendo scuola.
Insomma, se fossi ancora un adolescente che si aggira nel reparto musica della STANDA, alla ricerca di novità, come accadeva ad inizio anni ’70, la sola immagine mi parlerebbe di musica rock, blues, country, di brani cantati in inglese, di ritmi, di chitarre slide e di riff alla Keith Richards. Non avrei però capito che i musicisti in questione sono italiani, ma ciò sarebbe difficile da stabilire anche dopo l’ascolto.
Undici brani che potrebbero essere stati scritti nei trecentoquaranta chilometri che separano Memphys da Nashville, o Austin da Dallas… che sanno di birra, di pub, di palchi di periferia, perché certa musica sta bene ovunque, ma si autoalimenta tra gli uomini e le donne che la vivono quotidianamente, magari ballando all’unisono o fischiando in caso di scarso gradimento.
Stones of Revolution suona così, un album da volume al massimo, da viaggio coast to coast, da decappottabile, completamente liberi.
E’ un album che sa anche di tributo ad una musica a cui si riconoscono meriti che hanno peso, perché è spesso quella con cui si nasce, si cresce e a cui si tende ad arrivare sempre e comunque, quasi fosse un centro gravitazionale capace di vincere ogni passeggera resistenza.
La musica, qualunque essa sia, non potrà cambiare il mondo, anche se, per qualche attimo, si è pensato sarebbe stata meta raggiungibile; non è però fatto illusorio credere che attraverso di essa si possano vivere attimi di intensa e gratificante libertà.
A tutti quelli che hanno preso coscienza di ciò, Thee Jones Bones dedicano questo godibile disco.
Questo album è dedicato ai rockers:
quelli che ci hanno creduto, quelli che ancora ci credono e quelli che crederanno nella rivoluzione della musica rock. Queste pietre sono per voi. Restate liberi.



L’INTERVISTA
Come nasce la voglia di rock blues… esiste una scintilla, un episodio che vi ha segnato il percorso musicale?
Personalmente ascolto rock blues da quando stavo in culla; ho provato ad interessarmi ad altro ma alla fine si ritorna sempre lì…
Non conosco i vostri precedenti lavori.”Stones of Revolution “  che tipo di “evolution” rappresenta nel vostro percorso musicale?
Fino all’anno scorso e tre dischi fa il progetto TheeJB consisteva in un duo, chitarra e batteria dedito ad un rock’n’roll decisamente più scarno con influenze che spaziavano dal country al punk, e il nuovo disco doveva essere nelle mie intenzioni una svolta verso atmosfere più blues e rock. Poi il caso ha voluto che sia arrivato un batterista che si è portato un bassista e Frederick (il vecchio batterista) è passato alla seconda chitarra… e così le idee che erano nate in duo hanno preso una forma del tutto diversa.
La presenza di Boris Savoldelli- di cui conosco il valore- in qualità di ospite è funzionale al progetto o è anche una scelta legata a conoscenza/amicizia?
Boris è solito frequentare lo studio Rumore Bianco di Esine (Bs) dove abbiamo registrato l’album, e dato che c’era il bisogno di finire l’album e risolvere delle parti un po’ incerte l’abbiamo coinvolto ben volentieri; poi la collaborazione che doveva essere solo per un pezzo si è ampliata a vari episodi con piacere per entrambi!
Ascoltando la vostra musica risulta automatico ritornare a schemi consolidati che tutti gli amanti del rock conoscono. Esiste una band che ha da sempre rappresentato una guida, un esempio da seguire, su cui tutti siete d’accordo?
Siamo un quartetto composto da gente simile ma abbastanza diversa tra loro, soprattutto negli ascolti musicali… non parlo di guida, ma penso che una band che piace a tutti quanti e che a mio avviso rappresenta un bell’esempio musicale sono i Motorpsycho.
Anche l’immagine sulla cover è di forte impatto e… ci si potrebbe scrivere un romanzo. Che cosa rappresenta per voi quella sorta di hippie a cavallo, immerso nella natura estiva, con la Gibson innalzata come vessillo?
Dopo il disco con la copertina remake di Electric Ladyland, chi ci conosceva si aspettava una copertina d’impatto… questa è stata una sorta si visione (o incubo) appena svegliato; gli elementi dovevano essere quelli tipici del rock degli anni ’60, con l’ideale di libertà rappresentato dal cavallo, non immaginavo però di doverla fare io la foto a febbraio subito dopo una nevicata. Poi è stato  Paolo Tresoldi di Stilemio a realizzare l’immagine.
Che giudizio date dell’attuale panorama musicale? Esistono talenti rilevanti che faticano a trovare spazio?
Penso che ci siano tantissimi gruppi solamente italiani veramente bravi, che non riusciranno mai a “sfondare”; se parliamo degli stranieri non basterebbero dieci enciclopedie, per il resto si ascolta più o meno solo “vecchia” musica!
Che importanza date alle liriche come “conduttori di messaggi”?
Nel nostro caso, l’importanza delle liriche è più legata al suono e alla sua funzionalità nella melodia delle canzoni… salvo casi particolari.
Quanto amate la fase live? Riuscite ad instaurare un’interattività con l’audience? L’apice della formazione a duo era arrivata ad esibizioni da circo con salti, arrampicate, partenze in mezzo alla gente con gli strumenti e c’è chi ha spaccato palchi, chitarre e ginocchia, piuttosto che parti di batteria o dita varie. Difatti parlavo del cambio di atmosfera che si voleva intraprendere anche perchè dopo un paio di anni così è dura; adesso i live sono basati solo sulla musica, meno roll e più rock e con ampie improvvisazioni strumentali a due chitarre.
Che spazio date alla tecnologia che avanza (strumentazione, tecniche di registrazione, internet, ecc…).
…il più piccolo possibile, siamo un po’ tutti “analogici”!
Ed ora … un sogno, da realizzare entro il 2015.

Esser qui a parlare del dodicesimo album dei Thee Jones Bones!


STONES OF REVOLUTION

 Il Verso del Cinghiale Records 2012

Distr. Goodfellas

11 brani, 58 minuti


Line up: Screaming Luke Duke (chitarre, voce), Brian Mec Lee (batteria), Frederick Micheli (chitarre, voci) e Paul Gheeza (basso, voci)

Thee Jones Bones:
http://www.theejonesbones.com

Il verso del cinghiale:
http://www.ilversodelcinghiale.org

Ufficio Stampa Synpress44:
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 Line up: Screaming Luke Duke (chitarre, voce), Brian Mec Lee (batteria), Frederick Micheli (chitarre, voci) e Paul Gheeza (basso, voci)

BIOGRAFIA - THEE JONES BONES (dal sito di Synpress44)

Nati nel 2001, i Thee Jones Bones sono una realtà consolidata nel panorama rock’n’roll made in Italy. Dopo i primi anni trascorsi suonando classici del rock in veste di power trio (composto da Luca Ducoli aka “Screaming Luke Duke”, Andrea Bellicini “Van Cleef Continetal” e Beppe Facchetti “Il Grande Omi” tra gli altri ndr.), la band sotto la guida di “Luke Duke” si trasforma in un duo con Mauro Gambardella (da poco coi“The R’s”) e nel 2006 rinasce pubblicando il primo album Rock’n’roll is a Lifestyle.
Il disco riceve ottime recensioni dalla stampa specializzata e permette alla band di intraprendere una lunga serie di date. Nel 2008 un nuovo cambio ai tamburi (subentra Frederick Micheli “Angioletti Trio”) dà vita ad una virata del sound dal rock blues di matrice Jon Spencer Blues Explosion del primo album a sonorità più rock’n’roll e country. Il risultato è Sticks & Stones, che come il precedente riceve ottimi apprezzamenti e dà il via ad una lunga tournee in mezza Italia.
A due anni di distanza si ripete il solito copione e la band realizza il nuovo lavoro Electric Babyland, orientato a sonorità più sixties e pubblicato in vinile per Rumore Bianco/Il Verso del Cinghiale nel 2010. Il disco catalizza l’attenzione della stampa per la copertina che replica la mitica cover di Electric Ladyland di Jimi Hendrix; seguono una settantina di date in cui si fanno i primi esperimenti di formazione allargata con l’intervento di altre chitarre e basso.
Nel 2011 “Luke Duke” comincia  a lavorare al materiale per il nuovo album, che segna un ritorno alle origini e si sposta verso un sound più “classico”, con reminiscenze di Rolling Stones, Alllman Brothers Band, Humble Pie e con lunghe parti lasciate alle improvvisazioni strumentali, cosa mai fatta prima d’ora. Frederick Micheli passa alla seconda chitarra e subentrano Domenico Ducoli (alias Brian Mec Lee) e Paolo Gheza (alias Paul Gheeza), già sezione ritmica dei Punto G, rispettivamente batteria e basso.
Il 2012 segna così l’esordio di questo nuovo ensemble che pubblica a marzo il nuovo album Stones of Revolution, composto da 11 pezzi originali per una durata di un’ora. Con un repertorio originale di oltre una quarantina di brani e una nutrita serie di cover più o meno rielaborate (dagli Animals a Joe Cocker) la band si propone per la presentazione del nuovo disco, con un repertorio ampio e adattabile a qualsiasi situazione.

Dal 2006 al 2011 i Thee Jones Bones hanno effettuato più di 300 date in tutta Italia passando dai grandi palchi di importanti manifestazioni alle piccole birrerie,  dividendo le serate con Mojomatics, Lombroso, Lord Bishop Rocks, Legendary Kid Combo, Dome La Muerte & The Diggers , The A-Bones, 59ers, Los Fuocos e moltissimi altri.

Info:


Thee Jones Bones:
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http://www.ilversodelcinghiale.org

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