mercoledì 21 agosto 2019

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni


“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

Il libro che  mi accingo a commentare è “Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni.

Capita spesso di calarmi nel ruolo di chi scrive, di trovare punti comuni, idee che collimano, spesso sovrapponibili, ma in questo caso le similitudini sono davvero tante.
Per accantonare subito il concetto semplifico, sottolineando che ho vissuto nello stesso fortunato periodo, e molte delle esperienze raccontate da Papagni sono le stesse che fanno parte del mio quotidiano racconto di vita e musica.
Non parlo di “fattore nostalgia”, ma dell’urgenza di narrare un periodo felice - se riferito alla creatività musicale -, nella speranza che l’azione, quasi didascalica, possa diventare una solida linea guida nel caso qualcosa cambiasse e il futuro lasciasse spazio alle cose positive che sono capitate in un’era costituita da pochi lustri, caratterizzati però da repentine e sostanziali modifiche che hanno stravolto il nostro modo di vivere. Sognare ad occhi aperti è ancora un bell’esercizio.

Il periodo che l’autore prende in considerazione parte dal 1972 e arriva al 1990; scriverlo nella sua attuale forma ha richiesto anni di lavoro, e mi piace immaginare un ulteriore sottotitolo: “Dall’adolescenza alla maturità!”.
Già, l’adolescenza, quel primo periodo di vita, da sempre toccato dall’inizio di una personale colonna sonora - status che non credo si sia modificato nel tempo - che viene presentato in questo contesto con una forza prorompente che va scissa e particolareggiata nelle varie componenti, presenti negli adolescenti di quei tempi, molti dei quali, inconsciamente, aspiranti melomani:

-il passaggio dal binomio Beatles/Stones a qualcosa di più fresco
-il rito del vinile, ovvero la condivisione della nuova musica
-l’allargamento famelico della conoscenza, con grande predisposizione all’effetto domino
-lo spirito di emulazione, e l’avvicinamento allo strumento più congeniale.

Una cosa che, mi pare, mi avvicini ancora di più all’autore, è la capacità di rimanere nel lecito e nell’ortodossia, nonostante il bisogno di emulazione e appartenenza al gruppo, dinamica tipica dei giovani, ieri come oggi.

E vai a spiegare cosa sia stato il rito del vinile! Prova a mettere su piatto un formato fisico, così lontano dalla liquidità dei suoni attualmente sul mercato!

Pagina 7: inizio col botto... il racconto di un album in particolare, semplice nella denominazione, specifico nella numerazione. Dire che dopo quell’ascolto niente fu più lo stesso non è un’esagerazione, e ascoltare nel 2019 “Led Zeppelin II” fornisce le stesse emozioni di un tempo, almeno, a me capita così…

Estrapolo dal racconto di Papagni:

Erano i primi freddi mesi del 1972: ricordo che mi trovavo a casa di un amico ad ascoltare i Beatles… stavamo seduti per terra, attorno ad un vecchio giradischi, si parlava di “formare un complesso” … chi non faceva parte di una band voleva metterne su una. A un certo punto il mio amico prese un disco… lo mise sul giradischi e vi poggiò la massiccia testina… era “Led Zeppelin II”. Si scatenò la forza dirompente dell’album ed è stato quello il momento in cui non mi sono più sentito bambino. Difficile spiegare cosa mi successe, ma fu determinante per la mia formazione umana e culturale. Sono convinto che non sia possibile capire oggi cosa rappresentò l’uscita sul mercato del 2° disco dei Led Zeppelin. Fu uno shock! Dai solchi di quell’album si sprigionava un’energia nuova… avvertii chiaramente che quella musica segnava il passaggio da una dimensione ludica a qualcosa di più complesso, qualcosa che poteva nutrire la mia anima di adolescente.” (cliccare qui per l’ascolto ).

Da qui parte la storia di un giovane uomo che proverà a perlustrare i tanti sentieri che accompagnano un percorso che, iniziato in modo comune, trova arricchimento nella ricerca del nuovo, nel nutrimento del pensiero, nella contemplazione estetica di ciò che gira intorno, nell’utilizzo della giusta dose di razionalità, prendendo atto di procedimenti immodificabili che necessitano di spiritualità e ascetismo, almeno per una sufficiente dose di accettazione della precarietà esistenziale.

La musica, la letteratura, la natura: sono questi tre pilastri che diventano fondamentali per far fronte alle modifiche sociali, quelle che portano a disegnare, in estrema sintesi, uno scenario distopico, di cui ci si  accorge girando la testa all'indietro, quando probabilmente è troppo tardi per agire, e in ogni caso l’azione solitaria non potrà smuovere le montagne.

Papagni ci parla delle sue letture, del suo modo di vivere e convivere col mondo circostante, della sua musica, che è quella che ha caratterizzato l’esistenza di molti ex ragazzi nati a metà degli anni ’50.
E nei momenti di sconforto, quelli in cui occorre aggrapparsi alle certezze che mai hanno deluso, l’autore punta i suoi riferimenti indelebili, come Robert Fripp e Brian Eno, così come racconta nelle righe a seguire, da me sollecitato.

Potrei sviscerare i vari capitoli, ma il mio compito è solo quello di incuriosire e aprire la strada alla lettura; in ogni caso la chiacchierata a seguire rivelerà molti dettagli che permetteranno di entrare integralmente nel mondo di Papagni, e mi auguro che il suo libro trovi la più larga diffusione possibile, in primis per la sua completezza, mix di “nozioni, esperienze e idee”, e sono certo che anche i più introdotti nel mondo della musica sentiranno il bisogno di approfondire “titoli” dimenticati o mai catturati.
Perché questo passaggio dal rock alla spiritualità? Cosa unisce Page & C. alla meditazione Zen?

Vale la pena leggere il pensiero di Antonio Papagni, nelle prossime righe.
Personalmente credo che occorra possedere una basica virtù, il primo gradino del processo di innalzamento dell'anima che, partendo dalla ragione, possa giungere a una fede consapevole.

Il lavoro di Antonio Papagni è molte cose, e tra queste estrapolo la funzione didattica, quel tenere accesa una luce affinché il sentiero di chi arriverà dopo possa essere un po’ più chiaro e quindi meno insidioso, e a lui, fine pensatore, regalo una citazione nobile:

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte.
(Purgatorio. XXII, 67-69)

Libro imperdibile, testimonianza unica… ringrazio l’autore per aver rinforzato i miei ricordi e avermi fatto riflettere sui molti errori commessi… c’è sempre tempo per cambiare rotta!

Brian Eno e Robert Fripp
 Ecco cosa ci siamo detti!

Partiamo dal titolo del libro, “Dai Led Zeppelin allo Zen”, e proviamo a decodificarlo…

Il titolo illustra il percorso del libro, dando immediatamente al lettore i due punti estremi.
I Led Zeppelin occupano solo le prime pagine, ma sono l’origine che permette al processo di innescarsi. Lo Zen è il punto di arrivo, la presa di coscienza che il mondo vissuto era scomparso sia da un punto di vista musicale che culturale in genere, e bisognava rivolgere la propria attenzione altrove.

La struttura del tuo lavoro appare di complessa costruzione, nel senso che raccontarsi in modo così totale, delineando un lungo e significativo periodo di vita, richiede molto tempo: mi racconti la genesi e lo sviluppo del progetto?

Il libro era nella mia mente e in alcuni appunti in un progetto molto lontano nel tempo, ma inizia a prendere forma nel 2004, quando mi sono trovato solo davanti a tutti i miei dischi e i miei libri. Nasce dalla necessità di scrivere un testo (non accademico e non nozionistico) in grado di non disperdere un patrimonio, di far conoscere una parte del mondo musicale degli ultimi decenni del Novecento sfuggito all'attenzione di molti e ancora capace di coinvolgere i ragazzi 2.0, spesso all'oscuro di quella eredità culturale e intellettuale, nonché della coscienza e della cronaca di quel momento.
Infatti, non è solo un libro che parla di musica rock.
Oltre alla musica ho cercato di raccontare la trasformazione estetica ed esistenziale di un momento storico, il passaggio cruciale dagli anni ‘70 agli anni ‘90 dove, l'instaurarsi insidioso del neoliberismo, ha determinato un vero e proprio cambiamento antropologico.
La musica, i film e le esperienze politiche che ho conosciuto, solo per la fortuna di vivere in una “stagione irripetibile”, sono doni ricevuti da restituire.
Dovevo lasciare un contributo.
Quattro anni di tempo, ritagliando le ore alla vita di tutti i giorni per una prima stesura (considerando l’ascolto più volte ripetuto dei dischi raccontati, la rilettura dei testi nominati e la visione di alcuni film nonché le numerose ricerche) e molti anni di revisione.
Ho cercato quindi un editore ma, non trovando disponibilità, l’ho autopubblicato con “ilmiolibro.it”. È capitato nelle mani del mio attuale editore, ne è rimasto entusiasta e l’ha pubblicato nel 2017, sperando nel successo che ora sta avendo.

Mi pare anche inusuale il modo in cui hai “sistemato” le cospicue note, in pratica una sezione a parte raggruppata nell’ultima parte del book…

Le note sono state sistemate dal mio editore.
Come credo si possa capire leggendole, sono di due tipi: personali (raccontano esperienze e riflessioni); esplicative (cercano di chiarire alcuni termini e dare ulteriori informazioni su autori e titoli).
Le note personali erano presenti come testo ma lo rendevano enfatico e ridondante, nel senso che potevano giustamente non interessare. Le esplicative erano a piè di pagina. L’editore ha deciso che la scelta giusta era estrapolare la parte troppo personale e mettere tutto a fondo testo.

A questo punto faccio un passo indietro: mi racconti la tua storia in pillole?

Sono nato nel 1956. La prima parte della mia vita è descritta nel libro. Ho una figlia di 22 anni. Il mio lavoro, lontano dalla musica e dalla letteratura, è quello di Hospital Business Specialist per una azienda farmaceutica. Il resto è illustrato nella quarta di copertina.
Il percorso che descrivi presenta una buona dose di sofferenza, alimentata dalla crescita personale e, quindi, dalla consapevolezza, ma nei momenti più difficili sembra possa arrivare in tuo aiuto l’ancora di salvezza, che ha nomi e sembianze precise, da Fripp a Eno: la musica… certa musica, ha davvero un potere curativo superiore?

Se è vero che Paolo Vites ha intitolato la sua recensione al mio libro “Dai Led Zeppelin allo Zen: come la musica ci ha salvato la vita”, e ha ricordato nel testo la prima strofa di “No Surrender” di Bruce Springsteen “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola“; se è vero che la musica è stata fondamentale per la mia crescita personale, forse la cosa più importante è stato conoscere persone come Robert Fripp che avevano, oltre alla musica, “un modo di fare le cose” e una disciplina da trasmettere.
La musica di Eno mi ha dato invece, con i suoi riferimenti non solo estetici (ricordo le sue carte oracolari), la possibilità di avvicinarmi allo zen e di studiarlo.
La musica ha un potere curativo superiore solo se permette di conoscerti meglio, di aprirti a orizzonti nuovi, se libera le tue potenzialità migliori e rimuove il lato distruttivo.

Dallo scorrere delle pagine si evincono gli assi portanti della tua vita… la musica, la lettura e la natura: è questo, a tuo giudizio, un trittico adatto ad ogni era e quindi da diffondere con azioni “didattiche”?

Sì, penso che questi siano tre canali con cui veicolare un altro mondo possibile.
Ma in che modo?
La musica ha una natura intrinsecamente utopica, capace di risvegliare (specialmente nei giovani) la dimensione più profonda dell’uomo in cui è custodito il futuro realizzabile, anche se lontano. La musica fruita sempre in modo consapevole, in maniera cosciente e informata, anche superando la ritualità di un tempo. Inoltre, dovrebbe essere associata allo studio di uno strumento musicale, in modo più o meno virtuoso, ma sempre sotto la guida di un maestro.
La lettura deve essere esercitata in maniera critica, creando quella capacità di scelta che permette, entrando in una libreria, di cercare il libro “necessario” e non quello del momento, quello che ci vogliono far comprare. È importante alternare la letteratura da romanzo alla saggistica. Questo per sviluppare quella presa di coscienza fondamentale per decriptare i messaggi che oggi ci arrivano da ogni parte e in ogni modo, specialmente quelli più subdoli come le immagini e gli slogan.
Come scrive il filosofo canadese Alain Deneault, l'unico antidoto a questa società fallimentare è il pensiero critico.
La natura si lega molto allo zen e alla contemplazione.
Quando parlo di natura non penso alle grandi foreste equatoriali o ai ghiacciai polari. Non parlo di oceani o immense montagne. Io vedo la natura nel filo d’erba che incontro per la strada, nell’albero che cresce sotto casa, nella rondine che viene a fare il nido sotto il mio tetto, nel maggiolino che mi vola sulla mano a primavera. Imparando a rispettare e a meravigliarci di questi esseri semplici (per esempio non capozzando gli alberi perché è più comodo e meno costoso, eliminando i pesticidi, non inquinando con i rifiuti il parco dietro casa perché tanto è già sporco...) potremo poi efficacemente allargare il discorso alla grande natura. Ma se non mi meraviglio, non mi emoziono, se la mia anima non palpita per una foglia, se non sono capace di sentirmi una sola cosa con essa, non sarò in grado di amare tutto il resto. Se non soffro perché non vedo più insetti e farfalle nei prati della mia città, se non mi si stringe il cuore davanti all’incendio di un albero, non sarò in grado di rispettare la grande natura. Qui, lo ammetto, il discorso si complica perché entra in discussione l’essere vegetariani o addirittura vegani. Seguo da qualche tempo gli insegnamenti del prof. Luigi Lombardi Vallauri tra cui è inserito l’essere vegano, eppure non sono né vegetariano né tanto meno vegano. Credo sia una scelta estrema. Come insegnano i maestri zen bisogna essere moderati anche nella moderazione. Per eliminare gli allevamenti intensivi basterebbe rivedere i criteri alimentari del mondo occidentale, razionalizzare il consumo di carne bovina, suina e di pollame (si arriva a mangiare due-tre volte carne tutti i giorni). Ma gli interessi che girano intorno a questo business sono altissimi come in tutta la grande distribuzione alimentare e industriale. C’è poi il discorso del dolore che soffrono gli animali che non credo sia il caso di affrontare in questa sede. E dobbiamo anche tener conto dei danni che la “moda” vegana sta facendo nel mondo, in particolare in America Latina e nel sud est asiatico. Ma il discorso si fa lungo e scivoloso.
Per tornare alla tua domanda, è dalla bellezza intrinseca delle cose che possiamo imparare a trattare meglio il nostro mondo e gli altri. Cercare e vedere (sforzandoci di mantenerla) la bellezza in un ramo spoglio, in un quadro di Raffaello o nell’asfalto della nostra strada può salvarci la vita e può salvare il mondo.

Il cambiamento avvenuto a partire dal periodo iniziale della tua analisi ad oggi è stato sconvolgente, per rapidità e portata: che cosa salveresti della situazione attuale e cosa ritieni sia meno sopportabile?

Susanna Tartaro nel suo blog scrive che siamo circondati da “adolescenti multitasking che con una mano fumano e con l’altra reggono il cellulare; trentenni hipster, i barbuti surfisti del web che sgusciano smilzi su eco-biciclette con un cervello pieno di idee e di app, fanno tendenza; cinquantenni che girano come criceti sulla ruota; sessantenni, colti e ideologici mentre affondano i denti sui polpacci degli ottantenni seduti su poltrone da cui non si alzeranno”, ma io non credo che sia questo il quadro esatto. Questa è la televisione, come le ho scritto.
Gli adolescenti sono molto più interessanti e meno superficiali di quello che sembrano e i trentenni possono fare di più di una app di successo. Se c’è qualcosa da salvare sono le nuove generazioni che hanno in mano il cambiamento in potenza. Purtroppo, non sempre gli vengono date le corrette competenze per gestire la propria crescita con il risultato di un incremento di analfabetismo funzionale e di uno sviluppo limitato del pensiero critico (nasce il sospetto che vi sia un progetto dietro tutto questo).
Salviamo e facciamoci salvare dalle relazioni, dagli affetti, dall’amicizia e dall’amore. Distruggendo la capacità di unire distruggiamo il futuro. Senza affetti veri e concreti i giovani stanno male e “un ospite inquietante, il nichilismo ... penetra nei loro sentimenti, confonde il loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti” (come scrive Galimberti).
Detesto l’indifferenza, molte volte camuffata da un pietismo ipocrita, emotivo, puntiforme, in un paese che sullo spettacolo ha costruito gli ultimi quarant’anni.
Detesto la nuova ideologia che subdolamente sta manipolando le persone dal 1980. Detesto quel pensiero che ha annebbiato la mente e gli occhi della maggior parte delle persone che non riescono a capire che stanno assecondando ed alimentando la società dello scarto e che gli scarti siamo noi.

Pochi giorni fa un grande musicista, al termine della nostra conversazione, chiosava: “… Nel momento in cui si pensa che ci sia soltanto il gelo, la terra sta per donare la nuova speranza legata a nuovi prodotti… la gente ha bisogno di ritrovare ancora a belle idee, ha necessità di poesia, di bellezza, di amore ...”.
C’è qualcosa di semplice ma concreto che potresti consigliare a chi si affaccia solo ora sulla scena della vita da protagonista, tenendo conto che i modelli normalmente proposti non lasciano grandi speranze?

Dovremmo dare un nome a questi “protagonisti”. Se intendiamo le persone comuni allora penso che bastino le risposte che ho dato alle tue domande.
In altri casi, più o meno appariscenti, sarebbe utile per loro non prendere esempio da chi è presente ora sulla scena, ma cercare nelle menti illuminate un nuovo “modo di fare le cose”.

Mi dai la tua definizione di “Zen”, calata nella vita reale?

Calare lo Zen nella vita reale è molto difficile. Impossibile è darne una definizione.
Se si intraprende la via dottrinale si diventa monaci e si esce in qualche modo dalla vita reale oppure si vive in modo manieristico un mondo che in fondo non ci appartiene, con un Giappone più intuito che mai conosciuto davvero.
Non siamo giapponesi. Come ha detto il poeta Shuntarō Tanikawa “I giapponesi d’oggi non sanno più nulla dello zen, ma esso è entrato nel loro DNA.”
Non sono mai stato buddista e non mi fermo più a fare vera meditazione, ma studiare lo zen, frequentare il Buddismo (in particolare, con grandissima delusione, quello di Nichiren), la meditazione (grazie anche agli insegnamenti di Fripp al suo corso Guitar Craft e alla conseguente scoperta di Gurdjieff) e lo yoga, è stato un modo per reagire alla mia fragilità permettendomi di acquisire alcuni principi fondamentali.
“Cedere tutto” per prima cosa. Lasciarsi fluire, non chiudersi mai in difese a priori, in categorie rigide.
Il distacco: l’anima del puro abbandono. Distacco dalle cose materiali e immateriali. Non è il cinismo o l’indifferenza ma è il cercare di non restare impigliati negli ami della volontà narcisistica, dell’ego virale e megafonico.
Vedere le cose ed entrare in comunione con esse senza pretendere sempre di capirle. Lasciarsi sorprendere e sopraffare dal senso del mistero, dalla profondità arcana e insondabile della vita, da questo ideale estetico che gli haiku hanno ben illustrato.
D. T. Suzuki (considerato una delle massime autorità sullo zen) in una sua conferenza del 1957 mise a confronto due poeti (Basho e Tennyson) per illustrare le differenze della visione occidentale (loquace e vampirica) da quella orientale (silenziosa e contemplativa).
E poi il gusto per la materia povera e originale, il “qui e ora” che non è il “carpe diem”, coltivare la pazienza e l’umiltà, fare della compassione un metro di giudizio, riscoprire le inarrivabili riflessioni sui rapporti tra “finito” e “infinito”, immergersi in un misticismo attivo e laico.
Tutto ciò è molto più facile da scrivere che mettere in atto giorno dopo giorno. Ci provo, non so se ci riesco. Come capita agli umani predico bene e razzolo così così.

Sono curioso: l’album della tua vita… il libro della tua vita…

Dovendo rispondere improvvisamente direi senza dubbio “Larks’ Tongues in Aspic”. Eppure, non so se porterei questo album con me su un’isola deserta (anche perché è indissolubilmente inciso nella mia mente). Cercherei forse di unire Fripp e Eno e sceglierei “Evening Star”. Ma come dimenticarmi di Jon Hassell?
Non ho un libro della mia vita. Sono stati e sono tutti importanti, ma come dice il saggio zen, se devi attraversare il fiume costruisci una zattera, ma arrivato alla sponda non portartela sulle spalle, sarebbe un inutile peso. Così gli attrezzi del tuo insegnamento devono essere lasciati lungo il cammino dopo che hanno illuminato la tua strada. Un cammino su cui puoi sempre tornare per risperimentare gli strumenti con nuovi occhi e nuove orecchie.
Se dovessi portarmi un libro su un’isola deserta forse sceglierei di rileggere “Alla ricerca del tempo perduto”, per la sua lunghezza e complessità o anche “Finnengans Wake”, per la sua impossibile lettura.

Un’ultimissima cosa legata alla comunicazione visiva che hai adottato nel libro, una prima di copertina carica zeppa di nomi di artisti e l’ultima con differenziazioni nella grandezza dei caratteri e nei colori: come è nata la scelta?

Il mio editore è un grande. È stata tutta una sua scelta la copertina che comunque fa parte di una collana saggistica ben definita nella impaginazione.
           
 
We are proud to be a B Corp​



lunedì 19 agosto 2019

Ken Hensley Band


Il 7 agosto 2019 ho partecipato ad una serata dedicata alla musica progressiva all’interno dell’evento “Rassegna D'Autore e d'Amore”, a Bordighera, manifestazione di estrema qualità che ha visto la presenza di Ken Hensley e della sua band, di Gianni Nocenzi e di Davide Laura.

Questo il resoconto:


Ultimo a salire sul palco Ken Hensley con la sua band.
Il rock che hanno proposto e l’energia trasmessa sull’onda della musica degli Uriah Heep mi ha incuriosito e, influenzato dal genere e dai ricordi, ero sicuro di avere davanti a me un insieme di musicisti inglesi.
E invece no… tutti artisti nostrani!
Ho curiosato un po’, per saperne di più!

La band che accompagna Ken Hensley è formata da musicisti italiani: Paolo Sburlati alla batteria, Simone Bistaffa alla chitarra, Andrea Vilardo alla voce e Francesco Dalla Riva al basso e cori.


Paolo Sburlati è piemontese, batterista di lungo corso… è colui che tiene il contatto con Ken e organizza le sue esibizioni in Italia, oltre che essere suo buon amico da più di un decennio. Grazie a lui, il resto del gruppo ha avuto l’occasione di suonare insieme in diverse occasioni, ma anche con altri grandi artisti, come Ian Paice e Bernie Marsden. Per raccontare la sua carriera musicale non basterebbe un libro.

Il resto è formato da musicisti non professionisti (nella vita sono rispettivamente dentista, professore e commercialista), ma professionali, e uniti dalla comune immensa passione per la musica rock.

Simone Bistaffa è di Verona, polistrumentista, in origine hammondista, ma in seguito anche ottimo chitarrista e bassista. Dagli anni '90 suona con i Forever Deep, cover band dei Deep Purple, con i quali ha condiviso l'onore di suonare con Ian Paice, Don Airey, Roger Glover, Bernie Marsden, etc.
Ha anche suonato per anni con Tolo Marton e molti altri.
I Forever Deep hanno pubblicato un album di materiale originale nel 2013 per l'etichetta Azzurra Music. Amico di lunga data di Sburlati, Simone è quello che ha coinvolto Dalla Riva e Vilardo nell'avventura di suonare con Ken.

Anche Francesco Dalla Riva è di Verona, appassionato di musica rock da sempre, in particolare Uriah Heep e Deep Purple.
Per anni ha scritto per anni su riviste musicali del settore. Nel 1994 ha fondato i Bullfrog, power trio con il quale suona e canta e con cui ha realizzato più di trecento concerti e pubblicato cinque album di materiale originale, tre con l'etichetta Andromeda Relix e gli ultimi due per l'americana Grooveyard Records (Bistaffa suona come ospite su tre di questi). Nel 2014 è nata con Simone e altri l'idea di allestire un tributo alla musica degli Uriah Heep con la band Forever Heep; sono state fatte diverse date nel veronese sino a che lo scorso anno si è deciso di passare allo step successivo, quello di scrivere in proprio pezzi nello stile Uriah Heep.
Il materiale è pronto e nel prossimo settembre la band entrerà in studio per dare il via alle registrazioni. La speranza è quella di avere Ken Hensley come ospite in qualche brano: lui si è già detto entusiasta… loro ci sperano!

Andrea Vilardo è il terzo veronese e ha cantato in precedenza in cover band locali; tramite amicizie comuni è stato coinvolto nel progetto Forever Heep.


Dicono a proposito dell’esperienza con Hensley:

Suonare con Ken è sempre molto intenso, sia per il fatto di dividere il palco con uno dei nostri idoli musicali di sempre, suonando brani che ci emozionano da più di trent’anni (uno dei nostri preferiti preferito è “Circle of Hands”, che lo stesso Ken ci ha raccontato di aver scritto nel 1971, proprio in Liguria dopo un concerto), sia per il suo suono bellissimo all'hammond, che potremmo ascoltare per ore. È allo stesso tempo emozionante perché non c'è quasi mai il tempo di fare delle vere prove con lui, per ovvi motivi geografici (vive in Spagna) quindi, una volta stabilita la scaletta, sul palco ci si affida molto all'empatia tra di noi e alla magia del palcoscenico”.

E on stage può capitare l’episodio inusuale (che ho raccontato nel commento alla serata di Bordighera…), una corda del basso che si rompe - per fortuna è successo all'ultimo pezzo della serata -;
Ken l'ha trovato molto rock'n'roll!

venerdì 16 agosto 2019

Carlo Aonzo Trio-“Mandol Italy”


Circa tre anni fa, da questo spazio, commentavo “Mandolin Journey”, album del Carlo Aonzo Trio, lo stesso ensemble che oggi propone “Mandol Italy”, il nuovo lavoro.
Esiste una stretta connessione tra i due progetti, che ha a che fare con la propensione all’altruismo, alla voglia di divulgazione, alla cultura, alla tradizione… in sintesi, la qualità estrema.

Il fil rouge di cui parlo è la voglia di utilizzare la musica - e gli strumenti acustici legati alle radici popolari - per viaggiare, scambiare messaggi, proporre novità attraverso l’antico, rappresentando così uno spazio ben preciso che, contrariamente al cosmopolitismo del disco precedente, diventa oggi il contorno della nostra penisola.

L’idea è quindi quella di un nuovo itinerario, utilizzando però una zona più ristretta e, almeno sulla carta, più famigliare, quell’Italia che, in giro per il mondo, è conosciuta per aspetti positivi e negativi attraverso stereotipi e luoghi comuni, ma che riesce sempre a far innamorare chi la attraversa, magari occasionalmente.

Carlo Aonzo e i suoi sodali affrontano un percorso complesso, ambizioso, ricco di difficoltà tecniche, ma il risultato appare incredibile, e ciò è dovuto in parte alle grandi skills dei protagonisti (oltre ad Aonzo e al suo mandolino troviamo Luciano Puppo al contrabbasso e Lorenzo Piccone alla chitarra) di cui mi pare superfluo disquisire, ma aggiungerei che ciò che arriva al fruitore della loro musica è l’essenza, l’idea, la passione, il sogno…
La determinazione con cui si cerca di penetrare in profondità non ha nulla a che vedere con la pianificazione, ma la voglia di diffondere il verbo appare a tratti prorompente.

Conosco personalmente Aonzo da molto tempo e lo considero un musicista privo di paletti ideologici, cosa non certo semplice da ritrovare - nella vita, non solo nella musica -, e il team che ha costruito nel tempo appare in totale sintonia.

Se poi aggiungiamo una sezione di ospiti pazzesca, che Aonzo propone a seguire, ecco che “Mandol Italy”, diventa un gioiellino che abbatte ogni tipo di catalogazione.

Vengono sciorinati pezzi italiani storici suddivisi per regione, rivitalizzati da arrangiamenti innovativi, e succede che il grande protagonista, il mandolino, buca gli spazi, supera i confini, e riesce a distruggere immagini sacre e consolidate, entrando potenzialmente nella vita e nella storia di ogni anima sensibile.

Folk, rock, blues, classica… melodia e ritmo, elementi fondamentali per raccontare l’Italia, con un percorso itinerante che suggerisce un modello integrativo, argomento molto sentito di questi tempi.

Non mi soffermo sui dettagli, ovviamente fondamentali, perché rischierei di duplicare informazioni e pensieri - interessantissimi - contenuti nell’intervista che Carlo Aonzo mi ha rilasciato e che consiglio di leggere con attenzione, particolari davvero esaustivi e completi.
Ho preferito realizzare una sorta di introduzione, il cappello ad un ascolto che consiglio, così come credo siano da cogliere al volo le occasioni di vedere il Carlo Aonzo Trio in fase live.

Il mio stato d’animo durante l’ascolto? Emozionato!


L’INTERVISTA REALIZZATA CON CARLO AONZO

Utilizzare la musica per delineare percorsi geografici non è per te una novità: cosa ti ha spinto questa volta a proporre un “viaggio” tutto italiano? Aggiungo… le possibilità di scelta all’interno del “nostro” mondo musicale sono sterminate: con quale logica o criterio selettivo hai delineato la scaletta?

“Mandol Italy”, un disco di cui siamo molto fieri, che ha avuto una genesi davvero ordinaria. Abbiamo cercato un concept per un nuovo album dopo “Mandolin Journey”, ed è venuto naturalissimo scegliere come argomento la musica italiana. Un po’ perché andando in giro per il mondo ci fa piacere portare il messaggio della nostra musica attraverso brani che per noi sono storici e ci rappresentano, ma che cerchiamo di riportare all’attualità. Questa idea dell’album è venuta fuori pian piano, un po’ per il repertorio che avevamo già pronto dopo il “Mandolin Journey”, fatto da brani che avevamo preparato e a cui poi ci siamo appassionati; altri pezzi, che erano già nel cassetto, li abbiamo esclusi perchè non entravano nell’idea generale dell’album. Ma ci è piaciuto anche fare una ricerca in questo senso, scovare brani che rappresentano il nostro passato e il nostro essere italiani. Abbiamo cercato di rappresentare un po’ tutte le regioni - anche se ovviamente è difficile “mostrarle” tutte -, scegliendo i brani che per noi erano più accattivanti, alternati a quelli che erano più significativi, con qualche eccezione, come nel caso di Carlo Munier, musicista virtuoso del passato, uno dei padri della musica mandolinistica, non conosciuto al di fuori del suo mondo, ma in ogni caso un pezzo importante della storia dello strumento che rappresenta l’Italia e che va riscoperto, ovviamente parlo del mandolino. Quindi questa ricerca di “mostrare” l’Italia non è solo geografica, tocca anche la memoria degli italiani; c’è anche un tributo alla storia della televisione con il brano che noi conosciamo come “Carosello”, che è in realtà un brano tradizionale che si chiama “Pagliaccio”, e lo stesso vale per il brano che noi idealizziamo come “Intervallo”, che è in realtà un pezzo di Musica Barocca che abbiamo riattualizzato (Toccata in La Maggiore).

A che tipo di pubblico si rivolge il progetto “Mandol Italy”?

Questo è il bello del nostro progetto, lo dobbiamo scoprire! È vero che pensiamo ad un pubblico anche internazionale, perchè le nostre attività concertistiche si svolgono anche all’estero, e in quei luoghi il brano che rappresenta la nostra italianità, quello universalmente riconosciuto, è “Volare”; gli americani conoscono bene anche la canzone “Arrivederci Roma”, grazie al film che l’ha lanciata e che è famoso oltreoceano, ma per gli stranieri tutto il sound legato al mandolino rappresenta l’Italia; è bene sottolineare come all’estero il mandolino non sia appicciato necessariamente all’immagine del Sud Italia, come invece il luogo comune vuole qui da noi, stereotipo tra l’altro sbagliato, perché il mandolino è uno strumento tutto italiano che è diventato solo più tardi simbolo della napoletanità, ma in realtà veniva suonato in tutto il paese… ricordiamo Vivaldi, Paganini, quindi soprattutto attività nel Nord Italia, anche se è palese l’esistenza di un ricchissimo repertorio napoletano.
Sicuramente l’album si rivolge ad appassionati di musica acustica, perché il nostro progetto è tutto acustico; poi agli amanti della musica mandolinistica, un mondo in grandissima crescita ovunque, grazie alla nascita di molti nuovi mandolinisti e alle straordinarie proposte musicali attuali, che prevedono l’utilizzo dello strumento nella musica rock e pop. Il pubblico quindi è quello a cui piace la musica dal vivo, quella da ascolto, gli arrangiamenti ricercati e tutto quell’ambito di fruizione musicale a cui noi ci rivolgiamo.

Mi parli dei tuoi compagni di viaggio, con cui costituisci un trio ormai consolidato?

I miei compagni di viaggio sono musicisti straordinari. Lorenzo Piccone, chitarrista e arrangiatore, ha un futuro luminoso davanti a sé, sta realizzando cose veramente notevoli anche negli Stati Uniti e sentiremo sicuramente parlare di lui in futuro, mentre Luciano Puppo è un veterano del jazz italiano e folk nostrano. Parlo di musicisti non comuni, ma soprattutto di fantastici compagni di viaggio e grandissimi amici… insieme condividiamo lo spirito specifico del trio e dei vari progetti musicali.
Siamo al secondo album, ce ne saranno sicuramente altri. Abbiamo in programma di andare in Australia agli inizi del prossimo anno, poi in primavera o nell’estate 2020 ci sarà un’altra tournée nel Nord America, quindi grandi cose.

È interessante conoscere gli ospiti che hai coinvolto, e come hai deciso l’abbinamento brano-musicista…

Gli ospiti sono tutti musicisti fantastici e l’abbinamento lo abbiamo fatto in base al loro passato e al retaggio musicale, quindi… chi meglio di Daniele Sepe poteva tarantellare su John Coltrane? Sai, questa idea balzana di prendere il bebop e portarlo a Napoli perché il mandolino suona il bebop… e chi è che poteva fare un’improvvisazione su una tarantella con i cambi di accordo di “Giant Steps”, che sono semplicemente inumani? L’unico che poteva riuscirci era lui, e ci ha “maledetti” in tutte le lingue perché è stata un’impresa difficilissima, ma è riuscita perfettamente, e ne siamo felicissimi; abbiamo rappresentato Napoli con una delle canzoni più belle del repertorio che la caratterizza e con la tarantella di Raffaele Calace, un altro dei padri della musica mandolinistica. Quindi ecco il mandolino che si emancipa per ammiccare al bebop. Da evidenziare l’intervento del percussionista africano Ismaila Mbaie, che ha accompagnato tutta la traccia con le sue percussioni, anche questo per far evolvere la tarantella e farla diventare word music.
Poi abbiamo Antonio Marangolo, che improvvisa sulla suite romana, lui che ha passato gran parte della sua carriera musicale con il fratello a Roma, e assieme abbiamo deciso di celebrare questo passato anche abbastanza recente… ricordiamo quando era la norma che un brano partisse con un assolo di sax!
Abbiamo avuto la fortuna di ospitare Ike Stubblefield all’organo hammond, fatto eccezionale. Abbiamo scelto “Volare” perché già lo conosceva, e ha accettato la sfida di farlo diventare una cosa blues, quasi funky.
C’è poi Fabio Rinaudo, che ha impreziosito la suite siciliana, che abbiamo fatto diventare molto folk, rurale, e quindi abbiamo aggiunto i flauti e la cornamusa.
In questa sezione è presente un retaggio del mio passato lavorativo, perché entra in gioco il marranzano, e la persona che lo suona è un vigile del fuoco, un ufficiale di Genova che si chiama Tommaso Bellomare, felicissimo che lo abbia invitato ad arricchire questa parte con lo scacciapensieri, strumento tipico della regione; lui è l’unico “non musicista” del nostro parco ospiti.
Abbiamo ancora Riccardo Zegna, straordinario jazzista ligure con il quale abbiamo realizzato la versione in 5/4 di “Ma se ghe pensu”, ed è venuta fuori una chicca di cui siano orgogliosissimi. Anche in questo caso trattasi di emancipazione musicale.
Continuo con Rodolfo Cervetto alla batteria, che ci ha aiutato in alcune tracce, come “la suite dei baci”; in questo caso lo swing up bit aveva bisogno di una mano esperta alla batteria e in lui l’abbiamo trovata.
Continuo con Claudio Bellato, fantastico musicista savonese che ha contribuito anche all’arrangiamento di “Madunina on Broadway”, un’idea che avevo da tempo, e quindi il suo apporto ha superato il solo intervento strumentale.
Abbiamo poi Riccardo Tesi, grande organettista che non ha bisogno di presentazioni, che duetta con noi su una mazurca di Carlo Munier - cioè sul repertorio che più si addice al suo stile e genere -, la “Mazurka Sentimentale”, un pezzo classico del mondo mandolinistico, che con lui si avvicina al mondo più folk, ma sempre aulico e raffinatissimo.

Come pubblicizzerete l’album?

Questa può essere l’occasione per dire che non abbiamo un management, è un’autoproduzione, quindi è nata come una cosa molto spontanea, basata sull’istinto; non esiste una strategia commerciale, non la cerchiamo. Promuoveremo sicuramente l’album ai nostri concerti come abbiamo sempre fatto, spediamo il disco a chi sappiamo può fare recensioni, accettiamo complimenti e soprattutto critiche costruttive, per poter fare cose sempre più belle ed essere stimolati a creare e andare avanti con il nostro lavoro. Questo è lo spirito del nostro progetto musicale, che nasce dall’amore per la musica e non ha come fine la realizzazione di un prodotto commerciale.



Questi i titoli di “Mandolitaly”:

Nel Blu Dipinto di Blues
- Volare (D. Modugno)

Ma Se Ghe Pensu (A. Margutti)

Baci in Quantità
- Ba Ba Baciami Piccina (L. Astore)
- Un Bacio a Mezzanotte (G. Cramer)

Roma
- Arrivederci Roma (R. Rascel)
- Roma Nun Fa la Stupida Stasera (A. Trovaioli)

Mazurka Sentimentale (C. Munier)

Marcia Eroica (C. Munier)

Voce 'e Notte (E. De Curtis)

Taranta Steps
- Tarantella (R. Calace)
- Giant Steps (J. Coltrane)

Da un Balcone Ungherese (N. Bruzzone)

Pagliaccio (Carosello) (traditional)

Toccata in La Maggiore (Intervallo) (P. D. Paradisi)

Nebbi'a la Valle (Amara Terra Mia) (traditional)

Trinacria Suite
- Tarantella (traditional)
- Ciuri Ciuri (F. P. Frontini)
- Vitti na Crozza (F. Li Causi)

Madunina On Broadway
- O Mia Bela Madunina (G. D'Anzi)

Clara's Suite
- Vulcano (M. Cavallari)
- Oh, Katia! (traditional)

Formazione:
Carlo Aonzo: mandolino
Luciano Puppo: contrabbasso, basso
Lorenzo Piccone: chitarra

Alcuni illustri "Special Guests", veri leader nei rispettivi generi, hanno partecipato al nuovo cd, musicisti straordinari che hanno dato un contributo prezioso ed originale a questo lavoro, con l'aggiunta di nuovi timbri e colori: Claudio Bellato (chitarra), Tommaso Bellomare (marranzano), Rodolfo Cervetto (batteria), Antonio Marangolo (sax tenore), Ismaila Mbaye (percussioni africane), Fabio Rinaudo (cornamuse, flauti), Daniele Sepe (sax soprano), Ike Stubblefield (organo hammond), Riccardo Tesi (organetto diatonico), Riccardo Zegna (pianoforte).

mercoledì 14 agosto 2019

“Bordighera-Rassegna D'Autore e d'Amore”


È terminata da pochi giorni la consueta manifestazione “Rassegna D'Autore e d'Amore, che si svolge tradizionalmente a inizio mese di agosto, a Bordighera, nei Giardini Lowe.

Il programma completo, in equilibrio tra la canzone storica d’autore e il progressive, si è sviluppato tra i giorni 7 e 10, e anche in questa occasione si sono visti sul palco artisti di livello assoluto, come delineato nel comunicato stampa diffuso dall’organizzazione:


Sono stato testimone della prima serata, quella dedicata al prog, e proverò a fornire commento minimale, aiutato dal contributo video.
Occorre dire che il deus ex machina della situazione ha un nome ben preciso, Pino Calautti, che assieme ai fidati collaboratori riesce ogni anno a realizzare eventi di alto profilo, che sembrerebbero quasi impossibili per chi vive l’ambiente, perché lo sforzo organizzativo ed economico relativo alle tre serate appare operazione titanica per l’occhio esterno.
È proprio a lui ho rivolto il mio pensiero durante il viaggio di avvicinamento, perché la prima serata, quella dedicata alla musica progressiva, è solitamente quella più a “rischio”: il genere è molto di nicchia, e in questi casi non si ha mai la certezza di avere un numero di presenti congruo alla portata del concerto; ma Pino ha indovinato ancora una volta il mix, basato su nomi di prestigio ma molto distanti tra loro come tipologia di proposta (Gianni Nocenzi e Ken Hensley) e un giovane talento che ha sorpreso tutti (guadagnando anche un elogio pubblico da parte dell’ex BANCO), per varietà e novità di performance: Davide Laura.

Quando scatta l’ora voluta da Pino la platea è carica di anime pronte a vivere una serata indimenticabile.

Mauro Selis, come sempre, fa gli onori di casa e “riempie” i momenti di sosta…


Il primo ad esibirsi è il giovane Davide Laura, che non conoscevo.

Un uomo e il suo strumento - anzi, i suoi strumenti -, potrebbe significare mero momento acustico, ma Davide ci regala qualcosa di davvero unico, gradito dall’audience in modo incondizionato.
Utilizza violino e chitarra - vorrebbe anche “buttarsi” sul piano a coda presente momentaneamente on stage, ma ci sarebbe il rischio di una modifica di assetto, in una serata in cui l’umidità incide…- e appare un maestro nell’uso dei loop, tanto da riempire l’atmosfera di suoni che viaggiano tra ritmo e melodia, vivendo fisicamente la performance e trasferendo al pubblico energia pura.

La chicca alla sua esibizione è il duetto, casuale, con il padre - chitarrista professionista - che i presenti apprezzano incondizionatamente.

Tutto quanto Davide Laura ci ha presentato entra a pieno titolo nel contesto prog, tra innovazione e libertà espressiva, come testimoniato dalle immagini a seguire…


Ma cosa è stato il prog?
Questo il punto di vista di Gianni Nocenzi...


Già… il Maestro!

Poco prima dell’esibizione Gianni Nocenzi mi ha rilasciato un’intervista - che pubblicherò nei prossimi giorni -, e lo ha fatto in circostanze particolari, ovvero l’imminente inizio della sua performance, momento in cui si va solitamente alla ricerca della massima concentrazione, e le parole che arrivano dall’esterno si eviterebbero volentieri.
La sua gentilezza e la sua cordialità mi hanno realmente colpito, e le sue riflessioni fatte in camerino sono state la miglior introduzione al suo successivo atto musicale.
Gianni Nocenzi e il piano, lo strumento dietro al quale l’ho sempre visto e idealizzato, a partire dalla mia adolescenza, passando per un momento di sua volontaria assenza, sino al ritorno alla piena attività pubblica, concretizzato da un album, “Miniature”, che è stato riproposto nel corso della serata.

La sua musica ha trovato un perfetto intercalare nella narrazione, e analizzando a ritroso la sua “parte di serata”, verrebbe da definirla con lo slogan… “Musica e Didattica”.
Dopo la dinamicità contagiosa di Davide Laura arriva quindi il momento della magia pura, quella che riesce a creare il Maestro attraverso trame musicali che richiedono massima attenzione, non solo quella palese dell’autore, ma occorre un fermo ausilio da parte del pubblico, il cui peso specifico in termini di attenta partecipazione risulta determinate per la realizzazione di quell’alchimia da palco che, nell’occasione, si è realizzata con grande successo.

Occorre dire che parte degli spettatori si sarebbe successivamente lasciata andare al movimento fisico, figlio del rock a tratti duro di Ken Hensley, ma questa predisposizione personale ad un genere preciso non ha impedito gli amanti della musica di qualità di godere in pieno di attimi, “miniature”, frasi e dettagli sonori che Nocenzi ha regalato ad un pubblico che ha ricambiato con calore al termine di ogni episodio, estasiato da quanto stava andando in scena, probabilmente cosciente del fatto che certi momenti sono rari e vanno goduti nella loro totalità.

Difficile riuscire a riproporre, utilizzando le parole, un frammento di piacere puro, dove musica, interpretazione, contesto ed elementi naturali hanno permesso di raggiungere lo status della serenità.

Le immagini a seguire, catturate con un device di scarsa qualità, non certo all’altezza della situazione, permettono in ogni caso di fornire una sintesi rappresentativa dell’incontro tra Gianni Nocenzi e il pubblico.

Grande esclusiva per MAT2020 quindi, e un ringraziamento al Maestro che, in via del tutto eccezionale, ci ha permesso di pubblicare una video intervista e live per piano solo...


A concludere la serata ci ha pensato Ken Hensley con la sua band, che erroneamente pensavo fosse inglese, e invece no, tutti italianissimi!

Ken suscita molti ricordi per effetto del suo glorioso passato, almeno dieci anni, in un gruppo di hard rock progressive inglese molto famoso nei seventies, anche in Italia, gli Uriah Heep, di cui era tastierista, all’occorrenza cantante e chitarrista acustico.
La sua immagine è ancora oggi molto legata a quel periodo e il sound può contare su validi collaboratori che sono: Paolo Sburlati alla batteria, Simone Bistaffa alla chitarra, Andrea Vilardo alla voce e Francesco Dalla Riva al basso e cori.

Nei prossimi giorni scriverò di loro in modo più approfondito, per ora mi limito a dire che l’impatto della band è stato notevole.

Molti erano i conoscitori del repertorio degli Uriah Heep, alcuni sorprendentemente giovanissimi, il che sta a significare che certi eventi non toccano solo l’elemento nostalgico, ma sono il frutto di curiosità e ricerca, situazioni forse legate al “lavoro sotterraneo” di qualche genitore melomane.

Rock denso con spruzzate di hammond, il tutto contrassegnato da un fatto inusuale, ovvero la rottura della corda del basso di Dalla Riva (il LA), segno che… ci hanno dato dentro!

Finale con l’audience in piedi, attaccata al palco, a tributare onore alla storia e ad una musica che non tramonterà mai.

Questa è il sunto del loro intervento…


La serata - ma sarebbe meglio dire… nottata… finisce al ristorante… la tensione è scemata e qualche aneddoto interessante emerge ancora!

Grazie ancora a Pino Calautti e alla sua squadra; sono certo che tra poco si rimetteranno al lavoro per pensare ad un nuovo programma estivo, con un unico obiettivo… la qualità della della proposta.


Ringraziamento obbligato per Alessandro Mazzitelli ed il suo service

mercoledì 7 agosto 2019

Donella Del Monaco, Paolo Troncon, Opus Avantra Ensemble - “Rosa Rosae”


Donella Del Monaco, Paolo Troncon, Opus Avantra Ensemble
“Rosa Rosae”

M.P. & Records, 2019
Distribuito da G.T. Music Distribution

L’inizio del 2019 ha visto l’uscita di “Rosa Rosae”, ovvero il ritorno all’azione discografica della storica entità Opus Avantra - un nuovo ensemble rispetto al passato -, fondamenta del lavoro creativo di Donella Del Monaco e Paolo Troncon.
Le risposte di Donella e Paolo, nell’intervista a seguire, sottolineano gli aspetti principali di un lavoro che annovero tra i migliori del 2019, all’interno del (micro)cosmo della musica di estrema qualità.

Se è vero che Hemingway ci ha dimostrato che un romanzo può essere delineato in sole sei parole, provo a superare il concetto, facendo esercizio di estremo ermetismo, utilizzando un solo un solo aggettivo utile a sintetizzare questo progetto: AVVOLGENTE.
E’ questa la sensazione che ho provato nel corso dell’ascolto, acuitasi nelle ripetizioni successive.

Un’onda sonora, varia, in movimento altalenante, capace di circondare e proteggere i cambiamenti dei differenti stati d’animo, provocati dalla fruizione di una musica unica e indefinibile.

Razionalmente parlando non è un contenitore semplice, nè dal punto di vista delle liriche, in bilico tra italiano e latino - e tracce di francese -, né dal punto di vista strettamente musicale, con la proposizione di una classicità mista alla tradizione popolare che potrebbe avere bisogno di una certa preparazione per poter essere afferrata, ma qui entra in gioco la magia che scaturisce dall’opera dei protagonisti, proprietari di enormi competenze personali, che a poco servirebbero se non fossero messe a disposizione di un progetto condiviso.

Gli Opus Avantra hanno una lunga storia la cui origine ci riporta ai primi seventies, ma la definizione di “gruppo” è sempre apparsa riduttiva, meglio utilizzare il concetto di “movimento”, perfetta sintesi di anime variegate in campo artistico. In questo senso appare lecito inserire gli O.A. nel filone della musica progressiva. Ma non appare così importate, di questi tempi, tale catalogazione.

Gli attuali Opus Avantra, oltre a Donella Del Monaco, vedono la presenza di: Mauro Martello - flauto, saxofono e duduk -, Laura Balbinot - violoncello -, Paolo Troncon -pianoforte -, Andrea De Nardi - tastiere -, Giorgio Cedolin alla batteria).

Con l’attenta produzione artistica dello storico collaboratore Renato Marengo, sono stati coinvolti artisti esterni di estrema qualità e notorietà, che non portano in dote un semplice cameo musicale, ma forniscono reale valore aggiunto al disco: Jenny Sorrenti, Lino Vairetti, Alberto Radius e Tony Esposito.

Per terminare la lista delle collaborazioni segnalo Anna Campagnaro (violoncello), Mirko Satto (fisarmonica), Davide Vendramin (fisarmonica), Tommaso Troncon (sax tenore) e Gabriele Bruzzolo (percussioni).

Donella Del Monaco evidenzia come al titolo “Rosa Rosae” possano essere attribuiti differenti significati, ma il fil rouge dell’album è l’amore, rappresentato simbolicamente dal fiore, e raccontato nelle cangianti sfaccettature, tra sacro e profano, tra luce e profonda oscurità, tra possesso e piena capacità di dono disinteressato.
E la magia a cui facevo riferimento precedentemente fa sì che esista una percezione del messaggio che oltrepassa la comprensione della lirica, provocata da atmosfere a tratti auliche che disegnano un percorso che coinvolge, e che determina una pace da ascolto unica, e in questo senso il mio consiglio è quello di scegliere con cura spazi e tempi per godere appieno di “Rosa Rosae”.

L’incontro tra il mondo classico, il rock e la tradizione popolare non è cosa nuova, ma questo album appare come il manifesto perfetto di tale miscela, e credo che chiunque si ponesse in posizione di ascolto, scevro da pregiudizi e alibi concettuali, non potrebbe che amare incondizionatamente questo lavoro che trascende la materia e parla e suona come la colonna sonora di una vita comune.

E’ la stessa cantante a raccontare l’intervento degli ospiti e la motivazione della scelta, ma mi piace sottolineare la bellezza del duetto di Donella con Jenny Sorrenti - da brividi - nel brano “Vento del nord”, così come l’intervento in latino di un inusuale e “diabolico” Lino Vairetti nella traccia “Sceleratus”; Tony Esposito partecipa alla strumentale “Mandala”, e sancisce il ritorno verso gli OA, con cui aveva collaborato nel primo disco del ’74. E poi Alberto Radius, il simbolo della chitarra elettrica nell’Italia del primo pop, completamente a proprio agio tra il suo stile rock e il modus classicheggiante… è suo l’intervento nel pezzo “Cyrcles”.

Sono nove le tracce che costituiscono “Rosa Rosae”, nove episodi uniti tra loro da un collante concettuale solido e da un fascino che risiede, anche, nel saper stimolare l’intelletto attraverso un topic che riguarda l’esistenza di ogni essere umano, e il passaggio dal materialismo/fisicità alla trascendenza/spiritualità, si trasforma in superamento della normale fruizione musicale.

“… e come nuvole bianche, senza meta ne età, verso la libertà, sii te stesso per me…”

Bellissimo l’artwork, che trae spunto da un dipinto di Carlo Bertocci (Rosa Rosae, 2016) di cui Donella parla nell’intervista a seguire…

Disco imperdibile!


L’intervista a Donella Del Monaco

E’ da poco uscito “Rosa Rosae”, un ritorno alla discografia per te e per gli Opus Avantra.
E’ bene che chi ascolta possa utilizzare una chiave di lettura propria, ma penso sia interessante il pensiero dei protagonisti: che cosa contiene l’album dal punto di vista del messaggio, partendo dalla decodificazione del titolo?

“Rosa Rosae” ha più significati: è la prima declinazione, la prima parola che si impara del latino, così come per noi questo CD rappresenta una ripartenza verso nuovi linguaggi e approdi musicali. La Rosa è anche simbolo d'amore, come i testi che ruotano attorno a questo tema, ma dal termine “Rosa” deriva anche il Rosario, rito devozionale che, come un mantra, cerca di avvicinarsi al mistero dell'anima.

Che tipo di evoluzione rappresenta rispetto al passato, almeno negli intenti, se pensiamo agli aspetti meramente musicali?

E' una via nuova, che dà molto spazio alla composizione strutturata, talvolta usando il contrappunto, talvolta complessità armoniche e ritmiche. A tratti risente di ispirazioni stravinskijane, eppure il ritmo del rock e la forza della batteria sono ben presenti.

Come si può suddividere la fase creativa di “Rosa Rosae”, tra te e Paolo Troncon, e come si è sviluppata nel successivo lavoro di squadra?

Risponde Paolo Troncon:
Si è trattato di un lavoro dal punto di vista artistico ed estetico svolto in piena condivisione, all’interno del quale ognuno dei due ha avuto specifici e diversi ruoli. I testi sono stati scritti dopo la composizione delle musiche, musiche che sono state poi adattate alla vocalità di Donella (nei registri e nelle tonalità) e in certi casi anche modificate nella struttura formale iniziale. L’arrangiamento strumentale, inizialmente scritto da me per tutti gli strumenti, ha poi visto alcune modifiche sulla base delle idee emerse nel lavoro di gruppo.

Lo si può considerare un concept album?

Direi di sì, anche se si tratta di una suite di canzoni. Il concept è presente sia nel tema unico, l'amore umano e spirituale, con testi in italiano e latino, ma soprattutto nella ricerca della coerenza del linguaggio musicale, strutturato e complesso sul piano compositivo ma incalzante ritmicamente.

E’ rimasto come obiettivo primario quello di salvaguardare il mix tra opera, avanguardia e tradizione?
In linea generale sì, ma con l'adattamento temporale della visione attuale. Oggi molti autori e gruppi usano mixare opera, musica classica e rock. Non è più una novità.
In fondo si può dire che la visione Opus Avantra sia entrata nel modo corrente di fare musica, basti pensare alla migliore musica da film. Noi oggi abbiamo scelto una via che affonda ulteriormente nella struttura compositiva della grande scuola musicale del Novecento, una radice storica che ci appartiene, che è parte della nostra identità e cultura occidentale e che non va tradita. Però la componente vitale del rock continua a emozionarci e l'abbiamo esaltata il questo lavoro.

Mi parli del tuo/vostro team fisso… lo zoccolo duro, e dei collaboratori esterni?

In Opus Avantra dobbiamo distinguere due aspetti: i fondatori (Donella, Alfredo Tisocco e Giorgio Bisotto) che hanno focalizzato la visione, la linea direttrice, e cioè la trasversalità ai generi musicali sintetizzata dal nome stesso Opus Avan(guardia), Tra(dizione), dal gruppo interpretativo i cui componenti possono cambiare durante i lunghi anni trascorsi dalla sua fondazione nel lontano 1974. Un discorso a parte è il rapporto col compositore Paolo Troncon a cui ho chiesto un apporto sostanziale di creatività per immergersi in questa via, ma da un suo punto di vista.
Oggi i componenti del gruppo sono oltre a me, Mauro Martello (flauti, sax e duduk) elemento oramai cardine e storico, con le sue strepitose improvvisazioni e la sua varietà di strumenti e giochi timbrici, sua è anche la canzone “Vento del Nord”, dove duetto con Jenny Sorrenti. Poi al violoncello Laura Balbinot, virtuosa e in più sapiente improvvisatrice, al pianoforte Paolo Troncon con il suo tocco classico, alle tastiere Andrea De Nardi, giovane e bravissimo, e infine alla batteria Giorgio Cedolin, creativo e vigoroso.

Nel disco sono presenti molti ospiti autorevoli: come è nata la scelta?

E' nata sostanzialmente per la stima nei loro confronti e per le loro capacità, e inoltre devo ringraziare Renato Marengo, il produttore artistico: Jenny Sorrenti è un'artista molto creativa e ha praticamente creato il suo suggestivo intervento; Lino Vairetti era perfetto per “Sceleratus”, un brano tra il medioevo e Stravinskij, tra il sulfureo ed il mistico. Tony Esposito, con le sue magiche percussioni, è arrivato per chiudere il cerchio col primo lavoro OpusAvantra, “Introspezione”, dove era il percussionista, e infine Alberto Radius, che con i suoi assoli di chitarra elettrica scoppia come una sorpresa in un brano di ascendenza gregoriana.

Non amo molto le etichette, ma a volte facilitano l’avvicinamento dei curiosi: come definiresti la vostra musica, all’interno del panorama attuale?

Molto... “fuori”! Anzi mi sono stupita delle bellissime recensioni!

Colpisce all’impatto l’immagine di copertina: come nasce l’artwork?

La copertina è un quadro di Carlo Bertocci il cui titolo è “Rosa Rosae”! Per questo il nostro discografico Vannuccio Zanella della M&P Records ce lo ha fatto vedere e ce ne siamo innamorati. Il progetto grafico è di Giorgio Cedolin che, oltre a essere batterista è docente universitario di grafica.

Come pubblicizzerete il disco? Sono previsti concerti e presentazioni?

Per questo ci hanno pensato Renato Marengo e Vannuccio Zanella. A Roma è stata fatta una presentazione ufficiale alla Discoteca di Stato per la stampa, mentre M&P Records ha raccolto moltissime recensioni da molte parti del mondo, oltre che naturalmente in Italia. Per i concerti abbiamo iniziato a Treviso per il festival letterario Carta Carbone, a Roma al Planet, a Pistoia al Festival della Musica, a Cento per l'omaggio a Demetrio Stratos, a San Donà di Piave al Teatro Astra per il Festival Prog, a Catanzaro al Museo del Rock, poi a Faenza per il MEI, a Marghera nella rassegna “Musiche altre”, a Bassano, al Castello di Soncino e una ripresa a Treviso a Palazzo di Francia.


TRACKLIST:

1 – Nuvole Bianche
2 – Pi-greco
3 – Mandala
4 – Sceleratus
5 – Rosa Rosae
6 - Vento del Nord
7 – Cyrcles
8 – Aurea Lyra
9 – Ineffabile Realtà

Sito internet di DONELLA DI MONACO: www.donelladelmonaco.com


martedì 6 agosto 2019

Accadde a Noli la scorsa estate...


Alcuni giorni fa ho commentato una performance rock a cui ho assistito casualmente, una come tante a cui è possibile assistere nel periodo estivo, favorita dal clima e dalla voglia di stare all’aria aperta, magari in compagnia.
Sono quelle le occasioni in cui si scoprono o si ritrovano musicisti di “alto lignaggio”, in ruoli differenti da quelli conosciuti o più frequenti.

E’ quanto mi è accaduto lo scorso anno nelle vie antiche di Noli, paesino incantevole delle Riviera Ligure in provincia di Savona, che nel periodo estivo si accende, incrementando la popolazione e le iniziative a carattere culturale.

In quell’occasione mi sono imbattuto nel mio amico Edmondo Romano, intento a disegnare musicalmente i vicoli assieme a Fabio Rinaudo, Davide Baglietto e Claudio De Angeli.

Ecco cosa proponeva il quartetto…

sabato 3 agosto 2019

BBC Trio a Savona


La Darsena savonese, di questi tempi,  propone performance episodiche che toccano svariati generi, e che permettono di vedere/ascoltare artisti di ogni tipo, qualità e peso specifico.
Convivono in questo panorama giovani in via di… definizione musicale, con esperti uomini di jazz, che sfruttano queste occasioni per dare sfogo a talento e passione che il corso della vita ha relegato a puro passatempo: una bestemmia, o forse solo una grande frustrazione che si attenua in questi felici momenti.

E poi ci sono i fuoriclasse, quelli che sembrano sprecati in certe circostanze, ma che in realtà dimostrano la loro grandezza sfruttando ogni singola possibilità, perché la musica è condivisione, voglia di donare, e necessità di percepire che le teste e i cuori dei presenti sono sollecitati dall’atmosfera che si viene a creare.

Il BBC Trio, che ho ascoltato casualmente ieri sera, e solo per pochissimi brani, fa parte, a mio giudizio, di questa categoria superiore, quella formata da artisti dal nutrito pedigree che, con uno strumento in mano, annullano spazi, gerarchie e razionalità, il tutto a favore del piacere da esibizione, a palese vantaggio dell’audience.

I fratelli Bellia - Francesco e Giorgio (basso e batteria) - e Andrea Cervetto (chitarra), viaggiano sull’asse Genova - Savona con un sottofondo comune al profumo di New Trolls, e vantano collaborazioni importanti che sarebbe troppo lungo elencare, ma in fondo non hanno bisogno di elogi e ovvie sottolineature, e forse ascoltare i due brani che ho potuto captare potrebbe essere utile a chi… non sa… cosa possono realizzare e trasmettere tre musicisti virtuosi che decidono di coinvolgere il pubblico divertendosi…