giovedì 14 novembre 2013

Valerio Billeri - Acque Alte


Sarebbe molto più semplice poter guardare qualcuno negli occhi mentre parla, piuttosto che leggere risposte scritte, magari frettolosamente. Eppure anche il modo in cui ci si racconta, tra virgole e puntini messi secondo il proprio piacere, contribuisce a creare una immagine precisa. Forse dovrebbe bastare la musica, ma per cercare la sintonia con chi propone con cautela - ma fermezza - la sintesi di un pezzo di vita, occorre provare a cercare tra le pieghe e i risvolti nascosti, rischiando magari di prendere cantonate, ma scavando un po’ alla ricerca di quello che magari è poco evidente.
Valerio Billeri ha una discreta storia alle spalle, ma quello che propone oggi è il nuovo album, Acque Alteotto tracce fatte di folk, blues ed espressione cantautorale dei nostri luoghi.
Ritorno alle affermazioni iniziali per evidenziare l’idea che mi sono fatto, unendo la musica a tutto quanto ho percepito, e sfortunatamente non ho potuto girare e rigirare tra le mani un CD e tutti i dettagli che può contenere… molto più di una semplice raccolta di informazioni.
Valerio è un menestrello dei nostri giorni, nato probabilmente in un’epoca sbagliata, perché lo spazio che veniva concesso un tempo a certa musica ora non esiste più, e allora occorre sudare e accontentarsi di ciò che a fatica si riesce a strappare con le unghie.
Una chitarra, tante idee e un modo personale per proporle, magari da captare in ambienti e occasioni impensate, perché non c’è bisogno della folla, non necessitano luci e lustrini, anche se sarebbe fantastico trovare il modo per raggiungere tutti e far conoscere un modo di verso di cantare e suonare.
I maestri di Valerio sono dichiarati: non si può creare qualcosa di personale senza aver conosciuto e assimilato il passato. E l’originalità di Acque Alte risede nel messaggio che ad un ascolto superficiale può risultare criptico, ma che induce alla rapida decodificazione, perché si ha sempre la sensazione di restare in bilico, in attesa che girato l’angolo ci sia una rivelazione, un punto di vista diverso di qualcosa che già ci appartiene. Un esempio? Anticipo una mia domanda e uno stralcio di risposta:  “Quale il filo conduttore dei differenti brani?”, “Il filo conduttore e' l'acqua che qui, a differenza di cio che si pensa, è portatrice di divisione e dolore, la divinità e il buono si manifestano con il deserto e il fuoco”.
La finezza nella composizione delle liriche trova contrapposizione in una musica basica, le nostre origini, la terra, il popolo raccolto che prega tra gioia e dolore, il blues, le danze, le riunioni provocate da un pretesto qualsiasi nel nome di un elemento comune che ha valore di simbolo, e quindi trascende la materia.
Ho ascoltato con religiosa concentrazione Valerio Billeri, e per qualche attimo sono stato assieme a lui, vicino al suo fuoco, alle sue storie e ai suoi amici, felice di vedere ancora una volta che la purezza e la bellezza della musica si cela in ogni luogo, soprattutto in quei percorsi che mai ci verrebbe in mente di battere.
Un sentito grazie a Valerio che ha voluto raccontarci frammenti di vita… della sua vita, permettendoci di entrare in un mondo musicale a cui vale la pena dare la maggior visibilità possibile.



L’INTERVISTA

Come nasce la tua passione musicale? Quali i tuoi punti di riferimento?

La mia passione musicale nasce dalle vecchie cassette che si compravano sull'autostrada; mio padre una volta ne comprò una di Elvis … e poi i vinili Dylan, De Andrè, un 45 giri di Jannacci, De Gregori il Boss... i miei punti di riferimento sono i grandi songwriter americani e i bluesman del Delta, quelli dei 78 giri, Alan Lomax, la musica popolare italiana.

Potresti sintetizzare il tuo percorso dagli inizi ad oggi?

Tortuoso… alti e bassi, grandi soddisfazioni e delusioni per colpa della poca cultura e rispetto verso chi suona che vige nel nostro paese; i clientelismi... la musica in Italia e sempre più per una classe medio/alta che si puo permettere le spese per la produzione e la strumentazione e gli spostamenti; ben vengano i gruppi hip hop, il libero scambio su internet e nuove forme musicali.

Rock, folk, blues, cantautorato… in quale ambito ti senti più a tuo agio, ammesso che si possano fare sottili distinzioni?

Mi sento a mio agio quando riesco ad esprimere Arte, quando la mia mente e il mio corpo sono nella condizione di farlo; non senpre mi riesce… sono nella continua ricerca, come Achab della balena bianca.

Che cosa racconta il tuo nuovo album Acque Alte? Quale il filo conduttore dei differenti brani?

Il filo conduttore e' l'acqua che qui, a differenza di cio che si pensa, è portatrice di divisione e dolore; anticamente il colore degli Angeli e di Dio era il rosso, dei demoni l'azzuro. Su Acque Alte la divinità e il buono si manifestano con il deserto e il fuoco; dimenticavo di dire che sono ateo.

Come si colloca questo tuo nuovo lavoro rispetto ai precedenti? Esiste una evoluzione e una maturazione di cui sei pienamente conscio?

E’ maturato nella scrittura dei testi, cosa per altro avviata con il CD Il ponte, del 2010, mentre musicalmente la ricerca si è spostata verso forme di scrittura primordiale… il blues, le vecchie ballate dei cantastorie, gli spiritual.

Mi parli di ciò che hai realizzato a scopo benefico, nel 2012?

Vintage Radio, il lavoro per la federazione italiana della paratetraplegia, ha avuto un buon successo di vendite, e l' intero ricavato dell'album è servito per finanziare la ricerca sul midollo spinale; tutti i musicisti - anche personaggi di primo livello come Bonfanti e Max La rocca, i Blastwaves,  il grande Willie Nile - hanno partecipato gratuitamente.

Riesci a concepire il passaggio di messaggi ed emozioni, attraverso una musica priva di liriche?

Sì, con la musica popolare maggiormente; gli strumenti a corda, le vecchie fisarmoniche, i violini…parlano molto, e i pianoforti scordati captano storie e le portano con loro.

Che idea ti hai dell’attuale stato della musica in Italia?

Per i grandi circuiti una M... per quanto riguarda l'underground o come si dice per essere fichi “nell'indie”, c’è pieno di roba buona.

Che cosa accade nei tuoi spettacoli live?

Si trova buona musica suonata con l'anima e il sangue.

Prova a sognare in … modo realistico! Cosa potrebbe capitarti, musicalmente parlando, nell’immediato futuro?

Nulla, spero solo di continuare la mia ricerca fino alla fine dei miei giorni.


mercoledì 13 novembre 2013

PATTI CHIARI-Grazie Johnny


Hanno scelto di chiamarsi PATTI CHIARI, una band che sa cosa vuole e dove arrivare.
Presentano il loro primo singolo: Grazie Johnny, in uscita il 12 Novembre 2013 per Up Art Records su Itunes e tutte le piattaforme digitali e dal 15 Novembre per in onda in Radio.

Era il 1979 e un talento in erba, tale Alberto Fortis, cantava “Vincenzo io ti ammazzerò, sei troppo stupido per vivere”,  sancendo nella scrittura di quel testo uno dei suoi successi maggiori. Il soggetto dell’invettiva di Fortis, era  Vincenzo Micocci, fondatore e direttore generale di un'importante casa discografica, la IT.
Sono passati una trentina d’anni e la storia si ripete, o continua. Il singolo dei PATTI CHIARI, è un sarcastico ringraziamento a Johnny, che sia produttore o altra figura poco importa: la band decide di mettere in musica la delusione personale avuta da chi si è preso gioco dell’ impegno e del sudore; ancora una volta, come era accaduto per Fortis, la vicenda del singolo diventa occasione per porre l’accento e destare l’attenzione sulla tematica del potere, troppo spesso esercitato non in nome dell’arte, ma per i soli interessi economici.
 Un singolo che “mette in chiaro” la linea seguita dalla band: niente effetti speciali, niente costruzione di un’immagine da star; un rock nudo e crudo tutto italiano senza  gli artifizi dei prodotti commerciali tipici del panorama musicale. Una filosofia di vita e di “musica” che appartiene da sempre a tutti i musicisti che compongono i Patti Chiari.


 Esemplare è la descrizione del tastierista, il Gianca, raccontata nel romanzo autobiografico L’erba Cattiva  del regista (e musicista) Ago Panini: “Poi come se il pezzo lo avesse scritto lui, attacca. E suona da Dio, si reinventa tutto, controcanti, appoggi. Suona come un bluesman in perfetta sintonia con tutto quello che ha attorno (…) Forse l’occasione della vita era saltare quel concerto per rifare la band con un altro tipo di persone, meno fighette, più toste, niente università, forse nemmeno liceo, e invece piastrelle, zingari, bulgari e circensi”.

Ecco, questa la base dei Patti chiari: verità e soprattutto la consapevolezza di avere qualcosa da dire attraverso la musica.
PATTI CHIARI  sono 

MAX ZACCARO – voce, basso, percussioni
In tour per molti anni con Biagio Antonacci, Tricarico, Paola Turci, Ron, Silvia Salemi, dal 2010 direttore della produzione live di Luisa Corna.

LELE BOTTI - chitarre
Cofondatore e membro storico della Back in Blues Band; con questa in 20 anni di carriera e due album all’attivo ha partecipato a tutti i più famosi festival italiani: Pistoia Blues festival, Porretta Sweet Soul Music festival, Rocce Rosse festival, Bordighera Jazz festival ecc.

“GIANCA” JACONO – tastiere
Membro degli Ottantottotasti coi quali ha calcato innumerevoli palchi tra cui Arezzo Wave, Concerto del 1 Maggio di Piazza San Giovanni Roma, Finale dei Mondiali di Francia 98. Tastierista di artisti internazionali come Arthur Miles,  Barbara Car,  Marva Dhrite e Ben Turner.

PAOLINO POLIFRONE - basso
Innumerevoli tour e collaborazioni in studio con Ronnie Jones, Federica Camba, Pago, Iva Zanicchi, Laura Bono ,Jenny B, Alberto Fortis, New Trolls  il Mito, Senza Impegno (Zelig), Loredana Bertè, Dante Pontone (XFactor), Yuri Magliolo (XFactor ),Gatto Panceri, Alex Britti, Dolcenera, Miguel Bosè, Soren Andersen (chitarrista di Glenn Hughes).

ALEX “POLIPO” POLIFRONE - batteria
Nella sua carriera ha lavorato sia live che in studio con: Nada, Loredana Bertè, Mario Lavezzi, Pago, Botero, Ronnie Jones, Luisa Corna,TGP e tanti altri. Dal 2001  è componente de "il mito NEW TROLLS" con i quali si esibisce in numerosi concerti in tutta Italia e in diverse trasmissioni televisive. Nel 2009 è stato scelto da Brian May e Roger Taylor come batterista del musical "We Will Rock You.

Official FaceBook www.facebook.com/patti.chiari.79

martedì 12 novembre 2013

Video Intervista a Fabio Zuffanti e Rox Villa



Dopo un lunga serie di pagine dedicate alla conoscenza del nuovo progetto, raccontato passo dopo passo attraverso i singoli attori, Fabio Zuffanti  e Rox Villa fanno il punto della situazione a due mesi dall’uscita dell’album solo “La Quarta Vittima”.
L’intervista a seguire appare una buona anticipazione del piatto forte, come sempre in questi casi rappresentato dalla musica, ma prima dei suoni protagonista resta la parola…

lunedì 11 novembre 2013

Antonio Severi-Sunday Morning


Antonio Severi si racconta utilizzando il “suo” strumento, la chitarra, uscendo per un attimo dallo schema gruppale e realizzando un album strumentale, Sunday Morning, tredici tracce composte in vari momenti di vita e racchiuse in un primo contenitore, a cui potrebbe fare seguito molto altro, vista la quantità di materiale disponibile.
Dalle note a seguire, biografia ed intervista, si intravede parte di un mondo musicale fatto di molteplici progetti, ma l’album solo è quello della libertà assoluta, quello in cui non esistono compromessi, dove ci si può dedicare ai dettagli che più si amano, magari oltrepassando limiti che normalmente sono barriere invalicabili. Una sfida? Forse, ma credo che la realizzazione di un disco, di un libro, di un dipinto, con la totale responsabilità della creazione/produzione/gestione sia un fatto di per sé molto stimolante.
Provo ad abbinare immagini a musica, e dalla fantastica cover di Enrico Zappitelli emerge la riflessione e la contemplazione di Severi, in un qualsiasi Sunday Morning, un uomo qualunque che prende un po’ di tempo per se stesso e si lascia contaminare nei pensieri da ciò che lo circonda. Situazione ideale per essere spinti verso nuove azioni positive, che per un musicista vuol dire essenzialmente tradurre in musica il feeling del momento.
La lettura dei titoli, confermata dall’autore, riporta ad una liason, l’acqua, anche se la concettualità dell’album non è obiettivo primario; ma si sa, i macro sistemi che ci sovrastano, di cui siamo parte, spingono sempre più verso l’essenza, verso la semplicità, un meccanismo spesso inconscio che appare in contrasto con l’evoluzione tecnologica e la velocità elevata di cambiamento. Antonio Severi utilizza le sue chitarre, la sua base di partenza, per descrivere parte della storia personale, lasciandosi toccare dai sui “maestri trasversali”, ma tirando fuori dal cilindro una magia musicale che spesso fa fatica a trovare spazio quando il protagonista è un solo strumento. Sunday Morning fornisce i titoli ed una possibile visione di attimi vissuti, ma l’ascolto porta verso altri lidi, conduce a reinterpretazioni personali che ogni ascoltatore può vivere in modo solitario, isolandosi per un attimo, come potrebbe fare un ciclista della domenica, a contatto con la tranquillità della natura buona.
Superfluo sottolineare il talento di Severi, ma d’obbligo evidenziare le capacità espressive, la comunicabilità ed il passaggio di messaggi non sempre facili da veicolare in assenza di liriche.
Non c’è necessità di estrema razionalità, ma sarà sufficiente lasciarsi andare provando ad entrare nel mondo dell’autore, e i momenti di contatto sbocceranno copiosi, a testimonianza di come una qualsiasi domenica mattina possa rendere chiunque un artista, almeno in quanto a bontà di idee e sentimenti… e poi l’ecelsa espressività rimarrà nelle mani di chi ha ricevuto il dono della sintesi musicale. Un album da godere, un disco che esce fuori dal concetto di nicchia e si concede ad ogni tipologia di ascolto.



L'INTERVISTA

Ci siamo conosciuti attraverso la musica degli Stereokimono e ora ti ritrovo… solitario: chi è in realtà “l’artista” Antonio Severi?

Suono la chitarra da una vita ed è il mio strumento principale, ma mi diletto anche con tastiere e percussioni. Ho fatto parte di numerosi gruppi, sia dell’area romana che di quella bolognese. Nel ’98 assieme ad Alex degli Stereokimono abbiamo pubblicato un cd di musica ambient-elettronica col nome di Ozis. Poi con Stereokimono, il gruppo di rock psicofonico obliquo, abbiamo pubblicato tre album tra il 2000 e il 2012, due dei quali con l’etichetta “Immaginifica” di Franz Di Cioccio. Faccio inoltre parte dei Blanche de Namur, una tribute band dei Police, ho scritto diverse colonne sonore per Albateatro, un gruppo teatrale “aperto” il cui fulcro siamo io e l’attrice e regista Paola Favia, ho sonorizzato diversi documentari educativi usciti poi in dvd. Parallelamente ho sempre composto e registrato da solo una quantità di materiale di vario genere ed in particolare tantissimi brani per chitarra classica, folk e a 12 corde e sentivo l’urgenza di far uscire finalmente dalle mura domestiche anche queste “creazioni” a cui tengo particolarmente. Naturalmente gli Stereokimono sono vivi e vegeti e  attualmente stiamo lavorando sia per rinnovare il nostro live-act che per comporre il materiale che farà parte del nostro quarto album. Chiaramente con i tempi che ci contraddistinguono, cioè moooolto lentamente!

E l’uomo? Racconta qualcosa che abbia profondamente inciso sul tuo modo di fare musica.

Tutto quello che accade intorno a noi ci influenza profondamente, poi ci sono avvenimenti più rilevanti di altri che lasciano il segno. Nel mio caso la nascita di mio figlio, evento indimenticabile, o il trasferimento in un’altra città (da Roma, dove sono nato, a Bologna). Ma anche qualche viaggio o esperienza particolarmente importante può aver contribuito a forgiare la mia personalità e perché no, anche il mio stile musicale che si sarà evoluto (spero!) da quando a dodici anni “rubai” a mio cugino una delle sue chitarre e mi feci insegnare i primi accordi.

Che cosa regala in più un album per sola chitarra, rispetto al normale gioco di squadra?

Oltre ad essere un album per sola chitarra è anche totalmente autoprodotto, composto, suonato, registrato, mixato da me. Quindi totale libertà, nessun compromesso, tutte le scelte erano mie, con i pro e i contro di questo modo di lavorare. Ho vissuto questa esperienza come una specie di sfida personale e mi sono divertito molto nell’affrontarla. Il lavoro di gruppo è diverso, porta sempre a sacrificare qualcosa, devi muoverti entro spazi un po’ più limitati e adeguarti al modo di lavorare di ognuno. Però quella magia che scaturisce interagendo con altri musicisti è unica, quindi ci vuole l’uno e l’altro e io amo entrambe le cose.

Come vivi il tuo rapporto con la chitarra? Simbiosi o relazione di assoluto rispetto?

La parola “rispetto” mi fa pensare ad una sorta di distaccata venerazione. Quindi preferisco “simbiosi”, l’essere un tutt’uno con lo strumento, percepirne le vibrazioni e influenzarsi a vicenda. Io la faccio risuonare e lei mi rimanda indietro le sue onde, stimolando non solo la mia parte razionale, la mente, ma anche il corpo e la mia parte più istintuale.

Che cosa è Sunday Morning… il riassunto di un periodo di vita o una necessita di fuga dalla routine?

Il titolo “Sunday Morning”, mi è venuto in mente mentre pedalavo in bicicletta la domenica mattina verso un parco, cosa che faccio ogni tanto per rilassarmi. Per questo, quando ho visto il quadro di Enrico Zappitelli ho pensato che fosse la copertina perfetta per il disco. Rappresenta proprio un ciclista che si riposa sulla panchina di un parco cittadino, una persona tranquilla e rilassata in un giorno festivo, lontana dai problemi quotidiani e quindi sì, in quel momento in fuga dalla routine. Però l’album è anche un riassunto di un periodo di vita perché gli undici brani che lo compongono sono nati in epoche diverse, ci sono cose composte recentemente, addirittura alcune parti mentre stavo già registrando, e cose più “antiche” di quando ero molto più giovane e che magari negli anni hanno subito modifiche, cambiamenti, e che sono cresciute con me. In realtà poi i brani in cantiere, quasi tutti già registrati, sono ben trentatrè! Il progetto è quindi quello di pubblicare almeno una trilogia, magari sempre con la copertina di Enrico e far vedere la luce al più presto anche agli altri ventidue.

Trattasi di album concettuale?

Non c’è un “concept” di base vero e proprio, anche se alla fine mi sono accorto che molti titoli rimandano all’acqua. “Onde”, da cui ho tratto un videoclip tutto giocato sulle onde del mare (si può vedere sul mio canale YouTube), “Sailing”,Il Fiume”, “Il Vecchio e il Mare”, “A Rainy Afternoon”… C’è quindi questo elemento acqua che fa da filo conduttore, ed è curioso che sulla copertina ci siano invece altri due elementi, terra e aria. Dovrò mettere del fuoco nel prossimo disco per compensare!

Fornire dei titoli a episodi strumentali significa, anche, aiutare l’ascoltatore a decodificarne i significati intrinsechi: come nasce l’attribuzione in questo caso?

Non c’è una regola, ma la maggior parte delle volte chiudo semplicemente gli occhi mentre sto suonando e lascio che mi vengano a mente delle immagini, che la musica mi suggerisca lei stessa un’atmosfera, un paesaggio, una situazione.

Da dove prende spunto, nel tuo caso, l’ispirazione che conduce alla creazione dei tuoi brani?

Compongo quando sono particolarmente felice o particolarmente triste, se l’umore è “medio” è più difficile che venga l’ispirazione. Spesso viene proprio mentre stai suonando, sperimentando, quando sei completamente immerso. Oppure usando sulla chitarra accordature diverse da quella standard, anche alcune inventate da me, strategia che porta all’utilizzo di armonie inusuali e fornisce lo stimolo per creare qualcosa di nuovo.

Sei pienamente soddisfatto di questo tuo nuovo lavoro?

Non si è mai soddisfatti al 100% quando si finisce un lavoro e lo si pubblica. Però arriva il momento di mettere un punto e andare avanti, altrimenti il desiderio si perfezionamento può avere la meglio e si rischia di rimanere intrappolati.

Hai previsto una pubblicizzazione live?

Certamente. Ho tenuto un concerto/aperitivo di presentazione dell’album a Bologna, proprio una domenica mattina (Sunday Morning…) in una sala situata in un parco cittadino. E’ stato un evento interessante, ho suddiviso la presentazione in due parti con un intervallo gastronomico e devo dire che la cosa è piaciuta molto (sia la musica che l’aperitivo!). Spero di poter presto presentare il disco anche in altre città: il mio show può essere di lunghezza variabile da 30 minuti, magari come apertura a qualche gruppo importante, fino a un’ora e mezza o due ore se suono da solo (allargando la scaletta anche agli altri miei brani), alternando diverse chitarre e avvalendomi di un looper per realizzare stratificazioni sonore.



Biografia


Antonio Severi nasce a Roma e vive a Bologna ormai da molti anni. E' prevalentemente chitarrista ma suona anche tastiere e percussioni. Ha suonato con numerosi gruppi sia dell'area romana che di quella bolognese e fa parte attualmente degli Stereokimono (rock psicotonico obliquo), degli Ozis (electronic-ambient), dei Blanche de Namur (The Police Tribute Band) e del gruppo teatrale Albateatro. Con gli Stereokimono ha pubblicato tre album, due dei quali con l'etichetta Immaginifica di Franz Di Cioccio (PFM), un cd con gli Ozis e diverse colonne sonore di DVD educativi oltre alle musiche di numerosi spettacoli teatrali. E' di quest'anno (2013) la pubblicazione del suo primo album solista "Sunday Morning".

domenica 10 novembre 2013

PSYCHOUT DEPARTMENT - "ZU DEN GLEISEN"


PSYCHOUT DEPARTMENT - "ZU DEN GLEISEN"

Qualcuno sostiene che PsychOut Department non esista, che sia solo uno scherzo musicale. Qualcun'altro, come il regista Davide Rikk Ricchiuti, invece è convinto che esso sia un gruppo effettivamente esistito nel 1928. Di questo duo di musicisti in bilico fra l'elettronica, il folk e la psichedelia in effetti non si sa molto altro, se non che operavano tra Londra e Berlino nei primi decenni del secolo scorso e che non si consideravano tanto un gruppo musicale (concetto ancora non in voga), quanto un laboratorio di sperimentazione, un vero e proprio dipartimento di ricerca sugli effetti psicoacustici dell'elettronica e delle droghe psicotrope: il dipartimento "PsychOut". È piuttosto evidente come molti gruppi anche lontanissimi fra loro, quali i Beatles e i Kraftwerk, si siano ispirati al suono avanguardistico che caratterizza le poche tracce giunte fino a noi da quell'epoca lontana: brani dai titoli enigmatici, come "Zu Den Gleisen" appunto. Se i suoni erano assolutamente in anticipo sui tempi i testi dello PsychOut Department, in inglese e tedesco, erano invece permeati di quel surrealismo tipico delle avanguardie artistiche a loro contemporanee, ed è per questo che l'etichetta Reincanto Dischi, avendo deciso di ripubblicare come singoli questi gioielli sonori che ha trovato negli archivi del loro laboratorio, ha scelto di farlo producendo dei nuovi video che seguano l'estetica e la filosofia dadaista che aleggiava nel loro ambiente culturale. È nato così il video di "Zu Den Gleisen" il primo singolo di PsychOut Department, pubblicato per la prima volta in digitale dopo quasi cento anni. Eppure qualcuno continua a sostenere che sia tutta una bufala.

Dal diario di lavoro del dipartimento PsychOut: 
"What is PsychOut Department? It is a trip, it's a joke, it's a little trick... Going to Angel Underground we saw a moon pie, so we sold our souls to buy a little slice of it. But our Magical Bistoury Dream had to go on and we found ourselves riding a little green train through Europe, towards the stars... And over the Baltic sea we met a flying pig who was crying alone in the blue sky... He looked at us and suddenly said: 'Welcome to the drug, my friends, welcome to the trip!'  And in the end where are You? And in the end where is Me?"

IL VIDEOCLIP - Note del regista

Il videoclip del singolo "Zu Den Gleisen" si ispira alla tecnica cinematografica sperimentale che Man Ray ha messo in atto nei suoi due film "Emak-Bakia" del 1926 e "L'etoile de Mer" del 1928. Ha quindi un approccio surreale e attualizzato che rappresenta in modo ironico il testo della canzone, primo singolo del gruppo d'avanguardia storica PsychOut Department. Il video è infarcito di riferimenti cinematografici (per esempio nel finale c'è un riferimento ai Fratelli Lumiére), e artistici (nel mezzo del video si può vedere riprodotta una sequenza che sfocia in un fermo immagine che cita l'opera di Man Ray "Le Baiser" del 1932). Ogni singola immagine è stata completamente girata ex-novo e post prodotta, nessun materiale contenuto in questo video è stato acquisito da altri filmati, ogni materiale è originale e riprodotto in studio.

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Titolo del brano: "Zu den Gleisen"
Artista: PsychOut Department
Regista del videoclip: Davide "Rikk" Ricchiuti
Produzione: Reincanto Dischi / Film For Breakfast 

link al video su You Tube: http://youtu.be/riGNSzJeqFI
link al brano in anteprima su spotify: PsychOut Department – Zu Den Gleisen
link al brano in anteprima su soundcloud: https://soundcloud.com/reincantodischi/zu-den-gleisen

lunedì 4 novembre 2013

Flavio Emilio Scogna e il "Premio Vittorio De Sica per la Musica Classica"


E’ prassi comune, debolezza umana, prendere luce riflessa da un corpo vicino, capace di illuminare a giorno. Le amministrazioni locali non perdono mai occasione per utilizzare e sfruttare i successi di cittadini diventati illustri e carichi di visibilità. E così tra sport, cultura e frivolezza, le occasioni per periodici passaggi nei luoghi di nascita o adozione diventano frequenti.
Il Compositore e Direttore d’Orchestra Flavio Emilio Scogna sfugge a questa regola: non ne conosco le motivazioni, ma immagino che questa lacuna abbia creato in lui un minimo di delusione, perché poter mettere a disposizione della comunità di origine - nello specifico la città di Savona - la propria arte e il lavoro di una vita dovrebbe essere fatto naturale a cui si fa fatica a trovare controindicazioni.
I riconoscimenti servono, sono la misura e la valorizzazione del lavoro quotidiano, e l’ambizione personale è forse la più forte motivazione esistente capace di condurre dritta verso ogni obiettivo. Voglia di emergere, ma anche di nascondersi dietro alla vera protagonista di una vita, la Musica, che nel momento della sua rappresentazione oscura chi la crea e la propone, in una sorta di annullamento e appiattimento dei ruoli, perché è solo per LEI che, in quel momento, si sta vivendo.
Lontano dalla sua città il Maestro Scogna ha vissuto mille momenti significativi, tra performance e apprezzamenti a senso unico.
E’ di pochi giorni fa una missiva a lui indirizzata da Gian Luigi Rondi - postata a seguire - la notifica di un premio che il 29 di novembre gli verrà consegnato a Roma, in Campidoglio, il Premio Vittorio De Sica per la Musica Classica attribuitogli all’unanimità nell’ambito dell’Accademia del Cinema Italiano.


Quali i predecessori illustri?

Precedenti Premi per la Musica Classica:

2000  Luciano Berio

2001  Riccardo Chailly

2010 Claudio Abbado

2011 Antonio Pappano

2012 Riccardo Muti


I miei personali complimenti a nome di tutta la comunità cittadina al Maestro Flavio Scogna, nella speranza che prima o poi possa regalare qualche momento indimenticabile e di alto valore culturale alla sua città.

Immagini di repertorio...

domenica 3 novembre 2013

“PROG LEGEND NIGHTS” 22 e 23 Novembre 2013



“PROG LEGEND NIGHTS22 e 23 Novembre 2013
TEATRO GIOVANNI XXIII - Cusano Milanino (MI)
www.teatrocusano.it 

22 novembre 2013 - “ Pink Floyd's Trilogy ” - ore 21 - ingresso 10 Euro
Gli Anderson Council, tributo ai Pink Floyd da 10 anni, tornano a riproporre la trilogia degli anni 70. Dark Side Of Th Moon, Wish You Were Here e Animals, i tre dischi che consacrarono il mitico gruppo inglese tra il 1973 e il 1977, riproposti completamente dal vivo ed interi con la magia del light show, dei video originali e dell'audio quadrifonico.
Anderson Council - Pink Floyd Tribute

23 novembre 2013 - ” Progressive Melody ” - ore 21 - ingresso 10 Euro ( sconto di 2 Euro per i partecipanti del gg 22 )
Serata all’insegna del progressive rock, quella corrente musicale e culturale che a partire dagli anni ’70 ha consacrato come protagonisti indiscussi a livello internazionale band come Genesis, Emerson Lake & Palmer, Yes, King Crimson... solo per citarne alcuni: esibizione di tribute band tra le più accreditate del panorama italiano che ripropongo fedelmente musica e spettacoli di quei gloriosi anni; esibizione di band che eseguono i loro lavori ispirati alle sonorità del progressive rock.

Phoenix Again - musica originale
Dusk E-B@nd - Genesis Tribute ( "era Gabriel" )

info e prenotazioni : 



sabato 2 novembre 2013

Tanti auguri Keith Emerson


Wazza Kanazza ci ricorda che…

Compie oggi 69 anni Keith Emerson, nato il 2 novembre 1944 … la storia del prog passa attraverso le sue dita!
Nice, Emerson, Lake & Palmer... il tastierista per eccellenza, grande estimatore del prog italiano,volle nella sua scuderia "Manticore" il Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi.
Happy Birthday Keith

venerdì 1 novembre 2013

Claudio Milano e nuovi progetti- Bath Salts (Nichelodeon) e L’Enfant et le Ménure (InSonar)

    

    
     Ad estate inoltrata Claudio Milano mi invia il suo nuovo lavoro, un cofanetto carico di storia, a cui mi avvicinerò gradualmente: il materiale è tanto, e sento subito nell’aria l’importanza del contenitore che mi passo da mano a mano, scrutando con un certa riverenza la confezione. Conosco Claudio da un po’ di anni, ho ascoltato la sua musica, l’ho visto in fase live, ho scambiato con lui commenti e informazioni varie, ma ogni volta che mi trovo a sintetizzare il suo impegno utilizzo un approccio di estrema cautela e rispetto, avendo la quasi certezza di trovarmi davanti ad un genio a cui non potrei fornire alcun valore aggiunto descrivendo con le mie parole la sua arte. Proverò a lasciarmi andare, correndo il rischio di andare fuori tema, lasciando da parte quel poco mestiere che conosco, agendo come farebbe un bambino o l’ascoltatore casuale, nel caso sentisse l’esigenza di trasporre il suo sentimento del momento. La parte oggettiva è garantita dall’intervista a seguire, e di fatto da sola basterebbe a raccontare la vita racchiusa nei due progetti presenti nel cofanetto, due doppi album targati Nichelodeon - Bath Salts -  e InSonar - L’Enfant et le Ménure, progetto di Milano e Marco Tuppo. Lavori diversi per raccontare la Storia, il presente e ipotizzare un futuro che nessuno potrebbe prevedere roseo. I rapporti umani e le relazioni trasversali diventano l’argomento principe - e come potrebbe essere il contrario - mentre il mondo, visto attraverso l’occhio di innocenti, assume altro aspetto, nuovo valore, e forse recupera la sciagura che arriva dall’insensibilità del quotidiano. Occorre fare uno sforzo supplementare e andare oltre l’ascolto. Il lavoro che Milano ci regala è monumentale, e nel caso di InSonar il coinvolgimento di un elevato numero di musicisti provenienti dai cinque continenti testimonia al contempo l’originalità della proposta e l’amore indiscusso che Claudio riesce a suscitare nelle persone che incontrano lui e la sua musica. Ma trovo sempre un certo malessere, un ‘insoddisfazione, una situazione di grande disagio che faccio fatica a decodificare e che riesco solo a percepire tra le righe. In questo senso Bath Salts /L’Enfant et le Ménure mi appare come una sorta di eredità, di raccolta precoce di quanto realizzato sino ad oggi, come se ci fosse la paura che il nostro vivere attuale possa portare via il tempo, anche quando si è giovani come Claudio. Lui è un artista completo e colto, capace di viaggiare senza alcuna difficoltà tra Hammill e Brecht, tra Eno e Buckley, tra Bowie e i Velvet, tra il sacro ed il profano, attraversando la differenti religiosità e diversi modi di vivere e di pensare. La sua musica non credo sia poi così facile, perché percorrere stili diversi, proponendo un’avanguardia spinta, utilizzando lo strumento “voce” per perlustrare sentieri inesplorati, richiede al ricettore una predisposizione all’ascolto e al nuovo che spesso viene a mancare, in giovani e meno giovani. Ma affrontare senza pregiudizi questo progetto porta a scoprire ciò che non ci si potrebbe mai aspettare, e questo può accadere anche senza essere a conoscenza dell’iter realizzativo, delle partecipazioni, delle collaborazioni, anche se occorre dire che mai come in questo caso l’art work è da considerarsi inscindibile dalla proposta musicale. La mia chiave di lettura porta a consigliare un ascolto “leggero”, il primo, lasciandosi andare e rimandando alla volta successiva la conoscenza dei dettagli. Cosa potrebbe succedere? Ero in auto, un lungo viaggio, e la voglia di ascoltare tutto di fila. La mia giovane figlia accanto a me. Il quarto brano di  Bath Salts, Surabaya Johnny, è qualcosa di conosciuto, poco amato nella mia cecità adolescenziale: la tv in bianco e nero e Milva che aumenta la mia tristezza della domenica sera, anche quella in bianco e nero. Accompagnamento acustico e poi la voce di Claudio, che la mia bambina apostrafa con stupore come quella di un “attore”. In quella canzone c’è tutto, Milva, Brecht, e un Claudio Milano capace di farmi vedere la bellezza di una perla rimasta nascosta per lustri, e che solo grazie a lui potevo vedere brillare. Alla prima sosta in autostrada è partito un messaggio, perché d’impulso ho sentito la necessità di ringraziare… 


L'INTERVISTA

 Anche se complicato, ti chiedo di sintetizzare lo spirito racchiuso in Bath Salts, le storie che, pur separate, si miscelano tra due differenti progetti.
"Bath Salts” parla di cannibalismo nei rapporti interpersonali, di un'epoca in cui il disagio porta alla svalutazione di ogni legame, affetto, nella quale la mancanza di riferimenti in momenti di difficoltà conduce a ricorsi storici assai pericolosi in termini economici, politici, socio-culturali. Il titolo fa riferimento ad una droga di sintesi che, come il Krokodil, rappresenta in maniera dichiarata rabbia che esplode e consuma sé stessi e chi è attorno in maniera rapida, definitiva, irreversibile. Le droghe sono sempre a modo loro la rappresentazione di un periodo culturale, quanto oracoli che in maniera ossessiva annunciano una fine non intesa come rinascita; il ritorno alla luce delle destre estreme; il credere che ci possa essere un'egemonia culturale a discapito delle altre: gli Stati Uniti che con la scusa della difesa dal terrorismo controllano tutto quello che siamo e diciamo. Il disco nasce da una riflessione maturata attorno a “La Recessione” di Pier Paolo Pasolini, da un periodo di profonda crisi e cambiamento dunque, che ha investito la mia vita nell'ultimo anno. Ho creduto profondamente di aver perso ogni valore assieme ad una mia cultura ormai in cancrena; ho pensato e sperato di potermi “vendere” al mercato nero organo per organo per ricambiare i sacrifici compiuti dai miei genitori per me e ho trovato in rete una valanga di disperati che lo avevano già fatto. Ho letto testimonianze, ho visto immagini e ho avuto paura. Ho capito che tra l'epoca in corso e quella tra le due guerre in realtà non c'è particolare distanza, abbiamo identificato in maniera infantile i bisogni immediati (non sempre i più importanti) con il solo denaro e la sua assenza ci ha fatto credere di essere in crisi culturale, di non avere più valore. Abbiamo dimenticato di essere capaci di trasformare le nostre vite, di saper costruire momento per momento, di avere risorse inimmaginabili e le abbiamo bruciate sull'altare di un'era dei consumi ormai al tramonto. Ho pensato a Brecht e Weill e ne ho cantato suoni e versi, ho ridotto la mia scenografia, di solito assai ricca a un ambiente beckettiano, ma non ne ho voluto prendere i cinismo. Il cinismo è una brutta bestia, ha un fascino decadente, aiuta a sopravvivere ma non a vivere, non genera speranze e quantunque dovesse farlo le fabbrica troppo fragili. Le speranze vanno messe alla prova perché acquistino solidità. Il brano conclusivo di “Bath Salts”, su testo di Brecht e musiche di Fiorenzo Carpi recita “Portami un fiore ma da un cespuglio che cresca mezz'ora almeno dalla casa dove stai. Così obbligato sarai a camminare per farti forte ed io per quel bel fiore ti ringrazierò”. Un nuovo umanesimo nasce da uno sforzo individuale per gli altri. Senza compassione, senza amore indiscriminato oggi non abbiamo futuro. Io per rigenerarmi ho avuto bisogno di ridurre tutto all'essenziale, alla preghiera, alla fiducia negli altri e ho invertito la rotta, ho smesso di “prendere” dall'ambiente per “immettere”.  

Già al primo ascolto ho avuto l’impressione di essere in possesso di un lavoro dalle dimensioni enormi, dalla qualità inusuale, e da un impegno che sembra impossibile da affrontare. Sono andato fuori strada?
L'impegno di fatto è stato affrontato. “Bath Salts” è nato per necessità di dire, urgenza espressiva. La valutazione della sua qualità non spetta a me, anche se l'esperienza umana che ne è derivata è stata enorme. Lo scambio avuto con chi vi ha partecipato è stato quanto di più puro io abbia conosciuto. Le dimensioni di questo lavoro non mi sono ancora del tutto chiare, tant'è che a tornare a comporre oggi non saprei da dove iniziare, mi sento svuotato, ma penso queste dimensioni possano essere ridotte davvero a un granello di sabbia che è fine e nuovo inizio.

Una cosa che mi ha colpito è il grande numero di persone che sei riuscito a coinvolgere. Come sono nate le collaborazioni, italiane e straniere?
Assieme a “Bath Salts”, come  cofanetto contente 2 doppi album è stato pubblicato un lavoro in programma da tempo, “L'Enfant et le Ménure” del progetto InSonar, con Marco Tuppo e 62 musicisti da 5 continenti. Credo si tratti dell'opera di networking più imponente mai realizzata. Questo è stato un lavoro d'espansione, il disco dell' “itai doshin”, della comunione d'intenti, più menti per un unico obiettivo. “Bath Salts - il disco della rivoluzione umana”, per come l'ho nominato, conta una trentina di collaborazioni ma per lo più in termini di interscambio diretto, in studio ed è un disco nel quale tutto sembra ridursi a voce, arpa e suoni della natura, nonostante di fatto siano coinvolti strumenti d'ogni sorta. “L'Enfant et le Ménure” è invece un disco giocoso dove sono testati i limiti strutturali e timbrici di voci e strumenti, dove vuoti e pieni si alternano creando una differenziazione evidente di linguaggi, una sorta di Babele, una festa che parla delle possibilità che offre il potere dell'immaginazione quando si conservano occhi infantili. L'ottantina di musicisti e artisti visivi coinvolti complessivamente sono stati contattati nel corso di diversi anni o mi hanno contattato per esprimere stima nel mio lavoro e le collaborazioni son nate un po' per volta, non si tratta di qualcosa di studiato, ma di accaduto. Come, ancora non mi è chiaro, so solo di averlo voluto, molto.




Anche l’art work mi pare inscindibile dalle storie che racconti. Mi dici qualcosa in più?
Per InSonar ho lavorato con Marcello Bellina dei MoRkObOt e Arend Wanderlust, il primo nei panni di illustratore, il secondo come mosaicista. Il perché del mosaico per un lavoro del genere appare chiaro, tanto più se fatto di tessere e fili, come nel caso di Arend, i cui mosaici incantano ma parlano di relazioni, pieni e vuoti ad accompagnare “Ashima” secondo dischetto del progetto dal taglio assai cosmopolita come in “La Torre più alta” e “Medina”. Le illustrazioni di Marcello, in arte “Berlikete” (il cosiddetto Babau o uomo nero) hanno un carattere noir, raccontano storie tremende viste con la fantasia di un bambino che le accomoda a fiaba. Questo è il tema di “L'Enfant”, primo disco del progetto, con brani dichiaratamente volti in tal senso come “L'Estasi di Santo Nessuno” e “Dieci Bambini Cacao”. Per “Bath Salts” tutto è nato dall'incontro con Effe Luciani, artista geniale e per molti versi inafferrabile, ma mai sfuggente. A lui illustrazioni ma anche percorsi di poesia visiva davvero intriganti a penetrare il senso nascosto delle parole e renderle percorso di vita e visione.

Avverto nell’aria un senso di nostalgia per tempi lontani, quando la semplicità rendeva gli uomini sereni. Che cosa ci insegna la storia? E come si racconta la storia in musica?
E' qualcosa di associabile solo a “Bath Salts”, “L'Enfant et le Ménure” ha un sapore ben più moderno, anche se il cofanetto in sé, incartato a mano, numerato, dipinto copia per copia e avvolto con dello spago, ha certo un sapore artigianale. Ogni confezionamento mi porta via 20 minuti di tempo. C'è certo nel lavoro complessivo la volontà di tornare ad un sapore autentico, ma non necessariamente “antico”. Qualcosa in questo senso s'è mossa da tempo con la mailing art, in musica poi, ci sono stati i lavori di Alio Die, Mariolina Zitta e numerosi land musicians, ma anche produzioni ben più imponenti come diverse pubblicazioni Snowdonia, da Maisie all'ultimo, impagabile Deadburger; i dischi della dEN, passando per “Have One on Me” di Joanna Newsom; “Strobo Trip” il cofanetto con lecca lecca, chiavetta USB con canzone da 6 ore ad opera dei Flaming Lips; il bellissimo fonodramma del Babau e i Maledetti Cretini: “La Maschera della Morte Rossa”; le produzioni di Davide Riccio, quelle di Vittore Baroni; il ben più lontano negli anni “Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space” degli Spiritualized, nella prima edizione, racchiuso dentro un enorme scatola per medicinali con bugiardino incluso e blister ... C'è un mondo di meraviglia attorno, che da anni riduciamo ad ovvio ma che tale non è. Comunque, credo possano esserci uomini sereni e inquieti ad ogni epoca e latitudine, il tutto dipende dalla nostra capacità di reazione alle difficoltà, ogni periodo storico ha le proprie ma è giusto valutare come alcuni ne abbiano di più. Quello che stiamo vivendo se non avremo un'inversione di marcia rischia di essere solo l'inizio di un'umanità difficile a meno che non si abbia capacità di reazione immediata che inizi dalla consapevolezza e che porti alla reazione mirata. Non serve essere consapevoli se non si genera una reazione di causa-effetto per primo luogo nelle nostre vite, nelle micro-comunità e poi pian piano in dimensioni sempre più ampie su scala globale e non è detto ci voglia chissà quanto tempo. Siamo noi che creiamo il tempo dandogli valore. Mi fa sorridere il fatto che in periodi in cui la gente non trova lavoro nei campi qualcuno vada a farsi vacanze rigenerative vendemmiando, trovo imbarazzanti i freakkettoni sulle spalle di genitori facoltosi. La storia la giriamo e la rigiriamo a nostro piacimento ma i fatti restan fatti. Oggi è tempo in cui a parlare come sto facendo io ci si sente urlare addosso “comunista!” e nessuno si scandalizza nel vedere la televisione che andrebbe banalmente spenta perché allo stato dei fatti irrecuperabile, ci ha trasformato tutti in voyeur, anche se un grazie a gente come Bollani, o meglio, a chi gli ha permesso di lavorare come sta facendo, è d'obbligo. Tanti vorrebbero essere al posto di chi spadroneggia seminando solo orrore. Siamo in guerra, da tempo, ma all'orrore ci siamo accanto, come ad avere vicina la sacralità di un corpo ridotta a carogna marcescente mentre facciamo jogging allegramente, cosa che abbiamo visto attraverso le telecamere a Lampedusa. In musica è la stessa cosa, ognuno racconta la storia a modo suo, da musicista, da giornalista, da ascoltatore, ognuno con i propri mezzi, ma sarebbe bello venisse dato spazio a chi almeno ha consapevolezza di quello che dice sulla base di conoscenze effettive e non presunte tali. Basterebbe anche solo ascoltare, non sentire, a volte tacere, per ore, giorni, mesi se necessario e saremmo salvi da un inquinamento acustico che ci ha consumato le speranze. Se si parte da noi stessi non avremo bisogno di rifondare un sistema culturale conducendolo alla sua distruzione, cosa che facciamo da secoli e che non ci fa brillare certo di intelletto come razza. Noi abbiamo bisogno di distruggere per sentirci vivi e capaci, abbiamo bisogno di smontare i nostri giochi più belli, non risolviamo fino alla fine dei nostri giorni il nostro debito con la terra, con i nostri genitori. Così la storia è riducibile ad un gioco immaturo, nella quale il mio e il tuo (quello di Athos), sforzo quotidiano, serve “solo” a portare benessere a noi stessi e alle nostre comunità. Un'oligarchia di iene e qualche martire da essa creato per giustificare una controparte invece, finiranno nei libri. Fin da bambino mi sento ripetere una sola affermazione “fatti furbo”. Preferisco un filo d'erba e milioni di sorrisi senza nome che hanno dato luce al sole, ad una qualsiasi pagina di un libro. Preferisco credere che la speranza sia cosa da costruire portando valore in ogni attimo della propria vita, che si fortifica quando superiamo il credere solo nella realizzazione dei nostri bisogni primari per rilanciare attraverso dei sogni grandi che vanno trasformati in realtà, perché siamo noi a creare la nostra realtà. Nessuno può fermare i nostri pensieri neanche quando cerca di censurarci, castrarci, zittirci, neanche se ci ammazza. Questa è la “mia” storia in musica.

Mi hai accennato ad un “incidente” di percorso che ti è capitato mentre ti esibivi in Surabaya Johnny: lo puoi ricordare ai lettori?
Ognuno ha la sua idea di performance, per me è interazione nella quale ogni gesto viene tramutato in bonifica e gioco di relazione maturo, come in un setting di musicoterapia. Non è della stessa opinione Nicola Frangione, performer monzese direttore del Festival internazionale “Harta Performing”. Era tra il pubblico della Galleria “Villacontemporanea” di Monica Villa (persona davvero di valore), durante la mia performance per sola voce e pubblico “Playvoice”, nata dal teatro vocale di strada, tra Lecce e Torino. A detta dei presenti in sala, Frangione ha prima intrattenuto conversazioni polemiche con Monica, accusandola di invitare a performare “cani e porci” e non lui. In questo ovviamente, il titolo di cane e/o porco spettava al sottoscritto. Rumoreggiava entrando e uscendo dalla sala cercando di portare il proprio parere ai presenti fino a che per personali convinzioni ha voluto “interagire” con me provocandomi prima sessualmente in pubblico in modo ironico (“kiss me”, “do you want have sex with me?”… ) poi disegnandomi una croce in fronte dandomi del morto, urlando la sua opinione di svolgimento di una performance, strappando tutti i fogli che avevo usato fin lì per cantare ed impedirmi di fatto di continuare. Ho comunque inserito come bonifica il suo intervento nel tutto, giocando, al punto che il pubblico non si è accorto di nulla prima della sua esplosione finale, salutata con un mio “Ciao amore ciao” di Tenco e sua ulteriore disapprovazione nell'urlarmi imprecazioni addosso. Cosa continuata per il resto della sera in un locale a fianco finché il signore in questione non è riuscito a baciarmi (?!) ed è stato allontanato. Un quadro chiaro, quello di una persona impaurita, da cosa non posso saperlo, ma solo chi ha paura aggredisce così. Un quadro che non avrebbe avuto alcuna eco se il pubblico, composto anche da diversi bambini che avevano disegnato cose a cui io ho dato voce, non fosse rimasto davvero imbarazzato e interdetto e io non avessi avuto un malessere in tarda serata a causa della tensione accumulata e l'essermi sentito violato. Nei giorni successivi sono stato chiamato più volte per delle scuse e per essere invitato all' “Harta Performing” con affermazioni quali, “sono ingiustificabile ma non ritratto le mie convinzioni, partecipi al mio Festival?”... è umano provare rabbia ma ha più ragion d'essere sviluppare compassione. La lezione che mi son visto ribadire è che chi fa più rumore e in modo volgare ha apparentemente “vinto” comunque, perché quella serata sarà ricordata come quella di Frangione. Tutt'oggi ricordiamo Hitler nei libri di storia ma non i nomi di chi ha fatto uccidere, declinando ad altri il compito di boia, quegli “altri” che oggi, come Priebke, vengono a loro volta dichiarati “vittime della storia”, manco non avessero avuto possibilità di scelta. A volte però morire dignitosamente può servire per rinascere e far rinascere, a volte è giusto ricordare che vince solo chi si sente sereno e io in questo momento lo sono.

Come si porta sul palco un’opera monumentale come quella che hai/avete realizzato?
Arpa, voce, un cavo elettrico e un po' di silenzio possono bastare.

Dedico questa intervista allo “zio” Todaro che sto accudendo in questi giorni, al mio maestro Dany Zebra e a Valentina Campagni, da poco sposa.