domenica 13 ottobre 2013

MAT2020 di ottobre è in edicola... virtuale!



Dopo la sosta estiva ritorna MAT2020, con rinnovato entusiasmo da parte di chi contribuisce alla sua realizzazione, ma con le normali difficoltà legate ad un impegno importante e insostenibile, almeno nella quantità e frequenza mantenuta da novembre ad oggi. Difficilmente in futuro la cadenza sarà mensile e sicuramente il numero di pagine sarà ridotto. Qualcuno ci ha detto: “Meno male… pensavo foste dei marziani!”. No, siamo di questa terra, e dobbiamo adeguarci ad uno standard compatibile con un normale modus vivendi. Per provare a non perdere troppi colpi abbiamo creato un altro spazio, “Il Blog di MAT2020”, descritto nei dettagli in un articolo a seguire.
In questo numero troverete alcune firme abituali… Sgarlato, Storti, Sapia, Leone, Poggi, Cartocci, Selis e qualche novità, come l’articolo di Michele Sambrici dedicato ad una particolare esperienza musicale, l’intervista a Pino Ciccarelli realizzata da Gianmaria Consiglio, il pensiero di Jerry Cutillo, il concerto dei Beatbox e quello di Robert Cray realizzato da Cecilia Paesante, il racconto del Festival di Veruno e quello del Prog Legend Night. E poi una sorpresa, l’intervsita a Marcello Todaro, il primo chitarrista del BMS. Manca la consueta rubrica di Francesco Paladino, ma il regista risulta presente perché il “nostro” Max Pacini ha commentato per MAT2020 “Dust to Dust”, il cortometraggio del nostro collaboratore. Manca e mancherà anche in futuro il Tour Dates di Zia Ross, ormai stabilmente situato nel blog, per permettere aggiornamenti rapidi. Ma è bene scoprire il contenuto come sempre, pagina dopo pagina. Da sottolineare però la presenza di un resoconto importante per MusicArTeam, l’associazione da cui nasce MAT2020 e molte altre cose. L’idea di divulgare la musica di qualità, arrivando nei luoghi che a noi paiono i più adatti per coltivare, vale a dire le scuole, è un nostro chiodo fisso. Il “Progetto Scuola”, ideato lo scorso anno da Angelo De Negri, ha portato una ventata di aria nuova in una IV elementare genovese, e nell’arco di tre mesi i bambini di una classe hanno potuto convivere con musicisti - e situazioni -, partecipando ad incontri inusuali per strutture scolastiche. Il racconto di Angelo entrerà nei particolari e speriamo che le idee e l’impegno dei tanti artisti protagonisti abbia un seguito: potrà una goccia nel mare essere utile alla causa?
Noi, come sempre, ci proviamo!
www.mat2020.com






venerdì 11 ottobre 2013

Aldo Tagliapietra in “40°ANNIVERSARIO LIVE 1973–2013”- il racconto della serata


Fotografia di Renzo De Grandi

Martedì 8 ottobre il Factory di Milano è stato testimone di un avvenumento importante, la presentazione ufficiale del nuovo album di Aldo Tagliapietra, “L’angelo rinchiuso”. E’ stata anche l’occasione per anticipare l’uscita della biografia di Aldo, “Le mie verità nascoste”. Di libro e album mi occuperò nel breve, ma vorrei oggi commentare e raccontare lo svolgimento di una serata piacevole, differente dal concerto standard.
L’anticipazione, attorno alle 20, prevedeva un incontro con la stampa e un cocktail di benvenuto. Un Tagliapietra raggiante, circondato dai sui affetti - anche gli ultimi arrivati - si è dimostrato come sempre disponibile al dialogo, alla firma di rito, alla fotografia che tutti amano mostrare.
La band - la nuova linfa di Aldo - in attesa in una zona appartata, è quella ormai consolidata, ovvero tre quarti di Former Life (Andrea De Nardi alle tastiere, Matteo Ballarin alle chitarre e Manuel Smaniotto alla batteria), con l’aggiunta, almeno in questa serata, del vecchio amico Sergio De Nardi, impegnato anch’esso alle tastiere.

E intanto il Factory si riempie, un locale che non conoscevo, probabilmente dedito a musica di altro genere.

Quando Aldo Appare sul palco sono le 21.30 ed il pubblico lo accoglie nel migliore dei modi. Ma esiste un prologo gestito da Omero Pesenti, che prepara la strada al book in uscita, raccontando un aneddoto che riporta alle origini:


E poi si parte con il concerto, che prevede rari moment di sosta, e vediamo perchè.
Gli “argomenti musicali” di serata si possono idealmente dividere in due parti. La prima è dedicata totalmente alla novità, al nuovo album, formato da dodici episodi che costituiscono una suite, rappresentata - nel disco e dal vivo - senza soluzione di continuità.
E’ un atto importante quello di regalare all’audience una novità assoluta, senza rodaggio da palco, con l’incognita della reazione verso qualcosa che non si conosce, e l’attegiamento dei presenti, almeno secondo la mia percezione, è stato inizialmente di religiosa attesa, sino a quando, col passare dei minuti, ci si è resi conti di essere al cospetto di musica di “costituzione antica”, con messaggi universali, e arrangiamenti e soluzioni freschissime, che fanno pensare ad una strada precisa intrapresa dalla Aldo Tagliapietra Band. E a riprova della voglia di riutilizzo di suoni vintage, si può elencare parte della strumentazione, dall’Hammond del 1968 (ceduto da De Nardi padre a De Nardi figlio) al Leslie, passando per il Moog.
Una bella sorpresa, e per battere il ferro sin che è caldo, nel corso del mio viaggio di ritorno ascolterò tre volta di fila L’angelo rinchiuso.
E si arriva all’unica vera sosta, necessaria per ricordare l’amico Roberto Galanti, prematuramente scomparso, a cui Aldo dedica “Amico di ieri”.
Dopo lo spartiacque arriva la suite che celebra i quarant’anni di vita, “Felona e Sorona”, nata nel 1973 e riproposta per intero. In questo caso la musica è superconosciuta e questo facilita la piena sintonia con i presenti.
Il tempo scorre rapido - è sempre così quando si vive un avvenimento con intensità - mentre i “giovani Former” dimostrano affiatamento ed entusiasmo - personalmente mi pare superfluo soffermarmi sulle grandi qualità - e credo che la loro presenza giovi a Tagliapietra, che scegliendo di puntare sui giovani ha intrapreso una strada forse meno facile, ma a mio giudizio vincente.
L’assolo di Smaniotto conduce alla fine del concerto e quindi al doppio bis, Los Angeles e Sguardo verso il cielo, mentre le braccia di chi è nelle prime file sono ormai tese e prolungate verso il palco, in un atto di estrema devozione e simbiosi totale.
Le percezioni sono differenti a seconda del punto di osservazione, e le piccole frustrazioni di musicisti professionali e professionisti, sempre attenti alla performance nei minimi dettagli, si trasformano spesso in insoddisfazioni generiche relative all’acustica e a particolari che sfuggono al pubblico.
Rovescio la prospettiva ed evidenzio in questo caso una totale soddisfazione della gente, a cui mi unisco nel giudizio: un gran bel concerto!
Ma il contesto non era da “evento comune”, ed è per questo che la serata andrà ricordata e messa nella casella dei ricordi musicali migliori e più significativi.
Lunga vita ad Aldo Tagliapietra e alla sua famiglia, le sorprese non sono ancora finite!

lunedì 7 ottobre 2013

Paola Tagliaferro


L’incontro con Paola Tagliaferro è avvenuto un anno fa, ed è stato del tutto casuale. Dal nulla esce la notizia: Greg Lake in tour in Italia. La mia persona di riferimento per quanto riguarda l’aspetto organizzativo è Paola, con cui mi sento al telefono e che incontro successivamente a Piacenza per il primo concerto. Era quindi per me chiaro il suo ruolo di promoter, idea rinforzata a distanza di una settimana, quando ci ritroviamo a Zoagli per una nuova occasione a base di Lake, questa volta molto più intima della precedente.
Col passare del tempo ho scoperto che l’aspetto manageriale applicato alla musica era per lei una novità, perché Paola è in realtà un’artista: cantante, musicista, studiosa e anche attrice.
Mi ritrovo ora tra le mani il risultato della sua collaborazione con Max Marchini, due album i cui titoli sono Chrysalis e Milioni di lune. Il dubbio che mi sorge è relativo ad una scelta: parlo degli album in dettaglio o provo a dipingere il mondo di Paola?
L’approfondimento è sempre possibile, ma ora mi pare più interessante fornire l’immagine che arriva ad uno spettatore esterno quale io sono, assolutamente parziale quindi, ma un piccolo passo utile, spero, per  favorire la visibilità di un’artista di grande valore.
La voce è l’eccelso strumento attraverso il quale Paola Tagliaferro si esprime. L’espressività e la capacità di modulazione superano come importanza sia l’estensione che il valore aggiunto derivante dalle caratteristiche naturali personali, e la sperimentazione - che prolifica in un capiente contenitore fatto di improvvisazione - fa di lei un’innovatrice nel campo della ricerca musicale. La squadra gioca a suo favore: Max Marchini e Francesco Paladino - cito chi conosco personalmente - hanno una predisposizione naturale per le azioni a base di cultura, senza far conto sulla spendibilità della propria arte, perché la passione supera qualsiasi barriera, e conduce al risultato finale.
Accade perciò di trovare Paola protagonista di due album non proprio “immediati”, e attrice di un cortometraggio di non certo di facile impatto, quel Dust to Dust di Paladino, già salito agli onori del mondo. E chissà in quante altre cose si cimenta!
L’intervista che abbiamo realizzato è fondamentale per comprendere motore, ingranaggi e lubrificante dell’arte di una vocalist capace di far nascere qualche brivido! E cosa si potrebbe volere di più da un musicista?
Ascoltare in sequenza Chrysalis e Milioni di Lune significa appropriarsi di un po’ di vita di Paola, e nei due album si riassumono i piaceri, i dolori, i buoni propositi e la sua visione del mondo. Esiste una continuità, e poco contano le differenti modalità realizzative, i diversi  linguaggi utilizzati e una certa evoluzione della ritmica. Ciò che emerge è la necessità di creare uscendo dai canoni che altri hanno disegnato per noi, cercando strade alternative che nascono sul campo e non a tavolino, utilizzando nuove soluzioni armoniche che permettono l’inserimento di liriche profonde, e se il tutto viene percepito, se si avrà la capacità di entrare in sintonia con la proposta, nasceranno spontanei frammenti di elevazione verso una dimensione spirituale, dove parole e musica si fondono con lo scopo di creare atmosfere rarefatte e provocatrici di momenti catartici.
La poesia e lo sconfinamento verso culture lontane dalla nostra sono elementi che colpiscono all’impatto. Musica che suscita immagini, paesaggi, emozioni e stati d’animo. Musica che ha colpito un mito come Peter Sinfield, presente in Milioni di Lune con una goccia che, se raccolta, potrà trasformarsi in un lago pieno di significati da cogliere, se si hanno sufficienti virtù e si è predisposti verso la conoscenza del nuovo.
Per apprezzare i significati reconditi  che Paola e amici sottolineano sottovoce occorre mettere da parte per un attimo l’abitudine e l’attitudine, aprendosi ad un verbo nuovo, che non necessariamente diventerà immediatamente un porto sicuro, ma che potrà sorprendere per la capacità di coinvolgimento, e per la piena soddisfazione dell’anima. La voce ed i suoni penetrano, le parole modellano e insegnano, i colori e i disegni prendono forma, e milioni di luci illuminano il lato oscuro della luna…


L’INTERVISTA

Nell’occasione del nostro primo incontro, quando hai curato insieme a Max Marchini il tour italiano di Greg Lake, era per me chiaro il tuo ruolo manageriale. Col passare del tempo ti ho scoperta sotto molteplici risvolti artistici, dalla musica al cinema: chi è nella sua essenza Paola Tagliaferro?
Ho scoperto di avere qualche dote da manager proprio durante il tour italiano di Greg Lake: sono una sua fan e Marchini, che è il suo "uomo in Italia" e socio nella neo-rinata Manticore, mi ha coinvolto. In quella occasione, senza troppe difficoltà, ho trovato per loro alcune date e ho costruito due eventi particolari con la partecipazione della RAI. Greg è stato molto contento, tanto da inviarmi un mandato per collaborare ufficialmente al prossimo tour e ho accettato perché lui è un “Grande” che ha scritto le pagine più importanti della storia del rock progressive, ma soprattutto perché è una persona straordinaria e siamo diventati amici.
Tuo partner artistico costante è Max Marchini: come nasce la collaborazione e il sodalizio musicale?
Max Marchini è il mio partner artistico da cinque anni; ci siamo incontrati su myspace e da allora abbiamo scritto e pubblicato due CD e stiamo lavorando al terzo. Max è un ricercatore del suono oltre che un critico musicale e un produttore discografico, e io da subito mi sono trovata in perfetta sintonia con il suo concetto di musica, piuttosto ampio. Max mi ha “preso per mano” e portato dal mondo della fusion a quello dell’avanguardia, facendomi ascoltare molta, molta musica. Noi non proviamo, andiamo in sala e improvvisiamo. “ Milioni di lune “ è stato quasi completamente registrato alla “ prima”. Parole e melodie fluiscono naturalmente, attraverso la mia voce quando m’immergo nella sua musica, e così nascono molte delle nostre composizioni. Altre invece vengono prima scritte da me e poi rivestite con suoni meravigliosi da Max. Per noi è facile creare insieme, definirei il nostro un “incontro” fortunato.
Guardandovi dall’esterno date l’impressione di un gruppo affiatato, e in questo ensemble inserisco anche Francesco Paladino: come entra nel gruppo?
Francesco Paolo Paladino è amico di Max da molti anni  e hanno suonato insieme in alcune formazioni seminali come “A.t.r.o.x” e ancora prima “La Pattona” ed essendo più grande, penso sia stato proprio lui ad avvicinare Marchini ragazzino all’ascolto della musica “ colta “ e non commerciale.  Quando ha sentito il primo album, Chrysalis, ne è rimasto entusiasta. In “ Milioni di lune” è intervenuto direttamente nel missaggio finale dando il suo contributo al risultato ultimo. Insieme abbiamo lavorato bene, Francesco è organizzatissimo e preciso, cioè l’opposto di me e Max che ci perdiamo tra i suoni.
Proviamo a tracciare l’elemento di continuità tra Chrysalis e Milioni di Lune: i due album possono essere concettualmente legati tra loro, almeno nelle vostre intenzioni?
Chrysalis “è stato partorito in tre mesi in “un tornado” ! “Milioni di lune” invece è nato dopo due anni di lavoro, e direi che è l’evoluzione di Chrysalis, con meno ritmo e più musica acustica e improvvisazioni, più minimalista in un certo senso, più “basic”.

Con quale criterio avviene la scelta della lingua? Esiste una musicalità maggiore di un idioma in funzione del brano creato?
In “Milioni di lune” le lingue usate sono italiano, inglese e sanscrito. Sicuramente la scelta della lingua è legata al tipo di brano, alcune composizioni nascono in inglese e anche se in Italia preferiamo lasciarli nella lingua originale. Il mantra andava fatto in sanscrito, lingua che sto  studiando al Conservatorio di Vicenza nel Corso di laurea di  “Culture e tradizioni musicali extraeuropee” (canto druphad). Il mantra è un rito antico di 5000 dove il suono delle parole è molto importante.
Come nasce la collaborazione con Pete Sinfield? Che cosa vi ha maggiormente colpito della sua arte?
Max conosceva Peter Sinfield perché suo ammiratore e amico da molti anni. Peter Sinfield è uno tra i più grandi poeti viventi in lingua inglese, i suoi testi per i King Crimson e gli Emerson Lake & Palmer e le sue poesie toccano l’anima come solo la vera poesia può fare. Ricordo che Peter ascoltò la “ Notte di San Lorenzo” nella versione inglese e mi scrisse per farci i complimenti. Poi sapendo che io e Max, stavamo finendo un album, “Chrysalis” , ci autorizzò a musicare una delle sue poesie più belle “ Poem to a blue painting “, e ne rimase entusiasta. Per “ Milioni di lune “Peter ha scritto per noi un haiku, “ Blossom on the tree”, e successivamente l’abbiamo musicato e registrato con Angelo Contini - splendido trombone, completamente “free” - e Franz Soprani che ha aggiunto un secondo basso elettrico. Peter per ringraziarci della nostra produzione ha scritto una lettera pubblica su facebook elogiando la nostra “ Blossom on the tree “; nel mio sito www.paolatagliaferro.it è possibile leggerla. Le sue parole sono state per noi un’emozione immensa, che hanno dato un elevato senso alla nostra ricerca di Musica Nuova. (Il video http://youtu.be/ICtrumww-AQ)
Come definiresti lo strumento “voce”?
Per l’antica cultura indiana ( 3000 anni A.C.) la voce è lo strumento principale, e la voce è lo strumento naturale con cui mi esprimo artisticamente da quando avevo nove anni. Joan La Barbara, la grande ricercatrice americana, scrisse un album il cui concept era acutamente racchiuso nello stesso titolo: “The Voice Is The Original Instrument”…
Dust to Dust”, il movie di Francesco Paladino, ti vede assoluta protagonista. La cosa che immediatamente mi ha colpito è la fotografia: che valore attribuisci all’immagine quando è necessario lanciare messaggi significativi?
Dust to dust “è stata un’altra bellissima esperienza. Il medio metraggio scritto e diretto da Francesco Paladino è stato registrato nell’estate del 2012 a Piacenza. Io per la prima volta mi sono presentata all’obiettivo senza trucco, sotto il sole di agosto e sempre con scarpe senza tacco. Diciamo che mi sono “messa a nudo”, a completa disposizione dell’obiettivo di Paladino. In un film l’immagine è la cosa più importante, e direi che la “foto” di “Dust to Dust” è molto bella. Francesco è un regista geniale e la sua equipe incredibile. “Dust to dust” è stato selezionato e presentato fuori concorso al festival di Cannes e ha già vinto un primo premio a un festival del cinema di Padova.
Viviamo in un mondo che altri hanno costruito per noi, e ci viene propinata musica che non abbiamo scelto: che cosa ci insegnano le altre culture se ci riferiamo al mondo dei suoni? Ma… può esistere una scissione rigida dei vari frammenti che compongono un modo espressivo?
Il mondo nacque dal suono primordiale”, lo troviamo scritto negli antichi Veda… e per questo io penso che la musica possa rendere la vita molto più bella. La buona musica ti trascina in dimensioni nelle quali, noi, esseri umani limitati dal nostro fisico, ci dilatiamo con leggerezza, dove possiamo toccarci con gli altri, senza farci male, dove possiamo fonderci con gli altri senza paure. La musica per me è vita: non sono più una ragazzina e continuo a studiare musica, ad ascoltare musica a fare musica,  sperimentando con il suono che esce da me, ricercando il suono che c’è in me. La musica è un’emozione così grande e una gioia così grande che non trovo le parole per descriverla. Non penso che esista una scissione rigida tra i mondi espressivi: molti artisti hanno manifestato la loro creatività, con ottimi risultati, in varie discipline. E’ un fiume che ha bisogno di scorrere.
Come e quando vi esibite dal vivo?  Quali sono le reazioni dell’audience?
Io e Max ci siamo esibiti dal vivo sia con “Chrysalis”, che con “Milioni di lune”, sotto il moniker di “La compagnia dell’Es”, dove a parte me e Max vi confluiscono diversi musicisti che variano di volta in volta. La nostra dimensione live è all’insegna della musica spontanea, oltre l’improvvisazione,  un po’ come faceva Derek Beiley, per cui il pubblico che ci segue non è numeroso, ma preparato e ogni incontro è speciale e irripetibile. Proprio in questi giorni sto pensando a una nuova incarnazione della mia band con l’introduzione di una batteria creativa… wait & see!
Che cosa ci può riservare per il futuro la squadra di cui fai parte?
In futuro ci sarà sicuramente un nuovo cd con musiche mie e di Max Marchini, l’ennesima evoluzione che da“Milioni di lune” ci condurrà in nuove dimensioni ….  Organizzeremo concerti nostri e non solo, ci saranno nuove produzioni e forse … anche un nuovo film.

sabato 5 ottobre 2013

Anderson Council al Muddy Waters



Era il giorno 20 di luglio e a Cusano Milanino andava in scena la Prog Legend, una kermesse musicale a base di musica progressiva. Io ero presente.
A chiudere la serata gli Anderson Council, band tributo ai Pink Floyd, in grado di  costruire uno spettacolo unico, in quadrifonia.

Sabato 12 ottobre gli A.C. saranno per la prima volta in Liguria, al Muddy Waters di Calvari… un ‘occasione da non perdere!

Dal comunicato stampa:

Pink Floyd music performed by Anderson Council - QUADRAPHONIC SOUND since 2006 - perform ANIMALS and other hits.

Appuntamento psichedelico con la musica e le atmosfere dei PINK FLOYD.Gli Anderson Council per la prima volta in Liguria nel mitico MUDDY WATERS. 

Per l'occasione tornano a eseguire dal vivo l'intero album ANIMALS oltre ad altre hits dei Pink Floyd, abbracciando tutti gli anni '70, condividendo la loro passione 100% floydiana e il loro rispetto più profondo per la musica dei Pink Floyd.

Un'occasione per immergersi nel sound di questa storica band che trasformò per sempre la musica, aprendo la strada per nuove soluzioni musicali e nuove sonorità.
Una serata per immergersi nel suono, nelle luci, lasciare fuori la quotidianità e reimmergersi in una atmosfera autenticamente floydiana, con la quadrifonia, il light show... senza forzature e con tanto cuore.

100% dal vivo!



venerdì 4 ottobre 2013

Janis, Tara e Gianni Sapia



Il 4 ottobre del1970 prendeva il volo Janis Joplin. Sono passati 43 anni.
L’articolo di Gianni Sapia, comparso nel numero di maggio di MAT2020 abbina l’immagine di Janis a quella di Tara degl’Innocenti. Quadretto di rara efficacia!


Sarebbe facile prendersi gioco dei texani, se non si sapesse che […] essi cercano di serbare un legame con la forza e con la semplicità della terra. Istintivamente sentono che essa è fonte non solo di ricchezza, ma anche di energia. E l’energia dei texani è sconfinata ed esplosiva”, così scrive John Steinbeck in Viaggio con Charley parlando del Texas e dei texani e così era l’energia di Janis Joplin, che texana lo era: sconfinata ed esplosiva! E così era la sua voce. Quella voce che, malgrado il colore della sua pelle, era incazzata come quella dei neri, perché i neri hanno la voce incazzata, modificata geneticamente e fortificata da anni di schiavismo e repressione, che li hanno portati a gridare per generazioni il dolore che avevano dentro, arrivando a cantare come nessun bianco poteva fare. Fino a quando non è apparsa Janis, che sembrava anche lei cantare per dar sfogo al fuoco che le bruciava lo stomaco. Come un vulcano, dove le sue viscere erano la camera magmatica, la gola il camino vulcanico e la bocca il cratere principale. La voce-lava usciva da lei dolce e potente, come un lento fiume che ribolle al suo interno e che esplode all’improvviso, lanciandosi in mille lapilli verso il cielo. Non c’è più traccia della ragazzina sovrappeso e piena di complessi che a poco meno di vent’anni lascia Porth Arthur, la sua città natale, per rifugiarsi nella musica, quando nel 1967 sale, insieme alla Big Brother and the Holding Company, sul palco del pop festival di Monterey. L’emozione traspare dal suo viso, certo, ma traspare altrettanta felicità, perché sa che sta per fare quello che meglio le riesce fare, incantare il pubblico. Janis non è ancora nessuno, ma appena attacca Ball and Chain, appare chiaro a tutti i presenti di essere di fronte all’inizio di una favola meravigliosa. La sua voce parte e sembra non arrivare mai, è in continua partenza. Chi ascolta resta emozionato, col mento caduto, attonito ad ascoltare la voce della Perla. Solo quando smette di cantare ti accorgi che è arrivata, perché aprendo il tuo cuore la trovi lì, che canta ancora al ritmo del TUM TUM del tuo muscolo cardiaco. Poi se ne va, quasi schernendosi, quasi imbarazzata dal successo che il pubblico le tributa. Due anni dopo è a Woodstock, stavolta senza la BBHC. Ma non ne ha più bisogno, perché nel frattempo è diventata Janis Joplin, icona del rock, che fa a gara di popolarità con gente come Jim Morrison e Mick Jagger. È un simbolo del movimento hippie, di pace e amore, libertà, sentimenti; feeling era la parola che usava più spesso nelle interviste. Non era bella per quelli che erano i comuni canoni di bellezza, ma non ne aveva bisogno. La sua personalità, la sua unicità, la sua variopinta interiorità, non ti lasciavano scampo. La sua meraviglia come essere umano faceva di lei anche un sex-symbol, malgrado lei non lo sapesse. Naturalmente il popolo di Woodstock la accoglie come merita. Lei e il multirazziale Hendrix sono le vere star del festival, perché meglio di chiunque altro rappresentano e incarnano quello spirito fatto di peace, love & freedom che in quegli anni fanno sperare che l’umanità abbia una possibilità. Janis è famosa. Il suo primo album, omonimo della Big Brother and the Holding Company, con cui lo registra, già fa intravedere le potenzialità del gruppo e di Janis in particolare. Penso a Call on Me, dolcissima ed amorevole ballata, al galoppo di Coo-Coo o al cantare in equilibrio sull’orlo del precipizio, che solo Janis poteva inventarsi, di Last Time. Col secondo album, Cheap Thrills, la visione diventa più chiara. La sensibilità artistica di Janis scoppia in faccia al mondo, evidente come la forza di un mare in burrasca. La rabbiosa dolcezza di Piece of my Heart, il calore del blues di Turtle Blues, la reverenziale Ball and Chain che Janis rende fantastica, così come fa con la sua versione psichedelica di Summertime. Apperò! Proprio così, tutto attaccato e con due pi, mi viene da dire. Ma il meglio deve ancora venire. Così come velocemente ti dava tutto, altrettanto velocemente Janis prendeva tutto e i suoi rapporti erano destinati ad essere di breve durata, così, subito dopo l’uscita di Cheap Thrills, è il 1968, Janis lascia la BBHC è intraprende la sua vera carriera da solista. Un anno dopo esce I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama, che registra con la sua nuova band, la Kozmic Blues Band. È un’ascesa continua. In quest’album anche il suono è più curato, la parte strumentale è più sofisticata, ma sono sempre la voce e lo spirito di Janis protagonisti assoluti. Da Try a Maybe, da Kozmic Blues, omaggio alla band, a Work me Lord, Janis non smette un attimo di sorprenderci e di trapuntarci la pelle di brividi. Vorrei non parlare del quarto album. Dell’ultimo album. Ma non si può non farlo. Lo registra con una nuova band la Full-Tilt Boogie Band. Si intitolerà Pearl, così come gli amici più intimi chiamavano Janis e sarà un capolavoro assoluto. Dieci canzoni che consacrano definitivamente Janis Joplin nell’olimpo dei grandi. Dalla rockettara Move Over a Get it While You Can, passando per il grido di Cry Baby, la malinconia di  A Woman Left Lonely, il ritmo di Half Moon, il ritorno a sonorità country con Me and Bobby McGee e l‘ironica Mercedes Benz, dove fa tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno, così come aveva fatto quando lasciò Porth Arthur. È il 1971 e l’album viene pubblicato postumo perché lei, la Perla, non c’è più. Viene trovata morta il 4 ottobre del 1970 al Landmark Motor Hotel di Hollywood, California, uccisa dall’eroina. Voleva cambiare pelle. Voleva lasciarsi alle spalle amori di plastica, alcool e droga, voleva riappropriarsi della sua vita. Basta guardare le sue foto per capirlo. Sorride Janis, dietro i suoi grossi occhiali rotondi, avvolta nei suoi boa colorati, agghindata di collane e bracciali, piena di colori e dei loro profumi, perché lei era capace di farti sentire l’odore del colore. Forse quello sarebbe stato l’ultimo buco, e comunque lo fu. Il suo spirito ora vaga, irrequieto com’era irrequieto quando ancora aveva un corpo. Ma lo spirito, l’anima dei grandi non muore mai. Anzi, a volte si reincarna. Lo spirito di Janis vaga per poco più di dieci anni prima di trovare “casa”. Attraversa l’Atlantico, arriva fino alla vecchia Europa. Arriva in una delle città più belle del mondo, una delle città più ricche d’arte del pianeta: Firenze. È l’ 8 dicembre 1980 e in casa Degl’Innocenti si festeggia la nascita di Tara. Letteralmente, in sanscrito, Tara vuol dire stella e rappresenta un Bodhisattva trascendente femminile del Buddhismo tibetano. Sarebbe, per semplificare, un’aspirante dea. Insomma, già dal nome si capisce che non siamo davanti a niente di normale, dove normale è l’antitesi di speciale. Tara è irrequieta, com’era irrequieta Janis e inizia a cantare già all’età di quattordici anni. Si accosta alla musica irlandese, prosaicamente l’equivalente di quello che per Janis era stato il country. Ma poco dopo, la spinta dell’anima la porta verso il rock, verso il blues, verso quelle voci “rauco-blues-miagolanti, ricche di estensione e calore”, come ebbe a dire lei in un’intervista (l’intervista è di Athos e si trova sul suo blog, http://athosenrile.blogspot.it/2010/08/tara-degl-innocenti-rose.html). L’anima di Janis si fonde con quella di Tara e Tara non si tira indietro. Fa sue vita, emozioni e sensazioni di Janis, li filtra col suo cuore, cervello, col suo stomaco e alla fine dalla Rosa rinasce una nuova Perla. Si fa conoscere prima in Toscana e in Emilia e nei suoi show, ogni volta che canta un pezzo di Janis, la gente si emoziona. Anche lei ti fa cadere la mascella e ti lascia a bocca aperta. C’è qualcosa di trascendentale, c’è feeling, avrebbe detto Pearl. Quando Tara canta Janis, tutto si confonde: i gesti di una diventano quelli dell’altra e viceversa, le espressioni si confondono, le voci si fondono. Sarebbe come dire che Tara + Janis = Meraviglia, ma anche Janis + Tara = Meraviglia. Sì certo, proprio quella cosa lì, “invertendo l’ordine degli addendi…”. Purtroppo ho potuto soltanto vedere foto e video di entrambe, ma non ho potuto fare a meno di notare che nei momenti più intensi delle loro esibizioni hanno lo stesso modo di arricciare il naso, avvicinando le sopracciglia. È evidente a tutti insomma che, quando Tara degl’Innocenti canta un pezzo di Janis Joplin, succede qualcosa di speciale. E, come dicevo, Tara non si tira indietro. Da sfogo alle sue anime e fonda i The Rose, che in poco tempo diventeranno la Janis Joplin Tribute Band più famosa d’Italia e una delle migliori, se non la migliore, d’Europa. Canta anche con la Big Brother and the Holding Company e si rivivono emozioni viscerali che forse non si erano mai sopite. Monterey sembra dietro l’angolo. Una cosa più d’ogni altra accomuna queste due artiste, oltre le affascinanti e seduttrici capacità vocali: il desiderio e la capacità di emozionare il pubblico, l’istintiva e irrefrenabile voglia di spremere fino all’ultima goccia, l’otre piena d’arte che portano dentro di loro e donarne il succo a chi ascolta. Janis è stata grande e Tara è grande, due grandi artiste, due grandi anime che si sono incontrate e nessuna è la copia o il clone dell’altra. C’è un’unica differenza tra le due, che non è proprio una differenza, ma più una considerazione dovuta a canoni estetici del tutto personali e che forse non dovrei dire, ma che dirò: Tara è più bella di Janis! Ecco, l’ho detto e me ne assumo tutte le responsabilità. Alla fine, in modo del tutto naturale ed istintivo, vista l’affinità d’anime, quello che fa Tara, molto umilmente, è offrire un tributo a Janis e, per dirla con le sue parole: « Un tributo deve rendere vivo un’artista e non divo chi lo fa », quindi grazie Tara, per regalarci ancora Janis.

giovedì 3 ottobre 2013

Nel ricordo di Woody Guthrie, di Gianni Lucini



Quarantasei anni fa Woody Guthrie ci lasciava. Per ricordarlo utilizzo un articolo di Gianni Lucini, estratto dal suo blog Rock e Martello (http://www.rockemartello.com/)
Il 3 ottobre 1967 dopo un calvario durato tredici anni di ricoveri, guarigioni e speranze muore al Queen Hospital di New York, consumato dal morbo di Hutchinson, il folksinger Woody Guthrie. Considerato universalmente il padre della moderna canzone di protesta statunitense ha da pochi mesi compiuto cinquantacinque anni. Registrato all’anagrafe con il nome di Woodrow Wilson Guthrie, nasce, infatti, il 12 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma e a dieci anni già si guadagna da vivere come manovale. Impara poi a strimpellare la chitarra e a comporre brevi filastrocche per il divertimento dei suoi concittadini. Quando la crisi si fa più pesante parte per cercare fortuna insieme a migliaia di altri disperati e negli anni della Grande Depressione vagabonda per l'America con gli "hobos", i disoccupati costretti a spostarsi da un lato all'altro degli Stati Uniti alla ricerca di lavori precari. Le esperienze vissute in quel periodo e le storie delle persone che incontra diventano una delle principali fonti d’ispirazione delle sue ballate. La sua vicenda personale di artista “on the road” si intreccia però anche con le grandi lotte operaie, con i movimenti dei disoccupati e con i tentativi della sinistra americana degli anni Trenta e Quaranta di organizzare e offrire prospettive credibili alle grandi masse di quell’immenso paese. Woody non è al di sopra delle parti e, prima da solo, poi con gli Almanac Singers, garantisce presenza, sostegno e solidarietà alle azioni di lotta. Denuncia l’imbarbarimento fascista e partecipa attivamente alle iniziative per raccogliere fondi da destinare alla Repubblica Spagnola alle prese con quelli che lui considera i maggiori pericoli dell’epoca: il fascismo e il nazismo. Per non lasciare dubbi sul suo modo di pensare incide sul legno della cassa armonica della sua chitarra la frase “this machine kills fascists” (Questa macchina uccide i fascisti). Quando una stazione radio di Los Angeles, la WKVD, gli affida la conduzione di un programma di musica popolare, le sue canzoni lasciano la polvere delle piazze e dei bordi delle strade per diventare un patrimonio del folk americano di questo secolo. Dopo la seconda guerra mondiale, deluso dalla litigiosità interna della sinistra statunitense e perseguitato dalla caccia alle streghe contro i comunisti indetta dal senatore McCarthy, cerca di sopravvivere come può, ma inizia a dover fare i conti con un nemico invisibile che si muove nel suo stesso corpo: la paralisi progressiva, provocata dalla malattia che l’ha colpito. Nel 1954 entra per la prima volta in ospedale e fino alla morte non avrà più una vita normale. Non per questo rinuncerà a lavorare nei giorni in cui la malattia allenterà la presa. Quando il suo cuore cessa di battere lascia in eredità al mondo un patrimonio musicale di enormi proporzioni. La sua produzione musicale, infatti, ha spaziato su molti fronti: dalle canzoni per bambini a quelle di lotta, alle ballate, alle canzoni di protesta. Si calcola che siano più di un migliaio i brani da lui composti e destinati a influenzare le generazioni successive di folksinger nordamericani. Sulla sua esperienza ha scritto nel 1943 un libro autobiografico, “Bound for glory”, da cui nel 1976 è stato tratto l’omonimo film, uscito in Italia con il titolo “Questa terra è la mia terra”, diretto da Hal Ashby, sceneggiato da Robert Getchell e con David Carradine nella parte di Woody. Quando muore, il vecchio compagno di tante avventure Pete Seeger e suo figlio Arlo chiamano a raccolta amici e discepoli per celebrarlo degnamente. L’idea è quella di organizzare due grandi concerti in sua memoria sulle due coste degli Stati Uniti. Il primo si svolge alla Carnegie Hall di New York il 20 gennaio 1968 e vede la partecipazione di Bob Dylan con la Band, Judy Collins, Tom Paxton, Richie Havens, oltre naturalmente ad Arlo Guthrie e Pete Seeger. Più difficile appare la realizzazione del secondo che, dopo molte trattative e difficoltà, compreso il forfait di Bob Dylan, deciso a sganciarsi dall’eredità di un autore troppo politicizzato come Woody, si svolge molto più tardi dopo all'Hollywood Bowl di Los Angeles. In scena, a rendere omaggio al folksinger scomparso ci sono, tra gli altri, Joan Baez, Arlo Guthrie, Pete Seeger, Richie Havens e Country Joe McDonald. Gli incassi di entrambi i concerti e tutti i diritti relativi vengono destinati alla neocostituita Fondazione Woody Guthrie che ha tra gli scopi principali quello di realizzare una biblioteca a Okemah, il paese natale del folksinger, e di finanziare la ricerca sul morbo che l’ha ucciso.

mercoledì 2 ottobre 2013

Francesco Renna - Guidami Eshu



Francesco Renna è un musicista che apprezzo e di cui ho scritto lo scorso anno.
In occasione dell’uscita del nuovo album, Guidami Eshu, ho provato con lui a tirare le somme del lavoro svolto, volgendo lo sguardo al futuro. La poesia, il messaggio, l’anima dell’album mi hanno condotto verso un metodo descrittivo per me inusuale, una stesura di articolo a quattro mani, con una suddivisione dei compiti… organizzata, che mi ha visto impegnato nella sola intervista. E sono certo che Francesco apprezzerà le qualità di Loretta Ramognino, una scrittrice che possiede le doti tipiche del ruolo, il sapere estrarre l’anima delle cose utilizzando l’essenzialità. Ciò che si può leggere a seguire è il racconto di un album e quindi di un pezzo di vita… grossa responsabilità la nostra!


Ascoltare Francesco Renna è come immergersi nei colori. La sua musica è poesia libera. Esente da vincoli, senza un filone, senza frontiere di spazio. Libera da catene. Il guizzo di una intelligenza vivace. Una strada di crocicchi ombrosi e talvolta soleggiati. E' musica istintiva. E' passione. E' spirito che traspare da suoni e parole. Nasce dalla sua anima e quindi sempre diversa. L'ispirazione in lui nasce cosi, all'improvviso perché è senza preavviso che l'anima si manifesta e viene a galla. Francesca Renna cerca, con la musica, il ritorno all'emozione del ricordo, al sentirlo sulla pelle, al riviverlo nella sua interezza come emozione vibrante di corpo e di spirito. Canta l'amore lontano, forse per sempre, cercando la soluzione al dolore della perdita, cercando la sua anestesia. Anche se talvolta, come lui descrive " ... il freddo insiste" Ricerca, forse invano, la sublimazione. Ne " La notte, Chiara" descrive magistralmente il dolore e lo sgomento della persona amata ormai assente, lontana. L'attaccamento agli oggetti che li hanno visti insieme e che diventano la traccia tangibile del ricordo. Sul cuore. Renna, con le sue parole, con note che accarezzano la mente, cerca di colmare i vuoti e non perde mai la speranza di un riscatto anche e soprattutto attraverso la musica vista non solo come conforto e purificazione, ma anche come apertura verso il mondo, gli altri, la vita. " ... ma io ho le canzoni che mi guidano verso te, verso noi, verso me, verso voi".
Loretta
                                                                                         

L’INTERVISTA
Ci siamo lasciati circa un anno fa con questa tua speranza: “ Vorrei crescere ed evolvermi, padroneggiando più linguaggi musicali possibili”.  A che punto è la tua evoluzione?
Per fortuna a un punto di non ritorno. Ciò che suono e che scrivo è sempre in continua evoluzione, le mie stesse canzoni cambiano nelle versioni nel giro di qualche mese. Chi l’avrebbe mai detto che avrei iniziato a suonare Biciclette al passeggio in stile reggae. Il proposito di Appunti dal blu era proprio questo, scoprire più modi di essere per evolversi e soprattutto per divertirsi. Sento che con il tempo riesco a esprimermi sempre meglio, cosa che non lascia il pubblico indifferente.
Sta per uscire il tuo nuovo album, Guidami Eshu: me lo descrivi, nei contenuti e nelle tracce musicali?
L’album inizia dove è giusto che cominci: in Irpinia. Ci sono Giuseppe e Simona che durante una comunissima giornata invernale fanno di tutto per incontrarsi tra ritardi e fraintendimenti. Ci riescono finalmente di sera, a Le 5 e 37. Proprio mentre Simona prepara l’occorrente per il tè, i due amici vivono in casa il più bel tramonto che abbiano mai visto. C’è chi poi i tramonti li colleziona, quasi per mestiere più che per diletto. Ed è da qui che prende forma la seconda traccia dell’album, tratta dal racconto di Saulius Kondrotas, Il collezionista, il cui testo è stato scritto da Alberto Marchetti. Il collezionista è un uomo anziano in pensione che scopre la fantastica opportunità di poter raccogliere tramonti in scatole di latta e di riviverli quando gli pare. Una storia molto affascinante, che mi ha colpito tantissimo per la sua semplicità e la sua poesia. La terza canzone è chiaramente autobiografica, parla di una persona che non c’è più e di ciò che in tutti questi anni mi ha guidato verso qualcosa di positivo. Parlo della musica ovviamente, ma non solo. Parlo di quella voce che sento dentro e che mi dice cosa posso fare per prendere la giusta direzione. Magari è davvero Eshu che ci pensa. Questa voce mi ha insegnato che la musica può portare qualcuno verso una scoperta profonda dell’esistenza. Alla fine della canzone dico queste parole: “ma io ho le canzoni che mi guidano / verso te, verso noi / verso me, verso voi”. Quando parlo di voi parlo di chi mi ascolta e di chi riesce ad essere in empatia con ciò che provo mentre canto. Guidami Eshu è una canzone dedicata a Robert Johnson e a chi ha purtroppo condiviso il suo stesso tipo di vita. Johnson è uno degli uomini chiave di tutta la musica moderna. È difficile trovare qualche genere musicale che non sia stato influenzato neanche in minima parte dal Blues. L’ambientazione a cui ho pensato mentre scrivevo il testo del pezzo era quella delle strade buie e polverose del Mississippi. Spesso gli afroamericani di notte non potevano uscire, rischiavano di ritrovarsi impiccati ad un albero il mattino seguente. Strange fruit di Bessie Smith parla proprio di questo.

La notte, Chiara, è un brano che era presente anche nel disco precedente ed è stato rivisitato. Può essere questo l’anello di congiunzione tra i due lavori?
Più che anello di congiunzione lo definirei filo conduttore di un discorso che è partito da Appunti dal blu e compreso da pochi. Le mie canzoni sono libere ed è questo che non le rende pop. Un giorno mi sveglio e decido di suonarle in un modo diverso, non restano ingabbiate in una sola dimensione. Il motivo per cui ho scelto proprio questo brano è perché in realtà non mi piaceva fino in fondo, ma durante la sua pubblicazione non me ne ero reso perfettamente conto. Sentivo l’esigenza di cambiare il testo e di raccontare meglio la storia di me e questa Donna.

E’ anche un album che parla di blues e di uomini che sono stati protagonisti attivi nella sua proposizione: che cosa è per te il blues?
Per me il blues è il sentimento che mi guida da sempre, che non identifico con depressione ma con voglia di riscatto. Sento che da sempre ho bisogno di riscattarmi da una realtà che mi ha dato davvero poco. Il Blues mi accompagna costantemente in questo cammino, il modo in cui tocco la chitarra non è molto diverso dal modo in cui vivo (o cerco di vivere). È istinto allo stato puro. Ed è cool!
Da cosa hai tratto ispirazione per queste nuove tracce? E’ cambiato qualcosa, rispetto al passato, nel tuo modo di comporre?
Sono cambiate moltissime cose nel mio modo di scrivere. Qualche anno fa testo e musica arrivavano quasi in contemporanea. Spesso mi capitava di trovare un giro di accordi interessante e di mettermi subito a scrivere sul foglio qualcosa. Adesso le cose accadono in maniera del tutto separata. Capita che mi trovo da qualche parte a suonare e vengo colpito da un’armonia. Posso essere nel mio studio, in casa, in un locale, in sala prove. Registro l’idea sul cellulare e resta lì per settimane o mesi fin quando non decido di riascoltare quello che mi è passato per la testa. I testi arrivano in un modo simile, in genere mentre rifletto. Se mi accorgo che il pensiero è interessante, lo segno su un post-it o sul cellulare. Lo rileggo dopo un po’ di tempo e lo prendo in considerazione solo se mi colpisce. 

 Puoi specificare il significato di “Eshu”?
Eshu è una importantissima divinità della religione Yoruba. Non funge solo da intermediario fra l’uomo e gli dei, ma svolge anche il ruolo di protettore dei crocicchi. Durante il periodo della schiavitù, gli afroamericani iniziarono a identificare Eshu con il demonio cristiano. I padroni delle piantagioni imponevano agli schiavi la religione cattolica e proibivano l’uso dei tamburi. Da qui la leggenda del patto col diavolo che avveniva nei piccoli incroci di campagna, in cui i bluesmen imparavano a suonare magicamente la chitarra in pochi minuti.
“Guidami Eshu
c’è un uomo sulla strada che piange sangue

c’è un uomo sulla strada che va verso Greenwood”.
Mi pare di avere captato che è possibile una futura rilettura dell’album in lingua inglese. Il pubblico americano è molto rigido quando i propositori del blues o musica affine arrivano da altri paesi: cosa ti alletta della sfida?
Il motivo principale per cui non ho ancora provveduto a farne una rilettura è proprio questo. Ho bisogno di trovare qualcuno che innanzitutto sia in grado di tradurre i testi e al tempo stesso che riesca a metterci del proprio. Credo che l’operazione sia pensabile solo attraverso l’aiuto di una persona madrelingua. Poi ci sono anche molti miti da sfatare sulla faccenda. Ci sono tantissimi bluesmen non americani molto apprezzati. Basti pensare a Fabrizio Poggi o a Gennaro Porcelli. Sono entrambi stati parecchie volte negli States a suonare il Blues per gente americana. E come dimenticare i mitici Blue Stuff di Mario Insenga o i fratelli Limido della Family Style Band. Il Blues non è un genere americano, è afro-americano. Gli unici ad aver diritto di schernirci sono solo i neri di Blues.

Mi pare che il tuo album sia stato registrato in presa diretta: visto il tuo amore, ovvio, per la fase live, come pubblicizzerai il disco?
Una fase live è sempre qualcosa di molto delicato, ci vogliono tutta una serie di condizioni perché possa funzionare: ottima conoscenza dei brani da parte dei musicisti, forma fisica e mentale eccellente, armonia nel gruppo, parti e ruoli ben definiti. Il resto ovviamente è improvvisazione. Se una sola di queste condizioni viene a mancare, bisogna rinunciare a tutto il lavoro. Nel nostro caso abbiamo finanche scelto di suonare senza metronomo per lasciare i pezzi ancora più liberi, cosa che sicuramente farà storcere il naso a qualcuno, ma chissenefrega! Il disco verrà pubblicizzato sicuramente onlineUn sogno? Presentare i miei due album in un live a Cleveland!

Puoi tracciare un bilancio, tra soddisfazioni e delusioni, del tuo percorso musicale dagli inizi ad oggi?
Sicuramente le delusioni sono più delle soddisfazioni, ma rari sono i casi in cui mi lascio abbattere. Ho imparato ad andare dritto per la mia strada, ascoltando i consigli altrui con una buna dose di diffidenza. Attualmente l’Italia è fatta più per il cibo che per la musica. Sarò sincero, non credo che i cantautori degli anni ’70 siano stati davvero capiti dagli italiani. All’epoca si cercava di politicizzare tutto e tutti, travisando i contenuti delle canzoni a proprio uso e consumo e perdendo di vista i reali obiettivi. Niente di paragonabile alla rivoluzione degli anni ‘60 in America, quando Blowin’ in the wind accompagnò i movimenti per i diritti civili degli afro-americani e risvegliò le coscienze di un’intera nazione.